Niente 8 dicembre

Il Vaticano annulla la funzione religiosa prevista per l’Immacolata

Non ci sarà l’annuale celebrazione in piazza di Spagna. Papa Francesco celebrerà in privato. C’è un perché ed è facilmente intuibile. Di mezzo il Covid-19 e gli assembramenti che una funzione religiosa così sentita richiamerebbe. I più ortodossi non ci stanno, ma sono stati buon senso e pandemia, in realtà, a decidere.

La Santa Sede ha deciso: nessun 8 dicembre, giorno dell’Immacolata concezione. Per la Messa del Santo Natale tutto è rinviato. Non a data da destinarsi, sarebbe la prima volta nella storia moderna che si metterebbe mano a una delle grandi certezze alla base della cristianità. Il Covid-19, dopo aver seminato dolore, provocato una crisi economica mondiale, nel giro di pochi mesi ha minato la Chiesa cattolica. Curioso adottare la locuzione “causa forza maggiore”, ma il coronavirus costringe il Vaticano a cambiamenti.

Come sempre, scuole di pensiero diverse. Qualcuna pensa sia solo necessità, altri che la Chiesa stia rinunciando al suo ruolo guida a causa della pandemia. La Pasqua scorsa è già passata alla storia nella memoria dei cattolici, con papa Francesco e le sue iniziative spirituali adottate in quel periodo.

Pare che adesso l’aria sia diversa. La base cattolica francese, in particolare, sembrerebbe non più disposta a sostenere, tout-court, le decisioni in arrivo dal Vaticano. Quelle che in Francia, secondo chi è sceso in piazza minerebbero la libertà di culto mentre le funzioni religiose resterebbero sempre “emergenze spirituali”.

ITALIA, CHE TEMPO FA…

Il clima in Italia. E’ acceso, il Vaticano, è evidente, non è a Parigi, ed è normale che da queste parti, Roma, Italia, per farla breve, la base non si agiti per le restrizioni come accade Oltralpe. Così la a Santa Sede ha deciso: niente 8 dicembre, giorno dell’Immacolata concezione. Almeno non l’otto dicembre a cui la tradizione ci aveva abituati. Per la Messa di Natale si vedrà.

C’è, forse, un retroscena sull’Immacolata a Roma. Fedeli, pochi a dire il vero, ipotizzano che sarebbe stato sufficiente chiudere piazza di Spagna. Tutto sommato esiste chi ha la facoltà di restringere il campo per un po’ di tempo. Secondo fonti vaticane non ci sarebbe un vero retroscena sull’otto dicembre. Non è stato il Papa, questo il succo del ragionamento, a decidere, bensì il Covid-19 e gli assembramenti.

Nessun retropensiero, né chissà quale disegno. Papa Francesco non ha fornito alcuna occasione al governo, che nel frattempo deve trattare pure col nostro di episcopato,  a partire dall’orario delle Messe di Natale.

«Il prossimo 8 dicembre il Santo Padre Francesco compirà un atto di devozione privato, affidando alla Madonna la città di Roma, i suoi abitanti e i tanti malati in ogni parte del mondo – fanno sapere dalla Santa Sede attraverso un comunicato inviato all’agenzia Ansa – tanto che la scelta di non recarsi nel pomeriggio in Piazza di Spagna per il tradizionale Atto di venerazione dell’Immacolata è dovuta alla perdurante situazione di emergenza sanitaria e al fine di evitare ogni rischio di contagio provocato da assembramenti». Il Santo Padre sarebbe andato volentieri in piazza di Spagna per l’otto dicembre, ma a queste condizioni, Covid-19 insistente, proprio non può. Questa l’unica verità che trapela, prescindendo dalle opinione dei fedeli.

…SERENO, MA NON TROPPO

Ma alcuni cattolici non vorrebbero che la Chiesa rinunciasse alla sua presenza fisica per via della pandemia. Ma, d’altro canto, sappiamo quanto la scienza sia entrata di diritto tra le materie tenute in forte considerazione dal Vaticano, e sarebbe stato forse strano il contrario, ossia una Chiesa che non tenesse conto della situazione in cui siamo, quasi come se questa fosse una pandemia medioevale. In breve, qualcosa è cambiato e non a tutti va bene. Non sono questi i tempi delle processioni in piazza. E non è nemmeno il caso, come qualcuno avrebbe fatto in passato, di edificare santuari in grado di difendere le persone dal “morbo”.

Detto del giorno dell’Immacolata, nel mirino dei cattolici più ortodossi, a malapena accettata la decisione di soprassedere, causa virus, alla funzione in piazza da parte del pontefice, c’è la Messa del Santo Natale. Questione di giorni e sapremo. Nella speranza che certe decisioni dipendano da “buone nuove”, il che significherebbe che il Covid sta descrivendo la tanto invocata curva verso il basso. E questa sarebbe già una buona notizia dalla quale ripartire.

Dumas, il generale nero

Primo ufficiale di colore della storia, ispirò “Il Conte di Montecristo”

La prigionia a Taranto, altro che fortezza d’If. Tom Reiss, scrittore e studioso, pubblicò il best seller “The Black count”. Visitò la città e il Castello aragonese nel quale il papà dello scrittore francese più celebrato dell’Ottocento, fu recluso con infamia nel 1799. Un convegno, una mostra, il lavoro quotidiano dell’Ammiraglio Francesco Ricci, l’impegno del giornalista Tonio Attino, le illustrazioni del disegnatore Nico Pillinini. 

Alessandro Dumas, un convegno e una mostra, forse permanente, nel Castello aragonese di Taranto per celebrare il primo generale nero della storia. Cosa ci fa un nome così roboante, che per similitudine riporta a due miti della letteratura francese come il Conte di Montecristo e D’Artagnan, affianco a una fortezza, onore e vanto di una città che con il suo più grande attrattore turistico guarda al dopo-industria?

Presto detto. Curioso scriverlo, considerando che per duecento e passa anni questa storia è stata tenuta neanche troppo segretamente in un cassetto. Non fosse stato per l’ammiraglio Francesco Ricci, appassionato di storia e archeologia, e Tom Reiss, grande scrittore, tanto da essersi guadagnato il premio Pulitzer per il romanzo “The Black count”, il Conte nero, in Italia pubblicato con il titolo “Il diario segreto del Conte di Montecristo”, non avremmo saputo dove collocare Alexandre Dumas. Dumas, il primo generale nero, nominato da Napoleone Bonaparte che per lui nutriva grande ammirazione. Un nero, all’epoca, per meritarsi un simile riconoscimento sul campo, doveva aver faticato dieci volte di più rispetto agli altri ufficiali.

DA RICCI AD ATTINO…

Merito anche del giornalista Tonio Attino, che cinque anni fa per il Corriere del Mezzogiorno, raccontò in settemila battute quanto riportato nel libro di Reiss, un tomo di 540 pagine, tutte lette, senza tralasciare punti, virgole e sciabolate. E, in luogo di confessione, diciamola proprio tutta, fino in fondo: non ci fosse stato Alexandre Dumas figlio, dalla cui fantasia scaturì la storia di Edmond Dantes, il Conte di Montecristo, staremmo a parlare dell’imponente manufatto, dei centomila visitatori annuali, di cose dall’alto spessore culturale, di scavi infiniti che riportano alla luce reperti che ricostruiscono una storia lunga secoli e secoli. E poi, il quotidiano alzabandiera, canne da pesca e dilettanti con vista sul Canale navigabile, che spesso saluta navi e la nave-scuola “Amerigo Vespucci”.

Dunque, lunga vita al romanzo dei romanzi, ai premi Pulitzer, agli ammiragli e a giornalisti e disegnatori, come Nico Pillinini, che proprio non sanno farsi i fatti loro e, anzi, vanno andati oltre, fornendo spunti, organizzando convegni, mostre e assegnando a Taranto il ruolo da protagonista in un romanzo che nessuno avrebbe osato interpretare. Grazie, dunque, in ordine di apparizione, a Dumas padre, Dumas figlio, Ricci, Reiss e Attino.

Era il 18 gennaio 1797. «Ho appreso che il somaro che ha il compito di relazionarvi sulla battaglia ha dichiarato che sono rimasto in osservazione durante quella battaglia. Non gli auguro di trovarsi nello stesso genere di osservazione, perché si cacherebbe nei pantaloni», scrive Tonio Attino sul Corriere del Mezzogiorno che fa “panino” con il Corriere della sera. E il giornalista che ha scritto libri e pubblicato anche Stampa e Quotidiano, prosegue nella descrizione del personaggio-Dumas, uno forte nel carattere quanto nei muscoli.

A TARANTO, DUE ANNI DI PRIGIONIA

«Anche quando si rivolgeva al suo capo supremo, Napoleone, il generale Thomas-Alexandre Dumas – così, per esteso, all’anagrafe – mostrava il suo carattere di grande condottiero; alto un metro e ottantacinque, formidabile spadaccino, Dumas fu non soltanto il primo generale nero della storia. Fu il vero Conte di Montecristo. La sua parabola si concluse in una cella del Castello di Taranto. Catturato dai sanfedisti nel 1799 dopo un naufragio, Dumas ne entrò forte, baldanzoso, sprezzante. Due anni dopo ne uscì guercio, sordo da un orecchio, zoppo». La prigionia, tremenda, di quelle riservate ai ribelli di pensiero e condannati con accuse infamanti. «Una paresi aveva immobilizzato la parte destra del suo volto. Benché fosse scampato miracolosamente a più tentativi di avvelenamento, la sua vita finì praticamente qui. Si reggeva su un bastone. Aveva trentanove anni. Il figlio scrittore – Alexandre Dumas – si ispirò al papà per il personaggio di Porthos nei “Tre Moschettieri” e descrisse nel “Conte di Montecristo”, il più grande romanzo d’appendice dell’Ottocento, la penosa prigionia di Taranto».

Le ricerche dello scrittore Tom Reiss, con il suo “Conte nero” vincitore del Pulitzer, fu anche ospite a Taranto. «Edmond Dantès – scrive Attino – era in realtà il padre, il generale Dumas. Il castello d’If, nel Golfo di Marsiglia – la terrificante prigione di Dantès – era il Castello di Taranto. La cella in cui 215 anni fa (oggi 221, l’articolo risale a sei anni fa…) s’inabissò la leggenda dell’ufficiale più ammirato dell’esercito napoleonico è, oggi, una saletta grande cinque metri per dieci destinata all’accoglienza dei turisti nel Castello aragonese».

«Taranto, Covid ed Ex-Ilva…»

Dal prossimo 3 dicembre previste novità

Intanto la trattativa fra Arcelor Mittal e Invitalia, indispettisce il Comune di Taranto, tenuto fuori dall’incontro come accaduto per la Provincia. L’invito alla cittadinanza al rispetto delle norme per debellare definitivamente la pandemia e prestare attenzione a cosa potrebbe scaturire in termini di accordi per il futuro della “fabbrica dell’acciaio”. 

Gli effetti positivi dell’ordinanza per contrastare il Covid-19 e la posizione di contrasto al Governo che nell’affare Arcelor Mittal-Invitalia non ha invitato al tavolo delle trattative Comune e Provincia di Taranto. Sono due degli argomenti sui quali interviene il sindaco Rinaldo Melucci. Due temi che stanno particolarmente a cuore alla città dei Due mari. E che coincidono, per motivi diversi, allo stato di salute di una Taranto che in concreto vuole guardare al suo futuro facendo sentire la sua voce.

Partiamo dall’ordinanza-Covid 19. «Ha avuto effetti positivi – dichiara il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci – se ora il Governo libera tutti; continuiamo, però, a fare molta attenzione». Ribadito che «sia un grande privilegio, ogni giorno, amministrare una città con questi valori», rivolge massima attenzione alla riunione svoltasi in videoconferenza all’interno del Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, «che ha consentito una riflessione ancora più approfondita sulle misure che gli enti locali dovranno mettere a punto nei prossimi giorni, in seguito al nuovo Dpcm che dovrebbe alleggerire le restrizioni previste fino al 3 dicembre».

La responsabilità nel salvaguardare la salute pubblica. «Siamo molto soddisfatti, come lo siamo stati per il lockdown della scorsa primavera: le nostre restrizioni, che sappiamo richiedere sacrifici a cittadini e categorie produttive, hanno provocato un evidente rallentamento della curva dei contagi e contribuendo all’alleggerimento  della pressione sulle nostre strutture ospedaliere, con particolare riferimento da metà mese alla fine di novembre. Una pratica, quella dello stop & go, fermarsi per poi ripartire, finché non saranno disponibili i vaccini per avere definitivamente ragione del Covid-19».

 DA GIOVEDI’ SI CAMBIA…

Intanto si fa largo l’ipotesi di allineamento alle disposizioni del Governo da adottare dopo il 3 dicembre. «Abbiamo già chiesto sacrifici alla nostra comunità. Detto che restiamo preoccupati, non possiamo che raccomandare ai tarantini di continuare a seguire regole ormai note: uso, ovunque, della mascherina; massima igiene delle mani; compiere spostamenti solo se connessi a esigenze importanti; evitare qualsiasi tipo di assembramento, non lasciarsi ingolosire dalle tradizioni del Natale tarantino: facciamo attenzione a non vanificare d’un tratto gli sforzi fin qui compiuti evitando una possibile terza ondata di contagi».

Poi la vicenda Arcelor Mittal-Invitalia, altro tema che sta a cuore al primo cittadino come a buona parte della comunità tarantina. «Finché sentirò parlare, allo stesso modo, di rifacimento di altiforni – ha ribadito Melucci – di piena occupazione nello stabilimento siderurgico, di piani sconosciuti del Governo e persino di sostenibilità ambientale col carbone, mi sento soltanto preso in giro, come la maggior parte dei tarantini. Una equazione, credibile e trasparente, dovrebbe infatti contenere innanzitutto la valutazione del danno sanitario, la completa decarbonizzazione – ovvero la chiusura dell’area a caldo – la riqualificazione o l’accompagnamento degli esuberi, le bonifiche, persino l’arretramento fisico del siderurgico dalla città e dal porto, con un accordo di programma».

«BASTA ANNUNCI E PALLIATIVI»

Il sindaco chiede spiegazioni sul mandato fornito a Domenico Arcuri, cui è stato assegnato il ruolo di negoziatore. «Quale tipo di mandato e quale proposito abbia l’accordo, soprattutto se questi obiettivi sono orientati realmente alla soddisfazione dei tarantini e alla tutela della vita umana e dell’ecosistema. Chi guiderà questa nuova fase dell’ex Ilva? Non sono più sufficienti gli annunci sul cosiddetto cantiere Taranto: tutto ha il sapore di un grande palliativo, se il piano è quello di marzo con gli altiforni 4 e 5 ed un solo forno elettrico».

Una riflessione della gestione del siderurgico in questi ultimi anni. «Vari Governi – conclude il sindaco – hanno bruciato cinquanta miliardi per salvare questa fabbrica e solo le ragioni del lavoro e del mercato dal 2012, peraltro con un discutibile contributo di commissari non sempre sintonizzati con l’esigenza di riconversione espressa dalla comunità. Ora, questo Governo è chiamato a lasciare da parte i tanti proclami confusi e timorosi e ad abbracciare uno degli scenari più innovativi proposti dall’advisor Boston Consulting, che richiede almeno 5 miliardi di investimenti in tecnologie autenticamente verdi e la ricollocazione o l’accompagnamento di almeno 5000 esuberi». Infine, un punto di domanda. «Cosa vogliamo fare del Recovery Plan o del Piano Sud altrimenti in questo Paese? Tutto il resto è irricevibile per Taranto e ci costringerà ad una resistenza strenua, in ogni sede istituzionale e non. So per certo che questa sia la posizione anche della Provincia di Taranto e della Regione Puglia».

«Senza lavoro e senza tetto»

Andrea, ventotto anni, vive sotto i portici di piazza San Babila

A Milano conoscono lui e la sua storia sfortunata, diploma al Conservatorio e una laurea in Giurisprudenza. «Lavoravo in una piccola ditta, assunto da una multinazionale, poi il fallimento e la strada. Mangio in mensa, ma non vado in dormitorio. Genitori persi da piccolo, nessun parente, la mia unica preoccupazione, oggi, è mettere qualcosa sotto i denti, poi coprirmi e dormire, nella speranza che risvegliandomi scopra che è stato un brutto sogno»

«Nelle agenzie interinali mi dicono che ho troppe qualifiche per i mestieri che girano». Andrea, ventotto anni, un diploma al Conservatorio e una laurea in Giurisprudenza, non ha un lavoro. Di questi tempi il tema, purtroppo, da solo non farebbe notizia. Infatti, ad occupare le prime pagine dei giornali è un altro aspetto che interessa il giovanotto (che ha tanta voglia di lavorare mostrare il suo talento): è un senzatetto.

Proprio così, dorme sotto i portici di piazza San Babila, a Milano. Andrea non ha lavoro e non ha casa. «Fino a quando ho lavorato – spiega il ventottenne – abitavo in un appartamentino, non navigavo nel lusso, certo, ma ero puntuale nel pagare l’affitto; poi, la svolta verso il basso: perso l’ultimo lavoro, ho perso anche il tetto, le certezze e la dignità».

Potrebbe essere una storia come tante, si diceva. Invece è il racconto di Andrea, uno scatto fotografico, se vogliamo, di un’Italia che quotidianamente miete vittime della disoccupazione giovanile. Andrea non ha genitori, sono morti che lui era ancora piccolo. Purtroppo Andrea non ha altri parenti. Orgoglioso non si è arreso alle difficoltà della vita, ha studiato e cercato con l’impegno la sua strada. «Non ho molti amici, anzi sono proprio pochi: il poco tempo che avevo a disposizione, tra studio e lavoro, non mi ha permesso di coltivare come si deve queste amicizie, né di socializzare», spiega il giovane ventottenne.

POCA VOGLIA DI PARLARE

Non è molto loquace, Andrea. E’ comprensibile, non amerebbe raccontare il suo modo di vivere. «Confesso – spiega a chi gli pone domande che provano a scavare nel suo privato – l’orgoglio mi impedisce di chiedere aiuto finché non sarà strettamente necessario». Mantiene cura di se stesso. Impeccabile, nonostante il suo status. Pulito, barba rasata, capelli in ordine, un cappotto scuro e una borsa ventiquattrore con dentro un maglione pesante, una camicia e una maglietta.

«Laureato, ho iniziato a lavorare – racconta – in una società che produceva cartucce filtranti per altre aziende, il mio ruolo era quello di impiegato amministrativo contabile». Come tutte le storie con un finale, mesto, a sorpresa, la caduta. Un avanzamento di carriera prima di finire per strada. «Assunto da una multinazionale – sintetizza il suo salto di qualità trasformatosi in un repentino, inesorabile declino –  mi sono impegnato, sudato le classiche sette camicie  in quello che tecnicamente viene definito ciclo passivo della contabilità; risultato: dopo quattro anni l’azienda è fallita e dalla sera alla mattina mi sono trovato senza lavoro».

SENZA SOLDI, SENZA CASA

Finiti i risparmi, come racconta lo stesso Andrea, non ha potuto più onorare il contratto di affitto della casa. Ancora qualche impegno saltuario come cameriere, poi la strada e la mensa. «Vivo per strada dal maggio di sei anni fa; da non crederci, l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda è che stando per strada riscopri gli istinti più primitivi: il primo pensiero è mangiare, poi coprirsi il meglio possibile e dormire: non in dormitorio, però, lì non mi sentirei sicuro». Nel pomeriggio Andrea si reca in biblioteca, spedisce curriculum, ma le sue capacità lo frenano: «Nelle agenzie interinali mi dicono che ho troppe qualifiche per i mestieri che girano».

Cappotto grigio scuro, borsa ventiquattr’ore, così vestito il ventottenne diplomato al Conservatorio e laureatosi in Giurisprudenza, trascorre le fredde giornate invernali. A vederlo uscire dalla mensa sembra un volontario che ha finito il turno e sta per tornare in ufficio. In ufficio, in realtà, vorrebbe tornarci, ma non ne ha più avuto la possibilità. «Dalla sera alla mattina, senza preavviso, sono stato licenziato; non so come andrà a finire, l’intera vicenda è ancora nelle mani del curatore fallimentare e non so se godrò mai di una liquidazione; unica preoccupazione, oggi: mettere qualcosa sotto i denti, coprirmi e dormire, nella speranza che al risveglio sia stato un brutto sogno». Una brutta storia dentro un’altra storia e un’altra ancora: perso il lavoro, senzatetto e con prospettive appese a un filo sottile, che il Cielo ti assista Andrea.

«Grazie, perché…»

Balvir, indiano, da Laterza a Bari, oggi a Reggio Calabria

Tutto in un giorno. Licenziato, mentre fuori nevica, trova il sostegno di una comunità. Una consigliera comunale prenota un b&b, poi il modo di rifocillarlo. Il ragazzo, che parlava un discreto italiano, impara a scrivere e sul social comunica il suo sentito ringraziamento ricordando quella fredda sera del gennaio 2017.

Italia e per un breve periodo impegnato a Laterza, pochi chilometri da Taranto. Si spende in un’attività lavorativa con una piccola società che non appena può fare a meno del suo contributo non ci pensa su due volte a dargli il benservito.

Non entriamo tanto nel merito del suo rapporto di lavoro, puntuale o con qualche falla qua e là, quanto nelle modalità che hanno visto il protagonista di questa storia d’amore (e per certi versi di ingratitudine), in mezzo ad una strada, in un Paese straniero e per giunta nel giro di poche ore.

Una decisione unilaterale. Assunta dal suo datore di lavoro, a dispetto di norme che evidentemente non erano scritte, forse sostenute da una sola stretta di mano. «Mi spiace, non c’è più lavoro, caro Balvir tornatene a Bari, è da lì che sei venuto…». Sembra uno di quei concorsi televisivi nei quali l’animatore spiattella in faccia al concorrente malcapitato frasi del tipo «Balvir, la tua esperienza finisce qui!».

Entriamo, invece, nell’episodio specifico: le modalità sul licenziamento in tronco del ragazzo di origine indiana. «Licenziato!». Si fa presto a dire «…era nel mio pieno diritto». Forse le cose non stanno proprio così. Un datore responsabile avrebbe potuto tenere un solo giorno in più la mano sulla coscienza, aspettare almeno che quella sera smettesse di nevicare (è il gennaio 2017) e poi prendere la sua decisione. E, invece, Balvir, «…la tua avventura finisce qui!».

«VOLEVO DIRE “GRAZIE!”»

Il ragazzo con zainetto a tracolla, di colpo si sente smarrito. Laterza è una bella cittadina, famosa in tutta Italia per il suo pane di denominazione di origine controllata, gente di sani princìpi e disponibile verso il prossimo. Ha dei politici che manifestano subito sensibilità e solidarietà. Un piccolo, ma significativo gesto lo compie Sabrina Sannelli, all’epoca dei fatti – come si usa scrivere in casi come questi… – consigliere comunale, oggi assessore.

Secondo il racconto puntuale di un collega, il politico locale non ricorda neppure l’episodio. A Laterza come in tutto il Sud regna un antico adagio, qualcosa di simile al «Fai bene e scordatene». Quando hanno ricordato l’episodio all’assessore, questa ha prima fatto mente locale, poi manifestato soddisfazione per come era finita quella storia.

Il lieto fine è lo stesso Balvir a scriverlo. «Volevo dirle grazie!». E ti pare poco, di questi tempi, dove spesso la riconoscenza, in primis quella dei datori di lavoro – non tutti, sia chiaro… – va a farsi benedire nello spazio di un amen? La gratitudine è una moneta che scarseggia, specie in un periodo parente stretto del «Si salvi chi può!».

«Balvir, chiese aiuto al Comune – ricorda oggi l’assessore – e l’Amministrazione gli trovò un b&b perché dormisse al caldo per poi partire all’indomani con più calma e sicuramente rigenerato: trovata la sistemazione, gli feci portare una pizza, perché Balvir mettesse qualcosa nello stomaco: l’avrei fatto con chiunque, non faccio differenza fra un amico e un estraneo…». Un gesto del quale, ripetiamo, il politico con delega amministrativa aveva perso traccia. Perché è così che dovrebbe agire chiunque nei confronti del prossimo, sia questo inquilino della porta accanto o un ragazzo venuto da un Paese lontano (seimila chilometri!) in cerca di futuro.

«ADESSO SCRIVO ITALIANO»

Balvir, dunque, ringrazia. «Non è che abbia trovato il tempo solo adesso – in sostanza il suo sentimento di riconoscenza – esprimo la mia gratitudine ora che ho imparato a scrivere quell’italiano che stavo imparando in fretta». Il ragazzo non voleva fare brutta figura. Avrebbe potuto farsi aiutare, comporre una frase di circostanza, prenderne una in prestito – come fanno spesso i leoni da tastiera – con manovra da copia e incolla. Balvir, invece, tira fuori quel «grazie» dal profondo del cuore. E trova un attento cronista a raccogliere la notizia data attraverso uno dei tanti social, riprenderla e pubblicarla attraverso quaranta righe sulla carta stampata.

Attraverso quello stesso social il ragazzo indiano ha informato chi lo stesse leggendo in quel momento che non vive più a Bari. Oggi risiede a Reggio Calabria. Non spiega in quale lavoro sia impegnato, se sta bene o così così. Balvir è un ragazzo alla ricerca di un impegno a misura d’uomo. Lui, come molti ragazzi stranieri che vengono in Italia alla ricerca di speranza e lavoro, sanno anche accontentarsi, quando invece a lui e ad altri nelle sue stesse condizioni, fosse riconosciuto il giusto.

In questi anni, da queste pagine abbiamo raccontato spesso storie di ragazzi sfruttati, ricattati, ridotti in schiavitù. Non solo drammi, anche qualche finale decoroso, sempre pochi; pure storie di datori di lavoro che hanno fatto la fortuna dei loro dipendenti venuti dall’Africa, dall’Asia, dal Sudamerica.

Un sospiro di sollievo, insomma, per Balvir. E per quanti si spendono per la comunità in un momento legato a pandemia e crisi economica. Storie come questa di sicuro aiutano. Aiutano a conoscere le persone e il tessuto sociale nel quale viviamo. E sono queste le storie che rendono orgoglioso un territorio, fanno la felicità di chi appartiene a una comunità dal cuore grande.