«Ecco il nostro primo giorno di scuola»

WhatsApp-Image-2017-11-07-at-17.50Martedì 7 l’ingresso in aula nell’istituto “Colombo” per circa trenta extracomunitari. Due i corsi pomeridiani: alfabetizzazione e triennio scuola media. Conoscono arabo, francese e inglese, vogliono imparare l’italiano. E conseguire un titolo di studio.

Martedì 7 novembre, primo giorno in aula per una trentina di extracomunitari ospitati nel Centro di accoglienza straordinario “Cavallotti” (Costruiamo insieme). Scuola “Colombo”, due i corsi concordati con il dirigente scolastico e i docenti dell’istituto con sede in via Medaglie d’Oro. Il primo, quello basico, di alfabetizzazione; il secondo, per il triennio di scuola media (Scuola secondaria di primo grado), riservato ai ragazzi in avanti con conoscenza della lingua italiana e gli studi. Due i turni, uno alle 15, quello successivo alle 17, in punto. Chi pensa di essere in ritardo, alza il passo, arriva col fiatone. Sospiro di sollievo non appena qualcuno mostra al connazionale l’orologio: c’è tempo, la campanella non è ancora suonata.

I ragazzi ospiti a Taranto, arrivano da Gambia, Senegal, Costa d’Avorio, Somalia e Mali. Il clima è di quelli distesi. Non potrebbe essere diversamente, i ragazzi iscritti sono entusiasti di questa esperienza. Perfezionare un primo passaggio nel processo di integrazione nel nostro Paese è quanto dire. Ecco, se ci fosse una differenza con gli studenti italiani non sempre entusiasti del primo giorno di scuola, i migranti candidati a iscriversi ad uno dei due corsi lo hanno fatto nella massima convinzione. Anzi, non vedevano l’ora scoccasse anche per loro l’ingresso fra i banchi. Per questi, frequentare le due aule al piano terreno della “Colombo”, è motivo di orgoglio. Quando avranno finito il corso e superato l’esame, che «non sarà una passeggiata di salute, lo supera chi studia!», ci sarà di che essere orgogliosi. Un titolo di studio acquisito in Italia, sarà un po’ come una medaglia, di sicuro una bella soddisfazione.

E’ una prospettiva che potrebbe schiudere le porte al passaggio successivo, quello alla scuola media superiore (Scuola secondaria di secondo grado). Un percorso più articolato, evidentemente, ma che non scompone più di tanto i ragazzi che hanno affrontato con il giusto impegno il primo giorno di scuola. «Per ora – diceva qualcuno all’ingresso nell’istituto di via Medaglie d’Oro –proviamo a compiere questo primo passo in avanti, poi si vedrà: adesso siamo qui, ci relazioniamo con i cittadini italiani e, in qualità di ospiti è giusto che anche noi si mostri il massimo impegno nell’allacciare relazioni sociali».

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Gli insegnanti della “Colombo” mostrano il giusto entusiasmo. Non appena i ragazzi si accomodano fra i banchi, scandiscono bene le sillabe. Tastano il polso agli iscritti al corso di alfabetizzazione. Riscontro interessante, i ragazzi sono in avanti con l’italiano. Evidentemente i primi corsi seguiti nel Centro di via Cavallotti sono stati utili. Insomma, non sono arrivati al primo giorno di scuola senza una prima base. E anche questa è una buona notizia.

Relativamente più semplice il lavoro di chi fa lezione nel corso del titolo “triennale”. Qui i ragazzi mostrano una maggiore padronanza della lingua. Non è vero che imparata una nuova lingua, diventa più facile impararne altre, di sicuro questi giovani studenti che non smettono un attimo di sorridere, quasi a mascherare un certo imbarazzo, conoscono almeno tre lingue: arabo, francese e inglese. Dunque, non vedono l’ora di impararne una quarta, con tutta la grammatica, oggettivamente non semplice, ad essa legata. “Interrogati”, si fa per dire, parlano comunque già di soggetto, predicato e complemento. I docenti sorridono. Vero che non sarà molto semplice insegnare la costruzione di un periodo, sicuro però che si comincia da basi solide.

Gli operatori del Centro di accoglienza straordinario, Francesca e Sillah, fanno un primo appello. Tutti, o quasi, presenti. Assenti solo un paio. Il contrattempo si chiama lavoro, dunque in qualche modo vanno giustificati. Non sarà sempre così, perché l’attività lavorativa, al momento giustificano i loro connazionali, è occasionale e, quando è possibile, lo studente comunque volenteroso non si lascerà tanto facilmente sfuggire l’occasione di un seppur piccolo guadagno. C’è tempo per rimediare a una lezione, la buona volontà c’è tutta.

Modugno, venerdì di preghiera

Foto-twitter-5Momento di riflessione per gli ospiti del Centro di accoglienza straordinaria. «Grande emozione metterli nella condizione ideale per pregare», dice Nicole Sansonetti, presidente di “Costruiamo insieme”.

Via i sandali, ginocchia sui tappeti personali appena stesi in direzione della Mecca. Modugno oggi alle 13, alla presenza del suo imam, ha vissuto il suo momento di preghiera. Un rito fondamentale nel processo di integrazione che stanno compiendo gli extracomunitari (non solo quanti di fede musulmana) con i residenti della cittadina a pochi chilometri da Bari.

Questa mattina gli operatori della cooperativa “Costruiamo insieme”, che si occupa del Centro di accoglienza straordinaria a Modugno, si sono attivati per mettere gli ospiti della struttura nelle condizioni ottimali per svolgere il momento di raccoglimento religioso. Missione da compiere, insieme con amici, connazionali, anche di religione diversa: prestare massima collaborazione a quanti avevano chiesto di impegnare il proprio venerdì raccogliendosi in preghiera.

A coordinare i lavori e, dunque, mettere a proprio agio quanti più tardi si sono riuniti per pregare, Nicole Sansonetti presidente della cooperativa. Insieme con altri operatori del Centro di accoglienza, infatti, ha provveduto a rendere fruibile uno spazio per i fedeli musulmani.

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«Una grande emozione…»

«Un momento di grande emozione – osserva Nicole – vedere gente di nazionalità diversa, talvolta schierata su posizioni opposte ma su altri temi, unirsi insieme in preghiera; assistere alla preparazione vederli raccogliersi con lo sguardo verso la Mecca, su noi occidentali esercita un grande senso di ammirazione». Occorreva trovare uno spazio fisico che fosse congruo al momento religioso. «Lo abbiamo scelto insieme –  prosegue il presidente di “Costruiamo insieme” – individuato in un istante, un cortile indipendente da destinare a luogo di culto».

Un altro passaggio importante, dunque, è stato compiuto in queste ore. Prosegue anche attraverso momenti simili quel processo di integrazione con il territorio auspicato da più parti. Fatte le debite proporzioni, lo scopo è quello di fare del momento di preghiera un esempio di integrazione e religiosità progressista per il territorio. Il preparatore spirituale durante la preghiera ha ricordato che l’educazione islamica è votata a tolleranza, dialogo e assistenza agli immigrati.

Secondo stime diffuse di recente, in Italia sarebbero un milione i fedeli di fede musulmana, fra questi oltre centomila italiani.

«Ogni volto racconta disperazione»

Hotspot di Taranto. Bambini senza più genitori, uomini e donne senza più famiglie. «Storie che lasciano il segno a tutti, spesso non tratteniamo le lacrime». Emozione e sconforto di un agente di Polizia locale.

WhatsApp Image 2017-11-01 at 13.01.39 (1)«Quando sei convinto di aver visto tanto, ti rendi conto di aver visto ancora poco». Un agente di Polizia locale, attiva all’interno dell’hotspot, il Centro di identificazione di Taranto, racconta «cose mai viste» a proposito di sbarchi o, comunque, arrivi da altri Centri di raccolta. «Ogni faccia – ci dice – ogni espressione, racconta una disperazione sempre diversa e di storie, drammatiche con finali da tregenda sono tante». Ce ne ricorda una fra le tante, aprile 2015. Tre naufragi, a causa di vere “bagnole” e un mare messo al brutto, di un carico esagerato quanto disperato. «In quei giorni non si finivano di contare le vittime, la gente dirottata sul nostro hotspot, vestita alla meno peggio, la corsa per dare ai superstiti dopo il ristoro anche il calore di una coperta, abiti asciutti».

Un superstite rimase giorni all’hotspot, rifiutava il cibo. «Non si mosse un attimo, una decina di giorni se non ricordo male: guardava il mare, con paura e con speranza: mentre il barcone sul quale era a bordo si rovesciava, aveva perso di vista la giovane moglie incinta, praticamente la sua famiglia per la quale sperava un futuro migliore lontano da guerra e miseria; purtroppo la donna era fra le settecento vittime, un’ecatombe senza proporzioni».

Ora gli sbarchi sono molti di meno. L’ultimo, importante, lo scorso 20 gennaio, 400 emigranti, fra questi una cinquantina di minori. «Registriamo sempre meno sbarchi, ma l’hotspot prosegue nella sua attività, intanto perché è una struttura pronta per la prima accoglienza; a Taranto, poi, giungono bus, in particolare da Ventimiglia, con a bordo migranti: a noi spetta raccogliere  e il rilascio di un primo documento identificativo».

Qualcuno viene respinto. «Certo, i migranti economici – sostiene il vigile urbano attivo nel Centro di identificazione tarantino – i loro interessi prescindono dalla fuga da zone di guerra o persecuzioni politiche; chi non ha i requisiti richiesti è da considerare a tutti gli effetti un clandestino; tale posizione di clandestinità potrebbe essere sanata solo per motivi umanitari, ma oggi rispetto al passato esistono evidenti restrizioni, le uniche quote di accesso per lavoro sono quelle stagionali, che evidentemente hanno breve durata: buona parte è per lavoro nei campi e per le attività turistiche; completato quel periodo di lavoro, il ritorno a casa, comunque non più residenza in Italia».

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A seconda dei Paesi cambiano le modalità per quanti vengono respinti. «Il governo egiziano, per esempio, viene a riprendersi i propri cittadini fuggiti dal loro Paese; con il Marocco il percorso è appena più articolato, l’idea è quella di una certa resistenza, di ostacoli, comunque di un’operazione onerosa».

Scene drammatiche all’ordine del giorno. «La tragedia non ha colore di pelle, le lacrime dei bambini che arrivano da altri continenti sono uguali a quelle dei nostri bambini; ho prestato i primi soccorsi a piccoli appena sbarcati a Taranto, superstiti di tremendi naufragi: un viaggio della speranza affrontato con un sorriso non appena ti aggrappi a una di quelle “carrette” – mezzi vergognosi che galleggiano per scommessa – e finito, purtroppo, con lacrime e sangue, bambini che si ritrovavano senza genitori da un’altra parte del mondo e in condizioni di shock».

Anche per chi svolge questo lavoro non è facile. «Rispetto alla loro disperazione – dice sempre l’agente di Polizia locale – il nostro lavoro di accoglienza è poca cosa, ma vi assicuro che lasciano il segno: in più di un’occasione a me ed ai colleghi è sfuggita qualche lacrima; guardavamo gente dallo sguardo smarrito, bambini chiusi in giubbotti di fortuna tre volte più grandi così da coprire le manine e poi completamente bagnati: vorresti essere utile a tutti nello stesso momento, ma non riesci a dividerti». Una disperazione senza fine.

«Benvenuto chi è in regola»

Leonardo Giangrande, presidente di Confcommercio sulle attività orientali. «Guerra agli abusivi, un plauso a chi rispetta la legge» 

IMG-20171029-WA0025«Chiunque abbia rispetto delle regole è il benvenuto nel commercio tarantino». Leonardo Giangrande, presidente Confcommercio Taranto, con la sua associazione da anni svolge una battaglia contro l’abusivismo. Plaude, però, a chiunque intenda fare investimenti nel commercio locale. Anche stranieri, a condizione che facciano impresa rispettando le stesse regole cui si attengono i commercianti tarantini.

«E’ l’aspetto fondamentale, rispettato il quale possiamo fare qualsiasi tipo di ragionamento», riprende, «a cominciare dall’apertura di attività in pieno centro, nel Borgo tanto per intenderci, quartiere al quale abbiamo posto sempre grande attenzione in tema di rilancio». Non si smarca dal periodo di crisi che interessa il nostro Paese, in particolare il Sud, la stessa Taranto. «Ben vengano quanti – dice il presidente Confcommercio –  in un momento in cui negozi storici del nostro capoluogo spengono le proprie insegne, che qualcuno accenda vetrine, luci, offra il suo contributo ad una eventuale ripresa del commercio a Taranto».

Stranieri nel “salotto buono”

Attività presenti in centro gestite da stranieri. Via D’Aquino, il salotto buono della città. Poi via Principe Amedeo e via Anfiteatro, strade nelle quali la situazione è meno incoraggiante per presenza di negozi rispetto a un tempo. Nelle strade limitrofe, al Borgo sembra un bollettino di guerra. Saracinesche abbassate, talvolta per un “inventario” che ai più appare presunto, considerando le smentite circa i cartelli appesi alle vetrine. Stranieri in centro, attività, prodotti alimentari, per una fascia di pubblico che fa i suoi acquisti anche in orari fino a ieri inconsueti per una città come la nostra. «Mi risulta – dice Giangrande – che vendano prodotti orientali, che loro connazionali si servano con una certa regolarità; altri che realizzano manufatti artigianali: se queste attività sono in regola come il resto dei negozi gestiti dai commercianti tarantini, va bene; la legge del mercato è una sola, con quella ci confrontiamo anche in questi anni in cui i negozi chiudono ad un ritmo impressionante; siamo nell’economia globale, non è il caso di scandalizzarsi, il mondo sta cambiando, bisogna prenderne atto».

Giangrande non si nasconde dietro un dito. «In passato, quando sbucavano come funghi attività che sparivano con la stessa velocità, ci domandavano quale fosse il loro business sul nostro territorio; una volta acclarate le loro posizioni, per noi non c’è problema: solo a simili condizioni possiamo accettare una concorrenza che arriva da lontano».

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Licenze commerciali e locazione in regola

Nuovi commercianti, vantano licenze commerciali e contratti di locazione in perfetta regola.«Dunque sono i benvenuti, è quello cui abbiamo assistito e in più occasioni denunciato che non ci scende giù: in un momento in cui il commerciante tarantino fa i conti con una pressione fiscale ingiustificabile in un momento di grave crisi, siamo meno disposti a rimandare i confronti sulle regole; al Sud una famiglia media, per fare un esempio, ha un gettito approssimativo di diciassettemila euro l’anno, in Veneto trentaquattromila: il confronto non regge, la politica piuttosto che rimandare i provvedimenti dovrebbe mettere subito in agenda i motivi che stanno provocando la caduta libera che in questi anni sta registrando il nostro settore».

Lotta all’abusivismo commerciale

Abusivismo commerciale, altra piaga dice Giangrande. «Lì l’associazione da me IMG-20171029-WA0028rappresentata – sottolinea a chiare lettere il presidente Confcommercio – non fa sconti a nessuno: chi pensa di vendere prodotti contraffatti esponendo la merce su un marciapiedi con l’ausilio delle luci di una vetrina illuminata, prende una ciclopica cantonata: non se ne parla nemmeno; abbiamo fatto e continueremo a fare battaglie contro un fenomeno inarrestabile; informiamo anche i cittadini: anche chi acquista in modo incauto prodotti falsificati, non richiede uno scontrino fiscale, commette un reato grave e sanzionabile».

Detto questo, torniamo ai primi negozi dal sapore orientale aperti a Taranto. «La legge del mercato la conosciamo – conclude Leonardo Giangrande – dobbiamo prenderne contezza e applicarla: esiste un domanda di prodotti orientali, bene, che aprano una, cinque, dieci attività, purché tutto sia a norma: autorizzazioni, tasse, personale, scontrini fiscali; unica condizione che poniamo è il massimo rispetto delle regole, cosa a cui commercianti tarantini, oggi, fanno fronte non senza una certa difficoltà».

Una insegna riaccende la speranza

Negozi orientali in centro a Taranto. La città si apre a un mondo nuovo. Generi alimentari e prodotti artigianali. Non solo per indiani, pakistani, cingalesi

IMG-20171027-WA0030Da qualche tempo nel centro di Taranto hanno avviato la propria attività negozi che commerciano articoli alimentari e prodotti artigianali orientali. Negozi sorti di recente in via Principe Amedeo e via Berardi, perfino in via D’Aquino, il salotto buono di Taranto.

E’ il fronte di una nuova impresa che commercia prodotti indirizzati non solo a propri connazionali, ma anche ad attività locali e agli stessi residenti che cominciano con l’apprezzare la cucina, quando parliamo di attività che commerciano generi alimentari, e manufatti artigianali orientali.

Aprire un’attività con i crismi necessari, oggi è una bella impresa. Il commercio in generale è in crisi. E’ sufficiente fare un giro in città per vedere alcune delle sue vie, un tempo floride e votate al commercio, oggi praticamente abbandonate a se stesse, desolate. Giorni fa un vecchio commerciante tarantino non nascondeva stupore misto a una certa ammirazione. Una di queste nuove attività a due passi dalla sua aveva “riacceso” una vetrina e la speranza che qualcosa, in qualche modo, stesse cambiando. «Questa gente – diceva – dà luce in uno degli angoli cittadini un tempo ambìti dai nostri commercianti: fino a poche settimane fa io e la mia attività ci sentivamo isolati, al buio, adesso accanto abbiamo una vetrina illuminata, un’insegna che alimenta una piccola speranza».

Nuove attività con prodotti e manufatti artigianali di origine orientale. Non solo vetrine e insegne daccapo illuminate. Questi, infatti, rappresentano impegni che producono economia, piccola o grande che sia. Intanto i “nuovi commercianti” occupano negozi sfitti, che diversamente come unico scopo avrebbero avuto l’incupire di più un settore, il commercio, e una città intenzionata a riprendersi, ma che continua a trovare una serie di paletti difficili da abbattere. Crisi, regole e condizioni con le quali diventa sempre più complicato confrontarsi.

Ma la città è il riflesso della globalizzazione. Non certo florida, opulenta come nel periodo fra gli anni ’70 e gli anni ’90. Non sono più quei tempi, molte sono le griffe ad aver chiuso battenti provocando un effetto-domino sull’intero tessuto economico locale.

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Ma da qualche parte occorre ripartire. Da nuovi investimenti, anche con piccoli contributi come l’apertura di negozi “orientali” nei quali, insistiamo, non si servono solo indiani, pakistani, cingalesi. Attività di ristorazione, tarantini affascinati da un nuovo tipo di cucina, hanno iniziato ad entrare e frequentare queste nuove attività.

Altri negozi realizzano prodotti artigianali, collane, braccialetti, elementi decorativi in genere, a prezzi contenuti, un po’ come il nuovo trend delle attività commerciali presenti sul territorio. Insistono i brand storici, ma nel frattempo la città si è aperta all’idea di una politica più abbordabile considerando la posizione odierna di una famiglia tarantina media. Dunque, benvenuta nuova economia, nuovo modo di vedere le cose. E’ giunto il momento di aprirsi a un mondo nuovo, un modo di guardare e approcciarsi a un mercato fino a qualche tempo fa impensabile. E’ una novità, ma anche una discreta boccata di ossigeno per una Taranto che invoca una nuova ripresa.

Oggi spente quattro candeline! Costruiamo insieme, un impegno cominciato nel 2013

Assistenza a migliaia di migranti e interventi sociali. Consulenza pedagogica, centri di accoglienza straordinaria e progetti formativi.

Costruiamo insieme compie quattro anni. Festeggia in modo sobrio, senza quella enfasi che, forse, un progetto diventato importante in breve tempo avrebbe meritato. Un lavoro, il nostro, quello di team e amici cominciato proprio il 23 ottobre, un mercoledì di quattro anni fa.

Da allora è cambiato un intero mondo. Non l’impegno, lo stesso di sempre possiamo dire, utile per sostenere quelle che sarebbero state le attività che avremmo dovuto svolgere in modo professionale.

In questi quattro anni con il nostro team abbiamo visto e aiutato (preferiamo parlare di assistenza piuttosto che di lavoro) quasi cinquemila migranti. Gente arrivata dall’Africa con la speranza negli occhi. Il desiderio di scrivere un nuovo capitolo della loro vita.

Quattro anni passati dai volti, sorridenti sicuramente per la soddisfazione di essere utili al prossimo, ma qualche volta spenti dal dolore per aver assistito impotenti a storie e drammi senza via d’uscita. L’impegno di Costruiamo Insieme si è realizzato non solo attraverso lo strumento dell’accoglienza, oggi fra i più autorevoli al Sud, ma anche con interventi sociali attivati per abbattere il disagio familiare e sociale favorendo una crescita sana del minore. Questo impegno è stato reso possibile attraverso la competenza di educatori professionali attivatesi nel rispetto del regolamento regionale.

In questi quattro anni, Costruiamo insieme ha svolto consulenza mediante attività pedagogica con una puntuale supervisione dei diversi casi con l’ausilio di esperti di sostegno alla genitorialità e la conduzione di gruppi di auto-mutuo aiuto.

Fra le altre attività svolte (riportate in questo stesso sito) Costruiamo insieme  dopo appena un anno di vita ha realizzato un centro diurno (oggi Comunità educativa) per minori regolarmente autorizzato al funzionamento ed un Centro di accoglienza straordinaria (CAS) per oltre un centinaio di cittadini immigrati. Altra svolta impressa nell’attività della cooperativa sociale, due anni fa in provincia di Bari (Bitonto e Modugno) ha avviato altri due Centri di accoglienza straordinaria per oltre duecentocinquanta immigrati, realizzando, inoltre, progetti formativi finanziati dalla Regione Puglia anche con la Casa circondariale di Bari.

Una paura senza fine… Fuga e torture provocano diffidenza, parlarne provoca dolore fisico.

«Una intervista, una foto, a che servono?». Non è sempre facile alleggerire un migrante di una storia il più delle volte drammatica. Un extracomunitario si pone più o meno le stesse domande che gira con garbo a chi vuole conoscere meglio le ragioni che lo hanno spinto in una terra lontana da casa. Non è diffidenza, ma prudenza. Dopo quello che uno, dieci, cento hanno passato, tornare a fidarsi subito, ciecamente, non è semplice.

Magari serve parlarne. Alleggerirsi, far conoscere una storia simile, ma diversa a tante altre. Simile, cominciata da una fuga. Dalla miseria, dalla guerra, dalle persecuzioni. Diversa, scandita da episodi drammatici. Da un grilletto puntato, colpi di fucile, la prigionia, le torture, il ricatto.

Ma la storia, lo convinciamo, la racconta lo stesso. Per scelta non dà enfasi, vorrebbe scordarsene il più presto possibile. Qualche passo indietro, forse, non aiuta a liberarsi da un peso; è come se puntasse un dito su una piaga quasi impossibile da rimarginare. Le cose che ci racconta, gli diciamo, vanno invece scritte, segnalate lo stesso. Aiutano anche gli altri a conoscersi meglio. Servono ad accorciare le distanze con i residenti, per esempio, talvolta sospettosi senza una precisa ragione.

La parola “integrazione” passa anche da una storia, una delle tante, che hanno lo scopo di accorciare le distanze. Anche mentali, se ci fossero ancora riserve nei confronti di chi chiede asilo, fugge da guerra e prigionia, vuole assaporare l’immenso piacere di un’altra parola-chiave che accompagna questa gente in cerca di un futuro finalmente sereno: “libertà”.

Non un’altra, questa storia

Dunque, una chiacchierata, una delle tante. Seduti a un tavolo, con uno, due mediatori a spiegare che parlarne fa bene. A qualcuno verrebbe in mente di dire: «Va bene, non vuole parlarne: lasciamo stare, troviamo un altro, storie da raccontare ce ne sono e tante anche!». Qui, invece, scatta un fattore diverso. L’insistenza. Una storia che non vuole essere raccontata, insegnano anziani cronisti, è una storia che invece va marcata stretta, presidiata, raccontata. Bisogna entrare in ogni piega, sono quelle alla fine che insegnano tanto.

Giovane, una ventina di anni, arriva dal Senegal. «Scappato da un campo di prigionia, ostaggio di banditi senza scrupoli, in Libia – ricorda tenendo il capo basso, quasi voglia sfuggire a espressioni di stupore quando attacca con i dettagli – lì accadevano cose che solo ricordarle provocano dolore, anche fisico: riportano alla memoria umiliazioni di ogni genere, giorni e giorni a pane e acqua; una intera giornata con un tozzo di pane, scorza e mollica; e acqua, non quella di un normale rubinetto, ma quella del bagno…».

Il dramma con cui convive in quei giorni, quelle settimane. «Non sapere che fine possa fare – dice – ogni giorno sembra quello fatale, l’ultimo della tua vita: ho visto partire fucilate per mille motivi, sempre uno più strano e disonesto dell’altro, l’idea che ti fai in quei momenti è che tu sia un niente, meno che zero: non sei un essere umano, sei una risorsa, forse; chiedono soldi, se non puoi pagare, allora ti fanno lavorare duro, da mattina a sera, fino a spezzarti la schiena e stancarti così tanto da toglierti anche la forza di pensare per trovare una via di fuga e riappropriarti della tua vita e, se possibile, della libertà».

Un viaggio infinito e un sogno

Un viaggio durato tanto. «Un anno – racconta – partendo dal Senegal, dove sono rimasti moglie e figlio, con i quali voglio ricongiungermi; nel mio villaggio continue persecuzioni e violenza, la gente che veniva torturata e uccisa sotto i miei occhi e altrove era lo stesso: l’unica alternativa era fuggire, per me stesso, ma anche per la mia piccola famiglia; partito dal Senegal, Africa del Sud, sono passato attraverso Mali, Niger e Libia, dove sono stato imprigionato due volte: la mia e quella dei miei compagni è stata una vita di fughe, dalla povertà e dalla miseria, dalla violenza e dallo sfruttamento».

Una vita non facile fin da bambino. «A nove anni sudavo in una conceria, lavoravo le pelli e a un telaio per confezionare maglie insieme a tanti altri bambini come me: la paga, un pezzo di pane e una bocca in meno da sfamare per papà e mamma, persa giovanissima». Riabbraccerà moglie e figlio quando avrà trovato un lavoro. Per ora ha un sogno. «Lavorare, tanto – conclude – il lavoro sodo non mi spaventa, ho muscoli, tanta forza da scaricare con la tanta rabbia che ho ancora dentro: mettere insieme risparmi, comprare le attrezzature per confezionare maglie e mettermi in proprio; vero che il lavoro mi ha spezzato la schiena, ma quella voglia di creare e vestire la gente è rimasta la stessa».

Afrah, una bomba le ha spento un occhio, non il sorriso

Ieri è arrivata all’hotspot tarantino. Stretta al petto dei genitori. Le hanno detto che il peggio era passato, era viva…

Non ha un nome, non ci vuole molto a trovargliene uno: Afrah, felicità. Questo significa, in arabo, un sorriso appena accennato su un volto stanco, messo a dura prova dal lungo viaggio della speranza. I genitori con i quali è sbarcata ieri, venerdì 20 ottobre, a Taranto, le hanno detto che il peggio era passato, la lunga fuga dalla Libia era finalmente finita. Ecco il sorriso di Afrah. I “suoi” l’avevano rassicurata, tenendola stretta al petto. Provati dalla lunga odissea, papà e mamma non hanno più fiato. Non troverebbero le parole e, allora, stringerla forte a sé equivale a più di qualsiasi espressione, frase rassicurante.

Afrah, libica, ha appena sette anni, un dramma dentro, come la paura infinita, e uno, purtroppo, sul viso. E’ viva per miracolo, una mina le è saltata a un palmo. Lei è volata via come carta velina, così piccola. E’ saltata, ripiombata al suolo, raccolta subito dai genitori che le stavano accanto. Viva, grazie al cielo, il volto sfigurato, un occhio sanguinante. Ai primi soccorsi era apparso evidente che per quell’occhio non c’era più niente da fare. Afrah, però, era viva. E dopo la grande paura, per i genitori che fuggivano con in braccio la loro piccola, unica grande ricchezza, ciò che contava era che il suo cuore battesse ancora, forte come l’abbraccio di papà e mamma. Urlava di dolore, Afrah, ma era viva.

Ieri all’hotspot di Taranto, al suo arrivo, Afrah al posto sull’occhio invalido mostrava una vistosa cicatrice, segno di quel primo soccorso che le ha salvato la vita. Chi l’ha vista ha parlato, subito, di grande dignità. I soccorritori, il personale che svolge attività di accoglienza, gli agenti della Polizia locale, l’hanno subito adottata. «Ogni giorno, qui all’hotspot – dicevano – c’è sempre qualcosa da imparare; intanto umiltà: per i migranti parlano i gesti, discreti, nonostante addosso abbiano la grande paura, gli stessi vestiti da giorni, bagnati; tremano, ma non pretendono, aspettano con un silenzio dignitoso il loro turno, anche questo un grande esempio di civiltà: sanno che tocca prima a bambini e donne, i ragazzi e gli uomini appena sbarcati devono avere solo un po’ di pazienza».

Afrah, però, non viene lasciata un solo momento dalla mamma. Il papà, nemmeno a dirlo, non la perde un solo istante di vista. «Mi ha colpito il suo sorriso – diceva un agente della Polizia locale –la sua dignità, mi ha commosso il suo sorriso mentre avvicinava all’occhio risparmiatole da quella inaudita violenza, un foglio: sembrava leggesse, sorrideva, una scena che non dimenticherò mai; come non si dimenticano altre scene, quelle di bambini infilati in enormi giacconi dai quali le dita delle mani sbucano a malapena».

Una delle tante lezioni di vita, dicevano ieri all’hotspot, impartite da bambini che arrivano con il cuore gonfio di speranza. Quello che sta a cuore ad Afrah è vedere il volto dei genitori, adesso più rilassato. Triste, nel vedere la propria figliola in quelle condizioni, ma meno teso per averle salvato la vita e per aver scritto la parola “fine” a una fuga disperata. Non sempre da quelle parti, purtroppo, storie vissute nel dramma hanno un lieto fine. Afrah è un tesoro che quella terra ci ha fatto. Avrà ancora tante cose da insegnarci la piccola bambina libica sempre stretta al petto dei suoi genitori. Un abbraccio al quale, da ieri, ci siamo uniti anche noi.

«Sudiamo nei campi, ma non rubiamo lavoro». Mosi e Sadiki, tratti della loro esperienza tarantina.

LAVORO

«Non vogliamo elemosine»

«Sudiamo nei campi, ma non rubiamo lavoro». Mosi e Sadiki, tratti della loro esperienza tarantina.

IMG-20171018-WA0016Manifattura, costruzioni, servizi, mercati, lavori domestici e nei campi. Sono alcuni fra i settori nei quali sono spesso impegnati extracomunitari in fuga da violenza e miseria. Come in ogni cosa, esistono approcci diversi con un Paese straniero e le regole di un vivere civile, decoroso per quanto talvolta possa essere complicato. Tanto per gli italiani, in questo caso, quanto per chi arriva dopo un lungo viaggio disperato e di speranza dall’Africa.

Su una cosa, Mosi, però, non transige e non la manda a dire. «Non mi piace stare davanti a supermercati e bar con il cappellino in mano a chiedere spiccioli alla gente che entra ed esce da quelle attività: i soldi, pochi o molti che siano, preferisco sudarmeli». Sudare, un verbo che spendono spesso nei loro ragionamenti i ragazzi ospitati nei Centri di accoglienza straordinaria.

Sadiki, due anni in Italia, come il suo amico non usa giri di parole. Fosse un calciatore si direbbe “entra a gamba tesa”, evidentemente sul tema del quale si parla ogni giorno a Taranto: neri e lavoro. «Siamo “quelli che arrivano e non vanno più via”“…rubano il lavoro, alla faccia di una città che vive momenti drammatici”. E i commenti, nei bar, per quelli che hanno più tempo da spendere davanti a una tazzina di caffè, sono anche più forti. Sadiki, conferma. «Sentito con le mie orecchie:«Rubano lavoro e perfino le donne: ne vedo di ragazzi, mano nella mano, con ragazze tarantine!».

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Detto dell’offesa nei confronti di un ragazzo che non sarebbe sciaguratamente considerato “degno” solo per il colore di pelle, e di una ragazza che ha tutto il diritto di tenere stretto per mano chiunque voglia, circoscriviamo le considerazioni al solo lavoro.

In un’altra rubrica del sito (“brevi”) riprendiamo percentuali che sfatano il mito del posto di lavoro “rubato”. Raccontato uno studio dell’Inps, non una società incaricata da quotidiani o periodici, radio o tv. Torniamo un attimo a Mosi. «Trovo umiliante elemosinare, ma rispetto scelta e coscienza e il pensiero di chi, invece, pensa diversamente: è necessario essere comunque tolleranti». Parla a ruota libera. Un italiano approssimativo, comunque comprensibile. Rappresenta l’idea con l’ausilio delle mani. Sorride. «L’ho imparato qui, i tarantini, maIMG-20171018-WA0019 gli italiani in genere, usano molto le mani per spiegarsi, come se disegnassero». Facciamo autocritica, vero: se ai tarantini, come agli “italiani in genere”, per dirla con lo stesso Mosi, fosse impedito l’uso delle mani per dare massa critica a un qualsiasi discorso, sarebbe una sofferenza indescrivibile. «Faccio raccolta nei campi, con me tanti altri fratelli neri, di varie nazionalità: la gente che racconta un’altra realtà sugli immigrati, vorrei che sentisse quello che dice chi ci dà lavoro: “i ragazzi nostri –raccontano – non vogliono lavorare, preferiscono starsene a casa, raccontare ai genitori che lontano da qui è meglio: quelli convinti partono e tornano; altri, che non la raccontano tutta, dicono lo stesso ma danno colpa agli altri e nel frattempo continuano a farsi mantenere dai genitori”; così dice chi mi ha dato lavoro, senza obbligarmi ad accettare orari certe volte discutibili: non mi preoccupo, però, più di tanto; potrei anche dire no, invece accetto e a fine giornata metto in tasca quel pugno di euro stabilito».

Anche Sadiki insiste sul cappellino fuori del supermercato. Aggiunge un risvolto. «Meglio nei campi che starmene fuori a un’attività commerciale; fateci caso, però, non sono solo neri a chiedere spiccioli: amici mi dicono che all’uscita di bar e supermercati stazionano stranieri dell’Est, italiani, anche tarantini, e questo mi dispiace, significa che sono in molti a non passarsela bene». Hanno ancora una manciata di secondi, Mosi e IMG-20171018-WA0014Sadiki. «Un po’ più di tolleranza da parte dei tarantini: c’è chi ha un profondo rispetto per noi, non ci sentiamo affatto discriminati, ma c’è sempre qualcuno che esagera…», s’interrompe Mosi. Sadiki prosegue. «Sono in pochi, sia chiaro: pensano che non parliamo bene l’italiano e, dunque, possono dirci dietro di tutto perché non lo capiamo; invece sorvoliamo, anche su considerazioni pesanti che facciamo finta di non aver compreso: e questo ci pesa più dell’umiliazione di chiedere l’elemosina».

«Bella la Città vecchia, che storia!» Colazione nell’Isola.

 

Colazione domenicale in Città vecchia. Un incontro un po’ voluto, un po’ fortuito quello nell’Isola. Alassane, senegalese, uno degli operatori di “Costruiamo insieme”, il Centro di accoglienza straordinaria di via Cavallotti a Taranto, anticipa che domenica con un paio di amici, Anssoumane e Sinaly, connazionale il primo, ivoriano il secondo, faranno due passi in Città vecchia. Alla scoperta di una Taranto che ancora non conoscono del tutto.

«Ne abbiamo sentito parlare», dicono, «visto foto sui giornali al bar o visitando i siti tarantini che postano tante foto di una città bella e accogliente». Alassane, quando può, interviene, i suoi amici l’italiano lo afferrano. Quando non ce la fanno, provano ad interpretare con quell’intuito in alcune circostanze, anche non facili, è stato risolutivo. A proposito di bar, ne cerchiamo subito uno. L’incontro nei IMG-20171015-WA0019pressi del Castello aragonese. Un centinaio di visitatori in fila indiana. Nonostante siano poco più delle nove, i turisti hanno già completato la visita ad uno dei principali attrattori della città. Lasciano alle spalle Castello e due bus extraurbani, imboccano il Ponte girevole per fare ingresso al Borgo.

Città vecchia, un passo dalla sede univeristaria “Aldo Moro”. Bar “La piazzetta-Fishbar”, elegante, servizio impeccabile. Primo giro, cornetto, alla crema va bene. A seguire, caffè o cappuccino. «Caffè, no, in Italia è troppo forte, sembra, come dire…», Alassane fa un gesto eloquente, indica qualcosa di circolare che diventa sempre più piccolo, ristretto, «…qualcosa di troppo concentrato; tante volte ci chiediamo come voi facciate a berne non uno solo, ma anche due, tre al giorno: no, se possibile, dopo il cornetto preferiamo un cappuccino…».

Città vecchia, raro capitiate da queste parti. «Nei bar che frequentiamo per fare colazione», dicono un po’ in francese, un po’ a gesti, «spesso ci fermiamo a parlare: quello degli esercizio commerciali è il primo passo che facciamo verso i residenti, non è difficile diventare amici dei tarantini: mai avvertita quella diffidenza della quale ogni tanto ci hanno parlato: crediamo, come in ogni parte del mondo, sia sufficiente essere educati, avere rispetto del prossimo per guadagnarne tu stesso dagli altri».

Gli Stretti della Città vecchia, suggestivi. Talmente stretti che non è semplice passeggiarci mettendosi in fila, per tre, quattro. Complicato quando uno scooter con due ragazzi a bordo sfreccia su via Duomo. Non hanno il casco, i residenti sono i primi a fare gesti di prudenza ai due giovanotti più o meno spericolati. «Fate attenzione!», gli urlano, «Poi papà e mamma, quando vi fate male, piangono!». Un classico. Ammonimento esagerato, ma fa parte del ruolo pittoresco che qui interpreta, non richiesto, la gente dai cinquant’anni in su.

IMG-20171015-WA0010Giornata di sole, leggenda metropolitana da sfatare, Alassane. «Sempre nel solito bar qualcuno ci ha invitati ad essere prudenti nel venire in Città vecchia, “potreste fare incontri spiacevoli” ci dicono». «E di cosa dovremmo avere paura?», rispondono gli altri due, Anssoumane e Sinaly. «Che ci facciano una rapina, forse? abbiamo pochi soldi in tasca; che ci facciano paura, magari? Veniamo da Paesi nei quali si fa la fame e se non la digerisci, quella, la fame, corri il rischio di essere anche picchiato; abbiamo fatto un lungo viaggio a bordo di una imbarcazione che ha affrontato mare aperto e tanti pericoli, prima di arrivare sulle coste italiane, cosa dovremmo temere ancora?».

Invece, in Città vecchia, scooter a parte, si passeggia volentieri. Saranno le vie strette, radio e stereo ad alto volume, con musica e canzoni popolari accompagnate a squarciagola, via Duomo e i vicoli vicini sprigionano un’atmosfera familiare. Davanti alle due Colonne doriche, Sinaly domanda cosa siano quelle vestigia. «Appena duemilacinquecento anni di storia, qui sorgeva il tempio di Poseidone, parliamo di Magna Grecia…».IMG-20171015-WA0015 Duemilacinquecento, numero che fa paura, nel pronunciarlo come nel rifletterci sopra. Taranto, invece, ha proprio tutta quella storia. E non solo, la Città vecchia che abbiamo appena visitato, dalla cattedrale di San Cataldo («…siamo musulmani, ma l’opera è di una bellezza straordinaria…») alle Colonne, fino al Castello aragonese, ha subito invasioni e contaminazioni, fra gli altri, di arabi e spagnoli.

«Sarebbe bello visitare il Castello aragonese e il Museo archeologico», propone Alassane, «ne parlo con Kaleem, un collega, lui è pratico, sa come muoversi e a chi rivolgersi per conoscere da vicino la storia della città che ci ospita». «Un po’ per volta – conclude l’operatore-interprete – stiamo compiendo passi avanti sul territorio per superare quei primi momenti di diffidenza da parte dei residenti: voglio studiare, lavoro permettendo, laurearmi in Medicina, aiutare il prossimo, esercitare la professione in Italia o nel mio Paese, il Senegal, poi si vedrà».