«Mille scuse, è il minimo…»

Antonello Venditti, in concerto a Barletta, non volendo offende una ragazza disabile

Mentre spiegava un aneddoto, è stato interrotto. L’artista di “Roma Capoccia” sulle prime ha interpretato male dei versi, poi si è scusato. «Mi metterei a piangere, mi dispiace tantissimo, non sono un mostro», si è giustificato sui social. «Con l’artista ci siamo chiariti: continuiamo ad essere tutti suoi grandi fan», la risposta dei genitori

 

Non dovrebbe accadere, ma succede. Quando poi accade a un intellettuale come Antonello Venditti, che di mestiere fa il cantautore, uno che lavora con le parole, e nell’impegno per le fasce deboli si è molto speso, specie agli inizi del suo percorso artistico, un ascoltatore, un lettore non può che restare basito.

E’ successo durante un concerto dell’artista di “Roma capoccia”, “Compagno di scuola” e “Notte prima degli esami”, per citare qualche titolo sparso qua e là, svoltosi a Barletta. In Puglia, spesso ospite con i suoi concerti, sempre acclamati, ad un certo punto si è lasciato andare ad un commento ingenuo. Ingenuo perché non ha nemmeno avuto il tempo di riflettere, pensare che di fronte a lui non ci fosse uno spettatore in vena di polemizzare, ma una persona speciale, una ragazza portatrice di handicap come si è saputo quasi subito.

 

 

VENDITTI DI SASSO…

Venditti è rimasto di ghiaccio, dopo qualche istante dalla sua battuta pesante, rivolta a una «normale persona ineducata», si è reso conto di quanto stesse accadendo. Il pubblico si agitava, rimproverava a Venditti, che poco per volta stava rimettendo insieme i tasselli di quella topica, un atteggiamento discriminatorio. Qualcuno gli ha urlato di vergognarsi quando. Una reazione di pancia, che ci può stare. Come, però, ci può stare che “Core de Roma”, impegnato in una breve introduzione di una sua canzone, senta qualcuno che interloquisce con lui, interrompendolo – per quanto si è scoperto poco dopo – per un eccesso di entusiasmo, di grande euforia per avere non lontano il suo beniamino.

La notizia riportata dall’agenzia Ansa, a firma del corrispondente Vincenzo Chiumarulo, ha cominciato a circolare ovunque. Fra le altre agenzie, i siti, i giornali, qualsiasi social. Tutto, però, dopo le spiegazioni di rito, sembra sia andato a posto. Probabilmente anche ad una velocità impensabile, considerando che le notizie vanno come saette. Così il popolare artista romano, nato al Folkstudio insieme con Francesco De Gregori e Giorgio Locascio, è finito in un inferno di polemiche. Motivo principale: avere insultato una fan disabile che, non volendo, lo aveva interrotto durante il suo concerto a Barletta.

 

«SALI, SE HAI CORAGGIO!»

Venditti era intento a raccontare un aneddoto della sua vita quando dalla platea ha cominciato a sentire parole incomprensibili, pronunciate da qualcuno non distante e fra il pubblico. Reazione dell’artista? Inelegantemente ha iniziato a rifare il verso a quella ragazza, a due passi, e invitandola a salire sul palco «…se hai coraggio!». Apriti cielo. Non appena gli è stato fatto notare che si trattava di una persona “speciale”, ovvero con disabilità, ha risposto, non rendendosi ancora conto della gravità alla quale stava andando incontro. «Ho capito, è un ragazzo speciale che deve imparare l’educazione: non esistono ragazzi speciali, l’educazione è una cosa». Ma, come in tutte le “stories” moderne, ecco un video, uno dei tanti. A chi aveva in pugno il cellulare non pensava che stesse immortalando una gaffe del suo artista preferito.

E, allora, la ripresa è diventata in breve virale suscitando, compresa la risposta dell’intero web, che non va mai tanto per il sottile. Come dicono in molti, il web è tranchant, così l’indignazione non ha tardato ad arrivare: «Vergogna!», il commento più ricorrente. In tanti hanno descritto la sfortunata ragazza, che non riesce ad esprimersi come vorrebbe e che quando è felice si esprime a gesti e, come può, a versi. Da lì a breve, quando Venditti ha compreso l’enorme gaffe, ha rimediato in tempi brevi.

 

 

«SONO DISTRUTTO!»

Ha postato un video su Facebook utilizzando queste parole. «Mi metterei a piangere, mi dispiace tantissimo – ha detto – non sono un mostro, sta montando una polemica stupida per chi mi conosce; ho sbagliato – si appella Venditti – ho sbagliato perché nel buio non mi sono accorto della ragazza; pensavo a una contestazione politica, così ho risposto in maniera molto violenta a questa ragazza che certamente non volevo offendere e mai avrei offeso». «Sono sconvolto – ha ripreso – tutti sanno quanto voglio bene ai “ragazzi speciali”, possono testimoniarlo quanti vengono ai miei concerti».

Nel botta e risposta, sono intervenuti anche i genitori della ragazza in questione. «Con Venditti ci siamo chiariti: per noi e nostra figlia il problema non sussiste; abbiamo capito immediatamente che si era trattato di una incomprensione, ingigantita dai social: ci ha chiamato lo stesso Venditti, che si è scusato, è stato gentile e affettuoso con noi e con nostra figlia; nessun dubbio: continuiamo ad essere tutti suoi grandi fan».

L’estate sta finendo…

Vistoso calo dei profitti, specie nella categoria “balneari”

Il sindacato di categoria lancia un appello. Ma i privati non possono far fonte da soli ad inflazione e pressione fiscale. Occorre ripartire non appena questa stagione arida di soddisfazioni sarà finita. Si calcola una perdita di circa quaranta milioni di euro nella sola Puglia

 

Calo di presenze di turisti a luglio e agosto. Soprattutto al Sud, con particolare riferimento alle località balneari. Mancano dati ufficiali sulla stagione turistica in corso, ma è certo che dopo il boom dello scorso anno l’ “industria delle vacanze” ha cominciato a fornire i primi segnali preoccupanti. Si parla addirittura, in Puglia, di una perdita secca di quaranta milioni di euro. Staremo a vedere a fine stagione.

Insomma, detto di alcuni exploit, come la promozione del G7, le successive vacanze della premier Giorgia Meloni in Salento, quella attuale – a meno di impennate dell’ultima ora, ma questo accade solo nelle favole – questa è un’estate da dimenticare. In Puglia i primi riscontri su quella che è la tanto attesa stagione balneare dicono che quanto riportiamo pareva scritto fin dal mese di giugno, vale a dire presenze in spiaggia in caduta libera.

 

 

SINDACATO BALNEARI, «SOFFRIAMO!»

Ci sono anche cifre, quelle già manifestate dal SIB, il Sindacato italiano balneari che quantifica la flessione con una forbice che oscilla dal 20% al 30% rispetto allo scorso anno. Praticamente una perdita, si diceva, pari a circa 40 milioni di euro. Numeri che mettono in allarme quanti operano nel settore e che insistono sulla necessità della liberalizzazione delle concessioni che avrebbe provocato danno a tutto il settore. Alla luce della proiezione di queste cifre, appare evidente che l’ipotesi di un recupero in coda all’estate sia pura teoria. Dopo un successo clamoroso, seppure meritato degli ultimi anni, oggi la Puglia è  piegata su se stessa.

«Noi siamo le antenne dell’economia italiana – dichiara il presidente nazionale SIB, Antonio Capacchione – è la nostra categoria a percepire ogni minima flessione della capacità di spesa delle famiglie e le cause che stanno alla base del fenomeno; proprio le famiglie della classe media sono le grandi assenti nei lidi, vale a dire la parte di quella clientela che ci forniva maggiori certezze; pertanto, mancando l’elemento che negli anni ha dato sicurezza e solidità alle nostre aziende, ecco che abbiamo registrato il complicarsi delle cose che ci consentivano risultati sempre più incoraggianti dopo la sciagura della pandemia».

 

 

INFLAZIONE E PRESSIONE FISCALE…

Inflazione e incremento della pressione fiscale, le maggiori cause che hanno tenuto lontane le famiglie dai lidi. Con l’inflazione sono aumentati i prezzi dei prodotti, dal cibo all’energia elettrica, ai carburanti, ma anche dei servizi.

Sul calo del turismo in Puglia, è intervenuta l’ex ambasciatrice della Puglia, Nancy Dell’Olio, che in una intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno ha dichiarato che «lusso non significa solo alzare i prezzi, ma offrire qualità»

«Il calo d’affluenza – ha ripreso la Dell’Olio – nei lidi pugliesi è riconducibile alla denuncia dei balneari; anche le strutture ricettive hanno subito una flessione – tanto che sposa la tesi del presidente SIB – perché il potere d’acquisto delle famiglie italiane è sceso: le performance negative, tra fine luglio e agosto – prosegue l’ex ambasciatrice della Puglia – hanno interessato anche il segmento lusso, così la mancata programmazione della politica regionale si riversa sulla tenuta del settore tanto da manifestare segnali di una bolla a rischio esplosione: senza manager competenti il brand-Puglia finisce per distruggersi».

 

 

L’ESTATE STA FINENDO…

Ma a meno di un miracolo, la Puglia difficilmente ripianerà seppure parzialmente le cifre che raccontano un’estate all’insegna dell’austerità. Programmazione, questa dovrà essere la parola d’ordine dalla quale i nostri manager e i nostri politici dovranno ripartire. Non possono farsi carico del brand solo i privati. C’è chi ha compiuto fior di investimenti nella promozione di alberghi e masserie, per giunta di altissimo profilo, senza avere quegli strumenti di richiamo a fare da contorno. La Puglia non è solo “sole, mare e sabbia”. E’ anche entroterra, masserie appunto, trulli, verde, gastronomia. Ecco da dove ripartire non appena questa stagione avrà fatto scorrere i titoli di coda ad un’estate che prometteva, ma che non ha…mantenuto.

“La storia siamo noi…”

Internazionalitalia, le ragazze del volley scrivono una grande pagina di sport e di vita

Origini ivoriane e nigeriane, russe e tedesche. L’abbraccio è uno solo, come l’inno che le eroiche giocatrici guidate dall’argentino Julio Velasco, intonano al momento della consegna della medaglia d’oro. E Paola Egonu infligge una “mazzata” al razzismo

 

Myriam Sylla, origini ivoriane, Loveth Omoruyi e Paola Egonu nigeriane, Sarah Fahr tedesche, Ekaterina Antropova russe. Cinque delle campionesse olimpiche di volley, la nazionale femminile che ci ha fatto sognare portandoci domenica scorsa all’ora di pranzo sul podio più alto di Parigi conquistando l’oro, hanno origini straniere. La cosa più bella alla chiusura del terzo set contro gli Stati Uniti schiacciati 3-0 (un solo set perso nella serie di incontri a cinque cerchi), l’abbraccio, il pianto e l’emozione condivisa fra le ragazze ed esteso a tutti i livelli. Eroiche, imbattibili, la squadra azzurra da oggi chiamatela InternazionaIitalia! E al diavolo quelle due, tre sciocchezze che avevano più che il sapore, la puzza di un gettare messaggi razzisti. Perfino il direttore di un quotidiano italiano dal taglio politico in un programma si era rimangiato il titolo fatto due anni fa nel quale il suo giornale scriveva a caratteri cubitali qualcosa di simile come “Egonu va via? Meglio, ce la togliamo dalle scatole”. E, invece, Paola, big Paola agli americani – che vivono da una vita l’insieme dei vari colori di pelle – gli ha fatto la festa con quelle “mazzate” (le schiacciate nel volley) che scuotevano il palazzetto e le nostre tv. E il tecnico, il coach, il capitano non giocatore, il condottiero? Origini straniere anche lui, nato in Argentina, Julio Velasco è naturalizzato italiano.

 

 

ORIGINI STRANIERE, ORGOGLIO ITALIANO

Origini straniere, cinque su dodici, panchina compresa. Una bella media, non c’è che dire. Era necessaria una squadra femminile e un nocchiero in panchina come lui, Velasco, che la panchina l’ha scaldata appena (tanto era in piedi…) per spingersi in quell’impresa mai riuscita prima.

A Parigi, nel giorno del sipario sui Giochi olimpici, l’Italia piazza il colpo di scena finale. E che mazzata: le azzurre del volley sono le nuove campionesse olimpiche. Coincide con la medaglia numero quaranta della spedizione italiana in Francia. Un oro preziosissimo che non ha precedenti. In un’Arena Sud le nostre ragazze annientano le americane con un secco 3-0. Un match mai in discussione, gestito di testa e fisico, e che ha trovato nella grande Paola Egonu la stella di un firmamento fatto di comprimarie: brave tutte, nessuna esclusa. Neppure le ragazze in tuta estromesse dalla formazione. Erano in campo anche loro, soffrivano quanto le loro compagne che non hanno mai smesso di dare tutto, anche di più.

Ventidue punti per la Egonu, premiata come “la giocatrice più forte al mondo”. Però, a detta della stessa ciclopica Paola, questa è stata la vittoria di un’intera squadra. Come fosse quella strofa che ci ha perseguitati ovunque durante gli Europei, “la storia siamo noi, nessuno si senta offeso”. Sembra quasi che Francesco De Gregori l’abbia scritta per le nostre ragazze. Le americane, sportive, a fine gara non hanno potuto che prendere atto dalla superiorità delle italiane. I-ta-lia-ne, chiaro no?

 

 

MAMELI, TUTTE INSIEME!

La cima dell’Olimpo adesso è azzurra. Ce l’ha fatta il grande Julio, a settantadue anni, con le sue ragazze, lui che purtroppo aveva mancato l’appuntamento la squadra più maschile più forte del secolo, ma che non riuscì a ripetersi dopo i campionati del mondo, conquistando l’argento ad Atlanta nel 1996.

Velasco aveva ereditato questa squadra dopo i saluti di Davide Mazzanti nell’ottobre dello scorso anno. Julio si è rimboccato le maniche nonostante il poco tempo a disposizione, l’ha costruita come solo lui sa fare, guardando “a quello che si è fatto e non a quello che si dovrà fare”.

Salgono tutte sul podio. Dall’Italia giungono immediati i complimenti del presidente Sergio Mattarella e della premier Giorgia Meloni, che hanno assistito in tv, non senza emozionarsi, le gesta eroiche del sestetto azzurro. Sullo scalino più alto salgono le ragazze della nuova Italia. L’inno nazionale lo cantano tutte. Abbiamo l’impressione che anche le statunitensi conoscano l’inno italiano e quasi accompagnino le note di Mameli insieme alle vincitrici. Diteci voi se non è il giorno nel quale viene scritta finalmente una pagina bellissima di sport e di vita. La Nazionalitalia che batte le avversarie e il razzismo. Grazie a tutte!

Kimia, prima per distacco

L’atleta afghana, ultima nelle qualificazioni, vince per coraggio

Mostra al mondo intero un messaggio a favore delle donne del suo Paese contro la repressione del governo dei talebani: educazione e diritti. Non è salita sul podio insieme alle donne più veloci del mondo, ma ha corso con un peso sulle spalle che molte sue colleghe non avevano. A lei va la nostra riconoscenza. Un gesto che la spinge sul gradino più alto dell’intera Olimpiade

 

Ultima nelle qualificazioni alla finale dei cento metri, prima nel coraggio. Kimia Yousofi, fra i sei atleti in gara alle Olimpiadi di Parigi per la Nazionale dell’Afghanistan, mostra il suo volto contrito. E’ triste, fra il temere ripercussioni una volta tornata nel suo Paese o approfittare di quell’occasione, unica, per lanciare un messaggio, non ci pensa su due volte. Ora o mai più, dice a se stessa, così tira fuori quel messaggio che ha scritto velocemente e di nascosto sul retro del suo pettorale, per mostrarlo al mondo intero: “Educazione” e “I nostri diritti”. In una sola parola, “Rispetto”.

In Afghanistan le donne hanno pagato (e continuano a farlo) un prezzo esagerato da quando, nell’agosto di tre anni fa, i talebani sono tornati al potere. Secondo un rapporto delle Nazioni unite, è bene ricordarlo, sostiene che l’Afghanistan è, al mondo, il Paese più repressivo per le donne, che vengono private di ogni diritto.

 

 

«VOGLIAMO I DIRITTI FONDAMENTALI!»

Penso di sentirmi responsabile per le ragazze afghane perché non possono parlare – ha dichiarato a fine gara Yousofi – non sono un politico, dico e faccio solo quanto ritengo sia giusto: posso parlare con i gli organi di informazione; dare voce delle ragazze afghane; dire alle persone cosa, queste, chiedono: vogliono diritti fondamentali, istruzione e sport».

“Educazione”, “Sport” e “I nostri diritti”, si diceva. Le parole di Kimia Yousofi, non sono, dunque, destinate alle sole donne afghane, ma a tutte quelle donne i cui diritti vengono negati, calpestati in ogni parte del mondo. Sono giunte quando meno te lo aspetti, venerdì 2 agosto, nei preliminari della gara dei 100 metri femminili. Questa gara ha un senso: è destinata alle atlete e agli atleti dei Paesi più piccoli (o più poveri) che non hanno possibilità di svolgere attività agonistiche sostenendo i talenti sportivi. Così, grazie a questa gara, Kimia è riuscita a protestare con grande coraggio contro l’oppressione delle donne sostenuta dal regime talebano in Afghanistan. Non è un caso che gli stessi talebani, pare, non volessero che Kimia fosse lì.

 

 

KIMIA, LA PIU’ GRANDE

Prima della nascita di Kimia, i genitori di Yousofi sono scappati dall’Afghanistan e hanno cresciuto lei e i suoi tre fratelli in Iran. Nel 2012, a 16 anni, Yousofi ha partecipato alle selezioni riservate alle ragazze immigrate in Iran. Nel 2016, nel periodo in cui i talebani erano esclusi dal potere, Kimia è tornata in Afghanistan per allenarsi e avere la possibilità di rappresentare il Paese alle Olimpiadi del 2016. Quelli di Parigi sono i suoi terzi Giochi.

Dopo che i talebani sono tornati al governo è fuggita in Australia con l’aiuto del Comitato Olimpico Internazionale. A Sydney ha cercato di migliorare la sua conoscenza dell’inglese e finite le competizioni di Parigi inizierà a cercarsi un lavoro. Se lo avesse già fatto avrebbe potuto gareggiare con la squadra olimpica dei rifugiati, ma il suo obiettivo era rappresentare l’Afghanistan, con il desiderio di dare voce a chi non ne ha una, le donne del suo Paese.

Non è salita sul podio insieme alle donne più veloci del mondo, ma ha corso con un peso sulle spalle che molte sue colleghe non avevano. A lei va la nostra riconoscenza, il più grande applauso (purtroppo solo virtuale) per essere campionessa di coraggio, con un gesto che la spinge sul gradino più alto dell’intera Olimpiade.

 

Taranto, un inferno

Torna l’incubo Lido Silvana

Ventiquattro anni fa rasa al suolo da fuoco e fiamme l’intera pineta. Nel pomeriggio di ieri, la stessa paura. Minacciato non solo il verde, ma abitazioni e mezzi parcheggiati sul litorale. In fuga bagnanti e turisti. Nel primo pomeriggio si alza una coltre di fumo e fiamme da San Vito, che interessa anche Lama. A seguire la Marina di Pulsano

 

Taranto, torna l’incubo-Lido Silvana. Non solo, oltre a riportare l’incendio di vaste proporzioni di venticinque anni fa, stavolta le fiamme – se dolose, questo lo confermerà un’indagine già aperta dalla Procura di Taranto – hanno interessato anche i quartieri cittadini di Lama e San Vito, zone adiacenti unite stavolta dalla stessa sciagura. Le fiammo divampate nel tardo pomeriggio e propagatesi a causa del vento, hanno provocato anche stavolta danni ingenti. Bagnanti e turisti in fuga, abitanti della zona hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni minacciate dalle fiamme.

Così, dopo quello di Lama-San Vito, ecco palesarsi uno spettro vissuto in un’altra calda estate, nel 2001: un altro grave incendio che si propaga stavolta nelle campagne della Litoranea salentina, in particolare, si diceva, in quel tratto maledetto che segnò la fine di uno dei polmoni verdi di cui la nostra provincia andava fiera:  Lido Silvana.

 

 

MARTEDI’ POMERIGGIO LA PAURA

Le fiamme, a partire dal tardo pomeriggio, in principio hanno prodotto una densa coltre di fumo che di fatto ha subito reso l’aria irrespirabile, avvolgendo gli abitanti in una pericolosa morsa di fuoco e fiamme. Molti i bagnanti costretti a lasciare le spiagge a causa del fumo denso e dalle fiamme che ha interessato la zona. Le fiamme, col passare del tempo, guadagnavano metri, decine, a centinaia, con un violento incedere fino a raggiungere la strada, provocando gravi difficoltà ai primi mezzi di soccorso che hanno risposto con sollecitudine all’allarme lanciato da abitanti della zona, bagnanti e turisti.

Le prime operazioni di soccorso sono state difficoltose. Subito a rischio i mezzi (auto, moto, scooter), parcheggiati sulla Litoranea. Come si diceva, nell’estate del 2001, precisamente il 25 giugno di ventiquattro anni fa, un vasto incendio distrusse la pineta di Lido Silvana, orgoglio e vanto dell’intera provincia. Migliaia furono gli alberi e le decine di ettari di macchia mediterranea quel giorno andati letteralmente in fumo. Quanto accaduto nel pomeriggio di martedì pomeriggio hanno evocato ore drammatiche vissute allora.

 

 

DOPO LAMA E SAN VITO…

In questo caso, come per l’incendio sviluppatosi nel primo pomeriggio fra San Vito e Lama, il vento ha veicolato le fiamme con una velocità tale da provocare problemi alle operazioni di soccorso. Come riportava in una prima nota l’agenzia giornalistica Ansa, le fiamme hanno distrutto diversi ettari di pineta e macchia, prima di lambire case e strutture ricettive e balneari. Sul posto diversi mezzi dei Vigili del fuoco e delle Forze dell’ordine, insieme con una significativa rappresentanza della Protezione civile.

Sui “social” hanno cominciato a circolare, come consuetudine, le prime immagini del disastro: foto e video di un incendio visibile anche a chilometri di distanza. Quanto stava accadendo anche sotto gli occhi increduli e preoccupati degli automobilisti, aveva già creato apprensione tra bagnanti e residenti.

Balle spaziali

Interruzione tecnologica, mezzo mondo in crisi, sbuca una “fake news”

Per una intera giornata migliaia di persone senza voli, una disperazione esagerata. Microsoft prova a spiegare cosa è accaduto, fornisce massima assistenza. E uno smascheratore di “notizie fasulle” che fa? Si autoaccusa, così, per gioco. Felice lui…

 

Ci stiamo ancora leccando le ferite su quanto accaduto pochi giorni fa a proposito dell’interruzione tecnologica globale, legata, pare, a un aggiornamento software di “CrowdStrike” ha colpito circa otto milioni e mezzo di dispositivi Microsoft. E mentre lo facciamo, ci accorgiamo che qualcuno, un matto scatenato, uno di quelli che smascherano fake news di statura planetari, per scherzo si è addossato la colpa di quanto accaduto.

Una notizia che ha gettato la gente nel panico, considerando che dopo quanto accaduto, sono in tanti, ora, a non avere più tanta fiducia nella tecnologia a cui, prima o poi – meglio prima – bisognerà porre un freno, altrimenti andremo incontro al finimondo. Non vogliamo nemmeno avventuraci in possibili scenari, ci vengono i brividi solo a pensarci.

Questo tizio, che ha assunto il nome di Vincent Flibustier (da filibustiere, evidentemente) si cela un noto debunker belga, non certo un nuovo dipendente di “Crowdstrike”, ha scritto nei giorni scorsi a proposito di questa fake news la redazione del fatto quotidiano.

 

 

IL FATTO, FU QUESTO…

La sua specializzazione, ha scritto il quotidiano di Marco Travaglio, sarebbe proprio la lotta alle fake. Sarebbe stata proprio questa sua mania ad averlo portato a fondare un sito d’informazione satirica con l’obiettivo di smascherare una fake news dimostrando che si può veicolare una qualsiasi notizia senza lo stretto controllo della fonte.

Ma cosa era accaduto ore e ore prima che avvenisse il “crash”. A chiarire i fatti che hanno gettato nello sconforto migliaia di passeggeri, rimasti a terra perché non si capiva più nulla sulle tratte che i mezzi di trasporto avrebbero compiuto, è stata la stessa Microsoft. Prima ne ha dato notizia, poi ha divulgato un aggiornamento anche se, specifica l’azienda, non si è trattato di un incidente Microsoft. Certo è che ha avuto un impatto sull’ecosistema aziendale tanto da gettare nello sconforto otto milioni e mezzo di interessati dall’“interruzione tecnologica”. Un’inezia, se si pensa che questi oltre otto e passa milioni rappresentano un’inezia, addirittura l’1% di tutte le macchine Windows.

 

 

CHIAMALO “DISGUIDO” 

Dall’inizio dell’evento – così chiamano il grave disguido – Mcrosoft ha mantenuto una comunicazione continua con i suoi clienti, attraverso “CrowdStrike” e sviluppatori esterni per raccogliere informazioni e accelerare le soluzioni. L’azienda ha riconosciuto il disagio che questo problema ha causato alle aziende e alla routine quotidiana di molti individui. Ora, l’obiettivo è quello di fornire ai clienti guida tecnica e supporto per riportare online in sicurezza i sistemi interrotti.

Così il colosso tecnologico ha prima spiegato quanto accaduto, poi messo a disposizioni – si legge nella nota principale Microsoft – centinaia di ingegneri ed esperti per collaborare direttamente con i clienti a ripristinare i servizi. Ha, inoltre, collaborato con altri fornitori di servizi cloud e parti interessate, tra cui Google Cloud Platform e Amazon Web Services, per condividere lo stato della situazione. Tutto è andato al suo posto, tanto che l’azienda ha infine assicurato assistenza 24 ore su 24, fornendo a quanti ne hanno fatto richiesta, supporto continuo.

Ma quel filibustiere intervenuto a caldo, dopo il terremoto tecnologico. Premesso che non era stato lui a provocarlo, ha comunque cavalcato una notizia falsa cavalcandola come se fosse una delle sue fake news fino a ieri debellate.

 

 

“SONO STATO IO!”

E, invece: “Sono stato io a causare il blackout Microsoft, era il mio primo giorno di lavoro; ora mi hanno licenziato”. Questa la prima panzana di Vincent Filibustier, che ha ingannato milioni di persone. Tutto parte dalla domanda che scatena tutto il suo ragionamento a tratti cervellotico: “Oggi ho rotto Internet, che lezione ne possiamo trarre?”.

Senza portarla tanto per le lunghe, il Fatto conclude, pressappoco, con un “Missione raggiunta” e una cascata di cifre. Quarantacinque milioni di visualizzazioni, quattrocentomila mi piace, quarantamila retweet e tremila commenti. Insomma, una controfake. Un bel successo, solo che adesso il Filbustier, attenzione “omen nomen”, avrà perso una certa credibilità con i suoi sostenitori. A partire dalle sue prossime considerazioni, i suoi iscritti vorranno capire se quelle notizie sono sassolini o pepite. Beh, il nostro ha voluto quei cinque minuti di popolarità di cui Wharol aveva spesso parlato, adesso se li tenga stretti.

Caldo africano, si salvi chi può!

Oggi e domani si sfiorano i 42° all’ombra

Non uscite da casa. Specie i più anziani, dunque bevete tanto. A risentirne di più è la campagna. Ma non si può far pesare addosso a ragazzi, africani il più delle volte, la necessità di fare i raccolti. La situazione appare disperata, proviamo a salvarci con qualche dotta citazione

 

Coraggio, il meglio è passato. Diceva Ennio Flaiano, grande sceneggiatore e scrittore. L’aforisma, uno dei tanti, straordinario, è applicabile a qualsiasi circostanza, tant’è che noi lo usiamo per commentare le ultime previsioni metereologiche che vedono il Sud, la Puglia, Taranto in particolare, ancora una volta indicati come luoghi di sofferenza a causa del caldo.

L’altro giorno, per dirne una, la canicola abbattutasi sul nostro Paese è arrivata a mietere tre vittime. Detto del profondo dolore per la scomparsa di tre persone, aggiungiamo anche che con tutta quella calura pensavamo peggio. Nel senso che un caldo del genere, mai registrato in modo così assiduo, non lo avevamo mai avuto. Qualcuno scomoda vecchie statistiche, quando si parlava (e scriveva) di caldo record. Ecco, era un record, come a dire che toccata la punta massima, si tornava indietro, a temperature più miti.

 

 

SITUAZIONE COMPLICATA

Qui, invece, la situazione è terribile. A Taranto sta abbattersi un’altra delle temperature più cocenti degli ultimi giorni: un brutto 42° all’ombra. Lo scrive l’agenzia Ansa, che ha sentito Antonio Sanò, fondatore del sito www.iLMeteo.it che annuncia un ulteriore rafforzamento dell’anticiclone africano, non solo sull’Italia ma su tutta l’Europa.

Praticamente: non uscite da casa, specie i più anziani, dunque bevete tanto. Va bene, la litania la conosciamo a memoria. E poi? Se le temperature fossero sempre superiori ai 35°, allora occorrerà trovare contromisure. A risentirne di più è la campagna. Ma non si può far pesare addosso a ragazzi, africani il più delle volte, la necessità di fare i raccolti.

“Anto’, fa caldo…”, recitava una pubblicità qualche anno fa. E anche quella è un ricordo. Ma ora si tratta di un’emergenza nell’emergenza. Fortuna, in Puglia, ci sono bacini d’acqua che garantiscono comunque la “materia prima” con cui soddisfare il nostro corpo che ha bisogno dai due, ai tre litri di acqua al giorno. Bere, ere, bere.

 

 

SITUAZIONE GRAVE, MA NON SERIA

La situazione è molto grave, ma purtuttavia non è seria. Sempre Flaiano. Abbiamo voluto sdrammatizzare ispirandoci al grande scrittore pescarese. Essere pessimisti, spiegava, non porta da nessuna parte, taglia le gambe e le ultime forze residue, l’ottimismo e la sdrammatizzazione tengono, invece, alto lo spirito e favoriscono le soluzioni. D’altronde – concludeva – non ci è data una scelta: si può solo andare avanti.

E allora, veniamo alle agenzie. Del comunicato Ansa abbiamo scritto. Sotto il profilo termico, aveva scritto l’agenzia giornalistica, si registreranno 42°C a Foggia e Taranto. Poi, a scendere, 41°C a Benevento, Siracusa, 40°C ad Agrigento e Ferrara, 37-38°C su Marche e Umbria e basso Veneto. A Roma, secondo Sanò, tra il 18 e il 20 luglio, arriveremo a sfiorare i 40°C, percepiti 41°C. Negli stessi giorni, anche Milano “cuocerà” con una massima di 35°C e una percepita di 39°C a causa dell’alta umidità”. E sappiamo quanta umidità sprigioni la città di Taranto.

 

 

UN ALTRO WEEK-END BOLLENTE

Questa situazione durerà almeno fino al prossimo fine-settimana. Mercoledì 17, al sud: soleggiato con caldo in intensificazione; giovedì 18, sempre al sud, tanto sole e tanto caldo. Tendenza: prosegue l’ondata di caldo africano, qualche temporale di calore sulle Alpi orientali in locale discesa verso le pianure orientali. Da queste parti, rassegniamoci, niente piogge: acqua solo dai rubinetti e dalle docce, per chi – fra l’altro – dispone di riserve d’acqua.

Dicevamo delle vittime nei giorni scorsi, tre nello stesso giorno. A Roma, un uomo, un italiano di sessantotto anni, è stato trovato morto in strada in un’area campestre utilizzata come scorciatoia tra due strade: causa del decesso un presunto arresto cardiocircolatorio per le alte temperature.

Le altre due vittime, in Puglia. Un settantenne è morto a Bari, sulla spiaggia “Pane e pomodoro” dopo aver accusato un malore dovuto al gran caldo. Infine, altro settantenne, un brindisino, è morto mentre era in acqua a “Lido Tabù” a Porto Cesareo (Lecce). La vittima si è sentita male e si è accasciata. Inutili i tentativi di rianimazione mediante il defibrillatore in dotazione allo stabilimento balneare.

«E’ la vittoria del popolo!»

Francia, alle Politiche sconfitta la Destra

Risultato inatteso. La coalizione che aveva goduto del favore degli elettori alle ultime Europee, nelle consultazioni politiche di domenica, scivola al terzo posto. Vince il Nuovo Fronte Popolare. Gioiscono in piazza, i calciatori che si erano spesi per convincere i connazionali a «pensarci bene», esultano. Fra questi, Mbappé, Thuram, Koundé e Tchouameni

  

Dalla Francia arriva un risultato che non t’aspetti. In piazza, ad ascoltare gli ultimi risultati a conferma di proiezioni che avevano dell’incredibile, scendono decine di migliaia di francesi. Al risultato definitivo la folla esplode di gioia, insieme ai fuochi d’artificio che qualcuno aveva preparato nel caso fosse successo l’imponderabile. Come in Italia, anche in Francia c’è qualcosa che somiglia al nostro scaramantico “Non succede, ma se succede…”. E, alla fine, è successo. Qualcuno, a destra, ce l’ha un po’ anche con i calciatori che dal ritiro europeo con la Nazionale (sono in semifinale, incontreranno la Spagna…) hanno fatto quello che in politica e comunicazione si chiama “endorsement”: promuovere, schierarsi, tifare, e quant’altro, per qualcuno, che sia una squadra di calcio da inconraggiare, o un politico da sostenere.

 

 

NE AVEVAMO SCRITTO…

Ne abbiamo scritto la scorsa settimana, a proposito delle dichiarazioni, principalmente giunte in Conferenza stampa dal capitano, Kylian Mbappè (famiglia originaria del Camerun), proseguendo con Marcus Thuram (il padre, campione con la Juventus e con la Nazionale frances, è nato nell’isola di Guadalupa). «Occhio alla destra – il loro messaggio – se vincessero, saremmo nei guai: siamo una società multietnica, nessuno potrà mai dividerci». Questo in sostanza l’appello ripreso da altri calciatori transalpini lo stesso giorno dal ritiro della squadra allenata da Dechamps. Lo stesso tecnico non aveva assunto una posizione chiara, riguardo ai suoi calciatori, liberi di dire ciò che gli pareva con la massima educazione. Da che parte stesse, sta, Didier? Facile da interpretare: basti pensare che in una delle prime gare nell’Europeo la Nazionale transalpina nelle battute finali di una partita ha schierato ben nove “neri” e soli due bianchi. Risposta eloquente.

 

BUONE NOTIZIE, VINCONO I “POPOLARI”

Insomma, questa la notizia: la coalizione di sinistra Nuovo Fronte Popolare vince a sorpresa le elezioni legislative in Francia. Il raggruppamento centrista di Macron arriva secondo, mentre dalla maggioranza relativa RN (Rassemblement National), la Destra francese, scivola al terzo posto.

Nel giro di pochi giorni, le urne domenica sera hanno dato torto alla politica dell’estrema destra francese, appunto il Rassemblement National, che non è riuscito a concedere il bis del primo turno, non riuscendo ad ottenere il numero di seggi nelle elezioni legislative del Paese.

Niente paura, dicono a Destra. Faranno outing per capire come mai una vittoria quasi in pugno si è trasformata in una debacle. Jordan Bardella, leader della Destra estrema, la prende sportivamente. Come insegnano i politici italiani, anche per i transalpini la sconfitta rappresenta una vittoria propedeutica per le Presidenziali che si svolgeranno fra tre anni.

 

 

E I CALCIATORI, CHE DICONO?

E i calciatori della Nazionale francese? Festeggiano il risultato delle elezioni e, allo stesso tempo, celebrano la sconfitta dell’estrema destra: “É la vittoria del popolo”. Non più due, Mbappé e Marcus Thuram (l’attaccante dell’Inter, l’altro, il fratello minore giocherà nella Juventus), bensì quattro calciatori della Francia impegnati a Euro 2024 hanno espresso, senza troppi giri di parole, la propria gioia per la sconfitta del Rassemblement National alle Politiche.

Altri due compagni di squadra, il difensore del Barcellona Jules Koundé (padre originario del Benin), e Aurelien Tchouameni (origini camerunesi), centrocampista dela Real Madrid, su “X” hanno twittato: «Il sollievo, come la preoccupazione delle ultime settimane, è immenso: congratulazioni a tutti i francesi mobilitatisi affinché questo bellissimo Paese, che è la Francia, non sia governato dall’estrema destra».

«Calcio, non è finita…»

Aldo Cazzullo provoca, i colleghi rispondono

Ottimo Fabio Caressa, che scuote. «Fate attenzione, rischiamo che il calcio diventi uno sport per ricchi e non è questo il senso dello sport…», dice. Riflessioni a voce alta di Calciomercato.com che, alla fine, provoca. C’è chi, a ragione, ironizza: «Non ci va di scappare come una volta e se vediamo un “nero italiano” ci dissociamo: ma che Paese è?»

 

«La crisi del calcio italiano è morale e culturale: la vita non è solo milioni, veline, procuratori e scommesse». Così Aldo Cazzullo, il noto giornalista del Corriere della sera, ma anche volto popolare della tv. Riporta questa e altre condivisibili considerazioni nella sua rubrica delle lettere per il quotidiano “Corriere della Sera”.

Senza giri di parole, Cazzullo mette alla berlina tutti quei soloni, quei parrucconi che in questi giorni hanno pontificato sul calcio. Tutti che spostavano i problemi, senza invece la volontà di risolverli. Le supercazzole, sia detto con tutto il rispetto di questo mondo, del presidente FIGC, Gabriele Gravina, che tra l’altro è pugliese, delle nostre parti (Castellaneta, provincia di Taranto!); o del Commissario tecnico, Luciano Spalletti. Insieme, presidente e commissario, hanno parlato dei pochi italiani presenti nelle squadre di serie A, piene invece di stranieri, troppi. Abbiate il coraggio, ammettetelo: imbottite di neri, di ragazzi che arrivano dall’Est. «E allora?», aggiungiamo noi, qual è il problema. Oltremanica non esiste forse il campionato più bello e più ricco del mondo, la Premier League? Tutti i club fatturano miliardi, reinvestono cifre spropositate, non solo nelle squadre giovanili, ma anche nelle strutture, per i piccoli, i giovani, ma anche per le gare di campionato e quelle internazionali. Funziona tutto velocemente, e alla perfezione, aggiungiamo noi. Non ci sono beghe politiche, burocrazie da snellire con bustarelle fatte passare per “consulenze”, lavori che durano un’eternità tanto da scavalcare intere generazioni.

 

 

ABBATTIAMO LE BARRIERE MENTALI

Ma grazie al Cielo, non esistono sciocche barriere. Gioca chi è bravo, non chi è raccomandato. Diciamo piuttosto che oggi, in Italia, non ci sono più gli spazi di una volta: per “fare due tiri” devi chiedere a tuo fratello maggiore, a papà, al nonno, se può accompagnarti fuori città, dove esiste ancora un campetto di calcio occupato dal compagno più disponibile. Ci sono le scuole-calcio, ma devi pagare un conto salato. In questo, Fabio Caressa, in un suo post è stato illuminante.

«Gira un mio video di dieci anni fa – dice il giornalista di Sky –  non è che io fossi Nostradamus, le cose erano già lì: ma come funzionano le scuole calcio? Sicuramente costano. Ma siamo sicuri che tutti possano mandare uno o due figli alle scuole calcio? Siamo sicuri che la forza economica non aiuti alcuni ragazzi a crescere più di altri?».

Una certa forza economica può aiutare, spiega, a fare carriera ad alcuni giocatori giovani. E questo è un grave problema perché la prima selezione diventa una “selezione sociale”. E questo non è ammissibile. Bisogna agire e in fretta, perché i risultati dimostrano che la crisi del calcio italiano è ancora molto grave. «Bisogna fare delle cose concrete – conclude Caressa – bisogna fare sistema: se continuano ad avere degli interessi delle grandi squadre e delle Federazioni le cose non possono funzionare perché il sistema è unico e quando perdiamo, perdiamo tutti».

 

MA GLI ALTRI SPORT SONO IN SALUTE!

Lo sport italiano in crisi? L’atletica azzurra ha dominato gli Europei di Roma e può fare molto bene ai Giochi di Parigi, così come il nuoto. Pallavolo e pallanuoto sono da medaglia olimpica. Abbiamo ottime sciatrici, ottime fiorettiste, ottimi tennisti. Molti sport attirano giovani disposti a sacrificarsi, a faticare, a competere, a fare squadra. Perché allora non il calcio, il nostro sport nazionale? I ragazzi non giocano più a pallone per strada, è vero. Ma non è tutto lì.

È abbastanza incredibile, ad esempio, che nel calcio non sia ancora emerso un fuoriclasse tra i milioni di nuovi italiani che innervano altri sport, si pensi al campione olimpico Marcell Jacobs e al fenomeno che avrà la sua consacrazione a Parigi, Yeman Crippa. Ma la cosa più grave è che le poche squadre italiane che hanno fatto bene nelle coppe europee in questi anni, da ultima l’Atalanta, sono composte quasi esclusivamente da stranieri.

 

 

CALCIOMERCATO.COM E CAZZULLO…

In ultimo, piccolo problema statistico, i ragazzi italiani, di cui faccio parte pure io, sono pochi. Punto. Siamo in un rapporto 2:1 con chi ci ha preceduto e, soprattutto, mentre Francia, Inghilterra, Spagna etc. etc. bilanciano la perdita con l’integrazione di giovani asiatici o africani, noi urliamo non appena viene nominato il fatto che Moise Kean è italiano.

Concludiamo con Cazzullo, il giornalista con cui abbiamo aperto questa serie di riflessioni. «Nella sua autobiografia, “Più dritti che rovesci”, Adriano Panatta – scrive il giornalista sul Corriere della sera – racconta i suoi incontri con Mina, con Paolo Villaggio, con Ugo Tognazzi, gli articoli che leggeva, i film che guardava, e aggiunge che tutto questo arricchiva il suo tennis, il suo modo di stare in campo, la sua maniera di affrontare gli avversari».

«Ragazzi, un consiglio – conclude il giornalista del Corsera – almeno il libro di Panatta, leggetelo. E in ogni caso, correte di più. Scriveva Gianni Brera — lo so che non sapete chi è —: «Puoi essere anche il Gesù Cristo del calcio sulla terra, ma se trovi un brocco disposto a correre più di te, non puoi giocare».

«Cessate il fuoco», storia infinita

Israele avanza l’ipotesi, Hamas non si fida, gli Stati Uniti nella trattativa

«Dopo aver avuto indietro i centoventi ostaggi, lo Stato di Israele tornerebbe a sparare per mietere altre decine di migliaia di vittime», dice l’organizzazione politica palestinese islamista. Complicato che possa essere posta fine al conflitto. «Abbandonati da Netanyahu, i nostri cari rischiano la vita, quando invece il leader israeliano dovrebbe essere più risoluto», dicono i parenti degli ostaggi

 

Dopo che Benjamin Netanyahu ha detto all’emittente Channel 14 che accetterà di sospendere temporaneamente i combattimenti nella Striscia di Gaza per il rilascio di alcuni ostaggi ma che non porrà fine alla guerra finché Hamas non sarà distrutto, l’Ufficio del primo ministro israeliano ha affermato che è il movimento islamista a rifiutare l’accordo di tregua e non Israele. Questa, in sostanza, la notizia diffusa dall’autorevole agenzia giornalistica Ansa.

Praticamente, Netanyahu ha fatto sapere che difficilmente mollerà la Palestina. Intanto non senza avere riportato in Israele tutti i centoventi ostaggi, vivi o morti. Secondo fonti israeliane sarebbe Hamas e non Israele ad opporsi all’accordo.

Intanto, a margine di queste dolorose scaramucce, l’intervento di un ufficiale americano che mette in guardia non solo quella fascia di territorio, ma il mondo intero: un attacco israeliano in Libano, spiega il generale americano, rischia di ampliare il conflitto. Dunque, attenzione. Monitoriamo al massimo quanto si dice in queste ore e, soprattutto, non abbassiamo la guardia. Il pericolo esiste, è concreto ed è già costato decine di migliaia di morti.

 

 

TV ISRAELIANA CRITICA…

Gli Organi di informazione israeliani non si schierano tutti dalla parte di Netanyahu, anzi. Basti considerare una delle tv più rappresentative, Channel 14, per accorgersi che i termini dell’ultima proposta israeliana di «cessate il fuoco con un accordo sugli ostaggi», presentati il mese scorso dal presidente americano Joe Biden, non chiariscono del tutto la posizione dell’attuale governo israeliano. Una tregua temporanea nella prima fase dell’accordo, sarebbe estesa a «una calma sostenibile», con eventuale «cessazione permanente delle operazioni militari e delle ostilità» in una seconda fase.

Torniamo sul tema iniziale per meglio comprendere la posizione, intransigente, di Netanyahu: la proposta israeliana pare non preveda la fine della guerra. Lo Stato ebraico, infatti, avrebbe due obiettivi: distruggere Hamas e riportare a casa tutti gli ostaggi.

A proposito degli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas. Le loro famiglie, intransigenti, criticherebbero l’operato di Netanyahu. Le dichiarazioni del leader dello Stato di Israele su un accordo di «cessate il fuoco» con gli Stati Uniti, porrebbero in serio pericolo la vita degli ostaggi.

«Condanniamo fermamente la dichiarazione del primo ministro in cui si è ritirato dalla proposta israeliana – dichiara alle agenzie di stampa un portavoce dei familiari degli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas – che significherebbe abbandonare i 120 ostaggi al loro destino, “danneggiando” – questo è riportato nella stessa dichiarazione – il dovere morale dello Stato di Israele nei confronti dei suoi cittadini».

 

 

E POI C’E’ HAMAS…

Fra le varie posizioni, c’è anche quella di Hamas, organizzazione politica palestinese islamista, che pone l’accento sulle più recenti osservazioni di Netanyahu. Queste, secondo Hamas, sarebbero la dimostrazione che il primo ministro israeliano vuole solo un accordo parziale dopo il quale la guerra riprenderebbe e non la proposta che l’amministrazione Biden ha cercato di far comprendere.

«La nostra insistenza – sottolinea Hamas in un comunicato riportato dai media arabi – perché qualsiasi accordo includesse un cessate il fuoco permanente e un ritiro completo delle forze israeliane, necessario per bloccare il percorso di Netanyahu».

Ci verrebbe da dire che si sta facendo di tutto per compiere un passo avanti, in realtà questo è un passo di lato. Nel senso, che al netto delle parole e delle dichiarazioni, fra Israele e Hamas, in mezzo gli Stati Uniti, non si sta facendo il possibile perché il «cessate il fuoco» diventi definitivo. Gli Stati Uniti provano a svolgere il ruolo di garante, ma con due soggetti in forte contrasto non è semplice. Il colosso americano rischia di restare schiacciato sotto i colpi delle artiglierie e dei vecchi rancori esistenti da tempo immemore fra i due stati. O meglio, fra uno stato (Israele) e una regione (Palestina), che da decenni attende che le sia riconosciuta una sua autonomia.