«Luigi, insegnaci!»

Anche un pugno nello stomaco può indicare una strada (da evitare)

Calciatore, baciato dalla fortuna e dal talento, aveva giocato con Ronaldo il Fenomeno. Dopo il calcioscommesse, una seconda tegola: l’arresto per coltivazione di marijuana. Per i nostri ragazzi: «Giocare al calcio è una festa, figurarsi vivere di popolarità». E, ancora: «Conosciamo i sacrifici e chi, fra noi, ha la fortuna di giocare in serie B o C: non si dimentica del passato e dei suoi fratelli. La fortuna è un dono che abbiamo in prestito e questo lo sappiamo…»

 

Luigi, ex calciatore di Serie A, è stato arrestato. Coltivava una serra di marijuana. Ex difensore di Juventus, Inter, Roma e Parma, oggi quarantasei anni, è stato colto in flagrante mentre stava curando insieme ad un complice più di un centinaio di piante di marijuana in un casolare abbandonato sull’Appennino emiliano. Dopo l’interrogatorio di garanzia è stato posto agli arresti domiciliari.

Questa la notizia. Non amiamo i clamori, le cooperative sociali hanno il compito di recuperare piuttosto che schiacciare un essere sotto le sue responsabilità. Anche quando commettere errori sarebbe umano e diabolico perseverare. Il cognome di una delle stelle del calcio italiano finita nuovamente in una storiaccia di droga, dopo aver fatto parte di un sistema legato al calcioscommesse, dunque alla truffa, lo trovate altrove. A noi interessa la storia di Luigi, purtroppo non un caso isolato, un atleta invidiato da un sacco di ragazzini all’inizio degli Anni Novanta, quando indossava i colori di Juventus, Inter e Roma, perfino il Parma più vincente della storia, ma scivolato sulla strada di un benessere malato.

 

LUIGI E IL FENOMENO

Luigi aveva giocato anche con Ronaldo il Fenomeno. Qualcuno si domanda cosa potesse chiedere di più alla vita un ragazzo baciato dalla fortuna e dal talento. Non abbiamo risposte, ma solo domande. Quelle, tante, circolano nella nostra mente come un martello pneumatico. Quante volte abbiamo visto i ragazzi ospiti della nostra cooperativa indossare magliette di calcio, preferibilmente della Juventus piuttosto che del Barcellona. E quante volte abbiamo chiesto loro il perché di quella scelta, perché il calcio. Le risposte, più o meno sempre le stesse.

«In Africa quello che non manca – confessano i ragazzi ospiti di Costruiamo Insieme – sono le distese e quattro canne, quelle che ci servono per delimitare una porta di calcio e giocare con una palla il più delle volte ricavata da un po’ di stracci tenuti con la corda o, peggio, perché fa male prenderlo a calci; ogni volta che giochiamo è una festa, una delle poche volte in cui ci viene il sorriso: ecco, diciamo che prendiamo a calci la sfortuna correndo all’inseguimento dei sogni e qualche volta ci capita di far gol».

Le magliette. «Nei nostri Paesi guardiamo le partite nei bar che hanno una tv e un abbonamento alle gare di Champions e ai campionati di calcio, italiano, inglese e spagnolo; qui stesso, nella cooperativa, ci capita di riunirci per assistere alle partite più importanti: anche questo è un momento di gioia, una goccia in un mare di pensieri che vanno dalla nostalgia di casa ai nostri cari che sono rimasti lì, non senza qualche problema…».

 

«FOSSI STATO CALCIATORE…»

 «Magari fossi calciatore, in un attimo guadagnerei rispetto e posizione sociale – ci spiegava settimane fa uno dei nostri ragazzi – in Italia è lo sport più popolare e quando gli assi del calcio parlano, la gente sta ad ascoltarli: ultima in ordine di tempo, la storia di Romelu Lukaku, l’attaccante dell’Inter che ha raccontato il dramma familiare, i sacrifici che dovevano affrontare papà e mamma originari dello Zaire (ex Congo, ndc); essere un calciatore è bello, siamo in tanti a sognarlo e quando leggiamo storie di calciatori che si sono rovinati con le scommesse o la droga, ci viene tristezza; non giudichiamo, ma quanto ci avrebbe aiutato e fatto crescere partire dalle cosiddette “scuole alte” nelle quali la prima parola che insegnano è “rispetto”; ma ognuno risponde a se stesso e al Cielo di scelte sicuramente non condivisibili: miei amici e fratelli lavorano nei campi, nei mercati ortofrutticoli, nei mercatini domenicali o vendendo piccoli articoli; pensate se a qualcuno di questi fosse capitata la fortuna di giocare anche in serie B o serie C…».

I guadagni li avrebbero gestiti in modo diverso. I ragazzi vengono dai sacrifici, conoscono il peso di un euro. «Ho amici che hanno avuto la fortuna di farsi strada nel calcio – ci spiegano i ragazzi – senza diventare dei fenomeni; nessuno di loro dimentica da dove viene e che la fortuna è una cosa che ti è stata donata, ma qualcuno può togliertela quando meno credi, così aiutano i propri fratelli venuti dall’Africa, come loro e le loro famiglie: difficile che qualcuno di questi si dimentichi di noi…».

 

«UN ALTRO PASTICCIO!»

Luigi di sciocchezze ne ha combinate più di una. L’ex calciatore, dopo essersi ritirato dal calcio giocato, undici anni fa aveva scelto di restare a vivere a Parma. E qui, l’altro giorno, all’ora di pranzo, gli agenti della Fiamme Gialle lo hanno trovato assieme ad un complice intento a curare la coltivazione che, secondo le stime, avrebbe potuto fruttare oltre due chili di sostanza stupefacente. Ad insospettire gli inquirenti la richiesta del raddoppio della potenza del contatore di un casolare di una piccola frazione della montagna parmense, all’apparenza completamente disabitato. Nemmeno un po’ di astuzia, Luigi.

Una volta tradotto davanti al giudice, nell’interrogatorio di garanzia si è avvalso della facoltà di non rispondere per poi finire agli arresti domiciliari presso la propria abitazione. Per Luigi, purtroppo, non è la prima volta in cui ha a che fare con la giustizia. Era finito, infatti, in carcere in seguito all’inchiesta sul Calcioscommesse partita dalla Procura di Cremona. Due anni fa l’inchiesta per lui si era conclusa con la dichiarazione di prescrizione con il tribunale di Bologna che dichiarò estinta la sua partecipazione all’associazione a delinquere oggetto dell’inchiesta. Speriamo che questa seconda ricaduta faccia riflettere una seconda volta Luigi. Si può ricominciare da mestieri modesti, riabilitarsi poco per volta, leggendo un po’ di storie di ragazzi scampati alla guerra, ai pericoli della politica e alla fame. Ma questo, quel ragazzone che sfiorava il metro e novanta, fisico da bersagliere, amato dal grande pubblico del calcio, lo sa. Se qualche volte passasse da queste parti non ci dispiacerebbe incontralo e organizzare un incontro con i nostri ragazzi. E non solo per imparare, ma anche per insegnare.

«TV, amore a prima vista»

Antonio Caprarica, giornalista e volto noto del piccolo schermo 

Salentino, settant’anni appena compiuti e non sentirli. «Anche se il traguardo è sempre più vicino», scherza il popolare corrispondente Rai da Londra e Mosca, Kabul e Beirut. «Fossi costretto a scegliere fra le mie esperienze lavorative, direi senza dubbio la televisione». Venti titoli in libreria, laureato in filosofia, gli manca il contatto con i suoi lettori. «Ho avuto il “blocco dello scrittore”, forse privato della libertà a causa di questa sciagurata pandemia»

Antonio Caprarica, giornalista, scrittore e saggista italiano. Leccese di nascita, molti lo conoscono come corrispondente Rai, soprattutto da Londra, tanto che molti dei suoi titoli (una ventina i libri pubblicati)  hanno come soggetto l’Inghilterra, la politica, lo stile di vita, il romanzo dei Windsor. E’ stato, fra l’altro, corrispondente da Mosca e Parigi, ma anche dal Medioriente, in piena crisi del Golfo, da Kabul a Beirut.

 

Prima di porle qualche domanda riguardo la sua attività di giornalista e scrittore, domanda d’obbligo: come vive la pandemia, cosa ha tolto, cosa pensa abbia insegnato questa sciagura?

«La vivo con sollievo guardandomi attorno, felice di essere scampato – facendo gli scongiuri – a quella tragedia che purtroppo, solo in Italia, ha interessato decine di migliaia di vittime; dunque, sollievo perché finora l’ho scampata, ma costernazione e tanta solidarietà verso quelle famiglie per la sofferenza provata nel perdere le persone amate. E un po’ di rabbia, avendo compiuto il 30 gennaio scorso settant’anni. A quest’età i mesi, i giorni, le ore, in realtà valgono per due, se non per tre rispetto al periodo della gioventù: mi sembra di essere defraudato da questa dannata pandemia. La cosa che più mi manca è il viaggiare, pertanto spero che questa sciagura possa avere una fine, arrivi un vaccino e si possa riprendere la vita di tutti i giorni».

 

Cosa fa un giornalista attivo come lei quando non risponde alle domande di un collega?

«Non posso viaggiare, dunque non posso incontrare lettori dei miei libri, attività che amo moltissimo, avendo una media fra i cinquanta e i cento incontri l’anno; non incontro, dunque, gente che aveva la cortesia e la pazienza di leggere i miei libri. Per dirla tutta, da questo punto di vista siamo più fortunati rispetto ai nostri antenati che hanno vissuto la “spagnola” perché oggi c’è internet, così una parte del mio tempo se ne va in collegamenti, dibattiti, interventi in talk-show televisivi. E’ una limitazione che, per fortuna, l’ingegnosità dell’uomo negli ultimi vent’anni è riuscita a ridurre fortemente. Leggo molto e scrivo, anche se nel primo periodo ho accusato il cosiddetto “blocco dello scrittore” legato probabilmente a quella privazione della libertà cui mi sono sentito sottoposto».

 

Ha scritto per l’Unità, direttore di Paese sera, dei notiziari di Radiouno, direttore della stessa Radiouno. La differenza fra radio, tv, carta stampata. Avesse dovuto fare una scelta?

«E’, in qualche modo, il gioco della torre al quale non vorrei espormi, proprio perché sono state tutte esperienze importanti; ho iniziato con la carta stampata, dalla quale non pensavo di staccarmi; poi sono passato alla tv ed è stato amore a prima vista: stare davanti a una telecamera mi è sembrata una cosa naturale, come appropriarmi subito del linguaggio televisivo senza che lo avessi studiato; la radio è stata un’esperienza tardiva, ma meravigliosa, perché l’effetto evocativo della voce ha il suo fascino: il pubblico ti riconosce dalla voce, ha questa capacità mnemonica che resta anche quando le notizie si dimenticano; stampa, tv e radio sono sostanzialmente tre modi di comunicare straordinari».

 

Fosse costretto a scegliere, non ci sentono.

«Fossi costretto, beh, la televisione: ha una capacità, una totalità di registri che le altre non possono offrire; gli occhi, la voce, dunque il tono e l’accumulo di informazioni che derivano dalla conoscenza, è una ricchezza, una panoplia così ampia e così vasta da essere, forse, imbattibile rispetto alla carta stampata e alla radio».

 

Provo a porle la domanda in altro modo. Cosa l’affascina della scrittura, i tempi brevi o quelli mediamente più lunghi, considerando che i suoi servizi dovevano restare nel perimetro dei tre minuti.

«…Anche meno, purtroppo. Mi rendo conto, a volte, di aver suscitato un certo odio, rabbia nei miei giornalisti ai tempi dei notiziari radiofonici da me diretti: costringevo i miei collaboratori a servizi da un minuto, un minuto e dieci secondi al massimo; esagero, anche la Divina commedia si può sintetizzare in un minuto, ma perdiamo il meglio, le straordinarie sfumature del Sommo poeta; la sintesi è una delle esigenze fondamentali della comunicazione, e non solo perché la famosa soglia di attenzione viene meno dopo venti secondi: la rapidità nella comunicazione audio-video è essenziale per il linguaggio, la grammatica del mezzo. Nella scrittura, invece, rivendico sempre la possibilità del tempo medio-lungo con il compito di riflettere un po’ di più prima di mettere una parola su carta».

 

Fosse stato direttore, avrebbe ritenuto superflua, per amore di sintesi, la domanda sul suo Salento.

«Qui, invece, la sintesi gliela faccio in due parole: amo il Salento. La mia vita, il mio lavoro, la mia passione e la mia curiosità mi hanno portato inesorabilmente lontano dal posto in cui sono nato, però quando è possibile torno volentieri; e non è detto che negli anni che mi restano – il mio amico Walter Veltroni quando parla di età dice che “lo striscione del traguardo è più vicino” – possa trascorrere più tempo nel luogo in cui sono nato e cresciuto».

 

Estate 2021, si viaggia!

Otto italiani su dieci, nonostante la pandemia, si sta organizzando

Scelgono mare, masserie, break dedicati al benessere. Hanno messo in conto mascherina e gel igienizzante. A seguire, vacanze dedicate allo sport all’aria aperta e ai viaggi in città d’arte. Tra uomini e donne, più spaventati dal contagio i maschi. Ma dopo un anno condizionato dal covid, la gente vuole tornare a vivere. Con le dovute precauzioni…

 

Secondo alcune stime, otto italiani su dieci già da tempo stanno pensando o programmando un viaggio per la prossima estate. Mete prudenti, sia chiaro, ma la gente non vede l’ora di potere debellare del tutto l’incubo della pandemia e tornare a respirare l’aria della libertà. Dopo un anno di lavoro, on line o comunque svolto con le protezioni necessarie fra mascherine, gel igienizzante e zone rosse, arancione e gialle, la gente non ne può più. E non sono solo gli italiani a pensare alla “fase liberatoria”. Le agenzie turistiche cominciano ad avvertire timidi, ma significativi segni di ripresa.

Primo sondaggio su quali saranno le vacanze degli italiani. Il 48% dei nostri connazionali ha già iniziato a pianificare una vacanza verso una meta a corto raggio (21%) o su tratte più impegnative con una permanenza sotto i quattordici giorni (19%), e se il 32% non l’ha ancora fatto, in ogni caso ci sta già pensando. Il compagno di viaggio preferito? La sicurezza, nel viaggiare e nel prenotare.

La sicurezza gioca comunque un ruolo fondamentale nel decidere di fare le valigie. Tanto che, purché armati di articoli inseparabili come mascherina e gel igienizzante, si diceva, il 47% dei nostri connazionali si sente tranquillo all’idea di viaggiare e il 17% non è preoccupato a patto che vengano rispettate le misure di sicurezza.

 

ALBERGHI E MASSERIE…

Indagando, invece, il momento in cui i viaggiatori italiani si sentono più al sicuro, il 34% sceglie hotel, masserie e appartamenti grazie alle misure adottate dalle strutture, mentre il 23% sceglie l’aereo e il 18% l’aeroporto. Il Covid19 ha reso gli italiani più attenti al risparmio: sono quelli che, tra i viaggiatori dei Paesi sottoposti a sondaggio, più di tutti (28%) prenoteranno con largo anticipo per usufruire delle scontistiche, staccando di qualche punto percentuale Francia (24%) e Portogallo (23%). Per quanto riguarda le destinazioni, nei programmi per le prossime vacanze dei nostri connazionali la fanno da padrona le località di mare e masserie, break dedicati al benessere su vacanze dedicate a fare sport all’aria aperta e viaggi in città d’arte.

Questa tendenza si replica anche a livello internazionale, dove gli abitanti del Bel Paese, seguiti da Portogallo e Germania, con gli spagnoli ad essere meno interessati agli assolati litorali. Inoltre, i nostri connazionali già lo scorso anno hanno dato segnali di affezione al suolo natio e non hanno tradito  il  Bel Paese . Infatti più di uno su due (57%) ha scelto  di passare le ferie in Italia, tendenza seguita poi da Portogallo (56%) e Spagna (54%).

Tra uomini e donne, in Italia sono più spaventati dal contagio i maschi: il 40% si sentirebbe più tranquillo a viaggiare una volta vaccinati, rispetto al 36% delle donne. Queste ultime, invece, più coraggiose, prenotano ma sono più attente della loro controparte alla possibilità di farsi rimborsare i biglietti (71% vs 67% uomini).

 

FIDARSI E’ BENE…

Se diamo invece uno sguardo ai comportamenti per fascia d’età, più aumentano gli anni, più si diventa “leggeri”. Tra coloro che hanno più di 55 anni ci sono, infatti, più viaggiatori che affermano di non aver bisogno di particolari garanzie per tornare a viaggiare anche all’estero (8% rispetto ai più prudenti ventenni, 2%). Sempre gli over 55 sono anche quelli più rilassati, dato che hanno deciso di non cambiare i loro piani per le vacanze (21%) nonostante il Covid, più delle altre fasce d’età. Se si parla, invece, di attenzione all’igiene e ad altri aspetti sanitari nella scelta delle destinazioni, tra i 45 e i 55 anni c’è la percentuale più alta di chi non vuole più dare importanza a questi aspetti quando la pandemia sarà finita (8%).

I sudditi di Elisabetta II sono quelli che hanno più paura di contrarre il virus (41%), mentre quelli di Felipe e Letizia hanno più fiducia degli altri nelle regole anti-Covid e sono disposti a viaggiare se protetti (52%); i portoghesi, invece, sono tranquilli con distanziamento e maschere (26%). A proposito di sicurezza, poi, i viaggiatori del Regno Unito sono quelli che si sentono più al sicuro in aeroporto (26%), mentre gli americani in aereo (32%). Se diamo uno sguardo alle destinazioni per i viaggi, gli spagnoli sono quelli che faranno più attenzione ad evitare i luoghi affollati (48%), i tedeschi andranno soprattutto in Paesi che conoscono bene (43%) e i portoghesi sono quelli che più baseranno la scelta di destinazione e struttura sull’attenzione alle norme sanitarie (40%).

Progetti per il 2021, dunque? I tedeschi sono quelli che nel maggior numero dei casi stanno già pianificando dallo scorso anno un viaggio, dimostrandosi i più pronti sia sul breve raggio (28%) che su viaggi di più di quattordici giorni e, a lungo raggio (16%), al contrario, per ora, la maggior parte degli svedesi non si sente ancora di prenotare (38%).

«Un solo tetto: il cielo»

Fatimah, musulmana, volontaria, sogna un futuro da legale

«Siamo tutti uguali, nel cassetto ho la voglia di fare rispettare i diritti. Chiunque esso sia, italiano o straniero. Ho prestato soccorso ai profughi, lavorato nei campi e studio da avvocato. Viaggio fra Puglia, Calabria e Sicilia, ovunque ci sia da aiutare il prossimo. Amo questo Paese, sono felice che anche al Nord ora pensino che ospitare gli extracomunitari sia una buona cosa…»

 

Fatima, in Italia e nel mondo cattolico è un nome evocato per indicare e pregare “Nostra Signora” e la località in Portogallo dove sarebbe apparsa più di un secolo fa. Fatimah, acca finale è, invece, un nome arabo, tipicamente islamico, che significa, fra le altre cose, “colei che svezza i bambini”.

E’, però, anche il nome della protagonista della nostra storia. Fatimah, fede musulmana, da tempo residente in Puglia, è impegnata con un’associazione di volontariato. Questa sua attività la conduce spesso a ricordare esperienze fatte in soccorso al prossimo, a cominciare dai profughi, quella gente che fugge dal proprio Paese in guerra.

«Viaggi lunghi e brevi, i miei – racconta Fatimah, collo e capo avvolti da una kefiah – quando il mio impegno nei campi e nello studio, mi permettono di allontanarmi per un po’ di giorni da casa». Vive a Massafra, pochi chilometri da Taranto. Quando può, lavora nei campi. Ce l’ha presentata Samuel, nigeriano, suo collega, anche lui residente nel comune della Terra delle gravine. Lei, proveniente dal Benin, oggi di Samuel è in qualche modo concittadina. «Mi muovo all’interno della Puglia, spesso mi reco in Calabria e in Sicilia, dove ho tanti amici: ovunque chiedano la mia presenza – parlo ovviamente di attività lavorativa e volontariato – lì ci sono io: se mi spaventa muovermi così spesso? Basta farci il callo, cominciare a pensare che il nostro tetto non è casa nostra ma l’intero cielo, e i nostri fratelli non sono i nostri vicini di stanza, ma quanti hanno bisogno di noi, da chi sta bene e chiede solo un sorriso, a chi sta male e invoca cure».

 

AMICI OVUNQUE…

Non le dispiace doversi spostare da una città all’altra, salutare gli amici e andare a trovarne degli altri. «E se non conosco ancora quanti incontrerò – puntualizza – vuol dire che sono in procinto di allargare la cerchia di amicizie; tutti, me compresa, abbiamo bisogno di un sorriso, una mano tesa, qualcuno che si prenda cura di noi nel caso ne avessimo bisogno; c’è stato un tempo in cui mi sono divisa fra una città e l’altra, in seguito agli sbarchi di extracomunitari: era richiesta la presenza di mediatori, ma anche di chi conoscesse francese, inglese e, naturalmente arabo, e io ero fra gli interpreti».

Dicono di nuovi arrivi. «Arrivano in Italia e altri ancora arriveranno – racconta Fatimah – i motivi che spingono i nostri fratelli a scegliersi un altro angolo di cielo, sono sempre i soliti: fame, politica, guerra; in una sola parola: disperazione; molti extracomunitari, però, proseguono il loro viaggio, non si fermano al Sud; dopo aver fatto un documento d’identità valido per viaggiare in Europa, scelgono altre destinazioni».

Parla di un aspetto, Fatimah, in qualche modo politico. Lo fa con la discrezione di chi non vuole essere fraintesa. Misura le parole. «Ricordo che alcune città del Nord – spiega il suo punto di vista – agli inizi degli sbarchi non volevano sentir parlare di extracomunitari; sindaci e cittadini si trovavano di punto in bianco d’accordo sul respingere gli “invasori”, che altro non cercavano se non un po’ di serenità, dopo aver visto morire parenti e rischiato di fare la stessa fine: meglio così, però, mi dico; spero solo che quanti sbarcano da queste parti, Sicilia, Calabria o Puglia che sia, abbiano anche altrove la stessa accoglienza che gli italiani hanno saputo dare qui, in Meridione».

 

FRA GIORNI INCREDIBILI…

La sua esperienza. «Giorni incredibili, ho incontrato uomini, donne e bambini, spesso questi ultimi senza genitori – mandati avanti per poi essere raggiunti dai propri cari, da non crederci… – e, dicevo, profughi. Ogni volta che incontro questa gente, “la mia gente”, la speranza è sempre la stessa: scacciare quella tristezza, quella disperazione che hanno sul loro volto per provare a sostituire queste espressioni con un bel sorriso aprendo il cuore a un futuro migliore. Nei miei viaggi verso destinazioni diverse, la missione è una sola: portare abbracci, sorrisi, una parola di incoraggiamento, dicendo loro che il peggio è passato e, volesse il Cielo, prima o poi riabbracceranno il resto della famiglia o quel che resta, purtroppo, del loro passato».

Una o mille esperienze, hanno in comune la disperazione, spiega Fatimah. «Fadi, ragazzo siriano, meno di trent’anni, una moglie e un figlio, mi ha spiegato il freddo e il disagio, un viaggio infinito e straziante; le notti trascorse al freddo, in una tenda, abbracciato con moglie e figlio per darsi calore e coraggio nello stesso tempo».

…E VOGLIA DI ALTRUISMO

Ha un sogno Fatimah. «I miei amici italiani lo sanno – sorride la ragazza beninese – ne ho uno in un cassetto grande grande, tanto che non so se ci entra tutto, provo ad aprirlo: voglio diventare avvocato, con l’obiettivo di difendere i più deboli, quanti hanno bisogno di conforto e di un minimo di assistenza legale, per fare rispettare i diritti umani: non parlo solo dei miei fratelli africani, ma anche di quanti in questo stesso Paese, italiani, sono spesso ignorati nonostante i loro problemi».

Tira fuori la sua esperienza e il suo spirito di osservazione, Fatimah. «Ne dico una, ma non voglio essere fraintesa – dice – provo a misurare le parole: spesso mi trovo ad assistere a gente che fa la voce grossa per farsi rispettare e chi, magari, avrebbe più bisogno, perché vive con la famiglia in uno stato di grave sofferenza, ma viene puntualmente trascurato; ecco, voglio che tutti, civilmente, avanzino le loro richieste e abbiano tutti un trattamento onorevole».

Onorevole, aggettivo buttato lì. Anche se poi il riferimento potrebbe essere a un sostantivo, considerando il ruolo di parlamentare. «Non parlo di politica – conclude Fatimah – non mi scaglio contro nessuno, non mi schiero da questa o quella parte: mi sono imposta il ruolo di spettatrice nelle vicende politiche che interessano un Paese, l’Italia, che io amo, tanto da sentirmi italiana a tutti gli effetti; mi piacerebbe, però, che il sentimento di uguaglianza fosse non solo teoria, ma sostanza; io, il mio modesto contributo in termini di soccorso lo metto spesso in pratica, lavoro e, quando posso, mi rendo utile al prossimo, chiunque esso sia».

«Taranto, ciak si gira!»

“Pluto”, da oggi le riprese del “corto” diretto dal tarantino Ivan Saudelli

Gianmarco Tognazzi fra i protagonisti. Prodotto da Clickom srl e Programma Sviluppo, vincitore del bando “Apulia Film Fund”. «Felici che finalmente il grande lavoro di preparazione fatto in questi mesi stia per confluire sul set, soddisfatto che possa prendere vita a Taranto, la mia città», dice il regista. 

Sono iniziate questa mattina le riprese del cortometraggio “Pluto”, scritto e diretto dal regista tarantino Ivan Saudelli, un’opera che vede, fra gli altri, la partecipazione di Gian Marco Tognazzi, protagonista, fra gli altri, di “Ultrà”, “Una storia semplice”, “Romanzo criminale”, “Le ultime 56 ore” e “Il Ministro”.

“Pluto”, prodotto da Clickom srl e Programma Sviluppo, è risultato vincitore del bando “Apulia Film Fund” promosso nel 2020 dalla Fondazione Apulia Film Commission. “Pluto” è la storia di Igor, quarantenne disoccupato che cerca di sopravvivere soprattutto alla vigilia della nascita di una figlia, nata dalla relazione con Giulia conclusasi qualche mese prima. Un giorno viene convocato da una importante multinazionale (“Pluto Corporation”) che attraverso il suo vertice, Viktor, interpretato appunto da Tognazzi, lo mette davanti alla più grossa decisione della sua vita, un bivio senza ritorno.

Taranto vecchia 2 - 1

PLUTO, IL CANE DI BORIS…

Con lui ci sarà anche Pluto, il cane di Boris, il defunto figlio di Viktor. Ma perché proprio Igor? Cosa rappresenta il cane Pluto e cosa lo porta ad affrontare questa terribile situazione con apparente passività? Una serie di punti interrogativi che si accavallano e si sviscerano in una storia di sacrifici estremi ai limiti dell’assurdo, portando lo spettatore a ricostruire gli eventi scavando nel passato dei protagonisti.

Da lunedì 8 febbraio, dunque, una nuova troupe cinematografica è al lavoro in città e in provincia. Una squadra di professionisti, composta anche da eccellenze pugliesi: dal regista, Ivan Saudelli, allo scenografo, il martinese Vito Zito, fino alla truccatrice Giorgia Melillo. «Siamo felici – dice Saudelli – che finalmente il grande lavoro di preparazione fatto in questi mesi stia per confluire sul set, ancora più soddisfatto che Pluto possa prendere vita a Taranto, la mia città» .

Dopo la laurea a Roma, Saudelli è tornato a casa, nel capoluogo ionico, dove ha iniziato a lavorare ad una trilogia antologica che a distanza di anni sta per raggiungere il suo completamento. «Tutto – prosegue Saudelli – è cominciato nel 2010 con “Overture”, un lavoro distopico sull’industria e quindi sulla realtà strettamente tarantina; il secondo passo è stato “Icaro”, nel 2013, e ora , grazie a Clickom e Programma Sviluppo, ci apprestiamo finalmente a realizzare l’ultimo capitolo in un territorio che offre bellezze capaci di diventare valore aggiunto nella nostra storia» .

 

BIBLIOTECA, PAOLO VI, IL SET

Sono diverse, infatti, le location individuate da Saudelli per ambientare questo racconto che ha il sapore allo stesso tempo territoriale e futuristico. Dalla biblioteca «Acclavio» alla Circummarpiccolo, fino all’Incubatore ASI al quartiere Paolo VI. Alcune scene saranno infine girate nello stabilimento “Leonardo” di Grottaglie: negli ultimi mesi, infatti, sono stati intensi e frequenti gli incontri e i sopralluoghi durante i quali sono state individuate alcune aree dello stabilimento in grado di rappresentare in modo efficace il futuro, lo spazio e l’eccellenza ingegneristica della “Pluto Corporation”, la multinazionale rappresentata nel cortometraggio.

Tarantina, infine, è anche Clickom, la casa di produzione cinematografica che dopo l’esperienza di “Dorothy non deve morire” di Andrea Simonetti, con l’attrice Milena Vukotic, e prodotto da “10D Film”, continua a portare avanti la scelta di sostenere le eccellenze pugliesi. «Crediamo fortemente – ha spiegato Celeste Casaula, amministratrice Clickom – che il cinema e la cultura siano una delle strade da percorrere, in particolare a Taranto, per cambiare strada; crediamo nella rete tra soggetti sani e volenterosi e anche per questo abbiamo avviato un rapporto con il nuovo Spazioporto di Taranto: il futuro passa attraverso la valorizzazione delle eccellenze professionali, naturalistiche e umane del nostro territorio».