«Solo chi cade…»

Kwame, guineano, venticinque anni

«Ho imparato a mie spese che anche le ferite servono a imparare. Trovai un posto di lavoro, sfruttato, mal pagato e, alla fine, insultato pesantemente. Ma gli italiani non sono tutti così, c’è un sacco di gente per bene: fidatevi, ho trovato un lavoro decoroso, i colleghi mi rispettano e siamo diventati grandi amici…»

«Gli italiani non sono tutti uguali, non appena sbarcato in Italia ho avuto problemi di ambientamento, sono stato bene accolto dal Centro di accoglienza tarantino, poi, con il carattere che mi ritrovo e che forse non aiuta così tanto, mi sono lanciato alla ricerca di un lavoro: la prima attività non è stata una grande esperienza, sono stato trattato male sotto tutti i punti di vista…».

Kwame, guineano, venticinque anni, orfano di papà, mamma e due sorelline in patria, racconta la sua prima esperienza di lavoro nella nostra provincia. Poi glissa, prova a cambiare argomento. Non gli va di parlare di quella breve storia, così umiliante che prima la dimentica meglio è. E, invece, insistiamo, il rispetto nei suoi confronti e la rivincita sua e dei nostri ragazzi deve essere il nostro pane quotidiano.

«Come mi capitava spesso di vedere mentre giravo in città – accetta di parlarne il venticinquenne guineano – miei connazionali, ma anche fratelli di altri Paesi africani, giravano per negozi, attività commerciali per chiedere se ci fosse lavoro per loro, anche saltuario: c’era già chi lavorava al mercato, in un ristorante o in una pizzeria, chi in un supermercato; anche io mi feci coraggio e cominciai a girare per chiedere lavoro…».

Primo impatto, traumatico. «Parlo bene il francese, l’italiano lo capisco abbastanza bene; certo, per comprendere la vostra lingua devo pensare per qualche istante, per tradurlo bene in mente, ma poi so anche farmi comprendere: quella volta non fu molto bello, ma capisco anche una certa seccatura: “Senti, amico mio – mi rispose il titolare di un ristorante-pizzeria – sei già il terzo che passa da qui stamattina, tutti neri come te, non ce la faccio più: andate a lavorare nei campi, lì c’è bisogno di gente che vuole lavorare, vi alzate alle quattro del mattino, andate nei campi e alle due avete finito…”; il primo colloquio di lavoro non era stato incoraggiante, ma non mi detti per vinto fino a quando, un altro signore, il titolare di una trattoria, non mi disse: “Mi sembri un ragazzo per bene, vieni domani mattina, ho per te un lavoro da lavapiatti; anche io ho cominciato da lì, più avanti potresti cominciare a fare l’aiuto cuoco, a stare prima fra i fornelli e poi fra i tavoli”».

 

PRIMA UNA CAREZZA, POI…

Detto così, una prospettiva più che incoraggiante. «Mi accorsi più in fretta del previsto che quel signore non era così tanto per bene come mi era sembrato a prima vista, cioè educato, sorridente, disponibile; un lavoro massacrante, da mattina a tarda sera, a lavare stoviglie, sgrassare posate, pentole e pentoloni, pulire per terra, portare al lavaggio le tovaglie e sostituirle con quelle pulite; il titolare, quello sorridente, aveva cambiato strategia: non faceva che urlarmi, dovevo sbrigarmi, darmi da fare perché i clienti erano prossimi ad arrivare a pranzo e cena».

Primo contrattempo. «I miei seicento euro – ricorda Kwame – non arrivavano mai, era passata una quarantina di giorni, ma non vedevo un euro: un acconto di cento euro, poi più avanti altri cinquanta euro… Era chiaro che non mi volesse più dare la somma pattuita se avevo raccolto appena trecento euro nei primi due mesi: lasciai, non era il caso continuassi, feci in modo che mi cacciasse, mi dette altri cento euro, fui minacciato e andai via. “E non farti più vedere!” e tante altre cose appresso, che ho voluto dimenticare».

Ma per fortuna, diceva il ragazzo guineano, non tutti sono così. «Qui ho imparato la saggezza popolare di frasi come “Si chiude una porta e si apre un portone”, per questo dico che la gente non è tutta uguale: ancora un ristorante-pizzeria e subito un contratto da ottocento euro e, soprattutto, ore di lavoro umane e massima puntualità nello stipendio; facevo turni settimanali, una volta al mattino fino all’ora di pranzo, la volta successiva dal primo pomeriggio all’ora di cena… Poi, nei mesi successivi, anche un piccolo aumento; ecco perché non sono tutti uguali…».

 

…LA SBERLA!

C’è qualcosa che brucia dentro, Kwame. «Da quando cominciai a chiedere i soldi che mi spettavano – dice, ripensandoci, gli occhi lucidi… – iniziò contro di me qualsiasi tipo di offesa, la cosa più grave – per me, igienista convinto – era che non avessi cura dell’igiene personale, così il titolare, spalleggiato dal suo più stretto collaboratore, mi diceva che dovevo lavarmi e mettermi tanto deodorante, perché mentre sistemavo i tavoli un cliente aveva detto – ma ci credo poco… – che puzzavo: una grande umiliazione; dicevano che avrei dovuto lavarmi con il detersivo, sfregarmi con la spugna dalla parte della retina… questa cosa, insieme con i pagamenti che non arrivavano mai, mi fece capire che era meglio cambiare aria».

«Ora da due anni – dice il giovane guineano – lavoro in questo locale, ho degli colleghi in gamba con i quali ho anche un rapporto fuori dall’ambiente di lavoro; penso di essere rinato: è proprio vero, chiusa una porta si apre un portone e poi ho anche imparato che “La felicità più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarsi sempre dopo una caduta”».

Condividiamo. Anche se non crediamo sia stato un nostro saggio ad averla pronunciata questa frase. Appartiene più alla cultura orientale. Comunque, il senso è identico. Tanta fortuna, Kwame.

«Basta un poco di Zucchero…»

Mimmo Cavallo e il regalo natalizio di “Sugar”

«Aveva in mente il testo di “Non illudermi così”, poi mi ha fatto questa graditissima sorpresa. Mi stimava da prima che diventassimo amici. Non seguo la moda, ne ho parlato con lui, dobbiamo continuare ad essere noi stessi: se la storia torna da noi, bene, sennò…»

Mimmo Cavallo, cantautore, cantante e autore. Interprete delle proprie canzoni, da “Siamo meridionali” a “Uh, mammà”, autore di brani per Mannoia, Mia Martini, Vanoni, Berté, Syria e Giorgia. Unico a firmare una canzone con il grande giornalista Enzo Biagi, poi a scrivere anche per Morandi e Zucchero. Proprio qust’ultimo,  “Sugar”, gli ha confezionato un bel regalo, una strenna natalizia. Un ricampionamento di “D.O.C.”, raccolta fra editi e inediti. Dopo “Vedo nero”, Zucchero oltre a un brano con Sting stavolta ha messo dentro un altro brano di Cavallo: “Non illudermi così”.

Intanto, auguri di buon Natale e un felice anno nuovo. Cosa hai trovato sotto l’albero: un vaccino anticovid, una canzone, un saluto come quello di Zucchero, che ha tenuto fede a una promessa.

«Era una cosa che in qualche modo già sapevo, lui mi aveva detto che era innamorato del testo di “Non illudermi così”, poi mi ha chiamato giorni fa e mi ha detto che stava per uscire l’album con dentro alcuni inediti, fra questi, il mio. Così ecco la strenna natalizia, il “disco”: vinile più cd».

Parliamo della canzone e del tuo rapporto con Zucchero.

«La canzone. E’ uno dei brani inediti di questa raccolta fra vissuto e novità. Un regalo bellissimo. Ho grande stima di lui e credo che la cosa sia reciproca. Zucchero non è uno che ama cantare le canzoni di altri. Ha relazioni con i grandi, gli capita di cantare Sting, per questo motivo mi sento doppiamente lusingato che mi abbia scelto: come autore e come amico».

Qualcuno ti ha cercato perché facessi da interlocutore?

«Molti mi scrivono, chiedendomi di fargli ascoltare le loro canzoni. Non nascondo, però, che ho difficoltà a far comprendere che Zucchero è difficile che faccia canzoni con altri. Con me si è stabilito un bel rapporto, mi conosceva e mi seguiva da prima che incidesse “Vedo nero”. Quando poi ci siamo incontrati è stata empatia: lui è molto attento ai testi, alle musiche, alle melodie, un ricercatore nato».

Di “Non illudermi così” hai scritto il testo.

«Mi ha detto che gli piaceva molto, alcuni passaggi in particolare: “Credi a ciò che è vero, ama ciò che è raro…”, oppure “Ho piantato un pino, guarda te è nato un pero”; a lui piacciono questi giochi di parole, poi ci ha messo di suo ed ecco la magia di un pezzo tirato fuori dal suo proverbiale cilindro».

Hai sempre goduto di stima fra gli addetti ai lavori.

«Credo di averne. Tanti anni fa ho incontrato Lucio Dalla, con il suo abbraccio mi ha fatto capire l’affetto, un incontro intenso: ho compreso che conosceva e apprezzava quello che facevo. Alla fine credo che gli autori si conoscano fra loro, poi il rapporto con il pubblico è un’altra storia».CAVALLO 02 - MalfattiHai cominciato quarant’anni fa. Com’è cambiato il mondo musicale?

«E’ il mondo ad essere cambiato, il modo di scrivere e comunicare; oggi esistono leggi alle quali non siamo abituati; ognuno di noi è stato abituato a un certo andazzo: casa discografica, manager, produttore; adesso è tutto diverso, c’è facebook, internet, i vari media; è cambiato tanto, la struttura delle canzoni per esempio, il modo di scrivere. Di questo me ne rendo conto, ma ciò non significa seguire questo nuovo modo di scrivere. Anzi, credo che ognuno di noi debba continuare a fare ciò che meglio sa fare.

Ne parlavo proprio con Zucchero l’altro giorno: siamo quasi costretti a scrivere e fare quello che meglio sappiamo fare. Pertanto, o la storia ripassa da noi, oppure pazienza: non posso inventarmi ragazzino o un nuovo modo di scrivere, diverso da quello abituale, che mi è più consono».

C’è una tua canzone scritta e interpretata da altri, che vorresti ricantare?

«Quello che è stato è stato. Certe canzoni che ho dato sono state interpretate splendidamente, la cosa bella è che potrei ricantarle. Ma sinceramente guardo sempre avanti, anche in un momento così complicato come quello che stiamo attraversando. Nel periodo di isolamento ne ho approfittato per scrivere un libro…».

Un libro e non un album?

«Ho lavorato al libro e all’album. Il libro, perché sentivo il bisogno di scrivere qualcosa che da tempo mi frullava nella testa: in sintesi, un ritorno alle origini, ai propri luoghi; tornando, stranamente – sorride, Mimmo – ho trovato amici e conoscenti invecchiati: stranamente, dicevo, perché non ci accorgiamo che gli anni passano per tutti; una sensazione stranissima, come se fossi stato proiettato nel futuro da una macchina del tempo; ho scritto anche di mia madre, mia nonna, il coraggio di una piccola donna, la meschinità degli uomini del Novecento…».

Dipingessi di parole un quadro per il 2021, che soggetto sarebbe: un ritratto, un paesaggio, una festa?

«Una festa. Senza volere essere offensivo nei riguardi di chi non c’è più o colleghi che hanno sofferto, credo sia il caso di reagire e uscirne fuori, non c’è altra soluzione: gli uomini, del resto, hanno superato qualsiasi cosa. Sofferenza e dolore, purtroppo, fanno parte della nostra vita, del nostro DNA…».

Per concludere, visto che ne abbiamo accennato. A quando un album di “riappropriazioni debite”?

«Sarebbe una bella operazione, Zucchero insegna. Come prendere un libro che non è mai stato aperto, anche perché le canzoni quando le dai diventano automaticamente di altri. Ma non mi dispiacerebbe che quanti mi conoscono, mi stimano, dovessero leggermi in quest’altro “libro”. Sarebbe come un viaggio nell’essenziale. Quando scrivo, ricanto a voce alta per sentire il suono delle mie parole: è così che mi rendo conto se sto scrivendo eresie o qualcosa che, invece, funziona. Cantare canzoni scritte da me e che altri hanno interpretato, sarebbe come provarci per la prima volta. E’ un’idea che terrò a mente».

«Buon Natale!»

“Cavallotti” e “106”, gli alberi, una squadra e un sincero…

«Anche quest’anno ci scambiamo gli auguri, in barba al Covid, nonostante non voglia saperne di lasciarci in pace!». Il presidente scaccia il virus per brindare alla madre di tutte le feste. Fra addobbi, palline decorative, fili colorati e “like” per stabilire il vincitore simbolico, il brindisi in sede.

E’ braccio di ferro fra “Cavallotti” e “106” per l’Albero più bello dei due CAS in gara. E’ un Natale diverso dagli ultimi trascorsi insieme, il Covid-19 non ci sta aiutando a trascorrere una vigilia di festa come in altre occasioni. L’ultimo DPCM invita ad evitare assembramenti, fra questi anche i brindisi, anche se non è detta l’ultima parola.

Il presidente è orgoglioso del lavoro dei ragazzi. Lo dicono i suoi incoraggiamenti in chat, che non mancano mai. «Avanti così!». E, soprattutto, «Anche quest’anno ci scambiamo gli auguri di Buone feste, in barba al Covid, nonostante non voglia saperne di lasciarci in pace!». Un passaggio importante, nonostante il clima, il Natale all’interno della cooperativa viene vissuto con la partecipazione di sempre. Idem per la gara e i like che fioccano per questo o quell’albero, entrambi belli, fatti con la solita fantasia e qualche ornamento diverso rispetto alle precedenti composizioni.

Il segnale è preciso. Dobbiamo essere più forti di qualsiasi avversità, reagire, vivere la Festa del cuore con la speranza che, finalmente, questa lunga nottata passi e diventi un brutto ricordo. E, allora, siamo alla vigilia ed è il caso di dare fondo alla promozione, gli inviti ad amici e parenti a votare questo o quell’Albero, quello di “Cavallotti” piuttosto che quello di “106”, oppure – per parità di condizioni – il “106” anziché “Cavallotti”.

Di sicuro sono due opere che vanno elogiate. Ecco se dovessimo assegnare un voto ai due elaborati, non vi nascondiamo che condivideremmo vecchie pratiche di vecchi insegnanti, che nel rispetto del lavoro, dello studio, dell’applicazione quando esprimevano un giudizio non si risparmiavano e davano un bel “10 all’impegno!”.

Questo, per dire, che i ragazzi vanno elogiati. Per come hanno costruito quelle due opere alte oltre i due metri. Prendere un albero, “piantumarlo”, rispolverare palline decorative e fili colorati e addobbare ciascun albero. E spenderci tempo a fantasia per renderlo più bello di quello della concorrenza, è già un bell’impegno.

Bravi tutti. Ma davvero, bravi tutti, se il messaggio che passa all’esterno è quello di una squadra compatta che non perde occasione di mostrare quanto feeling, sentimento se preferite, ci sia all’interno della cooperativa. Che non a caso, insegna ad essere uniti per costruire insieme.

Buon Natale a tutti!

PS – E vinca il migliore. Ma questo già lo sapevate…

Vola, “Vale”!

Da Modena a Kongsfjord, un villaggio con ventotto abitanti

Trentanove anni, dall’Emilia a un villaggio norvegese. Da travel blogger, con racconti di viaggio condivisi, a fare accoglienza con esperienza da guida ambientale. “Una telefonata, il tempo di pensarci e via…”. Perché no, si è detta. “Ci ho pensato poco, così mi sono trovata con il mio team in viaggio per una nuova esperienza”. Il coraggio di una scelta e come “ribaltare” il Covid trasformandolo da sciagura a occasione di lavoro.

Valentina, dal precario a un lavoro stabile, dall’Italia alla Norvegia. Storia di una decisione maturata, più che all’ombra, alla luce dei disastri compiuti dal Covid. Ma c’è chi, come lei, travel blogger (qualcuno che ha un diario su racconti, foto, video e viaggi), da una sciagura, come quella provocata dalla pandemia, riesce ad uscirne fuori ancora più forte.

Valentina, guida ambientale, perde il posto di lavoro. Per sua stessa ammissione, come racconta in una intervista a Huffpost, uno dei siti più seguiti al mondo, trasforma il disagio in occasione. Reagisce di fronte agli ostacoli, il carattere determinato fa la differenza. «Il Covid ha stravolto la mia vita – racconta Valentina, dall’altro capo dell’Europa – ma ho voluto trasformare il disagio in opportunità». Trentasette anni, modenese, travel blogger e guida ambientale, “Vale” vola in Norvegia, nelle terre dell’Aurora Boreale, all’altezza di Capo Nord, oltre il Circolo Polare Artico, in un villaggio abitato da appena ventotto anime.

La sua doppia attività è messa in crisi dalla pandemia. Così, la ragazza, si reinventa, convinta ad accettare questa nuova scommessa. Il mondo sta cambiando. Chi meglio di lei può dirlo. Così, accetta questo nuovo lavoro: le toccherà fare accoglienza turistica nella storica guesthouse di Kongsfjord. Parliamo del cuore di un fiordo dai panorami lunari dove, nei prossimi mesi, la notte durerà ventiquattro ore, buio pesto per intenderci. «Ma la decisione è stata semplice – confida ad Adalgisa Marrocco – se avessi rifiutato l’incarico avrei passato il resto della mia vita a chiedermi “Ma cosa sarebbe successo se, invece, non avessi accettato?”». Come darle torto. Ma, attenzione, ci vuole sempre quel valore aggiunto che molti non hanno: il coraggio.

COME SI CAMBIA…

Spiega come è cambiata la sua vita dopo il Covid, tanto dal punto di vista lavorativo che da quello personale. «Ho trasformato il disagio in un’opportunità; improvvisamente non potevo più viaggiare da un continente all’altro; non potevo più dedicarmi ai miei viaggi di ricerca ed esplorazione». Un disastro. «Improvvisamente ho perso il lavoro come guida ambientale, accompagnavo gruppi di italiani all’estero. Un duro colpo, da cui mi sono rialzata in fretta».

Molto bello questo aspetto della storia di Valentina. «Non mi sono mai fatta prendere dallo sconforto e sono andata avanti col mio lavoro come travel blogger, scegliendo di scoprire l’Italia e dare voce alle piccole realtà di turismo sostenibile. Non mi sono lasciata sopraffare dalla situazione causata dalla pandemia, ho scelto di impiegare il mio tempo per migliorare le mie competenze professionali e per lavorare sulla crescita personale; mi sono concentrata sul benessere psico-fisico, dedicandomi alla mia formazione e alle mie passioni».

Ma ecco quella che lei, “Vale”, chiama “opportunità”. «Una mattina di settembre – racconta la trentanovenne modenese – vengo contattata da Skua Nature che mi rivolge la proposta di lavoro più bizzarra che abbia mai ricevuto: avevano notato i miei viaggi, progetti, e considerato la mia esperienza decennale nella ricettività turistica. Dunque, “Ti piacerebbe gestire la Kongsfjord Guesthouse?”, mi domandano. Kongsfjord è un piccolo albergo diffuso di casette colorate che si affacciano su un fiordo, all’estremo nord della Norvegia, sul Mar Glaciale Artico. È un luogo remoto, non è per tutti: conta solo ventotto abitanti; per capirci, il primo centro abitato è a quaranta chilometri e il primo ospedale a trecento».

Lì stanno lavorando a un progetto di turismo naturalistico, di cui la guesthouse sarà la base di partenza. «La mia risposta alla proposta è stata: “Ci penso un attimo”: due giorni ho accettato, disdetto il mio contratto d’affitto e, a un mese di distanza, ero su un furgone per raggiungere la Norvegia, in viaggio col team del progetto, passando per Lettonia, Estonia e Finlandia».

DECISIONE, DIFFICILE, ANZI NO

Una decisione apparentemente difficile. Valentina non è d’accordo. «La decisione, invece, è stata semplice: se avessi rifiutato avrei passato il resto della mia vita a chiedermi cosa sarebbe successo se avessi accettato. Ho alle spalle moltissimi lunghi viaggi in solitaria, anche in luoghi remoti e difficili, dal deserto del Sahara all’Amazzonia, dalle foreste del Borneo alle montagne del Nepal; durante i miei viaggi sono sempre stata accolta e quando ero a casa accoglievo viaggiatori nel mio agriturismo: gestire una guesthouse (una sorta di bed & breakfast, una pensione…) è un lavoro che conosco e che mi piace. Il fatto di aver perso il lavoro come guida e la consapevolezza che avrei potuto continuare il lavoro da travel blogger anche in Norvegia, mi hanno tolto ogni dubbio. Qui a Kongsfjord non sono sola, ci sono altre persone che lavorano in guesthouse, vivo con una collega che si occuperà del progetto di turismo naturalistico e nel paese il calore umano non manca: le persone sono poche, ma tutte solidali e socievoli».

Da Modena a Kongsfjord, che non è dietro l’angolo di casa. «In Italia ho sempre vissuto in zone rurali – spiega Valentina – non ho mai vissuto la socialità nelle città, quindi da questo punto di vista non è stato un cambiamento estremo; nella campagna modenese, come nel paesino di Kongsfjord, le persone vivono l’inverno nelle case, chiacchierando attorno a un tavolo, sorseggiando i liquori della casa, scaldandosi vicino a un focolare. È una socialità vissuta in maniera più intima rispetto ai locali in città, quindi le restrizioni si sentono meno. Forse in estate, quando arriveranno i turisti e il paesino si animerà, ci renderemo conto della situazione: per ora siamo davvero isolati dal mondo».

OGNI COSA HA UN SENSO

Norvegia, direttive anti-Covid molto rigide. «La densità di popolazione al di fuori della città è bassissima, la regione in cui vivo ha una media di 0.8 abitanti per chilometro quadrato. Insomma: non ci sono problemi di distanziamento sociale; la mia vita ultimamente è stata una continua reinvenzione: quattro anni fa ho dovuto chiudere inaspettatamente la mia azienda agrituristica perché i proprietari degli immobili non mi hanno rinnovato il contratto d’affitto; mi sono subito reinventata, trasformando il mio blog da amatoriale a professionale, investendo sulla mia formazione. A quel punto ho iniziato a collaborare con tour operator ed enti del turismo e mi sono creata un nuovo lavoro, anzi due, perché sono diventata anche guida ambientale».

Sembrava si fosse ripresa, purtroppo e inatteso, arriva una tegola pesante come il Covid che provoca dolore a chiunque. Non a Valentina. «Ho perso il lavoro come guida ed eccomi qui in Norvegia; non tutti sono abituati ad accettare cambiamenti così repentini e soprattutto non è facile farlo, a volte prevale lo sconforto. Sono fermamente convinta che ogni cosa che ci accade nella vita abbia un senso, che dobbiamo imparare da ogni evento, piacevole o spiacevole. È come reagiamo di fronte agli ostacoli che fa la differenza, che plasma il nostro carattere e la nostra vita». E brava, “Vale”, che la tua esperienza, soprattutto il tuo coraggio, possano essere presi da esempio.

«Vuoi cioccolata?»

Adler, ritrova i bambini cui salvò la vita

Durante la guerra, Bruno, Mafalda e Giuliana, si erano riparati in un cesto. Il militare americano non si dava pace, voleva “riabbracciarli” anche se attraverso il web. Una laboriosa ricerca, poi l’incontro virtuale. La commozione e quella frase d’affetto che sciolse la conversazione fra l’uomo e i tre fratellini. Un giornalista-scrittore, Matteo Incerti, ha dato il via alle ricerche. E tutto è bene…

Dopo settantasei anni quattro amici, un ex soldato americano e tre ex bambini, fratellini, oggi evidentemente in avanti con gli anni e, fortunatamente tutti vivi e vegeti, si rincontrano. Si riabbracciano virtualmente. L’uno, Adler, degli altri, Bruno, Mafalda e Giuliana, aveva perso le tracce. Da anni aveva questo chiodo fisso, ne aveva parlato più di una volta, negli anni, con gli amici, fino a quando non ha insistito nel raccontare la sua storia alla sua badante. «Voglio capire cosa stiano facendo quei tre bambini diventati adulti, cui ofrrii della cioccolata!».

Così, per una volta svoltiamo. Vale la pena raccontare una storia come questa. Tocca tutti da vicino, ma viene da lontano. Lontano negli anni, lo scenario è tutto italiano. E’ una scheggia di umanità che viene fuori dalle pieghe di una guerra che non conosce sentimenti, quando a volte le pallottole diventano “fuoco amico”.

Il ricordo di una cesta e due vecchie foto scattate in una piccola località di Monterenzio (Bologna). Testimoniano uno dei pochi momenti di umanità in un’epoca che di umano aveva poco o niente. In mezzo, un buco di settantasei anni, un lasso di tempo all’interno del quale le vite di quattro persone sono andate avanti, ognuna per la sua strada.

Fino a quando, questione di giorni, l’ex soldato americano Martin Adler, novantasei anni, originario del Bronx, si è ritrovato faccia a faccia (sullo schermo di un computer) con Bruno, Mafalda e Giuliana Naldi, rispettivamente di ottantatré, ottantadue e settantanove anni. Li aveva visti per la prima e unica volta nell’ottobre del ‘44, quando aveva vent’anni e combatteva sulla Linea Gotica.

MITRA IN PUGNO, CHE PAURA!

Un giorno, insieme al suo compagno d’armi John Bronsky, entrò mitra in pugno in un’abitazione dell’Appennino tosco-emiliano. Da una grande cesta provenivano strani rumori: i due militari del Trecentotrentanovesimo reggimento U.S.A. erano già pronti a fare fuoco, quando una donna corse loro incontro urlando «Bambini, bambini!». Ne uscirono tre fanciulli, due femminucce e un maschietto. E i due militari, sciogliendosi per l’emozione, chiesero il permesso alla mamma dei piccoli di farsi una foto con loro. Un breve momento di felicità, in un’epoca di orrori: non molto lontano da lì si consumò l’eccidio di Monte Sole.

Per settantasei anni le foto di quella minuscola “tregua” dall’incubo quotidiano della guerra sono rimaste in un cassetto dall’altra parte dell’Atlantico. Finché Adler non ha deciso di mettersi alla ricerca dei bambini, aiutato dalla figlia Rachelle. Non conosceva i loro nomi e non sapeva nemmeno il nome del paese in cui si trovava. Ma col suo appello social, che ha raccolto migliaia di condivisioni e commenti, è entrato in contatto anche con Matteo Incerti, giornalista e scrittore reggiano che già in passato ha aiutato persone a mettersi in contatto e riacceso i riflettori su storie quasi dimenticate (l’ultimo libro è “I pellerossa che liberarono l’Italia”).

E BRUNO SENTI’ IL “TG”

Le indagini sono state rapide. È stato Bruno Naldi, il più anziano dei tre fratelli, ad essere raggiunto dalla notizia della ricerca considerata «impossibile»  da tg e stampa: ricordava di soldati americani che presero lui e i fratellini in braccio, donandogli anche dei dolci. E sua sorella Mafalda, in quella foto, si era riconosciuta subito. Bruno ne ha parlato con un suo amico, la cui badante ha poi scritto a Incerti. Chiudendo un cerchio larghissimo. La casa di Monterenzio è ancora in piedi, ma i Naldi non ci vivono più da tanto. Si trasferirono a Castel San Pietro (Bologna) nel ‘53 e vivono ancora lì. Mamma Rosa, che quel giorno gli salvò probabilmente la vita e poi li volle vestiti da festa per la foto con i militari, è morta vent’anni fa.

I tre fratelli, invece, ci sono ancora e in questi giorni hanno incontrato, in videoconferenza, Adler. Il vecchio soldato, alla notizia del ritrovamento, non stava più nella pelle. E oggi come allora, appena partito il collegamento chiede: «Ciao bambini! Vuoi cioccolata?». A raccontarlo è Incerti, nel ringraziare chi in questi giorni ha diffuso la richiesta d’aiuto del soldato Adler: «Come insegnano i miei amici nativi ojibwa e cree il segreto della vita è condividere, perché siamo tutti sull’orlo del tamburo».