«Parsifal, tutto è partito da lì»

Roby Facchinetti, fra passato e presente

Nel 1973 l’album della svolta con i Pooh, oggi l’opera omonima firmata con D’Orazio. «Tre anni di lavoro, Stefano autore straordinario. Poteva restare un’incompiuta, invece a luglio dello scorso anno abbiamo messo un punto esclamativo al progetto. Portare in scena questa storia la considero una missione e un impegno nei confronti del mio “amico per sempre”». Intanto nelle radio, nuovo singolo del popolare compositore: “Cosa lascio di me”.

Roby Facchinetti, grande amico. Al punto tale da rivelare in via ufficiosa un progetto in altra occasione appena accennato. «L’ultima cosa che io e Stefano avevamo in mente l’abbiamo condotta in porto: un porto sicuro, nel quale c’era grande empatia e voglia di lasciare traccia di un progetto che avevo in mente già cinquant’anni fa: Parsifal». Oggi, “quei cavalieri simili a dei”, come recitava lo spartiacque dei Pooh fra pop e rock, hanno nuova residenza. In due ore e più, fra musica, firmata Facchinetti, e parole, scritte da D’Orazio. “Parsifal” non è più solo un brano lungo dieci minuti fra cantato e suite, oppure il titolo di uno degli album più fortunati di Roby Facchinetti, Stefano D’Orazio, Dodi Battaglia e Red Canzian. Oggi “Parsifal” è anche un’opera. «Grazie all’insostituibile contributo di Stefano, autore di testi straordinari, “Parsifal” è diventata un’opera di due ore; l’abbiamo completata dopo circa tre anni di lavoro, riascoltata mille volte come si fa con una creatura che ti sei coccolata a lungo».

 

Tre anni di lavoro.

«Verso la fine di giugno, inizi di luglio dello scorso anno, una volta letto e riletto, corretto e limato gli angoli qua e là, io e Stefano ci siamo guardati negli occhi, senza dirci niente, per noi parlavano le espressioni di due persone ampiamente soddisfatte dell’intero lavoro, faticoso sì ma al quale avremmo potuto mettere finalmente un punto esclamativo».

 

Stefano, autore con lo stesso Facchinetti di “Rinascerò rinascerai”, più avanti sarà colpito proprio da quella “bestiaccia” (così D’Orazio aveva chiamato il virus dal quale era stato aggredito) che lo ha portato via all’affetto dei suoi cari, di amici e di milioni di fan.

«Non amo interpretare certi segnali: poteva restare un’incompiuta, qualcosa che non avrebbe avuto più senso, senza la storia e i testi di Stefano, invece, ecco che “Parsifal” è diventata una grande storia».

 

Una storia solida, pare di capire.

«Piena di energia: la Tavola rotonda, Re Artù, i Cavalieri, le Crociate, il Santo Gral; non ci siamo mossi più di tanto dalla storia e dalla mitologia che noi tutti conosciamo. Piccole licenze: Parsifal, il protagonista, lo abbiamo in qualche modo modernizzato, abbiamo impresso un colpo di scena che non anticipo, provato a trasmettere emozioni».

 

Facchinetti ha assunto un grande impegno.

«Assunto con me stesso e con lo stesso Stefano, la mia missione sarà quella di portare in scena “Parsifal” come io e lui lo avevamo immaginato nei tre anni di scrittura. Altro piccolo miracolo: ho già partner importantissimi che mi stanno affiancando per mettere in scena questa grande opera».

 

“Parsifal”, snodo importante anche per i Pooh.

«Da lì, parliamo del 1973, è nato tutto: venivamo da “Tanta voglia di lei” e “Pensiero”, ma avevamo bisogno di imprimere una svolta alla nostra produzione, ai nostri “live”: ci stavamo smarcando da locali e balere per produrre spettacoli che non sfigurassero nei teatri; da lì in poi, i Pooh hanno fatto teatri-tenda e stadi, qualcosa di impensabile a quei tempi».

 

Lasciamo per un attimo “Parsifal”, maestro. In questi giorni in radio circola “Cosa lascio di me”, terzo singolo estratto dall’album “Inseguendo la mia musica”.

«Canzone e video spiegano in cento scatti la mia vita: da mia madre in poi, i miei affetti più cari, gli amici, quelli “per sempre” cioè i Pooh, e tutte le persone che ho avuto la fortuna di incontrare e grazie alle quali, oggi, sono quello  che sono».

 

Un brano che più di altri occupa un posto speciale nel cuore di Facchinetti?

«Sono tanti i brani scritti e portati al successo ai quali, per ragioni diverse, sono legato, anche per una sorta di riconoscenza. Non vorrei essere banale, ma da compositore non posso non citare “Parsifal”: per tutto quello che ha rappresentato e rappresenta ancora oggi. Ci sono le mie radici: mia madre ascoltava musica classica e operistica, devo a lei la mia formazione di musicista. Se non avessi avuto questi trascorsi fin da bambino, forse certi brani non li avrei mai scritti».

 

“Parsifal”, dunque, non si scappa.

«Corsi e ricorsi storici, qualcosa che alla fine mi rimanda proprio all’opera “Parsifal” di cui dicevo: qui dentro c’è tutto quello che di bello è giusto che ci sia. “Parsifal”, tutto è partito da lì».

 

Puglia, Italia…

Turismo, gli italiani hanno scelto l’estate ideale

Ventisette milioni di italiani privilegiano mete di prossimità. Malgrado il covid, pianificazioni per i mesi caldi. Mari azzurri, spiagge incantevoli, natura incontaminata, splendide masserie. Ultima in ordine di tempo, “Don Cataldo”,tre minuti da Martina Franca, nel cuore della Valle d’Itria. Bella, accogliente, classe da fare invidia ad hotel pentastellati. La nostra, resta la regione più bella del mondo secondo National Geographic e New York Times.

Nonostante il Covid e la limitazione agli spostamenti, gli italiani restano fiduciosi nella possibilità di tornare presto a viaggiare. Lo dice l’Osservatorio sull’Economia del Turismo delle Camere di Commercio di Isnart e Unioncamere. Secondo questo attento studio, più della metà degli italiani sta già pianificando una vacanza per il 2021. Destinazione regina, per l’80% dei connazionali, anche quest’anno resta l’Italia, con un occhio rivolto alla Puglia. Riconosciuta come “la regione più bella del mondo” (Best Value travel destination in the world, National Geographic, Lonely Planets e New York Times), la Puglia anche quest’anno sarà prevedibilmente meta del maggior numero di turisti in circolazione nel nostro Paese.

Si è registrata a livello nazionale una perdita in termini di ricavi stimabile in circa 8 miliardi di euro. Ma ci sono segnali per una costante ripresa legata anche al turismo domestico, rappresentato dai ventisette milioni di italiani che, in fatto di vacanze, privilegiano mete di prossimità. Ma se fare delle vacanze d’estate indimenticabili quest’anno continua ad essere un sogno, la Puglia rappresenta la sua felice realizzazione: mari azzurri, spiagge incantevoli, natura incontaminata, splendide masserie, locali tipici e ristoranti, itinerari turistici, arte e cultura, gastronomia, movida e divertimento.

 

MASSERIA E CAMPAGNA…

Fra le bellezze incontaminate della Puglia, un ruolo importante lo svolgono le masserie da cui è possibile ammirare città e l’adiacente campagna pugliese, uno spunto per una passeggiata fuori dai luoghi del sovraffollamento, da dove  si potrà godere di un’ampia vista sulla bella campagna circostante coltivata a oliveti e vigneti. Ultima creatura fra i secolari manufatti, la riqualificata Masseria Don Cataldo, a tre minuti da Martina Franca: bella, accogliente e con quel tocco di classe da fare invidia ad hotel pentastellati.

All’ora della passeggiata, la sera, il brulicare dei vicoli dei mille paesini turistici (Martina, Alberobello, Cisternino, Fasano) risuona dei passi dei turisti che visitano le numerose bottegucce dell’artigianato pugliese: legno, mobili, ceramiche, ferro, vetro, il tutto lavorato da mani esperte. Per l’estate si auspica la ripresa di eventi musicali anche live, ed enogastronomici dislocati in caratteristici capoluoghi o province. Nelle serate estive Pugliesi, per passare qualche ora fra amici all’insegna del divertimento, pensati per un popolo giovane e per le famiglie.

 

PATRIMONIO DELL’UMANITA’

E poi le sagre, un’occasione per riscoprire i sapori semplici ma buoni di una volta, soprattutto in luglio e agosto al solo scopo di ricavarne divertimento e piacere. A queste meravigliose bellezze, si aggiungono i riconoscimenti assegnati alla Puglia ancora regina del  mare pulito  e delle spiagge di qualità: la Puglia conta numerose bandiere blu, che vengono riconfermate di anno in anno, per la gioia dei turisti.

Trulli, riserve e monumenti naturali istituiti in tutta la Puglia, rappresentano un patrimonio naturale e artistico che va tutelato. Non è un caso che la Valle d’Itria, fra Martina Franca, Alberobello, Cisternino e Fasano, sia riconosciuta come “Patrimonio mondiale dell’umanità”.

Fra le altre mete, le Isole Tremiti di fronte al Gargano, e Lecce, interamente decorata in stile barocco con i suoi monumenti storici. Come a dire che in Puglia ogni angolo possiede luoghi appositi in cui procurarsi una guida agli itinerari caratteristici, per godere del sole e del mare e per visitare castelli, torri, trulli, monumenti, musei e chiese; in questa terra dalle fertili pianure agricole, masserie accoglienti e bagnata dal mare, la gente locale ha una ospitalità molto antica e  mantenuto un carattere aperto e affabile.

«Ibrahim, sei tu?»

Billy, guineano, riabbraccia un giovane gambiano salvato da morte certa

«Incontrato sul Lungomare di Taranto. Ci siamo corsi incontro e stretti quasi fino a farci male. Non sapeva nuotare, invocava aiuto: ne avevo visti già tanti inghiottiti dal mare, lui non doveva fare la stessa fine. Sopravvissuto a quella sciagura del mare, ho aiutato lui, il figlioletto di un mio connazionale e mia sorella, diventata ostetrico»

Salvare un ragazzo da morte certa, perderlo di vista una volta sbarcati, prima daccapo in Libia, più avanti a Catania e, infine, riabbracciarlo, da non crederci, mesi dopo sul Lungomare di Taranto. Una storia a lieto fine, quella di Billy e Ibrahim, una di quelle che più di altre ci piacciono. Nonostante di mezzo ci siano, purtroppo, centotrenta dispersi, cioè centotrenta morti. Quell’aggettivo, “dispersi”, lo usano i cronisti, i notiziari, le istituzioni che alimentano speranze flebili. Quei centotrenta che non si sono più trovati, secondo i calcoli di Billy, un ragazzone con la voglia di fare, tanto, riscattarsi e dimostrare al più presto la sua riconoscenza per l’Italia, ma che ha solo voglia di lavorare.

A proposito di notiziari, ancora oggi Billy non si capacita. «Possibile che centotrenta persone scompaiano in mare e nessuno ne dia notizia?», s’interroga. Telegiornali, un notiziari, un quotidiani, tacciono. «Ancora oggi penso a quella gente che non è ancora ancora a conoscenza di quello che possa essere accaduto ad uno dei loro familiari: non sanno nemmeno che i loro cari siano stati dati per “dispersi”, in realtà morti in uno dei tanti viaggi della speranza».

Billy, guineano, fede musulmana, ventiquattro anni, si è impegnato in mille lavori. Comincia dalla fine, da quel romanzo che è la vita. «Non volevo crederci, passeggiavo sul Lungomare di Taranto e quel ragazzo che mi stava venendo incontro, a piccoli passi, perché anche lui sembrava non credesse ai propri occhi, era Ibrahim!». Da non crederci, come dare torto a Billy. «Un grande abbraccio, ci stringemmo con forza, quasi fino a farci male, non ricordo nemmeno chi dei due cominciò a singhiozzare per la forte emozione: piangemmo insieme; in un attimo nella mente passò quel brutto film che fu il naufragio…».

 

ERA IL 27 SETTEMBRE…

Ibrahim, gambiano, più giovane di lui, quella notte in mare in preda alla disperazione.  Ricorda come fosse ieri, Billy. Tiene a mente la data. «27 settembre 2017, tirai fuori trecento euro per pagarmi quel viaggio della speranza, ancora non sapevo cosa mi aspettasse: pensando a quelle ore disperate, mi viene ancora da piangere: mi rimbombano nella mente pianti a dirotto e urla strazianti: tutto buio, gente che vedo a stento, illuminata a a malapena dalla luna, che purtroppo scompare inghiottita da flutti del mare; tutti, me compreso, disperati, in cerca di salvezza: uno strattona l’altro, si aggrappa a qualsiasi cosa lo circondi: tavole galleggianti, bidoni, camere d’aria, insomma quel poco che resta di quell’enorme gommone; ci sono anche bidoni di benzina, qualcosa che potesse rappresentare la nostra salvezza: qualcuno provava a svuotare quei bidoni dal carburante che, inevitabilmente, ci finiva addosso, sulla faccia, le braccia, sul dorso delle mani, fino a ustionarci la pelle: meglio le ustioni che non morire affogati, risucchiati dal mare». Quei bidoni erano un salvagente, scatenavano una disperata lotta per la sopravvivenza: mi guardavo intorno, uno spettacolo agghiacciante, chi provava ad impossessarsi di un bidone o una camera d’aria; non tutti sapevano nuotare e, allora, addio, un istante dopo non li vedevi più, ma anche chi sapeva nuotare alla fine, sopraffatto dalla stanchezza veniva ingoiato dalle acque. Fu in uno di quei momenti che vidi scomparire fra le acque Thierno, un mio connazionale: durante quel breve viaggio mi aveva raccontato la nostalgia che avvertiva per aver lasciato moglie e figlio, Mamadou, piccolino, rimasto in Guinea con la mamma…».

 

ADDIO THIERNO, AMICO MIO…

Thierno non c’era più. C’era Ibrahim, piuttosto, un ragazzo che vedeva per la prima volta. Rischiava di annegare, non sapeva nuotare. «Sentii un morso a una mano, vidi un ragazzo giovanissimo, magro, disperato: voleva quel bidone al quale ero abbracciato, aveva paura di morire e qualsiasi cosa facesse, pensai subito, era giustificata; lo rasserenai con un sorriso e un gesto, gli allungai quel “salvagente”; potevo resistere, ho un buon fisico: Ibrahim era salvo, io poco dopo trovai un altro bidone al quale mi aggrappai; ero salvo anche io!».

Ibrahim, viveva fra Martina Franca e Grottaglie. «Felice per lui, ma ancora con il cuore a pezzi per il dolore, quei centotrenta compagni di viaggio dispersi in mare, che brutto destino!». C’è un altro risvolto umano nel racconto di Billy, altrettanto nobile. «Durante i primi tempi – spiega il ragazzo guineano – con metà del mio pocket-money aiutavo il piccolo Mamadou, figlio del povero Thierno: proseguiva gli studi, inviavo i soldi alla mamma, che con qualche altro risparmio ha aperto un piccolo commercio tanto che oggi è lei stessa a provvedere al figlioletto». Il cuore di Billy è immenso. «Ho aiutato anche mia sorella Fanta, nel frattempo diventata ostetrica: aiuterà mamme a mettere al mondo tanti bei bambini che non dovranno conoscere quell’inferno attraverso il quale sono passato io e tanti altri come me, come il povero Thierno e il mio amico fraterno Ibrahim, che fortunatamente ce l’ha fatta».

«Caro Mac Roney…»

Intervista al Mago Forest

«Mi sono ispirato a lui, poi sono peggiorato per conto mio. Amo la Puglia, ho lavorato con Toti e Tata, il mio primo manager è di queste parti. Mi chiamassero insieme Arbore e la Gialappa’s, chi sceglierei…»

Ci sono artisti con cui stabilisci una certa empatia, subito. Avverti netta la sensazione quando li vedi in scena, riesci a leggere fra le pieghe del loro carattere, che non può essere un’altra cosa rispetto alle “luci del varietà”. Uno di questi è, sicuramente, Michele Foresta più noto come Mago Forest, comico, showman e conduttore televisivo. Periodo complicato quello del covid, non ci resta che il telefono.

 

E’ un piacere risentirla.

«Vedessi il mio di piacere, sono tutto un brivido: ma non ci davamo del “tè”? Ti prego, mi sento più a mio agio: ci conto…».

 

In estrema sintesi, da Arbore alla Gialappa’s, passando per Zelig, da ospite a presentatore. C’è un momento decisivo nel quale hai avvertito la svolta?

«Se momento decisivo possiamo chiamarlo, può essere quello di venti anni fa, quando i Gialappa’s vennero ospiti a Zelig: mi videro presentare e mi ritennero “abbastanza deficiente” per propormi il loro programma “Mai dire Maik”; chiuso in anticipo partì, comunque, la nostra collaborazione che durò nove anni ininterrottamente. Mi hanno rubato i miei migliori anni, mi hanno rubato, ma li perdono…».

 

Non riesce proprio a prendersi sul serio. Quando ti presentano, ti “lanciano” come fossi il parente povero di Silvan e Copperfield. Detto che nella realtà, sei un abile illusionista, non credi di ricordare in qualche modo anche un tuo antesignano collega, certo Mac Roney?

«Certo che sì, lui è stata la mia prima ispirazione, anzi diciamo che copiavo pari-pari le sue gag che vedevo in televisione, poi ho studiato molto e finalmente ho imparato a fallire da solo».

 

Un giorno, sbagliando un gioco di prestigio e sentendo il pubblico ridere, hai pensato di cambiare mestiere. Cosa ti ha portato a usare carte e piccioni per scatenare risate?

«Sinceramente no, fin da subito la mia intenzione è stata quella di cercare di far ridere, mi ha sempre affascinato il ruolo dell’antieroe e del mago al quale i suoi stessi attrezzi si rivoltano contro».

 

Arbore, Gialappa’s, Frassica, Chiambretti, Bisio. Quale ritieni possa essere il tuo partner ideale? Ma anche uno con cui non hai ancora lavorato, ma con il quale ti piacerebbe fare coppia? 

«Coppia, non accoppiarmi, dici. Perché ho avuto belle colleghe, Hunziker, Incontrada, la Marcuzzi. Glissiamo, dai. Diceva il poeta brasiliano Vinicius De Moraes: la vita è l’arte dell’incontro. E io incontri sul palco ne ho avuti, e tanti: ammetto di essere in debito con la fortuna. Per un comico il contesto è tutto e rare volte mi sono trovato nel posto sbagliato. Se potessi scegliere mi piacerebbe lavorare con Homer dei Simpson!».

 

Battuta veloce. I testi, li studi, li prepari o è un work in progress, nel senso che uno spettacolo dopo l’altro improvvisi, scremi e tieni le migliori battute?

«Parto da un’idea e poi la osservo con la lente distorta della comicità. Visto come parlo bene? Posso continuare, se vuoi. Mi preparo molto, ma mi piace lasciare margini all’improvvisazione, lasciarmi trasportare dagli umori del pubblico. Quello del comico è uno spettacolo sartoriale cucito ogni sera su misura».

 

Fra gli spettacoli più applauditi, “Motel Forest”, ospiti e comprimari sul palco. Qual è il canovaccio sul quale si snoda l’intera rappresentazione?

«Motel Forest è stato un luogo magico e bizzarro, in realtà un mio investimento sul futuro: De Niro apre ristoranti, Sting un agriturismo in Toscana, Antonio Banderas un mulino e io un Motel. Ci può stare, no? ».

 

Mago Forest, sei uomo del Sud, una volta si diceva che il pubblico fosse più passionale, mentre al Nord più attento e snob. E’ ancora così, secondo te?

«Devi rifarmi la domanda quando riapriranno le frontiere, pardon i teatri, i locali. La storia del pubblico caldo o freddo, tiepido, credo sia un luogo comune: detto questo in Puglia mi sono sempre trovato bene fin dai tempi della “Dolce Vita” di Bari gestita in passato dai mitici Toti e Tata, che mi presentarono il mio primo manager, che è di Nardò. Il pubblico che va a teatro sa cosa va a vedere e cosa si aspetta, io mi pongo il problema di dare sempre il massimo, perché al giorno d’oggi non è così scontato – e alla ripresa ho la sensazione che il pubblico sarà ancora più esigente – che la gente compri un biglietto, esca di casa d’inverno e vada a trovare parcheggio intorno a un  teatro per vedere uno show».

 

Finisse domani la pandemia, chiamassero Arbore e la Gialappa’s, a quale telefonata risponde per primo “Arrivo!”?  

«Se chiamano insieme trovano occupato e mi salvano da una decisione in qualche modo complicata. Meglio non lo sappiano, non gli venga davvero di telefonarmi nello stesso periodo: una confessione voglio proprio fartela: sarei molto, ma molto in imbarazzo».

“Là, dove c’era l’erba…”

Sessant’anni fa la posa della prima pietra per la costruzione del siderurgico

Una lunga disamina sulle decisioni politiche. No a Piombino, sì a Taranto per dare al Sud. Arriva una ricchezza concreta, ma anche i primi mali. Nonostante Paolo VI celebri qui una Santa Messa natalizia e Pertini pranzi con gli operai. Dopo il boom economico, ecco i fumi, i morti, i processi, una politica che passa dal PCI alla DC. Fra sindaci e un dissesto a scuotere e mettere la città in ginocchio.

 

C’era una volta il siderurgico. E ancora c’è. Fra processi, lunghi, tempi biblici e qualche inevitabile prescrizione, considerando i tempi della giustizia italiana. A sessant’anni dalla posa della “prima pietra” quell’industria che doveva portare benessere a Taranto, da diversi anni è nell’occhio del ciclone. Non ultima, la ripresa del maxi-processo “Ambiente svenduto”, fra intercettazioni di dirigenti del siderurgico, politici e, come spesso accade, “non ricordo” (una marea).

Nei giorni scorsi su Repubblica è apparsa una documentata riflessione di Giandomenico Amendola, che spiega il percorso di quella Taranto, scrive il quotidiano, dagli ulivi agli altiforni. “Sessant’anni dall’inizio della costruzione a Taranto – scrive Amendola – di quello che allora venne battezzato col nome della proprietà “Italsider”, quarto Centro siderurgico”.

Una decisione, quella di costruirlo proprio a Taranto, fu presa sul finire degli Anni Cinquanta. All’Iri chiedevano che il siderurgico fosse realizzato a Piombino con lo scopo di raddoppiare l’impianto esistente. Niente, ce la fece, invece, Taranto. Il governo voleva dare un primo forte segnale per la crescita di un Sud fino ad allora trascurato nonostante si studiassero le pratiche perché il meridione diventasse Mezzogiorno.

Lo slogan lanciato con successo dalla Finsider, ricorda Amendola nella sua attenta disamina, come del resto video in bianco e nero dell’epoca, qualcosa che aveva a che fare con la suggestiva “Settimana Incom”, era, appunto, “Dagli ulivi agli altiforni”. Insomma, più che una realtà, un sogno di modernizzazione ed industrializzazione. Il grande stabilimento, infatti, diventò immediatamente il simbolo del Mezzogiorno. Un sogno che sembrò diventare realtà quando lo stabilimento venne inaugurato nel 1965 e tre anni dopo benedetto da Paolo VI che celebrò la messa di Natale nello stabilimento.

 

ACCIAIO, OCCASIONE PER IL SUD

L’acciaio di Taranto era anche considerato la grande occasione per meridionali delle giovani generazioni. Per questo nella seconda metà dei Sessanta, l’Iri, proprietario dell’Italsider, lanciò, con il Rotary Club di Milano, il Progetto Iard-Sud (Individuazione e assistenza ragazzi dotati) con lo scopo di valorizzare gli studenti migliori e creare i protagonisti di un futuro meritocratico che sembrava prossimo.

La Taranto che il siderurgico trovò alla sua nascita era una città particolare: operaia e burocratico-militare con una borghesia professionale di buona qualità, ma di piccole dimensioni integrata da alcuni ricchi proprietari terrieri. Era la città dell’Arsenale e della flotta, di operai e di ufficiali di Marina. Dal ‘46 fino al ‘56 il Comune è saldo nelle mani del PCI. A seguire subentra la Democrazia cristiana che del controllo delle risorse dello Stato e della loro distribuzione fa la propria principale arma. È lo Stato, ancora una volta, il protagonista del futuro di Taranto: nel passato lo era stato con la flotta, da quel momento in poi si incarnerà nella grande fabbrica.

E veniamo a un po’ di cifre che Amendola fa nella sua attenta analisi. All’inizio degli Anni Settanta l’Italsider commissionò ad una delle più importanti società di consulenza italiana diverse ricerche per analizzare i cambiamenti portati dalla nuova grande industria sui gruppi sociali di Taranto ed in particolare sul suo sistema di potere. Uno di questi studi, terminato nel 1972 (mai pubblicato per comprensibili ragioni politiche) mostrò come la rendita realizzata dai proprietari dei suoli urbanizzati tra il 1961 e il 1971 si aggirasse (per difetto, sottolineano gli autori) sui 70/80 miliardi. La somma, cioè, di tutti salari erogati dal Centro siderurgico nello stesso periodo. Negli stessi anni, prosegue la ricerca, i depositi presso gli istituti di credito a controllo locale passano da 800 milioni a 21 miliardi.

I fumi dell’impianto invadevano già la città a partire del vicino quartiere Tamburi. L’importante era che le piccole industrie, create in fretta dagli imprenditori locali intorno al siderurgico, ricevessero commesse con un occhio di favore e che una parte consistente della massa salariale dello stabilimento e del suo indotto si riversasse nell’edilizia. Non a caso fu la Cementir la prima grande fabbrica ad insediarsi nell’area industriale di Taranto.

 

TARANTO, “SOLO” SIDERURGICO

In pochi anni, prosegue Amendola, Taranto si identificò con l’Italsider e i comuni dove vivevano molti dei dipendenti del siderurgico, diventarono la cosiddetta “Provincia Italsider” dove le esigenze dello stabilimento dettavano legge. In una Taranto diventata totalmente ed acriticamente “siderurgica”, nel 1980 il presidente Pertini pranzò con gli operai esaltandone impegno e sacrifici.

A far vivere in tranquillità la città, incurante dei pericoli che venivano dalle nuvole velenose dello stabilimento, non erano solo i denari che direttamente o indirettamente il siderurgico erogava ma anche le risorse pubbliche il cui flusso, controllato dalla potente democrazia cristiana locale, sembrava inarrestabile. Quando tangentopoli raggiunge la città e travolge la classe dirigente della Dc e del Psi, emerge drammaticamente la debolezza dei gruppi dirigenti e della borghesia tarantina. Si succedono, intanto i sindaci Giancarlo Cito, Mimmo De Cosmo e Rossana Di Bello.

Negli anni successivi, fra i cambi di società già avvenuti e prossimi a giungere, Nuova Italsider, Ilva e, oggi, Arcelor-Mittal, proseguirà la politica di dipendenza dall’industria siderurgica. Processi, morti, il dissesto del Comune. La scena politica in Italia e a Taranto è ormai cambiata. Cresce l’attenzione, forse solo apparente, ai fumi, all’inquinamento, conclude l’autore del servizio su Repubblica, ed alla annunziata perdita di posti di lavoro. Il clima politico cambierà quando forse sarà troppo tardi e non basteranno, per sanare le profonde ferite inferte dall’incuria e dall’affarismo, i processi e le pesanti condanne chieste per i proprietari e i manager dello stabilimento e per alcuni dei governanti e degli amministratori locali. Fra tutto questo, anche le decisioni del giudice amministrativo di chiudere le aree a caldo dello stabilimento. E la storia, dagli uliveti all’acciaio non è finita. Anzi, prosegue.