«Troppo inglese…»

Mario Draghi, rompe ogni indugio e compie uno scatto d’orgoglio italico

Durante una visita formale, compie una pausa. «Ma non staremo usando troppe parole straniere?». Pronuncia impeccabile, ma la battuta serve a fare squadra, a richiamare i connazionali ad «essere italiani», anche nelle piccole cose. Anche se incombono i social…

 Lockdown, hub, smart working, baby-sitting. «Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi…». Durante la visita all’hub vaccinale di Fiumicino, il presidente del Consiglio Mario Draghi prima di il punto sui piani per il futuro per la ripartenza del Paese tra vaccini, lockdown e aiuti alle imprese, compie una breve pausa. Non c’è di mezzo il protocollo, anche se trattasi di visita istituzionale, ma la breve interruzione è di quelle spontanee. Pochi secondi, non un romanzo, ma la riflessione del premier comincia a fare il giro del web. Di mezzo c’è anche la solita ripresa che circola su youtube. Come a dire che anche per il premier è arrivato il battesimo social.

Certo, web, Youtube, Facebook, Instagram, Tik tok e simili, ma di importazione, fanno ormai parte del nostro vissuto quotidiano, come fossero grandi marche di auto. Ci sono bolidi, fuoriserie straniere, ma la Ferrari – per restare nel paragone – è sempre la Ferrari. Le lingue che si parlano in mezza Europa non sono considerate neolatine a casaccio, allora che il premier si lasci andare a una riflessione così spontanea e, per questo, così vera, non guasta. E’ come mettere fuori l’orgoglio italiano. L’italiano lo abbiamo insegnato a tutto il mondo. Certo, non  abbiamo lavorato troppo sul nostro debole, l’essere esterofili, ma mai arrendersi. Non è un caso che parole latine come “media” e “summit”, vengano puntualmente sbolognate, dagli italiani in primis, con pronunce anglofone sottoforma di “mìdia” o “sàmmit”.

 

FACCIAMO GLI ITALIANI, PLEASE

Dunque, Draghi bene ha fatto a richiamare gli italiani “a fare gli italiani”. Il fuori programma di Fiumicino ha fatto sorridere i presenti tanto da diventare in men che non si dica virale anche sui social, facendo rimbalzare quel breve video sui profili Instagram, Facebook e Twitter, provocando migliaia di condivisioni e di commenti. Fino all’altro ieri, il presidente del Consiglio in pubblico aveva sempre mostrato il suo lato più serio. Insomma, nelle rarissime uscite pubbliche che si era concesso da quando è salito sulla poltrona più importante di Palazzo Chigi, Draghi aveva sempre assunto un profilo composto. Tanto che la sua strategia comunicativa sembra essere l’esatto opposto rispetto a quella del presidente del Consiglio che lo ha preceduto.

La visita nell’hub di Fiumicino è avvenuta nello stesso giorno in cui il Consiglio dei ministri ha firmato il nuovo Decreto legge sulle misure restrittive per l’Italia valide da lunedì 15 marzo a martedì 6 aprile, dunque Pasqua inclusa.

Mario Draghi ha affrontato la questione epidemica a tutto tondo, soffermandosi anche sul problema della scuola che, alle attuali condizioni, non può riaprire. Questo costringe gli studenti di ogni ordine e grado a studiare in didattica a distanza, un ostacolo per l’apprendimento ma anche per l’attività lavorativa dei genitori.

 

E IL PREMIER DIVENTO’ SOCIAL

Non solo orgoglio italico. Nel corso della conferenza stampa, Draghi ha affrontato temi delicati come la questione dei sussidi e dei sostegni alle imprese, ai lavoratori e ai professionisti. Il presidente del Consiglio ha assicurato che oltre alle misure di supporto economico, «per venire incontro alle esigenze delle famiglie, abbiamo deciso, già nel decreto legge, di garantire il diritto al lavoro agile per chi ha figli in didattica a distanza o in quarantena; per chi svolge attività che non consentono lo smart working, sarà riconosciuto l’accesso ai congedi parentali straordinari o al contributo baby-sitting».

Breve inciso. La pronuncia di Draghi è impeccabile, come il suo illustrare i programmi a breve scadenza del Governo. Scorre tutto liscio, fino a un breve stop per la considerazione a voce alta di cui abbiamo già scritto: «Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi… ». E fu così che il premier diventò social.

«Non faccio più notizia!»

Themba, somalo, ventidue anni, da sei in Italia

«Non sono più un fenomeno da monitorare. Io e i miei connazionali e fratelli africani ci sentiamo più liberi, ma anche un po’ trascurati dalle istituzioni. Causa covid e crisi, si parla sempre meno di noi immigrati. Arrivato a Lampedusa per inseguire un sogno, studiare e fare una vita serena»

 «Non torno più a casa, resto in Italia dove sono arrivato sei anni fa; ma prima che scoppiasse il covid avevamo la sensazione che qualcuno si fosse dimenticato di noi: niente più interviste o domande nei bar, nei supermercati: gli immigrati non fanno più notizia».

Themba, somalo, ventidue anni, in Italia da sei, era minorenne quando è sbarcato a Lampedusa. «Ricordo perfettamente quel giorno – parla l’italiano con una certa proprietà di linguaggio, che fosse sveglio lo si capisce subito, che fosse intelligente e riflessivo anche – era come se fossi stato restituito a nuova vita, quella che avevo sempre sognato nel mio Paese, dove ho lasciato la mia famiglia, mamma e sei fratelli…».

C’è tempo per raccontare la storia, incuriosisce il suo atteggiamento disincantato a proposito dell’ascoltare o intervistare un africano  «sempre più raramente».  «Non so, ormai, se per me e i miei connazionali – dice Themba – fratelli africani, sia un bene essere più o meno ignorati, certamente rispetto a qualche anno fa non siamo più i “fenomeni” da intervistare, ai quali offrire un caffè – anche con un solo euro schiacciato sul palmo di una mano aperta – e poi, “arrivederci e grazie”; insomma, non facciamo più notizia, sarebbe bello chiedeste oggi agli italiani cosa rappresentiamo per loro: una risorsa, un peso, o peggio, qualcosa davanti alla quale restare indifferenti».

 

 

UN FENOMENO

Themba, lo sai che sei un fenomeno, vero? «Lo dicevano anche a casa mia – ricorda il ventiduenne somalo – capisco anche il senso della parola: fenomeno sta per sveglio, vispo, nel peggiore dei casi per rompiscatole, e io in effetti un po’ rompiscatole mi sento; ma non di quelli che importunano, no, ma di quelli che si fanno e pongono mille domande; personalmente vivo alla giornata, lavoro un po’ nelle campagne, un po’ al mercato: da una parte con un contratto saltuario, dall’altra a nero…».

Ride, Themba, noi con lui perché capiamo dove voglia andare a parare. «Nero, mi ha sempre fatto ridere questa cosa da quando l’ho sentita per la prima volta: intanto perché identifica con il colore della mia pelle e di tutti i miei fratelli, poi perché con quel colore si intende significare qualcosa di poco pulito, anzi talmente sporco da essere nero, appunto; ma non abbiamo mica la presunzione di cambiarvi il dizionario…».

E i connazionali, i fratelli, come li chiami tu, che fanno? «Quello che possono: la voglia di realizzare un sogno non è svanita, diciamo che si è affievolita, ma non vediamo l’ora che finisca la pandemia per poter tornare a vivere senza ostacoli, poter circolare senza problemi; nonostante qualcuno rinnovi il visto per restare in Italia, perché ha un contratto di lavoro – anche saltuario, poco importa – non manca occasione perché venga fermato per i controlli di routine; sacrosanti, se fossero rivolti anche ai “bianchi” che circolano senza mascherina, ma quando qualche anno fa eravamo più numerosi, questo non accadeva così di frequente, ma non voglio fare del vittimismo, altrimenti finisce che do ragione a qualche mio amico italiano, che dice “certe cose, The’, te le vai proprio a cercare!”: vero, ho la polemica in corpo, ma non vorrei essere frainteso…».

 

BOTTA E…RISBOTTA

In questo gioco di botta e risposta, sembra che lui stesso si rivolga interrogativi e li risolva a suo modo, perché ha maturato una sua idea in questi sei anni. «Sarò eternamente grato a questo Paese – puntualizza Themba, evita di essere frainteso – per avermi accolto a braccia aperte, avermi ospitato, ora però è crisi, crisi covid e crisi per tutto, poco lavoro, la gente è abbattuta, i problemi non si risolvono, ma si spostano: prima avevamo urgenza di conoscere il nostro futuro, che tipo di prospettiva potesse offrirci l’Europa, oggi dobbiamo accontentarci di quanto ci passa il quotidiano; la crisi, come fosse un virus, ha contagiato tutti, dall’Italia alla Francia, dalla Spagna alla Germania».

Meglio che in Somalia, però Themba. «Sono arrivato sbarcato sei anni fa a Lampedusa, con due miei amici, ospitato nel Centro di accoglienza dell’isola siciliana; lì, responsabili di “Save the children” mi hanno aiutato, fornendo per quanto possibile consulenza legale e servizi di mediazione culturale». Cosa ha raccontato quando ha messo piede in Italia.  «Che in Somalia era estremamente pericoloso viverci; un mio vicino, uscito di casa per lavoro, quando è rientrato ha trovato la sua famiglia completamente distrutta: moglie e figli uccisi». Cosa si aspetta, oggi, dall’Italia. «Lo stesso sogno che avevo da ragazzo – conclude il ragazzo somalo – scappare da un Paese nel quale non si viveva più, anzi si finiva di finire morti ammazzati; resto in Italia perché voglio migliorare la mia posizione sociale, studiare, trovare un lavoro – anche saltuario – ma qualcosa su cui poter contare, rifarmi una vita, possibilmente serena».

“Spalla” si nasce…

Enzo Garinei, novantaquattro anni, una vita dedicata al “tavolaccio”

«Amo questa terra, gli occhi delle donne del Sud», confessa il grande attore romano. «Palcoscenico, cinema e tv; Pietro, mio fratello, e Sandro Giovannini, star del “Sistina” e delle commedie musicali. Gino Bramieri, un grande. Totò e le due anime, attore e principe». Non ha paura dell’età, «vivo alla giornata, penso a Peppino, Fabrizi, Taranto, Modugno e Manfredi che “lassù” stanno allestendo lo spettacolo più bello del mondo».

Novantaquattro anni e non sentirli, settanta spesi sulle tavole dei palcoscenici italiani. Tra un impegno e l’altro, il cinema, i film con Totò, poi Sordi, Celentano, Pozzetto, Tomas Milian, Bud Spencer e Terence Hill, rivista e commedie brillanti, la tv con Bramieri e Vianello. Spalla ideale, generoso comprimario, fratello di Pietro, della Premiata ditta “Garinei e Giovannini”, come dire la commedia musicale italiana (Rinaldo in campo, Rugantino, Aggiungi un posto a tavola), Enzo Garinei è uno che ama il teatro e questo angolo d’Italia.

«Il teatro è galantuomo”, attacca infatti, quando parla del lavoro che tanto gli ha dato, in termini di soddisfazioni professionali e tanto ci ha dato in fatto di allegria e divertimento. Affascinato dal Salento, confessa che il lavoro, complicato dal covid da oltre un anno, “è stato sempre ripagato dall’affetto del pubblico”. Anche doppiatore, tono riconoscibile e familiare, è stato la voce fuori campo (“Dio”) nell’ultima edizione di “Aggiungi un posto a tavola».

 

Di episodi, anche legati al nostro territorio ha da raccontarne a non finire.

«Brindisi, aeroporto. Quella sera in scena a Casarano, non sappiamo come risolvere il problema di spostamento, telefono in albergo, al “Silver” per chiedere informazioni: risponde un signore gentile, mi rassicura in un attimo. In aeroporto, poco dopo arriva un’auto. A bordo del mezzo, bordo proprio l’uomo della reception. Aveva appena staccato dal lavoro: nessun taxi da chiamare, accompagna personalmente in albergo me e i miei colleghi. Non c’è alcun verso di fermarsi in una stazione di servizio perché io possa ricambiare un gesto così gentile, non so con un “pieno”».

 

Senza dubbio un bel gesto, maestro.

«Non finisce qui, all’indomani lo stesso signore ci riaccompagna in aeroporto. Cosa volete che vi dica: benedico questo lavoro, la gente che va a teatro, che quasi come un debito di riconoscenza compie gesti così affettuosi; “Il nostro è solo un modo per ricambiare quanto ha fatto e farà per noi”, mi dicono spesso, e io vado fiero di tutto questo».

 

TOTO’, PRINCIPE E COMICO

Garinei, ama passeggiare per le strade delle nostre città.

«Nella provincia, anche piccola, ci sto bene; se il teatro non è molto distante dall’albergo, esco e faccio lunghe passeggiate: amo guardare le vetrine, entrare in un bar, fare colazione e scambiare due chiacchiere con la gente; poi gli occhi delle donne di qui non li trovi tanto facilmente in giro, esprimono bellezza e solarità».

 

Attaccare con una domanda è un’impresa, non sai da dove cominciare. Proviamo, Totò?

«Il mio debutto nel cinema risale a “Totò le Moko”, poi tanti altri film. Ho interpretato anche una gag che tutti ricorderanno, “Totò cerca moglie” il film: la mia fidanzata e i suoi genitori praticamente miopi, occhiali con lenti spesse. Quando Totò partiva con le sue proverbiali improvvisazioni le risate scoppiavano anche sul set, primo segnale di quello che sarebbe diventato un film di successo. Una grande scuola la sua, con Totò dovevi stare sempre in campana, ti rovesciava un copione come un guanto e dovevi seguirlo con mestiere».

 

Totò e il Principe de Curtis, dicono che fossero diversi fra loro.

«Grande attore sulla scena, uomo riservato nel privato, lontano da pettegolezzi quando appendeva al chiodo bombetta e frac. Un esempio su tutti: non si è mai saputo per chi avesse scritto “Malafemmena”, se per sedurre Silvana Pampanini o perdonare la moglie Franca Faldini per la sofferenza provocatagli prima di cedere alla sua corte spietata. Quando arrivava a Cinecittà, accompagnato dal suo autista, non appena Totò metteva piede sul set e indossava gli abiti di scena diventava un altro, si trasformava nel grande attore comico che tutti conosciamo. Parlo al presente, perché Totò vive nelle cose che ha fatto».

 

Direttore artistico del “Sistina”, a Roma, nella capitale ha aperto una scuola di recitazione, “Ribalte”.

«Un tempo arrivavano folate di ragazzi e ragazze dal Salento. Mi auguro tornino a credere nel teatro, perché è da lì che parte tutto. I miei ragazzi me li trovo ovunque, sono cresciuti professionalmente, diventati star del teatro e della tv.  Quando li incontro faccio loro sempre la stessa raccomandazione: se fate la tv, ma amate il teatro, dovete decidervi: il contatto con il pubblico è fondamentale, dunque, tornate a misurarvi con “il tavolaccio”».

 

VECCHIA GUARDIA…

Quando le pongono più o meno le stesse domande, dica la verità, a cosa pensa?

«Che sono uno dei superstiti di una vecchia guardia. Capisco il lavoro dei cronisti. Ripeto spesso, e lo dico sinceramente, non ho paura della morte: tanti colleghi mi hanno solo preceduto. Gli stessi Pietro Garinei, mio fratello, e Sandro Giovannini, il mio grande amico Gino Bramieri. Penso a Totò e Peppino, Fabrizi e Taranto, Modugno e Manfredi. Penso che “lassù” stanno allestendo lo spettacolo più bello del mondo. Per quanto mi riguarda, faccio programmi a scadenza solo per il giorno dopo, per il domani; il dopodomani lo vedo già un po’ più distante».

 

Gino Bramieri, ci dica.

«Gino, un fratello. Grandissimo attore, uomo di enorme statura. L’ho assistito nel suo ultimo tratto di vita, nel ’96, con la morte nel cuore: il Premio alla carriera a lui intitolato, consegnatomi a Taranto dal direttore artistico Renato Forte, è uno dei riconoscimenti che conservo con maggiore affetto. Di premi ne ho vinti, molto importanti anche, ma Gino… Gino è una cosa difficile da spiegare».

 

A lui la univa e la divideva la passione per il calcio.

«Lui tifoso dell’Inter, io della Lazio. Ricordo nel ’64 lo spareggio Bologna-Inter per lo scudetto. Andammo all’Olimpico insieme:  io, lui e Pietro, mio fratello. Purtroppo per lui, vinse il Bologna, 2-0. Io, non la davo a vedere, ma tifavo più che per il Bologna, per Fulvio Bernardini, allenatore dei rossoblù. Romano come me, Bernardini era stato calciatore della Roma, ma nel passato anche della “mia” Lazio. Alla sconfitta Gino reagì lanciandomi un’occhiataccia, come a dire: “anche tu…”».

 

Una delle ultime commedie portate in scena a teatro, “Facciamo l’amore” di Arthur Miller. Compagni di viaggio, fra gli altri, Gianluca Guidi e Lorenza Mario.

«Non lo dico per piaggeria, sono stati splendidi. Fra le proposte che mi sono piovute generosamente, con un pizzico di sano egoismo ho sempre scelto la più indicata per me: il lavoro, lo spessore del personaggio, ma soprattutto loro, i miei compagni di viaggio. Guidi è un attore brillante, un regista sapiente e generoso, la Mario una showgirl completa. Quella commedia si apriva con un mio lungo monologo. Non sono un monologhista, amo il botta e risposta, il dialogo serrato, incalzare e attendere. Spalla si nasce e io, modestamente, lo nacqui…».

«Uno storico segno di pace»

Iraq, incontro a Najaf fra papa Francesco e l’ayatollah Al Sistani

«Non possiamo tacere quando il terrorismo abusa della religione». Il pontefice si è tolto le scarpe prima di entrare nella stanza della massima autorità religiosa. A sua volta, l’ospitante, cosa mai accaduta fino a quel momento, si è alzato per salutare l’ospite. Impensabile fino a qualche anno fa. «Non possiamo tacere quando il terrorismo abusa della religione».

L’incontro interreligioso è stato il momento più atteso e importante dello storico viaggio di Papa Francesco in Iraq, quando si è svolto l’incontro con il Grande ayatollah Ali Al Sistani, massima autorità religiosa sciita del Paese.

E’ un’occasione straordinaria, a partire da una delle frasi pronunciate durante l’incontro: «Non possiamo tacere quando il terrorismo abusa della religione». Organizzato nella città santa di Najaf, questo “vis a vis” fra le due autorità religiose, a ragione è stato considerato «una visita privata senza precedenti nella storia». Questa la definizione di un religioso iracheno impegnato nella sua organizzazione e citato in forma anonima dalla prestigiosa agenzia giornalistica Associated Press.

Senza precedenti. E non solo per il complicato momento che sta attraversando l’Iraq, da poco uscito da una guerra brutale contro l’ISIS, ma anche perché il Vaticano una visita simile la stava preparando da decenni, senza che nessuno dei predecessori di Papa Francesco fosse riuscito a portarla a termine.

Una volta conclusosi l’incontro, la Sala Stampa vaticana ha diffuso un breve comunicato, spiegando che la “visita di cortesia” è durata tre quarti d’ora e che durante la conversazione, «Il Santo Padre ha sottolineato l’importanza della collaborazione e dell’amicizia fra le comunità religiose perché, coltivando il rispetto reciproco e il dialogo, si possa contribuire al bene dell’Iraq, della regione e dell’intera umanità». Il Papa ha ringraziato al Sistani per essersi impegnato, insieme alla comunità sciita, «in difesa dei più deboli e perseguitati».

 

AL SISTANI, UN LEADER

L’ayatollah Al Sistani, novant’anni, non è soltanto un religioso riconosciuto da moltissimi iracheni e fedeli sciiti. E’ molto di più, è considerato un leader, proprio in quanto, intervenuto nelle questioni politiche più dibattute degli ultimi vent’anni in Iraq, ha cambiato la storia del Paese.

Qualche esempio. Nel 2005 un suo invito convinse moltissimi iracheni a partecipare alle elezioni di quell’anno, le prime dopo l’invasione statunitense dell’Iraq e la destituzione del regime sunnita di Saddam Hussein. Cinque anni dopo, l’allora presidente statunitense Barack Obama gli chiese aiuto per risolvere una situazione politica di stallo, che impediva la formazione di un governo.

Nel 2014. Al culmine del potere dell’ISIS in Iraq, Al Sistani emanò una fatwa per chiedere a tutti gli uomini di combattere contro lo Stato Islamico, favorendo il superamento delle moltissime divisioni che fino a quel momento avevano reso inefficace la risposta irachena al gruppo jihadista. E cosa dire, quando nel 2019, durante le enormi proteste antigovernative in corso in tutto il Paese, un suo sermone spinse alle dimissioni l’allora primo ministro Adil Abdul Mahdi?

 

VISITA-SIMBOLO DEL PAPA

Al Sistani e il Papa si sono incontrati da soli, ad eccezione dei rispettivi interpreti, nella casa di Al Sistani a Najaf. L’incontro era stato pianificato nei minimi dettagli. Si sapeva, per esempio, che Papa Francesco si sarebbe tolto le scarpe prima di entrare nella stanza di Al Sistani, e che al Sistani, che solitamente rimane seduto di fronte ai visitatori, si sarebbe alzato per salutare il Papa e accompagnarlo vicino a un divano blu (a “L”), invitandolo sedersi. «Tutto questo non è mai stato fatto prima da sua Eminenza Al Sistani per nessun ospite», ha detto il religioso di Najaf citato da Associated Press.

L’intero incontro per certi versi è stato eccezionale. Per le modalità in cui è avvenuto, all’interno delle preoccupazioni per la pandemia e per la sicurezza della delegazione del Papa, e per la sua incredibile importanza simbolica.

Un incontro, si diceva, atteso da decenni e finalmente concretizzatosi grazie al grande impegno degli organizzatori e delle due stesse autorità religiose. Un incontro, quello fra Papa Francesco e il Grande ayatollah Ali Al Sistani, che sicuramente passerà alla storia e i cui risvolti saranno oggetto di studio e confronto fra i Paesi occidentali e orientali.

«Una vita normale…»

Mahdi, nigeriano, trent’anni

Prima uno zio, poi il papà, assassinati da malfattori, nessun colpevole assicurato alla giustizia, scappa per evitare ricatti. «Voglio vivere sereno, come tanta gente, riabbracciare mia moglie e i miei figli al più presto: intendo lavorare, non elemosinare. In Libia, ho fatto di tutto per mettere insieme i soldi per pagarmi il viaggio verso la libertà. Poche ore di mare, una nave mercantile spagnola, finalmente l’Italia»

 

«Prima zio Mansur, poi papà Sunday, aggredito e accoltellato il primo, assassinato a colpi d’arma da fuoco il secondo. Uno e l’altro, in momenti diversi, muoiono a breve distanza di tempo, uno dall’altro». Brutte storie. «Chiedevano soldi, le scuse più strane, come comprarsi da mangiare, studiare, pagarsi un viaggio per l’Europa: non sempre potevamo elargire danaro, ma si erano fatti insistenti, con mio zio e mio padre».

Non tutta la Nigeria è così, ma le gang di malfattori sono più o meno all’ordine del giorno. Ragazzi che non hanno grande voglia di lavorare, mettono in conto che possano essere ammazzati, proprio durante un “chiarimento”. «Durante una resa dei conti – spiega Mahdi, nigeriano, trent’anni – proprio come accade nei film, tirano fuori di tutto, coltelli, scimitarre e pistole, qualche fucile: non sono armi all’ultimo grido, qualche volta non funzionano, ma quando parte un colpo, vi assicuro che sono dolori: è la fine…».

«Zio Mansur era un avvertimento – ricorda Mahdi – ci è cascato come una frutta matura cade da un albero fra le braccia: l’ultimo sguardo rivolto al cielo, gli assassini se la danno a gambe levate, la mia famiglia è avvisata!». Non c’è tregua da queste parti, comanda il più forte, gang organizzate, guidate da pazzi scatenati come fosse una riedizione, tutta africana di “Pulp fiction”. Questa è la storia di Mahdi, trent’anni, fisico possente, uno che non si tirerebbe indietro di fronte a qualsiasi cosa, tranne che a un paio di pistole puntate sulla faccia. «E’ un attimo – ricorda – è come se la pellicola del film della tua vita scorresse di corsa, questi ci mettono poco a premere un grilletto, lo hanno già fatto, una vittima in più è solo un numero, uno che non ha nemmeno un nome».

 

ELEMOSINARE, MAI!

Mahdi, non trascina le giornate, si industria, fa quello che può fare. Lavora saltuariamente, il fisico gli permette di non passare inosservato e un paio di braccia come le sue fanno comodo al mercato come nei campi. «Di sicuro – spiega – non chiederei mai l’elemosina, non rientra nell’educazione che mi hanno impartito mia madre e mio padre». Mahdi, non una, ma tre famiglie. Quella dello zio, che l’ha cresciuto come fosse un figlio, prima che fosse ferito a morte; quella di papà, fino a quando anche lui è campato, prima cioè che tre, quattro proiettili, non li ricordo nemmeno, lo strappassero per sempre all’amore dei figli; infine, la sua di famiglia, quella di Mahdi, moglie e quattro figli.

«Ho assistito mio padre – racconta – gravemente malato, come ho potuto, trascurando anche il mio lavoro, riparavo auto e moto; papà Sunday doveva essere seguito tutto il giorno, la malattia lo stava divorando, anche se riusciva a fare le cose più importanti in modo autonomo; avevo già perso mia madre per una malattia simile, una di quelle che dalle nostre parti sembrano incurabili e, invece, potrebbero essere curate come se fosse un’influenza; ma è così che funziona lì, dalle nostre parti: l’assistenza sanitaria è insufficiente, così le malattie prima si  complicano, poi diventano casi estremi, infine incurabili».

Trent’anni, quattro figli, una famiglia numerosa. «Quattro fratelli, rimasti tutti a casa, erano zio e papà ad avere cura di noi tutti: non che navigassimo nell’oro – avessimo avuto tanti soldi, avremmo affrontato cure costose – ma vivevamo bene, per come può essere una vita tranquilla dalle nostre parti; quando papà si è ammalato, mio zio era stato già ammazzato; avevamo voluto risparmiare questo dolore a papà, ma il mio genitore lo capì quasi subito non vedendo più suo fratello fargli visita come invece accadeva tutti i giorni;  morto papà, ecco i problemi: lavoravo, ma dovevo stargli accanto, finì che dovevo trascurare la mia attività di riparatore; poi il suo assassinio, nonostante fosse in quelle condizioni: qualcuno fuori controllo lo aveva condannato».

 

ADDIO ZIO, ADDIO PAPA’

Niente più zio, né genitori. Solo la sua famiglia. «Sono sposato – rivela Mahdi – mia moglie e i miei quattro figli, tre ragazzi e una ragazza, fra i nove e i tre anni, sono rimasti a casa: ci sentiamo quando è possibile, ogni volta è una forte emozione, sentirli tutti insieme è un’impresa: le telefonate costano, oggi non posso permettermelo».

Mahdi parla della fuga. «Rappresaglie continue – ricorda – un problema fare fronte a gang senza scrupoli e che agiscono con una polizia assente; proveresti anche a difenderti, ma poi rischieresti la tua vita e, soprattutto, quella dei tuoi cari; così due anni fa sono partito senza un obiettivo preciso, se non quello di provare a ricostruirmi ovunque capitasse una vita normale e, appena possibile, tornare a casa, ma solo per riprendermi moglie e figli e portarli nella mia nuova casa».

Mahdi e la Libia. «Posso ritenermi fortunato, non sono stato vittima di bande di sequestratori che ti prendono in ostaggio e ti svuotano le tasche, ti affidano a persone che ti danno lavoro e riscuotono i soldi al tuo posto; nella sfortuna posso ritenermi fortunato: non mi sono mai tirato indietro quando c’è da prendere fra le mani attrezzi da lavoro; in Libia ho fatto praticamente di tutto: lavorato nei campi, costruito mobili, perfino fatto il giardiniere,  il custode e lo spazzino; l’unico scopo era mettermi da parte quei soldi necessari per pagarmi il viaggio verso l’Italia, una volta qui avrei visto cosa fare, se restare o ripartire, verso Francia o Germania; raggiunta una certa somma ho contattato qualcuno che mi mettesse su uno dei tanti gommoni in partenza per il vostro Paese».

Finalmente Mahdi il mare, una grande emozione. «L’ho vissuto come un senso di liberazione: pensavo a quanto accaduto a casa, provando ad accarezzare una sorta di riscatto, perfino un futuro: quello che è stato, quello che potrebbe essere, con mia moglie e i miei figli».

Il trentenne nigeriano muove, dunque, il primo passo verso una nuova vita. «Arrivo in spiaggia, un gommone che potrebbe ospitare non più di una quarantina di persone, ne imbarca centocinquanta: dopo aver salpato ci troviamo in mare aperto, otte ore di mare, quando una nave mercantile spagnola ci avvista e ci viene incontro: tutti sani e salvi. Trovo un primo lavoro, mi piacerebbe studiare, dimenticare il dolore e tornare un’ultima volta a casa per riabbracciare mia moglie, i miei figli e portarli via con me e, finalmente, riabbracciare la speranza di una vita normale».