«Zitto e riga dritto!»

Siriman, venti anni, maliano

«Una notte fanno irruzione in una cascina uomini in divisa, ci picchiano, svuotano le tasche e portano in carcere». Quattro anni lontano da casa, ha lasciato l’anziano papà e due fratelli più grandi di lui. «Non potevano più mantenermi, così a quindici anni sono andato via: Algeria e Libia a fare il muratore, finalmente l’Italia, gli studi, un corso di formazione…».

«Brusco risveglio, un uomo in divisa mi scuote con la canna di un fucile puntato a un palmo dalla faccia, “Sei in arresto!”, mi urla». L’esperienza libica di Siriman, nato in Mali, all’epoca più o meno sedicenne, lontano da casa, subisce presto una grave sterzata. Oggi, venti anni, ospite nel CAS di Modugno, aiutato dalla cooperativa sociale “Costruiamo Insieme”, lavora e studia. E a breve parteciperà a un corso di formazione.

Torniamo a quella notte. «La disperazione l’avevo già avvertita, ma per la prima volta sento, forte, la paura; lavoravo insieme con altri ragazzi, connazionali e non, in una ditta edile; quindici ore al giorno, cominciavamo alle prime luci dell’alba e finivamo solo all’imbrunire, quando sfiniti ci lanciavamo sul primo pagliericcio libero all’interno di un casolare». Preciso, circostanziato il racconto di Siriman. «Militari, con il pretesto delle divise indossate – ricorda – ci rovesciano le tasche, ci alleggeriscono di qualsiasi cosa somigliasse a danaro, perfino gli spiccioli; ci invitano con modi violenti a seguirli, io sono fra i più giovani della compagnia, chiedo a qualcuno più grande cosa stia accadendo: i compagni di lavoro interpellati, mi fanno cenno con una mano, come se dovessi cucirmi la bocca; insomma, non dovevo fiatare, le cose potevano mettersi ancora peggio rispetto alla piega che stava prendendo la storia». Ricorda tutto il giovanotto fuggito minorenne dalla sua terra. A casa lascia padre, anziano, con risorse economiche pressoché inesistenti, e due fratelli, più grandi di lui, che mantengono le rispettive famiglie lavorando nei campi. Purtroppo la mamma è deceduta a causa di una lunga malattia. «Feci silenzio, ci trascinarono a spintoni, calcioni sui fondoschiena, giusto per farti capire che aria tirasse se solo avessimo fatto una qualsiasi domanda».

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TUTTO COMINCIA ALL’ALBA DEL 2014…

La storia del piccolo, grande Siriman, comincia all’alba del 2014. «Papà non aveva più la forza di mantenermi – spiega – una bocca da sfamare, anche solo a pane e acqua, è un bell’impegno; pensate in quali condizioni eravamo, tanto che i miei due fratelli, sposati e con famiglie da sostenere, mi presero da parte e mi fecero un lungo discorso: “Devi andartene!”. Così, senza tanti giri di parole, non è che la cosa fosse balenata inavvertitamente dal cielo: mi aspettavo qualcosa di simile. Me lo dissero con il dolore nel cuore, lo capii dall’espressione del loro volto, dalle lacrime di mio padre e dall’abbraccio: durò più del discorsetto con il quale le nostre strade, per il bene di tutti, si sarebbero separate».

Una quindicina di anni, più o meno compiuti, non fa differenza. Pensiamo ai nostri ragazzi che arrivano anche a trent’anni e non si staccano dalla famiglia. I quindici anni di Siriman sono più complicati, li matura la fame, la fuga dallo schiavismo. Là fuori esistono mille traffici, finisci in un giro di droga o traffico di organi umani ed è la fine, hai vita breve. «Scappo dal Mali – riprende il ragazzo – arrivo in Algeria, mi invento muratore: apprendo in fretta, qualcosa l’avevo imparata nel mio Paese, il resto me l’aveva insegnato di corsa la fame, lo stomaco che brontolava da giorni: impastavo, intonacavo e stuccavo, senza un attimo di sosta; non vedevo l’ora di mettere qualcosa sotto i denti, gettarmi in un angolo dei locali che ci ospitavano e addormentarmi come un sasso».

Quel primo lavoro glielo manda la provvidenza. A sedici anni impara a spezzarsi la schiena, per un tozzo di pane e pochi spiccioli che Siriman mette da parte. «Uno sull’altro, li nascondevo, mi sarebbero serviti per pagarmi un altro pezzo di viaggio verso la libertà; l’Algeria, a modo suo, era stata ospitale, mi aveva dato un lavoro, ma io e i miei compagni di viaggio e di speranza, cercavamo altro, qualcosa di umano».

NON SEMPRE VA COME VORRESTI

Altro cambio di programma. La fuga verso una imbarcazione che ti porti dall’altra parte del Mediterraneo, passa dalla Libia. Anche lì la musica non cambia, anzi, stona, diventa insopportabile, alle orecchie, come alla pelle e alle ossa. «C’è da diventare matti per il ritmo con il quale veniamo impiegati in un cantiere edile in Libia – documenta Siriman – non c’è giorno che qualcuno non ti dica che c’è da lavorare e che i tempi di consegna stringono: ci svegliano all’alba, dobbiamo stare sul cantiere già alle prime ore del mattino, secondo loro si lavora meglio perché a mezzogiorno il sole picchia forte; ma la cosa buffa è che non stacchiamo un solo attimo e anche nella morsa di un caldo soffocante ci sbattiamo, diamo anche di più, se possibile».

Schiena a pezzi, i soldi per il viaggio quasi ci sono, quando nella notte irrompono uomini in divisa. «Militari, non so a quale corpo appartenessero, un aspetto e un modo di fare spavaldi, sicuri: ci sfilano i soldi, a qualcuno sottraggono il telefonino e via, ci sbattono fuori da quei locali; torniamo al lavoro, dobbiamo rimettere insieme i soldi per pagarci il viaggio verso l’Italia e farci più furbi, nascondere meglio il frutto del nostro lavoro».

Ancora militari, gli uomini in divisa scovano daccapo Siriman e i suoi compagni di lavoro. Stavolta gli tocca la galera. «Non trovano i soldi, così ci sbattono “dentro” per qualche giorno; intanto quei libici che avevamo contattato per imbarcarci per l’Italia, stavano organizzando il viaggio: quando veniamo a sapere il giorno in cui stavano per partire, escogitiamo un piano di fuga, arriviamo al punto di imbarco, paghiamo la nostra quota e via…».

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UNA NOTTE E UN GIORNO, POI UNA NAVE MILITARE ITALIANA

Il viaggio dura una notte e un giorno, fino a quando il gommone sul quale viaggiamo in mare aperto non viene avvistato da una nave militare italiana. Salvi. «Sbarco a Lampedusa, il 16 febbraio di due anni fa arrivo, invece, al Centro di accoglienza straordinaria “Costruiamo Insieme”. Temevo mi trasferissero altrove considerando la mia giovane età. Per una serie di episodi fortuiti, resto a Modugno, dove risiedo tutt’oggi: qui ho studiato, conseguito la licenza media e mi sono iscritto al primo anno di scuola superiore; da settembre frequenterò un corso di formazione, vorrei fare il barman o il cameriere: mi dicono che potrebbero esserci occasioni, considerando che conosco tre lingue; ogni sera rivolgo una preghiera al Cielo perché mi assista, nel frattempo al mattina faccio il muratore, la sera il lavapiatti in un ristorante, niente a che fare con i ritmi di lavoro e lo stile di vita libico: parte di quello che riesco a guadagnare lo mando a mio padre perché possa vivere decorosamente; mi guardo indietro, i brutti ricordi restano brutti ricordi; non vorrei più pensarci, la mia vita però ha subito una svolta positiva, ogni giorno faccio di tutto per realizzare il mio sogno: restare in un Paese ospitale e bellissimo come l’Italia».

«Dobbiamo fare squadra»

Leonardo Giangrande, presidente Confcommercio Taranto

«Lavorare tutti con passione e nella stessa direzione. Abbiamo avvertito la grande crisi, duemila attività in meno sul territorio, l’Amministrazione comunale schiaccia le imprese sotto il peso del dissesto. Non è stata progettata una via di fuga dalle difficoltà. L’ultima occasione: i Distretti urbani del commercio. L’emigrazione: non dimentichiamo il nostro passato, i container, le valigie di cartone…»

Leonardo Giangrande, presidente di Confcommercio Taranto. E’ il suo secondo mandato per l’associazione che riunisce migliaia di commercianti e operatori che svolgono attività in città e provincia. Prima domanda, uno “scatto” del commercio a Taranto.

«La Taranto del commercio purtroppo attraversa una crisi preoccupante, messa letteralmente in ginocchio negli ultimi sei anni. Abbiamo registrato la chiusura di oltre duemila imprese, nel senso che il saldo fra aperture e chiusure fornisce un dato preoccupante nella cui lettura va esteso alla provincia. Se consideriamo tre, quattro unità lavorative per ciascun punto vendita, provate ad immaginare le migliaia di posti di lavoro perse sul nostro territorio fra servizi, commercio e turismo.

La città prova a rialzarsi con l’ausilio delle poche forze sane esistenti. Tre i principali fattori negativi che l’hanno condotta in queste condizioni: 2009, la crisi economica mondiale, che parte da lontano e provoca un effetto che mette all’angolo un intero sistema; il dissesto del Comune di Taranto che si perpetua da undici anni con il peso di tasse e aliquote che schiacciano le imprese; infine il fattore-Ilva, dal 2012 l’industria vive nell’incertezza provocando agitazione in quanti vivono di siderurgico, dai dipendenti all’indotto. Sono questi i principali fattori negativi; a differenza di altre realtà, questi sono andati sommandosi alla crisi mondiale: altrove, ma anche nel nostro stesso Paese, hanno reagito diversamente, Taranto invece ha subito tutto il peso di questo impoverimento senza realizzare una via di fuga dalla crisi. Ciò detto, la situazione del commercio, a livello nazionale, in particolare quella locale, è ancora di grande difficoltà».

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Distretti urbani del commercio, croce o delizia di commercianti e cittadini?

«Voglio essere chiaro, una volta per tutte anche su questo tema: Confcommercio Taranto ha spinto incontri e confronti a livello regionale, relazionandosi all’alba del progetto con Loredana Capone, assessore alle Attività produttive; i “Distretti” sono dei contenitori: se siamo bravi, possono diventare motivo di confronto e pianificazione delle attività che in modo sinergico lavorano con le diverse Amministrazioni comunali: da un lato Confcommercio e Confesercenti, dall’altro, appunto, il Comune; provare insieme a fare quella programmazione mancata in tutti questi anni. Dobbiamo fare sistema per attingere risorse, fare animazione, rigenerazione, riqualificazione, piani della mobilità sostenibile. Sono tante le cose che si possono fare: ripeto, però, dobbiamo essere bravi ad impegnarci, consapevoli che nel frattempo abbiamo perso tempo prezioso. Diversamente questa occasione resta un altro contenitore vuoto, dunque senza idee e argomenti per il rilancio del territorio».

Cosa ci vuole per cambiare il senso di marcia.

«Un grande senso di responsabilità; grandi valori, il senso del bene comune, mancato purtroppo in alcuni soggetti; pensare a un territorio ricchissimo, generoso dal punto di vista delle opportunità, ma fino ad oggi povero nella pianificazione di un riscatto necessario per evitare il baratro: non esistono altre vie di fuga. In questo ragionamento c’è un pensiero che tante volte mi porta a riflettere profondamente su cosa ci manchi rispetto ad altre realtà. Dobbiamo ripartire dalle nostre risorse: agroalimentare, turismo, mare, porto, cultura. La Città vecchia è un mondo che può fornirci grosse opportunità: necessitano persone che facciano la differenza e che abbiano in animo il bene comune. Altra cosa, su tutte: guardare ai giovani come risorsa del futuro; in questi anni duecentomila ragazzi, una volta laureati, hanno lasciato il Sud spostando trenta miliardi di euro in fatto di prodotto interno lodo, evidentemente indirizzato altrove e impoverendo di più un territorio già sofferente».

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Turismo, porto, cultura. Qual è l’anello debole?

«Tutti anelli deboli, nessuno escluso. Più facile essere dipendente di Ilva, Cementir e Arsenale, per indicare i primi soggetti che mi vengono in mente: questa mentalità ha prodotto negli anni pigrizia nel fare impresa; non abbiamo coltivato capacità e fiducia nell’investire sui noi stessi. Volendola far breve, ci siamo accontentati del “posto sicuro”. E’ mancata, e manca, pianificazione nelle infrastrutture, cioè formazione, praticamente un intero mondo: il turismo è patrimonio di tutti, non solo del commerciante piuttosto che del ristoratore e dell’esercente; il turista, va visto come risorsa di tutti: perché venga ospitato nel miglior modo possibile, è necessario che tutte le componenti vadano nella stessa direzione; solo così è possibile valorizzare una volta per tutte l’intero territorio. Turismo è cambiamento, opportunità, Confcommercio è l’unica titolata a dire cose in tal senso, disponendo dell’intera filiera legata al sistema dell’accoglienza: stabilimenti balneari, alberghi, ristoranti, bar, guide, discoteche; proprio in virtù di ciò stiamo facendo corsi di formazione su lingue, informatica, accoglienza».

A proposito di accoglienza, mediante una cooperativa come “Costruiamo Insieme”, questa viene svolta in modo esemplare ospitando extracomunitari in fuga da zone di guerra, da conflitti etnici, persecuzioni politiche.

«L’accoglienza è un dovere morale, gli italiani devono fare mente locale non solo al Dopoguerra, ma all’intera storia di emigranti, partiti alla volta degli Stati Uniti, poi a metà del secolo scorso, verso Germania, Francia, Belgio: nostri congiunti hanno vissuto in container; nella stessa Italia, a Torino, decine di migliaia di meridionali hanno fatto ricorso alla valigia di cartone nella quale hanno messo la legittima speranza di una vita decorosa. Non possiamo accogliere tutti, beninteso: è importante distinguere fra gli emigranti che vogliono rappresentare una risorsa per il nostro Paese e quanti, invece, intendono delinquere. Certezza della pena anche nei confronti di chi approfitta della disperazione di questi ragazzi: non deve più accadere quanto successo a Foggia, dove in un incidente stradale hanno perso la vita diverse persone e, fra queste, extracomunitari che avevano il solo torto di recarsi nei campi per guadagnare pochi euro».

Una donna contro tutte le mafie

Trasformare il sogno in bisogno

Rita Borsellino, anche in punto di morte dopo una lunga malattia, ha voluto lasciare il suo inesorabile segno: il sorriso!

Un sorriso che racconta una vita spesa tra le persone, nei quartieri, sui luoghi delle stragi ma, soprattutto, nelle scuole fra quei ragazzi che per lei rappresentavano la speranza.

Non una speranza qualsiasi: lei andava in giro, senza mai sottrarsi agli inviti, per gettare il “seme del cambiamento” su quel terreno che riteneva fertile, capace di generare germogli per far crescere piante sane.

Certo, riteneva che la “memoria”, la conoscenza, il racconto fossero elementi importanti per un processo di crescita civile che definiva “la strada verso la liberazione” dalle mafie convinta, come il fratello Paolo, che la battaglia andava combattuta contro un modello culturale, non solo contro le organizzazioni mafiose.

E per cambiare, come diceva sempre, “è necessario trasformare il sogno in bisogno!”.

Perché sentire il bisogno del cambiamento trasforma le persone in parte attiva!

Vogliamo salutare Rita con le parole di Don Luigi Ciotti, anche lui uomo da sempre impegnato contro le mafie che ha fatto della strada la sua Chiesa.

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Ciao Rita, la tua è stata una vita che abbraccia la vita. Una vita che apriva i suoi orizzonti agli altri, alla memoria, all’impegno civile, alla politica e alla testimonianza di fede.

Rita, una donna integra, generosa e schiva. Una donna  di “sostanza” come lo era Paolo. Sempre un sorriso. Non dimentico la dignità nella sua lunga e sofferta malattia. Seguiva le leggi del cuore, della coscienza e non solo quelle dei codici. Sei stata tra le prime con Saveria Antiochia a capire che la memoria delle vittime innocenti delle mafie  andava  trasmessa ai giovani come impulso di vita, di conoscenza , di verità e come desiderio di costruire una Italia mai piu’ compromessa con le mafie e la corruzione. Una memoria come pungolo a fare di più e a fare meglio. Sei sempre stata allergica alle parole vuote, alle parole come esercizi di retorica. Credevi nei fatti ed è con i fatti che ti dobbiamo ricordare. Hai lottato per la verità. “Non una verità, la verità” – dicevi con tua nipote Fiammetta, perché solo con la verità si può avere giustizia.”  Nel tuo impegno politico hai sempre guardato alla politica come servizio, come impegno per il bene comune , come dovrebbe essere ma non sempre lo è. Nelle campagne elettorali non hai mai promesso delle cose  ma  dicevi “vi prometto rispetto”. Ciao Rita, la tua  è stata una vita che abbraccia la vita. Una vita che apriva ai suoi orizzonti agli altri, alla memoria, all’impegno civile, alla politica e alla testimonianza di fede. Hai trasformato il dolore per la perdita di tuo fratello in una testimonianza ai giovani, affinché riempiano la vita di senso e di significato. Ciao Rita te ne se andata ma non ti cercheremo tra i morti o sotto la pietra di un cimitero ma continuerai ad essere tra noi nei volti e nelle parole di  quei  ragazzi e di quelle persone che, con la tua testimonianza, ha stimolato a mettersi in gioco”.

Luigi Ciotti, presidente nazionale Libera e Gruppo Abele

Vi invito anche alla visione di questo video che documenta un intervento di Rita Borsellino ospite del convegno “Giovani & Sogni” organizzato a Taranto nel 2015.

«Pane e proiettili!»

Ibrahim, diciannove anni, arriva dal Sudan

«Diffido di chiunque, nel mio Paese ti tradiscono, ti sparano addosso, quelli che un giorno sono amici, all’indomani sono i tuoi peggiori nemici». La fuga, la Libia, i campi, chiuso in una stalla per mesi. «Finalmente la libertà, l’imbarcazione, il mare, una nave italiana a soccorrere me e altre decine di miei connazionali»

Storie 01 G

«Voglio mi capiate, non ce l’ho con voi, ma ho una paura matta di qualsiasi cosa: vengo da un Paese, il Sudan, dove il cibo giornaliero è proiettili e pane!». Il pane scarseggia, dunque giù spari, a raffica. Due milioni di morti. Un trattato di pace firmato anni fa, ma sostanzialmente appeso a un filo, agli umori della piazza. Dei villaggi, soprattutto di militari e civili. «Un giorno stanno insieme, un altro giorno si sparano addosso, si cercano, si dichiarano guerra!», dice Ibrahim, diciannove anni, musulmano. Le braccia magre, il volto scavato. Ibrahim riflette prima di farci il suo nome, ci sfiora il dubbio che sia quello vero. Ci interessa il suo vissuto, conoscere la sua storia. Purtroppo anche questa fatta di dramma, disperazione, fuga da un clima di guerra, l’arrivo sulle coste italiane lo scorso 11 luglio insieme a connazionali e altri nordafricani. Soulemane, guineano, parla arabo e francese, traduce per Allahssen, che infine spiega in italiano.

Sudan, focolai ovunque. Paga chi ha fame, non ha soldi per comprarsi da campare. «Se avessi avuto denaro non avrei rischiato la fame, così l’intenzione di fuggire si è fatta largo: quattro milioni di mei connazionali sono scappati dal Sudan, non so se qui ne parlano, scrivono, lo dicono in televisione, ma credo fra fuga e morti sia quanto di peggio sia accaduto negli ultimi cinquant’anni!». Gli anni sono almeno sessanta, dieci anni dopo la Seconda guerra mondiale, in Sudan scoppia un conflitto civile. Non solo motivi religiosi, fra musulmani e cristiani. Anche qui, Nord e Sud se le danno di santa ragione: nella zona settentrionale fame e siccità, in quella meridionale petrolio e acqua in abbondanza.  Una tregua, apparente alla fine degli anni Novanta. «Non è cambiato niente – dice Ibrahim – fossimo stati bene, ma anche a pane e acqua, non sarei mai andato via, non sarei scappato: ci saremmo accontentati anche delle briciole, lavorando, cosa che abbiamo sempre fatto a casa nostra».

Storie 07 G

«VOLEVO UNA VITA NORMALE, A PANE E ACQUA»

Ibrahim è fra i sudanesi che chiedono rispetto. «Volevo fare solo una vita normale, quando per “normale” da noi intendiamo pane e acqua, difficilmente altro, poi quando cominci a essere maltrattato, sfruttato, come fossi più di una bestia da soma, comincia a farti domande; la risposta è sempre una sola, un dilemma: o vai a combattere con i ribelli, ma non sai se sono quelli giusti – per un tozzo di pane si vendono, ti denunciano – oppure fuggi, finché hai fiato». Non c’è tanto da scegliere, Ibrahim mette alle spalle migliaia di chilometri. Il suo Paese è al centro fra Ciad, Etiopia, Zaire e Kenia. Confina con Egitto e Libia. «Scelgo di andare in Libia, l’Egitto è pericoloso, ma anche la mia scelta non è stata felice». Da una guerra civile a civili armati fino ai denti e quasi tollerati dal governo. «Finisco in una fattoria, le bestie erano accudite meglio di noi che saltavamo pasto e razioni di acqua: ci sono stato qualche mese, non distinguevo i giorni che passavano, a un certo punto non sapevo nemmeno chi fossi tanto sembravo carne da macello; un paio di miei connazionali che avevano tentato la fuga erano stati colpiti alla schiena, il nostro carceriere invece di soccorrerli, vedere se fossero ancora in vita, si rivolse a me e agli altri quasi con un gesto di sfida. “C’è qualche altro che vuole fare il furbo?”. I due stesi a terra, non meritavano attenzione, sepoltura. Restavano lì a ricordarci che a scappare c’era da rimetterci la vita!».

Una paura che prosegue. «Come si fa in tanti anni in cui hai visto gente vendersi al nemico, denunciare anche il falso, pur di stare meglio di te? Ringrazio l’Italia per l’accoglienza, io e i miei connazionali siamo qui da poco più di un mese, dobbiamo riprenderci da un terribile shock, anzi più di uno: la guerra civile, la fuga, fermati e fatti ostaggio in cambio di soldi!». Si guardano intorno quei ragazzi arrivati dal Sudan non senza qualche diffidenza.

Storie 04 G

«FINALMENTE IN ITALIA, FINE DI UN INCUBO»

«Da quando sono in Italia – dice Ibrahim – mi sono riappropriato di una certa serenità, non mi sono ripreso completamente: sono passato da essere uno che stava vivendo un incubo e non sapeva se il protagonista di quel brutto sogno fossi io stesso o un altro, a quello che sono in questo momento: uno che si rende conto di essere scappato da un conflitto civile e che da giorni non sente il fischio delle pallottole o le botte di carcerieri che ti picchiano senza motivo». Il motivo, sempre lo stesso: il denaro. «Ho lavorato per quattro, forse cinque mesi in un campo, la sera tornavo nella fattoria, chiuso insieme ad altri in una stalla; lavoravo sodo, mi avevano promesso che sarei andato via al più presto, invece i mesi passavano lentamente e il dolore alla schiena aumentava».

Infine, per Ibrahim, un raggio di speranza. «Un bel giorno mi dicono “Sei libero, corri, altrimenti ci ripensiamo!”. Corsi con tutta la forza che avevo, io scappavo muovendomi su un fianco e sull’altro, per evitare mi piantassero una palla nella schiena, e loro ridevano: per mettermi paura hanno perfino esploso dei colpi in aria!» .

Finalmente qualcuno si muove a compassione, vede Ibrahim seduto sul ciglio di un marciapiedi. Un camion pieno di sudafricani, qualche connazionale di Ibrahim. «Per uno in più non faranno storie, si sarà detto l’uomo alla guida del mezzo: finalmente il porto, l’imbarcazione, il mare; partiti di notte, il mattino dopo siamo stati soccorsi da una nave militare italiana: finalmente in Italia!».

«Taranto, devi amarti di più»

Incontro con Fabiano Marti, assessore al Comune di Taranto

Cultura, Sport e Pubblica istruzione le deleghe assegnategli dal sindaco Rinaldo Melucci. «In giunta facciamo squadra, seguiamo le linee-guida del primo cittadino. Una prima mappatura fra beni culturali e impianti sportivi. Voglio sentire i giovani. Il teatro “Fusco”, il salotto buono; il “Verdi”, un piccolo sogno. Grande feeling con la direttrice del MarTa, Eva Degl’Innocenti, e il funzionario di Archeologia e Belle arti, Augusto Ressa». 

Questa settimana incontriamo l’assessore a Cultura, Sport e Pubblica istruzione, Fabiano Marti. Deleghe che il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, gli ha assegnato  di recente. Marti è già al lavoro, si interfaccia con i colleghi in giunta, con lo stesso primo cittadino per imprimere un primo scatto a una città che prima di ogni cosa deve amare se stessa.

Una nomina che arriva da lontano o piovuta dal cielo?

«Dal cielo non cade nulla, dunque coltivato nel tempo – mi permetto di dire – in tanti anni di onorata carriera, tutto quello che ho fatto me lo sono costruito con le mie forze, contro tutto e tutti: non è facile per uno che fa il mio mestiere essere “contro”; mi sono laureato, diventato avvocato, per poi rifiondarmi nel mestiere di attore, autore, regista, direttore artistico. Dunque, piovuto dal cielo proprio no, il sindaco Rinaldo Melucci lo avevo conosciuto in campagna elettorale, successivamente mi ha chiamato e abbiamo costruito subito un bel rapporto: da qui ad essere chiamato a fare l’assessore ne corre, ma ammetto che è stato subito feeling. Quando il sindaco mi ha messo al corrente del suo progetto, non ho potuto dire no: è stata una bella sorpresa, magari chiamando me Melucci ha pensato ad assessori che avessero competenza e di questa attestazione di fiducia non posso che ringraziarlo».

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La prima cosa che ha fatto appena ricevuto l’incarico?

«La prima cosa che ho chiesto: una ricognizione dei beni culturali, con enorme piacere mi sono reso conto che abbiamo tanto dal punto di vista culturale, artistico, storico; è stato molto stimolante vedere quanto abbiamo a disposizione, beni che i tarantini forse – io per primo, ad essere sincero – non conoscono. E’ stato bello, ma questo giro mi ha fatto capire quanto lavoro ci fosse da fare; da qui una mappatura dei nostri “beni” con lo scopo di mettermi in relazione con gente che ha enorme competenza nel settore, dalla direttrice del MarTa, Eva Degl’Innocenti, con cui abbiamo iniziato una collaborazione per svolgere dei percorsi; in passato non c’era mai stato un così stretto rapporto di collaborazione, cominciato con l’impegno dei colleghi Tilgher, Viggiano e Scarpati: il mondo assessorile che mi aveva preceduto aveva già creato un bellissimo rapporto; lo stesso, il rapporto con l’architetto Augusto Ressa, funzionario territoriale della Soprintendenza ad Archeologia e Belle arti, che tanto ha fatto per questa città. In questa serie di incontri, ho apprezzato grandi competenze, tanto che la cosa più bella che potesse nascere è stato il senso di collaborazione. Abbiamo messo in rete competenze con le quali ci relazioneremo a breve per un Tavolo della cultura nel quale mi piacerebbe inserire – concordandolo con il sindaco e la sua linea-guida – studenti di liceo e universitari, per comprendere fino in fondo quali siano le loro esigenze. Uno dei primi obiettivi che mi sono posto: svecchiare la cultura, che appare collegata al mondo dei vecchi professori: convegni sì, ma senza parlarsi addosso…».

Altri impegni con il suo assessorato.

«Ho trovato un assessorato nel quale c’era da fare, parlo di Cultura e Sport; altra mappatura, quella sugli impianti sportivi, che esistono, ma sui quali bisogna intervenire per capire quali sono gli ostacoli, a cominciare dal confronto con una macchina burocratica che richiede i suoi tempi. Dove sono i campi della Marina militare, il palazzetto della “Ricciardi”? Società sportive chiedono di riprendere le attività, tornei, campionati: stiamo cercando di dare una mano, contiamo di riuscirci».

Quando diciamo teatro, pensiamo al nuovo teatro comunale, il “Fusco”: quali progetti scatena o autorizza uno spazio simile?

«Il “Fusco” rappresenta una grande svolta per Taranto, deve diventare uno dei punti di partenza della cultura, una macchina che faccia da propulsore a una svolta per la nostra città; per il sindaco rappresenta una priorità: il “Fusco” lo vede come il salotto buono che ospiterà teatro e musica di livello».

FOTO articolo Marti 01

Il tratto della programmazione teatrale?

«Medio-alto, come tutto quello in cui ci stiamo impegnando; preferisco non fare nomi, al momento giusto convocheremo una conferenza stampa sul modello gestionale e sulla stagione di eventi, dal teatro alla musica, con nomi importanti; ci sarà un direttore artistico, che non sarò certamente io, ma che lavorerà in stretta collaborazione con il Comune: è bene precisare che il “Fusco” è un teatro comunale e che la stessa Amministrazione sta lavorando su un modello gestionale soddisfacente».

Beni culturali e turismo.

«Coniugare i due aspetti è fondamentale, è il tema sul quale mi sto impegnando insieme con il vicesindaco, l’assessore Valentina Tilgher, che ha deleghe a Marketing territoriale e Sviluppo economico; con il MarTa e la Soprintendeza stiamo provando a creare un percorso grazie al quale il turista che arriverà a Taranto non si fermi solo mezza giornata per visitare MarTa e Castello aragonese; faremo in modo che la gente si fermi più di un giorno a Taranto per visitare le bellezze esistenti sul territorio e nell’immediato circondario».

La Taranto che sogna.

«Una città con tre, quattro teatri, nei quali accadessero cose belle. Teatri che finalmente richiamino anche un pubblico giovane e ospitino rappresentazioni dal classico al comico. Mi auguro che funzionino le scuole; la gente circoli in bicicletta e l’Isola si riempia ogni giorno di turisti. Infine, con il sindaco abbiamo fantasticato l’acquisto dello storico teatro “Verdi”, non abbiamo ancora ricevuto risposte ufficiali, ma mi auguro che prossimamente qualcosa accada. Punto di partenza: fare amare la propria città ai tarantini».