Madre ritrova il figlio

La loro “odissea” si è conclusa con un abbraccio, dopo otto mesi di lontananza e le peripezie legata a una traversata del Mediterraneo con il sogno di un futuro diverso. Protagonisti della vicenda una madre e il figlio di cinque anni, divisi nei momenti del viaggio e infine ricongiunti a Reggio Emilia, dopo mesi, grazie anche alla tenacia di una ragazza che aveva promesso alla donna di prendersi cura di lui finché i due non si fossero ricongiunti.

(TgCom24)

Se la paura fa novanta…

Fobie e timori inspiegabili

L’avversione ne trovarsi in uno spazio chiuso, la presenza di animali anche se innocui (cani, gatti). Secondo studiosi, reazioni causate da un’attivazione anomala di una piccola fondamentale struttura dei circuiti cerebrali. Si chiama amigdala, gestisce stimoli percettivi visivi sia auditivi che attiverebbero inconsapevolmente segnali di pericolo.

 

«A che piano abita, undicesimo? Non se ne parla nemmeno, i piani alti mi provocano uno stato di agitazione!». E poi, «L’ascensore non la prendo mai, gli spazi chiusi mi provocano ansia!». Per contro, «In strada, cammino incollato ai muri, gli spazi aperti mi provocano capogiro…». E’ l’essere umano, il più delle volte coraggioso anziché spavaldo, altre volte pauroso. E non c’è distinguo fra chi ha un fisico da campione e uno che un peso, in palestra, lo porterebbe a spasso solo con un carrello. Gli uomini sono così, capaci di affrontare   grandi rischi e facili a spaventarsi, spesso senza un motivo. Vogliamo aggiungerci “apparente”?

Attenzione, non è insita in ogni essere umano. Ma esiste una forma che ha del patologico e si accentua partendo dalla normale e ragionevole paura. Si chiama fobia, cioè avversione. Come può esserle quella a ragni, cani, gatti, ascensore, altitudine o aereo. Forme associate al termine fobia, il più delle volte sono disturbi a sé stanti: la fobia sociale (disturbo d’ansia sociale) o l’agorafobia (paura degli spazi aperti), riferita in realtà all’evitare situazioni nelle quali si teme che possa scatenarsi un attacco di panico e non si possa essere soccorsi.

Esistono, poi, fobie più specifiche, comuni e riguardano l’esposizione a certi animali, ai temporali, ai luoghi elevati, all’acqua, alla vista del sangue, la paura di prendere l’aereo, di soffocare, delle iniezioni, del dentista. Praticamente ogni fobia ha un nome, il più famoso è forse quello della claustrofobia, la paura cioè degli spazi confinati.

 

ALLARME, DISGUSTO…

Sempre a proposito di fobie, tanto per capirsi. A volte basta pensare all’oggetto temuto o sentirne pronunciare il nome per provare un senso di allarme o di disgusto. Di fobie specifiche soffre almeno il 10% della popolazione. Secondo gli studiosi, in maggior parte donne, anche se alcuni studiosi hanno sollevato più di un dubbio su questa teoria.

Stando a uno studio realizzato da una equipe medica di specialisti portoghese, questa differenza potrebbe essere in parte spiegata dal fatto che gli uomini hanno una certa riluttanza a mostrare paure e debolezze rispetto alle donne. Un uomo può prestarsi a rincorrere e allontanare un topo o un serpente anche quando in realtà ne è terrorizzato, ma il più delle volte è a causa del condizionamento culturale che lo vuole coraggioso.

Fobie specifiche. Sono influenzate dalla complessa interazione di fattori biologici, psicologici, sociali e ambientali. Le fobie specifiche tendono ad aggregarsi all’interno delle famiglie. I parenti di primo grado di chi soffre di una fobia hanno un rischio aumentato di soffrirne fino al 31% per cento invece del 10%. Comunque, la specifica fobia trasmessa è tipicamente diversa, anche se spesso dello stesso tipo: un genitore, per esempio, può avere la fobia dei cani, il figlio può avere quella dei serpenti. Le prove della trasmissibilità genetica indicano che il rischio può variare a seconda del tipo di fobia e sembra più elevato per la fobia di sangue e iniezioni.

Studi realizzati con la risonanza magnetica funzionale hanno consentito di scoprire che le fobie potrebbero essere correlate a un’anomala attivazione dell’amigdala, piccola fondamentale struttura dei circuiti cerebrali destinati a gestire gli stimoli percettivi sia visivi sia auditivi che possono veicolare segnali di pericolo. In particolare sono stati studiati soggetti con fobia dei ragni, esposti con o senza preavviso a questi piccoli animali: nel primo caso si è avuta un’attivazione dell’amigdala, mentre nel secondo caso si sono attivate altre strutture cerebrali, tra cui la corteccia cingolata anteriore, importante per il controllo degli impulsi e delle emozioni. La corteccia cerebrale prefrontale, deputata al controllo cognitivo superiore, in questi casi risulta invece disattivata, e quindi sembrano prevalere comportamenti più primordiali, di lotta o fuga.

 

STUDIO ITALIANO, CONCLUSIONI DIVERSE

Una analisi realizzata da ricercatori italiani è giunta a conclusioni un po’ diverse. Lo sviluppo delle fobie non dipenderebbe solo da fattori neurobiologici. Per esempio, chi tende a essere disgustato facilmente è più esposto al rischio di sviluppare la fobia degli insetti, che un po’ in tutti generano un senso innato di repulsione.

Lo stesso dicasi per la tendenza a vedere ovunque pericoli, dunque manifestando una predisposizione all’ansia, che faciliterebbe lo sviluppo di fobie. Si sa anche che chi ha avuto un’esperienza personale negativa ne può trarre motivo per farne seguire una fobia. Come accade a chi è stato una volta morso da un cane o ha avuto un incidente d’auto: una parte di queste persone da quel momento può sviluppare una fobia dei cani o del viaggiare in auto. In chi è particolarmente predisposto, il fenomeno può verificarsi anche soltanto per aver sentito racconti di tali avvenimenti o essere stato esposto a notizie riportate dai media.

C’è chi soffre di una fobia specifica e ne è solitamente del tutto consapevole, eppure non sempre cerca aiuto per tentare di superarla. È, infatti, più facile che provi a mettere in atto delle strategie di comportamento che aiutano a conviverci se la fobia è molto specifica. Ad esempio: chi ha la fobia dei ragni eviterà di inoltrarsi troppo nell’ambiente naturale e tenderà a tenere le finestre sempre chiuse, chi teme di volare eviterà di prendere aerei, chi teme i cani girerà al largo quando li vede. Strategie spesso sufficienti, quando però il problema si fa molto penalizzante è inevitabile ricorrere a una delle diverse cure disponibili. E come in qualsiasi cura, conta molto l’applicazione, la determinazione, l’impegno che siamo pronti a metterci per provare ad uscirne fuori. Sono patologie, dunque ramo di una scienza medica impegnata a scoprire una causa all’origine  e alla natura della malattia. Il confronto degli studi ha portato a compiere passi in avanti, ma molti dei misteri provocati dalla mente umana continuano ad essere oggetto di discussioni e dibattiti da parte degli studiosi.

«Italia, a tutti costi!»

Khalid, marocchino, i sacrifici, il lieto fine 

«Nel mio Paese stavo male, famiglia numerosa, non mangiavamo tutti i giorni», racconta. Trentatré anni, musulmano, disposto a qualsiasi soluzione. «Partito con un mio amico, la fuga sotto un bus per centinaia di chilometri. Clandestino, dalla Grecia all’Albania, sfuggito a bande, finalmente il vostro Paese, i campi, un lavoro e gli esami di italiano, per chiedere cittadinanza e puntare a un lavoro stabile, fra uno o cinque anni, che importa…»

«Non è stato subito benessere, ho dovuto fare sacrifici enormi, ma alla fine essermi realizzato con un lavoro dignitoso e un contratto di lavoro, per me è stato come coronare un sogno». Khalid, trentatré anni, marocchino di Rabat, fede musulmana, un viaggio tutto da raccontare, con la paura nella testa e in tasca un centinaio di euro raccolti qui e là. Poca roba, ma restare nel suo Paese, il Marocco, non era più consigliabile. «Miei connazionali, in patria, conducono una vita decorosa, sia chiaro, ma altri, tanti altri come me, vivono male, fra molti stenti tanto che “sacrificio” è una parola che non passa mai di moda; lo dicono tutti, i miei concittadini per primi, come se si dessero speranza, e i politici, che fanno il loro mestiere: ogni anno è l’anno buono, quello del riscatto, del primo passo verso il benessere, invece…».

Ma Khaled ha una vita sola, per più di vent’anni ha vissuto fra enormi sacrifici. «Non sapevo nemmeno cosa fosse mangiare una volta al giorno, e non è che mio padre non provasse a lavorare, ma le soddisfazioni economiche erano pochissime;la  famiglia numerosa, l’assenza di una figura materna, perché mamma era morta che non avevo nemmeno dieci anni, ci aveva messo di fronte una scelta dolorosa: tentare la fortuna, partire per un Paese che potesse accogliermi, oppure proseguire con una vita avara, sempre più amara…».

Partire per l’Italia, per esempio. «E’ stato sempre il mio primo obiettivo; ogni tanto incontravo connazionali di ritorno dal vostro Paese, gente che lavorava in Italia e tornava per fare visita ai familiari rimasti in Marocco: non so fino a che punto se la passassero bene, ma molti di questi avevano un bell’aspetto, disteso, vestivano bene, avevano l’auto: sembravano americani, avete presente l’ostentare il benessere a tutti i costi?».

AUTO E DANARO, CHE INVIDIA!

America a parte, mostrare che la vita ha riservato una svolta in un altro Paese, è malattia di tutti, non solo dei marocchini “di ritorno”. E’ abitudine insita nell’uomo. «Anche io – confessa Khaled – qualche volta ho avuto questa sensazione, ma volevo pensare in maniera positiva, coltivare quella speranza – che il Cielo mi perdoni – che se ce l’avevano fatta loro, potevo farcela anche io».

Qui comincia l’avventura, diremmo in Italia. «Un centinaio di euro in tasca, la mia unica risorsa: lo so, fa ridere, con cento euro in Italia ti assicuri appena colazione per un mese, così cominciai a consultare un po’ di amici: erano in molti a pensarla come me, ma uno solo di questi, Adil, un coetaneo, assecondò il mio piano, fuggire per l’Italia e giocarci il tutto per tutto, testa o croce, o come si dice qui: “O la va, o la spacca!”».

Non c’era da stare allegri, ma il trentatreenne marocchino, ventotto anni all’epoca, ci provò. «Non è stato facile, il lieto fine era lontano da essere scritto, quello te lo devi creare con fatica e pure in queste cose devi avere una certa dose di fortuna: credo poco a questa, la fortuna, penso che il Cielo abbia già scritto la storia di ognuno di noi, così io e Adil ci facemmo coraggio e partimmo; arrivammo in Grecia, un Paese nel quale certe bande ti picchiano e ti svuotano le tasche, togliendoti denaro e dignità; la polizia fa poco e, in compenso, è molto severa». Come cadere dalla padella alla brace.

«Non stavamo sicuri nemmeno quando trovavamo un buco di casa che insieme ad altri connazionali trovati strada facendo, e altri migranti di altri Paesi, pagavamo con lavoretti saltuari: in campagna o con lavori di muratura e imbianchino; quando qualcuno di noi faceva da guardia all’esterno avvisava che qualcuno si stava avvicinando, malintenzionati, predoni o agenti di polizia, ci davamo alla macchia, raccogliendo quanto potevamo portarci assieme: al ritorno, sul posto, la scena era sempre la stessa: tutto gettato per aria o dato alle fiamme».

VIAGGIO SOTTO UN BUS!

Infine, la decisione. «Dopo un anno vissuto pericolosamente in Grecia da clandestini, io e Adil ci facemmo ancora una volta coraggio e decidemmo di fuggire ancora: non avendo soldi e temendo che ad una biglietteria o una volta su un bus, fossimo segnalati alle autorità locali, pensammo di fare una cosa matta: aggrapparci sotto a un bus e viaggiare in un modo che non mi sento di consigliare; nemmeno oggi che grazie a quel progetto sciagurato ce l’ho fatta; leggerezze che si commettono solo una volta nella vita, aiutati da quel Cielo benedetto».

Cosa dava coraggio a Khaled. «Il fatto che non sapevo dove quel viaggio breve o lungo potesse portarmi: attaccato sotto a quel bus, io e il mio amico viaggiammo per centinaia di chilometri, respirando l’irrespirabile, intossicandoci con il tubo di scappamento e disintossicandoci ogni volta che il mezzo faceva sosta: non potevamo sgranchirci le gambe o fare bisogni, il rischio che ci vedessero e fermassero era troppo alto». Fine del viaggio, Khaled. «Arrivammo in Albania, lì io e Adil trovammo una imbarcazione di fortuna, sbarcammo in Italia. Arrivammo a Napoli, nostri connazionali ci suggerirono di recarci a Foggia, lì cercavano gente che lavorasse nei campi: contratti saltuari, ma denaro vero; io che ero allenato a sacrifici ben più gravi, misi un po’ di soldi da parte».

C’è un lieto fine. «Storia lunga, ma adesso devo fare gli esami di italiano per rinnovare il permesso di soggiorno, lavoro con una certa continuità nei campi, ho grande rispetto per i miei titolari e loro hanno rispetto di me e del mio lavoro: a me e Adil ci hanno preso a benvolere, perché di storiacce e sfruttamenti ne ho sentite anche io… Voglio imparare bene l’italiano, perché il mio prossimo passo è la cittadinanza italiana e un lavoro stabile: fra uno, due, cinque anni, non importa, se c’è da fare ancora qualche sacrificio, non mi tiro indietro, ma voglio restare qua!».

«Vaccinarsi è utile»

Stefano Rossi, direttore generale Asl

«Chi ne discute la validità non merita risposta. Sconfessarne l’importanza della scoperta ci porta in pieno Oscurantismo. Personale ospedaliero, messa in campo la migliore risposta possibile. Con il “San Cataldo”, un ospedale degno del territorio».

Festività sul filo di lana. Rosso, arancio, giallo, nemmeno fossimo ad un incrocio, davanti a un semaforo. C’è di mezzo la pandemia e qualsiasi esempio sulle “zone” cui siamo sottoposti può sembrare fuori luogo, pertanto entriamo subito in argomento con Stefano Rossi, direttore generale dell’Asl di Taranto.

Come sta gestendo in queste settimane i flussi di vaccino in arrivo nella nostra provincia?

«Abbiamo appena ultimato la somministrazione di tremilacinquecento dosi, nonostante un primo indirizzo ministeriale suggerisse di tenerne accantonato un 30% in vista della seconda dose da somministrare; rispetto all’invito del Ministero abbiamo invece insistito sull’utilizzo di tutte quelle pervenuteci, riservandoci di accantonare la percentuale richiesta alla fornitura successiva, giunta in serata e in via di scongelamento».

A meno di un anno dal diffondersi del Covid, che voto sente di assegnare all’organizzazione sanitaria locale da lei presieduta?

«Sono sincero, si poteva fare sicuramente meglio. Aggiungo, però, che tutti i tarantini che necessitavano di cure sono stati assistiti; per dirla tutta, abbiamo ospitato nelle nostre strutture ospedaliere anche cittadini provenienti dalle province di Bari e Foggia, segno che l’organizzazione sanitaria ha retto bene all’urto. Poi, come detto, si poteva fare meglio, ma rispetto a quanto registrato altrove, non credo ci si possa lamentare».

Anziani ospiti di istituti di ricovero, personale sanitario, forze dell’ordine, insegnanti e farmacisti, fra le prime categorie ad essere sottoposte a vaccinazione. Direttore, possiamo dire, senza tema di smentita, che la vaccinazione del personale sanitario è un obbligo deontologico ed etico, prima che un obbligo di legge?

«Sicuramente. La vaccinazione, in generale, è il primo passo al quale è necessario sottoporsi, costa poco ed ha un importante ritorno in tema di salute; lo abbiamo sostenuto ogni anno nel promuovere la campagna vaccinale influenzale e, oggi, lo sosteniamo con maggiore decisione davanti a questo terribile virus: chi nega validità e utilità del vaccino, dunque negazionista a prescindere, non merita risposta».STEFANO ROSSI 02 - 1 OCCASIONE IMPORTANTE

Possiamo dire quanto sia importante che i cittadini si sottopongano a vaccinazione?

«Per il ruolo di responsabilità che rivesto frequento gli ospedali: ho toccato con mano la gravità di quanto provocato dalla pandemia; ancora oggi, a distanza di circa un anno, non conosciamo del tutto questo virus: fior di specialisti non comprendono come mai questa malattia, quando prende un certo abbrivio purtroppo conduce a un esito che noi tutti vorremmo scongiurare. Sono piccole considerazioni che dovrebbero indurci a cogliere le opportunità che la Medicina oggi ci offre; l’invito ai cittadini: distanziamento sociale, mascherine, lavaggio delle mani dovrebbero essere il nostro pane quotidiano, anche se, come abbiamo visto, queste attenzioni non sono sufficienti; ecco, pertanto, l’invito al vaccino, strumento importante che la scienza ha messo a nostra disposizione per debellare il virus; ciò detto, ci auguriamo che un vaccino di più facile somministrazione venga messo in commercio per accelerare le operazioni di ripresa: sconfessare l’utilità della vaccinazione credo ci porti in pieno Oscurantismo».

Cosa non abbiamo ancora fatto per imboccare con maggiore decisione l’uscita da questo tunnel?

«Non siamo riusciti ad organizzare una struttura residenziale per chi, non essendo malato, non aveva la possibilità di rispettare il distanziamento nelle mura domestiche, soprattutto in questa seconda fase in cui il virus si è diffuso in ambiente familiare: una pecca organizzativa di cui mi assumo la responsabilità; per contro, non dovrei dirlo io, col poco che avevamo in termini di risorse umane abbiamo messo in campo la migliore risposta possibile. Per onestà intellettuale aggiungo che, nella prima fase della seconda ondata, abbiamo registrato il sovraffollamento del “Moscati” prima che attivassimo “posti-letto Covid” a Manduria, Castellaneta, Grottaglie, Martina e così via: siamo stati disorientati dalla prima fase in cui oggettivamente Taranto aveva risposto benissimo».

Provi a spiazzarci. Ha spesso ringraziato la squadra, personale medico e paramedico per intenderci. Dovesse spendere un ringraziamento particolare?

«Premierei la figura dell’operatore socio-sanitario, l’ausiliario, chi si è occupato della sanificazione dei reparti, delle strutture sanitarie; non saranno forse considerati “top player”, ma anche i fuoriclasse necessitano di quanti “fanno legna”; in piena pandemia è un ruolo fondamentale: sanificare le ambulanze, i semplici passaggi della barella, sarà pure un lavoro oscuro, ma è sicuramente strategico».STEFANO ROSSI 06 - 1 PANDEMIA, UNA SCIAGURA

Sciagura senza precedenti. Quanto provocato dal Covid lo sappiamo, ma cosa ci ha insegnato il dolore?

«Ci ha riportato con i piedi per terra, l’uomo rispetto alla natura è poca roba: spesso riteniamo di essere imbattibili, quando in realtà rappresentiamo qualcosa di infinitamente piccolo rispetto all’universo; l’uomo è un animale sociale, ma il confinamento ci ha ricondotto all’essenziale, ai valori umani, a riscoprire il calore familiare».

Prima pietra per l’Ospedale San Cataldo, svolta epocale per il territorio. Cosa significherà avere una struttura ricettiva così importante per un territorio come il nostro?

«Il “SS. Annunziata”, per concezione, avvitato in un centro urbano, pochi posti-letto, discipline che compongono il presidio centrale ma dislocate dal “Moscati” al “San Marco” Grottaglie, non ha una funzionalità ospedaliera degna di questo nome. Oggi guardiamo al prossimo futuro con il “San Cataldo”, un ospedale degno del territorio, che riempiremo di contenuti, dall’impegno alla professionalità, quanto oggi fa la differenza».

L’ultimo tema sul quale si è confrontato con Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia,?

«Le vaccinazioni, questo il tema del giorno. Ci confrontiamo in chat con presidente e direttore generale con i quali veicoliamo attività importanti da svolgere perché insieme possano favorire una ripresa economica. Nonostante, però, abbia assegnato la delega assessorile a Pierluigi Lopalco, Emiliano è sempre presente in tema di Sanità».

«Salviamo Totò!»

Appello di Renzo Arbore al Comune di Napoli

In un’intervista il popolare anchorman riprende un’idea a lui cara. Acquistare casa del Principe, artista che ha dato lustro alla città. E poi, un pensiero al grande Roberto Murolo, cantante, autore, chitarrista. «Il sindaco Luigi de Magistris aveva detto che se ne sarebbe interessato..»

Totò e Roberto Murolo, due icone dello spettacolo ricorrono spesso insieme in questi giorni. Prima sulle pagine del Mattino, a seguire sul web, i due artisti napoletani vengono segnalati da Renzo Arbore, in una bella intervista di Maria Chiara Ausilio, al Comune di Napoli. Perché “faccia qualcosa”. Totò è “cosa” di tutti gli italiani, se non altro perché ha fatto ridere intere generazioni, tanto da metterle di buonumore anche oggi, con rassegne, titoli sempre attuali e battute mai volgari (avete provato a vedere “Natale su Marte”, quante parolacce dice Christian De Sica durante tutto il film…).

Non solo bisogna salvare la casa di Totò, indica Il Mattino. E senza dimenticare la realizzazione di un museo di cui si parla invano da più di vent’anni (ma anche quella dove visse Roberto Murolo, nel cuore del Vomero). La proposta è di Renzo Arbore, il “bravo presentatore” impegnato in un nuovo programma sulla sua channel tv. Dalle pagine del quotidiano napoletano rilancia con forza l’idea di trasformare i due piccoli appartamenti, quello del Principe e del cantante, in luoghi da aprire al pubblico e alle visite come fossero monumenti.

 

OMAGGIO ALLA MEMORIA

Un omaggio alla memoria, dunque. «Un omaggio doveroso alla memoria – spiega Arbore – e di grande interesse; l’altra sera in tv ho visto un servizio che mi ha appassionato sulle case di Lucio Dalla: un tuffo nella vita del cantante, un modo per ricordarlo attraverso i luoghi, gli oggetti, il suo mondo, insomma; l’ho trovato straordinario. E allora perché non farlo anche con Totò e Murolo? Il sindaco De Magistris, non ricordo in quale occasione, mi promise di occuparsene ma poi non se n’è fatto più niente».

Secondo Arbore il Comune dovrebbe acquisire le due case, tra l’altro, umilissime. Al netto del profondo valore storico, artistico e affettivo, dal punto di vista economico dovrebbero essere piuttosto accessibili. Poi bisognerebbe procedere a una ristrutturazione per trasformarle in scrigni preziosi da mettere a disposizione di cittadini, turisti e visitatori. L’abitazione dove visse Totò, alla Sanità, è in totale abbandono. Un vero peccato.

 

VACCINO, MI FIDO

«Quella di Roberto Murolo invece l’abbiamo presa in affitto noi della Fondazione a lui dedicata: non facciamo alcuna attività, abbiamo affisso due targhe ricordo all’esterno del fabbricato, tutto qui e ogni tanto una donna va a tenerla un po’ in ordine. È piuttosto malandata ma almeno la salvaguardiamo dal peggio; Murolo è stato un grande cantautore, chitarrista, attore, tra i maggiori protagonisti, insieme con Sergio Bruni e Renato Carosone, della scena musicale napoletana del secondo dopoguerra: insuperabile».

Infine, una domanda sul vaccino, tema che sta a cuore a tutti. «Sono pronto – conclude Arbore – non aspetto altro: sono un grande sostenitore del vaccino e invito tutti ad avere fiducia. Mi fido soprattutto della Food and Drug Administration, l’ente governativo americano che si occupa della regolamentazione dei prodotti farmaceutici. Se anche loro hanno dato l’ok, non c’è da avere paura. Ora voglio tornare a vivere, l’isolamento è durato anche troppo; il mio Capodanno: una grande festa, in collegamento video su “Zoom”: amici, parenti, colleghi…». Ma ora, fra Totò, Murolo e vaccino, torniamo a vivere come un anno fa. Davvero, come dice Arbore, non se ne può più.