Le madri del sabato

Giornata internazionale delle vittime di sparizioni forzate

In Turchia anche chiedere giustizia è reato.

In piazza Galatasaray a Istanbul da anni i manifestanti si ritrovano per chiedere verità e giustizia con in mano le foto dei parenti scomparsi. Lo hanno fatto ininterrottamente dal 1995 al 1999, quando i continui arresti li costrinsero a sospendere l’evento per dieci anni. Hanno ripreso nel 2009 e da allora non si sono mai fermati. Chiedono giustizia, di riavere indietro i corpi dei loro cari e l’apertura degli archivi di Stato.

Emine Ocak, fondatrice del movimento, ha 82 anni. Da 700 sabati si ritrova in piazza Galatasaray a Istanbul per chiedere conto dei figli rapiti dallo Stato turco e scomparsi, tra gli anni Ottanta e Novanta. Il volto di Emine è tornato sulle pagine dei giornali di tutto il mondo: la sua foto mentre veniva trascinata via dalla polizia, sabato scorso, è il simbolo di una nuova ondata repressiva del movimento.

Per la 700ma volta portava alta la fotografia  del figlio Hasan scomparso 23 anni fa, e ritrovato lo stesso anno, il 1995: il suo cadavere era pieno di segni di brutali torture. 

Come le »madri della Plaza de Mayo« a Buenos Aires in Argentina, conosciute internazionalmente, le manifestanti chiedono la verità sul destino dei loro parenti, l’accertamento dei responsabili e la punizione giuridica dei crimini.

Si stima che in Turchia siano 17.000 i civili, politici, giornalisti, attivisti per i diritti umani e sindacalisti “spariti” negli anni ‘90. I loro cadaveri vennero gettati in fosse comuni segrete all’interno di basi militari, ma anche in discariche o nei pozzi.

Nessuno ha mai risposto di questi crimini che continuano a reiterarsi, soprattutto nelle città e nei piccoli centri a maggioranza curda.

E un filo conduttore esiste: colui che negli anni novanta ricopriva l’incarico di Ministro degli interni, oggi è Presidente della Turchia e interlocutore politico dell’Italia quanto dell’Europa.

Nonostante il divieto imposto dal Governo, il movimento continuerà a scendere in piazza.

Lo scorso giovedì 30 agosto si è celebrata in tutto il mondo la Giornata delle vittime delle sparizioni forzate indetta nel 2010 dalle Nazioni Unite.

Metodo efficace per diffondere un clima di paura e terrore, secondo la definizione contenuta nell’articolo 2 della Convenzione Onu del 20 dicembre 2006, con il termine “sparizione forzata” si identifica “l’arresto, la detenzione, il sequestro e ogni altra forma di privazione della libertà condotta da agenti dello Stato o da persone o gruppi di persone che agiscono con l’autorizzazione, il sostegno o l’acquiescenza dello Stato”. Un sistema che implica anche “il silenzio riguardo la sorte o il luogo in cui si trovi la persona sparita”. Entrata in vigore nel dicembre 2010, la Convenzione è stata firmata da 97 Stati, 58 dei quali hanno anche proceduto a ratificarla.

Ne suggerisco la lettura.

https://www.ohchr.org/EN/HRBodies/CED/Pages/ConventionCED.aspx

«Ricomincia la corsa…»

John, Rex e altri connazionali, hanno incassato “negativo”

Nigeriani, arrivati in Italia a gennaio, si sono imbattuti nelle nuove norme volute dal Governo. «Dobbiamo rifare i documenti, senza il nuovo “codice fiscale numerico” non abbiamo accesso al mondo del lavoro, l’iscrizione a servizio sanitario e scuola. Quando tutto sembrava andare per il meglio, è ripresa la nostra corsa contro il tempo»

Negativo. Un aggettivo più pesante degli altri. Specie per quei ragazzi che fuggono dalle guerre, dalle persecuzioni etniche piuttosto che politiche, e dopo essere sbarcati dall’Africa in Europa cominciavano a guardare al proprio futuro con quel pizzico di ritrovata fiducia. Oggi esistono misure più ristrettive. Il nuovo ministro degli Interni, Matteo Salvini, ha posto nuovi paletti. L’extracomunitario sbarcato nel nostro Paese deve ripresentare la sua domanda e in caso di esito “negativo”, eventualmente rifare i documenti per ottenere il “codice fiscale numerico” e sperare che non ci siano altri scomodi intoppi burocratici. Secondo associazioni, le istituzioni fino ad oggi preposte all’attivazione di questo documento non saprebbero crearlo, né convertirlo, rendendo impossibile  a migliaia di ragazzi accesso al lavoro, all’iscrizione al servizio sanitario e nelle scuole.

In Nigeria non sanno cosa significhi la burocrazia, qualsiasi documento lo consegnano in giornata, è sufficiente rispettare le linee guida. Per chi dovesse schivare astutamente anche il più piccolo articolo di legge è previsto il carcere, senza appello alcuno. Lì, scritte minuscole che più minuscole non si può, postille e post scriptum, non esistono. Vai a spiegare a Rex e John che in Italia si vive anche, soprattutto, di norme. E quel che è peggio, di interpretazioni. Non fosse così dalle grandi industrie all’ultima società a conduzione familiare, giudici e avvocati non saprebbero di che vivere. Così i tribunali sono affollati di cause, piccole e grandi, stanze piene di carte e i computer pieni di file danno la sensazione che da un momento all’altro tutto possa esplodere.

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«LE MIE BRACCIA PER QUESTO PAESE!»

Rex, trentaquattro anni, nigeriano, fede cattolica, arrivato sette mesi fa in Italia, a Catania, pensava che il più fosse fatto. «Non avevo nulla da temere – spiega – la mia è stata una fuga per evitare dolorose persecuzioni, per me e la mia famiglia rimasta a casa; purtroppo lì non esiste, come dite voi, il contraddittorio, quella democrazia che permette di esprimere un giudizio su qualsiasi cosa, anche la cosa apparentemente più banale; il Paese è diviso fra gente con divisa e gente senza divisa: i primi hanno come una sensazione di onnipotenza, pensano, anzi sono arciconvinti, che la divisa che hanno addosso permetta ogni cosa; esiste una forte corruzione, la parola di un normale cittadino conta poco rispetto a quella di un militare, qualsiasi tipo di denuncia il più delle volte finisce in una bolla di sapone; piuttosto, se ti sei opposto a tentativi di estorsione, sei stato minacciato e non ne puoi più di essere spremuto come un limone, c’è chi fa trapelare informazioni e lì comincia la fase più dolorosa, la persecuzione: vieni picchiato, bastonato, preso a calci; se non ti basta, minacciano anche i tuoi familiari, così l’unica soluzione per evitare di ritrovarti con una palla in una schiena arrivata da non si sa dove, è scappare, gambe in spalla: scappare a più non posso!».

E’ una giornata fatta di documenti custoditi in una busta trasparente. Rex, John e altri loro compagni, mentre c’è chi scatta qualche foto, quelle carte non le abbandonano un solo istante. Lasciate in auto. «Chiudi bene!», consigliano. Non possiamo dare quattro “mandate”, li rassicuriamo: è tutto a vista, possono consegnarsi sereni all’obiettivo. «Da gennaio in Italia – argomenta John, ventotto anni, anche lui nigeriano – non ho potuto iscrivermi a scuola, occorre il codice fiscale che possono darti solo una volta fatte altre domande: adesso quei documenti sono diventati altri ancora, così mi tocca fare tutto daccapo, con il nuovo anno scolastico alle porte: ero in procinto di iscrivermi, respinta della domanda, il “negativo” mi ha fatto fare marcia indietro; devo rifare tutto, perderò tempo prezioso che avrei voluto impiegare per fare i documenti per l’iscrizione a scuola».

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«NON POSSO ISCRIVERMI A SCUOLA»

Il desiderio di John. «Amo i banchi scolastici, fossi rimasto nel mio Paese, la Nigeria, avrei continuato a studiare nel liceo artistico, ero già a buon punto: volevo diventare un docente, avere tanti studenti a cui insegnare il valore della libertà, del rispetto». Quello che un brutto giorno è venuto a mancare proprio alla sua famiglia. «Mamma e zio morti ammazzati, per essersi ribellati a continue estorsioni e rapine: sarebbe toccato anche a me, figlio unico, se papà non mi avesse scosso e indicato che l’unica strada da prendere era quella della fuga».

Se non arriva in tempo il benestare, John rischia di perdere l’anno scolastico, lui che ama il profumo dei libri freschi di stampa. «E’ più forte di me – confessa – stavo cominciando ad accarezzare un sogno, finire il ciclo di studi in Italia e poi vedere sul da farsi: restare qui o se, conoscendo bene l’inglese, avrei potuto trasferirmi altrove, per insegnare, fare l’interprete: quando provo a spiegarmi a qualche amico italiano, cerco di fargli capire che il dolore di chiunque fugga da una zona dove esiste un qualsiasi conflitto, ti matura prima, ti fa crescere, tanto da risultare utile a tutti: conosciamo tre, quattro lingue, in un mondo che va aprendosi alla rete, a scambi culturali e commerciali, possiamo essere una risorsa, non un peso».

Ma la doccia fredda arriva quando meno te lo aspetti. «Con l’ingresso di Salvini nella politica attiva di questo Paese – riprende Rex – sapevamo che la nostra richiesta d’asilo avrebbe necessitato di più tempo: personalmente chiedo solo che mi sia data la possibilità di lavorare, mostrare che le mie braccia possano tornare utili a questo Paese che dal primo giorno si è dimostrato ospitale».

«Confronti fra culture»

Piero Romano, direttore dell’Orchestra Magna Grecia

«Alla radice di un rinnovamento culturale c’è lo studio: non c’è ricchezza senza rinnovamento». Venticinque anni di attività, fra gli ospiti: Michel Petrucciani, Chick Corea, Vladimir Askenazy, Christian Zimerman, Mischa Maisky, Katia e Marielle Labèque, Gonzalo Rubalcaba e tanti altri. «Pino Daniele l’ultimo tributo, ma che emozione il duetto di “Caruso” fra Lucio Dalla e Martinucci. Ora pensiamo all’indimenticato Luis Bacalov, dodici anni a Taranto, tanto che voleva comprare casa…»

Settembre 2018, l’Orchestra della Magna Grecia celebra venticinque anni di attività e successi. Non solo musica classica. Cartelloni invidiabili e spettatori che si fiondano da ogni parte dell’Italia e dall’estero, a Taranto, per assistere a un cartellone di concerti sempre importanti. Nella Città dei due mari e nella stessa Matera, città con la quale è stato creato un ponte culturale, in tempi non sospetti, il “MaTa”. Anche musica leggera che può coniugarsi con un’orchestra sinfonica. Testimoniato dal recente il successo di “Napule è”, progetto dedicato al grande Pino Daniele, nato lo scorso inverno e replicato anche nell’occasione estiva con risultati straordinari.

«E’ uno dei tanti progetti scaturiti all’interno dell’Orchestra della Magna Grecia impegnata nel valorizzare la musica popolare contemporanea e alla costante ricerca di quei cantautori italiani che possono essere espressi con suoni ed emozioni tipici di un’orchestra sinfonica; parlandone con Martino De Cesare e Maurizio Lomartire, abbiamo pensato di dedicare un programma musicale a Pino Daniele, una delle grandi voci del nostro Sud. Per una stranissima coincidenza, questo progetto si è allineato a una produzione cinematografica, il docufilm “Il tempo resterà” di Giorgio Verdelli. Abbiamo subito pensato di coinvolgere proprio Verdelli, autore e regista di fortunatissimi programmi Rai, all’interno di quello che stava diventando un progetto; una volta invitato, con nostra grande soddisfazione ha accettato di curare, coordinare e condurre le serate dedicate al cantautore napoletano. A dieci giorni dal debutto del tributo a Pino Daniele a Taranto, gradevolissima sorpresa: abbiamo appreso che il docufilm di Verdelli era stato premiato con il prestigioso Nastro d’Argento, qualcosa che tributava alla nostra iniziativa anche il beneficio di una promozione nazionale; proprio in virtù del riconoscimento tributato a “Il tempo resterà” abbiamo avuto una eco mediatica importante; invitati in un programma in diretta sulla Rai, abbiamo coinvolto artisti che hanno aderito entusiasticamente al tributo: Tony Esposito, Enzo Gragnaniello e il maestro Renato Serio; con il loro ingresso nel progetto, l’idea iniziale è diventata un grande evento».Foto articolo romano 01

L’Orchestra della Magna Grecia, la sintesi di venticinque anni fra nomi e progetti.

«Compito impegnativo, richiederebbe tanto, troppo tempo: mi limiterò a riassumere in breve un percorso iniziato cinque lustri fa. Potrei parlare di Michel Petrucciani, Chick Corea, Vladimir Askenazy, Christian Zimerman, Mischa Maisky, Katia e Marielle Labèque, Gonzalo Rubalcaba e tanti altri. Abbiamo avuto il privilegio non solo di ospitare, ma anche di affiancare a questi grandi artisti con il nostro gioiello: l’Orchestra della Magna Grecia; piccoli miracoli realizzabili solo con la collaborazione di tutti. Quelli appena elencati e tanti altri artisti, oggi rappresentano la nostra esperienza, la nostra memoria, la nostra forza, il nostro entusiasmo. Tutto ciò ha fatto in modo che l’Orchestra potesse capitalizzare queste esperienze rendendo più robusta la struttura dorsale di una grande istituzione – rappresentandola, ma soprattutto vivendola dall’interno posso assicurarlo a gran voce – diventata negli anni vanto di una città».

Passo indietro. Oltre alla musica classica, la celebrazione di grandi artisti italiani. Fra questi ultimi, Lucio Dalla.

«Abbiamo portato in scena le sue grandi canzoni, le sue grandi poesie musicali; una delle cose che porto nel cuore: la splendida “Caruso” cantata a due voci al teatro Orfeo di Taranto dallo stesso Lucio Dalla e Nicola Martinucci, tenore tarantino famoso in tutto il mondo: di quell’evento ricordo ancora una grande emozione.

Grande onore e soddisfazione, poi, umana e professionale, l’avere avuto per dodici anni in veste di direttore principale il grande maestro Luis Bacalov; pensate, il nostro territorio ha potuto vantare per così tanti anni la presenza di un artista di fama internazionale – premio Oscar per la colonna sonora de “Il postino” – che si è legato alla città di Taranto, l’ha vissuta: girando insieme per il Centro storico cittadino, mi aveva espresso il desiderio di comprare casa proprio lì, nel cuore della Città vecchia; ne abbiamo visitate di case, perché il maestro Bacalov aveva sinceramente espresso il desiderio di legarsi alla città di Taranto perfino attraverso un domicilio».
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Bacalov, grande compositore e direttore d’orchestra, pare che a breve l’Orchestra prevede un tributo.

«Nella prossima stagione è prevista una dedica, diciamo anche anche più di una; difficile, infatti, rappresentare Luis Bacalov in un’unica serata; ha fatto tanta musica, arrangiamenti per gruppi rock, New Trolls, Osanna e Rovescio della Medaglia, musiche per bambini, una infinita serie di colonne sonore; la musica orchestrale, corale, che lui ha composto è stata un grande regalo al repertorio musicale internazionale. In questi dodici anni di attività a stretto contatto all’Orchestra della Magna Grecia ha insegnato tantissimo».

Lavoro estivo. Dietro le quinte, dietro la scrivania, qual è la sua modalità preferita?

«Mi piace relazionarmi con il nostro staff, sicuramente, ma preferisco il dialogo con rappresentanti le istituzioni e gli sponsor che sostengono i nostri progetti: spesso da un’idea può nascere un progetto; oggi avverto, forte, nuovo entusiasmo; da un lato, per esempio, “Matera 2019”, la città lucana nella quale l’Orchestra è di casa: siamo stati quelli, ante litteram, che per primi hanno creato un ponte culturale, appunto fra Matera e Taranto con il progetto “MaTa”; abbiamo messo in connessione le esperienze di due città che hanno grande vocazione culturale».

Un’anticipazione e una riflessione.

«Le anticipazioni ovviamente guardano sempre alla musica. Partono dalla tradizione e si rinnovano con una multidisciplinarietà che intendiamo portare sul palco, un tema che si rafforza di una crescita poliglotta, multilinguistica, oltre che, appunto, multidisciplinare: parlo di multilinguismo non a caso, ospite della cooperativa sociale “Costruiamo Insieme”. Per noi è stato importante aver studiato come altri abbiano influenzato, arricchito la nostra cultura; la faccio breve: vogliamo dimenticare gli studi sulla cultura africana svolti da Béla Bartok o quelli sulla cultura araba fatta dai nostri impressionisti? E’ sempre stato così, lo studio è alla radice di un rinnovamento culturale, non c’è ricchezza senza rinnovamento».

Porto di Catania

Un paradosso della storia. (Seconda parte)

Siamo felici che, in qualche modo, sia terminata l’odissea dei migranti bloccati sulla nave Diciotti. Particolarmente toccante è stata la vicenda delle quattro donne, vittime di violenza durante il lungo viaggio, che hanno rinunciato a sbarcare per non distaccarsi dai mariti. Ora, finalmente, sono tutti a terra e mi chiedo a chi e a cosa sia servita questa ennesima angheria.

Intanto, continuiamo con il viaggio nella storia cominciato ieri.

Finisce la terribile e annosa guerra corsara fra le due sponde del Mediterraneo, guerra di corsari musulmani e di corsari cristiani, finisce con la conquista di Algeri  nel  1830 da parte dei Francesi. Ma si apre anche da quella data, nel Maghreb, la piaga del colonialismo. E comincia, in quella prima metà dell’ 800, l’emigrazione italiana nel Maghreb. É prima un’emigrazione intellettuale e borghese, di fuorusciti politici, di professionisti, di imprenditori. Liberali, giacobini e carbonari, si rifugiano in Algeria e in Tunisia. Scrive Pietro Colletta nella sua Storia del reame di Napoli : “Erano quelli regni barbari i soli in questa età civile che dessero cortese rifugio ai fuoriusciti”(4). Dopo i falliti moti di Genova del 1834, in Tunisia approda una prima volta, nel 1836, Giuseppe Garibaldi, sotto il falso nome di Giuseppe Pane. Nel 1849 ancora si fa esule a Tunisi.

A Tunisi si era stabilita da tempo una nutrita colonia italiana di imprenditori, commercianti, banchieri ebrei provenienti dalla Toscana, da Livorno soprattutto, primo loro rifugio dopo la cacciata del 1492 dalla Spagna. Conviveva, la nostra comunità, insieme alla ricca borghesia europea, un misto di venti nazioni, ch s’era stanziata a Tunisi. Accanto alla borghesia, v’era poi tutto un proletariato italiano di lavoratori stagionali, pescatori di Palermo, di Trapani, di Lampedusa che soggiornavano per buona parte dell’anno sulle coste maghrebine.

Ma la grossa ondata migratoria di bracciantato italiano in Tunisia avvenne sul finire dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, con la crisi economica che colpì le nostre regioni meridionali. Si stabilirono questi emigranti sfuggiti alla miseria nei porti della Goletta, di Biserta, di Sousse, di Monastir, di Mahdia,  nelle campagne di Kelibia e di Capo Bon, nelle regioni minerarie di Sfax e di Gafsa. Nel 1911 le statistiche davano una presenza italiana di 90.000 unità. Anche sotto il protettorato francese, ratificato con il Trattato del Bardo del 1881, l’emigrazione di lavoratori italiani in Tunisia continuò sempre più massiccia. Ci furono vari episodi di naufragi, di perdite di vite umane nell’attraversamento del Canale di Sicilia su mezzi di fortuna. Gli emigrati già inseriti, al di là o al di sopra di ogni nazionalismo, erano organizzati in sindacati, società operaie, società di mutuo soccorso, patronati degli emigranti.  Nel 1914 giunge a Tunisi il socialista Andrea Costa, in quel momento vicepresidente della Camera. Visita le regioni dove vivevano le comunità italiane. Così dice ai rappresentanti dei lavoratori: “Ho percorso la Tunisia da un capo all’altro; sono stato fra i minatori del Sud e fra gli sterratori delle nascenti, e ne ho ricavato il convincimento che i nostri governanti si disonorano nella propria viltà, abbandonandovi pecorinamente alla vostra sorte” .

La fine degli anni Sessanta del 1900 segna la data fatidica dell’inversione di rotta della corrente migratoria nel Canale di Sicilia, dell’inizio di una storia parallela, speculare a quella nostra. A partire dal 1968 sono tunisini, algerini, marocchini che approdano sulle nostre coste. Approdano soprattutto in Sicilia,  a Trapani, si stanziano a Mazara del Vallo, il porto dove erano approdati i loro antenati musulmani per la conquista della Sicilia. A Mazara, una comunità di 5.000 tunisini riempie i vuoti, nella pesca, nell’edilizia, nell’agricoltura, che l’emigrazione italiana, soprattutto meridionale, aveva lasciato. Questa prima emigrazione maghrebina nel nostro Paese coincide con lo scoppio di quella che fu chiamata la quarta guerra punica, la “guerra” del pesce, il contrasto vale a dire fra gli armatori siciliani, che con i loro pescherecci sconfinavano  nelle acque territoriali nord-africane, contrasto con le autorità tunisine e libiche. In questi conflitti, quelli che ne pagavano le conseguenze erano gli immigrati arabi imbarcati sui pescherecci siciliani. Sull’emigrazione maghrebina in Sicilia dal 1968 in poi,  il sociologo di Mazara Antonino Cusumano ha pubblicato un libro dal titolo Il ritorno infelice.(5)

È passato quasi mezzo secolo dall’inizio di questo fenomeno migratorio in Italia. Da allora e fino ad oggi le cronache  ci dicono delle tragedie quotidiane che si consumano nel Canale di Sicilia. Ci dicono di una immane risacca che lascia su scogli e spiagge corpi senza vita. Ci dicono di tanti naufragi. E ci vengono allora  in mente i versi di Morte per acqua di T.S. Eliot :

 

Phlebas il Fenicio, da quindici giorni morto,

dimenticò il grido dei gabbiani, e il profondo gonfiarsi del mare

e il profitto e la perdita.

Una corrente sottomarina

spolpò le sue ossa in sussurri. (6)

(Vincenzo Consolo)

 

 Note:

4) Storia del Reame di Napoli dal 1734 al 1825– pag. 890 Rizzoli 1967

5) Il ritorno infelice di Antonino Cusumano –   Sellerio 1976

6Poesie di T.S. Eliot -pag. 79 – Ugo Guanda 195

Porto di Catania

Un paradosso della storia. (Prima parte)

All’immagine della nave Diociotti ferma nel porto di Catania da giorni con 177 migranti a bordo ai quali viene impedito lo sbarco non voglio farmi risucchiare dal vortice delle polemiche, delle prese di posizione, degli appelli che arrivano da ogni parte e trovano spazio sui media di ogni tipologia.

Al contrario, proprio a partire dal fatto che la scena sia ambientata nel porto di Catania, quasi a rappresentare un paradosso storico, voglio proporvi una riflessione/breve ricostruzione storica del fenomeno delle migrazione prodotta qualche anno fa dal Professor Vincenzo Consolo, psichiatra, precursore della necessità del cambiamento in una società che cambia.

Vi auguro una buona lettura che, pur riportandoci indietro nel tempo, da una rappresentazione delle nostre origini.

In una notte di giugno dell’ 827, una piccola flotta di Musulmani (Arabi, Mesopotamici, Egiziani, Siriani, Libici, Maghrebini, Spagnoli), al comando del dotto giurista settantenne Asad Ibn al-Furàt, partita dalla fortezza di Susa, nella odierna Tunisia, emirato degli Aghlabiti, attraversato il braccio di mare di poco più di cento chilometri, sbarcava in un piccolo porto della Sicilia: Mazara (nella storia ci sono a volte sorprendenti incroci, ritorni: Mazar è un toponimo di origine punica lasciato nell’isola dai Cartaginesi). Da Mazara quindi partiva la conquista di tutta la Sicilia, dall’occidente fino all’oriente, fino alla bizantina e inespugnabile Siracusa, dove si concludeva dopo ben settantacinque anni. Si formò in Sicilia un emirato dipendente dal califfato di Bagdad. In Sicilia, dopo le depredazioni e le spoliazioni dei Romani, dopo l’estremo abbandono dei Bizantini, l’accentramento del potere nelle mani della Chiesa, dei monasteri, i Musulmani trovano una terra povera , desertica, se pure ricca di risorse. Ma con i Musulmani comincia per la Sicilia una sorta di rinascimento. L’isola viene divisa amministrativamente in tre Valli, rette dal Valì: Val di Mazara, Val Dèmone e Val di Noto; rifiorisce l’agricoltura grazie a nuove tecniche agricole, a nuovi sistemi di irrigazione, di ricerca e di convogliamento delle acque, all’introduzione di nuove colture (l’ulivo e la vite, il limone e l’arancio, il sommacco e il cotone…);  rifiorisce la pesca, specialmente quella del tonno, grazie alle ingegnose tecniche della tonnara; rifiorisce l’artigianato, il commercio, l’arte. Ma il miracolo più grande durante la dominazione musulmana è lo spirito di tolleranza, la convivenza tra popoli di cultura, di razza, di religione diverse. Questa tolleranza, questo sincretismo culturale erediteranno poi i Normanni, sotto i quali si realizza veramente la società ideale, quella società in cui ogni cultura, ogni etnia vive nel rispetto di quella degli altri. Di questa società arabo-normanna ci daranno testimonianza viaggiatori come Ibn Giubayr, Ibn Hawqal, il geografo Idrisi. E sul periodo musulmano non si può che rimandare alla Storia dei Musulmani di Sicilia, (1) scritta da un grande siciliano  dell’ 800, Michele Amari. Storia scritta, dice  Elio Vittorini, “con la seduzione del cuore” (2). E come non poteva non scrivere con quella “seduzione”, nato e cresciuto nella Palermo che ancora conservava nel suo tempo non poche vestigia, non poche tradizioni, non poca cultura araba ? Tante altre opere ha scritto poi Michele Amari sulla cultura musulmana. Per lui, nel suo esempio e per suo merito, si sono poi tradotti in Italia scrittori, memorialisti, poeti arabi classici.  Per lui e dopo di lui è venuta a formarsi in Italia la gloriosa scuola di arabisti o orientalisti che ha avuto eminenti figure come Levi Della Vida, Caetani, Nallino, Schiapparelli, Rizzitano, fino al grande Francesco Gabrieli, traduttore de Le mille e una notte (3).

Vogliamo ripartire da quel porticciolo siciliano che si chiama Mazara, in cui sbarcò la flotta musulmana di Asad Ibn al-Furàt, per dire di altri sbarchi, di siciliani  nel Maghreb e di maghrebini, e non solo, in Sicilia.

Prof. Vincenzo Consolo

Note:

1)    Storia dei Musulmani di Sicilia di Michele Amari – CT  Romeo Prampolini 1933

2)    I Musulmani in Sicilia  di Michele Amari a cura di Elio Vittorini -pag. 6 

      Bompiani 1942

3) Le mille e una notteEinaudi 1948