«Fai del bene e dimentica»

AlBano a Taranto, intervista esclusiva

«Sono impegnato nel sociale, ma mi hanno insegnato a fare beneficenza in silenzio. In questa splendida città per ripartire. La pandemia ci ha messo in ginocchio, ma dobbiamo reagire. E’ stato un bel concerto, ringrazio il Comune e l’Orchestra. La mia querelle con Michael Jackson. Canto per non annoiarmi». Gossip, stampa, una carrambata e una telefonata quarant’anni fa.

 «Di beneficienza ne ho fatta, ma mi hanno insegnato che questa si fa senza farlo sapere a mari e monti!». Al Bano, un giorno in tv dalla sua Cellino San Marco, collegato con Mediaset e Rai, e lo stesso giorno, nel pomeriggio, a Taranto, per un concerto sulla Rotonda del Lungomare organizzato dal Comune di Taranto per celebrare la fine del “confinamento” imposto dal Covid.

Accompagnato dall’Orchestra della Magna Grecia, il popolare artista pugliese offrirà alcuni sprazzi di una carriera più che cinquantennale. Due battute, anche tre, con noi, considerando un’amicizia che risale a tempi non sospetti, dalla Baby Records di Freddy Naggiar, primi Anni 80, passando per Cgd, Warner e Sony Music. Durante la chiacchierata, approfitteremo anche per un colpo di scena e un argomento ancora oggi spinoso.

Ma l’approccio è con il sociale, il suo impegno. «Portai in tribunale Michael Jackson, a causa del plagio della mia canzone “I cigni di Balaka” – ricorda Al Bano – identica alla sua “Will you be there”: solo che la mia canzone era uscita cinque anni prima; sulle prime vinsi il ricorso, il Tribunale in Italia sospese la vendita del disco di Jackson: se la sentenza definitiva avesse confermato le mie ragioni avrei devoluto in beneficenza il risarcimento chiesto per plagio: era diventata una questione di principio, su questo non derogo, ho rispetto per gli altri, così mi piacerebbe che gli altri avessero lo stesso rispetto nei miei confronti».ALBANO COVER 3 - 1MICHAEL JACKSON IN TRIBUNALE

Lei non si era accorto del pezzo. «Sono abituato a scrivere – il punto di vista di Al Bano – e non ad ascoltare quello che fanno gli altri, cerco di essere il più originale possibile: certo ho una mia idea sulla musica, la melodia, che poi ha le radici nel melodramma italiano, da Puccini a Rossini; fu mio figlio Yari, in quel periodo negli Stati Uniti, ad avvisarmi: “Papà, senti la canzone di Michael Jackson, sembra la versione inglese dei “Cigni”!”, mi disse. Resto della mia convinzione, ci sono troppe similitudini fra le due canzoni, provate a sentire anche il testo…».

Al Bano, non si ricorderà, sono trascorsi poco meno di quarant’anni. Era il ’92, quando fece ricorso alla Pretura di Roma. Mi telefonò personalmente per ringraziarmi di un mio articolo pubblicato a proposito della querelle… «Non sottovalutare la mia memoria, certo che mi ricordo: non ho difficoltà, anche perché sei stato uno dei due, tre giornalisti che intanto hanno ascoltato la mia canzone – credo che molti tuoi colleghi non si siano nemmeno scomodati a fare il confronto fra i due brani in causa, mi sono andati contro a prescindere… – e hanno preso le mie difese circostanziando l’articolo con ipotesi condivisibili; voglio stupirti: parlava di musicisti che avevano lavorato ai miei dischi registrati in Germania e che, successivamente, avevano collaborato con Michael Jackson! E’ così? Risposta esatta, ho vinto qualcosa?».

Provo a stupirti io, ora, maestro. Da quanto non senti Giancarlo Lucariello, tuo produttore di un gioiello come “E’ la mia vita”.

«Non lo sento da tanto, piuttosto che fa ora Lucariello? Persona straordinaria, un vero signore, lui aveva prodotto Maurizio Fabrizio, che poi ha scritto fra le altre “Almeno tu nell’universo” per Mia Martini e “I migliori anni della nostra vita”, mica noccioline! Bene, Fabrizio aveva scritto per me una musica straordinaria e Giuseppe Marino un testo di identica bellezza: raccontava la mia esistenza e un dolore immenso; un brano per intensità paragonabile alla tradizione dei nostri grandi operisti dell’Ottocento: portai la canzone al Festival della canzone italiana, la giuria votò gli artisti in gara più che le canzoni: mi classificai settimo, ma credo che di quel Sanremo la gente ricordi più la mia performance che non i primi sei classificati…».

LUCARIELLO, GRANDE PRODUTTORE!

Al Bano, ci stupisce. Allora, oso una carrambata. «Maestro, Giancarlo Lucariello al cellulare!». Glielo passo. «Professo’…Ci voleva un tarantino per farti uscire dalla tana, come stai?», attacca il cantante. La conversazione è privata, prima di allontanarci di qualche metro raccogliamo solo l’accenno da parte del cantante al malore che lo portò al Santo Spirito durante un concerto di beneficenza alle porte del Vaticano. Quando si riavvicina, al cellulare sta facendo cenno al suo stato di forma. Evidentemente il produttore di Pooh, Bosé, Toquinho, Fogli, Alice, Togni, Giorgia, si è complimentato con Al Bano per il suo stato di forma. «Ho perso cinque chili, si sta meglio c… Ne perdo altri cinque e sto da dio!».

Al Bano fa le prove. Selfie a decine. Alla faccia degli snob, l’artista di Cellino ha sempre grande appeal. Non solo fa notizia, ma è il più ricercato per foto-ricordo. «Volevo fare le prove con l’orchestra – dice – vedere quanto potesse incidere ‘sto distanziamento a causa del coronavirus che ci sta distruggendo la vita: sono pienamente soddisfatto, dei maestri e dell’impianto sonoro, e se permettete anche della mia performance; ho provato tutte le canzoni di stasera, mica una sola; se sono arrivato a questa – “veneranda” si può dire? – età evidentemente dal punto di vista artistico non mi sono mai risparmiato. La pandemia stava demolendo alcune mie convinzioni in fatto di attività, che danno lavoro a decine di persone con famiglia: i ragazzi hanno reagito, io gli sto accanto, non li lascio».ALBANO COVER 2 - 1GOSSIP, PROVOCAZIONI A PALLA

A proposito, non ha un buon rapporto con il gossip. «Non è come un virus – argomenta Al Bano – ma fa danni incalcolabili: capisco che certa stampa deve lavorare, ma inventarsi un romanzo, sbatterti in prima pagina e riempire una rivista per una sola espressione del viso, scrivere di crisi, riappacificazioni, liti, separazioni, non è esagerato? Posso dire “E che palle!”? Non mi piacciono gli usi strumentali, le aggressioni fisiche, verbali, quando ti accerchiano, ti spingono, sollecitano una tua reazione: quello non va bene, magari sanno che io ho rispetto, ma quando mi provocano esplodo di rabbia e, allora, reagisco!».

Il gossip, diceva. «Le faccio un paio di esempi: la crisi del settore turistico, il parco di Cellino e le attività ad esso legate; non ho mai pensato di abbandonare dei lavoratori al proprio destino, del resto state parlando con un emigrante, uno che si è fatto in quattro, ha fatto mille sacrifici, il cameriere al mattino, il cantante la sera per inseguire un sogno: dunque, sono vicino ai ragazzi; altra cosa, la pensione: a domanda ho risposto, millecinquencento euro al mese, per uno che ha lavorato sessant’anni, girato il mondo almeno una decina di volte, fatto migliaia di serate e concerti, dunque rispettato la parte contributiva, può esclamare che rispetto a politici e altra gente dello spettacolo, ho una pensione quantomeno discutibile? Ci sarà un motivo se continuo a lavorare ancora oggi, no?».

Cosa farà, allora, da grande Al Bano? «Fino a quando testa e voce me lo consentiranno, proseguirò. La mia vita è stata sempre dinamica, se mi fermassi mi ammalerei di noia…»

Battisti a Chiatona

Lucio, nel ’69 in spiaggia a due passi da Taranto

Il Comune di Palagiano commissiona un murales. In due mettono in rete pensieri e parole, e scatti in bianco e nero. Una casa in via Vespucci, un asciugamano steso in spiaggia, una tintarella appena oscurata da una dozzina di bagnanti. L’artista di “Emozioni” che sorride di fronte a tanto affetto e tanta curiosità. Sognando che “Acqua azzurra, acqua chiara”…

Un pugno di foto in bianco e nero,  pose ingenue tipiche degli Anni Sessanta. E un graffito, stavolta a colori, didascalico (“Capire tu non puoi, tu chiamale se vuoi…Emozioni”) commissionato dal Comune di Palagiano a Carlo Casamassima. Tanto che l’idea, lodevole senza dubbio, assomiglia più a un 3×6 di quelli che incrociamo negli aeroporti di Termini o Linate, piuttosto che un omaggio originale all’artista di Poggio Bustone, che a Chiatona avrebbe messo radici a una incollatura dagli Anni 70.

Tempi di “Acqua azzurra acqua chiara” e “Mi ritorni in mente”. Due successi che Lelio Luttazzi strillava nella sua radiofonica “Hiiiiit Parade”. La spiaggia sarebbe a due passi da una casa in affitto in via Vespucci, una storia che fra pensieri e parole racontano Claudio Mauceri e Andrea Carbotti, che hanno messo in rete storia e foto. E bene hanno fatto a ricomporre i pezzi di quello storico mosaico. Considerando che Battisti non è mai stato un soggetto facile. Lo racconta la sua storia, un tipo da maneggiare con molta cura. Per dirne una, anzi due: Lucio non accettò una milionaria produzione americana, perché non gli piaceva l’idea che qualcuno intascasse un quarto del frutto scaturito dal suo genio e da quello di Mogol, con il quale aveva stretto una grande amicizia; l’artista di “Un’avventura”, presentata quell’anno nel suo unico Festival di Sanremo, un bel giorno decise di dire addio ai concerti, alla tv e ritirarsi in collina, a Dosso di Coroldo, vicino Como, perché troppo criticato per la sua voce. Due le storiche apparizioni in Rai: “Speciale per voi”, con Renzo Arbore, e “Teatro 10”, con Alberto Lupo e Mina. Proprio con quest’ultima, la Tigre di Cremona, escogitò un piano di fuga dalle pagine dei giornali e dalla tv. Per sempre.

Battisti 2 - 1

QUEL BATTISTI LA’…

Anche per questo motivo hanno grande valore pensieri e parole sul soggiorno di Battisti a Chiatona. Può essere uno spot e, in parte, già lo è. Magari questa estate non ancora aperta all’intero mondo, causa Covid, non sarà quella giusta, ma un primo tassello è stato posto. Per il prossimo anno ci aspettiamo più murales e più “sottopassi” dedicati alle canzoni di “…quel Battisti là…”.

Vietato sognare che la moglie di Battisti, Grazia Letizia Veronese, già autrice dei testi dell’album “E già”, un giorno “scenda” a Palagiano a ritirare una cittadinanza onoraria in memoria dell’artista dalle mille canzoni. Scordiamocelo.

Provate solo a pensare al Comune di Molteno, che lo ha in qualche modo ospitato per decenni in un’ala del paese. L’Amministrazione avrebbe voluto organizzare una rassegna in onore di Lucio. Diffidata. Battisti, con la sua straordinaria ironia, perché era un “battutaro”, avrebbe fulminato chiunque, alla romana, con un bel “Ahò, nun c’è trippa per gatti…”.

Un po’ gli capitò di fare a “Speciale per voi”, seccato da tante chiacchiere sulla sua voce, che secondo chi scrive è, invece, l’arma in più, quella vernice che sporca, macchia un affresco, rendendolo unico. Come fosse un’impronta al centro di un capolavoro. Battisti è così. “Io propongo delle cose: vi emozionano, vi piacciono, sì o no?”, la filippica con cui interruppe sul nascere le prime, sterili polemiche. Del resto, venticinque milioni di copie vendute, non sono un numero trascurabile.

Rispettando le volontà del compagno di una vita, Grazia, immortalata negli scatti, pare, presta molta attenzione a iniziative, concorsi, tributi, fiere, impiego dell’immagine, titoli di spettacoli, qualsiasi cosa porti il nome dell’autore di “Emozioni”, tanto amata di Pete Townshend degli Who.

PERCHÉ NO UN “IO C’ERO!”?

Dunque, dimentichiamoci che la signora Battisti, come fosse un notaio, certifichi quelle foto e autorizzi a farne un uso anche moderato. Certo, non può impedirne la pubblicazione, sono foto scattate in un luogo pubblico e, pare, anche con una discreta, ma sostanziale partecipazione dello stesso artista. Pertanto, lunga vita a quegli scatti. E se ci scappano due, tre murales o il ricampionamento di quelle immagini e quella storia, che sarà mai. Del resto, purché non ci sia business, si potranno rendere pensieri e parole a scopo puramente benefico in onore di un artista che appartiene a tutti e in Italia ha avuto un impatto simile a quello dei Beatles in tutto il mondo.

Così, bene Chiatona, bene Palagiano. Forza intramontabile Battisti. Anzi, perché non scrivere un libriccino della serie “Io c’ero”? Certo, nella foto c’è una dozzina di bagnanti e, alla fine, ne troveremo mille di signori che quell’estate indossavano costume e tintarella, a raccontare la loro angolazione di quella giornata piena di sole.

Detto, però, fuori dai denti, fosse andata secondo aneddoto, chi ha amato Battisti proverà un po’ di invidia nei confronti di quei signori per quell’incontro ravvicinato. E pure andando indietro con quell’“affetto della memoria” che tanto piaceva a Modugno, se la storia diventasse romanzo, il romanzo leggenda, ci sta bene lo stesso.

Basta che a nessuno ritorni in mente di scrivere o cantare una canzone su quell’episodio estivo. Facciamo in modo che Lucio resti così, steso sulla spiaggia, sorridente di quell’accerchiamento pieno di stupore e affetto, nel cuore e nell’anima.

«Quasi quasi…»

Fadi e Jinah, egiziani, delusi dall’Italia, pensano al ritorno a casa

«Faccio il pizzaiolo, in un localetto che ora mantengo con enormi sacrifici. Un socio italiano mi ha mollato in un mare di problemi e debiti. Volevo fare il salto di qualità, assicurare una vita decorosa a mia moglie e i miei due ragazzi, niente da fare…»

«Quasi quasi…». Brutta cosa questa premessa, sa di sconfitta e, in realtà, suona come tale. E’ una frase che nel nostro ragionamento senza rete ricorre spesso. Il protagonista di questa storia se ne sta nel suo localetto sulla Litoranea, un pugno di chilometri da Taranto.

«Macché Alessandria d’Egitto, come dite qua: al Cairo me ne torno!». Fadi, quarantadue anni, da una ventina in Italia, pizzaiolo a tempo pieno – per qualche tempo un’attività in società con un italiano che non si sa che fine abbia fatto – se questo tempo glielo permettesse, è risoluto, non fa giri di parole. Risolve l’imbarazzo di chi gli chiede qualcosa in più di una normale chiacchierata, con una battuta, forse la più famosa dalle nostre parti. La sua è una storia come quella di tanti commercianti, che nel periodo di contagio da Covid-19, hanno visto crollare vertiginosamente i propri affari, fino a sotto lo zero.

«Quando si chiudono le saracinesche senza sapere quando e se le aprirai, la tua storia si fa dramma: è un po’ che io e mia moglie Jinah ne parliamo, siamo ridotti ai minimi termini: non si lavora, nemmeno la riapertura con servizio a domicilio prima, con i tavolini sul marciapiedi ora, si fanno i numeri di una volta, quasi quasi torniamo a casa».

Hanno due ragazzi, Fadi e Jinah. Quelli che un tempo erano marmocchi, sono nati e cresciuti qua. «Eravamo fidanzati – spiega – pensavamo di farcela trasferendoci in Italia: allora non c’era diffidenza nei confronti di chi veniva dall’Africa, magari perché la situazione era sotto controllo, qui arrivava solo chi aveva davvero voglia di lavorare; ora c’è…casino: so che non è una parola bella nella vostra lingua, ma è uno dei primi sostantivi che ho imparato non appena arrivato in Italia; per voi non è mai confusione, è un casino, parola più appropriata non c’è perché adesso quella confusione che si faceva spazio nelle nostre menti, quelle mia e di mia moglie, è un vero casino!».

MA DAVVERO, FADI?

Davvero vuoi andartene, Fadi? «Aspetto ancora qualche mese, magari c’è una piccola ripresa del lavoro, ma non la vedo bene, passo un sacco di tempo con le mai in mano, cioè senza far niente, poi mi dico: quasi quasi facciamo le valigie e via…».

C’è più di qualche ragione nel suo rammarico, anzi per dirla alla sua maniera, altro che disappunto, Fadi è «incazzato» davvero. «Accidenti a me e quel giorno che ho deciso di fare un passo avanti, provare a migliorare il tenore di vita mio, mia moglie e dei miei due figli; dopo aver fatto il lavapiatti, l’aiuto cuoco e, infine, imparato il mestiere di pizzaiolo con un corso di formazione con la Confcommercio di qua, un po’ di anni fa, sono arrivato dove in qualche modo volevo arrivare: a fare il pizzaiolo; avevo un po’ più di tempo per la famiglia, più o meno mille euro al mese, più le mance che in un mese oscillavano fra i centocinquanta e i duecento euro, niente male: non facevamo una gran vita, ma con qualcosa che guadagnava Fadi facendo le pulizie mettevamo soldi da parte».

Poi la svolta, pare di capire. «Certo, incontro il titolare di un localetto, francamente in condizioni non incoraggianti: non aveva manodopera, allora ci siamo stretti la mano, abbiamo firmato un po’ di carte e diventati soci; è durato due anni, nonostante si lavorasse i soldi non bastavano mai, le bollette di acqua e luce, i rifornitori, li pagavamo sempre più in ritardo; una volta ci staccarono la luce, i soldi per pagare la bolletta, li aveva persi…così mi disse; io ci ho creduto poco a questa storia, ma alla fine quando la cosa stava per ripetersi, lui, il socio, è sparito di punto in bianco, lasciandomi nei guai: ogni mattina davanti al locale, i rifornitori che chiedevano il conto».

Fadi ispirava comunque fiducia. «Non c’era altra strada – ammette – dovevano credermi, altrimenti che cosa avrebbero potuto farmi, picchiarmi? Alla fine, ci siamo messi sotto, io e mia moglie abbiamo raddoppiato gli sforzi, pagato poco per volta i rifornitori, quelli che ci portavano farina, acqua minerale, birra, e abbiamo ripreso a respirare: evidentemente abbiamo una cattiva stella, perché si è abbattuto il Covid e abbiamo dovuto chiudere: è lì che abbiamo maturato l’idea del “quasi quasi”…».

MANGIAVAMO CON 300 EURO…

Soldi per pagare le utenze e le società che vi avevano assistito, non ne avevate più. «Mi vergogno a dirlo – china il capo, il pizzaiolo egiziano – ma in casa abbiamo campato con trecento euro al mese, mangiato anche una sola volta al giorno: il “socio”, chi lo ha visto più, dileguato, aveva spiccato il volo, volatilizzato, appunto…».

E ora, si fa largo la sconfitta. «E’ triste ammetterlo – confessa – non vedo altre vie d’uscita, il governo ha speso parole d’elogio nei confronti delle piccole imprese, ma io che mi sono rivolto a un patronato, non ho avuto un solo euro: c’era sempre qualche problema».

Quasi quasi, dice Fadi. «Aspetto che finisca l’estate, dovesse andare avanti così, non c’è via d’uscita, ho pagato a caro prezzo la presunzione che dopo venti anni potevo fare appena qualcosa di meglio per la mia famiglia; nella sfortuna, mi ha detto un amico ragioniere, mi è anche andata bene: se solo il mio socio avesse fatto debiti su debiti, sparito lui a me sarebbe toccato pagare, con soldi o con una condanna per truffa…».

Viste le citazioni, gli indichiamo la storia del bicchiere mezzo pieno. «Conosco – conclude Fadi – ma non vedo sereno all’orizzonte, questa dovrebbe essere un’estate clamorosa, ma così non è, stando a quello che dicono i colleghi: la litoranea è solo una strada di passaggio; io e Jinah ci guardiamo spesso in faccia, facciamo a turno ad abbassare il capo, una volta è lei ad arrendersi, una volta io… così, ci diciamo, quasi quasi…».

«Puglia, uno spettacolo!»

Intervista a Loredana Capone, assessore regionale all’Industria turistica e culturale.

«Non c’è altra regione come la nostra: guardi l’alba sull’Adriatico e il tramonto sullo Jonio. E’ stata dura ma ci stiamo riprendendo. Una mano agli operatori. Il presidente Emiliano e quel documento coraggioso che ha contenuto i contagi. Vacanze nella mia terra, che sa stupirmi continuamente».

La Puglia, la regione più bella d’Italia. Non solo, lo dicono gli americani. La nostra penisola è la più bella del mondo, potrebbe vivere di bellezze naturali, cultura e gastronomia. Insomma, Puglia, come te non c’è nessuna. Così a chi faceva di turismo e cultura il suo principale sostegno, ha risentito della crisi provocata dal lockdown. Come sentiremo, anche grazie a documenti coraggiosi e ordinanze regionali, il contagio da Covid è stato contenuto. Loredana Capone, assessore regionale con delega all’Industria turistica e culturale. Assessore, entriamo subito in partita. Emergenza-Covid, ormai alle nostra spalle o viaggia ancora accanto a noi?

«Il Covid sarà alle nostre spalle potremo dirlo solo quando avremo trovato un rimedio, un vaccino, dunque quando sarà superato il problema; al momento ci sono regioni italiane che, purtroppo, registrano ancora contagi e decessi; non possiamo e non dobbiamo perdere di vista cautela, accortezze e responsabilità, pertanto facciamo attenzione, riapriamo le attività nel rispetto delle misure necessarie ancora esistenti in materia di sicurezza sanitaria».

Volessimo fare un riassunto delle puntate, prima e durante il Covid, in termini economici. In che condizioni era la Puglia, poi gli aiuti, infine l’idea di ripresa.

«Sviluppo eccellente, in particolare nel turismo e nel settore culturale; lo stesso la disponibilità dei turisti stranieri nello scegliere la nostra regione, confermando che la Puglia è la regione più ambita d’Italia, specie negli ultimi anni con l’incremento del turismo straniero in percentuali a due cifre; a detta degli stessi operatori, nel periodo precedente al Covid, le nostre strutture ricettive avevano prenotazioni superiori al 20% rispetto allo scorso anno; purtroppo, inatteso, sull’industria del turismo si è abbattuto il lockdown, il momento di chiusura: chiusi aeroporti nazionali e internazionali, porti, abbiamo avuto un abbattimento gravissimo nelle prenotazioni; oggi stiamo incoraggiando la ripresa con un sistema di aiuti a sostegno delle imprese, manifestando in concreto vicinanza a quanti hanno subito gravi danni economici senza contare che, chissà per quanto ancora, dovremo subirne gli effetti».

Stato e Regione hanno messo in campo misure straordinarie, per evitare danni più gravi.

«La sola Puglia ha attivato un sostegno di 850milioni di euro a favore delle imprese e di quanti si trovano in uno stato di disagio. Per cultura e turismo un Piano straordinario ci sta aiutando ad uscire fuori da un percorso insidioso. Ora prevediamo una grande attività di promozione mediante tv e stampa; ci stiamo attivando anche perché ci sia un sollecito ripristino dei voli…».

Assessore, si è fatto un’idea sulla cancellazione del volo diretto Milano-Brindisi?

«Il problema è con Alitalia, che ci aveva garantito  due voli, uno per Roma e uno per Milano, con possibilità di incrementarne il numero: questo, purtroppo, non è accaduto, sappiamo di voli cancellati, nonostante la Puglia meriti un’attenzione maggiore da parte della compagnia di bandiera; per avere movimentazione nei nostri aeroporti abbiamo sostenuto fortemente anche le compagnie low-cost, ma se Roma e Milano non rivestono il ruolo di scambio con i voli che giungono da ogni parte, vorrà dire che torneremo a farci sentire, del resto non abbiamo l’alta velocità».CAPONE - 1Cosa ha imparato da un’esperienza della quale avrebbe fatto pure a meno? Un documento che più di altri l’ha resa orgogliosa.

«Orgogliosa di aver dedicato tre mesi al rapporto con i cittadini; ascoltare la gente e portare ad essa una parola di conforto in un momento così delicato credo sia stato fondamentale; se c’è un documento che sancisce l’amore per la nostra comunità e, nello stesso tempo, un’accortezza amministrativa, è stato quello del presidente Michele Emiliano, quando appena prima del lockdownha disposto la quarantena per quanti, a migliaia, arrivavano in Puglia: questo ha evitato ulteriori focolai, ha limitato i danni. Altro motivo di orgoglio: la ripartenza, avendo la possibilità di arrivare per primi a riaprire le attività, sia pure con un tentativo di uniformarci a livello nazionale, ma fornendo al nostro Paese un nostro contributo con il professor Pier Luigi Lopalco. Abbiamo bisogno dell’economia, della ripartenza: non possiamo morire di fame, come ha detto qualcuno; da qui l’invito a chi ha ripreso a lavorare, massima prudenza e osservare le cautele del caso».

Industria turistica e culturale, ruolo strategico per l’economia regionale. Spiagge e lidi, strutture ricettive, un compito non semplice sul come ridistribuire occasioni economiche per il rilancio di un settore fondamentale per la Puglia.

«E’ il momento di ricominciare a lavorare. La riapertura degli stabilimenti balneari aiuta a comprendere che la gente ha bisogno di tornare a godere della bellezza del nostro mare, definito insieme con quello della Sardegna il più bello d’Italia: ci rendiamo conto che gli operatori stanno facendo sacrifici enormi, perché si sono ridotti i guadagni e aumentati i costi; per questo motivo le misure messe in campo ci stanno dando modo di stare accanto alle imprese che danno anche lavoro: da soli non si può stare, c’è bisogno di vicinanza, della solidarietà delle persone, delle istituzioni: una simile calamità si può affrontare solo se si sta tutti uniti».

 La Regione si è già spesa per una campagna a sostegno della ripresa. Dovesse pensare a uno spot, una frase che riassuma il rilancio della Puglia, fra arte e bellezza, mare e gastronomia, manufatti e masserie.

«Venite in Puglia, lo spettacolo è ovunque! E’ il nostro claim, la richiesta: lo spettacolo trovi nella bellezza del paesaggio, nell’area della Murgia, nei trulli della Valle d’Itria, con i suoi paesaggi straordinari; nel Salento, macchie di boschi, chiese, muretti a secco, il Gargano e la foresta umbra; in terra di Bari, da Polignano a Monopoli; nella Bat, da Trani a Barletta, proseguendo con la bontà dei nostri prodotti, la nostra cucina: vini rosati, mozzarelle, prodotti da forno; non è un caso che quanti visitano la Puglia, tornano, o prendono addirittura casa».

Con tutta la privacy di questo mondo, assessore, dove trascorrerà qualche giorno di vacanza? Non dica in Sardegna o Caraibi…

«Nemmeno per sogno, le mie vacanze sempre in Puglia, qui scopro sempre luoghi nuovi; per quanto l’abbia girata in lungo e largo, non c’è momento in cui non mi stupisca. Credo abbia ragione quell’autore che ha detto “il vero viaggio è quello in cui guardi con occhi nuovi”. La Puglia ha una bellezza che mi entusiasma ogni giorno che passa: non ho mai smesso di stupirmi, da noi è una meraviglia anche la luce; solo qui puoi godere l’alba sull’Adriatico e il tramonto sullo Jonio; poi a seconda del vento puoi scegliere la spiaggia sulla quale stenderti al sole; costa alta e costa bassa, sabbia bianca, meravigliosa, e calcarea: la Puglia è così, una bellezza infinita».

Infine, misure per i locali da ballo, artisti, complessi musicali e orchestre, è stato un bell’esempio per aiutare le eccellenze che hanno segnato il passo in modo inatteso.

«Stiamo ricominciando con le attività musicali, l’Orchestra della Magna Grecia ha intonato la ripresa in modo straordinario; in cantiere il Festival del libro possibile, il Festival del cinema; ora le riaperture, con prudenza: vogliamo che tutte le nostre attività riprendano in modo ragionato, perché le eccellenze di Puglia hanno il compito di restare nel cuore dei cittadini pugliesi e dei turisti».

«Dall’acciaio alla tavola!»

Cataldo e Marco, ex ilva, dal siderurgico alla ristorazione

«Con la buonuscita abbiamo aperto un locale in pieno centro. Lavoriamo in cinque, senza la pressione di orari e in testa l’idea che quella fabbrica provoca dolore. Con i vicini grande affiatamento, una signora ci ha assistito per tutto il periodo dei lavori. Enel e AQP hanno rallentato, ora va meglio. Il nome dell’attività, non volendo, ce lo hanno suggerito i nostri ex colleghi…»

La prima frittura «alla signora di sopra». Non ha un nome, l’inquilina del primo piano, in testa alla loro attività, “A casa vostra”, ma che il cielo la benedica, è stata lei, «la signora di sopra», a dare per prima una mano a due giovani imprenditori, ex dipendenti dell’ex Ilva.

Perché loro, Cataldo Ranieri, cinquant’anni, e Marco Tomasicchio, quarantaquattro, titolari dell’attività di ristorazione con sede in via De Cesare a un fiato da via D’Aquino, prima del passaggio Ilva-Arcelor Mittal, avevano già assunto la loro decisione. «Saggia o no – dice Marco – lo dirà il tempo, sta di fatto che abbiamo preso coraggio a due mani e all’azienda ci siamo quasi indicati come “esuberi”: se c’è l’occasione di andare via a condizioni ragionevoli, lo facciamo di corsa, stanchi di un lavoro che non sentivamo più nostro».

«Ero diventato il ritratto dell’incupimento – dice Cataldo – già triste di primo mattino, prima di andare al lavoro: dopo la mia attività politica, all’interno di quella che era l’Ilva, nessuno più mi rivolgeva parola, eppure la lotta con “Liberi e pensanti” l’avevo fatta anche per loro, i miei colleghi; a quel punto, con Marco e le nostre rispettive famiglie, abbiamo fatto una scelta precisa, rivoluzionato la nostra vita e investito la buonuscita nella cucina tradizionale: “A casa vostra”, appunto».

Un menù che tiene conto di almeno tre intenzioni: “primo” mare, “primo” terra e “alla poverella”. «Tutto a prezzi ragionevoli – puntualizza Cataldo – lo scopo di questa attività è tirare fuori uno stipendio per ciascuno di noi, lontani dalla fabbrica di veleni…».OPERAI - 1NIENTE PIU’ SIDERURGICO

Cataldo, dente avvelenato. «Non voglio più parlarne – prova a prendere le distanze da un tema che, si vede, gli sta ancora a cuore, eccome – io e il mio socio abbiamo voltato pagina, guardiamo al futuro: avremmo dovuto aprire lo scorso marzo, poi il Covid-19 ha fatto slittare l’apertura a venerdì 19 giugno: prove generali con familiari e amici stretti, se non altro per ottimizzare i tempi fra cucina e tavoli». I tavoli, colori e sedie assortite. Proprio come da brand dell’attività. La gente si riconosce in quei complementi d’arredo. «Queste sono le sedie che aveva mamma in cucina!» dice, infatti, una signora; «Il tavolo con qualcosa che sa di formica, puro stile Anni Settanta!», esclama un altro signore. «Abbiamo in qualche modo capovolto il mondo – dice ancora Marco – invece di abbellire le pareti, abbiamo abbellito il soffitto: chi alza la testa si accorgerà che avvitato al soffitto c’è un tavolo con quattro sedie, il tutto allestito a testa in giù; anche un pendolo è capovolto, un giradischi, il resto lo scopriranno sera dopo sera quanti verranno a trovarci». Un po’ di autopromozione non guasta.

Una bimba regala ad uno dei due titolari un disegno colorato. Un quadretto, con l’intero staff e una scritta: “Buona fortuna!”. «Questo lo appendiamo – parola di Cataldo – la bambina ci ha commosso, era venuta insieme con mamma e papà a trovarci; loro, i piccoli, che hanno una sensibilità non comune rispetto ai cosiddetti grandi, deve avere afferrato il senso che il nostro locale è una scommessa: presumo che da qui sia scaturito un augurio del quale sentiamo il bisogno…».

A proposito di staff. Di solito in cinque, oltre a Marco e Cataldo, Claudio lo chef, Adele suo “aiuto” e Luigi, una vera scoperta dei due neoristoratori, diventano in sei nel fine-settimana. “A casa vostra”, originale il nome dell’attività. «Diciamo che ce lo hanno quasi suggerito i nostri ex colleghi di stabilimento – dicono Marco e Cataldo – quando dicevamo che l’acciaieria doveva chiudere e lo Stato avrebbe dovuto fare opera di riconversione, la risposta dei nostri compagni di reparto era più o meno la stessa: “Se chiude l’Ilva, che facciamo, veniamo a mangiare a casa vostra?”, ecco la ragione sociale, bell’e pronta».

AFFETTO E CURIOSITA’

L’affetto della gente che si affaccia in quel locale nel quale aveva sede un altro brand storico della città, il Bar Principe, è sincero. Non è solo curiosità. A Taranto si dice, di solito, «Avete fatto bello!»: dice poco e dice tutto, i tarantini sono di poche parole. E di molti fatti, spera la squadra del locale nel quale si ospitano solo piatti di cucina tradizionale, come da insegna esterna. «Avevamo visto altri locali in centro – spiega Aldo – quello dove ha sede la nostra attività, aperta la saracinesca, ci aveva spaventati: c’era da buttare giù tutto e rifare l’intero impianto, a norma: Acquedotto ed Enel, quanta burocrazia, hanno rallentato l’apertura e, forse, è stato meglio così; avessimo aperto in pieno Covid-19, avremmo potuto chiudere prima di aprire; invece, eccoci qua, da venerdì scorso pronti alla sfida in questo secondo tempo della nostra vita».

Gli altri locali forse erano anche accoglienti, ma quell’immobile rimesso in sesto con accorgimenti vintage, intrigava i due titolari. «Siamo tornati in via De Cesare – concludono i due soci – ci siamo rimboccati le maniche: amiamo le sfide, così abbiamo rifatto tutto di sana pianta, affidandoci a professionisti per le cose che non erano di nostra competenza: ma che incoraggiamento i vicini!».

E “la signora di sopra”? «“Ragazzi se avete bisogno di acqua, non abbiate timore, chiedete!” – concludono i due titolari, Cataldo e Marco – così impastavamo e, all’ora di pranzo, ancora a lavoro, prendevamo coraggio e salivamo dalla signora, al primo piano: “Signora, non ci mandi al diavolo, ci serve un po’ d’acqua, l’AQP non ci ha ancora allacciato l’utenza!”. E lei, “E che problema c’è? Volete accomodarvi a tavola?”. Diciamo che sederci e pranzare sarebbe stato davvero troppo. Così, la prima “frizzòla” di pesce fritto è stato per lei». E che questo sia di buon auspicio…