«Libertà, una ricchezza»

Christophe, senegalese, trentaquattro anni, interprete

«Nato senza diaframma, in Italia mi hanno sottoposto a cure e ad un intervento risolutivo. Gli ospedali nel mio Paese ospitavano solo vittime del conflitto fra governativi e opposizione. La mia fuga attraverso Senegal, Algeria e Libia. Dovessero rispedirmi a casa, stavolta perderei il respiro: quanto hai avvertito il profumo di serenità e rispetto, non puoi più farne a meno»

«Nel mio Paese mi mancava il respiro, e non certamente per il clima di guerra civile esistente, che toglierebbe il fiato a chiunque; mi mancava davvero il respiro, avevo un grave problema fisico e non sapevo nulla». Christophe, trentaquattro anni, senegalese, ha ottenuto la protezione umanitaria, anche in virtù dei problemi di salute. «A casa non avrebbero potuto curarmi: troppo costose le cure e poi, quei pochi ospedali di cui disponevamo, erano pieni zeppi di feriti provocati dal conflitto civile». Ha sentito di un suo connazionale con gli stessi problemi, fortunatamente risolti, anche se la sua condizione va tenuta sotto controllo.

«Non so perché, anzi lo so anche – dice Christophe – ma se tornassi a casa precipiterei nuovamente in uno stato di salute cagionevole, nonostante in Italia sia stato quasi risolto: devo essere sottoposto a cure mirate, faccio l’interprete, non potendo fare qualsiasi tipo di lavoro, mi tocca fare attenzione ad osservare le prescrizioni mediche».

Prima di fare un passo indietro, un passo avanti. Anzi, uno di lato. «Una volta in Italia, dopo aver fatto presente questo grave problema che avvertivo fin da piccolo, sottoposto alle visite di controllo i medici mi guardarono e mi chiesero come avessi fatto a campare tutti quegli anni, più di trenta, in quelle condizioni: insomma, stavo malissimo, poteva succedermi qualsiasi cosa in qualsiasi momento, e io la prendevo a cuor leggero, con il solo scopo di non far preoccupare i miei cari – già in uno stato d’ansia a causa di quanto ci accadesse intorno da anni, mi riferisco ai conflitti a fuoco giornalieri, a tutte le ore: le pallottole, il nostro pane quotidiano».

 

GOVERNO CONTRO OPPOSIZIONE

Giovanissimo, Christophe, vive il conflitto fra i militari del Governo e quelli legati al partito di opposizione. «Il Paese che dichiara guerra a se stesso, con la politica a farla da padrona e i diritti dei cittadini, di chiunque abiti il Senegal, lasciati sullo sfondo: la sensazione era quella che fossimo solo la cornice di un quadro confuso, brutto, come può esserlo un soggetto come la guerra che non porta mai niente di buono, se non lacrime e sangue, migliaia di morti e sfollati».

Torniamo al racconto del passato. «I miei genitori – riprende “Chris” – avevano provato anche a portarmi in un ospedale per sottopormi a una visita di controllo che ci spiegasse cosa avessi: per i miei genitori i continui attacchi che avevo erano da attribuire allo stato di ansia provocato dai fatti drammatici cui assistevo fin da piccolo: una specie di paura nel sentire colpi di pistola e fucile, vedere gente senza vita stesa per strada senza che qualcuno se ne prendesse cura per darne degna sepoltura».

Una volta in Italia, individuato il problema di salute, l’equipe medica si interroga come “Chris” ce avesse potuto sopravvievre in tutti questi anni. «Non avevo il diaframma, sono nato senza quel muscolo che permette di respirare correttamente: avrei dovuto sottopormi a delle cure, essere seguito da un medico, ma nel mio Paese il sistema sanitario non dava grandi certezze, purtroppo nessuno poteva aiutarmi».

 

«ODIO LA VIOLENZA…»

Christophe, mai pensato di imbracciare un fucile, schierarsi da una parte o dall’altro, con i governativi o con il gruppo di opposizione. «Odio la violenza, figurarsi l’idea di esplodere un colpo di pistola, di fucile contro un mio simile: intanto il conflitto continuava e ognuno di noi avrebbe dovuto armarsi e combattere per una o l’altra causa: questo è un conflitto civile, una guerra fratricida. Con il passare del tempo ho provato a mettere da parte un po’ di soldi e con questi a darmi alla fuga, lontano dal Senegal, alla ricerca della libertà, per vivere in pace e in modo decoroso. Nel lungo viaggio, per tutto il Senegal, attraversando l’Algeria, mi ritrovai in Libia. E’ proprio da lì che sono partito per l’Italia, insieme a connazionali e altri fratelli trovati durante questo mio percorso alla ricerca della libertà e di cure, tante cure: più andavo avanti e più avevo la sensazione che il respiro si complicasse ancora di più di quanto già non lo fosse, per arrivare finalmente nel vostro Paese».

Finalmente l’Italia, i medici, le cure, i diritti, la richiesta d’asilo. «Ho subito cercato un posto dove potessero curarmi, avevo come la sensazione di essere agli sgoccioli della mia vita: senza più soldi, mi sono presentato in un presidio sanitario; è stata la mia fortuna, da quel momento sono finito nelle mani di grandi medici, ma soprattutto grandi persone: tutti mi chiedevano di spiegare e rispiegare la mia storia, la patologia e, come dicevo, soprattutto come avessi campato fino a quei trentaquattro anni in quelle condizioni. Mi sottoposero a una terapia per poi compiere un intervento e la ricostruzione del diaframma».

Deve all’Italia se ha ripreso a respirare la libertà. «La Commissione territoriale ha riconosciuto al mio status la protezione umanitaria. Dovessi tornare in Senegal, sono convinto che tornerebbe a mancarmi il respiro e, stavolta, non per mancanza di diaframma, ma perché una volta respirata la serenità ti accorgi che non puoi più farne a meno, la libertà è la mia ricchezza».

«A metà dell’opera…»

Domingo Stasi, tarantino, duemilacinquecento volte in scena in Italia e all’estero

«Quando sei tenore e, per giunta italiano, all’estero ti acclamano, purché dimostri il tuo valore. A venti anni ho sfiorato il sogno del professionismo. Devo a papà e mamma l’amore per il Belcanto. Debutto da protagonista al “Regio” di Parma, ma che emozione cantare al Valle d’Itria e all’Orfeo di Taranto…»

Domenico Stasi, “Domingo” in arte e sui borderò Siae. Tarantino, cinquantatré anni, da trenta è tenore professionista. Debutta al teatro Regio di Parma con la Compagnia del grande Corrado Abbati. Gira prima l’Italia, poi il resto del mondo. Una, due, tre volte. Milleottocento recite teatrali,  più di settecento concerti. Non si finisce mai di imparare, né di studiare, è questa la lezione del Maestro Domingo Stasi, tanto che, come ci spiegherà, ottimista per natura, il Covid per lui è stato un bicchiere mezzo pieno tanto da dedicarsi ad attività e studi che non aveva mai svolto fino a questo momento.

 

Partiamo proprio da qui, come fa un cantante lirico a tenersi in esercizio.

«Periodo difficile, occorre avere una grande forza mentale; positivo per carattere, attendo la ripartenza, svolgo i miei esercizi quotidiani per tenere le corde vocali in costante allenamento: a ripetere un repertorio consolidato, ma anche a studiare quanto potrebbe essere di particolare interesse per uno, come me, alla costante ricerca della perfezione e di nuovi stimoli».

 

Quanto manca ad un artista quella sana tensione che lo relaziona al pubblico?

«Abituarsi, piegarsi ad un periodo così complicato come quello che stiamo attraversando a causa della pandemia, è l’esercizio mentale più difficile: passione e amore per questa professione ti schiudono nuovi mondi, orizzonti culturali che ti aiutano sicuramente a crescere; fino a quando è stato possibile salire su un palcoscenico, interpretando un numero indescrivibile di recite in costume non mi sono mai trovato davanti a platee con sessanta, ottanta spettatori…».

 

Per non parlare con dei tour all’estero.

«All’attivo milleottocento recite teatrali, dunque in costume, e qualcosa come oltre settecento concerti. Con la mia compagnia cantavo davanti a platee dai duemila ai quattromila spettatori: cantare, recitare davanti a una media di seicento, piuttosto che ottocento persone, è una prova di carattere non indifferente, fatta di esercizi e massima concentrazione. Con il pubblico ogni sera è una bella sfida che, a fine rappresentazione, provi a chiudere con un grande abbraccio».

 

Quando ha capito che la sua grande passione stava diventando una professione?

«Quando ho capito che i grandi cantanti lirici non si fermavano ad ascoltarmi non di certo per compiacermi o per piaggeria: ecco, lì ho avuto l’esatta sensazione che potevo provare a realizzare un sogno cominciato a coltivare a tredici, quattordici anni: allora cantavo sui dischi suonati allo stereo, spinto dall’amore trasmessomi dai miei genitori, in particolare da mio padre, patito della lirica. Dovessi dire un’età precisa, bene, i vent’anni: è allora che gli insegnanti si sono accorti di me; a quel punto ho capito che la passione cominciava a trasformarsi in qualcosa di più concreto, posto che la crescita doveva però passare attraverso sacrifici, tanta gavetta. Infine, il primo passo importante, il debutto in qualità di tenore protagonista al “Regio” di Parma e, a seguire, tournée nei più grandi teatri italiani con la prestigiosa Giovane Compagnia di Operette di Corrado Abbati».

tenore 2 - 1

Un concerto che incornicerebbe?

«Risposta imbarazzante, come se mi chiedesse qual è il cantante che amo: dovessi fare sintesi, l’elenco comprenderebbe almeno una decina di nomi; lo stesso dicasi per recite e concerti, ma se fossi costretto a una risposta secca tornerei certamente al “Regio”, Ciclamino in “Cin Ci Là”, come a dire che la prima emozione non si scorda mai; accanto a questa ci metterei il debutto al Festival della Valle d’Itria, del quale ero stato spettatore da ragazzino; come la “prima” all’Orfeo di Taranto, giocare in casa provoca grande emozione, in un attimo può demolire quelle certezze messe insieme giorno dopo giorno con l’esperienza».

 

Ha girato il mondo più volte. Volessimo fare un distinguo fra pubblico e pubblico?

«Quando ti presenti come “tenore italiano” all’estero, puoi considerarti già a metà dell’opera, il pubblico considera il nostro Paese la culla del Belcanto: ma, attenzione, anche qui l’arma è a doppio taglio, a cominciare da una responsabilità maggiore; oggi esiste una più spiccata conoscenza delle opere e delle romanze anche grazie ai grandi interpreti della nostra canzone: negli Anni Settanta e Ottanta la lirica esercitava un certo fascino, oggi invece il pubblico devi convincerlo; un po’ come i calciatori ingaggiati negli Stati Uniti o in Cina per dare spettacolo. A proposito, proprio in Cina, confesso, in modo inatteso, ho trovato calore e grande competenza; lo stesso in Russia, senza dimenticare il Messico, Paese nel quale la cultura latina gioca un ruolo fondamentale».

 

Cavalli di battaglia?

«Tenore lirico spinto, mi sono adattato anche in ruoli da lirico leggero, come nell’operetta, tanto che quelle più indicate alla mia voce in questa forma di spettacolo sono quelle da “baritenore”, autentici gioielli scritti da Emmerich Kalman e Franz Lehar, fra i principali compositori dell’operetta viennese; nella lirica, invece, Cavalleria rusticana, Pagliacci, Tosca, Traviata, tutte in repertorio, in attesa di Turandot e Aida, interpretazioni di pari ardimento con le quali prima o poi mi misurerò».

 

Quando pensa a Taranto?

«Rapporto di amore e odio, amo la mia città, la sua storia e le sue tradizioni. Fin dal liceo, però, ho sempre desiderato che i miei concittadini avessero uno spirito diverso, fossero più consapevoli delle proprie potenzialità; vorrei, in qualche modo, che il tarantino non ostentasse solo l’orgoglio di appartenenza, ma si impegnasse nel provare a costruire un sogno. Nella mia vita ho realizzato un 70-80% dei miei progetti, la restante percentuale la lascio a quel desiderio di imparare sempre qualcosa di nuovo».

Italia, sorridi di più

Impariamo dalla Finlandia, il Paese più felice al mondo

Una ricerca indica il nostro Paese al venticinquesimo posto. Meglio dello scorso anno (ventottesimo). Determinante la fiducia della popolazione nei confronti della propria comunità. Vivere a lungo è ugualmente importante che vivere bene. La serenità non dipende dalla busta paga.

Prima la Finlandia, Italia venticinquesima. E possiamo ritenerci soddisfatti perché, in realtà, il nostro Paese risale di tre posizioni.

Anche con la lunga stagione della pandemia, vale tutto. Anche i sondaggi. Su qualsiasi cosa, perché le proiezioni sulle quali lavorano i ricercatori possano di colpo tornare utili per una ripresa indispensabile e auspicata da chiunque.

Dunque, con la pandemia in corso, dallo studio su quale fosse il Paese più felice al mondo, è scaturito un verdetto che non ci coglie impreparati, conoscendo potenzialità e non solo dei Paesi scandinavi. E’, infatti, la Finlandia il Paese più felice al mondo.

L’Italia risale tre posizioni, dal ventottesimo al venticinquesimo posto nel report realizzato da “World Happiness”, la ricerca che annualmente stila la classifica dei Paesi più felici al mondo. Un’impresa per lo studio di ricerca, trovandosi quest’anno ad affrontare una sfida unica: analizzare, cioè, gli effetti della pandemia sul benessere soggettivo delle persone e renderli pubblici alla vigilia della Giornata internazionale della felicità in programma sabato 20 marzo.

Il posizionamento alto, come negli anni precedenti, dipende principalmente dalla fiducia della popolazione nei confronti della propria comunità, elemento che in questo momento di pandemia ha contribuito a proteggere il benessere delle persone. La Finlandia, dunque, si è confermata in testa alla classifica, mentre l’Italia ha guadagnato tre posizioni rispetto al recente passato.

 

ITALIA, NONOSTANTE IL COVID…

Forse in termini statistici la differenza è minima, ma questa diventa interessante se si considera che l’Italia è stato uno dei Paesi con una delle più elevate incidenze di vittime per Covid. Un dato ricavato in relazione al numero di abitanti, insieme a Stati Uniti, Regno Unito, Belgio, Spagna e Repubblica Ceca, per menzionare alcuni fra i Paesi sottoposti ad esame, detto che il report è supportato da varie organizzazioni, tra le quali, in Italia, per il quinto anno la Fondazione Ernesto Illy e Illycaffè.

Secondo Jeffrey D. Sachs, presidente dell’ente che pubblica il report da nove anni, dovremmo trarre insegnamento dalla lezione che ci ha dato il Covid. La pandemia, infatti, richiama a una maggiore responsabilità da parte degli esseri umani, in quanto ci ricorda tutte le minacce ambientali il più delle volte provocate dall’uomo. Non solo responsabilità, ma anche una urgente necessità di collaborare nonostante le difficoltà per ottenere la collaborazione invocata in ogni singolo Paese e globalmente. Il “World Happiness Report 2021” ci ricorda, dunque, che dobbiamo lavorare per il benessere piuttosto che per la mera ricchezza, che sarà davvero precaria se non miglioriamo il nostro modo di gestire la sfida dello sviluppo sostenibile.

Sorpresi nel vedere che in media non c’è stato un declino nel benessere generale, misurato sulla base della valutazione soggettiva delle persone e delle proprie vite – è l’opinione degli analisti –  una possibile spiegazione è che la gente vede il Covid-19 come una minaccia comune ed esterna, che tocca chiunque e che ha generato un maggior senso di solidarietà ed empatia.

È stato un anno molto duro ma se consideriamo le risultanze scaturite dal report, i dati mostrano significativi segni di resilienza, come la volontà di connessione sociale e la valutazione delle proprie vite.

 

E IL TASSO DI MORTALITA’

Domanda: “Perché i tassi di mortalità sono così diversi nel mondo?”. Bene, il report ha cercato di rispondere a questa domanda, sicuramente fra quelle principali. Il dato registrato a proposito contagi e morti da coronavirus è, infatti, molto più alto in America e in Europa rispetto ad Asia, Australia e Africa.

Fattori determinanti includono: età della popolazione, essere un’isola o meno, la prossimità ad altre zone altamente infette. Alcune differenze culturali, inoltre, hanno ulteriormente contribuito a modificare il tasso: la fiducia nelle istituzioni pubbliche; la conoscenza maturata in epidemie precedenti; la disuguaglianza nel reddito; la presenza di una donna come capo del governo e persino la probabilità di ritrovare i beni smarriti, come un portafoglio.

L’esperienza dell’Asia dell’Est mostra, per esempio, dimostra che politiche stringenti non solo hanno controllato la pandemia in modo efficace, ma hanno anche contrastato l’impatto negativo dei bollettini giornalieri relativi alle infezioni sulla felicità delle persone.

La salute mentale è stata una delle grandi ricadute della pandemia, ma anche del conseguentelockdown. Quando la pandemia ha avuto inizio, c’è stato un significativo e immediato declino nei livelli di salute mentale in diversi Paesi. Le stime variano molto a seconda dei criteri di misurazione ai quali si è fatto ricorso, ma il dato qualitativo è simile. Nel Regno Unito, per esempio, a maggio 2020 il tasso generale di salute mentale è stato di 7.7% inferiore rispetto a quanto previsto se non ci fosse stata la pandemia. Il numero di problemi legati alla salute mentale è stato superiore del 47%.

 

VIVERE, POSSIBILMENTE BENE

Vivere a lungo è ugualmente importante che vivere bene. In termini di numero di anni di vita “felici” a persona, il mondo ha fatto grandi progressi negli ultimi decenni, tanto che persino il Covid-19 non è riuscito a cancellare del tutto. Visti i vari lockdown dell’ultimo anno e il distanziamento sociale, è facile immaginare come la pandemia abbia avuto un significativo effetto sul lavoro, limitando i contatti tra colleghi e causando un aumento del senso di solitudine e di isolamento soprattutto in chi già ne pativa gli effetti.

In conclusione, le indicazioni ricavate autorizzano a pensare a un futuro del lavoro “ibrido”, con un maggiore equilibrio tra attività in ufficio e in remoto, in modo da poter mantenere le relazioni sociali più agevolmente e assicurare una maggiore flessibilità per i lavoratori. Nelle ricerche precedenti, infatti, hanno commentato gli esperti, si è evidenziato come lavoratori soddisfatti sono del 13% più produttivi.

In pratica, questa ricerca ha dimostrato che la felicità non dipende dalla busta paga e che i rapporti sociali e il senso di identità sono fattori molto più importanti.

«Il virus ci ha messi al tappeto»

Amadou, senegalese, ventotto anni

«Lavoravo nei mercatini, riuscivo a guadagnare dieci, quindici euro al giorno. Ora è dura anche per gli italiani che spendono i pochi soldi che circolano solo per i generi alimentari». Poi si fa amaro, racconta la vicenda in mare. «Mio fratello inghiottito dal mare, come la nostra imbarcazione, poco prima che una nave mercantile ci traesse in salvo».

«La vera crisi è questo maledetto virus!», esclama Amadou, senegalese, ventotto anni, uno che sembra saperne una più del diavolo. «Solo esperienza, e una vita spesa fra mille stenti, poi completata da una storia bruttissima e, in coda, da un lieto fine, purtroppo solo per me: durante il viaggio per l’Italia, in una imbarcazione piccola e strapiena di gente come me, solo desiderosa di fare una vita che non fosse disumana, c’era anche mio fratello, Issa – ironia della sorte, come dirà più avanti – scomparso fra le onde di un mare agitato e un mezzo piroscafo che imbarcava acqua…».

Prima di farci raccontare la sua storia a tinte fosche, la sua idea sulla crisi. «E’ il virus che l’ha provocata – sostiene, prova un’analisi di pancia, non ha gli strumenti per sostanziare le sue considerazioni, ma ha comunque una sua idea, che ascoltiamo volentieri, hai visto mai… – più di un anno fa, prima che sul mondo si abbattesse questa sciagura, mi riferisco alla pandemia, lavoravamo più o meno tutti: noi senegalesi, per abitudine, educazione se vuoi, siamo abituati a guadagnarci anche un solo tozzo di pane con il lavoro; non troverai mai uno di noi fuori da un bar o un supermercato, un parcheggio a chiedere spiccioli».

 

PRIMA A GONFIE VELE…

Insomma, provochiamo, prima del virus andava tutto a gonfie vele. «Prima che su tutti si abbattesse questa sciagura, bene o male la giornata la riempivamo di qualche euro: chi vendendo monili e roba di artigianato, chi facendo mercati e mercatini fra Taranto e provincia: io, per esempio, vendevo roba usata, non solo abbigliamento, ma anche oggetti, mobiletti, strumenti di qualsiasi tipo, cose che potevano tornare utili ad altri; io e i miei amici fra i banchi dei mercatini eravamo riusciti a guadagnarci la fiducia della gente che visitava le nostre piccole, ma dignitose esposizioni; c’era chi acquistava, tirava un po’ sul prezzo, poi nel tira e molla, si convinceva e dopo la trattativa eravamo entrambi soddisfatti; altri, invece, a me e ai miei soci portavano oggetti di qualsiasi dimensione anche per il solo piacere di farci un regalo; e anche in questi casi, noi per principio cerchiamo di ricambiare il gesto: intanto per riconoscenza, poi perché magari a una prossima occasione avrebbero potuto portarci dell’altro».

Ottimo rapporto, pare di capire, con gli italiani. «Non penso nemmeno a come possa essere un pessimo rapporto, con un italiano, come con chiunque altro: ho visto cose brutte sulle quali non voglio tornarci, al solo pensiero ci sto male; ne ho viste davvero tante, tanto che quando qualcuno si allontanava dai nostri banchi brontolando o urlandoci cose irripetibili non ci facevamo nemmeno caso».

Ma ne ha viste davvero tante, Amadou. «L’importante era che ci lasciassero fare il nostro lavoro – spiega il ventottenne senegalese – mettere insieme dieci, quindici euro e poter mangiare, pagare il fitto di casa e poter mandare qualche soldo a casa: ora che non stiamo lavorando, quegli euro che avevo da parte o che spedivo ai miei familiari, li spendo solo per mangiare e pagare l’affitto; la crisi, non sembra, ma la paghiamo tutti: la pagano gli italiani, che non dispongono più di grandi risorse; la paghiamo noi, perché gli italiani i soldi li spendono solo per comprare cose da mangiare: il virus ci ha messi al tappeto, tutti nessuno escluso».

 

QUEL VIAGGIO MALEDETTO

Torniamo al viaggio, al fratello, Issa. «Tre anni più giovane di me – ricorda con grande tristezza, Amadou – ci eravamo imbarcati insieme, eravamo passati fra le mani di civili libici, armati fino ai denti, che spesso incrociavano i militari del posto: non li ho mai visti entrare in conflitto, avevano quasi rispetto gli uni degli altri, penso che alla fine facessero affari insieme. Misi insieme cinquecento dollari, trovai un mio connazionale che si occupava del trasferimento; mio fratello Issa non si staccava un attimo da me, avevamo in mente un sogno di libertà da realizzare insieme; con una barchetta ci accompagnarono ad un piroscafo che ispirava poca fiducia: io e lui, Issa, ci chiedevamo se quella “cosa” potesse portarci dall’altra parte del mondo, posto che fuggivamo dalla povertà e dai maltrattamenti cui eravamo sottoposti dai libici».

Una volta su quella “bagnarola”, mare aperto. «Il viaggio non prometteva niente di buono, non faceva paura se non a chi non sapeva nuotare e, a sua volta, si raccomandava al vicino di barcone nel caso fosse successo quello che tutti scongiuravamo: in mare aperto iniziò ad accadere quello che, invece, avevamo previsto, l’acqua cominciò ad entrare da tutte le parti; i tre dell’imbarcazione ci minacciavano, dovevamo svuotare quel mezzo con qualsiasi cosa ci capitasse a tiro, un secchio, una scodella, e chi non trovava nulla, doveva usare le mani».

 

«PENSA PER TE…»

Niente da fare, quel mezzo nel quale avevate posto le vostre speranze e ciò che avevate guadagnato, cinquecento dollari, stava per scomparire in mare. «Nello stesso momento avvistammo in lontananza un mercantile, la barca era per metà sommersa d’acqua, nel fuggi-fuggi generale tutti si sbracciavano, urlavano per farsi sentire e si lanciavano in mare, anche chi non sapeva nuotare: io ero ancora sulla barca, cercavo di far risalire a bordo mio fratello, lo tiravo su, nonostante non avessi più forza; ricordo le sue ultime parole “Ce la faccio, stai tranquillo!”: mi disse una bugia, come a dire “Pensa a te, altrimenti finisce che non ce la fa nessuno dei due…”; avevo provato a tirarlo su, ma tutto era risultato vano. Dopo qualche settimana in Italia, mentre fornivo le mie generalità con un sorriso amaro un uomo delle forze dell’ordine mi disse “Amadou, sai che in Italia “issa” lo usiamo quando dobbiamo tirare su qualcosa, qualcuno, a bordo di una imbarcazione?”. Purtroppo, Issa mio fratello, non avevo potuto tirarlo su, trarlo in salvo: mentre salivo a bordo del mercantile che aveva salvato me e un po’ di amici, fissavo quel grande specchio d’acqua; urlavo il nome di mio fratello, ma ormai non c’era più niente da fare: devo costruirmi un futuro anche per lui, che nel momento di maggior pericolo mi aveva urlato di stare tranquillo e pensare a me…».

«Teatri, teneteveli stretti»

Angelo Branduardi, settantuno anni, artista senza tempo

Concerti all’Alfieri e al Fusco, gli album promossi in radio e tv. Da Milano a Roma, il ritorno a casa. E i successi. «Se ne saltassi anche uno solo nei miei spettacoli, il pubblico chiederebbe il rimborso del biglietto». Statura intellettuale e rispetto, dalla “Fiera dell’Est in poi”. «E pensare che era solo un lato B…».

 Trenta album pubblicati, dai successi di “Alla fiera dell’Est” a “La pulce d’acqua”, da “Cogli la prima mela” a “Si può fare”, per citare alcuni dei suoi maggiori successi commerciali. Ma Angelo Branduardi, artista superlativo, non ha mai smesso di pubblicare album e, soprattutto, mai chiuso con i concerti che sono stati sempre la sua essenza di artista legato al rapporto diretto con il pubblico. Anche se, come tutti gli artisti in questi ultimi dodici mesi è stato costretto allo stop forzato a causa della pandemia. E ad interrompere un tour, “Il cammino dell’anima”, che stava registrando spettatori e indici di gradimento. «Forse non tutti sanno che “Alla fiera dell’Est” era solo il lato B del 45 giri “Il dono del cervo”, altra bella canzone: vendeva poco, fino a quando non andai in tv e invece di fare la canzone scelta dai discografici eseguii la filastrocca-tormentone con “il toro che bevve l’acqua, che spense il fuoco, che bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto, che si mangiò il topo, che al mercato mio padre comprò…”, considerata dai tecnici del mercato troppo lunga perché le radio potessero promuoverla”; feci di testa mia, andò bene e fu l’apoteosi…».

Fra le sue pubblicazioni, dunque, dal ’74 allo scorso anno trenta sono stati gli episodi discografici che hanno visto protagonista il “menestrello” nato a Cuggiono, sulle sponde del Ticino, trenta chilometri da Milano. Album straordinari, un percorso che comincia con un album dal titolo “Angelo Branduardi”, fino a “Il cammino dell’anima”. Fra questi, otto lavori dedicati allo studio e alla proiezione di suoni di un tempo in sonorità moderne (“Futuro antico”), “Così è se mi pare”, raccolte in studio e “live”, da “Altro e altrove” a “Senza spina”.

 

ARTISTA SENZA TEMPO…

Branduardi, è cantautore e uomo d’altri tempi. Quando può, ma senza problemi, dice la sua sulle produzioni, i concerti, gli agenti e i tecnici che scandiscono i tempi e le mode, dai social alla tv, che nonostante tutto, regge non senza qualche cedimento strutturale (vedi l’ultimo Festival di Sanremo). «Non ci sono più i discografici di un tempo – dice – ma trasmissioni televisive che illudono e massacrano». Gentile all’inverosimile. Tiene un sigaro, spento, fra l’indice e medio della mano destra, ma si scusa lo stesso, non senza puntualizzare. «E’ spento, ma se dà fastidio anche la sola idea del fumo, lo metto via subito».

Violinista per necessità, spiega. «Il pianoforte, che poi ho studiato, costava tanto, così d’accordo con papà ripiegammo su archetto e violino: il profumo del legno mi fece innamorare subito di questo strumento». La sua capigliatura, sempre folta, è tinteggiata di grigio. A questa si aggiungono le sollecitazioni della cute, un cervello costantemente impegnato che evidentemente sta imbiancando gli ultimi capelli neri.

«Continuo a lavorare, mi dicono dei dischi, della tv e io spiego: la vita continua, sono un cantiere aperto, un work in progress; chi fino a un anno fa veniva a vedere, ad ascoltare i miei concerti questo lo avvertiva, ricanto le mie canzoni che il pubblico si aspetta, ma continuo a sperimentare». E pazienza, “messere”. «Pazienza – sorride – se alcune cose non finiranno nei dischi, l’importante è che finiscano nelle corde emozionali della gente: conservo tutto, perché non si sa mai, di questo lavoro non si butta via niente, avete presente quello che si dice del maiale, poverino…? Per il resto, nei miei concerti devo tassativamente eseguire tutte le canzoni che mi hanno portato fortuna e che il pubblico ama riascoltare: se non le riproponessi, la gente mi aspetterebbe fuori dal teatro per chiedermi indietro i soldi del biglietto; invece il pubblico, dopo i miei concerti, esce felice dal teatro: la musica  è terapeutica, serve a questo».

 

…E CONCERTI INDIMENTICABILI

Ricorda i concerti all’Alfieri, chiuso; al teatro Fusco, chiuso e, finalmente, riaperto e restituito alla città. Prima al pubblico e, oggi, allo streaming, fino a quando la pandemia non avrà cessato nel cambiarci la vita. «Ma li hanno chiusi dopo i miei concerti?», quasi si preoccupa. Lo rassicuriamo sul “Fusco”, nel frattempo restituito come fosse un salotto. «Il prossimo anno in Italia altre sale chiuderanno, con queste anche alcune che ospitavano concerti. E’ l’Italia piegata su se stessa: figuriamoci se stanno a pensare a Branduardi, ai suoi dischi…». E i suoi “live”.

Confessa un suo desiderio di autore. «Volevo scrivere una canzone per Mietta: sempre bellissima, ma non se n’è fatto niente; incarna bellezza e passione tipiche delle donne del Sud. Magari un giorno ci sarà occasione, in questi anni sta seguendo un percorso artistico che rispetto. E’ bravissima. Anche lei fa poca tv, accipicchia: ti ospitano solo se hai da raccontare qualcosa che fa piangere, diversamente non sei in target».

Parliamo, allora, dei talent-show. «E’ una fabbrica di grandi illusi – insiste – fai un disco, cinquanta serate, poi ti parcheggiano e avanti un altro; aveva ragione il mio amico Ennio Morricone quando diceva che la tv non crea aspirazione, ma traspirazione…».

Si siede ancora sulla scalinata di Trinità dei monti alle sette del mattino? «Prima avevo casa lì, scendevo, compravo i giornali e leggevo, chiacchieravo con la gente, era un momento di sano relax. Poi mi sono trasferito a Campo de’ Fiori, preso casa e un bel pezzo di terreno: aria pulita, lontano dal caos e senza pressioni. Credo che i romani si siano accorti troppo tardi che la città gli stava sfuggendo di mano».

Oggi, Messer Branduardi, vive a Bedero Valcuvia, nel bel mezzo delle vallate prealpine, un soffio da Varese.