Draghi, il Sud e…Taranto

L’Italia cresce solo con il Meridione

Il nuovo presidente del Consiglio, ebbe a dire che il nostro Paese è una sola cosa. Non devono esserci discriminazioni, né sussidi, ma investimenti seri. Fra parole e fatti, attendiamo fiduciosi le contromisure alla crisi. Del resto, il “prof” risolse a livello europeo una delle crisi economiche più preoccupanti dell’ultimo secolo, quella legata all’euro. Opinioni e punti di vista, compreso il nostro, dalla “Gazzetta” al “Corriere”.

L’Italia cresce solo se cresce il Sud. Lo disse il neopresidente del Consiglio, Mario Draghi, da governatore della Banca d’Italia. Se Draghi è una buona notizia per il Sud, lo dirà quel tempo il più delle volte galantuomo, anche perché in passato il Sud è rimasto deluso da quelle che venivano sbandierate come buone notizie.

Ma ci consola, detto da uno – qualcuno potrebbe averlo dimenticato – che ha salvato l’euro e l’Europa dalla più grave crisi economica degli ultimi cento anni. Draghi, ci ricordava nei giorni scorsi la Gazzetta nei giorni scorsi, è l’uomo dell’acquisto in massa da parte della “sua” Banca centrale europea del debito delle nazioni più in difficoltà, Italia in testa. E’ lo stesso di quella Europa che col “Recovery Fund” coglie l’occasione per eliminare le diseguaglianze che ne minacciano la stabilità. E non c’è maggiore diseguaglianza nell’Unione di quella fra Nord e Sud d’Italia. Fatta la somma, si dovrebbe avere la risposta alla domanda.

Non era amico del Sud e non lo è Renzi – scrive sulla Gazzetta Lino Patruno – tenace fino al lucido disegno di far cadere il governo, vedi caso quello a più intensa presenza meridionale della storia. Tanto da far sospettare che si muovesse spinto da oscuri mandanti. Governo peraltro abbastanza sbiadito verso le attese europee per il Sud, tranne che non cambiasse dopo. Dopo, quando il famoso Piano di ripresa e resistenza non sarebbe stato finalmente presentato a Bruxelles. E che secondo l’indicazione della Von der Leyen e compagni, deve destinare al Sud una percentuale vicina al 70 per cento dei 209 miliardi concessi.

 

REDDITO E DISOCCUPAZIONE

E proprio perché quando parla di divario di reddito e di disoccupazione inammissibili, l’Europa gli dà nome e cognome di Sud. Che Draghi, col presidente Mattarella – prosegue la Gazzetta – sia l’italiano più stimato in Europa è più chiaro di una primavera mediterranea. Stimato benché sia stato accompagnato dalla periodica opposizione da parte dei cosiddetti Paesi frugali, quelli nella cui lingua debito si traduce peccato. E una opposizione di quel mondo delle banche paradossalmente considerato un suo difetto di origine, lui proveniente dalla famosa e non incontaminata finanza internazionale. Ma che poi (con la Merkel) nessuno abbia fatto quanto lui per l’Europa è altrettanto chiaro.

Perciò ci si aspetta che questa sua Europa ora non la tradisca col Recovery. Anche perché nessuno come lui sa che il problema dei problemi in Italia non è appunto il debito, che schizza vertiginoso come uno sciatore fra i paletti. E che, pur salendo ora il debito da virus a livelli che faranno piangere i nostri figli e nipoti, il problema vero è che da vent’anni almeno il Paese non cresce. E non cresce perché ogni politica fin qui adottata dai governi consente di crescere sia pure a stento a una sola parte del Paese.

“L’Italia cresce solo se cresce il Sud”, disse Draghi da governatore della Banca d’Italia, contrario a quei sussidi che ingannano il Sud al posto degli investimenti. E pochi come lui si sono mostrati preoccupati per i giovani, s’immagina a cominciare da quelli che dal Sud sono costretti a partire. Perciò se ci si chiede se Draghi sia una buona notizia per il Sud, la risposta pesa sul Sud quanto su di lui. Dovrebbe sapere quanto serve e cosa serve a quell’Italia che fino a poco fa ha difeso come pochi stando a Francoforte. Serve il Sud. Si faccia una passeggiata, suggerisce infine Patruno, dove ci sono tutte le risposte ai problemi del Paese.

 

DOPO TURCO E IL CIS…

Mario Draghi nuovo presidente del Consiglio. Cosa accadrà adesso, In Italia e, in particolare, da questa parte dello Stivale. Perché, come sempre, la politica può darti e toglierti in un amen. Con rappresentanti seduti alla destra del premier, chiedere per Taranto un “risarcimento” per i danni causati dall’industria, è una cosa; starne distanti o, per ora, causa pressioni e richieste di poltrone per accontentare quei partiti che al momento non fanno capricci, è un’altra. Insomma, Taranto tornerebbe nelle retrovie. Usiamo il condizionale, in un momento in cui il “prof” sta compiendo il mandato esplorativo, incassa i “sì” di quanti fanno finta di volere andare al voto se non a certe condizioni, e pensa al governo tecnico. E, immaginiamo, voglia provare a resettare tutto, gettando, come si dice, bimbo e acqua sporca, ricominciando daccapo.

Restiamo nel condizionale. Taranto, e più in generale la Puglia, perderebbe un riferimento importante all’interno del Governo. Facciamo i nomi, per farla breve: il senatore Mario Turco, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, delegato alla Programmazione economica e investimenti e massimo riferimento del CIS. Una figura di grande importanza e al netto di quel che si possa pensare di lui: si poteva e si può essere di tutt’altra fede politica, ma è indubbio che avere qualcuno nelle stanze del potere o, comunque, nelle quali si decide, sarebbe stato, ancora oggi, positivo. Specie stando a qualche piccolo beneficio comincia ad arrivare dalle nostre parti, la riflessione a caldo del collega Marcello Di Noi, al mandato esplorativo assegnato al neopresidente del Consiglio, Marcello Draghi, dal presidente Sergio Mattarella.

Il prof. Draghi, curriculum di respiro internazionale, è stato chiamato a navigare nella tempesta delle emergenze evidenziate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: economica, sanitaria e sociale. Capo dello Stato che, dopo il breve incarico esplorativo a Roberto Fico, presidente della Camera dei deputati, non s’è lasciato attirare dalle sirene delle elezioni anticipate: era scontato, perché in questo momento le urne avrebbero acuito – secondo il ragionamento di Mattarella – la crisi che avvolge il nostro Paese.

Ora, non entriamo nelle dinamiche della politica italiana, l’opinione di Di Noi, rischieremmo di cadere nella trappola di reazioni esagitate. Dinamiche, questo lo urliamo, che mascherano il teatrino perpetuo del fallimento sistematico della politica. Perchè, diciamola tutta, i conflitti caratterizzano il modo di fare tutto nostro di governare il bene comune. L’incertezza è nel dna della nostra politica. Il che ci rende deboli da sempre agli occhi del mondo. E nella pancia del nostro vivere quotidiano.

 

SPETTATORI, PER ORA

Non parteggiamo per Draghi, così come per i suoi predecessori ed eventuali successori. Semmai, confidiamo in una visione – finalmente – che guardi al popolo, al cittadino comune, ai bisogni della gente. Oggi più che mai. Se Draghi sarà più bravo degli altri, conclude il giornalista del Corriere di Taranto, chapeau. Però, ci permettete qualche dubbio? Tanto un po’ tutti gli attori protagonisti difendono l’orticello. E allora, vorremmo farlo anche qui. Che c’azzecca con la nostra terra, con quel che raccontiamo – o tentiamo di fare – quotidianamente? Beh, innanzitutto

E adesso c’è da chiedersi quanti ritardi ancora dovrà accumulare questo territorio fintanto che per esempio il CIS sarà nuovamente operativo. Diciamo cavolate? No, perché nonostante la crisi del Governo in questi mesi, il CIS ha proseguito nel suo percorso – sì, con tanti ostacoli – e quindi affrontato le questioni sul tavolo. É facile ora immaginare che il nuovo Governo – soprattutto chi prenderà il posto di Turco – vorrà dapprima capire come continuare e con quale visione: insomma, altro tempo e intanto le Istituzioni territoriali dovranno necessariamente capire che fare, salvi i progetti deliberati e quindi già operativi.

Per non parlare dell’intricata vicenda Ilva, apparentemente risolta con l’accordo da poco firmato da ArcelorMittal e Governo: pensiamo davvero che tutto sia risolto tanto in termini economici-occupazionali quanto in quelli ambientali? E con quale atteggiamento il prof. Draghi affronterà gli eventuali e probabilissimi conflitti?

Insomma, senza portarla troppo per le lunghe, da qui alla scadenza naturale della legislatura (marzo 2023) le perplessità sul mutar delle cose verso i due mari ci sono. Non già per pregiudizi ma soltanto perché anche oggettivamente i dossier sul tavolo vanno letti e studiati. Ne avranno il tempo? Vedremo.

«Il paradiso può attendere»

Habib, pakistano, ventotto anni

«Papà era medico, un giorno fu sequestrato da un gruppo di talebani: voleva che i piccoli studiassero e non si facessero saltare per aria. Faccio il mediatore, ma sogno una laurea in Medicina. Mio fratello è in Italia, ma l’ho visto una volta sola, con mamma mi sento spesso, ma ci raccontiamo piccole bugie a fin di bene…»

 

«Vengo dal Pakistan, mi dicono che in qualche modo la fuga dal mio Paese me la sono cercata: evidentemente non ho saputo farmi i fatti miei, che poi era combattere l’ingiustizia e difendere la libertà di pensiero, mia e dei miei connazionali…». Non è semplice la storia di Habib, pakistano di ventinove anni, da otto in Italia. Ha una moschea e un imam di riferimento. La sua religione è l’Islam, ma anche questa non volendo gli ha provocato qualche problema. «Non dal mio imam, né tantomeno dai miei fratelli con cui pregavo, mi è stato dato dell’infedele: l’accusa è scaturita da un gruppo di talebani, quanti seguono fanno dell’annientamento religioso altrui il loro credo e non ammettono repliche».

E’ stato perseguitato Habib. «Ovunque andassi mi facevano terra bruciata intorno, e non solo terra, questi hanno dato fuoco anche ad un circolo dove incontravo ragazzi, si parlava del più e del meno e ci si scambiava punti di vista, non solo religiosi: anzi, la religione era l’ultima cosa, nel senso che pregavamo quando c’era da pregare e il resto del tempo parlavamo di studi, dell’importanza di imparare una, due lingue che ci sarebbero tornate utili per conoscere meglio gli altri e, perché no, se un giorno avessimo avuto occasione di crearci un futuro, nel nostro Paese oppure all’estero, considerando che avevamo messo in preventivo che poteva accadere di essere perseguitati solo a causa di un punto di vista diverso…».

 

ONESTAMENTE, HABIB…

E’ onesto Habib. «Ammetto di avere sbagliato – confessa – di aver sfidato i mulini al vento, come scriveva Cervantes nel suo Don Chisciotte: contro una moltitudine guidata da un religioso squilibrato, non puoi farcela, basta che questo urli “Dagli all’infedele!”, tutti ti si rivoltano contro: e una volta questo è accaduto davvero, sono stato picchiato; tornato a casa, gente letteralmente invasata ha dato fuoco a quel piccolo appartamento che condividevo con mio fratello, anche lui picchiato e messo in fuga: la mia vita da quel giorno è letteralmente cambiata».

Voleva studiare Habib, che cita Cervantes, Shakespeare, Dante, Neruda ed altri autori occidentali. «Studiare, aprire la propria mente – spiega – aiuta a capire altre civiltà, a relazionarsi con gli altri, a comprendere se tutto quello che hai fatto fino a quel momento è giusto o sbagliato: capisci che la verità può stare a metà strada, tutto sta nell’avere il coraggio di riflettere, parlare alla propria coscienza e cercare di ragionare come ho provato a fare io in questi anni…».

Orfano di padre, Habib aveva deciso di fare lo stesso percorso di papà Dalir, medico stimato. «Brutta storia la sua – ricorda il ventinovenne pakistano – un po’ come la mia, solo che la sua è finita nel dramma più completo e io, ad oggi, ho scritto in coda alla mia di storia un lieto fine; i talebani lo minacciarono prima a parole – volevano che si mettesse al loro servizio, che lavorasse solo per loro e non per quanti ritenessero “infedeli” – poi con i fatti: lo picchiarono selvaggiamente, fino a quando un giorno papà non tornò più a casa; cosa possa essergli accaduto posso solo pensarlo, non ci hanno restituito il suo corpo; io ero troppo piccolo per ricordarmi questa storia per filo e per segno, ma me lo raccontò un giorno mia madre quando trovai una pila di libri di papà alta così; cominciai a leggerne uno, poi un altro e un altro ancora; non era semplice capirne il contenuto, specie per me che ero un ragazzino: mi sembrava di recuperare quel rapporto con mio padre leggendo i suoi libri: Tolstoi, Proust, Borges, Pessoa… Mi si aprì un mondo intero, tanto che anche io volevo fare il medico, ma poi capii che era meglio sorvolare e provare a volare basso, non erano tempi maturi per alzare la testa».

 

PERSEGUITATO, LA FUGA

Poi, il momento giusto, lo decidono gli altri. «Fuggo, perseguitato, viaggio nella pancia di uno, due, tre tir per arrivare finalmente in un Paese straniero: arrivo in Italia, mi riconoscono lo status di rifugiato, perfeziono il mio italiano, l’inglese e il francese; oggi non solo scrivo arabo, ma anche in tutte le lingue che conosco: faccio il mediatore linguistico-culturale in una città del Nord, in Puglia torno spesso per incontrare i miei vecchi amici conosciuti nel campo profughi; qui ho lavorato grazie all’interessamento di due avvocati che si interessavano di migranti, poi l’occasione di lavorare, mettere a frutto quello che avevo imparato con l’idea fissa di continuare a studiare: voglio diventare un medico, ci sono miei connazionali, fratelli arabi, che hanno bisogno di cure e di essere seguiti».

Fratello, Ismail, e mamma, Jala. «Mamma la sento spesso – conclude – dopo la tragica scomparsa di papà, ha cresciuto me e mio fratello, ci ha dato quell’istruzione necessaria per poi costruirci la nostra strada: il distacco da lei è quello che si dice un brutto momento; le telefonate non si contano, qualche volta per alleggerire il distacco, la nostalgia, il desiderio di un abbraccio; ci raccontiamo qualche piccola bugia a fin di bene; con lo stesso Ismail, anche lui da otto anni in Italia, ci sentiamo spesso, ci promettiamo di vederci, ma ci siamo visti una volta sola».

Ma per mamma e fratello Habib ha un posto caldo nel cuore. Lo stesso posto occupato da papà Dalir, che gli ha lasciato in eredità un sogno, fare il medico, e un insegnamento, essere utile al prossimo. «Ho trovato dei suoi scritti, aveva bene in mente cosa intendesse per libertà: consigliava ai più deboli di non uccidere perché i Paesi stranieri ne traessero vantaggio e, soprattutto, di mandare i propri figli a scuola, a studiare invece di farsi saltare con una carica di dinamite per andare in paradiso…».

«Taranto e Bari, capitali!»

Piano culturale per i due capoluoghi pugliesi

Nella biblioteca “Pietro Acclavio” l’ufficializzazione di un programma condiviso per il 2022. All’incontro hanno partecipato il presidente della Regione, Michele Emiliano, l’assessore regionale Massimo Bray, i sindaci Rinaldo Melucci e Antonio Decaro. «Fra i sogni, la Biennale del Mediterraneo e la Fiera del libro; facciamo sul serio, quando diciamo una cosa, poi la facciamo»

 

Il prossimo sarà l’anno della cultura del “Sistema Puglia”. È l’impegno assunto dalla Regione Puglia e dai Comuni di Taranto e Bari, che martedì 2 febbraio nella biblioteca civica “Pietro Acclavio” di Taranto, hanno sancito il patto siglato alcune settimane fa in vista del riconoscimento del titolo di Capitale italiana della Cultura 2022, non concretizzatosi nel passaggio finale (Capitale della Cultura è stata eletta Procida)

Nonostante l’esito della competizione, le due amministrazioni pugliesi e l’ente regionale, insieme, hanno deciso di realizzare ugualmente diversi degli eventi previsti dai dossier di candidatura dei comuni di Taranto e Bari.

In seguito al protocollo sottoscritto dai sindaci Rinaldo Melucci e Antonio Decaro, e dall’assessore regionale alla Cultura, Massimo Bray, infatti, l’ipotesi di unire gli sforzi per raccontare bellezze e tradizioni della terra pugliese attraverso la stesura di un calendario comune di iniziative per il 2022, si è concretizzato alla presenza del governatore Michele Emiliano, che ha confermato la disponibilità della Regione Puglia a sostenere le manifestazioni in programma.

Il lavoro da svolgere, ora, sarà quello di individuare gli eventi da realizzare, stilando un unico calendario, organico ai contenuti dei dossier delle due città e capace di valorizzare il lavoro svolto per il rafforzamento dell’offerta turistico-culturale complessiva del sistema regionale. Si entra, dunque, nel vivo del lavoro, con la costituzione di un tavolo interistituzionale sulla cultura che, grazie alla competenza e all’esperienza dell’assessore Bray, consentirà di individuare le progettualità sulle quali investire, partendo dai progetti culturali più ambiziosi, tra i quali la “Biennale del Mediterraneo” per Taranto e la “Fiera del libro” per Bari.ORI - 1«GIORNATA STORICA!»

«È una giornata molto importante – ha dichiarato in proposito il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano – Bari e Taranto sono alleate per utilizzare gli investimenti in cultura come motore della crescita dell’intera comunità e dell’economia. Ci ritroviamo in una biblioteca interamente ristrutturata con i fondi della Regione Puglia, con la spinta dell’assessore Bray, instancabile nel tessere questa alleanza tra le due città, qualcosa che per me rappresenta una grande soddisfazione. Spero che questa alleanza sia sempre viva e ricca di soddisfazioni: è bellissimo che i due sindaci abbiamo deciso, assieme all’assessore Bray, di presentare il progetto della Biennale del Mediterraneo a Taranto, molto ardito. Nel briefing finale, prima di questa conferenza stampa, io e l’assessore Bray ci siamo detti che “la facciamo sul serio”. Perché è fondamentale per me, da sempre, dire una cosa e poi farla. E poi c’è l’altro grande progetto, un sogno di una vita, quello del Salone del libro a Bari. Speriamo davvero di riuscire a costruire il percorso giusto affinché anche al Sud ci sia una manifestazione legata alla lettura, alla scrittura e alla vendita dei libri, che per noi rimangono il motore fondamentale per la crescita delle persone».

L’ambizione di Taranto a divenire Capitale Italiana della Cultura 2022 non è stata nascosta dal sindaco Melucci che, ringraziando chiunque si sia speso per la candidatura, a partire dagli amici della Grecìa Salentina, con i quali è stata condivisa questa avventura, ha spiegato come, al netto del risultato, questo percorso abbia prodotto risultati eccezionali.

 

«TARANTO, GRANDE RIFERIMENTO»

«Taranto è un riferimento per chiunque voglia lavorare nella programmazione culturale – ha detto il primo cittadino di Taranto, Rinaldo Melucci – è un laboratorio di partecipazione in grado di trasformare conoscenza, tradizione, e bellezza in opportunità di sviluppo economico. L’entusiasmo che si è creato intorno alla candidatura, anche il dibattito che è stato alimentato, ci dice che lavorare su questi temi riaccende una vitalità sopita per troppo tempo. Per questo motivo, con Antonio Decaro, con Massimo Bray, con il presidente Michele Emiliano, abbiamo deciso di continuare ad alimentare questo fuoco, che riscalda non solo il cuore di Taranto, ma di un’intera regione che negli ultimi 15 anni ha segnato il passo a livello nazionale come meta turistica irrinunciabile, set cinematografico ideale, terra di eccellenti narratori. L’asse con Bari, inoltre, si sviluppa anche su diversi altri settori, come l’innovazione e le infrastrutture, una partnership tra le prime due città della Puglia che fa bene all’intero sistema regionale. “La cultura cambia il clima”, allora, il claim della nostra candidatura, alla luce di queste considerazioni assume un significato ancora più chiaro: è la consapevolezza di un processo in atto da tempo, che non fermeremo, che per Taranto in particolare vuol dire coltivare un’alternativa importante alla monocultura siderurgica».

Anche Bari ha corso per il titolo di Capitale Italiana della Cultura ma, ancor prima di conoscere l’esito della competizione, intravedendo la possibilità di creare una piattaforma comune tra le due città finaliste, ha sposato l’idea di un’eventuale capitale della cultura pugliese “diffusa”. «Il tavolo che stiamo costituendo oggi – ha commentato il sindaco di Bari Antonio Decaro – serve a dare corpo e sostanza a una visione legata alla cultura nella nostra regione e ad un accordo sottoscritto qualche giorno fa, che intende sostenere il sistema culturale tra Bari e Taranto emerso nell’ambito del percorso di candidatura al titolo di Capitale della Cultura italiana 2022.Nelle ore successive alla proclamazione di Procida abbiamo ascoltato moltissime considerazioni e critiche, come è normale che sia in un tessuto sociale vivo come il nostro, su cosa avremmo dovuto inserire o, al contrario, eliminare dal dossier: tutte opinioni legittime da cui potremo sicuramente imparare. L’unica cosa che però che non ho condiviso e a cui sento di rispondere è il fatto che alcuni abbiano ritenuto un errore aver candidato sia Bari sia Taranto a questo riconoscimento. Al contrario, dal mio punto di vista questo è un fatto positivo, perché le città e i raggruppamenti di città pugliesi che hanno partecipato alla candidatura per il 2022, sette in tutto, sono la dimostrazione dell’esistenza di un grande fermento culturale che va accompagnato e sostenuto. E proprio questa scelta di candidarsi ha permesso alle due città da un lato di vivere uno straordinario momento di mobilitazione, con il coinvolgimento di operatori culturali, associazioni, stakeholder e semplici cittadini, dall’altro di delineare una vera e propria programmazione culturale integrata per il 2022.TA - 1«LAVORARE INSIEME»

«Anche grazie agli incontri, alle assemblee e al grande lavoro di pianificazione prodotto – ha proseguito Decaro – a Bari abbiamo contato oltre 300 appuntamenti di lavoro, orientando la programmazione culturale delle nostre città oltre il 2022. Per questo, a dossier ultimati, abbiamo deciso con la Regione Puglia di lavorare insieme in ogni caso – a prescindere dal verdetto ministeriale – per dare concretezza a quella visione nata dalla partecipazione e da un intenso lavoro condiviso. Il tavolo tecnico che inauguriamo oggi ci consentirà di conciliare al meglio le programmazioni di Bari con le città dell’area metropolitana e di Taranto con i Comuni della Grecìa Salentina per pianificare, con l’aiuto della Regione Puglia, un calendario condiviso di attività culturali da avviare anche prima del 2022, il più presto possibile, non appena la pandemia ci darà tregua. Lo faremo studiando a fondo i due dossier e individuando i possibili punti in comune: siamo entrambe capitali di una storia millenaria – Taranto forse ancor più di Bari – abbiamo riaperto nello stesso anno due teatri – a Bari il Piccinni, a Taranto il Fusco, disponiamo di magnifici Musei il MArTA a Taranto, tra i più importanti musei archeologici d’Europa, a Bari il Museo Archeologico della Città Metropolitana, che a breve si completerà con l’apertura degli ultimi spazi espositivi – vantiamo, sia a Taranto sia a Bari, splendide collezioni di dipinti della scuola Caravaggesca. La sfida comune sarà quella di dar vita a una programmazione congiunta capace di valorizzare al meglio il nostro patrimonio culturale legandolo alle attività in programma e provando ad offrire il nostro contributo al rilancio di settori strategici per la nostra regione, come quello turistico. Per questo, oggi, desidero ringraziare, insieme al sindaco Melucci, l’assessore Bray e il presidente Emiliano per aver dato attuazione a un impegno interistituzionale fondamentale per portare avanti i nostri progetti e per dare visibilità al sistema culturale della nostra bellissima terra».

«Presentiamo due piattaforme naturali che andranno valorizzate e che sono l’idea di una Biennale del Mediterraneo a Taranto e un progetto di fattibilità per la Fiera del Libro a Bari – ha concluso l’assessore regionale alla Cultura, Massimo Bray – Un aspetto dei progetti che vorrei sottolineare è il valore della complessità sociale: dobbiamo lavorare molto sulla formazione e sull’inclusione sociale, in tutte le forme che oggi la contemporaneità presenta. Saranno gli enti a decidere sulle risorse una volta che saranno valutati i progetti da realizzare. La cultura può essere uno straordinario volano per il Paese. Continuo a ribadirlo: la cultura ci sta mostrando che siamo tutti capaci di identificarci e quindi di essere una comunità che si sente vicina, capace di essere in rete. Per anni abbiamo avuto grosse difficoltà a fare sistema. E questa è una buona occasione per dimostrare che sappiamo fare rete, una rete virtuosa che pensa veramente ai prossimi anni. Come sarà questa regione nel 2050 è la mia grande domanda. Dobbiamo immaginare quali saranno le vocazioni dei cittadini, il modello di sviluppo ecosostenibile, le capacità di realizzare un esempio virtuoso di turismo. Su tutto questo, le due piattaforme saranno utili ad ascoltare i territori, a raccogliere idee e mettere in atto buone pratiche».

«Cose disumane…»

Francesco Guccini, il giorno della memoria, papà Ferruccio

Il cantautore ha ricordato il padre scomparso e una sofferenza da non dimenticare. «Ha visto cose disumane. La sua era un’altra generazione. A mia madre del “voi”. Provavo a scorgere in lui ogni traccia di sofferenza, ma lui era bravissimo a dissimulare, a non trasformare quella tragedia in retorica»

 

Il giorno della memoria. Bene fanno, a milioni, a indicare un giorno all’anno da dedicare dedicato alla shoah, termine con il quale gli ebrei ricordano i sei milioni di vittime dello sterminio nazista. Anche in Italia abbiamo la stessa buona abitudine, anche se sarebbe il caso di ricordarlo ogni giorno. Come ha ricordato papa Francesco, invitando la gente a riflettere, a tenere sotto controllo la malvagità dell’essere umane, perché una simile sciagura non si ripeta.

Ogni anno è caccia al ricordo mai sufficientemente esaustivo per far comprendere al genere umano la ferocia dell’olocausto. A volte i soggetti sono gli stessi, giusto celebrarli, ma giusto anche andare a raccogliere altre testimonianze. Una di queste, e bene ha fatto in questi giorni il solito Corriere della sera, sempre attento alle storie poco spremute, per ricordarci episodi, vicende, persone e personaggi che hanno vissuto quella tragedia in prima persona.

Stavolta è toccato a Francesco Guccini, grande cantautore, grande persona. Un artista che il sottoscritto e il collega Paolo D’Andria, che cura gli aspetti mediatici del sito, abbiamo sempre apprezzato. Le sue canzoni sono state sempre sostanza, non amava i ghirigori, né gli orpelli, le grandi orchestrazioni, bensì l’essenza delle sue canzoni: i testi.

Bene, Guccini, modenese, ottant’anni compiuti lo scorso giugno, una trentina di album al suo attivo, schivo lo è sempre stato. Ma stavolta, con la brava Roberta Scorranese, ha fatto uno strappo alla regola. Lui, sempre discreto, ha parlato di Ferruccio, il papà, che di storie da raccontare ne avrebbe avute. Scomparso trent’anni fa, del genitore conserva gelosamente aneddoti, episodi che ripercorrono un periodo difficile della storia, fra nazismo e fascismo.

 

«NON ADERI’ ALLA REPUBBLICA SOCIALE…»

«Credo che mio padre Ferruccio – racconta Guccini, che fra le altre ha scritto “Auschwitz”, “Dio è morto”, “L’avvelenata”, “La locomotiva” e “Von Loon”, dedicata al papà –  abbia visto cose talmente disumane da non poter essere raccontate; cercavo di scorgere in lui ogni traccia di sofferenza, ma lui era bravissimo a dissimulare, a non trasformare quella tragedia in retorica: quella di Ferruccio era un’altra generazione. Per esempio, per tutta la vita si è rivolto a sua madre dandole del “voi”».

Così Guccini nell’intervista rilasciata a Roberta Scorranese del Corriere della sera ricorda il papà, soldato catturato a Corinto dopo l’8 settembre 1943 e deportato perché si schierò contro il nazifascismo. L’uomo, scomparso oltre 30 anni fa, ha ricevuto una medaglia d’onore per non aver aderito alla Repubblica Sociale, assieme ad altri undici cittadini italiani deportati.

«I riconoscimenti ufficiali gli facevano piacere, certo – spiega il grande cantautore – ma non se ne vantava, tanto che quando lo hanno fatto Cavaliere della Repubblica, mia madre gongolava mentre lui si schermiva; quando poi è morto, mamma ha fatto incidere il titolo di Cavaliere sulla sua lapide, mi sono messo le mani nei capelli e le ho detto: “Mamma, ma guarda che ora lui si rivolta nella tomba”».

Della sua prigionia, Ferruccio non parlava. Le tracce del suo passato da soldato, dice Guccini, si sono perdute nei tanti traslochi della famiglia. «Come un piccolo quaderno della prigionia. In queste pagine, con una grafia minuta e precisa, nel campo aveva annotato delle ricette. E sa perché? Perché non voleva perdere il ricordo dei sapori, dei profumi buoni. So che con altri lui scambiava ricordi di cibo. Uno diceva: ‘Sai, una volta ho mangiato quei tortellini…’, e tutti gli altri lo incoraggiavano con “Dai, racconta, che sapore avevano?”»

 

«…COSI’ FU DEPORTATO»

Quando a Guccini la giornalista chiede cosa direbbe oggi Ferruccio, Francesco risponde secco: «Direbbe “grazie, ne sono felice, ma nei campi di prigionia non c’ero solo io, eravamo in tanti lì dentro”, assieme a lui, nel campo di lavoro in Germania, ce n’erano tremila e più». Con lui, nel campo, c’erano anche l’attore Gianrico Tedeschi e lo scrittore-sceneggiatore Giovannino Guareschi. «Sì, anche se non si sono mai incontrati con papà – racconta Guccini – che con altri lui scambiava ricordi di cibo; uno diceva: “Sai, una volta ho mangiato quei tortellini…”, e tutti gli altri lo incoraggiavano con “Dai, racconta, che sapore avevano?”».

“Van Loon”, la canzone dedicata al papà. «Hendrik Willem van Loon è stato una specie di Piero Angela olandese degli anni Trenta. Un divulgatore, uno di quelli che piacevano a papà. Perché mio padre era nato a Pavana, provincia pistoiese, figlio di un uomo durissimo che voleva metterlo a lavorare al mulino fin da ragazzo, mentre papà voleva studiare, era un giovane curioso. E per fortuna sua madre riuscì a iscriverlo almeno a una scuola professionale, indirizzo perito elettromeccanico».

Ma a Ferruccio non bastò. «Lui amava la letteratura, l’arte, le materie umanistiche. Si era comprato un’enciclopedia di grossi volumi, leggeva i compendi storici del Barbagallo. Si sforzava di parlare in italiano, aveva delle velleità che io oggi comprendo e ammiro. E persino quando partì per la guerra meritava un grado superiore che però non richiese mai: era fatto così, papà».

Ibra-Lukaku, che rissa!

RAZZISMO/Lo svedese provoca, il belga reagisce

Zlatan offende, dà dell’asino all’avversario e lo invita a tornarsene in Africa a fare i vodoo. Il belga risponde a muso duro che la mamma dello svedese non è “immacolata”. Condanna unanime del giornalismo. Luigi Garlando, già intervistato dalla nostra cooperativa: «Il bullismo del milanista è irritante, ma sbaglia anche l’interista»; Paolo Condò: «Quello del rossonero è trash-talking, un espediente sleale e vigliacco»

 

Inter-Milan, derby ad alta tensione per Zlatan Ibrahimovic  e Romelu Lukaku. Negli ultimi minuti del primo tempo della sfida di Coppa Italia, i due attaccanti si sono scontrati in occasione di un calcio di punizione per i nerazzurri: un testa a testa in cui alcune parole dello svedese hanno scatenato la reazione del belga interista, trattenuto a fatica dai compagni.

Ibra ha giocato nelle tre principali squadre italiane, Juventus, Inter e, ora, Milan, dunque non è un’accusa o una difesa di parte. Grande giocatore, ma peperino incontrollabile era in bianconero e nerazzurro, lo stesso dicasi in rossonero. Ciò detto, Ibra l’altra sera si è lasciato andare a frasi infelici rivolte all’indirizzo di Lukaku, giocatore che veste la maglia nerazzurra e che prima di allora, nonostante fosse da un anno e mezzo in Italia, non aveva mai dato segni di reazione così feroci. Le frasi, del tipo «Asino, tornatene in Africa con mamma a fare i vodoo!», con risposta eccessiva anche dell’attaccante interista, «Tua madre è una p…!» e così via. Ibra poteva risparmiarsela, Lukaku poteva evitare la replica.

Il calciatore svedese ha tentato anche una difesa blanda di quanto accaduto in campo, provocazione, grave, compresa, parlando come spesso gli accade di se stesso in terza persona. «Nel mondo di Zlatan non c’è posto per il razzismo», ha scritto lo svedese in riferimento alle accuse sul significato delle frasi da lui pronunciate e dirette all’attaccante belga.

Luigi Garlando, prima firma della Gazzetta dello sport, da “Costruiamo Insieme” intervistato nei giorni scorsi, dalle pagine del quotidiano sportivo più letto ha detto detto la sua: «Il bullismo di Ibra è irritante, ma sbaglia anche Lukaku. E non facciamo ome Conte, il tecnico nerazzurro».

 

«COSA INSEGNATE AI RAGAZZI?»

Questo il commento di Luigi Garlando sulla Gazzetta dello Sport in relazione alla rissa sfiorata tra Ibrahimovic e Lukaku. «Cos’hanno imparato i ragazzi dalla didattica a distanza del derby di Milano?», s’interroga Luigi Garlando. «Che insultare – prosegue – minacciare, rincorrere un avversario, mettersi faccia a faccia, infamare madri e mogli è punibile con un cartellino giallo, come uno sgambetto. Quindi, tutto sommato, si può fare. A poco prezzo. Cosa dovevano fare di più Ibrahimovic e Lukaku per farsi cacciare? Espellere già nel primo tempo i due eroi della sfida avrebbe guastato il derby? Un arbitro è tenuto a tutelare anche la qualità dello spettacolo? L’unico modo per tutelare la qualità dello spettacolo è garantire che siano difesi i valori di legalità, sportività e rispetto dell’avversario sui quali si fonda. E invece a San Siro sono stati trascurati anche banali principi di civiltà».

«Il giorno dopo – continua Garlando – ci saremmo aspettati una tuonata del capo degli arbitri, tipo: “Valeri ha sbagliato. Doveva cacciarli. Mai più scene tanto vergognose in campo! Tolleranza zero!”. E invece è arrivata la solita, deludente, difesa di casta. E dai giocatori, dai loro eroi, che seguono quotidianamente, cosa hanno imparato nella didattica a distanza di San Siro? Nulla di cui essere fieri e che serva a crescere bene. Tutto è partito da un fallo duro di Romagnoli, cui Lukaku ha reagito a muso duro. Qui si è inserito Ibra: “Rilassati”. Risposta di Romelu: “Perché, se no?”. Come fanno i bambini, insomma. E su queste scintille infantili hanno versato benzina adulta».

«Non c’è razzismo – sottolinea il giornalista – perché Zlatan è cresciuto nel ghetto multirazziale di Malmoe, tutta la sua vita nel calcio e fuori è stata aperta, inclusiva. Spesso si è sentito chiamare zingaro. Ma è irritante il suo bullismo sfottente, la mistica muscolare, il superomismo che riduce ogni confronto a una sfida. Zlatan ha il diritto di sentirsi Dio, ma il dovere di rispettare le leggi dei mortali. Si può essere leader in altro modo. Lukaku è stato toccato nell’affetto più caro e sensibile, la madre, di cui non ha mai dimenticato sacrifici e sofferenze. Legittimo il risentimento, ma non può mai diventare l’alibi per minacciare spari in testa, violenze alle mogli altrui e per dimenarsi alla ricerca della giustizia sommaria. Vale per entrambi: nelle regole d’ingaggio è compreso l’autocontrollo. Occhio a giustificare con leggerezza, come Conte: “Ibra ha cattiveria da vincente. Mi piace se Lukaku si arrabbia. Io ho fatto il calciatore, so che può capitare”. Complicità da caserma, dove si trattiene tutto all’interno. Meglio invece aprire le finestre e cambiare aria», conclude Garlando.

 

«ESPEDIENTE SLEALE E VIGLIACCO»

Sulla vicenda è intervenuto anche Paolo Condò, giornalista nel salotto di Sky e commentatore sulle pagine di Repubblica. «Quello di Ibra è trash-talking, un espediente sleale e vigliacco», ha scritto Condò. «Quello che Ibra ha fatto a Lukaku nel derby di coppa Italia – ha proseguito il giornalista di Sky e Repubblica – ha un nome molto preciso: si chiama trash-talking, ed è un metodo – largamente diffuso nelle competizioni di vertice, e spesso anche nella partite di calcetto fra colleghi – per innervosire l’avversario portandolo a sbagliare, a reagire, a farsi espellere. I professionisti del settore, e Ibra certamente lo è, memorizzano le informazioni che possono tornare utili, quelle che rivelano i punti deboli degli avversari: la storia dei riti voodoo è una cretinata tirata fuori dal proprietario dell’Everton per giustificare agli azionisti il fatto che Lukaku all’epoca se ne fosse andato anziché prolungare il suo contratto – spiega Condò – Romelu si adirò molto per la falsità, e di quella rabbia ovviamente è rimasta traccia in rete: chi vuole provocarlo, sa dove colpire. Oltre a questa “carineria”, Ibra gli ha tirato addosso pure la storia dell’asino (“donkey”) che a Manchester tormentava il belga in due sensi: uno riguardava i suoi limiti tecnici, l’altro era appunto un doppio senso. Ce n’era d’avanzo per farlo reagire (e infatti Lukaku è partito con insulti e minacce) fidando nel fatto che l’arbitro non conoscesse l’intera storia, e dunque notasse la reazione assai più della provocazione: che poi è l’esatto obiettivo degli “artisti” del trash-talking».