«Io, tarantino social»

Francesco Montervino, direttore sportivo del Taranto e una buona causa

«Ho prestato la mia popolarità all’Afro Napoli United. Un progetto che ora seguo a distanza, preso come sono dal lavoro di dirigente rossoblù. Nel rispetto di culture o origini, oggi distinguo con facilità gambiani da nigeriani, ivoriani da ghanesi. La fascia da capitano di Maradona, il sogno professionale e quello con la società della mia città»

 

Francesco Montervino, direttore sportivo del Taranto. Ex calciatore, ha giocato con Taranto, Parma, Ancona, Catania, Salernitana e Napoli. Con la squadra partenopea ha disputato 166 gare, indossato la fascia di capitano e giocato in Coppa Uefa.

Non tutti sanno che in questi anni Montervino è stato anche impegnato nel sociale, uomo-immagine dell’Afro Napoli United, oggi Napoli United, squadra antirazzista e multietnica che oggi milita nel campionato di Eccellenza. Direttore sportivo del Taranto a tempo pieno, è rimasto saldamente legato da ottimi rapporti e grande affetto alla squadra che ha visto crescere socialmente e sportivamente.

 

Come nasce questo suo impegno nel sociale. Cosa la spinse ad accettare, a titolo gratuito, il ruolo di testimonial?

«Da quando è nato, il Napoli United ha sempre fatto dell’impegno sociale la sua forza svolgendo il ruolo di aggregatore di ragazzi napoletani e africani, questi ultimi giunti in Italia fra mille difficoltà; contattato in qualità di ex capitano del Napoli per prestare la mia disponibilità a svolgere il ruolo di “promoter”, ho accettato senza pensarci due volte: con enorme garbo, ricordo, mi avevano chiesto di spendermi contro il razzismo, sapendo forse che avrebbero sfondato una porta aperta sensibile come sono alle attività a sfondo sociale. Oltre all’interesse registrato per questo suo impegno, la squadra ha richiamato l’attenzione dei media anche per le prestazioni sportive, collezionando risultati e promozioni fino ad arrivare in Eccellenza. Con il mio ruolo di direttore sportivo a tempo pieno con il Taranto, il rapporto con il Napoli United è cambiato. Con la società partenopea resta, però, un legame consolidato da anni di condivisione del progetto».

 

Un uomo del Sud ha una marcia in più rispetto a temi come intolleranza e razzismo?

«Non credo abbia qualcosa in più, di sicuro ha una predisposizione diversa, quella sì; da uomini del Sud ci è capitato di vivere sulla nostra pelle sciocche discriminazioni. Non ho mai subito questo atteggiamento, anche se fin da ragazzi dalle nostre parti vediamo le cose in modo diverso: rispetto ai coetanei che vivono al Nord, fin da piccoli siamo avvantaggiati nel considerare che le diversità di pelle e di origine siano solo enormi sciocchezze. Ma, attenzione, non farei distinzione su un tema così delicato: ho giocato ovunque e non ho mai avvertito sfacciatamente punti di vista così diversi fra Nord e Sud. Oggi, per giunta, un calcio che naviga a vista a causa del covid non può lasciarsi distrarre da provocazioni legate a diversità inesistenti».

 

Cosa ha imparato e cosa pensa di avere insegnato a quei suoi ragazzi?

«A stretto contatto con loro, ho imparato a conoscere un diverso stile di vita, prestando attenzione e rispetto a culture ed etnie. Ci vorrebbero anni di studio per comprendere appieno le origini di ciascun ragazzo, però ad oggi con l’esperienza maturata rivestendo il ruolo di testimonial ho meno difficoltà a compiere un distinguo fra ragazzi di origini gambiane piuttosto che nigeriane, ivoriane anziché ghanesi; dal mio canto mi sono impegnato nello spiegare la cultura dello sport e il sacrificio. Sacrificio, sia chiaro, in senso sportivo, considerando che la sofferenza, quella vera, l’hanno abbondantemente vissuta sulla loro pelle».

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Il rapporto con il Napoli United, oggi. Prima che entrassimo in “partita” ha tenuto a specificare che il rapporto è rimasto eccellente e che lei  è sempre legato da grande affetto ai ragazzi e al progetto.

«Nutro grande affetto per un progetto che mi ha avvicinato a un mondo che in qualche modo già conoscevo. Oggi, con il ruolo di direttore sportivo del Taranto calcio, i dirigenti del Napoli United posso sentirli al telefono, ma sanno perfettamente che nel caso avessero bisogno di me sarei a loro disposizione».

 

Tarantino, nel suo cuore c’è anche posto per l’azzurro, in quanto fra i promotori del doppio salto del Napoli dalla serie C alla serie A, anche in qualità di capitano. Che ricordi ha di quella esperienza e quanto pesa portare su un braccio la fascia indossata da Diego Armando Maradona?

«Rappresentare una città come Napoli e indossare la fascia da capitano che è stata anche di Maradona, ti responsabilizza al massimo; di sicuro ti rende un uomo migliore perché l’azzurro napoletano è simbolo di rispetto come di passione. Considero un onore aver vestito quella maglia, una emozione provata anche da tarantino indossando i colori rossoblù della mia città. Sono cose che ti riempiono di orgoglio».

 

Direttore, sta facendo un ottimo lavoro, ha un sesto senso nel pescare giovani pronti nel vestire la maglia da titolare nel suo Taranto. Quanto è importante ripartire da una categoria e fare esperienza utile?

«L’esperienza in campionati cosiddetti minori, quando minori non sono considerando che in serie D militano città importanti quanto Taranto, la reputo fondamentale. Di sicuro ti dà un’apertura mentale diversa, che torna utile nell’affrontare in un secondo momento categorie maggiori. A proposito degli “under”: ci sono ragazzi che stanno facendo bene, altri che vanno seguiti con maggiore attenzione per trasformare le potenzialità in certezza, compito nel quale lo staff tecnico è quotidianamente impegnato».

 

Per scaramanzia, non parliamo dell’oggi, per gioco però proviamo a pensare a Montervino direttore sportivo fra dieci anni. Cosa significherebbe per lei coronare un sogno professionale?

«Sorvolando sui pronostici a lunga scadenza – dieci anni sono tanti – non nascondo l’ambizione di voler crescere nel ruolo di direttore sportivo. Se poi questa maturazione professionale coincidesse con il progetto-Taranto e, dunque, andasse a braccetto con i “colori” della città che amo, allora sì che sarei doppiamente felice».

«Signore, liberaci dal Male»

L’arcivescovo di Taranto in preghiera davanti alla statua di Gesù Morto

«Non conta chi siamo, ma chi è davanti al nostro sguardo», ha detto monsignor Filippo Santoro nella chiesa del Carmine a Taranto alludendo a virus e pandemia. La cerimonia del Giovedì santo si era aperta con il suono della troccola che scandisce le processioni della Settimana Santa tarantina annullate per il secondo anno consecutivo. «Sconfitti con le braccia tese, carichi di paure e confusione: la prova può rivelare il volto buono di Dio che non ci abbandona», ha aggiunto Sua Eccellenza.

«Signore, salvaci dal male del virus e da tutti gli altri mali: sconfitti, le braccia tese, pieni di paure e confusione; guardando il Cristo non conta tanto chi siamo, ma chi è davanti al nostro sguardo». L’arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, pronuncia parole importanti durante la preghiera dinanzi alla statua di Cristo Morto nella Chiesa del Carmine. Parole pronunciate dopo l’apertura del portone della Parrocchia, sede della Confraternita del Carmine, prima della visita dei fedeli. Parole che toccano il cuore non solo dei fedeli, ma di quanti invocano il Cielo perché tutto torni com’era poco più di un anno fa, quando nessuno aveva il sospetto che il coronavirus si sarebbe abbattuto sul mondo intero come una delle più gravi sciagure degli ultimi cento anni.

La cerimonia si era aperta con il suono della troccola, lo strumento che scandisce l’andatura delle processioni della Settimana Santa tarantina, annullate per il secondo anno consecutivo a causa dell’emergenza sanitaria provocata dal virus. Anche in occasione della preghiera dinanzi alla statua dell’Addolorata, nella chiesa di San Domenico, l’arcivescovo aveva invocato una intercessione per la fine della pandemia.

 

«DISPERDIAMO OGNI PAURA»

«Giungiamo sconfitti – ha detto l’arcivescovo – con le braccia tese e carichi di paure e confusione: guardando il Cristo non conta tanto chi siamo, chi crediamo di essere, ora conta chi è davanti al nostro sguardo. Siamo di fronte al Figlio di Dio. La certezza di essere salvati da Lui, ci fa prendere consapevolezza della realtà, anche la più difficile e al contempo ci allarga un orizzonte che fa disperdere ogni paura, rendendo relativa ogni angustia». «La prova – ha aggiunto monsignor Filippo Santoro – può rivelare il volto buono di Dio che non abbandona; davanti al sepolcro di Gesù uniamoci in preghiera dinanzi a Dio».

Annunciare la salvezza, diffondere la speranza, l’auspicio dell’arcivescovo di Taranto, che già nel messaggio della diocesi per la Quaresima aveva apprezzato la grande dimostrazione di solidarietà dei tarantini verso quanti si sono ritrovati in situazioni di grave necessità nel lockdown. E, con queste, le sofferenze di quanti sono stati colpiti dal temibile Covid-19.

 

«NON DIMENTICHIAMO I POVERI»

«Nell’incertezza e nello smarrimento di una situazione sconosciuta – aveva scritto Sua Eccellenza – nella nostra diocesi è brillato un faro che difficilmente dimenticherò: la corsa alle opere buone per le famiglie in difficoltà; parrocchie, associazioni, privati, sono stati sospinti dal desiderio e dalla necessità di fare del bene ai poveri e i poveri da noi sono davvero tanti: è una fraternità che non deve essere episodica ma vissuta nei sentieri della condivisione e della presa in carico di tante fragilità».

Circa la pandemia in corso, l’arcivescovo aveva rilevato che la strada per uscire dall’emergenza sanitaria è tracciata, ma ancora lunga. Occorre dare prova di grande responsabilità e attenzione, sebbene tanti siano stati toccati anche in maniera grave dal virus, ancora c’è chi nega la gravità della situazione. L’auspicio è che  il vaccino arrivi presto e per tutti, che le categorie a rischio vengano messe presto al riparo dal pericolo e che sia motivo per beneficiare di un diritto uguale per tutti.

«La Chiesa – le parole dell’arcivescovo – deve attrezzare la sua locanda proprio nel bel mezzo del tragitto di questa pandemia, per permettere l’incontro sulla strada di Gesù, Buon Samaritano, a coloro che incappano nei molti briganti di questa stagione: malattia, povertà, emergenza lavorativa, solitudine, smarrimento, cattiveria, depressione…».

«Torture, parliamone…»

Nabil, nigeriano, trentadue anni, la cattura, le percosse e l’abbandono

«Una Confraternita di saggi voleva prendessi il posto di mio padre, anziano di una setta che svolgeva funzioni religiose, politiche e giudiziarie. Al mio rifiuto, fui catturato, legato a testa in giù e preso a legnate fino allo svenimento. In Italia le cure, la riabilitazione e via alle stampelle…». Non dimenticare chi soffre, il messaggio del trentaduenne africano: continuate a raccontare le persecuzioni.

«Brutta storia la mia, tornare a raccontarla mi provoca dolore al cuore e al fisico, ne ho passate tante: perseguitato, catturato, torturato, solo perché non volevo dare continuità a quanto aveva fatto mio padre a capo di una congrega religiosa. Fin da bambino, invece, avevo in mente un’altra vita, mia madre si sarebbe accontentata di scappare dalla Nigeria, arrivare anche in un altro Paese africano, purché lontana dagli orrori a cui sarei stato sottoposto».

E’ uno dei tanti passaggi della storia di Nabil, trentadue anni, nigeriano, fuggito più di dieci anni fa dal suo Paese. Perseguitato e torturato, perché alla scomparsa del papà gli adepti di una setta basata sul culto che svolgeva funzioni religiose, politiche e giudiziarie, lo aveva indicato come erede del percorso religioso paterno. Un tribunale presieduto da “saggi”, lo stesso che ha fatto in modo che qualcuno si scagliasse con violenza inaudita proprio contro lui, condannò Nabil.

«Il mio nome, in arabo, significa in qualche modo qualcosa di nobile, onorevole, come se in Italia mi chiamassi Patrizio: non sono io ad aver studiato le origini del mio nome, me lo hanno fatto notare amici italiani che non appena vogliono conoscere qualcosa di più su un qualsiasi argomento, mettono mano al cellulare, digitano qualsiasi domanda e, alla fine, sentenziano: mi spiegarono che ai tempi dell’Impero romano il nome Patrizio, oggi un aggettivo – si dice così? – veniva usato per indicare qualcuno benestante e non mi riferisco alla sola salute…».

 

«OGGI CAMMINO…»

La salute, ecco, Nabil. «Oggi cammino, non senza sforzarmi, avverto continui dolori, specie ad un’anca, un dolore lancinante che riaffiora spesso ricordandomi da dove vengo». E allora, la storia, il dolore, le torture. «Non voglio apparire come la solita vittima, ma credo – ci spiega Nabil – che la gente non debba dimenticare da dove io e tanti miei fratelli veniamo. Non consideriamo l’Italia un Paese ospitale nel quale vivere senza dare nulla in cambio: libertà e rispetto dobbiamo guadagnarceli con la buona volontà, con il lavoro; vorrei che l’Italia diventasse il mio Paese, ma so anche che è giusto rispettare chi, in questo Paese, ci abita, da anni lavora come i suoi genitori e i genitori dei suoi genitori, per costruire un sogno fatto di libertà e benessere».

Cosa è accaduto a Nabil. «Mio padre aveva un ruolo importante all’interno di questa Congrega, sia chiaro non facevano niente di male, ma si ispiravano ad una religione basata sulla lettura degli astri, una filosofia sull’origine e le finalità dell’universo; non mi sono mai ribellato, ma fin da piccolo mi rivolgevo al Cielo, a qualcuno che era al di sopra di qualsiasi essere umano: crescendo ho manifestato la mia fede cristiana, al collo porto una croce di legno, quella sulla quale è stato crocifisso Nostro Signore».

Un aspetto non condiviso, non solo a parole, ma anche con i fatti. «E fra questi ultimi, agguati e persecuzioni cui sono riuscito a sfuggire per puro miracolo, fino a quando un giorno non sono caduto in un tranello, tradito da un mio amico che in cambio di chissà cosa aveva indicato dove mi trovassi: accerchiato e disperato, cercai di sfuggire al primo, al secondo, al terzo uomo, urlavo per darmi coraggio e correvo quando qualcuno mi lanciò fra i piedi un attrezzo tagliente e mi face cadere a terra: sanguinante, fui appeso a un albero, prima legato per i polsi per essere giudicato da un “Comitato di saggi” che aveva già in mente la sentenza. Non avevo via di scampo, dovevo pagare il mio rifiuto: dopo la decisione, mi slegarono dai polsi e mi legarono all’albero per le caviglie a testa in giù; sangue alla testa e legnate a non finire, sulla schiena e sulle gambe, ininterrottamente; in quei momenti avevo solo un desiderio: morire di dolore o essere ammazzato, stremato dal dolore e dal sangue che mi arrivava alla testa».

 

«…MA VOLEVO MORIRE»

Svenne, fu la sua salvezza. «Mi risvegliai – ricorda il trentaduenne nigeriano – svenni daccapo per il dolore: piangevo come un bambino, non potevo stare disteso o poggiato su un fianco, seduto o in piedi, un delirio; fui lasciato moribondo per strada, come se quella brutta lezione fosse stata sufficiente a farmi cambiare idea: una volta riprese le forze convinsi mia madre a prendere i suoi risparmi e comprarci un visto per l’espatrio: dalla Siria, passammo alla Turchia, dopo qualche anno finalmente l’Italia. Qui fui soccorso e assistito».

«Subii più di un intervento chirurgico – ricorda Nabil – per poi essere seguito da un Centro di riabilitazione: mi avevano diagnosticato una grave artrosi, mi misero in piedi, dopo qualche mese finalmente potei fare a meno delle stampelle sulle quali fino ad allora mi ero retto; ho potuto riprendere a lavorare, per una ditta di pulizia, mi occupavo di locali e bagni, poi lavorai nei campi: contratti saltuari, ma la libertà passa anche attraverso i sacrifici, cosa che non mi fa paura neanche un po’. Tornare in Nigeria, per ora non ci penso, al solo pensiero mi assale una paura mista al dolore di quelle ore a testa in giù con tante legnate così da rendermi un corpo in attesa del colpo di grazia: pensare a un viaggio al contrario è la mia più preoccupazione. Dopo l’uso delle gambe, conto di alleggerirmi anche di quel brutto pensiero, quelle torture…».

«Puglia, amore infinito»

Bungaro, a breve pubblica un nuovo album

«Devo tanto alla mia terra, l’avermi trasmesso la passione, dato il coraggio di partire senza mai dimenticare le mie radici», dice il cantautore brindisino. «Fiorella Mannoia, rapporto straordinario, poi le mie altre stelle: Ornella Vanoni, Antonella Ruggiero, Malika Ayane, Rakele…». Intanto pensa all’estate. «Voglio tornare a riabbracciare il pubblico, come ho fatto con “Maredentro”, concerti senza sosta per due anni…»

«Uscirò a breve con un nuovo album del quale non svelo per motivi scaramantici, ma anche perché certe cose potrebbero concretizzarsi in queste ore: ho però anticipato questo lavoro composto da undici brani con un duetto con Fiorella Mannoia, “Il cielo è di tutti”, omaggio al grande Gianni Rodari nel centenario della nascita del grande poeta che molti conoscono come autore di letteratura per l’infanzia tradotta in tutto il mondo».

Non lo frena nemmeno il Covid. Certo, gli manca il rapporto diretto con il pubblico, i tanti concerti come accaduto con album e spettacolo “Maredentro”, ma Bungaro, brindisino, Antonio Calò all’anagrafe, prosegue la sua attività doppia, di autore e interprete. Tripla, di mezzo c’è anche quella di produttore, Rakele, altro personaggio scoperti e portati alla ribalta. Tirato per la giacchetta, Bungaro, nonostante amicizia e feeling tutto pugliese, non si sbilancia più di tanto.

Ci regala, però, qualche anticipazione. «Il mio ufficio stampa – ci dice – mi invita ad essere moderato nelle anticipazioni, posso dire, magari, di “Malia”, canzone dedicata ad Amalia Rodriguez; oppure “Anna siamo tutti quanti”, eseguita con l’Orchestra del San Carlo di Napoli e “L’appartenenza”, altro inedito, da qui dovrebbe prendere le mosse uno spettacolo con il quale spero di ricominciare a girare dal prossimo luglio così da ripetere l’esperienza di “Maredentro”, due anni di concerti». E poi, per dire quale sintonia abbia con la Mannoia, la collaborazione a “Padroni di niente”, album uscito di recente, con le sue “Eccomi qui” e “Olà”».

Bungaro, insomma, torna quando può. Si prende tutto il tempo di cui ha bisogno. Col benestare di amici e discografici che lo corteggiano. Ha mano e fantasia. Un cellulare che nelle due battute sul suo nuovo album, squilla almeno un paio di volte per richiedere una canzone. E Bungaro, che non è una radio, tantomeno un juke-box, ma un autore, prende tempo. E, finalmente, se ne dedica un po’ perché attendeva da tanto l’occasione di godersi questo momento.

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Torniamo a Fiorella Mannoia. Nel suo ultimo album, “Padroni di niente”, canta le sue“Eccomi qui” e “Olà”.

«Sentir cantare una tua canzone da Fiorella, è una grande emozione che avevo già provato quando aveva accettato di interpretare la mia “Fino a che non finisce”; duettare con lei, poi, è una doppia emozione. La Mannoia è una voce pensante. Quando scrissi “Il deserto” con Pino Romanelli, pensai subito a lei. Conosco il suo codice: nella canzone c’è l’amore come tema sociale. Mi recai a casa sua per farle sentire il brano. L’ascoltò in silenzio, alla fine tirò su una manica della maglietta che indossava, come se volesse trasmettermi i brividi che le aveva appena trasmesso sulla pelle quella canzone: “…quando andiamo in studio?”, mi disse. Fiorella è un’emozione infinita».

 

Le manca un “sì” per completare il suo parterre di voci femminili?

«Sono strafelice così. Oltre a Fiorella hanno cantato mie canzoni anche Ornella Vanoni, Antonella Ruggiero, Nicky Nicolai, Malika Ayane. Qualcuno mi chiede di Mina: rispondo che ci stiamo corteggiando a distanza, ho parlato con il figlio Massimiliano che di me ha grande stima. Vedremo, se son rose…Come per le altre “star”, anche per lei ci vorrà qualcosa che faccia la differenza. Me ne accorgo quando sta nascendo una cosa importante: il mio cuore batte forte, è il momento giusto. Avete presente quando scocca la scintilla agli innamorati?».

 

C’è una canzone che sembra scritta da lei.

«Ci penso un attimo: forse “Una notte in Italia” di Ivano Fossati. Sembra scritta da me, o meglio, avrei voluto scriverla io. Dello stesso Fossati, amo la straordinaria “C’è tempo”, anche questa vicina alle mie frequenze. Ci metterei anche “Povera patria” di Franco Battiato: canzoni che restano nel cuore di chi ama la qualità».

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Fra gli omaggi alla sua terra, in dialetto salentino.

«Quando si è trattato di animare, dare ritmo e passione ad alcune canzoni, l’ho fatto: è stato così per “Madonna di lu finimundu”, con lo straordinario canto appassionato di Lucilla Galeazzi che si unisce all’organetto di Ambrogio Sparagna, fino a diventare una danza frenetica, liberatrice come una taranta. Penso anche a “Piccenna mia”, una ninna nanna che a suo tempo dedicai a mia figlia Giulia».

 

Cosa pensa di avere imparato in tutti questi anni?

«Ascoltare gli altri, guardarmi intorno con curiosità, avere la percezione della lealtà: lo devo a mio padre».

 

Cosa pensa, invece, di avere insegnato?

«Forse ad essere credibili, a non nascondersi mai; insegno composizione e uso della voce: ai ragazzi provo a spiegare che cercare il successo è, in qualche modo, il rapporto con la propria fragilità, perché poi è da lì che parte tutto».

…Ma l’estate in Puglia

Pasqua alle Canarie, gli italiani hanno scelto

In questi giorni, vacanze nell’arcipelago spagnolo, però fra tre mesi sarà la nostra regione il massimo attrattore turistico. Bene anche Sicilia e Sardegna. C’è la “green card”, il lasciapassare che scagiona dal Covid. Prudenza e fiducia. Garavaglia, ministro del Turismo: «Da aprile in poi iniziamo ad aprire tutto». Draghi, capo del Governo: «Sono d’accordo: se potessi, in vacanza ci andrei volentieri».

Se il principale attrattore a Pasqua risulterà il viaggio alle Canarie, per l’estate preparatevi a trascorrere nella massima tranquillità in Puglia, Sicilia o Sardegna. Volendo fare il classico capello in quattro, non ce ne vogliano, altre penisole o regioni al Sud che esercitano lo stesso grande fascino, la Puglia è l’unica “non isola” che gli studiosi e agenti di viaggio sente di consigliare per i mesi più caldi.

Dunque, in questi giorni tutti alle Canarie, salvo poi programmare  l’estate in Puglia, Sicilia e Sardegna. Queste, infatti, sono le ultime tendenze di chi sta prenotando i viaggi. «Le prenotazioni per l’estate “da” e “verso” l’Italia finalmente cominciano ad esserci – dice Gianni Rebecchi, presidente nazionale di Assoviaggi-Confesercenti, Associazione italiana agenzie di viaggi e turismo – e le richieste sono prevalentemente per le nostre destinazioni estive Puglia, Sicilia e Sardegna».

Ruolo fondamentale in questa scelta, naturalmente lo giocano i vaccini. «Dovesse andare avanti, come auspichiamo, la campagna di vaccinazione  – riprende Rebecchi  – probabilmente si accelera anche un percorso di tipo psicologico per le persone che cominciano a guardare le potenziali mete per  l’estate». «Il ministero dell’Interno – prosegue il presidente nazionale di Assoviaggi-Confesercenti – si è anche espresso favorevolmente rispetto al fatto che ci si possa muovere e raggiungere l’aeroporto quando si ha motivo giustificato; fino al penultimo Dpcm non era chiaro se chi abita in “regione rossa” per turismo potesse recarsi verso l’aeroporto dal quale avrebbe poi il volo che lo conduce alla destinazione desiderata».

 

“LIBERA USCITA”

Questo, infatti, rappresentava l’elemento che scoraggiava un po’ tutti: l’impossibilità di uscire dal proprio comune di residenza. Ora, invece, si fa il tampone prima di partire dall’Italia e, poi, prima di tornare dimostrando così di non avere il Covid. Per questo motivo è, pertanto, importante che il “green pass” sia pienamente operativo perché se per una malaugurata sorte perdessimo anche questa estate dal punto di vista turistico, sarebbe una sconfitta il libero scambio con protocolli comuni, sanitari e sicuri».

Molte persone, si diceva, hanno deciso di passare le imminenti festività alle Canarie. «Per Pasqua cominciano le prenotazioni per le isole Canarie con i primi voli Covid free – conclude Rebecchi – e auspichiamo che questo modello venga applicato anche per le città europee ed extraeuropee: nell’ambito del protocollo di sicurezza cominciano i primi voli anche all’estero, comunque all’interno della Comunità europea; tutto procede nel senso da più parti incoraggiato perché la Commissione europea si attivi per poter dare vita al “green pass digitale”, il certificato in formato digitale o cartaceo, che consentirà ai cittadini europei di tornare a viaggiare quest’estate fornendo la prova di essersi sottoposti alla vaccinazione, oppure di essere risultati negativi a un test o di essere guariti dal Covid-19». Poi, in estate, finalmente toccherà anche al resto d’Italia e, in particolare, al Sud. Puglia superstar, come sempre, da tre anni indicata dalla stampa internazionale come la regione più bella del mondo. Con lei, altre mete, Sardegna e Sicilia.

 

MASSIMA PRUDENZA

Prepariamoci, dunque, ad un’estate non più “rossa”, bensì tendente al “giallo”. «Sostanzialmente senza tanti problemi: non ci sono motivi che autorizzino a pensare a un’estate diversa dalla scorsa, anche se ci sono margini che lasciano ben sperare». Lo ha assicurato in una sua dichiarazione Massimo Garavaglia, ministro del Turismo. E non solo. «Con la massima sicurezza – aggiunge il rappresentante del Governo – da aprile in poi iniziamo ad aprire tutto».

Il premier Mario Draghi, prudente, si lascia però andare ad una battuta. «Sono d’accordo – dice il premier – se potessi andare in vacanza ci andrei volentieri». Questo perché i dati, al momento, non autorizzerebbero a previsioni certe, nonostante il sacrificio pasquale con il “tutti dentro” (casa). Quanto al prossimo mese, l’orientamento è per la prudenza, unico sistema che possa autorizzare a pensare ad un’estate possibilmente non come quella dello scorso anno.