«Vincere insieme»

Valerio Cecinati, direttore del reparto di Pediatria del SS. Annunziata.

«Medici, genitori e piccoli pazienti devono essere una cosa sola. Ho imparato molto da loro. Passi da gigante nella ricerca: più sette casi su dieci si risolvono positivamente. Taranto soffre, registra il 50% di casi in più rispetto al resto d’Italia»

Fra le interviste di “Costruiamo Insieme”, in diverse occasioni ci siamo rivolti a chi lavora nell’informazione o chi è impegnato in prima linea nel cura della salute dei cittadini tarantini. Dopo l’opinione di un genitore di uno dei piccoli assistiti sul territorio, stavolta ospitiamo un oncoematologo, Valerio Cecinati, direttore del reparto di Pediatria del SS. Annunziata di Taranto.

Oncoematologo, è una parola che mette sicurezza o paura?

«Uno e l’altro, l’oncoematologo pediatra è un pediatra che si occupa di tumori infantili, dunque di “mali” in età pediatrica ma anche di malattie del sangue; da un certo punto di vista mette timore, del resto stiamo parlando di malattie e, in alcuni casi, di malattie serie; dall’altro, mette sicurezza perché rappresenta una piccola branca della pediatria: chi si occupa di questo, si dedica esclusivamente di tumori infantili. E’ però anche capitato che oncologi ed ematologi degli adulti, nonostante l’esperienza non avessero la stessa conoscenza che ha un pediatra oncoematologo: ecco l’invito a consultare uno specialista specifico».Cecinati Copertina 2Per cosa si consulta un ematologo pediatrico?

«Per le patologie dell’età infantile, parliamo di bambini che dai trenta giorni ai diciotto anni, che possono avere malattie del sangue o tumori; è chiaro, però, che non tutte le malattie ematologiche sono gravi, in quanto ne esistono di comuni, facilmente curabili: l’anemia dovuta al ferro basso, per esempio, oppure un calo delle piastrine; poi ci sono malattie più importanti, oncologiche, e mi riferisco alle malattie del sangue, quelle neoplastiche, che sono le leucemie acute; ma l’oncoematologo si occupa anche di tumori solidi del sangue, sarcomi, tumori del cervello; dunque, malattie oncologiche (non neoplastiche) e tumori ematologici, del sangue o non del sangue».

Fin qui ci ha messo sufficientemente paura. Negli anni nella sua materia, però, sono stati compiuti passi da gigante. 

«Detto che Oncologia pediatrica è diversa dalla specializzazione che può interessare il paziente in età adulta; grazie al costante lavoro di ricerca sono stati fatti enormi passi avanti; l’Italia è uno dei Paesi cpn una grande storia nel campo dell’ematologia pediatrica; dunque, detto che è diverso rispetto a quella adulta, consideriamo che le possibilità di un bambino di salvarsi da un tumore del sangue sono superiori al 70%; fino agli anni Ottanta la percentuale di sopravvivenza era del 30%, dunque possiamo dire che è stata ribaltata la tendenza; ciò significa che sono stati compiuti passi molto importanti: un bambino che ha un tumore in età pediatrica ha delle buone, a volte ottime, probabilità di guarire».

Taranto e i problemi di salute, anche gravi. E’ una città nella norma o registra numeri più elevati rispetto alla già dolorosa media nazionale?

«Tumori infantili, considerandoli patologie rare, in Italia si registrano circa quattromila casi l’anno; l’ultimo rapporto dell’Istituto superiore di Sanità sull’incidenza dei tumori infantili descrive una percentuale superiore al 50% rispetto alla media: non abbiamo un’epidemia di tumori infantili, ma tradotto in numeri, fra Taranto e provincia dovremmo avere una media di quindici casi, invece ne riscontriamo venticinque l’anno».
Cecinati Articolo 02Qual è il rapporto con i genitori dei suoi piccoli pazienti?

«Prima di arrivare a Taranto, ho lavorato a Roma, Pescara e Bari; ho sempre avuto un buon rapporto con i genitori dei piccoli: non è un rapporto facile, ma quanto imparato nelle relazioni lo devo a loro; papà e mamma dei bambini attraversano un rapporto molto complicato della loro vita: quando uno di questi casi investe una famiglia, blocca ogni attività quotidiana, in casa come al lavoro; è, però, importante far capire che ci sei, che possono contare su di te».

Specialista, ma anche genitore. Il suo rapporto con i piccoli?

«E’ una delle cose più belle, ma dipende dall’età; con gli adolescenti non è sempre facile, loro vorrebbero stare ovunque tranne che in un reparto di ospedale; ho invece imparato dai piccoli, che ho assistito in chemioterapia: hanno una forza straordinaria, spesso molto superiore a quella degli adulti nelle stesse condizioni; e i bambini più fragili? Il più delle volte sono i più forti».

Esistono sintomi da monitorare? 

«Una vera prevenzione in età pediatrica non esiste, con la Fondazione Veronesi però siamo andati nelle scuole medie superiori per suggerire ai ragazzi uno stile di vita attento rispetto ad alimentazione, fumo e droghe; per quanto riguarda la cura, quando lo stato di salute cagionevole di un piccolo persiste, è bene rivolgersi a uno specialista».

Vino sostenibile

“12eMezzo” e una griffe già nota: Varvaglione1921.

Lanciato sul mercato un progetto più moderno ed eco-compatibile.

Fra un po’ anche i media nazionali, si accorgeranno che Taranto non è “tutto fumo”. Dunque, acciaio, un’industria che proprio non riesce a liberarsi da una marcatura  asfissiante di chi vuole sì il lavoro, ma non riesce in modo convinto, e unanime, a salvaguardare il bene primario: la salute.

Se poi alla salute vai incontro, come stanno facendo imprenditori illuminati che investono sulla ricchezza del territorio, coltivazioni senza contaminazioni, prodotti chimici, capisci che da queste parti ormai si suona un’altra musica.

Detto di masserie nei dintorni, degli “stretti” della Città vecchia, delle antiche vestigia di una bellezza senza tempo, ecco che dalla mente di investitori dalla vista lunga, scaturisce un altro prodotto delle nostre terre. L’ultimo brand dello nostro territorio è, infatti, una linea di vini completamente sostenibile. Dalla vigna alla bottiglia 12eMezzo: è questo, il progetto più moderno ed eco-compatibile lanciato sul mercato e che porta una griffe già nota: Varvaglione1921.

Grazie alla presenza a stazioni meteo che valutano tutta una gamma di parametri, in campagna non esistono più – come dire – “trattamenti” se non quelli realmente necessari e richiesti dalla pianta. Sostenibilità, la parola d’ordine. E’ l’unico passpartù che consente la scelta dei supporti riciclabili della RAF cycle, fino alle carte certificate FSC, marchio che identifica i prodotti provenienti da foreste gestite in maniera corretta e responsabile secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici.

Volendola fare breve: carte che provengono da foreste gestite in maniera sostenibile. Ciliegina sulla torta, meglio, tappo sul collo della bottiglia? Detto fatto, anche il tappo è frutto di una ricerca e di un investimento teso alla tutela dell’ambiente poiché si è optato per un prodotto, targato Normacorc, al 100% e prodotto in fibra di canna da zucchero.

Il brand è un impegno, onestà imprenditoriale e rispetto della clientela, che dall’attenzione all’ambiente passa all’unicità di un’etichetta che cambia per essere al passo con i tempi. Impercettibile, dirà qualcuno. Sostanziale, sostengono invece molti altri. Ecco la nuova immagine scelta da Varvaglione1921per la linea 12eMezzo.

«Siamo intervenuti graficamente – spiega Marzia Varvaglione – per  valorizzare i dettagli e spingere sull’identità, per unificare il layout ma, attraverso alcuni particolari, evidenziare ancora più l’unicità di ogni bottiglia». Uniformati i colori delle capsule per differenziare la selezione dei rossi da quella dal resto della collezione per rafforzare l’appartenenza di ogni vino a quella che per Varvaglione1921 è una delle linee più amate in Italia e all’estero dove è presente in 60 Paesi.

«Ci sembrava importante dare un’idea di continuità – prosegue Marzia Varvaglione –  anche grafica sugli scaffali delle enoteche o in qualunque luogo in cui le bottiglie vengono o verranno esposte: abbiamo differenziato il colore per ilPrimitivo e per il Negroamaro per dare a ciascuna bottiglia anche una vita propria nel segno della riconoscibilità e siamo intervenuti, graficamente, sulla laminatura che da color argento è diventata dorata».

In buona sostanza, un lavoro di rifinitura guardando ad una comunicazione efficace, immediata e moderna alla quale si è unito un lavoro che ha puntato sulle sensazioni che, su ciascuna etichetta, prendono la forma degli elementi che si sentono al naso dalla degustazione olfattiva.

La collezione 12eMezzo è il risultato di questo ultimo progetto. Un grande appeal che ha visto la collaborazione tra Varvaglione1921 con l’Università di Udine che, insieme, hanno lavorato affinché, partendo dai vitigni autoctoni di origine pugliese, si mettessero in bottiglia vini con il medesimo grado alcolico. Da questo, che si attesta sui 12,5% alc, è derivato anche il nome di quella che è una linea che sta riscuotendo un grandissimo favore da parte dei mercati italiani e internazionali.

12eMezzo riflette pienamente la filosofia della famiglia Varvaglione nell’utilizzo dei tradizionali vitigni autoctoni pugliesi, implementando al contempo un moderno processo di vinificazione. Questo dà origine a vini freschi e innovativi che sono unici nel loro packaging. Un progetto che a distanza di qualche anno ha ricevuto la giusta attenzione per renderlo più moderno e ancora più accattivante nella sua immagine.

Taranto è anche questa. Vuole essere soprattutto questa. Una ripartenza, dalla propria tradizione in poi. Quando il nostro territorio in fatto di “tavola” ha dato punti (e spunti) a chiunque.

«Se mi salvo…»

Sow, guineano, ventuno anni, scrive e canta

«…Scrivo una canzone! Fuggito dal mio Paese, ne ho attraversati tanti. Lavorato da schiavo, poi finalmente libero. Su un barcone una paura matta, mi sono rivolto al Cielo, se mi salvo racconto questa e tante altre storie…». 

«Se mi salvo, scrivo una canzone!», si ripeteva su un barcone sbattuto da onde che facevano paura, tanto erano alte. «Canzoni: è quello che ho imparato a fare negli ultimi cinque anni, tradurre i sentimenti in musica e parole!». Il suo volto nero, preoccupato, fissa la prua di un barcone. Uno dei tanti con il muso diretto, almeno questo sembra, verso la libertà. «Viaggiamo senza bussola, uno che guida l’imbarcazione ci ha detto che sa orientarsi anche senza: “Non preoccupatevi!”, ci ripete. E più ce lo ricorda, più ho la sensazione che nemmeno lui sappia dove ci porteranno bagnarola e vento». Non vorremmo stare nella testa, né al suo posto, in quel tratto di mare abbandonato da tutti, perfino dalle vedette. Dalla Libia all’Italia. Quelle acque interessano relativamente. Chi si è spinto fino a lì, mare aperto, lo fa a sua rischio e pericolo.

Appena ventuno anni, cappellino e occhiali neri, da sole, a Sow la passione per la musica è arrivata relativamente tardi. «Avevo quindici anni – racconta – ascoltavo solo musica giamaicana: quasi quasi invece di cantarle, le canzoni le scrivo, ma prima dovevo imparare a suonare uno strumento, la chitarra mi sembrava il più semplice e il meno costoso».

Torniamo in mare aperto. L’imbarcazione ha un nome, spiega Sow Ibrahim, guineano, ventuno anni, in arte fa Manby Kapororail. E’ così che lo gettonano sul web un pugno di amici e migliaia “navigatori”. «Zodiac, lo dico nella canzone che poi ho scritto – non senza sofferenze paura, agitato in uno specchio d’acqua del quale non si vedeva l’inizio e nemmeno la fine – è il nome dell’imbarcazione a bordo della quale, alla fine, sono arrivato in Italia; sbattuto dalle onde e da un brutto presentimento, non sapevo nemmeno cosa invocare: che finisse bene o che finisse la storia; il confine è sottile, ripensandoci non mi rendo nemmeno conto a che punto fossi arrivato: se invocare la salvezza o la fine. In più di qualche momento, quello stato d’animo mi sembrava uguale».

PRIMA UNA BRUTTA SENSAZIONE

Avevo la sensazione di non appartenermi più, non avevo sentimenti: me lo hanno detto compagni di viaggi, una volta sbarcati insieme; fissavo il vuoto, non pensavo, mi ero completamente estraniato. E’ durato un’ora, un giorno, francamente non lo so, certo è che sono stato scosso da un brivido di freddo, come se qualcuno mi avesse gettato sul volto un secchio d’acqua, come fanno con i pugili quando le hanno prese di santa ragione e non sanno che sono sul ring».

Il suo ring è quella barca. Non può scappare. Quella doccia gelata è stata salutare. Lo ha ricondotto al ragionamento di partenza, quando ha deciso di lasciare la sua Guinea per tentare un po’ di fortuna. «Nemmeno io – dice Sow – sapevo dove le mie gambe mi avrebbero portato, tanto che di Paesi – prima di arrivare in Italia – ne ho attraversati diversi, una decina forse:  Mali, Togo, Benin, Niger, Algeria, Libia… Una fuga durata due anni, perché nessuno Stato era quello giusto per fermarsi a vita, provare a costruire qualcosa, c’era sempre un elemento che mi spingeva a riprendere quella corsa a piedi, fino a quando avrei avuto benzina nelle gambe».

Contento di aver scritto quella canzone. Ricorda un versetto, “Bianco, nero, giallo, nero, nero” il titolo. «Tanti colori di facce perdute – canta Sow, come fosse un rapper disinvolto – forti profumi di pelli sudate; lingue mischiate, trecce di razze, mille speranze, sogni infiniti; tutti stretti dentro “Zodiac”, grande barcone, sul grande mare…». L’ha scritta in italiano. «Un omaggio alla terra che mi ha abbracciato: le sono riconoscente, come a tutti gli italiani, la gente che incontro ovunque: mi sono attrezzato, ho gli strumenti che trascino sul troller, mi sento un dj, “suono” e faccio animazione e se i ragazzi che mi invitano in qualche serata, canto anche».

POI, HO OCCUPATO LA MIA MENTE…

«L’idea mi è venuta lì – ricorda Sow – sul un barcone: se mi salvo la scrivo, mi ripromisi; sogno di fare l’artista per mestiere, risparmio per produrmi un mixtape e un videoalbum».  C’è anche qualcosa di molto familiare. «Nella canzone un passaggio l’ho dedicato a “Costruiamo Insieme”, che mi ha accolto come fossi uno di famiglia: era il minimo che potessi fare per ricambiare il regalo più grande della mia vita, la mia stessa vita…».

Cura la sua immagine, Sow. Lavoricchia nelle discoteche, in qualche serata è una piccola star, canta, anima, suona. «…La chitarra, ma attenzione, non sono un professionista, anzi, sono sincero: ogni tanto le corde dello strumento stridono, esprimono quasi dolore – sorride con un’aria furba per poi tornare serio – come è successo a me quando sono stato in Libia, dove ho passato brutti momenti: non sapevo quale fine mi toccasse, chiuso in uno stanzone, sottochiave, insieme a tanti altri compagni; la sera a letto, pane e acqua, il giorno dopo, sveglia per farti scegliere da qualcuno che ti avrebbe pagato poco e male, magari anche picchiato se ti avesse visto per un attimo a fare pausa nei campi…». Funzionava così, spiega amaro Sow, che ora ha un piccolo sogno. «Continuare a fare canzoni, ho un canale Youtube sul quale ho messo le mie prime cose, compresa “Bianco, nero, giallo, nero, nero”: prima un mixtape: due canzoni in italiano, due in inglese, due in francese, voglio che tutti capiscano un linguaggio unico, universale: la libertà».

«Funzione sociale»

Michelangelo Giusti, presidente del Coni a “Costruiamo Insieme”

«Formiamo i ragazzi come individui, ma anche come futuri cittadini. Più di ventimila gli iscritti: non solo calcio, basket, volley e nuoto. Accanto all’Amministrazione che si candida alla manifestazione del 2025»

«Lo sport ha una funzione sociale fondamentale: forma il ragazzo come individuo, ma anche come futuro cittadino. Le difficoltà non mancano, dunque occorre individuare quegli spazi per dedicarsi allo sport; non sempre è facile e questo dimostra quanta passione ci sia nei ragazzi che fanno sport e hanno voglia di mettersi in competizione. Poi diventare campioni nella vita, che poi è lo scopo finale dello sport in genere».

Ospite dello spazio informativo di “Costruiamo Insieme”, Michelangelo Giusti, presidente del Coni, Comitato olimpico nazionale. In queste settimane, fra l’altro, il massimo rappresentante territoriale affianca l’Amministrazione comunale nel sostenere la candidatura della città ai Giochi del Mediterraneo 2025.

«L’Amministrazione comunale, nella persona del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, si era già attivata con il presidente Giovanni Malagò; condiviso l’indirizzo  dato dal primo cittadino, la nostra organizzazione è entrata in gioco; in queste settimane, raccogliendo l’invito di sindaco, assessore allo Sport e alla Cultura, Fabiano Marti, e del maestro Piero Romano dell’Orchestra della Magna Grecia, insieme con atleti di spicco del nostro territorio, sto prendendo parte agli eventi del Magna Grecia Festival: ad ogni incontro, breve introduzione con i nostri campioni, il perché Taranto può candidarsi autorevolmente ai Giochi del mediterraneo, poi spazio alla musica».Michelangelo Giusti Articolo 01Quanto è importante una partecipazione ai Giochi.

«Rientrano nel Piano strategico di sviluppo di Taranto, dunque i Giochi tornano utili nell’ambito di questo piano soprattutto a darsi una scadenza, 2025, perché intanto si lavori con una data certa per completare impianti, infrastrutture e quanto interessa la ricettività; e poi dare, considerando lo spessore dell’evento, una immagine nuova di Taranto, a livello nazionale e internazionale».

Qual è il ruolo del Coni nazionale e quello locale?

«Istituzionalmente segue, promuove, gestisce, organizza tutta l’attività sportiva; a questa attività istituzionale da qualche anno si è aggiunta, per delega del Governo, anche un’attività sociale, in particolare allo sport di base e all’attività motoria nell’ambito delle scuole; istituzionalmente, il Coni si interessa esclusivamente di agonismo e, in vista dell’evento più importante le Olimpiadi»

Quanti atleti fra Taranto e provincia?

«Oltre ventimila sono i tesserati, dato che si riferisce a un paio di anni fa, l’ultimo ufficiali; fra questi atleti, numerose sono le eccellenze. Fra le discipline più frequentate dai giovani e con il maggior numero di tesserati, calcio, basket, pallavolo e nuoto; anche nelle discipline minori, sicuramente non minori per importanza, vantano anche un significativo numero di iscritti».

Il primo nome che le viene in mente.

«L’elenco è lungo, menziono l’ultima: la tarantina Benedetta Pilato, enfant-prodige del nuoto che poche settimane fa, a Roma, ha stracciato il primato nazionale nella specialità “rana” sui cinquanta metri. Un fatto eccezionale, se pensiamo a una ragazza di appena quattordici anni, che ha un futuro glorioso che sicuramente farà bene allo sport, non solo nazionale».
Michelangelo Giusti Articolo 02La Pilato, pensa alla scuola. La mamma ha condiviso.

«Ha mostrato maturità, soprattutto – nonostante la disciplina sportiva che pratica – di saper tenere i piedi ben piantati in terra; promette bene per il suo futuro: quando si ottengono risultati importanti, di solito si è portati a fare programmi non sempre così contenuti; Benedetta, invece, ha mostrato che il corpo deve essere sempre collegato alla mente: la parte emotiva e intellettiva, infatti, sono gli elementi che fanno la differenza fra uno sportivo e un campione».

Che rapporto ha il Coni con le società del territorio.

«Il Coni rappresenta l’unità del mondo sportivo a livello territoriale, posto che ogni federazione ha statuti, regole, autonomia; all’esterno il Comitato nazionale rappresenta il mondo sportivo e tutte le federazioni insieme».

Si può vivere o sopravvivere di sport?

«C’è possibilità di fare sport, tralasciando i campioni e gli alti livelli che questi raggiungono, il discorso è diverso: a livello locale, un istruttore, un dirigente sportivo – perché non esistono solo gli atleti – visto che lo stesso Coni si occupa della formazione non solo atletica, ma anche di tecnici e sulla formazione dei dirigenti; Taranto, pertanto, può offrire anche occasioni di lavoro in ambito sportivo».

«Puglia, terra magica»

Carlo Verdone, concluse le riprese del film “Si vive una volta sola”

«Accogliente, da visitare, da gustare. Parliamo di amicizia e insoddisfazione, nonostante i quattro amici protagonisti siano medici affermati. Scherzi, come accade nella migliore tradizione dei film corali e un pizzico di cinismo, anche se qualcosa cambierà la vita dei quattro protagonisti»

«La Puglia, gran bella regione, ci sarà un motivo se viene segnalata in Italia e all’estero come la più bella in assoluto». A pochi giorni dal «tutti a casa» giunto dal set del film “’Si vive una volta sola”, dopo otto settimane di riprese in Puglia, il regista-attore Carlo Verdone insieme con Anna Foglietta, Rocco Papaleo e Max Tortora, in un’affollata conferenza-stampa ha raccontato l’esperienza pugliese. Il film è prodotto dalla De Laurentiis, patron del Napoli e della squadra del Bari (non è detto che Aurelio non abbia voluto fare un “regalo” alla piazza pugliese) con il sostegno di Apulia film commission. Il film, altro non è che un viaggio verso i mari del Sud di quattro amici medici.

«E’ pure qualcosa di più della storia di un’amicizia –   ha dichiarato Verdone in conferenza – per scegliere i luoghi dove girare, ho percorso in lungo e in largo l’Italia meridionale e quasi istintivamente ho scelto di andare a destra e non a sinistra: ho fatto bene perché la gente e i luoghi si sono dimostrati ideali. Ma è stato in fase di montaggio che ho anche scoperto una luce, una luminosità e dei colori affascinanti». In conferenza, interviene anche un altro dei protagonisti di “Si vive una volta sola”. Anche se lucano, Papaleo conosce bene questi posti. «La Puglia è una regione che potrebbe trascinare la rinascita per il Sud che, se vuole riscattarsi, può farlo partendo dalla cultura».

Scena prima scena del film. Il chirurgo di fama Carlo Verdone sottopone alla risonanza magnetica addirittura il Papa. Non è un esordio in veste di specialista, nella sua lunga carriera cinematografica l’attore-regista aveva già indossato il camice bianco: in “Manuale d’amore” era un pediatra, in “Viaggi di Nozze” il cinico Raniero Cotti Borroni, in “Italians” un dentista. E, nella vita, Verdone. «Ho salvato la pelle a più di un amico grazie al mio intuito di medico mancato: diagnosi e farmaci sono sempre stati la mia passione e spesso gli amici mi chiamano per un consulto: dico la mia opinione, ma, sia chiaro, indirizzo l’interlocutore allo specialista«».VERDONE Domenicale 2 - 1A un primo incontro con la stampa, raffica di aneddoti. Per esempio, di quella volta che, indossato un guanto da cucina, eseguì una visita prostatica sull’amico sofferente arrivando a scoprire il brutto male incredibilmente sfuggito al luminare che l’aveva in cura. Siamo nel cuore del Salento, in un’atmosfera effervescente Verdone gira davanti e dietro alla cinepresa la sua nuova scoppiettante commedia.

“Si vive una volta sola” è una storia corale, a tratti crudele, costellata di colpi di scena (la sceneggiatura è firmata da Verdone, Giovanni Veronesi e Pasquale Plastino) e interpretata da un quartetto di attori importanti. Con Verdone, infatti, recitano Anna Foglietta, Rocco Papaleo e Max Tortora. «Formiamo un’équipe chirurgica di altissimo valore ma, mentre nel lavoro siamo affiatati e imbattibili, nella realtà abbiamo tutti vite private disastrose scandite da fallimenti e solitudine. Così ci buttiamo sulla goliardia, organizzando epiche beffe e scherzi feroci», anticipa Verdone.

Nel corso di una vacanza in Puglia, motivata da uno scopo necessario che lo spettatore scoprirà solo alla fine del film, i quattro impareranno a fare i conti con se stessi, con le loro certezze e le loro paure, con fragilità e ambizioni. «La loro amicizia restituirà a ciascuno la verve e la voglia di riscatto: sarà un film molto dinamico, vedrete», spiega il produttore Aurelio De Laurentiis, sul set con il figlio Luigi. «In buona sostanza, un road movie destinato a concludersi con fuochi d’artificio». Da vedere, come le bellezze della Puglia. Che non è solo cultura, ma una regione ospitale, affascinante, bella. E buona, considerando il verde, le ricchezze della sua terra, e la gastronomia che da queste parti non si batte.