«Orgoglio e dignità»

Mazu, in Italia da cinque anni

Trent’anni, maliano, di fede musulmana, dal primo giorno ha solo avuto in testa l’Italia e Taranto. «Qui mi sono trovato subito bene. Ogni tanto qualche frase un po’…così, ma con tutti i tarantini ho un buon rapporto. Conosco perfino le loro espressioni. Un lavoro, non stabile, purchè riesca a sostenermi da solo: non voglio regali, né stare con un cappello davanti a bar o supermercati»

Un lavoro, anche modesto. Stare con un cappello davanti a un bar o un supermercato, nemmeno a parlarne. Orgoglio e dignità. Muza, maliano, trent’anni, fede musulmana, ha nella mente pochi, ma sicuri obiettivi. Intanto restare in Italia. Perfezionare il suo italiano, oggi, non solo accettabile, ma ottimo.

Lo avevamo conosciuto qualche anno fa. Ragazzo vivace, uno di quelli che ha chiaro in testa «cosa fare da grande». Ce lo disse lui stesso all’epoca, lo conferma a distanza di tempo da quella chiacchierata nella quale si spiegò ai connazionali, agli agenti di polizia locale, che presidiavano un improvvisato sit-in. «Oggi non lo rifarei – spiega – per molte ragioni: la prima delle quali è il sentirmi come se fossi a casa: non che nel mio villaggio, in Mali, avessi chissà quali comodità, ma quella forma di protesta, che poi protesta non era, non la ripeterei; con i miei amici venuti dal Nord Africa in cerca di speranza, ci sentivamo isolati, quasi lasciato soli al nostro destino: evidentemente se sono ancora qui non sono stato abbandonato, anzi, sono stato seguito perché godessi di ospitalità e rispetto, due princìpi dietro ai quali sono andato dal giorno in cui mi sono messo in viaggio per l’Italia».

Taranto è la sua città. «La vivo come può viverla uno straniero come me – dice Mazu – che non può passare inosservato, intanto per il colore della sua pelle, poi per qualche cittadino – ma poca cosa, sento di essere benvoluto, rispettato, dalla stragrande maggioranza dei tarantini – che ogni tanto si lascia andare a qualche battuta un po’ fuori dal seminato».

PROVAVO A NASCONDERMI…

Un esempio, una frase. «I primi tempi – ricorda – camminavo per strada accanto ai muri, cercavo in tutti i modi di passare inosservato, come se andassi di fretta, anche se non avevo nella testa un posto in cui sarei dovuto andare. Eppure, dico eppure, ma è una sciocchezza, c’era sempre qualcuno che trovava il sistema per cambiarmi l’umore, ma anche quella è stata una scuola, la tolleranza è una delle cose più sagge che uno straniero deve imparare: sorvolare, non dare retta al peso di una frase rispetto alle decine di incoraggiamento che incassavo da mattina a sera».

Certo che il trentenne maliano sa creare aspettativa. Fosse uno scrittore, sarebbe un giallista. Sa far montare l’interesse, prima di arrivare al nocciolo. Mazu, forza, la frase.

«“Tornatene a casa!”. Potevi avere incontrato amici  per strada, al bar, al supermercato, quella frase mi faceva star male: ecco la saggezza di cui parlavo, quella è arrivata poco per volta, alla fine ho anche compreso il risentimento di quei pochi che non vedevano di buon occhio la mia presenza e quella dei miei fratelli nordafricani a Taranto. Oggi è diverso, lo devo intanto al mio impegno: volevo imparare, e presto, l’italiano. Diventare un giorno dopo l’altro padrone della lingua e delle espressioni locali, aiuta, e tanto anche: ho tanti amici tarantini e tante volte quando batto un colpo a vuoto con il lavoro, sono loro stessi che mi aiutano».

La tua storia, il suo chiodo fisso. «Non voglio essere “un profugo”, voglio avere un nome, un cognome, una nazionalità: è per questo che mi sono battuto dal primo giorno che sono venuto in Italia, voglio avere le stesse occasioni che hanno gli altri; se ne fallissi anche una sola, rispeditemi a casa. Qualche mio connazionale era di passaggio, altri, invece, avevano scelto di restare in Italia. Io l’avevo già nella testa e nel cuore: con Taranto è stato amore a prima vista».

E’ in città da cinque anni. E conta di non trasferirsi altrove. «Mi trovo bene a Taranto – dice Muza – se non fosse che devo fare i conti con il lavoro, poco a dire il vero, ma so accontentarmi, potrei dire che sono ampiamente soddisfatto di come siano andate le cose».

POI GLI AMICI, L’ITALIANO…

Muza ha imparato bene l’italiano. Lui, come molti dei profughi viene dal Nord Africa, Paesi francofoni. Dunque, oltre al suo dialetto, parla il francese, mostra padronanza della lingua italiana. E da un po’, lo dice lo stesso interessato, conosce le «espressioni locali». «Non le parolacce – puntualizza, ride – ma le espressioni a voce alta, quando il tarantino saluta, ti dice di scansarti, di parlare a voce bassa: questione di gesti, li ho imparati di corsa e, ogni volta, è un bel ridere».

Taranto nel cuore, Muza. «Mi sono trovato subito bene – confessa – per l’accoglienza e l’affetto che tutti mi hanno dimostrato; per questo ho pensato che forse non sarebbe stata un’idea sbagliata quella di restare in questa città: ripeto, ho trovato gente di sani principi, che ha subito compreso la mia condizione».

Chi ha lasciato nel suo Paese. «Non ho genitori – racconta – lì ho lasciato il mio unico affetto, una sorella di sedici anni; farla venire qui? Non credo proprio, non vuole saperne di venire e ho grande rispetto della sua volontà anche se mi manca: è lei metà della mia famiglia».

Lavoro, Muza puntualizza, a scanso di equivoci. «Per lavoro non intendo stare con il cappello davanti a un esercizio commerciale o un supermercato, a dire “buongiorno” o “buonasera”; non lo farei mai, non ce l’ho chi lo fa, ma io sono abituato a guadagnare con il sudore della fronte; dal primo giorno ho voluto lavorare e guadagnare: non tanto, ma il giusto, quanto possa permettermi di sostenermi da solo, mangiare e dormire; migliorare, se possibile, la mia condizione, senza fare ricorso a uno di quegli assegni del governo; sono venuto in Italia per farmi una nuova vita, quella vissuta dalle mie parti non era degna di questo nome».

Dove eravamo rimasti?

Taranto riparte con tre assi della canzone

Rai, Canale 5, Italia 1, La7 e tutte le tv regionali collegate con la Città dei Due mari. Al Bano, il più ricercato e cliccato, poi Renzo Rubino e il tenore Gianluca Terranova. Settanta professori per l’Orchestra della Magna Grecia diretta dal maestro Piero Romano. «Ripartiamo dal sacrificio e dal lavoro di quanti non si sono mai fermati», ha dichiarato il sindaco, Rinaldo Melucci. “Costruiamo”, il sito e gli aggiornamenti giornalieri durante l’emergenza-Covid.   CONCERTO 05 - 1In queste settimane, Costruiamo Insieme, ha seguito l’evolversi della pandemia che ha attanagliato l’intero Paese. Ma anche il resto del mondo. Bollettini di guerra hanno steso intere nazioni, fra contagi, morti ed economia. E’ stata una brutta botta. Adesso l’Italia prova a riprendersi. La Puglia, come spesso riportate nelle nostre analisi riportate giornalmente su questo sito, è stata fra le regioni più virtuose. Ha saputo contenere il fenomeno rispetto al Nord. Una delle province italiane, Taranto, è stata indicata spesso come città da prendere come esempio per aver saputo assumere le contromisure per battere il coronavirus.

Proprio in un simile contesto è stato visto il concerto dal titolo “Dove eravamo rimasti”. Tanto che nella Città dei Due mari sono piombate le troupe di Rai (La vita in diretta, Tg3 Puglia), Canale 5 (Mattino 5), Italia 1 (Studio Aperto) e La7. Al centro delle dirette, lunghi scambi di battute con Al Bano, uno di casa a Taranto. Non appena è stato invitato al “concerto della ripresa”, ha subito accettato.

Taranto, dunque, ripartita dal “Dove eravamo rimasti”, un evento sulla Rotonda del Lungomare per premiare quanti, fra personale medico e paramedico, forze dell’ordine e associazioni di volontariato, che si sono spesi nella lotta al Covid-19. Sul palco tre star della canzone, fra leggera, cantautorale e lirica: Al Bano, si diceva, Renzo Rubino e Gianluca Terranova, accompagnati dall’Orchestra della Magna Grecia diretta dal maestro Piero Romano.

Duecento spettatori selezionati dalle diverse categorie invitate e, in rappresentanza delle istituzioni, oltre al sindaco, Rinaldo Melucci, che insieme con l’Amministrazione comunale, ha fortemente voluto il concerto concesso a titolo gratuito a tutte le emittenti, fra tv e radio, che ne hanno avanzato richiesta, il prefetto Demetrio Martino, il questore Giuseppe Bellassai e il comandante del Comando marittimo Sud, Salvatore Vitiello.CONCERTO 01 - 1COVID ABBATTUTO

La serata promossa dal Comune di Taranto, dedicata a quanti sono stati impegnati nella lotta al Covid-19 e condotta brillantemente da Mauro Pulpito, è stata programmata su diverse emittenti televisive per evitare pericolosi assembramenti di pubblico e, dunque, consentire a chiunque di seguire in diretta l’evento dal quale la Città dei Due mari è ufficialmente ripartita dopo il periodo di confinamento.

«Ripartiamo dal sacrificio e dal lavoro di quanti, durante l’emergenza Covid-19, non si sono mai fermati», ha dichiarato il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci. Una ripresa, è stato sottolineato dal primo cittadino, «Grazie al sacrificio e al lavoro di donne e uomini che durante l’emergenza epidemiologica non si sono mai fermati; ogni operatore sanitario, ogni componente delle forze dell’ordine, ogni volontario, ha contribuito alla nostra sicurezza, rappresentando la garanzia sulla quale abbiamo costruito la speranza di poter tornare a riappropriarci della vita di sempre, celebrando questo momento con la cultura, con la musica: a queste donne e questi uomini è dedicata l’armonia e la leggerezza di una serata che riporta alla socialità, alla normalità con un ringraziamento esteso all’intera città che ha saputo essere rispettosa e collaborativa nel periodo di confinamento».

«E’ un onore riprendere l’attività con un’orchestra di settanta elementi, ma sulla perfetta riuscita dell’intesa saprò essere più preciso una volta sul posto». Al Bano aveva risposto così a Francesco Vecchi, conduttore di Mattino 5, contenitore di riferimento di Canale 5, ammiraglia Mediaset.

«Ora sì che sono in grado di dire che, se il tempo tiene, sarà una serata memorabile, per Taranto, l’Orchestra della Magna Grecia e per il sottoscritto». L’artista di Cellino San Marco, lo aveva assicurato, invece, qualche ora dopo al microfono di Rosanna Cacio, la giornalista in collegamento con Lorella Cuccarini e Alberto Matano per “La vita in diretta”.

Al Bano è così. Schietto, non fa giri di parole, l’esperienza gli ha insegnato prudenza. Non si sbilancia, nonostante l’occasione offertagli dal Comune di Taranto. Con il maestro Alterisio Paoletti, al pianoforte, ha provato i brani in scaletta: l’Ave Maria di Bach e Gounod, Va’ pensiero di Verdi, Mattino da Mattinata di Leoncavallo, poi Libertà, E’ la mia vita, Nel sole. E’ pienamente soddisfatto, Al Bano. Lo dice in tv, lo conferma durante la serata, davanti a taccuini, microfoni e telecamere che offrono la kermesse a tutto andare.CONCERTO 03 - 1UN RUBINO, FRA GLI ALTRI

Insieme con Al Bano, attrattore di tv e selfie, anche – si diceva – Renzo Rubino, che strappa applausi per il suo repertorio raffinato e un omaggio a Lucio Dalla, “Futura”, e Gianluca Terranova, tenore legato a Taranto per una serie di motivi che spiegherà dietro le quinte. Interpreta, fra le altre, le pucciniane “Nessun dorma” e “E lucevan le stelle”.

Le premesse sono buone, nuvoloni permettendo. Una bomba d’acqua si abbatte sulla Rotonda. Una sfuriata, poi, la schiarita. Pericolo scongiurato, tutto è pronto. C’è un prologo, l’Orchestra intona l’inno nazionale. Sulle note di Mameli, tutti in piedi: sindaco, prefetto, questore, tutte le autorità, civili e militari, e il personale sanitario attivo nel periodo del Covid-19. Il pubblico ha di che farsi venire i brividi. Due emozioni: “Intermezzo”, dalla Cavalleria rusticana di Mascagni a “Nuovo cinema Paradiso” di Morricone.

Tocca al tenore Terranova spiegare l’ugola. “E lucevan le stelle” dalla Tosca di Puccini e “Core ‘ngrato” di Cardillo e Cordiferro. Una scalata alle note, fra “O dolci baci, o languide carezze…” e “Catarì, pecché mm’e dice ‘sti pparole amare…”. Il tenore che in uno sceneggiato Rai fu Enrico Caruso, è soddisfatto. Non si appella al tempo. Anche se con la pioggia prima, il vento poi, a scanso di equivoci si ripara con la sua signora, Sabrina Picci, tarantina doc, nel Palazzo del Governo, di fronte alla Rotonda. «Questo palazzo – ricorda Terranova, oggi affermato in tutto il mondo – ha dato il via alla mia carriera artistica: dovevo studiare ancora, ma Angelo Rusciano, capo di gabinetto alla Provincia, nel ’94 mi ascoltò e mi indicò all’allora assessore a Cultura e spettacolo; affrontai la platea di “Provinciaestate”: da allora in poi, una escalation…».

Per Terranova, Puccini, la ciclopica “Nessun dorma”, da Turandot e un omaggio al grande Mario Costa, tarantino e autore di “Era de maggio” su testo di Salvatore Di Giacomo, a detta di molti «la più bella canzone napoletana».

Renzo Rubino lascia di sasso il pubblico. Basta che sfiori il pianoforte, crea l’atmosfera. Non solo testi e musica, la voce si conferma una delle sue grandi qualità artistiche. Inchioda il pubblico con “Ora”, “Per sempre e poi basta” e “Il postino”, poi stende il pubblico con un’affasciante versione di “Futura”. «Dalla mi aveva promesso ascoltarmi, per lui avevo riservato un tavolo al quale si sarebbe seduto una sera: alla vigilia dell’incontro, la sua scomparsa; a lui e alle persone sensibili quanto lui, dedico questa mia versione…». Per “Renzone”, i saluti del leader dei Negramaro. «Con Giuliano Sangiorgi – dice Rubino – ci sentiamo molto spesso, grande stima, grande amicizia…».CONCERTO 04 - 1SETTANTASETTE SUONATI (E CANTATI)

Al Bano, settantasette anni suonati. E cantati. Gli tocca l’“Ave Maria” di Bach e Gounod, cui seguono “Va’ pensiero” dal Nabucco di Verdi e “Mattino” dalla Mattinata di Leoncavallo, poi il crescendo con “Libertà”, la piccola-grande romanza “E’ la mia vita” e, infine, intramontabile quanto «il ragazzo che sorride», “Nel sole”.

«Quando viene sollecitata – ha dichiarato Fabiano Marti, assessore a Cultura e Sport – Taranto è una città che offre il meglio di sé. Lo racconta la storia, lo dicono i risultati ottenuti dalle tante attività che l’Amministrazione ha messo in campo per ripartire a testa alta. Anche in occasione dell’emergenza-Covid, la città ha dato una eccezionale prova di forza. Nel lavoro svolto dal Sindaco, Rinaldo Melucci, e dall’Amministrazione, insostituibile si è dimostrato il contributo di personale medico e paramedico, forze dell’ordine, volontari e operatori del sociale. Forza Taranto, ripartiamo insieme, come solo noi sappiamo fare».

«Entusiasti di aver ripreso la nostra attività – è l’opinione del direttore d’orchestra, Piero Romano – è stato bello ripartire con la squadra al gran completo, settanta professori in uno degli scenari più affascinanti della nostra città. L’idea di mollare non ci ha mai sfiorato, in questo periodo abbiamo piuttosto arricchito e rafforzato competenze e carattere. Come Orchestra della Magna Grecia, abbiamo creato gruppi di lavoro, realizzato progetti. Fra questi, “Pubblico 2.0” e “Be creative, be music”, contest a sostegno di artisti freelance realizzato con i rimborsi ai quali il nostro pubblico ha rinunciato. Ripartiamo per riprendere a scrivere pagine importanti per la musica e la cultura della nostra Italia».

Il concerto finisce sulle note di “Felicità”. Al Bano non si tira indietro, se non davanti ai selfieinvocati dal pubblico a fine serata. Va bene uno scatto, ma un concerto dedicato agli eroi della battaglia al coronavirus non può finire con un assembramento. Un abbraccio virtuale, quello sì, poi tutti a casa. La pioggia si ricorda di avere in sospeso un conticino con la piazza. Finito il concerto, i professori fanno in tempo a riporre di corsa gli strumenti nelle custodie. Piove, ma è stata una serata da incorniciare in uno scenario suggestivo, come l’affaccio sul mare della Rotonda. E la partecipazione dei tarantini nella lotta al virus.

Mangiare italiano!

Leonardo Di Caprio, ultimo simbolo “Made in Italy”

Sorpreso in un supermercato a Los Angeles. Una lattina d’olio italiano da cinque litri. Come lui, sono tanti i divi affascinati dalla nostra cucina e dai nostri prodotti. Sting, De Vito, De Niro, Madonna, Lady Gaga…

Anche Di Caprio, alla fine, capitolò. Con tanto di prova documentale, cioè foto con lui, con mascherina anti-Covid e carrello appena sbucato da un supermercato nel quale c’è tanto di quel ben di dio griffato “Made in Italy”.

Dircelo fra noi è come confermare una tesi e, allo stesso tempo, annoiarsi un po’ e correre il rischio di essere considerati compiacenti con noi stessi. Ma qua la frase scappa in automatico, una espressione che ha conferme di una certa popolarità, divi di Hollywood che promuovono il brand-Italia a livello mondiale.

Dunque, non diciamo nulla che non sia stato detto o scritto: i prodotti enogastronomici italiani sono i migliori al mondo! Lo sanno e lo confermano anche stelle internazionali, fra attori, attrici, cantanti, registi e produttori, e, ancora, imprenditori, stilisti e categorie, come dire, “elette”.  Non è una novità che, puntualmente, queste, vengano sorprese nei ristoranti dove impera la nostra cucina, alle pizzerie, rigorosamente italiane. Qualcuna di queste stelle del firmamento cinematografico (ed economico) vengono riprese, fotografate mentre nei supermercati o in negozi dedicati all’italiano, dai vini ai formaggi, dall’olio alla pasta.

Ultimo in ordine di tempo, dicevamo, Leonardo Di Caprio che, fotografato a Los Angeles e ringraziato ufficialmente da una nota azienda italiana, eccellenza nella produzione di olio. “Leonardo Di Caprio, spero abbia apprezzato il nostro Evoo!”, è il messaggio postato su Facebook, da “Olio Roi” per ringraziare l’attore. Look casual e mascherina sul volto, “Leo” è stato sorpreso col carrello pieno di prodotti nel parcheggio di “Eataly”. Borse di carta, ecologiche, come da filosofia ambientalista sostenuta da Di Caprio, spicca proprio una latta dell’olio extravergine d’oliva che l’azienda di Badalucco (Imperia) produce da cinque generazioni nella ligure valle Argentina e commercializza in tutto il mondo.

Undicimila alberi di olivo cultivar Taggiasca, tutti piantati tra i 60 e i 500 metri sopra il livello del mare, danno ogni anno origine a migliaia di lattine e bottiglie. Leonardo Di Caprio ha fatto scorta di olio, scegliendo la latta da cinque litri di “Mosto”, olio ottenuto dalla prima spremitura a freddo che, colore giallo dorato e riflessi verde, ha note pronunciate di carciofo e oliva fresca. Prezzo: settantaquattro euro.

Ma le star che adorano l’Italia sono tante. Chi, fra queste, ama il nostro Paese al punto di prendere casa, chi trascorre le sue vacanze. Chi compra la nostra moda, chi non sa dire no ad una cena italiana. Fra i prodotti preferiti: Parmigiano Reggiano e mozzarella di bufala. E non finisce qui, perché c’è chi, negli anni, ha scelto di avviare una sua produzione in territorio italiano. E’ il caso di Sting (un agriturismo in Toscana), Danny De Vito (limoncello prodotto coi limoni di Sorrento). E, ancora, Lady Gaga, Francis Ford Coppola, Robert De Niro: tutti tentati dai nostri prodotti, dalla Puglia alla Toscana, passando per la Campania.

Tra i piatti hanno la meglio gli spaghetti, diventati famosi con Alberto Sordi e “Un americano a Roma”, Totò e “Miseria e Nobiltà”. I “due spaghi” sono l’irrinunciabile pietanza di attori e modelle. Lady Gaga, in casa, non si fa mai mancare gli “spaghetti con meatballs” (polpette), Sean Connery non resiste alla tentazione e li ordina al ristorante. Arnold Schwarzenegger, poi, è un habitué del Buca di Beppo a New York, e nemmeno a dirlo, un appassionato dei suoi spaghetti. Poi c’è la cantante Madonna, che li mangia anche in una storica pubblicità di Dolce & Gabbana; Michelle Obama, che li cucina con pomodori e spinaci cotti; Gisele Bundchen e Gwyneth Paltrow, che li preparano per la famiglia. Per farla breve, la cucina italiana, prima nel mondo, è irrinunciabile. Sappiamo perfettamente cosa significhi sedersi a tavola da queste parti, in Puglia soprattutto. Prepariamoci, piuttosto, all’arrivo di truppe di divi, a breve o medio termine. Il Covid è in quarantena e molti artisti vogliono riprendere le sane e vecchie abitudini, come vivere e mangiare italiano.

«Primo amore…»

Youssef e Alì, marocchini, a Taranto per scelta

«Merito dei tarantini, generosi e rispettosi. Quattro anni fa arrivammo qui. Dormimmo per strada, poi in palestra. Molti nostri connazionali andarono via: non c’era lavoro, noi restammo, affascinati da sorrisi, strette di mano sincere e ospitalità. Non ci sbagliavamo…»

Incontrare Youssef, un marocchino, dopo quattro anni circa, da un brutto (o buono, punti di vista) giorno quando insieme con una cinquantina di connazionali pernottò a cavallo, fra un sabato e una domenica, fuori dalla stazione.

Quel giorno mostrava, orgoglioso, uno dei suoi pollicioni in su. In segno di vittoria, questo il ragazzo marocchino con un sorriso appena accennato, perché non sapeva ancora quale fosse il suo destina, e comunque la gioia nel cuore, mostrava grande ottimismo. «Il nostro sogno – spiega Youssef – era quello di fuggire dalla miseria, in molti casi alleggerire le famiglia da una bocca in più da sfamare e venire in Italia, ma anche nel resto d’Europa a cercare fortuna: qualcuno l’ha trovata, qualcuno no; molti hanno proseguito il loro cammino – quattro anni fa si potevano ancora superare i confini, non c’era la stessa ostilità o il rigore di oggi – chi in Germania, chi in Francia».

Lui, Youssef, si è stabilito a Taranto, ha trovato un lavoro. «Niente tappetti o, come dite da queste parti, “gratta-gratta” – anticipa eventuali domande il cittadino marocchino, “italiano di adozione” dice lui stesso – ho trovato lavori saltuari, prima come fattorino in una ditta di spedizioni, poi come dipendente in un supermercato; cose così, contratti brevi, perché di più non era possibile, ma mi è andata bene, specie alla luce di quanto successo in questi mesi con la paura del contagio da coronavirus: è stato un continuo sentirmi con i miei familiari che, dopo quattro anni, conto di raggiungere per pianificare meglio il nostro futuro: le condizioni per mettere radice, ci sono; anche la voglia di lavorare: ora lavoro in un ristorante, ci stiamo riprendendo poco per volta…».

CINQUANTA, UNA DOMENICA…

Ricorda i suo connazionali. «Cinquanta, più o meno, una all’esterno della stazione di Taranto: era una domenica. Qualcuno era lì da venerdì, altri da sabato; a poche centinaia di metri dal porto di Taranto, dall’hotspot realizzato appositamente per rilasciare un primo documento a quanti, migranti e con motivi diversi, erano arrivati sulle coste italiane: in maggior parte mei connazionali, poi egiziani e tunisini. Molti, anche di altra nazionalità, fuggiti dalla Libia, dove erano in atto conflitti spaventosi».

Poi, insieme con lui Alì. «Alcune donne furono assistite – ricorda il suo connazionale – ospitate nella palestra Ricciardi dal primo giorno; la struttura sportiva, meno male, la notte di venerdì al suo interno ne aveva accolti un’altra cinquantina, con un’ottantina è rimasta all’esterno». Anche Alì ricorda. «Alla stazione la Polizia di stato, un’ambulanza che prestava assistenza medica e tarantini, tanti tarantini, che a noi portavano casse d’acqua, alimenti per la colazione e il pranzo, quasi una corsa alla solidarietà: anche per questo sono rimasto a Taranto, i cittadini sono rispettosi e generosi, tanto che oltre all’assistenza ci hanno offerto, per quanto possibile, un lavoro».

«C’era anche il sindaco (Ippazio Stefàno, ndr) – ricorda ancora Youssef – per quelle decine di ragazzi seduti sui gradini, fra buste e casse d’acqua: mise a disposizione ancora la palestra. Alcuni lasciarono il palazzetto, altri li sostituirono per riposarsi e ristorarsi provvisoriamente».

C’è chi chiese alla Prefettura di Taranto un tavolo urgente per comprendere quali fossero stati criteri e strumenti giuridici adottati fra accoglienza e respingimento. E cosa si potesse fare per evitare che migranti, come quelle decine di ragazzi marocchini senza sostegno economico non restassero privi delle prime necessità.

CHIUSE SALA D’ATTESA E STAZIONE

«Stava diventando – ricorda – un problema anche la mancanza di servizi igienici; c’erano quelli della stazione, a un passo, ma chiudevano alle otto di sera; la sala d’attesa, per stare seduti, stendersi un po’, recuperare se possibile le forze, ma anche lì a mezzanotte in punto, anche quella chiudeva; io non ce la facevo più, ero a pezzi, salii sul primo bus urbano e mi recai alla Salinella; non c’erano posti per dormire, tutti occupati, così quella prima notte ripiegai all’esterno, all’aperto, al freddo».

Cosa ricorda dell’accoglienza, Alì. «Ragazzi di associazioni con cui sono rimasto in contatto, con il tempo siamo diventati amici: sorridevano, provavano a mescolare un po’ di italiano a un francese scolastico, proprio come ho fatto io con il vostro italiano: ci vuole quella pazienza – l’ho imparato qui – che è la virtù dei forti. Scambiammo numeri di cellulare, nel caso qualcuno si fosse per di vista: quei numeri li conservo ancora».

«Molti sono andati via – conclude Youssef – sapevano che questa è una città che non offre molto lavoro. Come me, erano a metà strada, fra la miseria e la speranza di un futuro migliore, se non altro lontano da guerre, conflitti e stenti». Quel pollice su e bene in vista, come a dire “Ok”, è un primo, timido segnale di ottimismo. Youssef e i suoi compagni ci avevano subito creduto.

«Informazione sempre vivace»

Domenico Palmiotti, giornalista di Agi e Sole 24 Ore

«Nonostante la crisi-Covid, l’informazione è vitale», dice il noto giornalista tarantino, una vita alla Gazzetta del Mezzogiorno. «La stampa deve coniugarsi al web. Va bene la richiesta di sostegno, ma la Fieg pensi anche a giovani e qualità. Vedere un quotidiano in crisi, spezza il cuore…».

 

Un sito, una web radio, un canale youtube. La nostra cooperativa da anni riserva uno spazio importante all’informazione realizzando interviste, servizi, inchieste, riflessioni sulle dinamiche del territorio e quanto accade nella cronaca e nella politica nazionale e internazionale. Per fare il punto sullo stato di salute dell’informazione sul nostro territorio, “Costruiamo Insieme” si è confrontato con un giornalista di grande esperienza, Domenico Palmiotti, già caporedattore a Taranto della Gazzetta del Mezzogiorno, attualmente impegnato con l’agenzia giornalistica Agi e il quotidiano Sole 24 Ore.

Partiamo dal cartaceo, Palmiotti: funziona oppure mostra il fiato corto?

«Per tornare alla sua autorevolezza, in fatto di consultazione degli strumenti di comunicazione, il cosiddetto cartaceo – i giornali tanto per intenderci – deve perfezionare certi meccanismi, spostare l’asse su qualità, approfondimenti, inchieste e riflessioni realizzando una virtuosa combinazione con il web: tutti i progetti delle più grandi aziende editoriali, a partire dal Gruppo editoriale Gedi – mi piace citare anche l’esempio Messaggero-Quotidiano – stanno lavorando molto su questa integrazione».

Gedi, non è l’unica impresa multimediale, che in un momento per certi versi critico per l’informazione, sta investendo in modo significativo in radio, tv, quotidiani nazionali e locali.

«Con l’acquisizione di Repubblica, che arricchisce un asset del quale fanno parte Stampa, Secolo XIX, una catena di giornali locali, radio e tv, ha aperto una strada. Ma, attenzione, fare giornalismo di qualità sulla carta stampata richiede pre-requisiti: preparazione e conoscenza, che implica formazione e cultura. Brutalizzo il concetto: non puoi fare informazione di qualità, se poi nel mondo dei media hai un esercito di precari, irregolari, elementi validi ma sottopagati. Questo, oggi, è il limite della nostra professione, col passare del tempo sempre più precarizzata».PALMIOTTI - 1Editoria, una filiera della quale la Fieg, Federazione italiana editori giornali, è portavoce. Una sua opinione.

«Richiesta di prepensionamenti a parte, sento ragionamenti sul come sostenere la filiera dell’editoria. La Fieg verso Parlamento e Governo ha avanzato richiesta di strumenti e aiuti economici forti per tamponare il momento-Covid, che inevitabilmente si è riflesso sul calo delle vendite e nei fatturati pubblicitari. Detto che la richiesta ci può anche stare, sosteniamo le aziende ma investiamo anche sui giornalisti, sulla qualità del loro lavoro. Non è sufficiente considerare che la legge dei prepensionamenti permette di ristabilire un equilibrio, per cui a fronte di due “uscite” faccio un’assunzione: non è così, oltre a un riequilibrio numerico, occorre investire nella qualità, nella formazione, per evitare che l’ingresso di nuovi giornalisti si trasformi in una ulteriore fascia di precariato: se a ciascuno di questi corrispondi pochi euro, in quale tipo di approfondimento potrà impegnarsi? Non sono sufficienti passione e impegno; occorre formazione e per fare questo è necessario trovare formule remunerative ragionevoli, che non significa strapagare o assicurare compensi d’oro, ma fare uscire i giovani colleghi dai compensi di fame. Dunque: integrazione carta-web e qualità dei contenuti, ma anche qualità in chi, questi contenuti, deve costruirli».

Ammortizzatori per le società, ma allo stesso tempo il coraggio di investire in nuove forze.

«Rispetto al precedente, questo governo ha rivolto attenzione al mondo dei media; non occupiamoci, però, solo degli strumenti di sostegno, come tamponare le aziende o soccorrere bilanci che accusano perdite importanti – nell’editoria si stima che nel primo semestre 2020 ci sia un calo di ricavi pari a 400milioni di euro – troviamo altre soluzioni. Non si può pretendere di ragionare sulla qualità del prodotto se le stesse società non manifestano coraggio di investire anche sul capitale umano».

Gazzetta del Mezzogiorno, il “suo” quotidiano. Attraversa un momento di crisi, che tutti sperano si riesca a debellare in qualche modo. Si invocano interventi esterni, evitare il fallimento con una cooperativa.

«Per quasi quarant’anni la gazzetta del Mezzogiorno è stata casa mia, mi ha dato tanto, sono nato professionalmente con questo giornale; sono stato accompagnato per mano nella professione di giornalista: vedere un giornale con una grande storia ridotto in queste condizioni, sentire la richiesta di fallimento da parte della Procura, provoca sconforto. Detto che sono dispiaciuto del momento che oggi attraversa, esprimo massima solidarietà nei confronti dei colleghi con l’auspicio che il giornale possa superare nel migliore dei modi questo impasse; sento numerosi appelli, fra questi anche quelli di colleghi, che invocano l’ingresso in campo dell’imprenditoria pugliese: detto di un appello condivisibile, aggiungo che la stessa imprenditoria reclamata, ma travolta dalla crisi-Covid, al momento non ha testa e risorse per pensare a qualcosa che sia diverso dal proprio business aziendale.

Oltre vent’anni fa, quando la Gazzetta ebbe bisogno di sostegno, Giuseppe Gorjux, figlio del fondatore di questo giornale, il soccorso dovette cercarselo fuori, in Sicilia, rivolgendosi al Gruppo editoriale Ciancio; quindi, chi oggi, in Puglia, sta alla finestra, lo era anche venti anni fa…».

Svolga per qualche istante il ruolo di lettore, ascoltatore, a quali strumenti si rivolgerebbe per sentirsi soddisfatto dell’informazione?

«Premesso che per mestiere mi rivolgo direttamente alle fonti, in qualità di lettore sfoglio quotidiani e siti locali. In un quadro di oggettiva difficoltà, la stampa svolge il suo ruolo al meglio; Taranto, rispetto ad altre realtà, ha un’offerta variegata: tre quotidiani, diversi siti, due emittenti, riviste free-press: non credo che tante altre città  possano vantare una pluralità di offerta che metta lettore o ascoltatore nelle condizioni di scegliere il prodotto nel quale riconoscersi. Pur con tanti problemi, il settore, che rappresenta ricchezza, prosegue per la sua strada. Nonostante nubi e nuvole che si addensano sul territorio, quello dell’informazione resta un settore vivace e vitale».