«L’impegno, comunque»

Cochi Ponzoni, al teatro Orfeo di Taranto

«Una vita senza spendersi per qualcosa in cui si crede, sarebbe incompleta. Vivere per quanto si ama, per il prossimo, anche fare buon teatro è importante». Da “Emigranti” a “Quartet”, passando per il cabaret del “Derby”. «Jannacci, un fratello. Incoraggiati da Eco, Brera, Flaiano, Buzzati, Bianciardi e Fo. L’Avvocato smetteva di giocare a golf per guardarci in tv. “Bravo, 7+” diventò un tormentone scomodo…»

«La vita senza impegno sarebbe una vita incompleta, io ho provato a farlo – spero bene – in tutti questi anni; spendersi per una cosa che si ama, per il prossimo, anche con un’attività come il teatro – purché si faccia bene – è importante: io l’ho fatto e continuo a farlo, con il benestare del pubblico, s’intende, perché altrimenti senza di quello dove vai…».

Aurelio “Cochi” Ponzoni, in passato ha portato in scena anche “Emigranti”, uno dei tanti lavori impegnati. Famoso per aver fatto parte del duo più celebre del cabaret italiano. Con Renato Pozzetto, infatti, Ponzoni ha dato un grande contribuito alla storia del cabaret Anni 60 e 70 che si concretizzava al “Derby” di Milano. Ponzoni, dunque, si racconta per noi. La tv di un tempo, la sperimentazione che faceva centro, proprio del popolare duo, da “Quelli della domenica” nel pomeriggio a “Il poeta e il contadino” in serata.

Ponzoni in questi ultimi anni si è dedicato al teatro. Ultimo lavoro con il quale è ancora in scena: “Quartet”. Con lui, Giuseppe Pambieri, Paola Quattrini ed Erica Blanc. Ospiti insieme della Stagione teatrale dell’associazione “Angela Casavola” per la direzione artistica di Renato Forte (sponsor “Costruiamo Insieme”). Dalla tv al cinema, poi la scelta definitiva: il teatro. «Parliamo pure di Renato – dice Ponzoni, subito – non abbia problemi: fa parte della mia vita, non solo quella artistica, siamo cresciuti insieme fin da bambini; i nostri genitori si conoscevano, i fratelli di Renato e le mie sorelle maggiori erano già amici».

E’ un assist. Parliamo allora di quei tempi, allora. Un cabaret di tale spessore che non ha più avuto repliche nel tempo. Una sterzata che arriva al primo boom economico, prima della Milano da bere. «Quella era ancora la Milano da guardare – ricorda – io e Renato eravamo studenti, l’unica cosa che bevevamo era del vinaccio, insieme con Enzo Jannacci, il nostro terzo fratello; con lui a cavallo degli anni al “Derby” per una decina di anni abbiamo vissuto gomito a gomito; con noi, oltre allo stesso Jannacci, c’erano Lino Toffolo, Felice Andreasi, Bruno Lauzi e Beppe Viola, amico d’infanzia di Enzo. I nostri più accaniti sostenitori, a quei tempi: Gianni Brera, Umberto Eco, Dino Buzzati, Luciano Bianciardi, Dario Fo, una bella “curva sud”».

Non si viveva di tormentoni. «Non li inseguivamo, venivano spontaneamente e all’epoca la gente li faceva suoi, il più celebre: “Bravo 7+!”; non stavamo a scervellarci alla ricerca di qualcosa che funzionasse e ci aiutasse a diventare in qualche modo più popolari».

Esistono ancora a Milano luoghi in cui confrontarsi con l’arte. «Ci sono e sono incoraggianti, li conosco, dopo anni sono tornato a vivere a Milano: esistono giovani molto promettenti, locali in cui si fa teatro impegnato e teatro leggero, comunque trovo che molti ragazzi siano preparati, oggi va di moda “Spirit de Milan”, grande fabbrica dismessa dalla quale è stato ricavato un grande ristorante nel quale si esibiscono giovani artisti, musicisti jazz, da soli o in formazione: bello, ve lo raccomando».PONZONI articoloNon c’è più la tv di una volta. «C’era un solo canale, anzi due, il secondo aveva cominciato a funzionare da poco: ci guardavano in trenta milioni, molti di questi allibiti, ci vedevano fuori dalla norma, consideri che Paolo Villaggio aveva la fama del presentatore che picchiava le vecchiette. Anche in tv avevamo sostenitori mica da poco, oltre ad Eco e gli altri intellettuali, c’era anche la noblesseindustriale; per sua stessa ammissione, fra i nostri più accaniti spettatori c’era l’Avvocato. Gianni Agnelli in una intervista disse che la domenica smetteva di giocare prima a golf per assistere al programma “Quelli della domenica”. A me e Renato ci aveva chiamati Marcello Marchesi, il “signore di mezza età”, uno che aveva scritto cose splendide; poi il richiamo del cinema e un certo successo, anche se per strade diverse: Renato interpretò “Per amare Ofelia” per la regia di Flavio Mogherini, un successo, io “Cuore di cane” diretto da Alberto Lattuada, un lavoro più impegnato, ma ero felice: per il successo di Renato, ma anche per le cose che sceglievo».

Poi il teatro. «Volevo fare il teatro di prosa, una passione nata qualche anno prima, nel ’72 quando al Festival dei Due mondi di Spoleto, diretti da Vittorio Caprioli rappresentammo “La conversazione continuamente interrotta” di Ennio Flaiano, un grande. C’era anche Renato in quell’occasione. Flaiano, piuttosto, appariva sconsolato per l’insuccesso che un suo lavoro, delizioso, “Un marziano a Roma”, stava registrando nonostante Vittorio Gassman; sperava che la ripresa de “La conversazione”, funzionasse: andò bene, mi innamorai del teatro, più avanti incontrai Orazio Bobbio, attore, e Francesco Macedonio, regista, una vita per il teatro, portai in scena fra gli altri,  “La panchina” di Gel’man, “Omobono e gli incendiari” di Frisch».

Lei ha sempre manifestato una cifra drammatica. «Vero, fra i due Renato aveva creato e realizzato una maschera, io invece mi divertivo a recitare, a misurarmi con cose sempre diverse, più impegnative, se vuole. Ero piccolo, quando con le mie sorelle più grandi la domenica andavo in chiesa e all’uscita imitavo il prete: recitavo, divertivo».

Uno sketch famoso, un retroscena. «Si riferisce a “Bravo 7+”, riprendevamo la realtà, era il periodo in cui si parlava delle baronie universitarie, si scopriva che i docenti erano di manica larga per mille motivi; insomma, quello sketch infastidiva un certo sistema, tanto che alla tredicesima puntata ci fu fatto invito di non proseguire: era arrivato un documento del Ministero della Pubblica istruzione e della stessa Rai. Ricorderete, io ero il figlio di papà a cui Renato, dopo l’appello ai “bambini assenti e presenti” assegnava compiti come fotocopiare una banconota da cinquantamila lire, tenere la copia e consegnare l’originale all’insegnante».

Teatro e cinema, oggi fa uno e l’altro. «L’ultimo mio film lo scorso anno, “Si muore tutti democristiani”, prima diretto da Francesca Archibugi avevo interpretato “Gli sdraiati”; ai tempi mi avevano proposto solo filmetti che francamente non prendevo in considerazione; faccio l’attore, il cinema solo se offrono ruoli importanti, mi riferisco allo spessore del personaggio da interpretare, altrimenti preferisco il teatro: ha il fascino del palcoscenico, lavorare ogni sera, senza rete, è un’emozione insostituibile, questo è il mio lavoro».

«Azioni concrete!»

Papa Francesco, pugno duro contro pedofilia e abusi sessuali

«Misure efficaci, regole chiare», gli occhi del mondo puntati sul Vaticano. «Trasparenza, credibilità e responsabilità», l’impegno della Chiesa

Non è semplice imprimere una svolta decisa. In particolare quando questa inversione di marcia interessa la Chiesa. Uno degli organizzatori del summit sugli abusi, l’arcivescovo Scicluna, vorrebbe che fossero intanto i vescovi a denunciare i pedofili anche alla polizia, dunque non solo alla Congregazione della Fede. La collaborazione con la giustizia civile deve rientrare nel sistema, accorciando i tempi e per venire più speditamente a conoscenza sull’esito delle inchieste.

Sua Santità in occasione del summit ha aperto i lavori con in cuor suo con una grande speranza e un invito. «Mi raccomando – ha detto –  voglio concretezza e misure efficaci, oggi è necessario individuare un elenco di regole chiare e non solo per giungere semplici e scontate condanne; ascoltiamo il grido dei piccoli che chiedono giustizia; grava sul nostro incontro il peso della responsabilità pastorale ed ecclesiale che ci obbliga a discutere insieme, in maniera sinodale, sincera e approfondita su come affrontare questo male che affligge la Chiesa e l’umanità. Il santo Popolo di Dio ci guarda e attende da noi non semplici e scontate condanne, ma misure concrete ed efficaci da predisporre. Ci vuole concretezza».

Lo scopo evidente è, dunque, anche quello di abbattere i tempi oggi assegnati a quanti svolgono le inchieste su casi scottanti. Proprio a tale proposito l’arcivescovo che aveva dato inizio ai lavori ha fatto sintesi sulla macchina giudiziaria. I processi non possono avere luogo senza la testimonianza delle vittime, che in ogni caso vanno informate sull’esito finale sull’intero iter. Gli occhi del mondo sono puntati di nuovo sul Vaticano.

Nell’Aula Nuova del Sinodo centonovanta delegati hanno aperto i lavori nel segno dell’ascolto e di una forte presa di coscienza. In parole povere, questa volta occorrono fatti, non c’è più tempo per le parole. A maggior ragione quando sono state poste all’attenzione dei presenti all’incontro alcune delle testimonianze con l’ausilio di video. Queste testimonianze hanno profondamente cambiato il clima interno all’aula, tanto che fra i presenti si è avvertita una posizione severa registrando i connotati di una auto-analisi.

«Sento di avere una vita distrutta. Ho subito così tante umiliazioni che non so che cosa mi riservi il futuro». I presenti hanno ascoltato profondamente colpiti la donna abusata per anni da un prete che l’ha anche costretta ad abortire. Per la prima volta vescovi e cardinali hanno riflettuto in modo concorde sulle deposizioni di chi, piccolo, ha subito violenze. Il Papa, in tutto questo, è rimasto con il capo chino. Sua Santità, in cuor suo, sa perfettamente che non si può comprendere la portata delle azioni necessarie da intraprendere se non si avverte fino in fondo la profondità di un dolore grande.

Quattro sono stati complessivamente i giorni di grande riflessione per individuare il modo di combattere la pedofilia tra il clero, senza “se” e senza “ma”. Papa Francesco, si diceva, aveva aperto il summit sugli abusi nella Sala nuova del sinodo davanti ai presidenti delle conferenze episcopali del mondo. «Iniziamo il nostro percorso – ha detto Sua Santità – armati della fede e dello spirito, di coraggio e concretezza».

Ai partecipanti è stato fornito un “memo” che contiene criteri che verranno sviluppati durante il dibattito. Durante la conferenza stampa di preparazione gli organizzatori avevano messo in luce tre argomenti sui quali si concentreranno sforzi e attenzione: «trasparenza, credibilità e responsabilità». Più che una manifestazione di interessamento ai casi su pedofilia e abusi, un vero e proprio impegno.

«Questo lavoro a vita!»

Francesco, operatore, parla dei ragazzi ospiti nei Centri di accoglienza

«Volevo insegnare, in realtà ho imparato». Una laurea in Scienze dei Beni culturali, che chiude volentieri in un cassetto. «Il colore della pelle, sciocco preconcetto. Non invadono, ma fuggono: da un malessere e dalla fame, da bastonate e proiettili che sibilano a tutte le ore»

«Ho conseguito una laurea in Scienze dei Beni culturali, ma farei questo lavoro a vita!». Francesco, trentacinque anni, da un anno e mezzo con la cooperativa “Costruiamo Insieme”, non ama compiacere chi lo ascolta. Ama piuttosto il confronto su qualsiasi latitudine. Tralasciamo il discorso politico. Conosciamo qual è la sua posizione, l’appassionata difesa dei suoi amici nordafricani. Proviamo, invece, a conoscere un ragazzo maturo, che al suo primo colloquio di lavoro, ha compreso in un attimo quale fosse il suo futuro.

«Di questo devo ringraziare presidente e direttore di “Costruiamo” – dice Francesco  – hanno subito creduto in me, nonostante venissi da una preparazione culturale che, forse, non aveva punti di contatto con il lavoro che avrei affrontato a partire dall’ottobre del 2017. Dico forse, perché poi, evidentemente avendo, loro, una visione più completa mi avevano giudicato idoneo a svolgere il ruolo di operatore all’interno della cooperativa».Francesco Articolo - 1Un altro mondo, Francesco non si nasconde dietro un dito. «I miei genitori sono docenti, hanno studiato e insegnato, fin da piccolo, che il colore della pelle è solo il pregiudizio degli sciocchi: solo un ignorante può pensare di essere superiore a un suo simile solo perché meno “abbronzato…”». Sorride. E’ il tono giusto, disinvolto, per ribadire certi aspetti. Non è il caso di infliggere sciabolate, basta il fioretto, magari solo per un senso di difesa. «Se attacchi – riprende Francesco – hai perso la partita, vai su un terreno sul quale gli altri, quanti hanno preconcetti sui nostri ragazzi – permettetemi di usare un possessivo, sento come fossimo una sola famiglia – ti vogliono condurre, e non è il caso: troppi veleni, troppe banalità e considerazioni tanto al chilo, senza sapere di cosa in realtà stanno parlando».

Il peccato originale. «Il preconcetto, sbagliano nel considerare questi ragazzi come “invasori”: qualcuno pensa che una mattina, i nostri fratelli africani, si sono svegliati e hanno deciso di fare un giro a largo; invece, i ragazzi non invadono, ma fuggono: da malessere, ignoranza, bastonate senza pietà, proiettili che sibilano ad ogni ora del giorno e della notte; fuggono dalla fame e sognano una prospettiva umana, fatta sì di sacrifici – dove mettiamo radici e affetti cui hanno dovuto rinunciare? – ma anche di lavoro e un futuro finalmente libero e non condizionato».

Francesco e la sua esperienza all’interno di “Costruiamo Insieme”. «Vengo dai Centri per l’accoglienza e Centri per il rimpatrio, nel Barese, zona della quale sono originario; volevo spendermi al massimo per questo lavoro e quando ho chiesto strumenti con i quali insegnare ai ragazzi, ho avuto la massima collaborazione da parte della struttura: sono tornato sui libri, ho studiato, mi sono confrontato con una strada completamente nuova; ho cominciato a tenere corsi di alfabetizzazione, seguito dai miei “allievi” con la massima attenzione: perché questi ragazzi, ecco cosa sfugge a molti, vogliono imparare subito abbattere distanze e pregiudizi; vogliono spiegarsi, raccontarsi come meglio possono».Francesco Articolo - 2L’insegnamento e le emozioni di questo lavoro. «La cosa più bella è la partecipazione, l’educazione e l’impegno con cui ti rivolgono domande: quando imparano la minima nozione che ho provato a trasmettergli, per me è una grande soddisfazione; capisco quando i “miei” mi parlavano di soddisfazione professionale, di missione in questo lavoro; la magia della creazione, di un segno, una lettera, una parola, infine una frase e un ragionamento più articolato. E, mi ripeto, non è solo merito del mio impegno, ma la forza di volontà di decine di giovani che vogliono integrarsi, restare qui, sentirsi italiani, rendersi utili al prossimo».

I ragazzi imparano e insegnano. «Insegnano ogni giorno qualcosa, ma un’idea complessiva puoi fartela solo se vivi a stretto contatto con loro per diventare uno di loro; bene, il prestito bibliotecario è stato un successo: sembra un dettaglio, invece è un sensore di quello che i ragazzi vogliono fare e, sostanzialmente, imparare e trasmetterti; le prime scelte erano indirizzate a storie semplici, perché la conoscenza della nostra scrittura, parole e frasi entrassero automaticamente nel linguaggio di tutti i giorni; poi letture di scienze, infine la geografia, in particolare sull’Africa: comprendere da dove venissero e quale fosse il nostro punto di vista sui loro Paesi: bene, anche qui abbiamo da imparare; i libri di scuola ci raccontano altre storie dalle quali siamo distanti anni-luce…».

Altro insegnamento. «Mi hanno aiutato a comprendere la diversità culturale, il loro essere cristiani, ortodossi, musulmani; un altro mondo verso il quale dovremmo cominciare a fare un passo; di più: un viaggio».

«Equità e giustizia»

Don Marco Gerardo, preparatore spirituale, parroco del “Carmine”

«Il Signore riceve tutti allo stesso modo. Una volta era più semplice dialogare con il territorio, il sacerdote restava in sagrestia; meglio del catechismo l’esperienza di tipo comunitario. Vocazione in crisi, manca una prospettiva progettuale. I laici: non più destinatari, bensì autori di missioni»

Don Marco Gerardo, parroco della chiesa del Carmine, a Taranto, preparatore spirituale della Confraternita del Carmine è l’ospite del giorno di “Costruiamo Insieme”. Con lui, scambi di battute su chiesa, cristianità, vocazione e rapporto con il territorio.

Cominciamo dall’approccio cristiano con la comunità cattolica.

«Una volta, ai tempi di una società socialmente e culturalmente cristiana, per le comunità attive, quelle che noi chiamiamo parrocchie, era molto più semplice dialogare con il territorio; oggi non è altrettanto semplice, in quanto viviamo in una società “scristianizzata”, che però avverte ancora il bisogno del trascendente e del divino; cosa può fare la comunità cristiana: raccogliere le istanze, non rimanere chiusa nella volontà di utilizzare linguaggio e sistema che andavano bene cinquant’anni fa, e tentare di cogliere la sfida positiva».

Quali sono, oggi, le istanze dei cattolici, dei suoi parrocchiani?

«Una volta il parroco poteva starsene in sagrestia. Oggi le istanze riguardano difficoltà contingenti la vita e bisogni materiali; accanto a questo, la domanda centrale diventa: perché accade tutto ciò che accade?».GERARDO Articolo 01Il parroco visto come “pastore di anime”, è ancora così?

«In un certo senso ancora sì, talvolta anche nei nostri convegni ecclesiali teniamo lunghi confronti su come fare il parroco, quali sono le modalità differenti rispetto al passato; è anche giusto farlo, anche se c’è una cosa che non è cambiata e mai deve cambiare: la prossimità, la vicinanza alle persone; forse non hai le risposte giuste nel momento in cui le persone ti rivolgono domande, ma devi far sentire comunque la tua vicinanza: una volta il parroco poteva chiedere favori per conto di un parrocchiano, perché il parroco era il parroco, oggi non è più così. Ma, sia chiaro, la gente non chiede sempre la soluzione del problema, talvolta auspica anche la sola vicinanza».

Catechismo, catechesi, cosa è cambiato rispetto al passato.

«Quando sono arrivato alla chiesa del Carmine di Taranto, ho espressamente chiesto ai catechisti di non divulgare un approccio dottrinario nei confronti dei bambini, bensì fare in modo che questi potessero fare una esperienza di tipo comunitario; il fascino della fede si trasmette attraverso un’esperienza di vita e non con dei contenuti teologici; nel frattempo sono cambiati i linguaggi, una volta esistevano i libri, oggi a farla da padrone ci sono gli strumenti multimediali».

In passato c’era più vocazione al sacerdozio.

«Vero, un tempo era diverso; una ragione, immediatamente comprensibile, era il clima sociale e culturale: ovvio che dove la fede cristiana è socialmente e culturalmente condivisa, è più facile pensare alla propria vita come a una vita di dedizione al Signore e alla sua Chiesa; altro particolare: oggi la vocazione è messa in crisi dalla mancanza di una prospettiva progettuale per la vita; la stessa parola “progetto” è complicata, tempo addietro indicava un orientamento di vita a lunga scadenza; oggi se parli di progetto ai ragazzi, questi scappano via, in quanto evoca il “contratto a progetto”, cioé quanto di più breve ci sia. Quello che indicava “orientamento per tutta la vita” adesso indica un breve pezzo di strada; anche a livello terminologico: proviamo a proporre ai ragazzi un progetto di vita, la loro risposta: “vorremmo qualcosa di più duraturo”».
GERARDO Articolo 02I poveri, gli ultimi, il sostegno e una mensa riservata ai più sfortunati. Se non ci fossero i fedeli, le confraternite, tutto sarebbe più complicato.

«Assolutamente sì, la Chiesa non è il parroco, ma la comunità di cui il parroco è guida e pastore; anche questa è una scoperta che la chiesa cattolica ha ripreso a fare con il Concilio Vaticano II, con all’interno il protagonismo dei laici nelle scelte direttive della chiesa; dallo scorso anno abbiamo cominciato una bella esperienza con le “missioni parrocchiali”: abbiamo diviso il territorio in cinque zone, così che i laici della parrocchia, presi trasversalmente – fascia d’età e gruppo ecclesiale di appartenenza – creiamo cellule missionarie formate da quattro, cinque persone: loro, secondo un programma precedentemente indicato a ciascuno stabile esistente nelle zone interessate, si recano ad incontrare le famiglie, a raccontare la loro esperienza di fede; svolto questo primo percorso, invitiamo le stesse famiglie a partecipare a una celebrazione conclusiva che si tiene in un luogo non lontano dalla chiesa di appartenenza; un esempio: lo scorso anno abbiamo fatto la zona di Lungomare, corso Due mari e celebrato messa in piazza Carbonelli; quest’anno stiamo pensando di spostarci in una zona dalle parti di via Pitagora, via Mignogna, piazza Maria Immacolata: i laici visti non come destinatari delle missioni, ma autori di missioni».

Dunque, anche la chiesa oggi fa marketing.

«Certamente».

Lei, don Marco, a chi prega quando si rivolge al Cielo?

«Le mie preghiere le ho sempre rivolte a Gesù e alla Madonna; chiedo scusa ai Santi, che prego poco e niente; la mia vita è consacrata al Signore ed è a lui che mi rivolgo costantemente…».

Don Marco, lei viene “ricevuto” prima di altri?

«No, il Signore riceve tutti allo stesso modo: almeno in questo c’è equità e giustizia».

Salviamo le balene!

Biodiversità e altre misure in soccorso di cetacei di ogni tipo

L’impegno del Wwf che celebra il “World Whale Day”. La varietà di organismi presenti nei rispettivi ecosistemi possono compiere il “miracolo”. Sofferenze a causa di sonar delle imbarcazioni e rumori, conducono questi animali di taglia gigantesca fino al suicidio. Fra qualche decennio potrebbero scomparire. 

Grazie alla ricchezza di biodiversità presente nel triangolo fra Liguria, Costa Azzurra e Corsica, spazio di mare unico nel Mediterraneo, si possono osservare cetacei di ogni tipo. Dalla balenottera comune al capodoglio, dai fantastici globicefali a delfini, stenelle e lo zifio, odontocete particolarissimo che soffrirebbe, però, i sonar delle imbarcazioni e i rumori che possono portarlo fino al suicidio.

Detto del paradiso marino, la notizia che circola in questi giorni è di quelle allarmanti. In buona sostanza, se non si ridurranno emissioni, sovrapesca e effetti del riscaldamento globale, nel 2100 metà delle specie di balene in circolazione rischieranno l’estinzione. Subito una nota di conforto, ma che va sostenuta, evidentemente. Grazie a decenni di politiche di protezione in alcune parti del mondo la condizione delle diverse specie di balene poco per volta va migliorando. Ma, attenzione, il rischio non è affatto debellato: sei specie su tredici potrebbero ancora scomparire, anche se diverse popolazioni stanno tornando a crescere di numero.

In questi giorni ovunque si sta celebrando il “World Whale Day”, la giornata mondiale delle balene. Giganteschi, quanto complessi animali indispensabili per gli ecosistemi marini per anni sono stati oggetto di una caccia selvaggia. Negli oceani di tutto il mondo, che ricoprono il 70% della superficie terrestre,  come si diceva, se non dovessero essere ridotte emissioni, una pesca spropositata e contenuti gli effetti del riscaldamento globale, fra ottant’anni metà delle specie marine rischieranno l’estinzione, fra queste anche le balene.

Nel Nord Atlantico, sono ormai pochissimi gli esemplari. Per fortuna, in altri mari del mondo le balene continuano a “cantare”. Ma per metterle al riparo davvero, dal traffico marittimo e all’inquinamento da plastica, è necessario uno sforzo maggiore. Secondo associazioni ambientaliste, entro i prossimi dieci anni bisognerà garantire che in un terzo degli oceani del mondo si vadano ad individuare aree marine protette. Oggi ridotte a un misero 2%.

L’occasione della Giornata mondiale delle balene, ricorda pertanto l’importanza di proteggere le specie che vivono nel Santuario marino di Pelagos (accordo sottoscritto fra Italia, Francia e Principato di Monaco a protezione della zona), specificando come inquinamento da plastica e traffico marittimo continuino a minacciare i cetacei che vivono in quest’area protetta da vent’anni, da quel 1999 in cui fu sottoscritto un accordo di protezione fra vari Paesi.

Pelagos conta oggi la più alta presenza di cetacei nel Mediterraneo per numero e densità: basta imbarcarsi in una delle tante spedizioni di “whale watching” (osservare le balene) organizzate da associazioni ambientaliste per rendersi conto della presenza e la bellezza di questi animali. Dalla stessa Liguria partono anche le spedizioni scientifiche che, come quelle realizzate da Wwf o dai Plastic Busters dell’Università di Siena, certificano come quell’area di maree non sia esclusa dal problema dell’inquinamento da plastica.

«Oggi la concentrazione di microplastiche nel Mediterraneo – scrive il WWf in una nota –  è circa quattro volte superiore a quella dell’isola di plastica scoperta nell’Oceano Pacifico.  A questa minaccia se ne aggiunge un’altra ancora poco conosciuta e studiata : l’inquinamento acustico. La presenza di numerosi porti come Genova, Livorno, La Spezia, Marsiglia e altri minori formano di fatto un’area densamente occupata da varie tipologie di navi con un forte contributo nei mesi estivi per le rotte turistiche. Le classi navali passeggeri e commerciali (cargo e tanker) rappresentano la maggior parte del naviglio che insiste nell’area e ciascuna produce un rumore a bassa frequenza che si propaga per decine di chilometri. In particolare l’alta densità navale presente in Pelagos impatta come sorgente diffusa e continua».

«Pelagos – prosegue la nota del WWf – è un’area soggetta a questo traffico e per preservare la salute dei cetacei il Wwf chiede il rilancio del Santuario e un supporto perché sia garantita una protezione efficace della popolazione di cetacei nel nostro mare. A Pelagos devono essere adottate misure che facciano esplicito riferimento alle linee guida sul rumore sottomarino valide in ambito internazionale».