Un altro Oscar…

Checco Zalone condivide “La vacinada” con la star Helen Mirren

E’ il nuovo tormentone dell’estate. L’attrice che vinse la statuetta per lo straordinario “The Queen” e che ama la Puglia, si presta nel lanciare un messaggio: vaccinatevi. Mostra il braccio, mentre l’attore-regista fa un po’ lo Julio Iglesias dei giorni nostri. La nostra regione si pone in pole per la nuova stagione per accogliere turisti da tutto il mondo.

 

Un Oscar per la Puglia. Helen Mirren , salentina di adozione, vincitrice della prestigiosa statuetta per la magistrale interpretazione di “The Queen”, presta il suo volto e il suo proverbiale sorriso per l’ultima invenzione di Checco Zalone, all’anagrafe Luca Medici.

L’attore e regista barese, infatti, ha appena pubblicato una canzone che si candida a diventare tormentone dell’estate: “La Vacinada”. E’, infatti, questo il titolo della sua ultima, inattesa scommessa. Un brano pensato, creato e realizzato in un batter d’occhio, senza un annunci, comunicati ufficiale. E’ comunque un progetto ben articolato, confezionato in modo impeccabile, nonostante la cifra più comica che brillante contenuta dal testo. Il video, appena pubblicato, è diventato virale. Ci hanno pensato i social, a cominciare da Facebook, con Checco Zalone nelle vesti di un improbabile Oscar Francisco Zalon, uomo d’arte che, a bordo di una cabriolet, viaggia fra le strade del Salento imbattendosi in una «ospite» d’eccezione: Helen Mirren, appunto, che come è noto ha adottato la Puglia come fosse la sua seconda casa.

Ed è proprio la Mirren la “vacinada” del titolo, un altro messaggio che l’attore e regista lancia dopo quello del film “Tolo Tolo”, per sensibilizzare gli italiani su un altro tema delicato: la vaccinazione contro il covid 19. «L’immunidad de gregge ancor no è arivada, ma menomal que estàs la vacinada», scrive e canta ne “La Vacinada”, Checco. Un ritmo latino, da bachata, con il quale del quale è protagonista l’attrice-Oscar, che parla italiano e mostra, fiera, un braccio per mostrare l’importanza della vaccinazione per la sicurezza di tutti.

 

«ADORO LA PUGLIA!»

Video caldo, divertente, con un Zalone in gran spolvero e la Mirren, divertita, e straordinaria, come deve esserlo una grande artista che ha accettato una sfida con il sorriso sulle labbra. Non è la prima volta che l’attrice britannica, che vanta non solo un Oscar, ma anche tre Golden Globe, quattro Bafta, cinque Screen Actors Guild Awards, quattro Emmy Awards, un Tony Award e chi più ne ha più ne metta, mostri affetto per l’attore-regista, ma anche per la nostra regione. «Come si fa a non amare l’Italia? Vorrei lavorare in qualsiasi film ambientato in Puglia», dice la grande attrice. «Adoro Checco Zalone, ho una casa in Salento e da queste parti faccio una vita normale: partecipo alle feste di paese, vado a fare la spesa e mi dedico al giardinaggio», si era lasciata sfuggire la Mirren durante l’ultima edizione del Festival di Berlino. Una dichiarazione d’amore che, evidentemente, che l’attore-regista pugliese non si è lasciato sfuggire. Detto, fatto. L’idea che diventa una canzone scacciapensieri e un ritornello che ci accompagnerà per l’intera estate, con l’espressione divertita di un volto noto in tutto il mondo, quello della Dama di Commedia dell’Ordine dell’Impero britannico. Pertanto, vola la canzone di Checco, ma anche l’intera Puglia che di questi tempi invoca una spinta promozionale per attestarsi daccapo come l’angolo più bello e accogliente dell’intero pianeta.

Nel testo della canzone, davvero spassoso, Checco Zalone chiama la Mirren «regina», evidentemente in ossequio alle tante volte che l’attrice ha indossato la corona sul grande schermo. Il cantattore si propone a lei, sfacciatamente, come il suo “nuovo” Oscar, considerando che nel video interpreta un turista che parla la lingua neolatina, quasi fosse un po’ Julio Iglesias, un po’ Tonino  Carotone.

«Testa bassa e pedalare»

Patrick, italiano, origini congolesi

«Mio padre è andato via dal suo Paese, ha girato Medio oriente ed Europa, prima di stabilirsi qui. Lui e i miei nonni mi hanno insegnato ad abbattere i confini, non solo geografici. Studio e mi relaziono con i miei giovani colleghi: stiamo cominciando a cambiare il mondo, in meglio…»

 

Patrick, ventuno anni appena compiuti. Di origini congolesi, risiede in Italia fin da giovanissimo, ma si sente cittadino del mondo. «In realtà le frontiere – dice – sono sempre state una pessima idea, e parlo non solo dei confini territoriali, ma anche di quelli mentali; non voglio fare filosofia spicciola, ma questa idea di sentirmi libero me la porto dentro fin da piccolo, come fosse l’eredità consegnatami dai miei nonni, uno dei quali aveva una modesta piantagione di caffè: poca cosa, sia chiaro, lui stesso era proprietario e dipendente, il raccolto era quasi sufficiente a sfamare due famiglie, ma vivere con la paura che una volta il raccolto andasse perso a causa del maltempo o saccheggiato, non era un bel vivere, per questo piuttosto che edere figli e nipoti vivere alla giornata, quando andava bene, i nonni, nonostante avessero il dolore nel cuore, indicarono ai “miei” la strada per la libertà: ho seguito l’insegnamento di papà che preparò lo zaino e partì per studiare in un Paese ospitale e prendersi un titolo di studio che potesse metterlo in condizione di aiutare non solo la famiglia che avrebbe creato, ma anche i ragazzi nelle sue, e mie, stesse condizioni».

Patrick gira per le stradine della Città vecchia, indossa una mascherina, teme il covid, per se stesso e per i colleghi più giovani che ha incontrato all’esterno della sede universitaria “Aldo Moro” di Taranto. Massima accortezza nel saluto, anche questo rigorosamente previsto da protocollo: pugno appoggiato a quello dell’interlocutore o avambraccio contro avambraccio.

 

RUANDA, ZAIRE, FINALMENTE CONGO

Patrick, Ruanda e Burundi, Zaire, finalmente Congo. «I due Paesi originari che hanno generato Zaire e, oggi, Congo, rientravano nel dominio coloniale belga. Non esistevano confini geografici, ma su una cosa i belgi erano intransigenti, colonizzatori e colonizzati erano due cose, si dice, distinte e separate; in breve, i miei familiari che abitavamo la loro terra, eravano un’altra cosa: erano una razza a parte, inferiore e da dominare. Questo il punto di vista dei bianchi. Mi è sembrato un buon motivo seguire la strada di mio padre, mettermi sotto e studiare come un matto: la mia unica missione sarebbe stata esclusivamente quella di migliorare la condizione non solo mia, ma anche dei miei conterranei, e non parlo dei quattromila congolesi oggi residenti in Italia, ma di tutti i fratelli africani: figuriamoci, parlo di abolire i confini fra bianchi e neri, e che faccio, compio una distinzione fra gli stessi neri? Non se ne parla nemmeno…».

Ventuno anni e avvertire il senso di responsabilità. «Devo a mio padre questo insegnamento. Non si è mai tirato indietro di fronte a qualsiasi cosa. Se c’era da partire, per migliorare più che la posizione sociale quella culturale, papà faceva armi e bagagli e partiva. Era il più grande della sua famiglia per questo gli toccava anche mettere in conto di partire e lasciare i suoi genitori. Studiò per qualche anno girando da un Paese all’altro, dalla Francia all’Arabia, fino a trasferirsi in Italia. La svolta a Parigi, è lì che papà incontrò mamma, bianca e italiana. Fine Anni 90, Bologna diventò casa mia. Se i nonni mi hanno insegnato a distanza che non devono esserci confini di nessun genere, papà mi ha trasmesso che bisogna mettere in conto anche andare via da un Paese del quale sei ospite: altrove può esserci bisogno di te, dell’esperienza che ti stai facendo anno dopo anno».

 

NON C’E’ PIU’ TEMPO

Non C’è più tempo, bisogna passare all’azione, scegliere i tempi più impegnativi. A Taranto, più che per motivi di studio, racconta la propria esperienza ai colleghi pugliesi, in pochi, stipati in una enorme Aula magna nel rispetto delle norme anticovid, oppure in collegamento con il pc. «La voglia di spendermi per il prossimo, qualsiasi sia il colore della sua pelle, sboccia fra i banchi del liceo, non appena avevo cominciato a frequentare l’istituto. A qualche anno di distanza,  posso dire che noi ragazzi stiamo cambiando il mondo: non abbiamo preclusioni mentali verso qualsiasi tipo di diversità, dal colore della pelle agli orientamenti sessuali, proseguendo con la fede religiosa. Però bisogna studiare e continuare a migliorarci, quando mi pongono qualche domanda rispondo che il mio futuro può essere fra associazioni di volontariato e altre attività “no profit” verso chi ancora avverte, forte, il disagio».

Progetti e ambizioni di Patrick e i suoi fratelli. «Mettere sul tavolo idee e progetti internazionali – conclude il ventunenne di origini congolesi – a favore dell’ambiente, per esempio, del progresso sollecitando una partecipazione attiva dei ragazzi, le nuove generazioni. L’obiettivo è il comprendere cosa vogliamo fare e cosa vogliamo diventare. C’è da lavorare parecchio, sento la sensazione che i ragazzi della mia generazione vogliano buttarsi a capofitto nelle storie, nei problemi più complicati da risolvere: ci vorrà più tempo, ma di tempo non ne abbiamo così tanto, così testa bassa e pedalare».

«Taranto, quante emozioni…»

Massimo Ranieri, “intercettato”, felice di spiegare i legami con la città

«Qui, mio padre, ha fatto il servizio di leva. Conosceva strade, piazze, i sentimenti della gente. Un giorno Fellini mi fece una confidenza. Quando monto uno spettacolo penso a Trapani e Falqui, non scadevano mai nel volgare. Il pubblico avverte quando fai una cosa in cui credi…». Una sorpresa, una collega, una breve conversazione telefonica, uno scoop. E l’artista di “Erba di casa mia” e “Perdere l’amore”, non si scompone, accetta il “botta e risposta”.

 

«Portavo in giro il “Pulcinella” di Maurizio Scaparro. Federico Fellini era in platea, fra il pubblico, una cosa che mi confuse dall’emozione: finito lo spettacolo il Maestro mi si avvicinò e mi disse “bello il teatro, peccato che poi si apra il sipario…”». Massimo Ranieri, una intervista al volo, mentre si accinge ad entrare in un teatro per uno dei tanti spettacoli in allestimento. Questo breve “botta e risposta” telefonico, cominciato in un taxi che accompagna l’artista dall’albergo al teatro, ha un nome e un cognome: Paola Pezzolla, discografico prima, addetto stampa di artisti di grande spessore poi. «Gli amici a questo servono…», avrebbero sottolineato Garinei e Giovannini riprendendo una battuta di uno dei loro spettacoli di successo (Aggiungi un posto a tavola).

Dire Ranieri è un po’ come sfogliare un interminabile album di canzoni sempreverdi, “Erba di casa mia”, “Vent’anni”, “Rose rosse”, “Perdere l’amore”, “Ti parlerò d’amore”. Poi, Ranieri e il teatro, da “Barnum” a “Rinaldo in campo”, lo stesso “Pulcinella”, e cinema, da “Metello” a “Salvo D’Acquisto”. Le regie televisive e quelle teatrali. Una storia interminabile. Dunque, grazie a Paola, collega ai tempi delle radio. Una che non dimentica facilmente, tanto che se la senti quasi per errore, e sottolineiamo “quasi”, e ci dà modo di scambiare “due battute due” con uno degli ultimi grandi del nostro spettacolo, il minimo è ringraziarla per averti dato modo di realizzare uno “scoop”.

 

IMMENSO FELLINI!

L’aneddoto su Fellini, si diceva. Ranieri lo completa. «Con quella battuta, “Peccato che poi si apra il sipario…”, il più grande regista italiano di tutti i tempi aveva sottolineato la fase più bella del nostro lavoro: le prove; ciò significa il sudore, quando un giorno dopo l’altro costruisci e monti uno spettacolo. E’ in quell’occasione che un attore compie il massimo sforzo, dà fondo a qualsiasi energia».

Poi l’impatto col pubblico, il momento in cui registri le sue reazioni. «In tutti questi anni ho maturato una convinzione: trascini dalla tua parte gli spettatori nell’unico modo di cui disponi, cioè trasmettendo la sensazione che credi in assoluto a quello che stai facendo e il modo in cui lo fai; diversamente, puoi anche inventarti di tutto, non funzionerà mai».

Com’é cambiato lo spettacolo, a cominciare dalla tv. «Tanto, cominciamo dalla tv, peggiorata per certi versi. Oggi, quello che una volta era il piccolo schermo, dà l’idea di essere un elettrodomestico, proprio come un frigorifero: apri e, a tuo piacimento, prendi quello che ti va. Ce n’è per tutti i gusti, ognuno ha la trasmissione su misura, proprio come fosse un prodotto alimentare».

 

CHIAMATEMI “NOSTALGICO”…

Una volta non era così. «Scusate se faccio il nostalgico, ma non ci sono più i registi di una volta, Antonello Falqui ed Enzo Trapani, per esempio. Facevano televisione pensando al teatro. Costruivano, per intenderci, una cornice nella quale metterci uno show: la tv, dunque, era una sfilata di buon gusto, dagli autori agli interpreti, non scadevano mai nel volgare. Scusate la presunzione, mi sento di essere stato un allievo di quella scuola, di quel modo di fare spettacolo. E non lo nascondo, quando penso a un programma televisivo o a un tour penso a cosa avrebbero fatto loro, Falqui e Trapani, se fossero stati al mio posto. E, allora, curo tutto nei minimi particolari: scenografia, coreografie, luci, canzoni. Ogni volta che parto nell’allestimento di uno spettacolo è un po’ come tornare fra i banchi di scuola a svolgere un componimento. E quando il pubblico ti assegna un bel voto, torno a casa soddisfatto, perché ho fatto bene il mio lavoro».

Facciamo i provinciali, gli chiediamo del rapporto con Taranto. «Non immaginate quante passioni mi leghino a questa terra: fra queste, il ricordo di mio padre che oggi non c’è più: a Taranto sarebbe tornato volentieri per una “carrambàta”, lui che in questa splendida città aveva fatto il servizio di leva, tanto da conoscerne a memoria le bellezze e luoghi di una città eterna per la sua grande storia. Quando passo da Taranto, confesso, il mio cuore pompa grande passione».

Un tetto a papà e mamma

“Joy’s Home”, l’ultima idea dell’associazione Mister Sorriso

I volontari hanno lanciato un altro progetto. In accordo con “bed and breakfast” nelle vicinanze del SS. Annunziata, ospitano i genitori dei piccoli ricoverati nel reparto di oncoematologia “Nadia Toffa”. Ma i volontari del sorriso non si fermano qui, hanno attivato un “parco della gioia” e sensibilizzato 

 

Da anni impegnata nel volontariato, l’associazione Mister Sorriso – Volontari della gioia. Ha organizzato di tutto. Gli associati li trovi ovunque, indossano un camice e un naso rosso, ispirandosi alla figura del medico dei medici, Patch Adams. E soprattutto provano a strappare un sorriso ai piccoli ricoverati nel reparto di Oncoematologia.

Non si fermano un attimo, per loro il volontariato è una missione quotidiana. Si spendono ogni giorno, si attivano e studiano come possano dare serenità ai bambini ricoverati a Taranto e speranza ai loro genitori.

L’ultima idea messa in cantiere da Claudio Papa e i suoi amici in questa straordinaria avventura di volontariato è quella di mettere a disposizione delle famiglie costrette a spostarsi un tetto. Dare ai genitori una casa che permetta loro di affrontare con serenità il percorso ospedaliero dei propri figli senza doversi fare carico di spese alla lunga insostenibile.

 

OSPITARE I GENITORI DEI PICCOLI

L’ultimo progetto di Mister Sorriso in ordine di tempo, è lo “Joy’s Home”. Non una casa, ma una serie di appartamenti e camere messi a disposizione da vari B&B tarantini nelle vicinanze dell’ospedale Santissima Annunziata. Appartamenti utili a ospitare gratuitamente le famiglie provenienti da fuori Taranto che seguono i loro piccoli in cura nel reparto di oncoematologia pediatrica “Nadia Toffa”.

Questi “volontari della gioia”, si diceva, da anni sono impegnati nel sostenere  quanti affrontano le cure e le terapie dei bambini malati oncologici. È la stessa associazione tarantina a farsi carico delle spese grazie a propri fondi e a una convenzione con le strutture. Lo scopo è alleviare le difficoltà nel trovare e intervenire nelle spese di un alloggio che permetta al nucleo familiare di rimanere unito, durante i ricoveri o le terapie dei bambini, che spesso durano diversi giorni.

I Volontari della Gioia di Mister Sorriso con il loro naso rosso, si armano di coraggio, impegno, dedizione e soprattutto tanto Amore. Il loro impegno è quello di operare in un contesto spesso triste e sicuramente monotono come quello dei reparti di un ospedale. Il loro tocco di colore serve delicatamente a rimuovere, anche solo per pochi istanti, il buio e la paura che traspare dagli occhi e dal cuore di chi si trova in situazione di sofferenza.

 

NON SOLO “JOY’S HOME”

“Joy’s Home” è solo l’ultimo dei progetti di Mister Sorriso. Prima di questo impegno, i volontari hanno realizzato “Il Parco della Gioia”, primo parco inclusivo, realizzato a Taranto (zona Pezzavilla, Lama) per i bambini diversamente abili e normodotati. Un progetto di inclusione sociale pensato per i bambini di tutte le età e senza distinzione di abilità fisica e mentale. I piccoli, dicono gli associati di Mister Sorriso, devono giocare insieme: su strutture innovative, con pannelli sensoriali, giochi di colori e percorsi tattili e sui quali va stampato il loro più bel sorriso di gioia.

Il progetto, inoltre, si rivolge anche ai genitori dei bambini che lo fruiscono e che hanno voglia di  incontrarsi mettendo in secondo piano la differenza. Altro progetto, “l’orAmica”. Campagna di sensibilizzazione delle attività commerciali e venire incontro alle persone autistiche e alle loro famiglie. I commercianti vengono sensibilizzati sulle difficoltà che incontrano queste persone quando si recano in questi luoghi per fare shopping, trasformando un’esperienza tranquilla in qualcosa talvolta di complicato da gestire.

L’invito di Mister Sorriso, in definitiva, è quello di migliorare la vita di chi è affetto da autismo e di chi è accanto a loro, cercando il più possibile di adeguare gli spazi commerciali alle loro esigenze.

«Partire dal basso…»

Maleh, le origini, il sudore e l’azzurro italiano

«Ho affrontato mille sacrifici e ancora dovrò farne. Genitori e parenti marocchini, ma i miei amici sono tutti di qui. Sono cresciuto fra Cesena e Ravenna, poi mi hanno voluto a Firenze. Gioco a Venezia, spero di contribuire alla promozione in serie A. La telefonata del tecnico della Nazionale Under 21: te la senti di indossare questa maglia? Mister, e me lo chiede?»

«Sono nato in Italia, a Castel San Pietro Terme, vicino Bologna, genitori e parenti marocchini, tutti i miei amici sono italiani». Youssef Maleh, ventuno anni, calciatore di belle speranze, sta costruendo il suo futuro con mille sacrifici. Ne parla con l’orgoglio delle sue radici, forte anche dell’affetto che lo circonda, lo stesso che amici e compagni di squadra non gli hanno mai fatto mancare. Di proprietà della Fiorentina, dove presumibilmente tornerà a fine stagione, gioca nel Venezia, squadra che si sta battendo per conseguire la promozione in serie A. E anche su questo, Youssuf dimostra tutta la sua maturità. «Ho cominciato a dare i primi calci al pallone con il Cesena, poi giocato nel Ravenna, squadra nella quale a diciannove anni ho debuttato fra i professionisti; da due anni gioco a Venezia, anche se un contratto mi lega alla Fiorentina… ».

Venezia, Firenze. «Cosa posso chiedere di più alla vita: quando parenti e amici mi chiedono come stia vivendo questo momento, rispondo che ho fatto della mia passione il mio lavoro e sapere che presente e futuro professionale oscillano fra due delle città più belle al mondo, mi riempie di gioia; quanta bellezza e quanta cultura…».

 

BELLA FIRENZE, MA…

Youssef, nato in un borgo a pochi chilometri da Bologna, si è visto proiettato nel giro di qualche anno in una dimensione da favola. Oltre a giocare in serie C, poi in B, pensando alla serie A, ha risposto con entusiasmo alla convocazione in Nazionale azzurra, altra grande soddisfazione. «Da non crederci – spiega – anche se non nascondo che per arrivare fino a questo obiettivo, ho dovuto compiere mille sacrifici». Non affonda il colpo, ma fa comprendere il suo punto di vista. «La mia vita è proiettata dal basso, credo che questa sia la molla che deve motivarmi giorno dopo giorno per non fermarmi: dal primo giorno che ho pensato a quante e quali soddisfazioni avrebbe potuto darmi il calcio, sono stato sempre fra i più puntuali a presentarmi agli allenamenti, l’ultimo ad abbandonare il terreno di gioco dopo le rifiniture…». In queste battute la sua filosofia: aggredire con grande passione l’attività ed essere l’ultimo ad abbandonare il campo con una maglia sudata, segno che ha spremuto tutta la sua generosità.

Oggi, Maleh, è un bell’esempio per i suoi connazionali. A gennaio ha firmato un contratto di cinque anni con la Fiorentina, così presumibilmente dal prossimo giugno si aggregherà alla squadra viola impegnata ad uscire dai bassifondi della classifica di serie A. Il ragazzo ventunenne è rimasto, intanto, in prestito al Venezia. Nella squadra lagunare resterà presumibilmente fino al termine della stagione.

Centrocampista mancino, origini marocchine, si diceva, ma nato in Italia nei pressi di Bologna, rilascia interviste col contagocce, ma sempre in modo ragionato. Parla del suo presente ma anche di sogni ed obiettivi futuri. «Sono partito dal basso, maturato nelle giovanili del Cesena, per poi giocare due anni a Ravenna; detto che ho ancora tanta strada da fare, guai fermarsi, per arrivare dove sono ho dovuto sudare tanto. La serie C è un campionato fisico e duro, non facile come può sembrare da fuori. Ma è un’esperienza che sento di consigliare a quanti debuttano subito in serie A. Per me è stato importante avere dei maestri: ho potuto apprendere da giocatori di maggiore esperienza con cui ho avuto la fortuna di giocare, Molinaro, Bocalon, Modolo, capitano del Venezia. Credo di poter crescere ancora tanto e cerco di migliorare col lavoro giorno dopo giorno».

 

PRIMA IN “A” CON IL VENEZIA

Ecco, il Venezia, banco di prova importantissimo. Se la serie C è un campionato fisico, la B è un misto di fisicità e tecnica, considerando che in A si arriva con la qualità. «Da due anni gioco a Venezia, una delle città più belle al mondo, qualcosa che a me trasmette tanta serenità. Vado allo stadio in vaporetto, basta farci l’abitudine. Con mister Dionisi, oggi tecnico dell’Empoli, ho un grande rapporto, sono cresciuto tantissimo grazie a lui, anche dal punto di vista offensivo. Ringrazio anche mister Zanetti: questo è l’anno della mia consacrazione in B, lui mi ha trasmesso la voglia di vincere e non mollare mai. Una persona che dice sempre ciò che pensa, non può che farti crescere tantissimo». Youssef, origini marocchine. «Ma mi sento italianissimo. La scorsa estate mi ha chiamato Paolo Nicolato, tecnico dell’Under 21: nell’occasione mi chiese se fossi stato convinto di poter giocare per gli Azzurri: nemmeno un’ombra di dubbio, indosso la maglia dell’Italia con orgoglio». Ragazzo assennato, tanti sacrifici alle spalle e qualcuno ancora da compiere, considera un obiettivo per volta. «Il prossimo è quello di lottare con il Venezia e raggiungere la promozione in serie A».