«Dalla parte dei più deboli…»

Emanuela Rossi, doppiatrice delle star di Hollywood

«Abbiamo realizzato un video per i piccoli pazienti dell’ospedale “Moscati” di Taranto. L’accoglienza, altro tema che ci sta a cuore». In teatro con “Bukurosh mio nipote”, dà la voce a Michelle Pfeiffer, Emma Thompson, Sissy Spacek, Rene Russo, Kim Basinger, Susan Sarandon. «Ma doppiare è più complicato, sei in una sala buia, da sola; anche se l’applauso sincero da platea e galleria è la migliore moneta con cui il pubblico ripaga il tuo impegno»

«Certo che siamo dalla parte delle fasce più deboli: ci è stato appena chiesto un intervento in video per sensibilizzare il pubblico a non perdere d’occhio un tema importante come quello dei piccoli pazienti del reparto di Pediatria dell’ospedale “Moscati” di Taranto; l’accoglienza, poi, anche questo è un tema che ci sta particolarmente a cuore, e non solo perché con mio marito portiamo in scena – con una media di duecento repliche per ciascuna edizione – la divertente storia di una coppia di coniugi albanesi che si interfaccia con la vita di tutti i giorni…».

“Bukurosh mio nipote”, è questa la commedia nella quale Emanuela Rossi, attrice, doppiatrice, direttore del doppiaggio, è protagonista insieme con il marito, Francesco Pannofino, altra voce fra le più note del panorama cinematografico. In famiglia, insomma, non c’è da annoiarsi. Nemmeno a colazione. Anche in quell’occasione, con sfumature diverse, si incrociano le voci doppiate per il grande schermo di Michelle Pfeiffer, Emma Thompson, Sissy Spacek, Rene Russo, Kim Basinger, Susan Sarandon e tante altre ancora. Da parte sua, Pannofino risponde con gli accenti, ora accomodanti, talvolta ruvidi, di George Clooney, Denzel Washington, Mickey Rourke, Wesley Snipes, Antonio Banderas.

«Ma non mi chieda qual è il rapporto sulla scena con mio marito, non sarebbe originale…». Scherza Emanuela Rossi, si smarca dalla domanda meno spiazzante che le pongono ad ogni occasione ufficiale. «Può essere, comunque, considerato anche l’unico modo per vedersi… anche se nel momento in cui andiamo in scena siamo due colleghi normali, cerchiamo di rispettarci e lavorare in armonia, come faremmo con qualsiasi altro partner di scena; il lato positivo, comunque c’è: ci conosciamo talmente bene che riusciamo a recitare quasi ad occhi chiusi e questo sulla scena si nota…».

E quando siete in viaggio, insistiamo su colazione, ma anche pranzo e cena, capita che ripassiate meglio una scena.

«E’ un esercizio che facciamo anche con il resto degli attori della compagnia; poi quando fai teatro, il personaggio ti resta comunque addosso; ma è anche il bello della diretta: non dare ripetitività alle cose che fai all’interno dello stesso lavoro; la sera, magari, ti vengono idee nuove, interpreti una battuta in modo diverso».

Trecento repliche fra prima e seconda commedia dei “suoceri albanesi”. 

«L’autore, Gianni Clementi, ha avuto la brillante idea di portare in scena una storia dei giorni nostri nella quale il pubblico si riconosce; a fine commedia, quando vengono a trovarci in camerino, scatta il complimento: “…ci sembrava di stare a spiare in salotto, ad assistere a quello che accade fra le mura domestiche fra i suoceri albanesi».I Giorni ROSSI 02 - 1Un complimento che accetta volentieri.

«L’applauso finale, quando hai netta la sensazione che quella manifestazione di affetto, riconoscenza, è sentita, dunque non di circostanza; poi il teatro è bello, stando sulle tavole avverti una sorta di “canale di trasmissione”: ti accorgi che il pubblico è lì, ti ascolta, si diverte, crea complicità, ed è questa la cosa più importante, oltre al fatto – scherza  – non ci sia troppa tosse, primo sensore del disagio: per fortuna a noi non è capitato, ancora…».

Completato questo secondo segmento di repliche, i programmi di Emanuela Rossi. 

«Resterò a Roma, a seguire i miei turni di doppiaggio, direzioni comprese; ho iniziato da bambina con “Pippi Calzelunghe”, Michelle Pfeiffer, Emma Thompson, Kate Blanchett, insomma torno a casa, al mio primo amore. Sicuramente il teatro dà tanta soddisfazione, ma stare lontano da casa è anche molto faticoso; progetti teatrali: si parlava di un terzo episodio della fortunata serie de “ I suoceri albanesi”, bissato, appunto, da “Bukorosh mio nipote”, ma per il momento vogliamo fermarci, riflettere; personalmente sto considerando proposte che, stavolta, mi porterebbero a recitare senza mio marito Francesco…».

L’empatia con le attrici cui dà voce.

«Il mestiere è la nostra armatura, ma esistono situazioni, film e attrici, specie se non è il primo doppiaggio di una artista, in cui entri dentro al personaggio, ma anche nella loro professionalità, io che ho la fortuna di doppiare attrici con un passo di recitazione superiore alla media di altre loro colleghe americane; quando doppi devi osservare il movimento delle labbra, andare a “sync”, ma ciò che esprime il sentimento sono gli occhi e lì hai la sensazione di trovarti davanti a grandi interpreti».

L’arte recitativa a teatro, invece.

«Immedesimazione, gestualità, il fatto di esserci, essere generoso, lasciarti andare, provare a donare al pubblico – attraverso il personaggio che tu stai interpretando – delle emozioni…».

Più difficile teatro o doppiaggio?

«In teatro sei aiutato dal tuo compagno, che è lì, con lui hai creato una sinergia; il doppiaggio lo fai in una stanza chiusa, asettica, al buio, davanti il leggio, segui le tue battute con l’originale in cuffia: sei lì da sola, se fai scene in cui sta facendo l’amore, corre, piange, non sei che aiutata dalla concentrazione e dalla tua forza di volontà, così anche la tecnica diventa importante: dare questa illusione, creare questo “trucco” perché la gente pensi sia proprio lei in quel momento a recitare, è molto impegnativo, ma anche gratificante».

«Dissetiamo l’Africa!”»

Bob Dylan lancia un appello

«La mancanza di acqua potabile aumenta il rischio di contrarre le malattie della povertà – dice il padre dei cantautori  – niente acqua significa anche suolo arido; suolo arido significa niente raccolti e niente da mangiare; quindi migrazione». E che almeno stavolta non siano “Blowin’ in the wind”, parole al vento. Juanuaria Piromallo in un suo articolo scrive che il quasi ottantenne artista intende «organizzare un grande evento benefico dedicato ai bambini in Africa. Un charity che coinvolga coscienze e portafogli per raccogliere fondi per l’emergenza idrica».

In campo le artiglierie pesanti della comunicazione. Un appello, ma anche un intervento propositivo, di quelli che sanno tanto di pazienza ai minimi storici, arriva dal grande Bob Dylan. “La mancanza di acqua potabile aumenta il rischio di contrarre le malattie della povertà – urla il grande Bob  – niente acqua significa anche suolo arido; suolo arido significa niente raccolti e niente da mangiare; quindi migrazione”. Il teorema, ripreso dal Fatto Quotidiano, che spiega la posizione del padre dei cantautori, è semplice: se gli si dà l’acqua diminuirebbero anche le immigrazioni. Nessuno lo ascolta, allora lancia un appello su Instagram: organizziamo un concerto per i bambini africani. “Io ci sto!”, fa sapere.

Dylan è un’icona della canzone di protesta, dunque, anche in questo caso, rievocando i “tempi belli” di “Blowin’ in the wind”, per intenderci. Parole al vento. Provate a chiedere a Francesco De Gregori, chi è Dylan. E’ stato la sua musa ispiratrice per decenni. Anche il suo modo di dire le cose è ispirato all’artista di Duluth, Stati Uniti.

«Non ho Bob Dylan fra i miei follower su Instagram – scrive Juanuaria Piromallo – e invidio Antonio Gallo, infallibile comunicatore per la Pirelli e sui social che con il Premio Nobel della Letteratura, leggenda vivente del rock, 2300 concerti in giro per il mondo, cantautore e compositore di poesie, chatta come fosse uno di noi; Bob, lo chiamo anche io per nome, vuole che Antonio gli dia una mano a organizzare un grande evento benefico dedicato ai bambini in Africa. Un charity che coinvolga coscienze e portafogli per raccogliere fondi per l’emergenza acqua».

Dylan va e viene dall’Africa subsahariana. Impossibile non trattenere il fiato davanti alle statistiche di World Vision International. Bere acqua non potabile provoca più morti di qualsiasi forma di violenza, inclusa la guerra. Ancora oggi  il 10% della popolazione mondiale (che equivale a 750 milioni, due volte la popolazione degli Stati Uniti più Canada e un pezzetto del Messico) non ha accesso all’acqua potabile, considerato uno dei diritti umani fondamentali. Non ha neanche il minimo indispensabile per garantire la propria sussistenza, per avere una vita dignitosa.

La mancanza di acqua potabile – in sostanza la posizione di Bob Dylan – aumenta il rischio di contrarre quelle che vengono chiamate malattie della povertà. Niente acqua significa anche suolo arido. Suolo arido significa niente raccolti e niente da mangiare. Quindi migrazione. Il teorema di Bob è semplice: se gli si dà l’acqua diminuirebbero anche le immigrazioni. Per procurarsi l’acqua per bere, spesso bisogna camminare quattro-cinque ore prima di arrivare alla fonte più vicina. Un compito che ricade, di solito, sulle bambine. Si stima che, in Africa, una ragazza su dieci non vada a scuola durante il periodo mestruale a causa della mancanza di acqua. Più della metà delle scuole primarie non ha acqua corrente  nei servizi igienici.

«Bob – continua Juanuaria Piromallo – consegna ad Antonio Gallo numeri da paura: la dissenteria uccide 842mila persone ogni anno, circa 2.300 persone ogni giorno. Eppure basterebbero pastiglie purificanti per l’acqua o costruire pompe d’acqua nei villaggi. Sono passati oltre 50 anni da quando Bob cantava how many ears must one man have before he can hear people cry?…how many deaths will it take till he knows that too many people have died?..The answer, my friend, is blowin’ in the wind…”». Parole al vento. “Blowin’ in the wind”, appunto.

Parole al vento, adesso Bob ha detto basta, ci pensa lui, perché  “The Times They Are A-Changin’” ( i tempi stanno cambiando) altro suo inno per la difesa dei diritti civili. Fra le papabili location del super evento Castel dell’Ovo di Napoli, l’unico al mondo costruito sull’acqua.

Per concludere, un esame di coscienza, una riflessione che tutti noi dovremmo fare almeno una volta al giorno. Pochi istanti, non di più. «Quanta strada deve fare un uomo prima di essere chiamato uomo?». Anche stavolta ha ragione il grande Bob. Sperando che almeno stavolta non siano “parole al vento”.

«Ciò che sognavo…»

Morena, l’esperienza a “Costruiamo Insieme”

Studi in psicologia, è passata dalla teoria alla pratica. «La diversità fa paura solo a chi non conosce.  Ai ragazzi africani insegno qualcosa, ma da loro imparo anche. Mai porsi condizioni mentali, complicano le relazioni umane. Faccio un lavoro che mi aiuta a crescere, anche sotto l’aspetto professionale» 

«La diversità, come quello che non conosciamo, fa paura: se solo riuscissimo ad affrontare con sensibilità ognuno di quelli che consideriamo, a torto, “problemi”, ce ne gioveremmo tutti». Morena, laureata in psicologia clinica, dallo scorso anno operatrice di “Costruiamo Insieme”, fa il punto della sua esperienza all’interno della cooperativa sociale che la porta quotidianamente al cospetto di realtà che meriterebbero più di una riflessione. Lei lo fa ad ogni occasione. «Faccio, né più né meno, quello per cui ho studiato: rivolgere la massima attenzione all’altro, a chi ci sta di fronte, chiede di essere ascoltato; il colore della pelle preoccupa solo chi ha preconcetti: prima di pronunciarsi su qualsiasi cosa, bisognerebbe approfondire, sempre; non accetto considerazioni tout-court, specie su un argomento delicato come quello dell’immigrazione».

Morena, ventinove anni, vive ad Adelfia, vicino Bari. Da marzo a settembre dello scorso anno si è occupata dei ragazzi ospiti dei Centri di accoglienza straordinaria di Bitonto e Modugno. Seguiva per loro conto le diverse pratiche, dal permesso di soggiorno al codice fiscale. Poi le strutture diventano troppo grandi e impegnative per ospitare poche decine di ragazzi. «Quando i due Centri sono stati chiusi – ricorda l’operatrice – molti di questi ragazzi hanno cominciato a preoccuparsi seriamente; come se stessero per compiere un secondo viaggio, dopo quello in mare, verso l’incognito: sarebbero stati trasferiti al CARA, il Centro di accoglienza richiedenti asilo; lì, da quello che so, esistono tensioni, gerarchie non scritte, episodi di bullismo e nonnismo; anche questo è stato motivo di riflessione per me: ragazzi che avevo conosciuto e manifestavano sensibilità e fragilità non comuni, rischiavano di finire in pasto ad elementi privi di scrupoli».Morena 01Quando si fa questo lavoro, con la giusta partecipazione, non si può restare insensibili a simili svolte. «Mi compenetravo in quello che stavano per affrontare, ragazzi fuggiti da guerre etniche e persecuzioni politiche, che ne avevano viste di tutti i colori, non avevano finito di fare esperienza; ci ripenso ancora, ai saluti, gli abbracci e l’augurarci “buona vita”; io che avrei dovuto avere il giusto equilibrio per gestire anche un doloroso addio, non riuscivo a non emozionarmi, a commuovermi».

Quando si parla di questi e altri episodi, Morena appare misurata. Inutile infilarsi nei meandri della politica, di slogan coniati più per impressionare che per aiutare a comprendere un fenomeno. «Non parlo dei politici, ma non inviterei chiunque a stare un giorno con noi, a farsi un’idea dei nostri ragazzi, del modo in cui si porgono, si muovono, in un contesto nuovo e talvolta ostile».

Un episodio che aiuta a comprendere. «A Modugno, la scorsa estate – ricorda l’operatrice – una di quelle giornate dal caldo insopportabile: ero in auto, quando riconobbi un ragazzo ospite del nostro Centro camminare per strada, sotto un sole cocente; accostai il mezzo, tirai giù il finestrino e gli dissi di salire, lo avrei accompagnato per quel tratto di strada che lo divideva dal Cas: risposta quasi imbarazzante la sua, “Sicura che posso sedermi?”; insomma, era così stupito che facessi una cosa che ritengo normalissima: avere un passaggio in auto, evidentemente, a lui, come ai suoi conterranei, era sembrata una cosa enorme: “Sicura che posso sedermi?”, ci rendiamo conto?».Torniamo al punto di partenza. «Colpa anche nostra – riprende Morena – evidentemente non siamo riusciti ad entrare perfettamente in relazione con i loro sentimenti; se pensano che a qualcuno “pesa” offrire loro un normale passaggio in auto, ma è solo un esempio, qualcosa non va a cominciare dal nostro modo di comunicare; non tutti gli italiani sono così, ma se i ragazzi – che in quanto a sensibilità non sono secondi a nessuno – avvertono forte la discriminazione, evidentemente a sbagliare siamo anche noi: mi ripeto, non dovremmo mai pronunciarci su quanto non conosciamo».Morena 04Chiaro il concetto. «Lo stesso atteggiamento, in molti, lo hanno nei confronti delle altre religioni, come se uno straniero dovesse pregare come meglio fa comodo a noi, incredibile solo il parlarne: fa paura quello che non conosciamo!». Morena, che i ragazzi hanno affettuosamente ribattezzato “Morella”, ha ripreso a parlare anche inglese. «Lo studiavo sui banchi di scuola – dice – con molti di loro, padroni della lingua, ho ripreso a masticare l’inglese, ma anche a parlare “nigeriano”». Pronuncia qualche frase – del tipo “Ciao, come stai?”, “Tutto bene, fratello?” – che un ragazzo nigeriano, accanto a noi, comprende tanto da lasciarsi andare ad un sorriso. I ragazzi e il loro modo di fare. «Non lo scopriamo oggi, ma i ragazzi africani sono solari, espansivi, la loro voglia di starti a stretto contatto fa parte della loro natura, quando si incontrano e parlano fra loro è un continuo gesticolare, spingersi, toccarsi: qui subentra il mio, il nostro di lavoro, far capire che nella nostra società, giusta o sbagliata che sia, esistono linee comportamentali che possono essere interpretate in modo non sempre condivisibile: se per strada fermi qualcuno con un “normale” strattone, rischi il litigio; un altro paio di maniche è, invece, rivolgersi a chiedere una indicazione con un “Mi scusi…”; una volta che hanno compreso certi limiti, che appartengono a un Paese, un modo di pensare, tutto fila liscio…».

Morena e il suo lavoro. «Non potevo chiedere di meglio – torna sulla sua esperienza di operatrice – sono passata dallo studio sui banchi dell’università a quelli della vita, a discutere sui comportamenti umani, non avevo ancora avuto occasione di passare – come si dice  – dalla teoria alla pratica: di questo sarò eternamente riconoscente a “Costruiamo Insieme”».

«Sea Watch, adottiamoli!»

Biagio Izzo, attore napoletano, dice la sua sull’immigrazione

«Il cuore di Napoli e una catena di solidarietà: cinquanta passeggeri in mare per tre settimane durante il Natale, ironia della sorte, quando tutti dovrebbero essere più buoni». Poi racconta la sua attività artistica. «Non mi ritengo un cabarettista. Dai matrimoni alle feste patronali, fino alla tv, infine il cinema. Il pubblico rimpiangerà i “cinepanettoni”»IZZO 01«La Sea Watch, in mare tre settimane durante le feste natalizie, è il manifesto della bontà dei napoletani e della gente del Sud, da queste parti abbiamo più cuore, non si scappa. E non se ne abbiano a male gli amici del Nord…». Biagio Izzo, ospite della Stagione teatrale “Angela Casavola” sostenuta da “Costruiamo Insieme”, dice la sua su immigrati e accoglienza. «Avete visto, sentito quanta gente si è fatta avanti per adottare, accogliere quei ragazzi africani che nel cuore avevano più di una speranza?», riprende il protagonista della commedia “I fiori di latte”, «un’azione commovente e senza fine: noi siamo fatti così, se vediamo uno che si dibatte in mare e non sappiamo nuotare, a costo della vita ci lanciamo al salvataggio: sapeste quanta gente ogni giorno compie atti di coraggio e nessuno sa niente; i politici, sia chiaro, fanno il loro mestiere, ma non si può impedire alla gente di fare quello che sente: e qui, a Sud, l’umanità si produce in quantità industriale!».

L’attore comico, famoso per film di successo e numerose ospitate sulla tv ad alti indici d’ascolto,  al teatro Orfeo di Taranto ha raccolto il meritato successo. Commedia divertente, “I fiori di latte” pone subito un interrogativo etico: realizzare latticini con prodotti testati biologicamente, oppure denunciare un fusto sospetto in quella “Terra dei fuochi” che tanto male ha fatto alla Napoli per bene.

All’interno di questo lavoro, uno spazio per i monologhi nei quali Izzo è maestro. «Questi li richiede il pubblico – confessa l’attore napoletano – non riesco a smarcarmi da alcuni miei cavalli di battaglia: “Il Natale”, “Il figlio maschio”, “Il filmino del matrimonio”…». Del resto, ammette lo stesso attore, viene da lì. «Da atmosfere familiari agli inizi della mia carriera: matrimoni, compleanni, cresime, comunioni, battesimi, feste patronali; facevo di tutto, stabilivo un rapporto di grande affetto con tutti: era il bello di anni spensierati, condivisi con Ciro Maggio, l’altra metà del duo Bibì e Cocò; è così che all’interno de “I fiori di latte”, ci ho messo una di quelle parentesi comiche alle quali anche io sono molto legato».IZZO 03TEATRO, RAPPORTO FISICO, CINEMA E TV LA POPOLARITA’

Differenze e similitudini fra teatro, cinema e tv. «Non è semplice spiegarlo, discipline simili ma non uguali: chiaro, devi avere la vocazione, ma la differenza esiste. Quando fai cinema, sul set una scena puoi ripeterla fino a quando uno dei ciak non convince il regista; la tv, non la cerco costantemente: certo, dà popolarità e non finirò mai di essere grato a uno strumento di comunicazione così importante, ma detto questo, il piccolo schermo lo vedo freddo, distaccato; faccio, se possibile, le trasmissioni che più mi divertono; il pubblico si accorge subito se in una cosa ci metti passione: ripeto, non sono un “televisivo” convinto, anche se non nascondo che provo ammirazione per quanti fanno cabaret e in tre minuti infilano una gag dietro l’altra: non sono un “battutista”, mi ritengo più un attore comico che un cabarettista; mi vedo più a far rivivere situazioni, a interpretare a modo mio una scena, un copione, piuttosto che fare battute a raffica».

Dovesse ripercorrere la sua vita artistica. «Anni di Bibì (Biagio, ndr) e Cocò che non si dimenticano, anche se arriva un momento, in qualche modo inatteso, che ti fa riflettere se sia giusto o meno farsi schiaffeggiare l’anima da qualcuno che non ha rispetto più per l’uomo che l’attore; sia chiaro, è un episodio morto e sepolto, anche se ha segnato in modo significativo il mio percorso artistico. Mia figlia, quel preciso giorno, faceva la comunione, io avevo già assunto questo impegno, una delle tante feste familiari: non fui ripagato con il dovuto rispetto, quell’episodio fu l’occasione per ridisegnare il mio futuro; detto che ancora oggi non mi perdono l’aver disertato la comunione di mia figlia, quanto accadde in quella precisa occasione mi segnò non poco: storia vecchia, superata, una, dieci, cento volte…».

Abbandona momentaneamente l’attività di comico, ma resta nello spettacolo. «Dopo quel momentaccio, cominciai a fare il talent-scout: scovavo giovani artisti, condividevo questo fiuto per i nuovi talenti con Mimmo Esposito, mio socio; questo, fino a quando in uno studio televisivo della Rai, poco più di venti anni fa incontrai Gianni Boncompagni regista della trasmissione “Macao”, fu lui a convincermi a tornare sulle scene».

La tv era già arrivata, poi toccò al cinema. «Scrivevo e mandavo provini a tutti, fino a quando il grande Corrado mi ospitò nel suo programma televisivo “Ciao gente”, in onda nell’83 su Canale 5. La trasmissione andava in concomitanza con il Festival di Sanremo: presumo ci vedessero in pochi, fra questi un amico di mio zio, Gennaro Strazzullo, che aveva una piccola tv, Rete Sud: “Tuo nipote è sulla rete nazionale, mandalo da me, gli faccio fare delle cose, proviamo a lanciare definitivamente questo ragazzo che ha voglia di “fatica’”».IZZO 02DALLE TV PRIVATE AL CINEMA

Le “private”, poi il cinema. «Attori e registi importanti: Vincenzo Salemme, Neri Parenti, il compianto Carlo Vanzina, altri a seguire. Carlo lo rimpiangeremo a lungo, quelli etichettati come “cinepanettoni” nel tempo sono diventati dei “cult”, su Youtube milioni sono le visualizzazioni, io stesso sono molto “linkato”. Film leggeri che molti rimpiangeranno, perché se non li vedono al cinema, li vedono in tv, li rintracciano su internet e li scaricano sul cellulare; piccole opere, come fossero un gustoso piatto di pasta e fagioli: tutti ne vanno matti, ma quando entrano in un ristorante scelgono il sofisticato e spesso – non sempre, sia chiaro – restano delusi da pietanze insipide».

Una carriera già di successo, può darsi manchi ancora qualcosa. «Mi ritengo ampiamente soddisfatto. In buona sostanza mi sta chiedendo se ho “sogni nel cassetto”. Bene, se è questa la domanda, sappi che il mio cassetto l’ho svuotato di tutti i sogni che avevo in mente, fondamentalmente due: fare l’attore e avere una compagnia teatrale tutta mia; faccio un lavoro che amo, mi riserva soddisfazioni continue, incontro gente, conoscenti, amici che hanno piacere di stare con me, cos’altro dovrei chiedere alla vita?».

Critiche e complimenti, quali fanno più male. «Va bene tutto, quando uno abbraccia questo mestiere mette in preventivo che non può essere simpatico a tutti, a qualcuno può anche risultare indifferente; fa parte dello spettacolo, ne ho viste tante: in camerino pacche sulle spalle, strette di mano, complimenti, poi una volta fuori dal teatro, arricciano il naso e ti riempiono di critiche: è lo spettacolo, fa parte del gioco».

«Una seconda famiglia»

Ismaila, ventuno anni, operatore di “Costruiamo Insieme”

«Ho realizzato un sogno: trovare lavoro in una struttura che fa accoglienza. Il dolore è una realtà che conosco bene, sono scappato dal Gambia, una politica inflessibile. Il viaggio in mare, una nave militare italiana, il porto di Taranto, finalmente a “casa”»

Ismaila, gambiano, ventuno anni, operatore di “Costruiamo Insieme”. «Primo sogno, realizzato», dice. «Trovare un lavoro in una struttura che si occupa di accoglienza non può che riempirmi di gioia: posso contare su un’autonomia economica e svolgere un’attività che mi porta a stretto contatto con realtà che conosco molto bene».

Non solo accoglienza, Ismaila si riferisce all’aspetto umano di storie diverse fra loro, ma molto simili. Ragazzi, come lui, fuggiti da un’Africa povera e arida di politiche democratiche. «Ci sono passato anch’io – ricorda – quando un brutto giorno, ancora giovanissimo, ho dovuto prendere una decisione: lasciare il Gambia, il mio Paese; brutto, perché mi aveva e mi stava riservando ancora dolore: non avevo più papà e mamma, ero diventato subito orfano, lì non c’è assistenza sanitaria, se non hai denaro puoi scordarti qualsiasi tipo di conforto medico».

Niente papà e mamma, pochi familiari. «Ho lasciato lì due miei fratelli, che sento ogni tanto; ci raccontiamo quanto ci accade, io dico della fortuna che ho avuto nell’aver guadagnato subito la stima della cooperativa per la quale oggi lavoro; loro mi raccontano dei sacrifici ai quali devono ancora sottoporsi per andare avanti e vivere una vita dignitosa: non è un bel vivere in Gambia, non è una novità sapere che lì si patisce un grave disagio, aspetto dovuto a una incertezza politica durata fino a poco tempo fa…». Non si sbilancia, Ismaila. In tutti questi anni il suo Paese è stato spettatore passivo di una corsa al potere. Prima un colpo di Stato, poi elezioni democratiche, non senza qualche colpo di coda. Oggi, dopo anni di sofferenza, è stato ristabilito il principio di democrazia.STORIE Articolo - 1UN GIORNO TORNERO’ AL MIO PAESE, FORSE…

«Un giorno tornerò a casa – confessa – ma non ora, in Italia sto bene, è un Paese accogliente, ho un ottimo rapporto con la gente del posto: quello che si dice in giro, l’intolleranza per esempio, in Italia non si avverte; mi ritengo fortunato, per essere arrivato qui, ospitato in un Centro di accoglienza straordinario, ed essermi subito inserito in società trovando un posto di lavoro che mi inorgoglisce».

La fuga di Ismaila. «Via dal Gambia, ho attraversato Senegal, Mali, Burkina e Niger, prima di arrivare in Libia». Il ventunenne gambiano ha stampata in mente la sua cartina geografica. Quella che possiamo osservare in un attimo, colorata, con tanto di confini, Ismaila l’ha vissuta sulla sua pelle. «Mi sono fermato in Libia – riprende – l’unico modo di mettere un po’ di soldi da parte per il viaggio era darsi da fare, mettersi sul mercato, trovare qualcuno che mi aiutasse a trovare lavoro: così ho trovato un impegno giornaliero, in campagna, sei ore al giorno, dalle 8 alle 14… lavoro sodo, sotto un sole che non perdona, ma è una condizione che si supera, basta non pensarci: il segreto sta nel rivolgere il pensiero a quello che un giorno sarebbe stato, una volta messi insieme i soldi per pagare il viaggio per l’Italia…».

Dunque, il tanto sospirato viaggio verso libertà, ma anche l’incognito. «Arrivare sulla sponda opposta all’Africa era comunque un passo avanti rispetto a giorni e giorni di sofferenza; avevo il denaro giusto per staccare il biglietto per l’Italia, una volta lì ne avrei parlato con connazionali e amici: restare o partire par altri Paesi; settantacinque persone su una imbarcazione: non sapevamo quanto sarebbe durato il viaggio, non era scontato che tutto andasse in fretta e bene; non sai mai quale sia il carattere del mare: partimmo con il batticuore, le onde facevano paura, ma per fortuna fu sufficiente un giorno di mare, ci venne incontro una nave militare italiana».STORIE Articolo - 2…QUI STO BENE, MI SENTO A CASA 

Ricorda come se fosse ieri. «L’equipaggio fece salire tutti noi a bordo: era l’ottobre del 2015, arrivammo direttamente al porto di Taranto, fui ospitato in una struttura del quartiere Salinella per un mese, poi passai a “Cavallotti”: parlavo inglese e mandinka, lingua che si parla in Gambia, ma anche in Guinea-Bissau e Senegal, mentre perfezionavo il mio italiano; fu così che da “Costruiamo Insieme” mi chiesero se mi avesse fatto piacere impegnarmi per i ragazzi in arrivo dall’Africa; sarà stato il carattere, il mio essere gioviale, anche nei momenti più critici, ad aver convinto chi mi ha offerto un’occasione che non mi sono lasciato sfuggire».

Infine un pensiero rivolto ai due fratelli rimasti in Gambia. «Loro due sono la mia famiglia, ormai: non ho più papà e mamma, scomparsi giovanissimi; la domanda che mi rivolgono più spesso è su come mi trovo in Italia e se un giorno potrei tornare a casa; sempre uguali le mie risposte: ho nostalgia di loro, del mio Paese, ma in Italia sto bene, un giorno forse tornerò, chi può dirlo». Indipendentemente da quello che sentiamo e leggiamo in questi mesi, l’Italia è un Paese ospitale. «Non ho mai subito gesti di insofferenza, non c’è tutta quell’intolleranza di cui si parla; poi ho trovato lavoro e, oggi, “Costruiamo Insieme” è la mia seconda famiglia».