Ore 11, lezione d’italiano

Extracomunitari fra i banchi per imparare. Non attendono l’esame di docenti o direttore didattico per l’ammissione nella scuola pubblica partendo dalle medie. Non vogliono farsi cogliere impreparati, provano a bruciare le tappe. Provano, non danno niente per scontato. Ci mettono l’impegno di ragazzi che hanno vissuto sulla propria pelle la miseria, esperienza che gli stessi non augurerebbero mai al prossimo. Provano ad imparare i fondamentali per dare il più presto possibile un senso decoroso al futuro. A cominciare dall’integrazione, tema che sta a cuore non solo a questi giovani studenti che frequentano il corso di alfabetizzazione in programma al “Cas Cavallotti” a Taranto. Provano.

IMG-20171010-WA0015Fanno, infatti, di più. Molti di loro sono già a buon punto. Questo dice una lezione alla quale assistiamo in mattinata. Arrivano alla spicciolata, ma si presentano alle 11, puntuali, alla lezione di italiano, tocca a Raffaella. Indossano tute, i giovani allievi, hanno sottobraccio computisterie, qualcuno un cappellino, altri una cuffietta. Chi ascolta musica tiene il ritmo, non riesce a starsene fermo, neppure per qualche istante. Scandisce i suoni, muove a tempo un piede. Poi, l’insegnante per un giorno, batte un paio di volte le mani, reclama attenzione: via le cuffiette, quaderni aperti, ci sono i nuovi appunti da prendere. Fra i banchi: Mamadou, Dioulde, Cysse e Mohamed, attenti ad ogni sillaba.

Balza agli occhi l’abitudine dello scrivere a stampatello. Tutto maiuscolo, tranne per “e”, “i” e “q”. Solo queste ultime sono minuscole. Perfetto l’accento sull’ausiliare “è”. Per il resto, il ragazzo invitato alla lavagna è preciso, lineare, distingue un aggettivo da un verbo, declina passato, presente e futuro. Come se fosse un mago, avesse una sfera di cristallo. Distingue i numeri cardinali da quelli ordinali. E se qualche volta scivola è solo per precipitazione. Ma c’è l’amico, il compagno nel primo banco, l’alunno più attento che fa da notaio e lo mette sulla strada giusta.

Una lezione nella lezione. Raffaella è concentrata, nemmeno per un istante intende far calare l’attenzione della IMG-20171010-WA0024ventina di allievi. Spiega e interroga con l’impegno di chi si cimenta nell’insegnamento per passione. Senza questa, la passione, tutto sarebbe vano. I ragazzi vogliono imparare, ma la lezione di vita la conoscono fin da piccoli. Si accorgerebbero subito se una persona in una qualsiasi attività ci mette il cuore. Dunque, mentre l’insegnante spiega e lo studente è alla lavagna, c’è chi a se stesso dà le risposte sottovoce. A volte anche prima dell’interrogato, in piedi accanto alla lavagna. «Uno, numero cardinale!», dice. «Primo, numero ordinario». E via discorrendo. Un breve stop, verbo da declinare. Niente paura, «Io sarò, tu sarai, egli sarà…». «Futuro!». Fossimo in tv, ci verrebbe da dire «Risposta esatta!». Ma i ragazzi, appena conosciuti, ci stupiscono per molto altro ancora. Aggettivi, pronomi, particelle pronominali sono strumenti dei quali ormai dispongono a piacimento.

Verrebbe voglia di tornare. E ci torneremo senz’altro. Ma una ripassatina alla nostra grammatica, che di bello ha sfumature ma anche percorsi complicati – per gli italiani figurarsi per gli stranieri – non farebbe male. I ragazzi intanto mandano a memoria mesi dell’anno, giorni della settimana, tabelline. Compiono passi straordinari.

Appassiona la passione. Vederli attenti e mai distratti, spiega senza parole come credano in questa seconda occasione della vita. E lo fanno da alunni studiosi che non vogliono perdere una sola virgola della lezione. Quello che impareranno tornerà fondamentale nei rapporti sociali, per ricambiare l’abbraccio della gente che li ha accolti a braccia aperte. E far ricredere, se ancora ce ne fosse bisogno, quel po’ di scettici che osserva il processo di integrazione con inutile sospetto.

Determinati come i bianconeri “Niente ci fa paura, siamo disposti ai sacrifici”

Due chiacchiere per conoscersi, comprendere quale storia li abbia spinti in Italia. Poi fari spenti, taccuino chiuso e penna sulla scrivania. Arrivano ragionamenti effimeri, cose così. Si parla di sport. Chi è appassionato di pallacanestro, sport fisico, tutto muscoli e grinta; chi, invece, e sono tanti, tiene per il calcio, anche questo uno sport per uomini duri.

IMG-20171008-WA0064La Juventus, dunque, prima di ogni cosa. E non lo manifestano con il solo sorriso. Indossano la maglietta bianconera e poco importa se lo sponsor sul petto appartiene a un’altra stagione, quelle strisce che scivolano sul petto di Camara e Coulibaly, Austin e Landing, sono una seconda pelle.

Strano a dirsi, i primi due hanno nomi o assonanze con altri calciatori. Sarebbe bello si facessero fotografare con una sciarpa, quella maglietta. Prudenza, tante volte i ragazzi pensassero di essere trattati da fenomeni da baraccone. Non è così. La diffidenza, però, è un viaggio che li accompagna da piccoli. Non sempre sanno con chi, in realtà, hanno a che fare. Ma di noi si fidano. Il calcio, poi, è un linguaggio universale, unisce popoli e passioni e poco importa se divide per novanta minuti, il tempo di una gara.

Kaleem si assume il compito per conto del “CAS Cavallotti”. Fa da interprete, convince i ragazzi in un attimo.IMG-20171008-WA0065 «Una foto con la maglia della Juventus?», dice Landing. «Per me è un onore, la giro anche ai “miei”, che ogni giorno mi chiedono come stia». Sta bene il giovanotto che si è tinto un ciuffo biondo, come Kean, il giovane fuoriclasse italiano, nato da genitori ivoriani (adesso in prestito al Verona).

Il calciatore bianconero è uno dei tanti che vuol comprendere dove stia andando la politica italiana, a proposito dello “ius soli”. Nascere in Italia, vestire la maglia azzurra di tutte le nazionali giovanili, dunque dare un contributo sportivo al Paese, è un generoso “dare”; sarebbe, però, anche il caso di “ricevere” qualcosa. Non sentirsi discriminato.

Dunque, Camara, Coulibaly, Austin e Landing. Assumono pose stile album “Panini”, la collezione di calciatori più
famosa al mondo. Furono quattro fratelli, edicolanti modenesi, che sul finire degli Anni 50 inventarono il collezionismo legato al calcio. Fatto di album e bustine, foto da incollare ora con la Coccoina, più avanti con le celline biadesive.

IMG-20171008-WA0066Uno di loro prende sul serio (il calcio talvolta lo è…) la realizzazione di una serie di “scatti” e indica, orgoglioso, il simbolo della squadra del cuore. «Non è un caso che sia cucito proprio lì», dice. «La zebra per noi è un simbolo, unisce, fa squadra, quando una di queste si smarrisce, il branco va a cercarla, a qualsiasi costo: è questo il senso…». Insomma, i ragazzi non si fermano a Dybala, ai gol del fuoriclasse. Vanno oltre, scavano nei significati e se non ce ne fossero, sanno loro come interpretarli.

Sono in molti in via Cavallotti a tifare Juventus. Non ci sono tracce di tifosi di altri club. E anche se ce ne fossero, non è il caso di manifestare simpatia calcistica, sarebbero in forte minoranza. I bianconeri sono i più bravi, difficile perdano. Poi hanno un bel gioco e un vero fuoriclasse, Dybala. «E’ più forte di Messi», insiste Camara, «dategli tempo e la bandiera di questa squadra crescerà, diventerà l’attaccante più forte al mondo». Sembra di assistere a una di quelle trasmissioni televisive a tutto tifo. Non conoscono mezze misure e per questo i loro giudizi tecnici sono sentenze. «Paulo non si discute, è un grande!».

IMG-20171008-WA0063Chiacchierata conclusa, i ragazzi ci hanno portato sul terreno nel quale si sentono veri intenditori. Ma quella
che era una curiosità e poteva sembrare una ricreazione, è finita. Si torna alle storie di tutti i giorni, alla voglia di ricostruire. Dimenticare un Paese invivibile, un viaggio della speranza con paure e tensioni. Provare a candidarsi per un posto di lavoro. «In questo ci sentiamo come la Juventus – dicono insieme – non abbiamo paura di niente, siamo disposti ai sacrifici, a farci in quattro per garantirci un futuro e una vita dignitosa».

“Amiamo il calcio, tifiamo Juventus e Dybala” Un plebiscito per bianconeri e asso argentino

Fosse un sondaggio, non ci sarebbe partita, visto l’argomento. I ragazzi extracomunitari che frequentano il Centro di accoglienza straordinaria (CAS) “Cavallotti”, non hanno dubbi su sport, squadra e calciatore preferito. Praticamente un plebiscito: calcio, Juventus, Paulo Dybala.

Qualcuno manifesta la propria fede sportiva addirittura indossando una maglia bianconera. Che abbia sul petto un vecchio sponsor poco importa, le strisce verticali sono inequivocabili. Altri l’accostamento low cost se lo fanno in casa: giubbottino nero, t-shirt bianca.

C’è chi segue il basket, indossa un cappellino con su “NY”. «L’ho comprato a Auchan – dice un ragazzo del Gambia – sedici euro; mi piace il basket…». Attimo di pausa, cambia subito registro. Mima una giocata che con la pallacanestro ha poco in comune. Quasi sferrasse un calcio a un pallone che non c’è. «Ma il football – parla inglese il tifoso che tradisce subito la sua preferenza sportiva – mi coinvolge tanto; anche io, come miei connazionali e amici tifo Juventus, dal giorno in cui ho messo piede in Italia; prima una certa simpatia per il bianconero, poi il tifo, fino a raccoglierci insieme ad ogni partita della squadra davanti alla tv per assistere al campionato: ci piaceva la squadra che giocava meglio delle altre, faceva sempre gol e aveva un giocatore fortissimo: Paulo Dybala».

IMG-20171008-WA0075E se non fosse stato sufficientemente chiaro, chiede a gesti penna e taccuino per scriverlo di getto. Caratteri rigorosamente stampatello: “Paulo Dybala”. Era chiaro anche prima, ma le cose meglio metterle per iscritto, non si sa mai. La cosa diverte. Ma era per mostrare che l’ammirazione sconfinata per l’attaccante argentino non era occasionale.

Domenica il campionato, mercoledì la Champion’s si ritrovano tutti insieme. Vedono le partite della Juventus e del loro beniamino. In serie A, dicono, non ci sia storia. «Quando ero a casa – conferma un nigeriano – nel villaggio in cui abitavo capitava di seguire partite di calcio inglese, spagnolo e italiano: non c’era campionato più entusiasmante, però, di quello vostro; che ora sentiamo anche nostro». Vostro, nostro. Usa gli aggettivi con discrezione, quasi impegnasse per qualche istante il bilancino del farmacista. Come fosse chissà quale forma di appropriazione indebita. Qualsiasi cosa dia gioia, invece, appartiene a tutti, indistintamente. Una esultanza non ha maglia, né colori. «La Juventus – riprende – le vinceva tutte, faceva tanti gol in ogni partita: una volta arrivato in Italia, quella che era simpatia è diventata una passione; così oggi tifo bianconero e Dybala, un giocatore immenso». L’ultimo concetto lo sostanzia con un po’ di fantasia: disegna nel vuoto un cerchio immaginario. Lo scopo è il voler esprimere la grandezza applicata alla tecnica calcistica dell’argentino. Come il suo amico ospite del CAS di via Cavallotti a Taranto, ha reso perfettamente l’idea.

Milan, Inter e Napoli. Un tempo si sarebbe detto «percentuali bulgare». Insomma, non richiamano identica passione. Anzi, per dirla con il sondaggio estemporaneo, sarebbero “non pervenute”. Non sono più i tempi di Van Basten, Ronaldo e Maradona, comprensibile tifare per i più bravi di oggi.

«Una volta a settimana ci incontriamo – dice un ivoriano – e vediamo insieme le partite: è raro che la Juventus perda, così siamo tutti più contenti, è la più forte di tutte». A uno di loro scappano insieme battuta, pacca amichevole e slogan di un carosello televisivo: «Ti piace vincere facile!». L’espressione accompagnata da un largo sorriso, mostra un momento di gioia e una riflessione. «Forse è proprio così – si fa serio uno degli juventini più convinti – siamo talmente stanchi di soffrire per molti altri motivi che non ci va di fabbricarci delusioni proprio con il calcio, che poi è un gioco e dura giusto il tempo di una partita a settimana».

“Vogliono imparare subito!”

«Ragazzi adorabili, alle prime lezioni di alfabetizzazione avevano preso parte in pochi, poi si sono dati voce voce e hanno praticamente cominciato a diventare sempre più numerosi per prendere parte alle lezioni». Raffaella Leno, fra gli assistenti impegnati nella cooperativa “Costruiamo insieme”, è stata fra i primi a raccogliere l’invito di giovanissimi extracomunitari che volevano semplificare il loro processo di integrazione cominciando a “studiare italiano”.

«Mostrano sete di conoscenza – dice l’operatrice – come se volessero bruciare le tappe per potersi interfacciare con una realtà a loro completamente sconosciuta fino a pochi mesi fa; esisteva la possibilità di iscriverli alla scuola media statale, ma era necessario che i ragazzi cominciassero con il prendere confidenza con la lingua italiana, parlata e scritta, fondamentale per seguire i docenti».

Come in tutte le cose, subito un primo esame. «Dopo aver frequentato liberamente il corso di alfabetizzazione – spiega Raffaella – accompagnati da un mediatore, i ragazzi hanno incontrato i docenti cui spettava valutare con la massima attenzione il loro grado di istruzione; è andata bene, oltre ad avere imparato in fretta l’essenza di lingua e scrittura, ai docenti ha colpito la loro grande volontà di imparare in fretta e bene».

Alfabetizzazione, una lavagna completamente in bianco sulla quale scrivere la storia di ognuno di questi ragazzi. «Abbiamo raccolto l’invito di alcuni di loro già nel novembre del 2015, per cominciare poco dopo a lavorare seriamente, in modo ragionato, un passo dopo l’altro; il primo impegno da parte nostra e quanti si sono relazionati con i ragazzi, è stato sul far sciogliere loro la timidezza, provando già i primi giorni a rivolgere loro domande in italiano, perché a loro volta si rivolgessero al loro interlocutore, con sforzo non indifferente, comunque provando a porre domande nella nostra lingua, per sottoporli alla fine a una sorta di immersione totale».

Cosa chiedono e vogliono imparare questi nuovi “allievi” della scuola italiana. «Intanto come rivolgersi alla gente del posto, con il dovuto rispetto: come chiedere informazioni, indicazioni utili per raggiungere un ufficio, uno sportello, per poi fare autonomamente una carta d’identità, svolgere le pratiche per un permesso di soggiorno; chiedere il proprio codice fiscale con il quale svolgere operazioni presso uno sportello postale o, cosa fondamentale, come ricevere assistenza sanitaria, accedere all’STP (Libretto sanitario) per sottoporsi a visite mediche, ricevere cure e avere medicinali; godono, comunque, dell’assistenza di un operatore che li affianca per operazioni che i primi tempi possono risultare più complicate, come una fila al Comune o in un Ufficio postale».

La prima cosa che scaturisce dagli occhi e dal cuore di questi ragazzi. «La voglia di dimenticare in fretta un passato drammatico – conclude Raffaella Leno – e guardare, se possibile, a un futuro che restituisca loro, intanto, una cosa che hanno perso: il sorriso; cercano serenità con la quale affrontare la vita in condizioni finalmente umane».

“A scuola per scrivere insieme il nostro futuro”

Sorridono, non sembra nemmeno il primo giorno di scuola. Invece è così. I ragazzi che mostrano allegria, sostanziata da battute fra loro e tanto di selfie da girare a familiari e amici, sono ventisei extracomunitari, tutti intorno ai vent’anni. Stranieri in un Paese che vuole compiere passi importanti in tema di accoglienza e integrazione. Devono questa prima grande gioia al primo lavoro di alfabetizzazione svolto nella sede del Centro di accoglienza straordinaria (CAS) di via Cavallotti a Taranto.

I ragazzi cominciano il loro percorso fra i banchi dell’istituto scolastico “Colombo” di via Medaglie d’Oro. Solo volti distesi, sorridenti. Non ci sono quei bronci che di solito accompagnano i nostri studenti. I ragazzi arrivati da Senegal, Costa d’Avorio e Gambia, sono felici. Quello che stanno compiendo, ne sono consapevoli, è uno dei primi passi “istituzionali” verso un’Italia che gradualmente li inserirà nel proprio tessuto sociale per farne una risorsa.

I ragazzi, dunque, festeggiano il primo step verso l’istruzione “italiana”. Apprenderanno elementi basilari, lingua, storia, materie utili nella personale crescita didattica. Questo percorso di apprendistato servirà per meglio interfacciarsi con la nuova realtà che li circonda. Sembra semplice, ma ancora non lo è, chiedere informazioni ad uno sportello del Comune; dove rivolgersi per ricevere un codice fiscale, cure sanitarie e medicinali; fare la fila in un Ufficio postale. Ma anche il solo chiedere un indirizzo, la fermata di un mezzo pubblico, una via, una piazza.

Nel primo giorno di scuola alla “Colombo”, i ventisei studenti extracomunitari sono accompagnati da un mediatore, figura importante per introdurli in un ambiente completamente nuovo. Parlano già tre lingue i ragazzi, oltre al loro dialetto: l’arabo, il francese e l’inglese. «Ma non bastano ancora – sorride uno dei ragazzi con una certa confidenza con l’italiano – dobbiamo impararne una quarta e la cosa non ci spaventa; sappiamo chiedere informazioni importanti, vie, piazze, i numeri dei bus, ma siamo consapevoli che la strada è ancora lunga».

Lo sguardo rivolto a un futuro al quale i ventisei nuovi studenti della “Colombo”, seguiti, si diceva, prima presso il “Cas Cavallotti” di Taranto, ora guardano con grande speranza. «Se non fosse per la storia che ciascuno di noi vive ancora sulla propria pelle – dice uno dei “nuovi” studenti – il passato sembra essere alle nostre spalle, ora vogliamo guardare avanti: ci basta un sorriso, una sincera stretta di mano e un po’ di pazienza da parte dei professori: se chiederemo di spiegarci una seconda volta il passaggio di una lezione, dovranno comprendere qualche nostro disagio e possibilmente venirci incontro».

Dirigente scolastico e docenti della “Colombo” hanno subito manifestato massima disponibilità all’accoglienza dei nuovi studenti. «E’ un’esperienza dal grande spessore umano che ci rende orgogliosi – diceva l’altro giorno un professore – vedere ragazzi così disposti ad imparare non senza qualche comprensibile difficoltà dovuta alla lingua, non può che farci piacere».

Gli altri studenti della scuola hanno preso a benvolere i nuovi ventisei compagni. Ma anche loro, i ragazzi venuti da lontano, qualcosa potranno insegnarla. Solo materie dure, purtroppo: sofferenza, pericolo, dolore e l’incognita di un futuro tutto da scrivere, ma nel quale comincia a vedersi finalmente un primo spiraglio di speranza.

C’è una lavagna di fronte a Mamadou, uno dei giovani allievi. Il suo entusiasmo è contagioso. «Spetta a noi riempire quella lavagna di contenuti: cancelliamo il passato e scriviamo insieme il futuro».

 

Ecco il primo Piano nazionale per l’integrazione

È stato presentato nella sede del Ministero degli Interni il primo Piano Nazionale sull’Integrazione, un documento di indirizzo, scritto e sottoscritto da più Ministeri, che pare finalmente uno strumento che guarda oltre le politiche e le pratiche di accoglienza, ponendo l’accento sulla convivenza.
Ai doveri assunti dallo Stato italiano devono, parimenti, corrispondere impegni da parte di chi beneficia di protezione internazionale al fine di costruire quella auspicata coesione sociale utile a superare la barriera dell’indefinito che, per troppo tempo, ha caratterizzato l’accoglienza nel nostro Paese.
Sostenere il dialogo religioso attuando il Patto per l’Islam a livello locale, rendere obbligatoria la partecipazione ai corsi di lingua organizzati dai Centri di Accoglienza, frequenza di tirocini di formazione e orientamento all’apprendistato, potenziamento dei percorsi di socializzazione in favore dei minori e potenziamento della rete di difesa e protezione delle donne vittime di tratta sono i capisaldi del Piano.
All’attuazione del Piano sono chiamati tutti i soggetti istituzionali con la collaborazione attiva del Terzo Settore.
La platea di persone coinvolte dal Piano non riguardo solo i titolari di permesso di soggiorno, ma le quasi 250 mila persone richiedenti asilo e minori non accompagnati.
Invitiamo alla lettura del Piano per l’Integrazione

Yanick e il viaggio inatteso

2017-08-17-PHOTO-00001435Yanick, 22 anni, è originario del Camerun dove viveva ad Etam, un piccolo villaggio.

E’ arrivato in Italia 5 mesi fa dopo aver attraversato il Ciad e il Niger per raggiungere la Libia. Tutto il viaggio lo ha fatto da solo.

Il mio viaggio è durato un anno e quando sono andato via dal Camerun la mia meta non era l’Italia. Non avrei mai pensato di poterci arrivare perché non avevo soldi. Avevo solo fretta di lasciare il mio Paese”.

Mi incuriosisce il fatto della “fretta” e gli chiedo il perché: “Mio nonno è uno stregone, voleva farmi del male con le sue magie. Anche i suoi tre figli sono scappati per lo stesso motivo”.

Stiamo parlando di riti voodoo? “No –cerca di spiegare ad Awal, un operatore del Centro, che mi affianca per la traduzione- non so tradurre dal mio dialetto il nome, ma non è voodoo, è una pratica cattiva fatta contro le persone. Mio nonno è uno cattivo, tutti hanno paura di lui.

Io e Awal supponiamo si possa trattare di qualcosa prossima al satanismo, ma cambiamo argomento e chiedo a Yanick di parlarmi della sua vita.

Fin da piccolo, all’età di quattro anni, mia madre mi affidò ad una sua amica. Da allora non l’ho più vista e solo qualche anno dopo ho saputo che era morta. Mio padre non l’ho mai conosciuto. Ho frequentato la scuola fino al secondo ciclo poi ho iniziato a lavorare come saldatore, che è il mio vero mestiere. Poi è arrivato il momento di scappare e sono andato in Ciad dove pensavo di restare. Lì ho svolto lavori saltuari e occasionali ma ho conosciuto una persona che, ascoltata la mia storia, ha voluto aiutarmi. In Ciad non ci sono occasioni di lavoro ed è così che questo amico mi ha dato i soldi per affrontare il viaggio fino all’Italia che non avevo mai creduto di poter fare”.

Nel Centro di Accoglienza Straordinaria di Modugno dove è ospite, Yanick frequenta il corso di lingua italiana in maniera assidua.

A settembre voglio iscrivermi a scuola per continuare gli studi e imparare bene l’italiano. Ma, soprattutto, mi piacerebbe frequentare un corso di formazione per saldatori e trovare un lavoro. Voglio fruttare al massimo questa opportunità di essere in Italia che è il Paese nel quale voglio restare”.

Quando ci salutiamo e lo ringrazio per la sua disponibilità gli spiego che tutti gli operatori della struttura sono impegnati a ricercare opportunità che favoriscano l’integrazione e che sicuramente saranno attenti anche alle sue richieste soprattutto perché rientrano nel percorso che vorremmo per tutti.

Quello del saldatore è un mestiere considerato in “estinzione”.

Non sarà difficile per Yanick, che mostra una grande volontà, qualificarsi e trovare un lavoro.

Tutto in un solo giorno!

Si, tutto in un solo giorno!

Quando era già chiuso l’articolo sulla questione aperta delle Organizzazioni Non Governative impegnate a salvare vite nel Mediterraneo, arriva a freddo la notizia della morte di quello che per tutti è stato e rimane il “Cardinale degli ultimi”, Dionigi Tettamanzi,

Abbiamo condiviso subito che quanto fatto da Padre Dionigi nel corso della sua vita meritava un nostro semplice e umile saluto.

Certamente, quel Cardinale che non ha mai smesso di essere prete di periferia, nonostante il suo carattere radioso e pacifico, si sarebbe arrabbiato, e anche tanto con noi. Immagino quelle che sarebbero state le sue parole, magari dure ma dette con la dolcezza che lo ha sempre contraddistinto: “State pensando a un morto mentre ci sono donne e bambini da salvare?”.

È tarda sera quando ricevo la notizia che un ospite del Centro di Accoglienza Straordinaria di Taranto è morto.

“Come morto?”.

Speravo che il caldo e la stanchezza mi avessero fatto capire male, speravo di aver frainteso e invece no: John Pius, un ragazzo nigeriano di soli 28 anni è morto in mare annegato probabilmente per un malore.

Mentre i colleghi aspettano l’esito dell’autopsia, io sono seduto di fronte ad un computer a scrivere su quanto assurdo sia il destino di una persona.

E immagino l’abbandono della propria terra, della famiglia, degli amici per affrontare un viaggio verso l’ignoto.

Durante questo lungo viaggio attraversi Paesi che non sono ospitali, attraversi il deserto che sicuramente non è un luogo ospitale, per giungere in Libia perché, ormai, tutte le rotte balcaniche sono chiuse.

Sia durante il viaggio che in Libia la sopravvivenza si contratta, niente è gratuito nel grande business del traffico di persone.

John io non l’ho conosciuto, di lui non so nulla. Non conosco la sua storia e non so perché ha dovuto lasciare il suo Paese.

Ma come tante migliaia di persone, uomini, donne e bambini avrà avuto una ragione valida per farlo.

Non so neanche quanto valore possano avere quelle idee strane che arrivano come visioni che spazzano i pensieri quando non riesci a spiegare una cosa in maniera razionale: immagino John e Dionigi che, tenendosi per mano, vanno nella stessa direzione e nello stesso luogo di pace.

Ciao John.

Servizio civile? Vieni con noi!

Stai pensando al Servizio Civile? Scegli Costruiamo Insieme!

Con la determinazione nr. 40 del 3 luglio 2017, la Regione Puglia ha ufficializzato l’iscrizione di Costruiamo Insieme all’Albo regionale del Servizio Civile Nazionale.

Un nuovo piccolo traguardo che apre la nostra cooperativa al territorio e in particolare a quei giovani che hanno voglia di mettersi in gioco al servizio.

Se sei interessato scrivi una mail a risorseumane@costruiamoinsieme.eu e inserisci nell’oggetto “Servizio civile”: sapremo rispondere a ogni tuo dubbio e aiutarti nei vari passaggi della procedura.

Ti aspettiamo

 

CARTA DI IMPEGNO ETICO DEL SERVIZIO CIVILE NAZIONALE

Il Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale e gli enti che partecipano ai progetti di Servizio Civile Nazionale:

– sono consapevoli di partecipare all’attuazione di una legge che ha come finalità il coinvolgimento delle giovani generazioni nella difesa della Patria con mezzi non armati e non violenti, mediante servizi di utilità sociale. Servizi tesi a costituire e rafforzare i legami che sostanziano e mantengono coesa la società civile, rendono vitali le relazioni all’interno delle comunità, allargano alle categorie più deboli e svantaggiate la partecipazione alla vita sociale, attraverso azioni di solidarietà, di inclusione, di coinvolgimento e partecipazione, che promuovono a vantaggio di tutti il patrimonio culturale e ambientale delle comunità, e realizzano reti di cittadinanza mediante la partecipazione attiva delle persone alla vita della collettività e delle istituzioni a livello locale, nazionale, europeo ed internazionale;

– considerano che il Servizio Civile Nazionale propone ai giovani l’investimento di un anno della loro vita, in un momento critico di passaggio all’età e alle responsabilità dell’adulto, e si impegnano perciò a far sì che tale proposta avvenga in modo non equivoco, dichiarando cosa al giovane si propone di fare e cosa il giovane potrà apprendere durante l’anno di servizio civile presso l’ente, in modo da metterlo nelle migliori condizioni per valutare l’opportunità della scelta;

– affermano che il Servizio Civile Nazionale presuppone come metodo di lavoro “l’imparare facendo”, a fianco di persone più esperte in grado di trasmettere il loro saper fare ai giovani, lavorandoci insieme, facendoli crescere in esperienza e capacità, valorizzando al massimo le risorse personali di ognuno;

– riconoscono il diritto dei volontari di essere impegnati per le finalità del progetto e non per esclusivo beneficio dell’ente, di essere pienamente coinvolti nelle diverse fasi di attività e di lavoro del progetto, di verifica critica degli interventi e delle azioni, di non essere impiegati in attività non condivise dalle altre persone dell’ente che partecipano al progetto, di lavorare in affiancamento a persone più esperte in grado di guidarli e di insegnare loro facendo insieme; di potersi confrontare con l’ente secondo procedure certe e chiare fin dall’inizio a partire delle loro modalità di presenza nell’ente, di disporre di momenti di formazione, verifica e discussione del progetto proposti in modo chiaro ed attuati con coerenza;

– chiedono ai giovani di accettare il dovere di apprendere, farsi carico delle finalità del progetto, partecipare responsabilmente alle attività dell’ente indicate nel progetto di servizio civile nazionale, aprendosi con fiducia al confronto con le persone impegnate nell’ente, esprimendo nel rapporto con gli altri e nel progetto il meglio delle proprie energie, delle proprie capacità, della propria intelligenza, disponibilità e sensibilità, valorizzando le proprie doti personali ed il patrimonio di competenze e conoscenze acquisito, impegnandosi a farlo crescere e migliorarlo;

– si impegnano a far parte di una rete di soggetti che a livello nazionale accettano e condividono le stesse regole per attuare obiettivi comuni, sono disponibili al confronto e alla verifica delle esperienze e dei risultati, nello spirito di chi rende un servizio al Paese ed intende condividere il proprio impegno con i più giovani.

«Siamo una risorsa pronta a lavorare gratis»

Ecco il testo della lettera inviata da alcuni ospiti delle strutture di Costruiamo Insieme ai Prefetti di Bari e Taranto nella quale si rendono disponibili a dare il proprio contributo GRATUITO per lavori socialmente utili.

 

Egregio Signor Prefetto,

trascorse le importanti ricorrenze di questi giorni in cui il Paese che ci ha accolti ha festeggiato la liberazione dalle dittature e dall’occupazione straniera e, soprattutto, la fine di una lunga e cruenta guerra che ha prodotto morti e distruzioni e la festa dei lavoratori e del lavoro, valore fondante della Costituzione italiana, avremmo il piacere di esprimerLe personalmente un sincero ringraziamento per l’inserimento in un sistema di accoglienza che ha ridato vita alla nostre speranze.

Noi, scappati dalle guerre che stanno dilaniando i nostri Paesi, dalle persecuzioni razziali, dalle torture, da ogni tipo di violenza fisica e psicologica, dalla miseria e dalla fame che ancora continuano ad uccidere migliaia bambini, donne e uomini fra i quali i nostri fratelli, le nostre madri e i nostri padri ci sentiamo fortunati per avere riacquistato una prospettiva di vita che ci era stata negata.

Per il Paese che ci ha accolti, l’Italia, e soprattutto per il territorio che ci ospita e ci garantisce le cure, l’istruzione, la formazione professionale oltre al soddisfacimento di tutte le esigenze primarie non vogliamo essere un problema, vogliamo essere una risorsa restituendo alla comunità quanto ogni giorno ci viene donato.

Saremmo lieti di rappresentarLe personalmente la nostra piena e totale disponibilità ad aderire al piano previsto dalla nuova normativa sui migranti recentemente approvata relativo al nostro impiego gratuito in lavori di pubblica utilità che consideriamo una opportunità di integrazione e di interazione con il territorio che ci ospita.

Le chiediamo, pertanto, di voler ricevere una nostra delegazione per ringraziare il Governo italiano per quanto fatto finora e per rappresentare la nostra vicinanza e condivisione anche per i festeggiamenti patronali dei giorni scorsi.

Con profonda cordialità e con la speranza di poterLa incontrare, le inviamo i nostri più sinceri saluti.

Gli ospiti della Cooperativa COSTRUIAMO INSIEME.