«Uno stop per motivi di sicurezza»

Michele Riondino spiega la sospensione dell’Uno maggio tarantino

«Non ci è stato possibile proseguire perché pioggia e vento erano diventati insistenti e, dunque, insostenibili; avremmo potuto proseguire, ma non escludiamo che si sarebbero presentati problemi tecnici». Manifestazione totalmente autoprodotta, ora dovrà essere sostenuta non solo in modo passionale ma anche economico

 

Concerto dell’Uno Maggio – Libero e Pensante a Taranto interrotto in anticipo a causa di una forte pioggia. Il maltempo ha infatti messo a rischio la sicurezza del pubblico all’interno del Parco archeologico delle mura greche, trasformatosi in poche ore un vero e proprio campo di fango. Una decisione dolorosa, quella di chiudere anzitempo il concertone è stata assunta dagli organizzatori in accordo con la Commissione di pubblica sicurezza. Sul palco avrebbero dovuto esibirsi, fra gli altri, Samuele Bersani, Vinicio Capossela, Tonino Carotone, Niccolò Fabi, Nino Frassica e la Los Plaggers Band, Marlene Kuntz, Willie Peyote, Ron e la Rappresentante di Lista.

«Abbiamo provato ad andare avanti per quanto ci è stato possibile, ma le condizioni erano proibitive; la macchina dell’Uno Maggio Taranto, però, ha dimostrato anche quest’anno di essere una altamente professionale», ha dichiarato all’agenzia giornalistica Ansa l’attore Michele Riondino, uno dei direttori artistici insieme con Diodato e Roy Paci della rassegna giunta alla decima edizione.

 

 

SICUREZZA FONDAMENTALE

«Tutti – ha proseguito – hanno lavorato per metterci nelle condizioni di essere in sicurezza e la sicurezza per noi è fondamentale e sarebbe stata la classica barzelletta se avessimo mancato proprio in questo». «Non ci è stato possibile proseguire – ha ripreso Riondino – perché pioggia e vento erano diventati insistenti e, dunque, insostenibili. Avremmo potuto proseguire, ma non escludiamo che si sarebbero presentati problemi tecnici, per la scaletta, per l’esibizione degli artisti».

Riondino, infine. «Il nostro Uno Maggio, manifestazione totalmente autoprodotta – in quanto siamo noi a pagare di tasca nostra tutti i lavoratori e l’attrezzatura – ora dovrà essere sostenuto non solo in modo passionale ma anche economico: nelle prossime ore ci attiveremo per organizzare eventi e raccolte fondi in città e in rete: c’è un crowdfunding unomaggiotaranto2023 con un link per invitare le persone a sostenere i costi di questo grandissimo evento».

 

 

«A TARANTO PARLIAMO LA STESSA LINGUA»

Intanto una frecciata al Primo Maggio di Roma, quello tradizionale e in qualche modo non più tanto in sintonia con i giovani, arriva da La Rappresentante di Lista: «Qui parliamo la stessa lingua». La dichiarazione pungente arriva prima dell’esibizione e prima della sospensione del concerto a causa della forte pioggia. Il duo La Rappresentante di Lista ha postato su Twitter e, a seguire, su Instagram, un messaggio che spiega bene la loro posizione in merito alla partecipazione all’evento a Taranto. «Il check era già stato già magico; in questo periodo pensiamo tanto al Sud, ai territori, alle comunità, alla libertà che non si dice, ma si fa, al prendersi cura dei luoghi, alla musica che serve a qualcosa. Qui al Primo maggio Taranto parliamo la stessa lingua».

«Teniamo viva la memoria»

Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica

Il capo dello Stato ricorda gli ideali di indipendenza e di libertà. Questi permisero la liberazione dell’Italia dall’oppressione nazifascista. Piemonte sulle orme dei partigiani. In Veneto manifestazioni in contrasto. A Modena c’è chi sfila con divise naziste (è una cerimonia di carattere strettamente privato, giustificano). Una panoramica sull’informazione

 

Il 25 aprile si celebra il Settantottesimo anniversario della Liberazione. Un momento particolarmente sentito dal paese, come dalla politica. Era evidente che con un nuovo governo, quello di Giorgia Meloni, l’argomento non tornasse a galla con momenti critici e dibattiti spigolosi e senza fine. Noi proviamo ad essere equidistanti sul tema, siamo in democrazia e ognuno può manifestare – nel massimo rispetto, senza incorrere in offese o inutili scivoloni che non servono evidentemente a un qualsiasi dibattito – il suo punto di vista. Ma il 25, non solo a numeri, non può che starci a cuore come l’1 Maggio, altro momento cruciale delle celebrazioni del nostro Paese, che riconosce le conquiste nel mondo del lavoro.

Ma veniamo a un giro di campo, per capire come alcuni degli organi di informazione stanno trattando la ricorrenza del 25 aprile, Festa della Liberazione. Celebrazione tra le più sentite dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, martedì 25 aprile, il capo dello Stato comincerà la sua giornata all’Altare della Patria a Roma per deporre una corona insieme a Giorgia Meloni e ai presidenti di Camera e Senato. Subito dopo, scrive Rainews, andrà in Piemonte. Ma già alla vigilia della celebrazione, Mattarella nel corso dell’incontro al Quirinale con una  rappresentanza delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma, ha lodato «l’impegno e la determinazione che le associazioni impiegano ogni giorno per tener viva la memoria di un periodo tra i più drammatici della nostra storia contribuendo in ampia misura a far conoscere e non dimenticare quanti hanno lottato per la difesa degli ideali di indipendenza e di libertà che permisero la liberazione dell’Italia dall’oppressione nazi-fascista».

 

 

CORTEI, SPETTACOLI E PROTESTE

Cortei, spettacoli, cerimonie e proteste. Di questo e altro racconta il corriere.it con la redazione veneta del quotidiano online. Il 25 Aprile – scrive corriere.it – arriva in Veneto con il suo carico di appuntamenti e di polemiche. A Vicenza la Festa di Liberazione si annuncia carica di tensioni, dopo la decisione di un gruppo di militanti di estrema destra (il Mis, Movimento Italia Sociale) di inaugurare la nuova sede in città proprio il 25 aprile. Apriti cielo. La sinistra parla di «provocazione» e di un evidente tentativo «di sfregiare e offendere Vicenza», città medaglia d’oro per la Resistenza. «Polemiche pretestuose, che ci lasciano indifferenti» replica il portavoce del Mis, Gian Luca Deghenghi. «L’evento – assicura – avrà carattere strettamente privato. Lo sgradevole clamore che sta montando in città è strumentale al tentativo di Anpi e associazioni affini, che trovano sponda a livello istituzionale, di creare un clima di inopportuna fibrillazione». Quindi nessun rinvio, anche se in concomitanza con l’inaugurazione della sede del movimento di destra, dalle 15 a Vicenza è in programma un corteo antifascista.

Anche a Padova è previsto un corteo nel pomeriggio, organizzato dai centri sociali per dire no al fascismo, per il diritto alla casa e contro il cambiamento climatico. Proteste a parte, sono molti gli appuntamenti organizzati in Veneto. A Verona è in programma la deposizione delle corone alla targa dei Caduti della battaglia in difesa del palazzo delle Poste e alla Sinagoga, e davanti alla targa in memoria della maestra partigiana Rita Rosani.

 

A VENEZIA, ANCHE SAN MARCO

Venezia, che il 25 Aprile festeggia anche San Marco patrono della città, oltre alle cerimonie ufficiali (le principali si svolgeranno in piazza San Marco e in campo del Ghetto Nuovo, e a Mestre in piazza Ferretto) è attesa l’ormai tradizionale contro-celebrazione organizzata dai venetisti. In terraferma, da segnalare l’apertura straordinaria del forte Carpenedo, l’ex-caserma dell’Esercito Italiano, con una serie di attività e iniziative gastronomiche, come la «pastasciutta del partigiano». A Marano Vicentino, invece, tra le 11 e le 12.30 saranno visitabili le carceri nazifasciste.

A Treviso, l’Anpi e i sindacati organizzano nel pomeriggio un «concerto antifascista». Festa, musica e dibattiti sui valori della Costituzione, nell’area sportiva di Sossai, a Belluno, con l’evento che mette insieme Cgil, Anpi ed Emergency. A Rovigo la cerimonia prevede che, dopo la resa degli onori ai Caduti, le autorità si spostino in piazza Giacomo Matteotti, dove verrà deposta una corona davanti al monumento dedicato al politico veneto ucciso dai fascisti un secolo fa.

È polemica a Mirandola, nel Modenese, in vista delle celebrazioni del 25 Aprile, quando sfilerà in corteo la cosiddetta Colonna della Libertà. Nel giorno della Liberazione – scrive il sito Open – una schiera di veicoli storici militari risalenti alla seconda guerra mondiale e oltre 400 figuranti partiranno da Felonica il 22 aprile e dopo aver attraversato diversi comuni della zona emiliana, arriveranno nella città del Modenese per l’ultima tappa. Tra questi figuranti, ve ne saranno alcuni che indosseranno divise della Repubblica Sociale e uniformi naziste. Eventualità, questa, che ha spinto – scrive, invece, il Resto del Carlino – la sezione mirandolese dell’Anpi a contestare la scelta ed esprimere «amarezza e preoccupazione».

 

 

RISPETTO PER LE ISTITUZIONI

«Per rispetto delle istituzioni democratiche, per ricordare i nostri martiri e per festeggiare la Liberazione, come Anpi – spiega l’associazione partigiana – il 25 Aprile saremo presenti, invitati, in piazza Costituente ma non presenzieremo all’ingresso della Colonna della libertà nella nostra città» a causa della «presenza, confermata per iscritto di figuranti della Repubblica Sociale Italiana e dell’esercito nazista alla Colonna della libertà». Secondo l’Associazione Nazionale Partigiani D’Italia, infatti, «pare quanto mai inopportuno e offensivo nei confronti di tutti i nostri martiri far sfilare ed entrare trionfalmente a Mirandola individui che rappresentano gli autori di soprusi, prevaricazioni, ingiustizie, torture, morti e stragi». Sullo stesso tono anche il commento della federazione modenese di Rifondazione Comunista che ha chiesto al Prefetto di Modena «di non autorizzare il passaggio di questa sfilata nelle nostre città».

Genova festeggia il 25 Aprile ricordando di essere stata la prima città del Nord a liberarsi da sola con una rivolta sostenuta dall’intervento dei partigiani che hanno costretto i tedeschi alla resa. Durante i discorsi delle autorità in piazza Matteotti – scrive l’agenzia Ansa – avvenuti alla vigilia davanti ad alcune migliaia di persone, con molte bandiere e striscioni dell’Anpi, dell’Europa, della Cgil, il sindaco Marco Bucci e il governatore Giovanni Toti sono stati interrotti dai fischi e dalle urla in segno di protesta contro l’invio delle armi in Ucraina ed esposto uno striscione con scritto: “La Genova che resiste non fomenta la guerra”. In chiusura la banda musicale ha intonato “Bella Ciao” e “Fischia il vento”.

 

«BASTA POCO, MA ATTENZIONE…»

«Come fai, se sei il governo di destra, la destra erede del Movimento Sociale erede del regime fascista, a celebrare il 25 Aprile, festa della Liberazione dal nazismo e dal fascismo, senza rinnegare te stesso?», s’interroga Radio Popolare. «Basta disinnescare il 25 Aprile; basta negare la centralità della lotta al nazifascismo diluendola in una lista di date da ricordare che tiene dentro un po’ tutto: dalle foibe alla proclamazione del Regno d’Italia, dal giorno della Memoria al primo maggio al 18 aprile del 1948 quando la DC vinse le prime elezioni contro comunisti e socialisti; basta affermare che la memoria deve essere coltivata a prescindere da ogni ideologia. Basta mettere sullo stesso piano l’ultimo discorso di Mattarella in difesa della Costituzione e gli interventi in Senato per ricordare il rogo di Primavalle; basta sostenere che la commemorazione delle ricorrenze, ciascuno della propria verrebbe da dire, non deve essere siano occasione per attaccare gli avversari. Tradotto, nessuno si sogni di pensare che chi non si riconosce nella Resistenza al nazifascismo abbia meno legittimità democratica degli altri». Questo (e altro) è contenuto nella mozione sul 25 Aprile che la maggioranza ha presentato in Parlamento. Cancellare il 25 Aprile, però, è impossibile. 

«Pino Daniele mi ha insegnato: massimo rispetto per chi è diverso»

Joe Barbieri in concerto a Taranto

«Devo tutto al grande cantautore napoletano, che trovò interessanti i miei “provini”. Mi ha insegnato rispetto per chiunque e qualsiasi cosa, e trasmesso curiosità per tutti i generi musicali. Eseguire le mie canzoni con un’orchestra è un sogno. Oggi scrivo brani orchestrali, mi piacerebbe che il cinema si accorgesse di me»

 

Joe Barbieri protagonista con l’Orchestra della Magna Grecia dello spettacolo “Tratto da una notte vera: trent’anni suonati”. A Taranto per una tappa del tour del grande cantautore napoletano, pupillo dell’immenso Pino Daniele, che sta toccando numerose città italiane.

A Taranto, Barbieri, cinquant’anni non ancora compiuti, realizza un sogno. «Suonare le mie canzoni accompagnato dalla straordinaria Orchestra della Magna Grecia diretta dal Maestro Angelo Nigro – dice il cantautore – è il grande regalo che la mia vita professionale sta per farmi: sarà come realizzare un grande sogno, quello che di solito la stampa ti fa sfilare dal proverbiale cassetto; eseguire il mio repertorio in versione sinfonica, non mi era mai accaduto; certo, in studio mi era già successo, ma in concerto ancora no: questo tour senza soste mi vede in quartetto, talvolta in versione minimale insieme con contrabasso; suonare è sempre un piacere, farlo insieme con decine di professori sarà emozione allo stato puro».

Un tour, un quartetto. «A Taranto, con l’Orchestra della Magna Grecia diretta da Nigro, sarò accompagnato da Pietro Lussu al pianoforte, Luca Bulgarelli al contrabbasso e Bruno Marcozzi alla batteria e percussioni. Ci sono anche io, in sostanza un quartetto prestato alla musica leggera: in alcuni posti ho anche suonato da solo o con Daniele Sorrentino al contrabasso», ha raccontato anche in una intervista rilasciata a Radio Cittadella.

“Tratto da una notte vera” è il tredicesimo album del musicista napoletano che contiene oltre ad una ispirata e rinnovata fotografia del meglio del repertorio del suo repertorio anche tre nuove tracce: due nuove canzoni, “Retrospettiva Futura” e “Maravilhosa Avventura” e una densa rilettura di “Dettagli”, un classico della musica internazionale firmato da Roberto Carlos e Bruno Lauzi e portato al successo da Ornella Vanoni.

 

 

Trent’anni suonati. «E’ un traguardo con tanta luce, un percorso fatto di momenti bellissimi e ricadute, perché servono anche queste, anche se della mia vita professionale non cambierei una sola virgola. “Tratto da una notte vera” non è uno sguardo al passato, fatto con nostalgia o sottile malinconia, ma una festa da cui ripartire per i prossimi trent’anni».

Rigore calciato a porta vuota, poi parliamo del suo Napoli. L’artista che ha segnato la sua vita professionale. «Facile, Pino Daniele. Sfido qualsiasi napoletano, anche solo ascoltatore a dire il contrario: Pino ha fatto ricca di musica e sentimenti un’intera città. Mi ritengo fortunato non solo per averlo conosciuto, ma per aver goduto subito della sua stima. Ero ragazzino, non avevo ancora finito le scuole superiori, quando lui cominciò ad interessarsi alle mie prime canzoni: c’era passione, ma a queste mancava ancora l’anima: io non le consideravo belle, ma Pino nella mia scrittura, nel modo di cantarle vide qualcosa che io non avevo ancora realizzato. Così, dopo gli esami di maturità – prima la scuola, una delle condizioni poste dallo stesso Pino – entrai in studio».

Un momento che ricorda in particolare. «Di sicuro trovarmi, giovanissimo, al cospetto di Pino, poi una data scolpita nella mia mente: 7 ottobre 1982, Festival di Castrocaro, il mio debutto nella canzone; rischiavo di giocarmi la stima del mio Maestro, andò bene, si complimentò: appena maturato, il suo abbraccio fu la mia laurea».

A Pino va tutta la sua riconoscenza. «Massima riconoscenza, come musicista, ma anche come napoletano: non era necessario che ti spiegasse, ti insegnava con gli accordi, le parole: ho nel dna il suo suono, con una mia band rifacevo le sue canzoni. Fra le cose che mi ha insegnato: la disponibilità nei confronti del diverso. Musicista curioso, attento, anche se lontano dalla sua matrice, si misurava con altri suoni che mescolava con la sua musica. Ecco, questa è una cosa che provo a fare anche io».

 

 

Detto del grande Pino, un ricordo prezioso. «Più o meno recente, non a caso celebrato lo scorso 7 ottobre a Napoli, al trentesimo compleanno della mia attività artistica: il giorno della pubblicazione del mio ultimo album, sembrava una festa; vennero a trovarmi Mario Venuti, Tosca, Nino Buonocore ed altri. Concerto lunghissimo, fatto di duetti, alcuni studiati, altri improvvisati. Dovessi sintetizzare la mia carriera, quella è una foto che rappresenta il mio percorso artistico».

E veniamo al Napoli. «Un passo per volta, mai pronunciarsi prima che le cose avvengano; la scaramanzia è la nostra filosofia, io stesso non sarei quello che sono se non avessi fatto un passo per volta per compiere voli pindarici: ecco perché non cambierei un solo passaggio compiuto nel mio lavoro».

Il pubblico. «Quando vedi che una tua canzone finisce nella vita di qualcun altro, ogni volta è come se assistessi a un piccolo miracolo, tanto che pensi quanto sia bello fare questo mestiere».

Il programma del concerto. «Una carrellata sul mio percorso. Non vedo l’ora di unirmi all’Orchestra della Magna Grecia per le prove. Sarà una notte piena di poesia nel corso della quale dovrò tenere alta la concentrazione, già mi vedo rapito come dal Pifferaio magico dei fratelli Grimm: quando partirà l’orchestra mi troverò in un sogno».

I suoi progetti futuri coincidono in qualche modo con questa sua esperienza. «Scrivo musica, in questo periodo sto provando a scrivere per orchestra, ma anche brani strumentali; mi piacerebbe comporla e regalarla al cinema, altra mia grande passione».

«Disintossicatevi dai social…»

Achille Costacurta racconta come ha sconfitto la dipendenza da smartphone

«Passavo le mie giornate a letto, con il telefonino in mano. Navigavo sui profili degli altri per vedere che facevano. Poi mi ha aiutato papà “Billy” e mamma Martina, mi hanno ascoltato e seguito, così poco per volta ho mollato e sono guarito». «Sogno di fare il modello, entrare nella moda ed esportare le piadine negli Stati Uniti…»

 

Due genitori famosi, papà calciatore, mamma fotomodella e presentatrice di grido. Lui, Achille, giovanissimo, intelligente, scaltro, cresce all’ombra di due personalità di carattere. Attenzione, mai autoritarie, anzi, genitori attenti, veri educatori. Una sera, in tv, lui, Alessandro Costacurta – Billy per quanti masticano di pallone – spiega perfino uno dei suoi inviti rivolti in casa: non sprecate l’acqua, non lasciate mai i rubinetti inutilmente aperti; pensate a quelle popolazioni che non hanno un filo di acqua e, se lo hanno, non è mai al rubinetto di casa, ma a chilometri da casa.

Gente di sani princìpi. Così, Achille reagisce, trova rifugio sui social. Un cognome in qualche modo ingombrante, di sicuro con un seguito garantito di follower, Costacurta jr. crea un suo profilo e comincia a vivere fra messaggi, post, botte e risposte. Non ha più tempo per se stesso, diventa schiavo come lui stesso racconterà di quegli strumenti dai quali, vivaddio, saprà allontanarsi definitivamente. Ma che faticaccia, quanto carattere ha dimostrato per smarcarsi dalla dipendenza dei giorni nostri.

 

 

LA TV CHE AIUTA…

Di sicuro gli è stata utile una trasmissione televisiva (Pechino Express). Si è staccato da quel cellulare che lo aveva imprigionato. A un settimanale con una tiratura straordinaria come “Dipiù”, Achille Costacurta racconta come è uscito dalla dipendenza social che lo aveva reso intossicato.

Ce l’ha fatta, confessa, anche grazie a papà Alessandro e mamma Martina. Un amore straordinario che lo cava da un male giovanile. «Per me i social – ha confessato alla popolare rivista – sono stati come un gioco d’azzardo: una vera e proprio dipendenza. Non riuscivo più a starne lontano. Trascorrevo le mie giornate a letto, con il telefonino in mano, a navigare sui profili altrui per vedere quello che facevano. A volte per imitarli e per fare meglio di loro. Sempre. È stato un periodo durissimo, che ho affrontato e superato anche grazie all’aiuto dei miei genitori che mi hanno capito e supportato». Bravi papà e mamma.

Quando vediamo o sentiamo Alessandro e Martina, abbiamo sempre la sensazione di una coppia attenta. E non solo perché hanno l’equilibrio della critica ragionata. Non abbiamo difficoltà a pensare che in qualità di genitori non abbiamo urlato, scosso il proprio figliolo, ma lo abbiano indotto con la massima calma al ragionamento. A spiegare a cosa, Achille, andasse incontro se avesse continuato a spendersi in un mondo chiuso, senza via di fuga.

 

«SCACCIATE L’ABITUDINE»

«L’abitudine ti consuma – spiega – se non sei capace di uscirne, ti prende la vita, ti porta via: c’è voluto tempo, sono stato aiutato e ne sono uscito; adesso non sono più schiavo di quel mondo e mi godo ogni singolo minuto delle mie giornate». Achille è cambiato, è tornato padrone della sua vita, delle decisioni a mente serena. Forse gli tocca aiutare qualche coetaneo oggi nelle stesse condizioni di Costacurta jr. un tempo. Padrone del suo tempo, delle sue ore, delle sue giornate. «Spesso le trascorro senza mandare o ricevere messaggi: sono io a decidere quando leggere un messaggio oppure quando mandarlo».

A “Dipiù”, Achille racconta il suo rapporto con la tv e quel programma del quale è stato ospite: Pechino Express. «La gente mi conosceva come “figlio della Colombari e di Costacurta”, adesso credo mi conosca per quello che sono: un ragazzo normale, come tanti; volevo essere considerato non per il mio cognome o per la popolarità dei miei genitori, perché il segno che hanno lasciato loro è diverso dal segno che vorrei, un giorno, lasciare io».

Il primo progetto che gli viene in mente. «Non lavorerò nel mondo della televisione, ma vorrei lavorare nella moda, fare il modello, sfilare per i grandi marchi e più avanti fare l’imprenditore: ho qualche idea che mi balena nella testa, la prima che mi viene in mente: l’anno scorso durante una vacanza a Miami, negli Stati Uniti, ho notato che lì non esiste una sola piadineria: sono convinto che se in America cominciassero a conoscerle non se ne staccherebbero più». Bravo Achille, altro che dipendenza dai social.

Italia, come stai invecchiando!

Allo studio l’assistenza agli anziani mediante robot

Lo studio riportato dal New York Times e ripreso da Open. Stanno per sfondare il muro dei quattro milioni gli over 75. Diminuiscono badanti e collaboratori domestici, l’alternativa è una “macchina pensante”

Il mondo sta invecchiando. L’Italia che fa sempre le cose per bene quando si tratta di farsi del male, si sta portando avanti con il lavoro, tanto da risultare in assoluto uno dei Paesi più anziani. Ci scappava “più vecchi”, ma cerchiamo di fornire ancora una via di fuga al nostro Paese, anche se ad onor del vero non è messo tanto bene. Nascono sempre meno bambini e la cultura dell’accoglienza, utile anche per l’incremento demografico e per la forza lavoro, non è ancora del tutto assorbita da questo e dai precedenti governi. Speriamo che il tempo sia, si dice, signore, e alla fine porti alla ragionevolezza e faccia significativamente ringiovanire la media degli italiani.

Riprendiamo dal nocciolo della questione, riprendendo una radiografia fatta in questi giorni dal New York Times e ripresa lodevolmente da “Open”, testata giornalistica fondata da Enrico Mentana, uno che conosce il suo mestiere e, in questa occasione, prova a fare anche l’editore. Insomma, i problemi demografici del nostro Paese purtroppo non sono più una notizia. L’Italia è da tempo una delle nazioni europee con il quoziente più basso nelle nascite. Su sessanta milioni di abitanti, oltre sette milioni hanno superato i settantacinque anni di età.

 

 

TERZA ETA’, MANCA ASSISTENZA

Un risultato, come ha riportato anche “Open”, che si riflette su diversi ambiti della società. Uno di questi, scrive il New York Times, è, per esempio, la mancanza di assistenza, a cominciare da badanti e collaboratori domestici. Il quotidiano americano ha pubblicato un articolo di Jason Horowitz, corrispondente da Roma, che radiografa proprio questo fenomeno. Titolo inequivocabile. “Chi si prenderà cura dei più anziani in Italia, forse i robot?».

L’inchiesta del New York Times: sono circa quattro milioni gli anziani italiani non autosufficienti. Da qui la forte richiesta di badanti e collaboratori domestici, che, con l’invecchiamento della popolazione, è destinata a crescere. E’ per questo motivo, scrive il giornalista, che c’è chi sta pensando ai robot.

Per decenni, ricorda Horowitz, l’Italia aveva risolto il problema della forte domanda di badanti attraverso con lavoratori stranieri, magari retribuiti in nero e provenienti dall’Est. Il progressivo invecchiamento della popolazione, – scrive il New York Times – però potrebbe richiedere nuove soluzioni. Tanto che già di recente il quotidiano americano aveva dedicato la sua prima pagina ai problemi dell’Italia, eleggendo il nostro Paese come il capofila dello tsunami demografico occidentale.

 

ATTREZZIAMOCI COL CERVELLONE

Ecco, allora, allo studio l’impiego di robot. Provare ad aiutare i programmatori di questi “cervelloni” a mettere a punto un sistema più funzionale, per esempio, alle richieste delle strutture di accoglienza, quelle che ospitano gli anziani. Ciò nella speranza che un giorno questi robot possano davvero fornire un contributo a chi lavora nel settore. Dobbiamo guardare a tutte le soluzioni possibili, anche dal punto di vista tecnologico, si è detto in un confronto producente (pare). L’impiego delle macchine nell’assistenza sono già in piena attività in Giappone e in via di attività negli Stati Uniti. L’Italia potrebbe presto aggiungersi all’elenco di quei Paesi che stanno facendo più di un pensierino a questa soluzione. Gli italiani, longevi secondo le statistiche avranno tutto il tempo per vedere come andrà a finire. 

«Ragazzi, mondo straordinario»

Luigi Garlando ospite dell’Istituto comprensivo “Alessandro Volta” di Taranto

 

«Domande mai banali, talvolta provocatorie, ma sempre divertenti: quanto guadagni, si “cucca”?». Il blocco dello scrittore, una sola volta nel 2006 e spiega perché. Prossimamente due sceneggiati Rai da due suoi titoli: “‘O maé” e “L’album dei sogni”

 

Nei giorni scorsi il giornalista-scrittore Luigi Garlando, è stato a Taranto, ospite di un progetto promosso dalla scuola “Alessandro Volta”, istituto comprensivo diretto dal dirigente scolastico Teresa Gargiulo. Garlando, una laurea in Lettere moderne, firma di punta della Gazzetta dello sport, tiene una rubrica settimanale anche su Sportweek. Più di trenta libri, best-seller, premi a non finire, centinaia di cronache fra campionati e gare di Champion’s, Mondiali di calcio, Olimpiadi e Tour de France.

Ai ragazzi della “Volta”, all’interno dello spazio “Aperitivo d’autore”, Garlando ha parlato del suo libro “Siamo come scintille”. Decine le domande poste dagli studenti, infine omaggi musicali. Gli stessi ragazzi a suonare pianoforte ed eseguire spartiti con formazioni di violini e chitarre.

E’ stato un bel corpo a corpo con studenti che hanno formulato decine di domande.

«E’ sempre importante per chi scrive confrontarsi con i suoi lettori, perché quanto scritto può essere percepito in modo diverso dai ragazzi. Questo tipo di confronto credo sia necessario, oltre a darti ulteriore carica per i libri futuri».

Una domanda che ti ha messo in difficoltà?

«Non una in particolare, se non quando mi chiedono quanto io guadagni, perché spiritosamente i ragazzi ti rivolgono anche domande provocatorie di questo tipo. C’è chi, per esempio, sempre per puro divertimento e alleggerire la conversazione, durante un incontro mi ha chiesto anche se uno scrittore “cucca”, cioè se è avvantaggiato nel rubare cuori…».

 

 

Gianni Brera prendeva appunti sul bianco della stagnola del pacchetto di sigarette; Umberto Eco sulla bustina di minerva, tanto da farne una rubrica. Tu che non fumi, dove riporti i tuoi appunti?

«Sull’agenda che mi porto sempre dietro. Sono ortodossamete legato all’agenda cartacea e, dunque, non scrivo o memorizzo note per esempio sul telefonino o sul cellulare. Approfitto delle pagine bianche dei giorni trascorsi, così che anche i giorni passati, che sembravano inutili tornano utili perché segno appuntamenti importanti».

Come è cambiata la cronaca di un cronista sportivo che scrive su un giornale, considerando che le tv il giorno prima hanno già commentato le gare e mostrato i gol da mille angolazioni? Cosa deve inventarsi un giornalista per catturare l’attenzione del lettore?

«E’ cambiato il modo di scrivere e raccontare la partita di calcio. Inutile fare la cronaca, quello lo diamo per perso, visto che televisioni e siti hanno già radiografato le azioni salienti della gara. Ci tocca, dunque, l’approfondimento: passare dallo snorkeling, cioè  dall’osservare in superficie, al diving, vale a dire andare in profondità. Una volta l’approfondimento lo facevi dal martedì in poi, adesso ti tocca farlo la domenica mentre racconti la partita: sai che la tv dirà cosa è successo, tu la domenica sera devi scrivere per il lunedì spiegando perché e come è successo».

Mai venuto il blocco dello scrittore, quando manca il concentrarsi e non avere alla portata quella fantasia indispensabile per chi racconta in modo romanzato il calcio?

«Il momento più drammatico della mia carriera è coinciso con uno dei risultati più belli conseguiti dalla Nazionale italiana. Semifinale 2006, Germania-Italia a Dortmund, 0-2. Non mi toccava scrivere la cronaca della partita, bensì il personaggio, cosicché a un minuto dai calci di rigore il personaggio non c’era, eravamo sullo zero a zero. Avevo praticamente la pagina bianca, poi Pirlo ha fatto quel passaggio magnifico a Grosso ed ecco che di colpo è spuntato il personaggio tanto desiderato. E in dieci minuti ho dovuto scrivere quelle settanta righe più veloci della mia carriera».

 

 

Nel libro presentato alla scuola “Volta” di Taranto, “Siamo come scintille”, edito da Rizzoli, c’è Scià (nick che viene da “shadow”, ombra), una instantpoet di appena sedici anni che ha due milioni di follower e viene affiancata da un ghostwriter, uno scrittore-fantasma, di cinquantacinque anni con all’attivo un solo romanzo di straordinario successo. Ricorda da lontano e di spalle, qualcosa come “Scoprendo Forrester”.

«Sì, l’ho fatto anche io, se vuoi, il ghostwriter per il libro di Ibrahimovic, “Adrenalina”, andato molto bene, centocinquantamila copie vendute: non appare il mio nome in copertina, una scelta editoriale che non mi ha del tutto convinto. Evidentemente “Ibra” è considerato un dio e non può comparire in copertina il nome di un umano accanto al suo. Il mio nome è riportato all’interno, mi sono divertito e poi lui, Zlatan, è simpatico, va bene anche così».

Dal libro alla tv, due tuoi libri diventano altrettanti sceneggiati.

«Sono contento. Il primo, un romanzo per ragazzi, “‘O maé”, la storia di Gianni Maddaloni, campione di judo che ha portato alla medaglia olimpica suo figlio Pino ed ha aperto una palestra bellissima a Scampia, dove educa i ragazzi ai valori dello sport strappandoli alla camorra: questo romanzo diventerà uno sceneggiato Rai in dieci puntate, ciascuna di venticinque minuti; a seguire, anche se ancora allo studio, la saga dei fratelli Panini, inventori delle figurine dei calciatori: tratto dal mio libro “L’album dei sogni”, anche questo dovrebbe diventare uno sceneggiato Rai». 

Domenica bestiale

Taranto, esplode un enorme falò, sette feriti

Inequivocabili le immagini circolate sui social. Sulle prime, causa la forte deflagrazione, si è pensato ad una tragedia. Una piramide di legna, un combustibile, una guasconata, un intero quartiere finisce nel dramma. I primi indagati. Dirette su Rai, Mediaset e La7

 

Si dice che alla follia umana non ci sia limite. Vero. Del resto, le guerre, il razzismo, violenza e mancanza di rispetto, la corsa alla ricchezza ad ogni costo, non sono forse solo alcuni gravi indizi che dicono quanto l’Uomo, in teoria essere pensante, ne abbia combinate a danno di se stesso?

Senza scomodare i grandi sistemi, veniamo al fatto. Come vogliamo chiamarla quella pazzia da periferia – detto che nei centri cittadini non siano da meno… – accaduta a Taranto domenica scorsa, se non follia pura. Poteva scapparci la strage in un solo istante. Volendo essere paradossali, deve essere stato proprio San Giuseppe cui quei cittadini tarantini avevano rivolto la loro attenzione con un enorme falò ad evitare una tragedia.

Per quei pochi che si fossero persi la notizia apparsa sui giornali, oppure in uno dei tanti collegamenti sulle reti Rai, Mediaset e La7, la storia è tanto semplice quanto idiota. Quattro imbecilli decidono di sfidare le ordinanze del Comune di Taranto, che nei giorni precedenti con la vicenda del corriere strattonato e “schienato” non aveva offerto il suo profilo migliore. I quattro, in senso metaforico – che siano di più o di meno, il virus dell’imbecillità ci mette poco a contagiare e fare proseliti – decidono che i falò di San Giuseppe si devono fare. Nonostante un comunicato dell’Assessorato alla Polizia locale di Taranto inviti alla prudenza e informi che sono già state sequestrate e smaltite cinque tonnellate di materiale infiammabile. Proprio per evitare che uno di questi falò – come poi accaduto – sfuggisse al controllo degli ingegneri della follia. Ce li immaginiamo mentre accatastano legna presa ovunque, raccattata agli angoli delle strade, accanto ai cassonetti per realizzare il più alto dei monumenti all’imbecillità umana.

 

 

INCURANTI DEL PERICOLO

Non si curano dell’effetto che possa avere, dalla loro parte hanno l’ignoranza che è la ruota di scorta di qualsiasi cretinaggine: “…Nessuno poteva immaginare quanto accaduto!”; “…Ma vi pare che se avessimo saputo, lo avremmo fatto?”. Le risposte, i furbastri del quartierino di periferia, le conoscono tutte: “Siamo ingenui, dunque innocenti!”. Certo, fosse accaduto a un loro figliolo o figliola, oppure a un congiunto, apriti cielo.

Non allarghiamo troppo il campo, perdiamo di vista la notizia all’interno della rubrica “I giorni”, i fatti di cronaca locali, nazionali, internazionali che destano clamore.

Secondo qualcuno, a caldo – è il caso di dire – poteva esserci stata anche una bombola a gas nella catasta di legna data alle fiamme per il falò di San Giuseppe in via Deledda a Taranto, nel rione Tamburi. Questa era stata una delle prime ipotesi degli inquirenti, poi abbandonata, per comprendere cosa avesse provocato l’esplosione della montagna di legna con il ferimento di sei, forse sette persone, tra queste tre minorenni. Pare che altri, feriti marginalmente, non abbiano voluto fare ricorso alle cure del Pronto soccorso per evitare di fornire generalità ed essere successivamente interrogati da chi sta ancora svolgendo le indagini.

Lunedì scorso lo riportava il Nuovo Quotidiano di Puglia. La Polizia aveva subito denunciato tre persone (fra queste un minore) ritenute presunte responsabili del reato di incendio doloso a seguito dell’esplosione del falò non autorizzato. Una cosa è certa, le urla e il pianto a dirotto di una ragazzina che chiede aiuto dopo l’esplosione del falò, sono strazianti. Quello scoppio investe chiunque sia in un raggio di decine di metri.

 

INCHIESTA DELLA “MOBILE”

Gli agenti della Squadra Mobile, dopo un attento esame delle immagini del momento dell’esplosione postate sui social, hanno raccolto elementi utili alla ricostruzione dei fatti riferiti alla Procura della Repubblica di Taranto e a quella dei Minori. Un uomo avrebbe versato sulla catasta di legna liquido infiammabile, aiutandosi con una scala allo scopo di assicurarsi un grande effetto. Che poi, come abbiamo visto, è purtroppo avvenuto.

Dopo poco un giovane, con in mano un bastone alla cui estremità aveva fissato una stoppa accesa, si avvicina alla piramide di legna e provoca una forte deflagrazione, seguita da tanto fumo e dal volo di schegge di materiale infiammato che finisce su molti degli spettatori, molti dei quali incautamente avvicinatisi al falò per assistere meglio allo “spettacolo”. Numerose, intanto, le auto danneggiate ed i vetri degli immobili vicini infranti.

Tra i feriti, si diceva, anche una bambina che se l’è cavata con alcuni punti di sutura. Pare si siano registrati momenti di tensione per la presenza di parenti dei feriti nei punti di accesso al pronto soccorso dell’ospedale. Per calmare i più facinorosi è stato richiesto l’intervento di pattuglie di polizia e carabinieri.

Questo è quanto. E non ci pare poco. Una domenica che stava per trasformarsi in bestiale a causa di quei pochi ai quali si sono accodati, non si sa nemmeno per quale spirito di partecipazione, centinaia di residenti. Flaiano diceva che la mamma dei cretini è sempre incinta. Vero. Quelli sfornati dalla Tizia cui faceva riferimento il grande scrittore, sono dei veri campioni.

Tre vigili contro un corriere

Mattinata violenta martedì in pieno centro a Taranto

Multato per aver parcheggiato controsenso e sulle strisce, il giovane lavoratore si rifiuta di fornire i documenti. Scatta la rissa, si crea subito un capannello, in molti riprendono immagini violente: gli agenti di Polizia locale strattonano l’autista del furgone, lo stendono a terra. Interviene la Polizia di Stato. Consiglieri dell’opposizione interrogano, il sindaco risponde

 

Via Oberdan, angolo via Pupino, Taranto pieno centro. È dovuta intervenire la Polizia di Stato per riportare la calma martedì, tarda mattinata, dopo che due vigili urbani – un terzo, fino ad allora solo spettatore, è entrato in scena pochi attimi dopo – avevano bloccato su un marciapiedi un corriere della SDA, successivamente messo contro un muro perché questi si sarebbe rifiutato di fornire loro i propri documenti.

Il giovane, come mostrano le immagini, viene letteralmente tirato fuori dall’abitacolo del suo furgone. Strattonato, comincia ad urlare, attira l’attenzione di alcuni passanti che prima si fermano e poi, a loro volta, inveiscono prima a parole, poi con gesti eloquenti contro i tre agenti di Polizia locale, perché lascino andare il lavoratore.

 

EPISODIO SOCIAL

Come spesso accade, passanti e residenti in zona, hanno realizzato video con smartphone, rapidamente diventati virali sui social. Secondo quanto raccolto dai primi cittadini che hanno assistito all’accaduto, il corriere avrebbe parcheggiato il furgone di una ditta di spedizioni (SDA) sulle strisce pedonali, si diceva, all’angolo tra via Oberdan e via Pupino.

Gli agenti della Polizia locale lo hanno multato, ma quando gli hanno chiesto un documento il tutto è rapidamente degenerato. Intanto numerose persone – parliamo di ora di punta – si sono avvicinate e hanno cominciato a prendersela con i vigili, mentre il giovane, ancora stretto nella morsa dei vigili, chiedeva aiuto urlando.

Immediato l’intervento di tre consiglieri comunali tarantini di opposizione: Massimo Battista, Luigi Abbate e Francesco Battista: «Abbiamo assistito indignati a dalle immagini pubblicate da liberi cittadini sui canali social, riguardanti una reazione fisica apparentemente violenta e sproporzionata posta in essere da alcuni vigili urbani nei confronti di un lavoratore. Crediamo che questo non sia il modo di controllare il territorio».

 

UNA PRIMA RICOSTRUZIONE  

Secondo una prima ricostruzione, ma ancora da chiarire, il corriere si sarebbe rifiutato di fornire i documenti del veicolo e le generalità. Da qui sarebbe scaturita l’intimazione al giovane di scendere dal mezzo nel quale nel frattempo si era rifugiato. Al suo rifiuto, due dei tre vigili – come si evince da uno dei video virali – l’hanno tirato fuori dall’abitacolo. A quel punto il ragazzo ha cominciato a urlare e a cercare di liberarsi dalla morsa nella quale gli agenti di Polizia locale lo avevano stretto.

Intanto sul posto, chiamata da alcuni cittadini, è arrivata una pattuglia della Polizia di Stato che ha separato la folla dai vigili, ha ristabilito la calma allontanando il corriere che ha fornito ai poliziotti la sua versione dei fatti. Il giovane, pare, sia stato denunciato a piede libero e dovrà rispondere di oltraggio, resistenza a pubblico ufficiale e violenza.

Fatto sta che nel pomeriggio sui siti nazionali alcuni quotidiani abbiano scritto di “intervento giudicato estremamente, forse inutilmente, energico”.

 

 

L’INTERROGAZIONE AL SINDACO

L’interrogazione rivolta al sindaco da tre consiglieri di opposizione, si diceva. «Nella giornata del 14 Marzo 2023 abbiamo assistito, indignati, a dalle immagini pubblicate da liberi cittadini sui canali social, riguardanti una reazione fisica apparentemente violenta e sproporzionata posta in essere da alcuni Vigili Urbani nei confronti di un lavoratore dell’azienda SDA. Tutto ciò è avvenuto in pieno centro cittadino. Crediamo che questo non sia il modo di controllare il territorio. Inoltre non rappresenta un bel biglietto da visita per la nostra città: sono immagini che stanno facendo il giro dell’Italia. I sottoscritti consiglieri comunali chiedono pertanto:

Dettagliata relazione del Comandante Matichecchia e dell’assessore al ramo su quanto accaduto e sugli eventuali provvedimenti immediati che si intendono applicare nei confronti degli agenti coinvolti nello spiacevole episodio;

La sospensione dal servizio dei Vigili responsabili dei comportamenti avuti nei confronti del lavoratore, se detta condotta violenta fosse confermata». Nota a firma di Massimo Battista (Una città per cambiare – Taranto), Luigi Abbate (Taranto senza l’Ilva), Francesco Battista (Prima l’Italia).

 

LA RISPOSTA DEL PRIMO CITTADINO

Questa la risposta a riguardo da parte del sindaco di Taranto Rinaldo Melucci. «La Direzione competente – spiega in un comunicato giunto nelle redazioni nel pomeriggio – ha avviato gli accertamenti del caso e siamo in attesa di una relazione dettagliata da parte degli operatori coinvolti, affinché si possa ricostruire l’esatta dinamica degli eventi. Seguiremo con attenzione l’evoluzione della vicenda, confidando che si faccia presto piena chiarezza a garanzia dei diritti di tutti i soggetti coinvolti e del rispetto del codice. Al momento, ciò che si può osservare è una reazione molto scomposta da parte del conducente, davanti all’elevazione di una multa a carico di un furgone che sostava contromano, nei pressi di un’intersezione, ostruendo uno scivolo predisposto per i cittadini diversamente abili. Come detto, attendiamo la relazione ufficiale per avere un quadro più significativo, tuttavia, se confermate, deve essere inequivocabile per una città civile che certe infrazioni e reazioni sono intollerabili».

Cordoglio e risposte

L’Italia secondo il presidente della Repubblica Sergio Mattarella

«Una tragedia che ha coinvolto e commosso il nostro Paese: ora un impegno forte dall’Italia e dall’Unione europea, non ci sono alternative». Giovedì Consiglio dei ministri a Cutro, scenario di dolore e morte. Le parole del Capo dello Stato, Papa Francesco, il presidente Cei e il ministro degli Esteri in difesa dell’operato di Guardia di Finanza e Guardia Costiera

Dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, parlando all’università della Basilicata, è arrivato un appello fermo e in perfetta linea con la sua scelta di rappresentare, fisicamente, il dolore del popolo italiano per i morti in mare a Cutro. Il tema dell’immigrazione sarà affrontato nel Consiglio dei ministri proprio nella cittadina calabrese, come annunciato dalla premier Meloni giovedì 9 marzo. Da Palazzo Chigi, intanto, arrivano smentite sulle notizie apparse su alcuni organi di informazione secondo una convocazione del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e divergenze sulla linea interna all’esecutivo.

Insomma, soluzioni rapide, concrete, operative per i migranti. Sono questi i richiami da parte del Paese, dello stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella, inoltrati al Governo italiano e, naturalmente, all’Unione europea perché tragedie come quella accaduta nei giorni scorsi sulla Costa calabra non debbano ripetersi.

 

ATTI CONCRETI

Il cordoglio si traduca in scelte concrete, il punto di vista di Mattarella durante il suo intervento nell’Università della Basilicata: la libertà, sostiene il presidente della Repubblica, non è effettiva se non è appannaggio di tutti: in un mondo che è sempre più una comunità raccolta, interconnesso, la mancanza di libertà o di esercizio di diritti in un luogo colpisce tutti, ovunque.

«Esiste – ha agginto il Capo dello Stato – il valore della unicità del genere umano e questa unicità ricorda il valore della indivisibilità della libertà se non è appannaggio di tutti: sulle Coste calabresi si è verificata una tragedia che ha coinvolto e commosso il nostro Paese: il cordoglio deve tradursi in scelte operative, da parte dell’Italia e dell’Unione europea, perché questa è la risposta vera».

Dello stesso avviso, Papa Francesco durante l’Angelus. «A tutti rivolgo il mio appello – ha detto il Pontefice – affinché non si ripetano simili tragedie: i trafficanti di esseri umani siano fermati, non continuino a disporre della vita di tanti innocenti; i viaggi della speranza non si trasformino mai più in viaggi della morte; le limpide acque del Mediterraneo non siano più insanguinate drammatici incidenti. Che il Signore ci dia la forza di capire e di piangere; occorre un rinnovato impegno nel favorire lo spirito dell’accoglienza e della solidarietà nei confronti dei migranti, promuovendo così la pace e la fraternità dei popoli».

 

 

EMIGRARE, DIRITTO DI TUTTI

Emigrare e fuggire da guerre e privazioni è stato sempre un diritto garantito per tutti. Chi ha perduto tutto e deve scappare, la posizione del cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei, deve trovare accoglienza, non ci sono alternative: quello all’emigrazione era un diritto garantito per tutti gli uomini, prima che sorgessero muri e nascessero paure. Tanto più per chi scappa da guerra, violenza o fame.

«Prima di ogni cosa – l’opinione di Zuppi – salvare le vite umane, non permettere che ci siano vite distrutte, credo che questa sia alla base di tutto: ogni politica deve partire dalla base, dal principio che le vite umane vanno difese. Poi c’è tutto il tema dell’integrazione, il problema dello sviluppo di questi Paesi, della pacificazione di queste situazioni di conflitto da cui vengono queste persone».

 

MA FINANZA E GUARDIA COSTIERA…

«I trafficanti – ha detto Antonio Tajani, ministro degli Affari esteri, dopo l’appello lanciato da Papa Francesco difende Guardia di Finanza e Guardia costiera – devono essere colpiti con grande fermezza; le forze dell’ordine hanno sempre fatto il loro dovere anche con alto sprezzo del pericolo, compresa l’ultima vicenda con decine di vittime innocenti sfruttate da criminali senza scrupoli che li hanno portati a morire a poche decine di metri dalle coste italiane». Favorire l’immigrazione regolare, il punto di vista del ministro. Portare decine di migliaia di immigrati regolari in Italia, formati nei loro Paesi, perché le nostre aziende ne hanno bisogno. Poi gli investimenti. L’Italia, secondo Tajani, può fare tanto ma rischia di essere una goccia nel mare nella questione della migrazione. L’Italia da sola non basta perché il fenomeno è troppo grande, serve più solidarietà europea».

Addio a Maurizio Costanzo l’uomo che sfidò la mafia

A ottantaquattro anni venerdì 24 febbraio si è spento il popolare giornalista

Il suo impegno più forte: la lotta alla Mafia. Amico di Giovanni Falcone, Cosa nostra gli “dedicò” novanta chili di tritolo in un attentato. «Matteo Messina Denaro aveva fatto un sopralluogo al teatro Parioli: sarebbe stata una strage», disse. I programmi televisivi, le invenzioni in radio e tv, e altri episodi passano in secondo piano rispetto al coraggio che mostrò negli Anni Novanta. Il cordoglio del presidente Mattarella e Maria Falcone

7251119_24164625_maurizio_costanzo_giovanni_falcone«Mi risulta dai magistrati di Firenze che Messina Denaro sia venuto al Teatro Parioli di Roma, durante il Maurizio Costanzo Show per vedere se si poteva fare lì l’attentato: sarebbe stata una strage. Invece decisero di farlo quando uscivo dal Parioli», raccontò un giorno in una intervista, Maurizio Costanzo, il giornalista morto venerdì 24 febbraio. Aveva ottantaquattro anni, una vita dedicata al giornalismo, a radio e tv. Bene ha fatto il Corriere della sera, a ricordare che aveva scritto e condotto programmi ottimi e meno ottimi, buoni e meno buoni. Quando sdoganò il trash in “Buona domenica”, cambiò tutto. Aveva svoltato e dato voce a una tv “mordi e fuggi” che non aveva più niente a che fare con “Bontà loro”, “Acquario” e “Grand’Italia”, i primi talk-show televisivi. Anche lì, ci volle una torta rovesciata addosso al presentatore da Marina Lante della Rovere, nei panni di una cameriera fra i tavolini del programma televisivo, per capire che stava cambiando un mondo.

C’è stato sempre uno spartiacque nella vita di Costanzo. Quando il personaggio si impossessava dell’anima geniale del giornalista, era la fine. Pur di restare a galla, Costanzo dava l’impressione di accettare piccoli compromessi, contrabbandandoli con «una televisione che sta cambiando», quando la tv degli ultimi cinquant’anni l’aveva scritta lui, compresi gli “acchiappascolti” di Maria De Filippi, sua moglie.

maurizio-costanzo-show-conduttoreVA BENE I PERSONAGGI, MA…

Costanzo ha lanciato decine di personaggi, Vittorio Sgarbi e Fiorello, Enzo Iacchetti e Giobbe Covatta, Valerio Mastrandrea e Ricky Memphis; anche un esercito di personaggini degni di Lilliput, il paese inventato da Jonathan Swift nei Viaggi di Gulliver. Molti fra questi ultimi si sono persi per strada, pensando di aver dato un senso alla loro vita. Dunque meriti, ma anche qualche scheggia impazzita sulla coscienza.

Qualcuno nello scrivere di Costanzo ha menzionato la tessera della P2 di Licio Gelli. Vero, passò i suoi guai, molti colleghi si indignarono; altri, come Gigi Vesigna, direttore di TV Sorrisi e canzoni (ai tempi dei tre milioni e mezzo di copie settimanali), ed Enzo Tortora, suoi amici e per questo ancora più incazzati, non gliele mandarono a dire: gli scrissero “lettere aperte”, condannandolo senza appello. La colpa di Costanzo era stata quella di assicurare che con Gelli e “Propaganda 2” (questo il significato di P2) non c’entrasse nulla. Salvo, qualche giorno dopo, rilasciare una lunga intervista, con tanto di riprese video, al quotidiano “Repubblica” di Eugenio Scalfari. Apriti cielo.

Noi, invece di scrivere tutte le imprese “grandi ascolti”, le sue invenzioni televisive, maneggiamo qualcuno dei suoi impegni sociali, il più coraggioso: quello contro la mafia. Un impegno così forte – come confermato dagli inquirenti – da essere indicato da Cosa Nostra un bersaglio da colpire, costasse quel che costasse. Costanzo, insomma, aveva posto sul piatto della bilancia la sua vita sfidando la mafia. Amico di Giovanni Falcone, aveva condotto numerose battaglie a favore della Sicilia.

Galler8«IO E LA MAFIA…»

«Perché la mafia scelse proprio me? Io faccio il giornalista, avevo molto parlato di mafia al Maurizio Costanzo Show e la mafia si difese a modo suo. Arrivavano lettere con la mia testa in un vassoio, che mandavo alla Digos». Anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in queste ore ha espresso il suo cordoglio per la scomparsa del popolare presentatore. «Non esitò – il pensiero di Mattarella – a schierarsi con coraggio contro la criminalità mafiosa, che reagì rabbiosamente organizzando un attentato contro di lui».

«Ricordo con gratitudine – spiegava Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone – quando fu concretamente vicino a mio fratello dandogli voce e spezzando così l’isolamento che soffriva in quella fase della sua vita: il suo impegno nella lotta alla mafia e nel far crescere la consapevolezza degli italiani sulla criminalità organizzata, che gli costò un terribile attentato, conferma quanto fosse prezioso il suo lavoro, una carriera che lo ha visto protagonista e innovatore dell’informazione italiana».

Maria-De-Filippi-Maurizio-Costanzo-20230224-Newsby.it-MATTEO MESSINA DENARO, ARRESTATO

L’ultimo evento epocale vissuto da Costanzo, proprio l’arresto di Matteo Messina Denaro, il mese scorso a Palermo, dopo trent’anni di latitanza. «E’ la dimostrazione che lo Stato ha vinto e soprattutto che non è colluso, ma ci tengo a ringraziare molto anche i Carabinieri: quando ho appreso la notizia dell’arresto mi sono emozionato, io per fortuna sono qui e posso essere testimone di questa giornata storica».

Maurizio Costanzo ospitò il giudice Giovanni Falcone (ucciso dalla mafia il 23 maggio 1992). Un messaggio chiaro contro la criminalità, in un momento storico difficile come quello dei primi Anni Novanta, che rende Costanzo un bersaglio. Il 14 maggio 1993, infatti, una “Fiat Uno” imbottita di novanta chili di tritolo esplode a Roma in via Fauro proprio mentre transita l’auto con a bordo Costanzo e la moglie, Maria De Filippi. I due coniugi restano incolumi. Costanzo in un’intervista definisce quel giorno come «…il più brutto e il più bello della mia vita: la mafia mi dedicò 90 chili di tritolo mentre tornavo a casa in macchina con Maria; il bello è stato accorgerci che eravamo vivi».