«Patti chiari…»

Sirag, ventisei anni, libico

«Manifestavo per la libertà, sono stato minacciato di morte, ho lasciato padre, madre e due fratelli. Tremila euro e tre giorni di viaggio in mare: gommone, nave spagnola, nave tedesca, porto di Taranto. Respinto in Germania, voglio costruirmi un futuro da cuoco».

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«Oggi, in Libia, la situazione è drammatica, sono scappato dal mio Paese a causa della guerra civile: ricercato dal governo libico, la fuga è stata l’unica soluzione possibile». Sirag, ventisei anni, musulmano, sorriso appena accennato, come se il peggio fosse ormai alle spalle. Sarà senz’altro così, se durante la chiacchierata nella sede di “Costruiamo Insieme” il giovane mostra una certa serenità della quale si sarebbe riappropriato da poco. Spiega il motivo. «Sono arrivato in Italia lo scorso novembre, un viaggio di tre giorni fra gommone e navi che hanno prestato soccorso a me e altri connazionali, fra questi mio fratello Munir, venticinque anni; il mio proposito iniziale era quella di non fermarmi, tentare fortuna altrove, così una volta compiute le formalità per l’identificazione, impronte digitali comprese, sono partito per il Nord: l’idea che ci siamo fatti dell’Europa è che più ti spingi nella parte settentrionale, maggiori sono le occasioni di lavoro».

Attraversa la frontiera, Sirag, arriva in Germania. «Quella mi sembrava una prima occasione per trovare lavoro, pensare a un possibile futuro, ma non avevo fatto i conti con le leggi esistenti in Europa in materia di accoglienza degli extracomunitari e con il rigore della Polizia tedesca: “Deve tornare in Italia, è lì che le hanno preso generalità e impronte: qui non può restare, ci spiace ma dobbiamo accompagnarla alla frontiera, e faccia attenzione, se dovessimo ritrovarla in Germania per noi sarà un clandestino e per lei il trattamento non sarà benevolo come quello che le stiamo riservando oggi”». Un mediatore traduce dal tedesco all’arabo. Come fa, per noi, Allahssane Diakite, uno degli operatori della cooperativa “Costruiamo Insieme”: parla arabo, traduce alla lettera, pettina dove possibile, i concetti di Sirag. «Insomma, era un vero e proprio avvertimento: fatto con quel rigore tipico che riconoscono ovunque ai tedeschi: “Deve tornare in Italia, una volta lì le diranno cosa fare: non può girare liberamente e scegliersi a suo piacimento un Paese dal quale farsi adottare!”. Questo il senso di quello che ho capito, certo è che dopo poche settimane ho dovuto riprendere la strada per l’Italia, non certo quella di casa…».

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ADDIO A PAPA’, MAMMA E FRATELLI

Pericoloso tornare in Libia. «A casa sono rimasti papà, mamma e due fratelli più piccoli, studiano; non era stato sufficiente che io e mio fratello Munir ci fossimo allontanati da Bengasi raggiungendo Tripoli: i miei cari correvano il rischio di ritorsioni, io e mio fratello eravamo stati segnalati come rivoltosi rispetto al governo esistente nel mio Paese, secondo loro avremmo potuto organizzare ribellioni, sommosse: non c’era tempo da perdere, per salvarci e salvare la vita a genitori e fratelli, dovevamo fuggire».

La democrazia è diventata un fatto astratto. «Con il passare del tempo abbiamo visto che alla popolazione venivano tolti diritti elementari, i militari cominciavano a limitarci nelle nostre scelte, anche le più banali: non si poteva parlare in gruppi, arrivavano e ci minacciavano brutalmente, figurarsi le manifestazioni». Sirag, uno dei più determinati. «Prima che sia troppo tardi e stai vedendo che ti sfugge dalle mani la cosa più importante che tu possa avere nella vita, la libertà, cominci a pensare: reagire significa prendere posizione, far capire da che parte stai, e mentre altri protestavano attraverso il web, io, mio fratello e tanti altri siamo scesi in piazza; mossa coraggiosa, ma che alla fine non ha avuto risultati: come fai ad opporti a quello che stava diventando un regime a mani nude, con il solo aiuto del ragionamento, delle parole? E’ una gara persa in partenza. Miei connazionali si sono ritirati in buon ordine, io e altri abbiamo insistito nel chiedere condizioni più umane, che non fossero quelle di impedirci con qualsiasi tipo di violenza il difendere un sano principio come la libertà».

Molti del Nord Africa vedono alla Libia come a un Paese ospitale, nel quale è possibile trovare lavoro, guadagnare dei soldi, costruirsi un futuro. «Una volta, forse, anche se per i neri la vita è dura: vengono accerchiati, presi in ostaggio, spogliati dei loro beni, impiegati nei lavori più duri in cambio della vita, visto che i soldi il più delle volte li mettono in tasca proprio quelli che imbracciano una pistola o un fucile».

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TREMILA EURO IL “BIGLIETTO” PER L’ITALIA

Sirag può dirsi fortunato. Ha i soldi per pagarsi il viaggio verso l’Italia. «Cinquemila dinari libici, poco più di tremila euro, ci siamo imbarcati in dodici in un gommone lungo sei, sette metri: era l’1 novembre 2017; prendiamo il largo, viaggiamo di notte, finalmente al mattino incrociamo una nave spagnola: non può invertire la rotta, l’equipaggio ci ospita a bordo ugualmente, dicono che in quelle acque troveranno sicuramente qualcuno che potrà accompagnarci in Italia; finalmente incontriamo una nave tedesca, troviamo in coperta almeno un altro centinaio di extracomunitari, tutti insieme veniamo accompagnati a Taranto: tre giorni di sofferenza, niente se paragonato a quello che abbiamo lasciato alle nostre spalle».

Sirag e il futuro. «Sto facendo un corso di formazione, nel mio Paese lavoravo in una catena di fast food, sul tipo “Mc Donalds” per intenderci: mi piacerebbe fare il cuoco, lavorare fra i fornelli, imparare la cucina italiana, quella europea; avevo intenzione di andare altrove, oggi mi dico che l’Italia può essere l’opportunità della vita, per me e mio fratello; sia chiaro, anche qui ci tocca rigar dritto: in Italia avranno pure il senso di democrazia, accoglienza, generosità, tolleranza, ma le autorità italiane, non c’è bisogno di interprete: “Fate i bravi: patti chiari, amicizia lunga!”».

«Più servizi per tutti»

Simona Scarpati, assessore al Welfare al Comune di Taranto

«Sogno un assessorato al Lavoro e alle Politiche sociali all’avanguardia. Rispettiamo il programma del sindaco, Rinaldo Melucci: massimo sostegno alle fasce più deboli, ma nel rispetto della legalità. Maggiore emergenza: richiesta di contributi abitativi e alloggio popolare. Fra le altre attività: Piano sociale di zona,Sportello antiviolenza, il Centro dell’Alzheimer»

Incontro negli studi di “Costruiamo Insieme” con Simona Scarpati, assessore al Welfare al Comune di Taranto. Da circa un anno, riveste un ruolo importante nello scacchiere della Giunta del sindaco Melucci. In più occasioni, infatti, il primo cittadino ha sollecitato massimo impegno nei settori in cui questa città richiede interventi, con particolare riferimento alle fasce deboli.

Che assessorato è quello del Lavoro e delle Politiche sociali, a Taranto?

«Un assessorato di frontiera, front-office, un settore particolarmente delicato nel quale confluiscono i bisogni iniziali e finali di un’intera collettività; variegati i temi dei quali ci interessiamo, tutti di uguale importanza, basti pensare a disabilità, minori, povertà estrema, anziani».

Quanto ha trovato da fare e quanto c’è da fare nel suo assessorato?

«Mi sono insediata circa un anno fa, in sede di bilancio come Amministrazione posso dire che abbiamo realizzato tantissimo: per esempio il nuovo Piano sociale di zona, approvato in Consiglio comunale lo scorso 26 luglio; numerose le attività poste in essere, a partire da una revisione del Regolamento sui contributi abitativi, l’emergenza-alloggi – notevole nella nostra città – e poi lo Sportello antiviolenza, il Centro del “Dopo di noi”, il Centro dell’Alzheimer, servizi dei quali la nostra città era sprovvista; senza contare tutto il settore fragile delle Politiche di famiglia, un tempo scarsamente considerato e sul quale, invece, abbiamo inteso porre la nostra attenzione».

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Qual è la percezione che ha della città dal suo “avamposto”?

«Sono a stretto contatto con i cittadini e le problematiche legate alla loro condizione: esiste una forte emergenza abitativa».

Cosa le chiede, invece, il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci?

«Una grandissima cura nel rapporto con le fasce deboli: prestare massima attenzione al disagio e realizzare progetti e interventi diversificati che vadano a coprire emergenze e fasce fragili cui mi riferivo poc’anzi: è uno dei punti fondamentali della nostra Amministrazione, una delle linee-guida del nostro primo cittadino».

Cosa le chiede, in buona sostanza, la gente che viene a trovarla?

«Nella maggior parte dei casi, esigenze legate ai contributi abitativi  e all’alloggio popolare; questo a significare come l’emergenza abitativa sia uno dei settori che richiede interventi».

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Quanto le duole dire “no”?

«Certo che duole, ma dobbiamo avere massimo rispetto della legalità, punto-cardine del nostro programma: laddove è possibile intervenire, essendoci condizioni, requisiti, lo facciamo costantemente, ogni giorno; dove, purtroppo, quei requisiti richiesti non ci sono, ci atteniamo alle disposizioni previste dalla legge».

Ha un sogno?

«In parte si sta realizzando attraverso quanto svolto in quasi un anno di attività nel settore del Welfare, come il Piano sociale di zona. Ovviamente il tema è talmente delicato e vasto che non bisogna mai tirare il fiato: mai cullarsi sulla convinzione di aver fatto tutto, perché c’è sempre qualcosa da fare; detto questo, desidero dare alla collettività un Assessorato al Lavoro e delle Politiche sociali sempre più all’avanguardia con un maggior numero di servizi in ogni singolo settore».

La lotta alla solitudine si vince con la condivisione

Creare spazi di socialità e recuperare un ruolo attivo

E’ possibile sentirsi soli anche fra tanta gente?

Certo!

In molti riconducono erroneamente il concetto di solitudine ad una dimensione circoscritta, quasi domestica, spaziale. In realtà, così non è, e oggi ci lanciamo in una breve e forse anche superficiale riflessione su questa malattia sociale latente quanto prossima e permeante del quotidiano: ci si sente soli sul posto di lavoro seppure circondati da colleghi, in famiglia nonostante la presenza di persone care, per strada, a scuola, ovunque ci si può sentire soli, senza differenza di età e a prescindere dal contesto spaziale.

Ciò che di per se può apparire come una contraddizione ha, in verità, una matrice, un’origine, una causa.

Il senso di solitudine affonda le proprie radici nella mancanza di condivisione, o meglio, nella mancata trasformazione dell’incontro in scambio, nell’instaurarsi di relazioni asettiche, ovvero prive del dinamismo del dare e ricevere di cui devono nutrirsi le relazioni per raggiungere una dimensione emozionale.

Al cospetto di questo termine di per se portatore ed intriso di un senso di angoscia si origina una associazione mentale frequente e quasi spontanea che lega a doppio nodo solitudine e anzianità seppure, in realtà, l’espansione di questo aspetto umano investe un quadro intergenerazionale: vive una dimensione di solitudine chiunque sia al di fuori dell’interfaccia dare-ricevere in qualsiasi contesto esprimendo, all’interno di esso, un ruolo passivo privo di interrelazione e di interlocuzione.

Ma, se concentriamo l’attenzione sull’età anziana emerge un quadro di sintesi di tale fenomeno che sostanzia quanto fino ad ora sostenuto nella perdita di un ruolo attivo all’interno del contesto e nella marginalizzazione delle potenzialità relative alla sfera del dare.

Infatti, se solo si costruissero contesti capaci di promuovere e stimolare il trasferimento di saperi e di competenze, formali ed informali, si darebbe origine ad un processo di restituzione di un senso di utilità sociale riconducendo le dinamiche nell’alveo delle relazioni emozionali.

Nel processo di trasferimento (dare) è insito il ricevere, fosse anche solo in termini di gratificazione derivante dal sentirsi parte attiva all’interno di un contesto.

E’ come dire che vivere in una situazione è diverso dal vivere una situazione.

E ad una malattia sociale non si può che rispondere con azioni sociali capaci di scardinare le origini del male stesso: creare luoghi, spazi, dinamiche che favoriscono l’incontro, la socializzazione, la condivisione, lo scambio reciproco, la produzione di relazioni emozionali pare essere l’unica via per combattere la battaglia contro la solitudine.

Concludo con una breve carrellata di fotografie immateriali che vanno dalla signora anziana che insegna ai più giovani come si fa la pasta fresca, al signore in età avanzata che insieme ad un bambino aggiusta la bicicletta o un giocattolo rotto, alla narrazione di vecchi giochi dei quali si è persa memoria che, con un pezzo di legno e un pizzico di esperienza possono anche prendere corpo restituendo dignità al materiale tenendo da parte, anche se per poco, tutto ciò che è virtuale e digitale.

L’incontro e l’incrocio intergenerazionale producono sempre ricchezza sociale!

Basta creare le condizioni.

«Aiutato dalla fede»

Great, nigeriano, cattolico convinto

«Un anno di prigionia in Libia, picchiato perché cristiano, ma salvato da due musulmani. Sono fuggito dal mio Paese perseguitato da un maleficio che ha ucciso mio padre. Prego Gesù, non posso credere ai sortilegi. Oggi, grazie a Costruiamo Insieme faccio un corso di formazione, ho un sogno…»

«Alle 16 devo andare in chiesa, ho la bici qua fuori, devo correre come un razzo!». Le manone, sottili, giunte, come se anticipasse la preghiera. «La chiesa è a cinque minuti da qui, se non trovo traffico…». Great, nigeriano, cristiano, sfiora i diciotto anni, in Italia dallo scorso gennaio. Parla inglese, frequenta un corso di formazione, vorrebbe diventare uno chef di grido.

La sua fuga ha una storia singolare, simile a un paio di quelle raccontate da suoi connazionali che, evidentemente, subiscono influenze esoteriche. I giovani che oggi dispongono di internet, si aggiornano, si informano, credono sempre meno alle storie che una volta circolavano fra i loro padri. Lo stesso papà di Great, a sua volta, è stato vittima di questa credenza popolare. «E’ stato colpito da un maleficio, l’ho perso in breve tempo: non per una malattia, ma a causa di un sortilegio». Evidentemente anche lui deve completare il percorso formativo, relazionarsi a qualcuno che gli spieghi cosa rappresentino quei rituali. Roba superata, l’unico danno che possano provocare è il condizionamento, fare danni al carattere, all’autostima. Tutto, però, dovuto a vecchi insegnamenti, alla mancanza di una base di studio. Great, comunque, è una voce fuori dal coro. E’ fuggito, braccato dalla gente del posto che, una volta morto suo padre, lui continuasse a fare da stregone. «Papà, in fin di vita – racconta Great – comprese che quanto aveva fatto era di sicuro discutibile: facendo filtri, sortilegi, si era salvato ma non voleva che anche io facessi la sua stessa strada; sono cristiano, non credo a malefici e cose simili, così papà mi suggerì che l’unico sistema per salvarmi la vita fosse scappare. E alla svelta…».

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«SALVATI FIGLIO MIO, FINCHE’ SEI IN TEMPO!»  

E Great, a malincuore, segue il consiglio paterno. «A casa ho lasciato mamma e una sorellina, ci teniamo in contatto, ma il distacco è stato terribile: ho dovuto maturare in fretta, seguire i consigli di qualche amico che aveva letto su internet o, a sua volta, sentito da amici di amici, cosa fosse giusto fare». «In Libia! Devi andare in Libia! Non c’è verso, lì c’è lavoro, vedrai che qualcosa trovi da fare». Gli amici, però, non avevano fatto i conti con la forte fede cristiana di Great. «Una volta arrivato lì, i militari mi hanno acciuffato e sbattuto in carcere, pane e acqua: la prima domanda che mi hanno rivolto riguardava il denaro, se ne avessi avuto per loro; solo pagando mi avrebbero restituito la libertà». Denaro non ne aveva, così per il ragazzo nigeriano sconta il carcere, duro. Un trattamento non proprio garbato. Come gli altri malcapitati, mangia poco e male, incassa spintoni, botte senza motivo.

Non trova lavoro e viene trattato così. «Gran parte dei libici sono di fede musulmana, non vedono di buon occhio i cristiani: ma non credo che il loro dio, Allah, nelle pagine del Corano indichi simili punizioni; diciamo che i miei carcerieri si professavano musulmani, ma a modo loro; resto prigioniero un anno e un mese, quando resto privo di forze: non ce la facevo più, fisico debilitato, dolori e ferite ovunque, sulle braccia, sulla testa, qui, con il calcio di un fucile…».

Mostra il capo, le ferite; le braccia, i gomiti. Debilitato crede di non farcela più. «Devo tutto a una guardia carceraria, da giorni mi osservava, vedeva che non reagivo più, me ne stavo in un angolo, aspettavo solo che mi spegnessi poco per volta: chiudevo gli occhi, invocavo Gesù Cristo; un giorno parlò con i suoi colleghi: “Questo soldi non ne ha, altrimenti li avrebbe già tirati fuori; ha pochi giorni di vita, se ci muore in carcere potremmo avere noie, aprirebbero inchieste: meglio liberarlo, consegnarlo a qualcuno che provi a prendersi cura di lui, ammesso che possa rimettersi in salute…”: fui consegnato a un altro uomo, musulmano anche lui, più disponibile rispetto agli altri, umano: evidentemente non sono tutti cattivi; fui curato, rimesso in piedi, le mie preghiere erano arrivate a destinazione, sul mio cammino avevo trovato due persone generose: la guardia carceraria e il mio soccorritore».

«LE MIE PREGHIERE VENGONO ASCOLTATE»   

Non è finita, le preghiere vengono udite “lassù”, come dice Great. «Il secondo uomo parla con amici, gente che organizza viaggi su imbarcazioni di fortuna. Non ho denaro, ma mi mettono comunque sul primo gommone in partenza da Tripoli con destinazione Italia». Il viaggio sta per finire. «Siamo una sessantina a bordo – ricorda il giovanotto pieno di fede – stretti uno all’altro, ma non mi importa, mi interessa solo allontanarmi da quell’anno di inferno: quindici ore in mare, fino a quando non ci avvista una nave mercantile spagnola, ci accolgono a bordo, il viaggio sembra sia finito, ma non è così. Devono proseguire, ma si mettono in contatto con una nave militare italiana che sta perlustrando quella zona di mare: finalmente saliamo a bordo, veniamo accompagnati sulle coste italiane».

Ora si guarda intorno, Great. «Grazie a “Costruiamo Insieme” sto facendo un corso a Noci, voglio diventare chef, sto imparando a cucinare italiano: sono determinato, dovessi anche fare altri sacrifici prima di arrivare ai fornelli, sono disposto a fare passaggi obbligati come fare il lavapiatti, il cameriere. Ma è la stanza dei “bottoni” il mio obiettivo principale!».

«Mistero della mente»

Michele Cassetta, tarantino, protagonista di “Flow”

«Alterno il lavoro alla mia passione: docente, autore, attore, spiego la medicina con Gianluca Petrella, miglior trombonista al mondo. Vado in scena, ignoro i rituali, studio il cervello che cambia forma, ostacolo formatori e motivatori, vi spiego perché»

Nei giorni scorsi, ospite allo Yachting Club di Taranto, Michele Cassetta, tarantino, professionista da trent’anni a Bologna, ha portato in scena lo spettacolo teatrale “Flow – La mente latente”. Produttore discografico, divulgatore scientifico, docente, autore e conduttore di programmi di informazione sanitaria in una tv regionale dell’Emilia Romagna, attore teatrale, si racconta per noi.

Quando hai sentito, forte, il richiamo dell’arte?

«Ho sempre ascoltato musica, sono stato produttore discografico con una mia etichetta, piccola, che vendeva esattamente il numero di copie che ognuno dei miei soci comprava. Battuta a parte, ho pubblicato il primo disco di Tullio Ferro, autore di alcuni dei testi di successo di Vasco Rossi, “Vita spericolata” per dirne uno: abbiamo venduto quanto Vasco? Neppure per idea. Sensibilmente qualcosa in meno, in compenso ci siamo divertiti molto.

In teatro porto la mia professione, la medicina, facendo divulgazione scientifica, spiego – accompagnato da Gianluca Petrella, musicista straordinario che “DownBeat”, rivista americana, ha considerato per tre anni consecutivi il miglior trombonista jazz al mondo; nello spettacolo parlo di come funzioniamo, come funziona il nostro cervello».

Come fai a dividerti fra professione e palcoscenico?

«Il lavoro è la mia vita, il teatro la mia passione. E quando sei animato da una passione, risorse e tempo li trovi sempre. Nella facoltà di Medicina dell’università di Bologna insegno comunicazione medico-paziente, materia affascinante: spiego ai colleghi, per esempio, come comunicare le cattive notizie e, sia chiaro, non solo quello; la Medicina è un mondo che mi entusiasma, affascina. Inoltre, da sei, sette anni, conduco un programma di informazione sanitaria su una tv regionale dell’Emilia Romagna; attraverso questa esperienza sono migliorato, ho conosciuto colleghi: la vita è fatta di relazioni che non possono che arricchirti, così il tempo lo trovi facilmente».Articolo Cassetta 01 - 1

Cosa ricavi dalle tue opere, i tuoi lavori.

«Insegnamenti dalle persone che mi circondano; dico qualcosa di impopolare: stiamo conoscendo in questo momento una deriva, fatta di formatori e motivatori che spiegano come tutti possiamo osare tutto; e, invece, non è proprio così: tutti possiamo fare il meglio che possiamo, che è molto diverso. Personalmente faccio tutta questa roba distaccandomi da questa tendenza, formazione e motivazione in primis, troppo generaliste; preferisco, invece, parlare di come funziona il cervello: ognuno di noi agisce inconsapevolmente in base a convinzioni che ha su se stesso, sugli altri, che non mette mai in discussione, perché quasi incapace di rivedere, ridiscutere quelle convinzioni che talvolta ci limitano. Tutto questo parte da uno studio: come funziona il nostro cervello, fatto di relazioni fra neuroni che sostengono comportamenti, ricordi e identità personali».

Fra teatro e jazz, la tua ultima rappresentazione è motivo di orgoglio.

«Ho dato tanto alla musica, soprattutto in termini economici – scherza Cassetta – quando suono il piano la gente intorno a me si dilegua; così ho rivisto il progetto, musica sì, ma eseguita da altri, e teatro: con Antonio Lovato, regista di “Flow – La mente latente”, e Petrella; godimento unico ascoltare Gianluca: quando sembra che io sia solo sul palco a parlare a settecento, ottocento persone, non vedo l’ora che lui suoni il suo trombone per ascoltare standogli accanto la sua musica. E’ appena tornato da un tour con Jovanotti, è lui ad aver curato gli arrangiamenti della sezione-fiati: come accade spesso, Petrella sta diventando famoso dopo un’incursione nella musica pop».

Altra passione, il calcio.

«La mia vita di tifoso del Taranto è legata a ricordi straordinari. L’ultima partita della squadra rossoblù in serie B, credo, nel ’92, a Ferrara, dove avevo anche uno studio medico. Un collega mi invitò a vedere Spal-Taranto, coda del campionato cadetto: noi già retrocessi da settimane, a loro bastava un punto per salvarsi. Bene, unica vittoria esterna dell’anno del Taranto, inguaiammo anche questi poveretti che, fortunatamente, oggi, sono vivi, vegeti e giocano in serie A. Per qualche tempo il collega “spallino” non mi rivolse parola».
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Artisti con i quali ti relazioni.

«Oltre ai già citati Ferro e Petrella, conosco anche Paolo Fresu, grande rapporto di amicizia, abitiamo a cinquecento metri uno dall’altro; a Bologna capita, poi, di incontrare molti artisti impegnati con la stessa agenzia con la quale lavoro, dunque incontro normalmente Maurizio Crozza, Fabio Fazio, Luciana Littizzetto».

Quando stai per andare in scena, un rituale.

«Rilassatissimo, il rituale è non avere rituali, parlo di “fesserie” fino all’ultimo secondo, poi salgo sul palco: è il bello di non essere attore. Condivido con il pubblico ciò che conosco bene: medicina, neuroscienza, sono estremamente rilassato con un sottofondo musicale continuo, esistono video che fanno capire quale sia il gusto musicale all’interno di questa rappresentazione, una bella atmosfera».

Come funziona il cervello rispetto gli Anni 70, 80, 90.

«Potrei dirti come lavora il cervello di un uomo e di una donna: centocinquanta anni fa si pensava che il cervello servisse per raffreddare il sangue; invece è profondamente diverso, oggi si scopre che è destinato a studiare se stesso; si pensava che il cervello arrivasse a una potenza massima a una certa età della nostra vita, invece si è scoperto che è neuroplastico, cambia continuamente connessioni e forma: è completamente diverso rispetto a dieci anni fa, aumenta connessioni, se accettiamo sfide nuove, facciamo nuove esperienze e ne aumentiamo le potenzialità; non dobbiamo fermarci, avere paura del futuro anche se imprevedibile: a torto, consideriamo fallimenti le cose che non ci riescono, se invece le considerassimo informazioni da utilizzare, forse la qualità della nostra vita cambierebbe in meglio».