SANGUE E ARENA, MA NON È UN FILM

 

Alle 22,30 di lunedì, a Manchester, un kamikaze si è fatto esplodere in una arena affollatissima di giovani che si erano ritrovati per assistere al concerto della cantante Ariana Grande.

In totale le vittime sono 22. La più piccola aveva solo otto anni. Centinaia sono le persone rimaste ferite.

Un atto terroristico firmato dalla viltà e dalla crudeltà estrema perché chi ha colpito sapeva di colpire fra tante persone per ottenere il maggior danno possibile, ma sapeva anche che si trattava di un raduno di giovanissimi fans della cantante.

E così l’Inghilterra si ritrova a piangere i suoi figli dopo l’attentato del 2005 nel quale trovarono la morte 57 persone e ne furono ferite 700.

A rivendicare l’atto terroristico è stata ancora una volta l’ISIS che pare ormai aver collaudato la strategia dei “lupi solitari” e delle “cellule sparse”, spesso arruolati a posteriori e, ancor più spesso, radicalizzatisi lontano dai loro Paesi di origine o, addirittura di seconda generazione.

Secondo quanto riferito dal TelegraphSalman Abedi è nato a Manchester nel 1994 ed è il terzo di quattro figli di una coppia di rifugiati libici scappati in Gran Bretagna durante il regime di Gheddafi.

L’unica certezza è che alla base di queste azioni finalizzate a fare stragi non c’è la religione.

Vi è, al contrario, un insensato attacco al modello occidentale, prima ricercato poi indicato come il “male” da sconfiggere.

E’ indiscutibile la debolezza delle politiche inclusive dei Paesi europei così come debole è il welfare. Ma tutto questo non giustifica una strage.

Niente può giustificare una strage!

Da qualsiasi parte arrivino violenza e morte non sono giustificabili. In nessun caso! Per nessun motivo!

Il dolore provato per i bambini, le donne, gli uomini morti in ogni parte del mondo, sotto le bombe o attraversando il deserto e il mare non è diverso dal dolore che proviamo per le persone che hanno perso la vita a Manchester per mano di un folle.

Si, folle! Perché solo la mano di un folle può armarsi per spingere il bottone di una strage!

Tutta la comunità di Costruiamo Insieme, multietnica e ricca di scambi fra culture, esprime il suo profondo sentimento di condanna contro l’attentato di Manchester e contro ogni forma di violenza.

Il dialogo ed il confronto restano per noi l’unica arma possibile.

Migranti, diritti e regole da rispettare

«Penso che i migranti abbiano il diritto a essere accolti e a conoscere per rispettare le regole del Paese che li ha ospitati e quindi la sentenza della Cassazione è ottima se serve a fare chiarezza in questo senso». Nicole Sansonetti, presidente della cooperativa Costruiamo Insieme ha commentato positivamente la sentenza della Suprema Corte: «i giudici – ha spiegato Sansonetti – hanno sostanzialmente ribadito quanto nei centri di accoglienza viene spiegato ogni giorno: l’Italia è un Paese con le sue regole e vanno rispettate. Gli stranieri che in generale arrivano in Italia devono poter mantenere le proprie libertà, ma senza eccessi. Così, allo stesso modo i migranti hanno il diritto di trovare asilo e di veder rispettata la loro origine etnica, religiosa e di ogni altro tipo, ma se questa libertà incide su aspetti come la pubblica sicurezza allora è necessario che comprendano la situazione e si adeguino».
Nella sentenza emessa nelle scorse ore, la Cassazione ha stabilito che «in una società multietnica la convivenza tra soggetti di etnia diversa richiede necessariamente l’identificazione di un nucleo comune in cui immigrati e società di accoglienza si debbono riconoscere. Se l’integrazione non impone l’abbandono della cultura di origine, in consonanza con la previsione dell’art. 2 della Costituzione che valorizza il pluralismo sociale, il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante».
Per la presidente di Costruiamo Insieme «i magistrati hanno evidenziato il divieto di portare con sé un kirpan, il coltello sacro per gli indiani sikh, non è il totale abbandono della propria cultura d’origine, ma semplicemente il rispetto di una regola che vige nel Paese in cui si è scelto liberamente di trasferirsi. Questo chiarisce che non ci sono violazioni dei diritti umani né religiosi o di altro tipo, ma semplicemente – ha concluso Sansonetti – la consapevolezza di aver scelto un Paese che ha regole differenti da quelle dei Paesi di provenienza e vanno rispettate»

Macron, fra speranza e fiducia

Il risultato delle elezioni del Presidente francese pone l’intera Europa di fronte ad un dato indiscutibile: le forze populiste non vincono, ma crescono. E così, con Macron Presidente si è allontano il tragico scenario di una interlocuzione con il Fronte Nazionale di Le Pen che, dopo la Brexit, avrebbe rappresentato un altro duro colpo per il processo di rifondazione auspicato per l’Unione Europea.

Macron è figlio di un nuovo corso, ha sovvertito tutti gli schemi che ingabbiavano la Francia in un bipolarismo ormai superato diventando il primo Presidente eletto senza avere alle spalle un Partito, una macchina organizzativa rodata. È espressione di un movimento, ma anche garante di un establishment politico finanziario nella culla del quale è cresciuto. I dati dell’astensionismo e le tante schede bianche lasciate nelle urne lanciano al nuovo Presidente un messaggio più che chiaro: è necessaria, anche in Francia, una politica incentrata sul cambiamento rispetto ai temi centrali nella vita del quotidiano, dalle politiche sociali alle scelte economiche. Il già rinsaldato asse europeo franco-tedesco dovrà partorire risposte efficaci sul rilancio economico dell’Unione Europea che non è affatto fuori dal vortice della crisi e ancora non riesce a costruire risposte di sistema al tema delle migrazioni.

«Si apre una nuova pagina – sono state le prime parole di Macron da Presidente – voglio che sia quella della speranza e della ritrovata fiducia. Mi rivolgo a tutti voi qualunque sia stata la vostra scelta – ha continuato – Non nego le difficoltà economiche, sociali, l’abbattimento morale». Poi, la promessa di «difendere e tenere unita la Francia difendendo il destino comune dell’Europa». I francesi saranno richiamati alle urne l’11 e il 18 giugno per il voto politico e in questa tornata Macron dovrà tentare di ottenere il maggior numero di seggi possibile sperando che il declino delle forze politiche tradizionali non sia stato solo un passaggio presidenziale. Solo in questo modo sarà possibile per Macron governare mettendo in campo il suo programma politico che, per quanto ambizioso, dovrà ora entrare nel merito delle questioni dopo una campagna elettorale incentrata sui gradi temi.

Certo, il tema della sicurezza in Francia inquina, per esempio, una riflessione costruttiva sul tema delle migrazioni: quale sarà la ricetta di Macron su questo argomento estremamente ostico? «Si apre una nuova era» ha ribadito ieri in piazza alle migliaia di sostenitori in festa. Noi lo speriamo e auspichiamo che inizi presto.

Auguri di buon lavoro, Presidente!

Nuova legge sui migranti: come ha reagito il paese?

Il Parlamento ha approvato in via definitiva la proposta di Legge avanzata, con Decreto, dai Ministri dell’Interno e della Giustizia.

In sintesi elenchiamo le più significative modifiche introdotte:

In sostituzione dei CIE saranno istituiti in ogni Regione i Centri di permanenza per il Rimpatrio (CPR), allocati fuori dai centri abitati ed in prossimità di infrastrutture di trasporto. Vi troveranno posto 1600 migranti in attesa di essere rispediti nei propri Paesi di origine;

I Richiedenti Asilo potranno essere impiegati in lavori di pubblica utilità nel periodo di espletamento delle pratiche per l’ottenimento del Permesso di Soggiorno. La promozione dei progetti è affidata alle Prefetture in accordo con i Comuni;

I tempi per i ricorsi saranno più brevi attraverso il potenziamento delle Commissioni di esame delle richieste. Ci sarà l’assunzione straordinaria di 250 specialisti per rafforzare le commissioni di esame delle richieste. Vengono poi istituite 26 sezioni specializzate in materia di immigrazione ed asilo presso ciascun tribunale ordinario del luogo in cui hanno sede le Corti d’appello.

E queste possono essere ritenute note positive.

È, però, stato eliminato il grado di Appello, quindi si dovrà fare ricorso direttamente alla Cassazione.

La Legge approvata, di fatto, nasce da un discutibile connubio fra politiche sulla migrazione e sicurezza continuando a guardare nella direzione di un fenomeno emergenziale piuttosto che strutturale: la cancellazione del diritto di appello per i richiedenti asilo è di per se una grave restrizione rispetto alla libertà di fruizione delle norme Costituzionali di un Paese accogliente che crea un processo di diversificazione alzando un ulteriore muro fra noi e l’altro.

“Nel merito della legge Orlando-Minniti sull’immigrazione –ha commentato Filippo Miraglia, vicepresidente nazionale ARCI a nome di diverse associazioni– è bene sottolineare come per nessun’altra categoria di persone in Italia sarebbe stato possibile cancellare le garanzie giurisdizionali, come invece viene fatto per i richiedenti asilo ricorrenti contro il diniego della Commissione ministeriale.

Oltre ad aver cancellato l’appello, infatti, la legge impedisce al ricorrente di far valere le proprie ragioni davanti al giudice ordinario, a meno che il giudice non decida, su richiesta dello straniero, di ascoltare le parti. Se si fosse davvero voluto intervenire per ridurre i tempi d’attesa dei richiedenti asilo, lo si sarebbe potuto fare  migliorando il sistema di prima accoglienza  o magari potenziando gli uffici giudiziari. La negazione del diritto al giusto processo non può essere la soluzione”.

Le più importanti e rappresentative Associazioni italiane come Arci, Acli, Fondazione Migrantes, Baobab, Asgi, Medici senza frontiere, Cgil, A buon diritto, Radicali italiani, Sinistra italiana hanno espresso un duro parere contro la nuova legge. “Noi abbiamo già un’esperienza dei Cie e abbiamo visto che ogni volta che ne è stata estesa la capienza si sono moltiplicate le violazioni dei diritti umani – ha affermato Patrizio Gonnella presidente dell’Associazione Antigone – Possibile che non riusciamo a immaginare nessun altro metodo per le persone che sono in attesa di un’espulsione? Se il problema è aumentare i rimpatri, non potremmo pensare di estendere i programmi di rimpatrio volontario? Se invece questi centri servono a recludere i presunti terroristi in attesa di espulsione allora stiamo sbagliando perché per i presunti terroristi ci sono le carceri”.

Anche l’Associazione nazionale magistrati (Anm) si è espressa in merito dichiarando  “un fermo e allarmato dissenso perché la nuova Legge produce l’effetto di una tendenziale esclusione del contatto diretto tra il ricorrente e il giudice nell’intero arco del giudizio di impugnazione delle decisioni adottate dalle Commissioni territoriali in materia di riconoscimento della protezione internazionale”. La stessa preoccupazione è stata condivisa anche dal Presidente della Cassazione Giovanni Canzio che ha detto: “Pretendere la semplificazione e razionalizzazione delle procedure non può significare soppressione delle garanzie. In alcuni casi non c’è neppure il contraddittorio come si può pensare allora al ruolo di terzietà del giudice?”.

Per par condicio, riportiamo anche la dichiarazione del Ministro della giustizia Andrea Orlando: “Voglio rassicurare sul fatto che il giudice di primo grado sarà tenuto a fissare l’udienza quando valuterà la necessità di sentire personalmente il richiedente asilo, quando riterrà indispensabile che le parti diano chiarimenti. Il richiedente asilo potrà inoltre chiedere al giudice di essere sentito, e spetterà a quest’ultimo valutare se l’ascolto diretto sarà o meno necessario”.

Ovvero, diritto si, ma a discrezione del Giudice.

 

1 maggio, gli auguri della presidente.

Il lavoro nobilita l’uomo! Lo abbiamo sentito dire tante volte, siamo cresciuti con queste parole che rimbombavano nelle orecchie quando eravamo piccoli e trovare un lavoro non era difficile: i nostri padri lavoravano, anche nelle ristrettezze non ci facevano mancare nulla che non fosse essenziale e l’alternativa alla scuola era una bottega dove imparare un mestiere.

Ma il lavoro nobilita quanto rende un uomo libero di costruire una prospettiva di vita. Il lavoro significa indipendenza, possibilità di autodeterminare le proprie scelte, di dare!

Io credo che attraverso il lavoro che facciamo ogni giorno, tutti insieme e in gruppo, noi prendiamo e diamo, senza padroni e senza servitori.

Ci confrontiamo con realtà e vissuti di fronte ai quali in tanti girano le spalle, ma abbiamo la fortuna di tornare a casa felici di aver fatto qualcosa per qualcuno. E quel qualcuno porta con sé l’esperienza di una guerra, di violenze, di persecuzioni, della fame.

Sono persone che hanno sfidato la morte in cerca di un futuro, neanche un futuro migliore.

A tutti noi che lavoriamo, ognuno per il proprio ruolo, e costruiamo insieme le condizioni perché un futuro sia possibile per tutti, voglio dedicare questa giornata che è di festa e di lavoro.

Si, perché anche oggi, in tutte le nostre strutture, ci sono operatori che lavorano come tutti i giorni dell’anno e, quando necessario, a qualsiasi ora.

Costruiamo Insieme non è mai stato un slogan ma l’obiettivo al quale abbiamo puntato fin dall’inizio. E insieme abbiamo costruito la realtà che condividiamo e che continua a crescere.

A tutti gli operatori, in questa ricorrenza, va il mio sincero e affettuoso abbraccio per i risultati raggiunti insieme.

Buon 1 maggio e buon lavoro a tutti!.

Nicole.

Buon 25 aprile!

La Resistenza contro il nazifascismo non è mai finita. Perché il nazifascismo non è mai definitivamente morto. Semplicemente ha cambiato forma. I nuovi fascisti cambiano volto e modo di vestire, ma non hanno mai smesso di predicare la loro volontà di limitare le libertà tipiche di una tirannia assolutista.

Oggi, a distanza di qualche decennio, anche la Resistenza ha cambiato forma. I nuovi partigiani hanno cambiato forma e modi di vestire, ma continuano a portare avanti ideali di libertà, autodeterminazione e solidarietà.

Sull’edizione di oggi, Repubblica racconta la storia di Livio Sandini, il 12enne torturato a Bassano del Grappa dai nazifascisti: fu calato a testa in giù in pozzo di 20 metri per rivelare il nascondiglio dei fratelli che si erano uniti ai partigiani. Livio resistette, consapevole a soli 12 anni di poter perdere la vita. Una storia fino a oggi sconosciuta, come sconosciute spesso sono le storie di tanti ragazzi che consapevoli di mettere a serio rischio la propria vita scelgono di lasciare i propri affetti e resistere alle prigionie libiche, ai trafficanti di esseri umani e alla inesorabile potenza del mare. Partono per ricostruire un futuro migliore, come i partigiani. E con loro c’è una brigata di uomini e donne che li accoglie e combatte contro i luoghi comuni e il razzismo strisciante che ancora si annida in questo Paese.

In questi mesi vi abbiamo raccontate tante storie di resistenza, oggi ve le riproponiamo tutte: scegliete la vostra.

LE STORIE

Buon 25 aprile!

Ancora bombe, ancora stragi: San Pietroburgo.

Altra bomba, altri morti, altri feriti. Ancora nessuna rivendicazione.

Questa volta è toccato a San Pietroburgo, in un tunnel della metropolitana, raccogliere il sangue di innocenti. Un pacco o una valigetta carica di tritolo e chiodi ha dilaniato un vagone uccidendo dieci persone e ferendone cinquanta. La pista è, come sempre, quella terroristica anche se questa volta viene esclusa la pista del kamikaze votato a qualche martirio: solo un pacco lasciato sotto un sedile per uccidere.

Un’altra bomba, posizionata in un’altra stazione della metropolitana (nel frattempo evacuata), è rimasta inesplosa e disinnescata dalla polizia. Ordigni artigianali, ma con un grande potenziale omicida soprattutto se posizionati dove non c’è via di fuga. Una strategia vigliacca per fare più male possibile fra la gente comune. Un modo, diventato ormai di moda, per dire “io ci sono!”. Putin era a San Pietroburgo, la città in cui è nato, dove aveva in programma un incontro con il presidente bielorusso Alexander Lukashenko. E tante cose non succedono per caso. Soprattutto in un Paese come la Russia da anni votata alla repressione del dissenso da qualsiasi parte arrivi. Aleksey Navalny, blogger russo, è stato arrestato nel pomeriggio del 26 marzo, a Mosca in piazza Triumfalnaya. L’accusa è quella di aver manifestato contro la corruzione di Stato. Con lui sono stati fermati o arrestati, solo nella capitale russa, oltre 1000 manifestanti. 130 sono stati gli arresti a San Pietroburgo e centinaia quelli eseguiti in altre città. È stata la più grande manifestazione nel paese da 5 anni a questa parte. Nel 2012 la classe media scese in piazza contro il Cremlino per presunte frodi nel voto alla Duma. Ma lo scenario è completamente cambiato – dopo Crimea, Siria, e Trump. La crisi economica si trascina da tre anni. E stavolta anche se non mancano gli slogan politici anti-Putin, al centro della protesta c’è il disagio sociale che cresce. E il bersaglio è il premier col suo governo, poco amati per i drastici tagli al welfare.

Certo, il ruolo della Russia in Siria non è secondario, ma pare che Putin debba preoccuparsi più del fronte interno anche se, una buona manipolazione mediatica, in un Paese che pone censure all’informazione, forse tenterà di spostare l’attenzione sul “nemico” esterno, magari islamizzando una bomba confezionata in casa e utilizzando il solito piatto servito dal Califfato, pronto ad arruolare ex post i propri martiri pur di stare sulla scena, oppure partirà con una seria e severa campagna di criminalizzazione di chi pacificamente contesta il sistema corruttivo che governa il Paese.

Comunque sia, oggi sono rimasti dilaniati dieci corpi di persone innocenti che hanno perso la vita in un vagone della metropolitana.

Londra e il rischio di cadere nella trappola

Ieri pomeriggio il cuore di Londra ha vissuto il suo momento di terrore. La strategia è quella ormai collaudata: un Suv lanciato a tutta velocità sulla folla e un solo uomo alla guida: il bilancio è di quattro morti e quaranta feriti.

Il tutto si consuma a un centinaio di metri dal Parlamento inglese, forse obiettivo dell’assassino entrato in azione con uno scopo dimostrativo, eclatante più che di sostanza. Sarebbe stato folle immaginare di poter entrare nel Parlamento.

Subito circolano le prime voci, senza alcun riscontro oggettivo, che l’assassino è un Imam di una moschea londinese.

E tutto il mondo cade nella trappola del terrorismo internazionale: non esiste emittente televisiva che non sia stata impegnata decine di ore a raccontare e commentare l’accaduto. Il risultato è quello atteso dalla rete terroristica internazionale: con un solo uomo a concentrato su di se l’attenzione del mondo intero! Con un messaggio di estrema chiarezza: potete vincere in Siria, riprendervi un pezzo di terra devastata, ma la guerra ideologica è difficile da vincere anzi, le vostre politiche discriminanti e restrittive favoriscono il processo di radicalizzazione aumentando la possibilità di colpire dentro casa vostra con quell’esercito informale sparso in ogni angolo del mondo. L’attenzione mediatica su episodi di questo tipo produce il rischio dell’emulazione, facile effetto riproduttivo che trova terreno fertile nei luoghi in cui i processi di integrazione non hanno funzionato. Una riflessione la impone il fatto che un atto violento come quello di ieri si sia consumato in una metropoli a tradizione multietnica come Londra.

Ma i commentatori delle interminabili dirette sono concentrati a cercare il movente dell’attentato: sarà forse la risposta alla decisione di vietare l’uso di computer e tablet sui voli provenienti da alcuni Paesi? O, piuttosto, una risposta all’accelerazione dell’impegno militare occidentale in Siria? O, ancora…

Ai giorni nostri è ancora raro incrociare qualcuno che ponga l’attenzione sul fatto che le questioni si decidono con le guerre piuttosto che con dialogo e che forse la strada giusta è quella della convivenza nel rispetto reciproco delle diversità.

L’informazione, la comunicazione, i social media, se usati male possono diventare un arma micidiale, sono un po’ come il coltello che ieri a Londra ha colpito a morte un poliziotto: perché un coltello lo puoi usare per tagliare il pane da distribuire a chi ha fame o lo puoi usare per uccidere una persona!

E ci vuole poco perché l’indignazione, seppure giusta, si trasformi in odio verso qualcuno riproducendo dinamiche conflittuali.

Non è forse questo l’obiettivo della rete terroristica internazionale?

“Siamo accanto ai bambini di Taranto”

“Ho sentito dentro di me che era giusto partecipare a questa iniziativa perché è un modo per ricambiare l’accoglienza e l’aiuto che questa città mi ha offerto”. Zazou Daouda ha appena indossa la maglia “Ie jesche pacce pe te!!!” e la mostra con orgoglio. È uno degli ospiti della cooperativa Costruiamo Insieme che ha scelto di donare un parte del suo pocket money per acquistare la t-shirt sponsorizzata da Nadia Toffa de Le Iene e il cui ricavato sarà devoluto per la cura dei bambini ammalati nel capoluogo ionico a causa dell’inquinamento ambientale e non solo. “I bambini di Taranto – ha aggiunto Zazou – hanno bisogno di aiuto e allora ho deciso di donare il mio piccolo contributo con il cuore: chi come me ha vissuto esperienze terribili sa cosa significa trovare qualcuno che ti aiuto”. Le prime magliette sono arrivate nella struttura del centro di Taranto pochi giorni fa e altre ne arriveranno ancora nei prossimi giorni: “siamo stati aiutati dagli italiani quando eravamo i mare e ora non ho voluto tirarmi indietro.: ho comprato questa maglia per dare il mio aiuto ai bambini” aggiunge Sadio Tandian. Per Fofana Modou lamin, inoltre, indossare la maglia vuol dire poter ringraziare che gli ha dato l’opportunità di fare “una scelta bellissima per i bambini”.

È stato un vero e proprio giorno di festa nella cooperativa guidata da Nicola Sansonetti: rinunciare a un parte del pocket money per gli ospiti è stata occasione per sentirsi vicini a chi soffre. Non solo. Anche per gli operatori è stata una splendida iniziativa. “Quando si parla di solidarietà – ha spiegato Idrees Babka, giovane migrante assunto da Costuiamo Insieme – non ci sono differenze qui a Costruiamo: noi operatori insieme agli ospiti ci sentiamo in questo momento stretti in unico sorriso accanto ai bambini che hanno bisogno di curarsi”.

Nei prossimi giorni arriveranno anche altre magliette in via Cavallotti perché la solidarietà e la partecipazione sta crescendo ogni giorno. “Siamo felicissimi di questa risposta e di questo entusiasmo – ha commentato Nicole Sansonetti – perché offre una serie di spunti su cui riflette quando si parla di accoglienza e integrazione. Innanzitutto è la dimostrazione che i migranti hanno preso a cuore la terra che li ospita e la gente che la abita e vogliono contribuire direttamente a migliorarla. Vorrei sottolineare che per chi riceve circa 70 euro al mese una donazione per l’acquisto di una maglietta di beneficenza è un gesto che assume un significato ancora più forte. Inoltre – ha aggiunto la presidente di Costruiamo Insieme – questa gara di solidarietà è anche la prova del fatto che se lo staff lavora con competenza e partecipazioni, gli ospiti riescono a comprendere fino in fondo le difficoltà del territorio e, come in questo caso, posso dimostrare di non essere un peso, ma una risorsa”.

Migrazione condivisa e sostenibile, ecco le proposte di Costruiamo Insieme

C’era anche Costruiamo Insieme al tavolo tematico “Politiche della Salute” che si è tenuto lo scorso 7 marzo a Bari. L’incontro, organizzato dalla Regione Puglia e finalizzato a varare il Piano Triennale delle Politiche per le Migrazioni attraverso un processo partecipativo, ha richiamato associazioni, organizzazioni sindacali e datoriali e gli Enti che operano nel settore dell’immigrazione.

Partendo dal presupposto che diventa sempre più necessario ragionare all’interno di una prospettiva di sistema per superare il vincolo dell’emergenza, Costruiamo Insieme ha proposto offerto ai partecipanti una serie di spunti di riflessione:

  1. Le pratiche di accoglienza, che pure a distanza di decenni necessitano di una rivisitazione per l’ottimizzazione delle procedure, rappresentano il momento dell’arrivo, dell’incontro con i migranti su un territorio che non può più essere considerato terra di approdo e di passaggio, ma deve essere riletto come luogo di stanzialità.
  2. La necessaria presa di coscienza che la società nella quale viviamo è una società meticcia, condizione intrinseca alla storia dell’uomo che da sempre ha moltiplicato gli intrecci culturali di fronte ad una persistente riduzione delle distanze geografiche. È necessario, quindi, porre l’attenzione sul tema della convivenza che comporta il fondamentale superamento del modello “occidentalocentrico” che rappresenta, di per sé, un “muro”, una barriera nella prospettiva di un processo di convivenza e di integrazione. Non si è più di fronte ad un rapporto ospite/ospitante, ma si è già dentro una dinamica di rapporto fra persone che impone il confronto e il rispetto dei portati culturali differenti.
  3. Questa premessa rappresenta il punto di partenza per ragionare in termini di sistema sulle politiche per la salute dei migranti (tema specifico del tavolo tecnico), ma riguarda tutti gli ambiti di intervento. Restando sul tema della salute è stato evidenziato che:
  • Il problema della conoscenza della lingua, da sempre al centro di ogni riflessione, è un problema bilaterale: se è vero che i migranti non conoscono la lingua italiana, è altrettanto vero che nei nostri Presidi Ospedalieri, nei Pronto Soccorso, nei Distretti Socio Sanitari, fra i Medici di Medicina Generale è raro incrociare qualcuno che conosca perlomeno l’inglese o il francese.
  • Il deficit rappresentato dalla conoscenza della lingua introduce un ulteriore argomento di riflessione relativo alla mediazione rilanciando una questione fondamentale: la mediazione è solo un problema linguistico (ovvero di traduzione) o anche culturale?
  • Ricucire un taglio, fare un’appendicectomia o praticare interventi di routine magari abbisogna di un semplice traduttore. Prendere in carico e curare patologie diverse, sviluppare la capacità di comprenderne gli esordi per evitare cronicizzazioni è un’altra storia, che trova l’ulteriore ostacolo della diffidenza nei confronti della medicina occidentale a medicalizzare e a curare farmacologicamente tutto. Nel caso specifico della Salute Mentale, assolutamente non secondario nella fattispecie di persone che hanno un portato esistenziale “pesante”, filoni quali l’etnopsichiatria, l’etnopsicologia sono, a differenza che in altre Regioni italiane, assolutamente estranee al sistema sanitario pugliese. E sono branche specifiche che, per svilupparsi qualora introdotte nel SSR, necessitano di due elementi:
    • Formazione congiunta fra operatori sanitari e operatori a vario titolo impegnati nella filiera delle migrazioni;
    • Creazione di una rete distrettuale/territoriale che ponga in stretto contatto, attraverso protocolli operativi, operatori sanitari e operatori a vario titolo impegnati nella filiera delle migrazioni.

 

Tutti gli elementi di riflessione proposti da Costruiamo Insieme sono stati unanimemente condivisi dai partecipanti al tavolo tematico, compresi i rappresentanti della ASL che non solo hanno confermato l’esistenza di questo deficit complessivo nell’erogazione delle prestazioni sanitarie, ma hanno sottolineato la necessità di costruire percorsi cogestiti riconoscendo la debolezza di eventuali azioni unilaterali.