«Le mie due famiglie…»

Haroon, pakistano, trentatré anni, operatore

«Moglie, tre figli, ho realizzato il mio futuro con “Costruiamo Insieme», dice “cavallo veloce”. «A diciannove anni, prima a Dubai poi in Libia, come tecnico di sistemi di allarme; tornato a casa, ho conseguito un titolo di studio, l’equivalente fra geometra e ingegnere… Nel 2016 l’occasione della mia vita con la cooperativa».

«Mi sento in famiglia e io, che di famiglia ne ho già una, so bene di cosa parlo…». Haroon, “cavallo veloce” nella sua lingua, pakistano di trentatré anni, ha chiaro il concetto. Da due anni e mezzo, operatore di “Costruiamo Insieme”, infatti sa perfettamente di cosa parla. «Grazie alla cooperativa ho potuto pensare a realizzare il mio sogno, ho moglie e figli, guardo al futuro con più serenità». Parla e osserva con discrezione il suo orologio da polso, guarda l’ora. «Abito e lavoro a Martina Franca – spiega – i primi tempi qualcuno aveva una certa diffidenza nei confronti miei e della mia famiglia: ci vedeva come se fossimo invasori…». Ma Haroon è veloce, come se fosse un cavallo di razza. Ha studi, carattere e voglia di integrarsi. Ci mette davvero poco a farsi conoscere. «Accettare? Non è una bella cosa da dire, diciamo che sono riuscito ad allacciare i primi rapporti con quelli che avevano qualche riserva mentale nei miei confronti: qualcuno, più avanti, mi ha spiegato che una ventina di anni prima erano arrivati stranieri da altri Paesi, non dall’Africa, né dal mio Pakistan, e che quelle esperienze non le hanno mai considerarle positive…». HAROON articolo 01BASTA SAPERLO, MA PRIMA GLI EMIRATI…

Basta saperle le cose, informarsi, spiegarsi. Mostrare di avere voglia di stare sul territorio nel rispetto reciproco. «Non puoi pretendere siano gli altri a portarti rispetto – dice Haroon – se non sei tu il primo a mostrare la stessa disponibilità nei confronti del prossimo: ci ho messo poco, oggi ho un ottimo rapporto con la gente del posto, ho considerato il periodo di ambientamento come una cosa fisiologica, normale; io e mia moglie non siamo andati a vivere in un’altra città, ma in un altro Paese, dunque altra mentalità, altre abitudini, oggi mi sento italiano a pieno titolo…».

Mai pensare di sapere già tutto. «Mi impegnavo, apprendevo in qualsiasi Paese andassi, il mio obiettivo era imparare per poi tornare a casa, in Pakistan, e utilizzare gli studi per essere utile alla mia gente». Più o meno metà dei suoi trentatré anni, Haroon li ha impegnati in altre esperienze, sempre lontano da casa. «Da quasi quattro anni vivo in Italia, ho un lavoro grazie alla cooperativa “Costruiamo Insieme”, che non finirò mai di ringraziare per l’occasione che mi ha dato; oggi ho moglie e tre figli: primogenita femminuccia, gli altri due sono nati a Martina Franca; la mia signora fa l’estetista, mi dicono sia molto brava, lavora senza con questo trascurare i nostri figlioli».

Una storia, quella del giovane operatore pakistano cominciata più di qualche anno fa. Fissa ancora l’orologio, riprende il racconto. «A diciannove anni – prosegue – hai voglia di fare tutto e subito, mettere insieme un bagaglio di esperienza tale per poi tornare a casa; così mi trasferii a Dubai, negli Emirati Arabi, dove lavorai per quattro anni in un’azienda che si occupava di sistemi di allarme, un bel lavoro, anche se volevo studiare e crescere professionalmente. Tornai, dunque, in Pakistan e conseguii un titolo di studio equiparabile a un diploma fra geometra e ingegnere. Finiti gli studi, altra occasione di lavoro, sempre nell’impiantistica dei sistemi di allarme: stavolta in Libia, altri quattro anni, il governo di allora incoraggiava lo sviluppo, fino a quando non scoppiò la guerra civile e di colpo diventò tutto più complicato; difficile trovare di che sfamarsi, avevano dato alle fiamme l’aeroporto, distrutto buona parte delle vie di collegamento, non potevo più tornare indietro, cioè in Pakistan; unica soluzione: l’imbarco, sperare che oltre il Mediterraneo ci fosse un’altra occasione di lavoro; il lavoro, il mio chiodo fisso; non amo l’assistenza, le cose devo guadagnarmele con il sudore della fronte, il massimo impegno: sposato nel 2013, sentivo sulle mie spalle anche il peso della famiglia».HAROON articolo 02LA LIBIA, LA GUERRA CIVILE, L’ITALIA

Dunque, il viaggio. «Mi informai, c’era qualcuno che stava organizzando un viaggio per l’Italia, occorrevano soldi, misi mano a quelle poche risorse economiche rimaste e ci imbarcammo: eravamo in centoventi, più o meno famiglie siriane, pakistane… Dieci ore in mare, poi all’orizzonte una nave militare italiana; l’equipaggio ci prese a bordo e ci accompagnò all’hot spot di Taranto: fummo ospitati per qualche mese fra Martina e Taranto, infine il passaggio al Centro di accoglienza di “Costruiamo Insieme”, quando un bel giorno – come vuoi definirlo il giorno che imprime una svolta alla tua vita… – un mio connazionale mi presenta il presidente della cooperativa, Nicole Sansonetti; un colloquio, la sensazione di aver fatto una buona impressione e dall’ottobre del 2016 il mio lavoro da operatore; parlo diverse lingue: italiano, inglese e arabo le principali, poi pastum, urdu, panjab…».

Operatore, massima professionalità. Svelato lo sguardo ripetuto al suo orologio da polso. «Devo tornare a Martina, devo essere lì intorno alle 17; devo muovermi prima, metti che sulla strada mi imbattessi in qualche imprevisto». Professionale, Haroon, “cavallo veloce” ma prudente. «Una delle due famiglie mi attende, mi ritengo molto responsabile: affetto e stima puoi solo guadagnarteli con il massimo impegno, come operatore a “Costruiamo Insieme”; come marito e genitore fra le mura domestiche».

“Costruiamo”, protagonista a teatro

“Grease” all’Orfeo, una serata straordinaria

Un roll-up nel foyer, un palco per i nostri ragazzi, la menzione prima dello spettacolo, i selfie, gli applausi. Le interviste esclusive a Giulio Corso e Lucia Blanco, i due protagonisti del famoso musical. 

Prima dello spettacolo l’atmosfera è elettrizzante. I ragazzi di “Costruiamo Insieme” si sentono in qualche modo protagonisti della serata. Al teatro Orfeo di Taranto va in scena “Grease” (“Brillantina”), uno dei musical più fortunati di sempre. Trasversale a più generazioni, ma soprattutto uno spettacolo che ha avuto successo in tutto il mondo, a qualsiasi latitudine. Le vicende e le canzoni di Danny e Sandy sono note a tutti. Dunque, la partecipazione. Ma, attenzione, il protagonismo cui i nostri ragazzi cui alludono, è una serta che pare confezionata su misura. Nel foyer, cioè all’ingresso del teatro, c’è un roll-up, un manifesto che evidenzia “Costruiamo Insieme”. Accanto a questo, due belle signorine. Forniscono i programmi di sala. Sorriso smagliante, quando in teatro arrivano i ragazzi che la cooperativa ha indicato in settimana. C’è un turn-over concordato con Renato Forte, direttore artistico della Stagione teatrale promossa dall’associazione culturale “Angela Casavola”. Ad ogni spettacolo in cartellone, dalla segreteria vengono indicati i nomi di quanti sono interessati ad assistere a uno dei titoli in programma. E’ lì che scatta il selfie. Il palco a ridosso delle scene è sempre lo stesso. I ragazzi sorridono, le foto circolano sul gruppo whatsapp. C’è un principio di invidia in chi li legge, ma dura un istante. «La prossima volta», risponde qualcuno, «toccherà a me e ad altri fratelli». E’ così che va, questa esperienza è davvero entusiasmante. Poi c’è il presentatore, Forte, che introduce lo spettacolo ricordando l’impegno della cooperativa. RANCIA Articolo 1 - 1“COSTRUIAMO”, UN IMPEGNO DA APPLAUSI

«“Costruiamo Insieme” – dice il direttore artistico  – da tempo impegnata nel sociale, è una cooperativa nota non solo per l’attività di accoglienza di extracomunitari; in diverse occasioni, infatti, ha svolto opera di volontariato: operatori e collaboratori sono quotidianamente impegnati per le fasce più deboli, anche nell’assistenza anziani, quella dei disabili, collaborando con le istituzioni e svolgendo, con queste, opera di mediazione principalmente nelle relazioni con i richiedenti asilo; inoltre, oggi è anche impegnata anche in attività interessate all’agricoltura biologica».

Il presentatore prima di introdurre lo spettacolo, prosegue. «Per chi ancora non ne fosse al corrente, ricordiamo che “Costruiamo Insieme”, possiede un sito (www.costruiamoinsieme.eu ndr) e una web radio con la quale oggi svolge una puntuale informazione con cui, fra l’altro, affianca l’associazione “Angela Casavola”. Fra gli obiettivi di questa connessione fra associazioni, lo scambio interculturale attraverso il teatro. E’ per questo motivo che l’associazione culturale “Casavola” ha inteso invitare ad ogni occasione una rappresentanza di operatori e ospiti delle strutture gestite dalla cooperativa sociale “Costruiamo Insieme”». Parte l’applauso dalla platea.

GREASE, DANNY E SANDY, UNO SPETTACOLO

Si va a cominciare. “Grease”, è uno dei titoli di punta della produzione della Compagnia della Rancia. Il successo di uno spettacolo, come il musical, viene confermato dai dettagli. Giulio Corso e Lucia Blanco erano Danny e Sandy, interpretati al cinema da John Travolta e Olivia Newton-John. Con noi scambiano volentieri due battute.

Corso. «Il nostro è un “Grease” 2.0, rinnovato nel linguaggio – dice l’attore – se qualcuno ha tempo, andasse a informarsi sulle altre edizioni di questo musical: si accorgerà che nel tempo la favola di Danny e Sandy ha registrato evoluzioni; una storia scritta negli Anni 70, ma che raccontava gli Anni 50 americani: nelle intenzioni era indirizzata a quelle generazioni, se volevi darle ulteriore interesse la rilettura doveva essere fisiologica».

A proposito del paragone con il film. «Nel nostro “Grease” – riprende Corso – non ci sono macchine volanti, abbiamo però un’altra cosa che il grande o piccolo schermo che sia, non può dare: la magia del teatro, di quanto accade in quell’istante e non accadrà mai più da nessun’altra parte; così la nostra “brillantina” è storia, emozione: stavolta si entra nella psicologia, non solo in quella dei protagonisti; nel film i personaggi di contorno vengono sfiorati, trattati a colpi di flash, nel nostro musical ognuno di questi vive e racconta la sua storia».

Quando attaccano le canzoni più conosciute, il pubblico, giovane e meno giovane, si spella le mani. «E’ una sensazione straordinaria, come se il pubblico diventasse tuo complice e si facesse accompagnare per mano dove tu vuoi portarlo e cioè a canzoni rimaste nella storia del musical, che poi sono, fra le altre, “Sei perfetta per me” e “Restiamo insieme”: dal palco si avverte il “friccicore”, come dicono i romani, il pubblico aspetta a braccia aperte quel momento lì…».RANCIA Articolo 2 - 1MUSICAL, NON SI FINISCE MAI DI IMPARARE

Che lavoro è quello dell’attore, dell’attrice in un musical. «Non si finisce mai di imparare in questo mestiere – conclude Corso  –anche se il personaggio è sempre lo stesso non bisogna avere cali di concentrazione; l’approccio a questo lavoro, mi è stato insegnato, deve essere come lo studio universitario; mai sentirsi appagati, la troppa sicurezza gioca brutti scherzi; nonostante si sia quasi alla fine di questa edizione, proseguiamo nelle prove, lavoriamo sui dettagli, che poi è il segreto di questo lavoro: non si arriva alla perfezione, ma stai sul pezzo e il pubblico questo lo avverte».

Lucia Blanco, la sua Sandy. «Avevo la sensazione di sentirmi lontana da lei – spiega – quando invece, poco per volta, mi sono ritrovata nel personaggio: c’è voluto del tempo, ma alla fine è andata più che bene, suppongo». Sorride la Blanco. «Sono esuberante, ma Sandy mi ha accompagnata nel suo mondo: c’è voluto tempo, però ho scoperto poco per volta sensibilità, dolcezza del personaggio, scoprendo anche cose su di me che, evidentemente, tenevo nascoste da qualche parte».

Completato un ciclo di rappresentazioni di grande successo, il meritato riposo. «Chi fa questo lavoro non pensa mai alla pausa; sì la stanchezza, il riposo, ma si volta pagina, ci si prepara ai provini per le prossime rappresentazioni: certo, “Grease” sul mio curriculum sarà riportato a caratteri cubitali, come la mia esperienza con la Compagnia della Rancia cominciata una decina di anni fa; dunque, in attesa del prossimo musical, ti toccano sempre danza, recitazione, esercizi. E’ dura, ma non saprei fare a meno di questo lavoro».

UN LAVORO DI SQUADRA

Un lavoro di squadra, questo è anche un musical. «Deve funzionare tutto alla perfezione: comprimari e tecnici sono importanti quanto i personaggi principali; lo sono i macchinisti, gli addetti all’audio, alle luci; una canzone, in teatro, è fatta di mille componenti che devono funzionare insieme alla perfezione».

Anche la Blanco ha visto il film. «Ma lo hanno visto tutti, anche più di una volta! Qualcuno nelle interviste ti chiederà sempre se ti sei confrontata con l’opera con Travolta e la Newton-John, dunque devi esserne consapevole; detto questo, il musical italiano ha avuto come protagonista Lorella Cuccarini, che io amo, e non puoi sfuggire a un confronto a distanza; la soluzione sta nel rileggere il personaggio, Sandy, a modo tuo; io ci ho provato, penso di esserci riuscita; lo stesso Giulio, ha dato la sua impronta a Danny, personaggio iconico interpretato da John Travolta. Questa è la magia di un classico e, se permettete, del teatro».

«Forza Taranto!»

Una rappresentanza di “Costruiamo Insieme” allo “Iacovone”

«E’ stata una grande emozione», dicono i ragazzi che hanno assistito alla gara interna contro il Savoia. «E’ stata una bella esperienza. Abbiamo tifato con bandiere e cori, sarebbe stato un peccato se i rossoblù avessero interrotto la lunga serie positiva». Whatsapp e l’anteprima, il team calcistico della cooperativa e l’incoraggiamento del presidente.STADIO ARTICOLO 02 - 1«Goool!». La vittoria allo stadio “Iacovone” di Taranto arriva all’ultimo respiro. A tempo scaduto, quando sembra che il finale a reti inviolate sia stato già stato scritto. Un attaccante della squadra rossoblù, Croce, all’ultimo assalto alla porta avversaria si avventa sull’ultimo pallone giocabile e mette in rete, alle spalle dell’estremo difensore del Savoia. «Goool!».

I ragazzi di “Costruiamo Insieme”, invitati in tribuna ad assistere alla gara Taranto-Savoia liberano finalmente tutta la loro felicità. Esplodono di gioia, in ordine sparso: Sillah, Ismail, Mbalo, Bubacar, Allul, Abdou, Mbaye. Non sono gli unici ad urlare di gioia. Con loro, si uniscono ai cori: Diakite, Ove, Abraham, Zazou, Abdoul e Talikani. E’ la delegazione al completo di “Costruiamo Insieme”, ragazzi venuti da Gambia, Sudan, Senegal, Mali, Nigeria, Costa d’Avorio e Ghana.

«Quando è arrivato il novantesimo – confessa Sillah – abbiamo temuto che il Taranto interrompesse la sua serie positiva di vittorie: qualcuno avrebbe potuto dire che eravamo stati noi a portare sfortuna; nel calcio, lo so benissimo, esiste questo e altro: quando la vittoria non arriva i tifosi – e fra questi mi ci metto anche io  – si rifugiano nella scaramanzia e non sapendo a chi dare la colpa, prendono a prestito le situazioni più singolari: singolare, per esempio, era il fatto che noi stessimo lì, in quel momento: invece il Taranto, il nostro Taranto, perché abbiamo“il cuore rossoblù, bevime a’ birra Raffo e ninde cchiù”, non si è smentito: ha vinto e infilato l’ottava vittoria consecutiva!».
STADIO ARTICOLO 04 - 1UN CALCIO ANCHE ALLA SORTE…

Bella sensazione. «La squadra aveva giocato bene – racconta ancora Sillah, portavoce del gruppo e coordinatore della spedizione partita da “Cavallotti” – e sarebbe stata un’ingiustizia se non avesse vinto, perché fino a quel momento il Taranto aveva dominato: certo, gli avversari meritano rispetto, erano stati bravi a contenere gli assalti rossoblù, anche con qualche falletto in più, ma D’Agostino, faro del centrocampo, e i suoi compagni, nella ripresa hanno meritato il gol-vittoria!».

Il portavoce della cooperativa parla della gara come se fosse un opinionista consumato di una delle tante tv private. Lui stesso gioca al calcio, è uno dei punti di forza di “Costruiamo Insieme”, squadra che si sta facendo onore nel torneo disputato a Talsano. Parla del Taranto, ma pensa già, come fosse un professionista in una conferenza-stampa, al prossimo avversario, il Proficta Team. «Adesso dobbiamo concentrarci sul nostro torneo – dice – pensare a fare bene, chi non può seguirci vuole essere aggiornato con messaggi sul nostro gruppo: stiamo facendo ottime gare, incassiamo i complimenti degli avversari e dei nostri sostenitori – il più accanito è il nostro presidente, Nicole Sansonetti – che ci incoraggiano nonostante qualche colpo a vuoto, ma tutti sanno che l’impegno da parte nostra non manca mai».STADIO ARTICOLO 03 - 1LA VIGILIA SUL GRUPPO WHATSAPP

Il gruppo su whatsapp. La domenica ha un prologo. I ragazzi sabato sera mostrano già cartelli e bandiere che sventoleranno allo “Iacovone”. Sono entrati già in clima-gara. Colori inequivocabili, rosso e blu. Esiste solo una squadra nei loro cuori. Certo, c’è la nazionale del loro Paese, anche qualche team inglese o spagnolo, perché i ragazzi hanno il palato fino, ma il Taranto è il Taranto. Sul gruppo partono i cori, quelli che intonano in Curva Sud, cuore del tifo rossoblù. I ragazzi li conoscono ormai a memoria. Da quando sono a Taranto, lavorano o sono ospiti del Centro di accoglienza, hanno avuto modo di diventare amici di molti ragazzi e tifosi tarantini. Insieme allo stadio, in Curva, ad emozionarsi per una squadra che segue il sogno di una promozione nella serie superiore, in C, che poi è l’anticamera della tanto sospirata serie B.

«Un passo per volta – dicono i ragazzi – pensiamo prima a questo campionato, poi un pubblico così caloroso potrà spingere questi ragazzi anche in serie B, ma adesso niente distrazioni». Sono saggi i nostri ragazzi che scuotono la tribuna, dove il calcio è più ragionato che vissuto. Magari i ragazzi vorrebbero liberare cori, urla insieme con gli altri tifosi più appassionati. Così assistono alla gara Taranto-Savoia in modo composto. Ma quando arriva a tempo scaduto la rete di Croce, tutto l’aplomb va a farsi benedire. E allora, «Goool! Goool! Goool!». Abbracci, bandiere al vento e scritta in bella mostra. «Costruiamo Insieme è con voi – Forza Taranto!».

«Un sogno distrutto»

Brasile, un rogo provoca dieci morti nel Centro sportivo del Flamengo

Cercavano di smarcarsi dalla povertà. Felici di essere stati selezionati. Avevano in mente la storia di Ronaldinho, stella brasiliana per cui aveva tifato anche l’arcivescovo di Taranto, Filippo Santoro.

«Un dolore immenso!». Un sogno infranto. L’arcivescovo di Taranto, Filippo Santoro, non trova le parole. Il dolore, “immenso”, quello sì. Non potrebbe essere altrimenti. Una decina di ragazzi delle giovanili del Flamengo, la squadra più popolare del Brasile, ha perso la vita in un incendio sviluppatosi nel Centro sportivo nel quale ragazzi in età fra i quattordici e i diciassette anni, dormivano. Fa male per qualsiasi essere umano, qualsiasi creatura di Dio, figurarsi provare quel dolore immenso per dei ragazzi che accarezzavano un sogno, diventare bravi e famosi come Ronaldinho, fuoriclasse per il quale l’arcivescovo di Taranto aveva tifato ai tempi del Brasile. Quei dieci ragazzi non volevano fare altro che smarcarsi dalla povertà e fare dello sport nazionale un lavoro.

Dolore e vicenda, dunque, riconducono sua eccellenza indietro negli anni, nella sua Rio de Janeiro, vescovo di Petròpolis a partire dal 1996, quando aveva costante contatto con la gente povera, quella delle favelas. Calcio brasiliano in lutto. Un incendio in un Centro sportivo del Flamengo, dove si era allenato anche il milanista Lucas Paquetà, ha causato una strage di giovani calciatori. Tutti giovani giocatori del vivaio, riporta La Gazzetta dello Sport. Ci sono anche tre feriti, uno è molto grave. Il destino si è accanito ancora una volta sulla povertà, su un sogno. DOMENICALE - 1 copiaI ragazzi selezionati dal Flamengo, felici di comunicarlo a papà e mamma. Felici di non pesare su un esangue bilancio familiare per qualche mese, forse per tutta la vita. Perché se fosse andata bene – ma è andata male –   quel provino nelle giovanili del Flamengo  avrebbe forse generato benessere, un contratto milionario in Europa. E, invece, niente di tutto questo. Un corto circuito, durante la notte, fra fuoco e fiamme spazza via un sogno.

Volevano smarcarsi da una vita fatta di fame e stenti. Lì dove esistono regole e regole. Chi le accetta, chi le combatte. Chi porta la parola di Dio, nonostante qualcuno prova ad imporre il proprio credo a pallottole, come i trafficanti di droga. Sua eccellenza ce lo ha ricordato, la missione in Brasile non è stata una passeggiata di salute. «Durante una Processione delle Palme, in una favela, davanti a un bar, “padroni del traffico” ostentavano le pistole nella cintura: non ci pensai un attimo, mi staccai dalla processione, entrai nell’esercizio commerciale e invocai il rispetto per il Rito, per la Chiesa; quello che sembrava essere il “boss”, invitò gli spacconi a fare sparire le armi».

Non solo in Brasile. «Anche a Taranto mi è capitato di perdere la pazienza: avevo la sensazione che non tutti prestassero attenzione alla città; andai perfino a Roma per farmi sentire: viviamo nel dramma e la politica deve assicurare lavoro e salute». A proposito di migranti, l’arcivescovo Filippo Santoro non perde occasione. Rinnova l’appello al rispetto della preghiera e delle religioni. «E’ alla base della civiltà. La nostra parte l’abbiamo sempre fatta, abbiamo già invitato i musulmani a recitare il Padre nostro, che nella loro dottrina fa riferimento ad Abramo. La libertà più grande è proprio questa: accogliere e consentire agli altri di pregare il proprio Dio».

«Mi chiamano “mamma”!»

Federica, tarantina, operatore di “Costruiamo Insieme”

«Conoscere mondi diversi ha sempre esercitato grande fascino. Ragazzi straordinari, imparano le nostre regole, ma ci insegnano anche tanto. Prima avvertivano smarrimento, oggi si sono integrati»FEDERICA 01«Se amo questo lavoro? Da morire!». Due brevi frasi, espressioni tipiche di chi a Sud ha la passione e risponde senza un minimo dubbio. Due colpi, dritti al bersaglio. Federica, operatore all’interno di “Costruiamo insieme”, li lascia partire senza pensarci due volte.

Federica, tarantina, ha da poco messo piede negli “enta”. Per molti dei ragazzi ospiti del Centro di accoglienza curati dalla cooperativa sociale, lei è la “mamma”. «Come fossero dei neonati – dice – è una delle prime parole in italiano che imparano e io sono orgogliosa di aver guadagnato sul campo questa loro fiducia; per loro, “mamma” non significa solo “genitore”, anche se ne avvertono, e tanto anche, la mancanza: è, invece,  il massimo valore che possano attribuire a una persona con cui aprirsi liberamente. Ti vedono come qualcuno disposto ad ascoltarli in qualsiasi momento, qualcosa a cui aggrapparsi – lontani migliaia di chilometri da casa – per risolvere un problema, talvolta piccolo, ma ingigantito dall’informazione che per chi non conosce bene l’italiano inevitabilmente  assume contorni a prima vista preoccupanti».

Così scatta la domanda e solo “mamma” può rispondere. «Per loro ogni operatore di “Costruiamo”  è un qualcosa cui fare riferimento ad ogni occasione e noi siamo qui, disponibili a spiegare problemi ed eventuali soluzioni che questi richiedono». Ma ci sono anche i contrattempi, fare da tutore a volte complica le cose. «Basta comprendere che non sei tu l’oggetto del loro disappunto; certo, raccogli il loro sfogo, ma le cose basta spiegarle con calma e tutto diventa più semplice; i disappunti: documentazione, domande, richieste d’asilo, carta d’identità, codice fiscale, tanto per intendersi; per loro arrivare in Italia è stato come fare un salto nel buio, tante cose – la burocrazia in primis – non le conoscevano; adesso stanno prendendo una certa familiarità con le documentazioni varie; e se prima a manifestare disagio erano in dieci – faccio un esempio – adesso sono solo un paio, per giunta aiutati dai loro connazionali che spiegano l’iter con il sorriso di chi con il burocratese oggi ha una certa confidenza».FEDERICA 02INSEGNIAMO L’ITALIANO, IMPARIAMO LA TOLLERANZA

«Quando posso – prosegue Federica – aiuto ad aggiornare documentazioni varie, faccio da responsabile di segreteria, tengo brevi corsi di alfabetizzazione; quest’ultimo compito lo assolvo come fossi una insegnante in tutto e per tutto: vedere i ragazzi prendere appunti sui loro quaderni, seguirti e, a volte, precederti nelle risposte, è una grande soddisfazione; capisco cosa possa significare per una insegnante a tempo pieno vedere sotto i propri occhi il miracolo della scrittura, delle prime parole in italiano, la spiegazione da parte dello “studente” che dimostra quanto la lezione sia andata a buon fine».

Cosa raccontano i ragazzi ospiti del Centro di accoglienza a Federica. «Tanti episodi, ho la pelle d’oca solo a pensare ad alcuni episodi che mi hanno raccontato: ma la prima cosa che mi viene in mente è la mortificazione: quello che qualcuno di loro prova nel camminare per strada o viaggiare su un bus e sentirsi oggetto di cattiverie gratuite; frasi ingiuriose, che i ragazzi oggetto di battutacce fanno finta di non capire, perché anche questo è il nostro compito insegnare loro ad essere tolleranti, a non accettare provocazioni, a sorvolare; ma, diciamola tutta, gran parte dei tarantini hanno un buon rapporto con i ragazzi, ovunque c’è la cosiddetta voce fuori dal coro, ma basta isolarla, non pensarci».FEDERICA 03GLI SPIRITOSI SI CHIAMANO “MONELLI”

Tra gli ospiti, qualcuno stecca? «In percentuale bassissima, vogliamo chiamarlo “monello”? Quello che mette a dura prova la pazienza risiede in ogni famiglia “normale”, di solito è quello  disposto a polemizzare a qualsiasi costo. Succede, ma tutto è sotto controllo, così se uno eccede in “spiritosaggini”, viene subito contenuto. E sapete da chi? Dai loro stessi connazionali, ma anche dai miei stessi colleghi africani!».

Mosche bianche. «Gran parte è gente adorabile, non sa come sdebitarsi per le attenzioni nei loro confronti, che poi fanno parte del tuo lavoro, perché la nostra è una missione: non puoi fare questo lavoro per un certo numero di ore e per il resto della giornata parcheggiare la tua coscienza; così accade che ogni giorno, all’ora di pranzo qualcuno di loro ti inviti a sederti al suo tavolo, a mangiare; oppure al mattino o nel pomeriggio ti offra un caffè: non pensate mai alla consuetudine, questi ragazzi arrivano da un altro mondo ed è come se qualcuno gli avesse detto: “Bene, metà di tutto quello che avete imparato fino ad oggi mettetelo da parte, da adesso siete in un altro Paese e le regole sono cambiate!”. E’ dura e io e i miei colleghi di “Costruiamo Insieme” aiutiamo i ragazzi ad inserirsi nel nostro tessuto sociale».