Il sogno della piccola Buteina: “un computer e una casa, ma sono una bambina fortunata”.

Buteina è nata in Marocco 10 anni fa ma, dopo la morte del padre, si è trasferita all’età di un anno in Libia con la madre che aveva trovato lavoro come domestica presso una famiglia benestante. Adesso è ospite del Cas di Bitonto dove l’ho incontrata per raccogliere la sua storia all’indomani della tragedia, l’ennesima, che si è consumata in mare e che ha fatto strage di bambini migranti.

“In Libia stavamo bene, la famiglia che mi dava lavoro ci voleva bene e la bambina andava a scuola” racconta la mamma. Ma io insisto per parlare con Buteina, voglio conoscere la sua storia raccontata da lei senza filtri perché ho capito subito di avere di fronte una bambina dotata di una straordinaria intelligenza e tanta voglia di dire, raccontare, parlare che traspare dai suoi grandi occhi neri e dal suo sguardo duro e tenero allo stesso tempo.

“Sono arrivata in Italia 6 mesi fa con un barcone ma, dopo due giorni di viaggio, lasciati alla deriva, siamo stati soccorsi da una nave, una dei soccorsi umanitari, e su quella nave siamo rimasti altri 4 giorni prima di raggiungere l’Italia. In mare ho avuto paura, non all’inizio, ma quando ho visto che le persone grandi che erano su quella barca avevano paura di morire”.

E continua “In Italia da quattro mesi vado a scuola. Mi piace andare a scuola anche se nei primi giorni gli altri bambini giocavano con me, ora non vogliono più giocare con me e non lo so perché”. Le chiedo se ne ha parlato con la maestra o con qualcun altro e lei mi risponde di no, che sono la prima persona a cui rivela questa cosa. Il mediatore che mi affianca, Karim, che conosce bene Buteina rimane stupito e conferma che è vero, non ha mai parlato con nessuno di questa cosa e, con lo sguardo rivolto alla mamma sembra chiederle se ne sapesse qualcosa.

“Quando è tornata da scuola oggi e le ho detto che sarebbe venuta una persona per farle delle domande è stata felice e mi ha risposto che finalmente poteva parlare. Io mi aspettavo una reazione diversa, invece…”. E infatti, ho trovato Buteina che mi aspettava seduta alla postazione degli operatori. In attesa che ci raggiungesse karim, ci siamo presentati. Ed è arrivata un’altra sorpresa: Buteina parla in Italiano, certo stentato, ma comprende tutto ciò le dico. E risponde in maniera appropriata dopo solo 6 mesi dal suo arrivo in Italia.

Quando arriva Karim, Buteina era già un fiume in piena e io facevo fatica ad appuntare quale passaggio del suo racconto sul taccuino. “In Libia sparavano tutti i giorni e io tremavo sempre per la paura –racconta- e le bombe iniziavano a cadere a pochi metri dalla casa dove abitavamo. Un giorno sono entrati in casa dei soldati che ci hanno picchiate e ci hanno rubato tutto quello che avevamo e, qualche giorno dopo, una bomba ha distrutto anche la casa”. La mamma, sempre presente, racconta che grazie all’aiuto economico della famiglia presso la quale lavorava e con l’aiuto di qualche amico hanno racimolato la somma necessaria per salire su quel barcone che sembrava, ormai, l’unica via di fuga. Mille euro a testa per essere abbandonati a poche miglia dalla costa libica.

“Non conosco il Marocco che è il Paese dove sono nata, ma studio sempre sui libri il mio Paese e mi faccio raccontare da mia madre e da mia zia sempre la storia del mio Paese. Mio fratello, che ha 23 anni, è arrivato in Italia quindici giorni fa. Anche lui, finalmente, è riuscito a scappare dalla Libia”. Con uno sforzo enorme, chiedo a Buteina se aveva saputo della tragedia avvenuta in mare due giorni prima nella quale hanno perso la vita tanti bambini. “Si –ha risposto- me lo ha detto mamma quando sono tornata da scuola. Non voleva dirmelo, ma lo ha fatto perché lo stesso lo avrei saputo. E la barca che si è girata era uguale a quella sulla quale eravamo noi. Io mi sento davvero una bambina fortunata”. La mamma stringe a se la bambina e racconta che, di fronte a quelle immagini e a quella notizia ha pianto, ha pianto tanto ripensando alla loro storia e a quei bambini.

E ha continuato “Noi siamo mussulmani. Anche l’altro giorno un ragazzo si è fatto esplodere a Manchester e ha ammazzato tanti bambini. Ma questo non c’entra niente con la religione. Uccidere è un peccato, l’Islam non uccide. Noi mussulmani continuiamo a scappare da chi uccide”. Torno a parlare con Buteina per chiederle cosa fa durante il giorno dopo la scuola: “Gioco con le bambole e la favola che mi piace di più è Biancaneve perché è la prima favola che ho ascoltato a scuola da quando sono in Italia. Oggi sono triste perché dovevamo fare una gita per visitare un sito perché stiamo studiando il neolitico ma pioveva e non ci siamo andati più. Io e mia madre non usciamo spesso, stiamo quasi sempre qua in struttura e i miei compagni di classe non li vedo il pomeriggio perché, l’ho detto, non vogliono giocare con me”.

La mamma chiede a Karim di spiegarmi che evita di andare in giro perché Buteina le chiede di comprare cose che non si possono permettere di comprare. Allora, chiedo a Buteina (che ha sentito tutto!) cosa le piacerebbe avere in regalo. La risposta è pronta, quasi si aspettasse quella domanda: “Un computer e una casa. Questo è il mio sogno!”.

Omar, il giovane che sogna di raccontare l’America

«Mi piacerebbe diventare un insegnante, magari di francese. Oppure di storia: potrei raccontare la storia di Cristoforo Colombo, la mia preferita». Omar sorride, gli occhi scuri e stretti a fessura  che brilla. Porta spesso le mani al volto prima di rispondere. Forse per imbarazzo. Forse per abitudine. È nato e cresciuto a Soubre, nella Sassandra a pochissima distanza dal fiume Bandame.

È scappato dal suo Paese per motivi familiari. «Avevo problemi con la mia famiglia. Problemi gravi, ma preferirei non dire niente di più». Una ferita forse ancora aperta. Eppure quando ripensa alla sua terra, il 18enne sembra tornare sui suoi passi: «Non mi trovavo bene in Costa d’avorio. Quello che oggi mi manca di più? Lo so che potrà sembrare strano, ma mi manca la mia famiglia. Sì, è vero sono scappato per loro, ma è pur sempre la mia famiglia». Sono abissi insondabili quelli nei quali l’amore e l’odio di Omar si sono intrecciati. Come la gioia e il dolore descritti da Kahlil Gibran. Forse tutto è cominciato quel 5 giugno 2016 quando è partito da Soubre. «Quel giorno non sono andato a lavorare: non ho neppure avvisato la donna con la quale vendevo scarpe che sarei andato via».

È un viaggio relativamente breve il suo: in due mesi attraversa il Burkina Faso, il Niger e poi la Libia. «Nel primo tratto eravamo oltre 120, negli ultimi chilometri in Libia eravamo solo 30. Non ci sono stati morti, ma la maggiorparte dei compagni di viaggio rimasero feriti per un sacco di ragioni diverse. Solo due ragazzi sono morti, pochi metri prima di salire sul barcone». Ironia della sorte: hanno perso la vita a qualche metro dall’imbarcazione che li avrebbe forse portati alla libertà. «Nell’ultimo tratto ci dissero che dovevamo correre a più non posso verso la barca: quei due ragazzi caddero e nessuno si fermò per aiutarli: furono schiacciati da tutti quelli che correvano dietro di loro».

Una volta a bordo, però, Omar capisce che il loro destino potrebbe non essere tanto diverso: «Nella cominciò da subito a entrare acqua. Qualcuno la raccoglieva, altri cercavano di tappare il buco. Pensai che era finita. Pensai che non c l’avrei fatta. Fino a quando non vidi la nave della Croce rossa e capii che la mia libertà era forse arrivata».

Omar e gli altri passeggeri vengono tratti in salvo: sbarcano prima in Sicilia e poi alcuni vengono portati a Taranto. Tra questi c’è anche lui. «Qui a Costruiamo Insieme mi sento libero: posso finalmente studiare. Per ora solo la lingua, ma te l’ho detto: vorrei essere un insegnante. Mi piacerebbe raccontare agli studenti il mio viaggio, la mia storia. E forse anche quella di Cristoforo Colombo e di quella scoperta meravigliosa che è stata l’America».  Omar sorride ancora. E alza gli occhi guardando in cielo,. Ricorda una vecchia canzone che parla di una America “lontana, dall’altra parte della luna”. Ma lui forse la intravede e continua a sorridere.

Il viaggio di Viera tra fede e lavoro

«Chi mi ha salvato la vita poi mi ha mandato via». La storia di Coulibaly Hamed Viera è una storia di amore e intolleranza, raccolti in un’unica vita. Anzi due. La sua e quella di suo zio: l’uomo che lo ha accolto, accudito e cresciuto quando Viera ha perso i genitori e poi per differenze religiose lo ha allontanato costringendolo a intraprendere un viaggio che dalla Costa d’Avorio lo ha portato fino a Taranto.

«Mio padre – racconta il 17enne – non l’ho mai conosciuto. Sono nato ad Abidjan, sulle rive dell’Oceano Atlantico Meridionale. Non ricordo nulla di quella città: avevo due anni quando mia mamma è morta e ho lasciato l’oceano e sono andato a vivere a Daloa, la terza città ivoriana. Dopo la morte di mia mamma è stato mio zio a venirmi a cercare e a portarmi nella sua casa. Mi ha accudito e mi ha mandato a scuola». Era felice Viera, non immaginava quello che una volta adolescente sarebbe accaduto. «La famiglia di mio zio è musulmana e non ha mai accettato che io fossi di religione cristiana: mi è stato chiesto più volte di convertirmi, ma io non ho mai voluto abbandonare la mia fede».

Viera è stato prima in Burkina Faso e poi in Niger fino a quando ha raggiunto le coste della Libia: «da lì mi sono imbarcato per raggiungere l’Italia: eravamo oltre 130 su quella barca, sono stati momenti terrificanti».

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È giunto a Taranto qualche mese fa, ospite della cooperativa Costruiamo Insieme: «Qui sto bene, sono tutti generosi con me, ma non voglio approfittare della gentilezza: ho voglia di costruirmi il mio futuro, non voglio stare con le mani in mano». Con la cooperativa ha iniziato a frequentare un corso di formazione: «mi piace perché mi aiuta a imparare la lingua e anche un mestiere: faccio teoria e pratica di edilizia e costruzioni e sento che quel lavoro potrà permettermi di avere una mia vita».

Vorrebbe rimanere in Italia Viera: «mi trovo bene qui, ma ti ripeto che voglio impegnarmi per lavorare: voglio crescere e dimostrare che anche io posso fare qualcosa di utile a questo Paese. Magari qualcosa di piccolo, ma anche le piccole cose servono per andare avanti».

Syad: “Ognuno è padrone del proprio futuro, ma deve costruirlo”

«Lavoro in pizzeria qui a Modugno. Sono riuscito a trovare lavoro grazie al fatto che ho imparato, anche se non molto bene la lingua italiana. Senza conoscere l’italiano è impossibile trovare lavoro».

Quando ho chiesto a Syad Nazim dove e come avesse imparato l’italiano è arrivata la prima sorpresa: «Io non posso andare a scuola il pomeriggio come fanno gli altri perché devo lavorare. Io sono libero la mattina e gli operatori di Costruiamo Insieme e la scuola di italiano nella struttura di Modugno hanno avuto la pazienza di insegnarmi la lingua». Syad, 25 anni, viene dal Pakistan, dalla città di Phalia nella regione del Punjab. Papà camionista e mamma casalinga, ha tre fratelli, due dei quali sono a Dubai dove lavorano. Il più piccolo, invece, è rimasto in Pakistan. Lui e i fratelli sono fuggiti dal Paese, spinti dai genitori, perché vittime di persecuzioni religiose ed è per questo che è restio a mostrare il suo volto: «metti una foto degli operatori che mi hanno accolto e ogni giorno i fanno sentire a casa». Il suo viaggio è stato lungo: «Iran, Turchia, Grecia. In Grecia sono stato cinque anni e facevo il benzinaio. Poi, a causa della crisi economica greca ho dovuto riprendere il viaggio: Macedonia, Serbia, Ungheria e Austria per giungere in Italia a settembre 2015. Solo il viaggio fino alla Grecia mi è costato seimila euro».

La decisione che almeno i figli più grandi dovessero lasciare il Paese presa dalla famiglia è arrivata dopo che, a causa dell’ennesima aggressione, il papà di Syad è rimasto gravemente ferito. In Pakistan, Syad non ha mai lavorato. Ha frequentato la scuola per 12 anni. Quando gli chiedo qual è il sogno che vuole realizzare in Italia mi risponde serafico: «Vorrei trovare un lavoro che mi permetta di studiare e di prendere la patente. Sai, del Pakistan mi manca il fatto che a 12 anni guidavo la macchina e nessuno mi diceva niente. In Italia non è così, ma in Italia mi sento come a casa mia. Nei cinque anni trascorsi in Grecia avevo sempre paura. Qui, invece, mi sento più protetto e, nel mio piccolo, è come se avessi ritrovato una famiglia». Dopo questa affermazione, parte con un elenco di operatori dai quali si sente supportato e di ognuno specifica le qualità. Gli dico che li conosco tutti molto bene ma vorrei una sola definizione per tutti: «Ho iniziato a fidarmi di loro quando ho capito che erano loro a volerci incontrare, conoscerci. Per loro il lavoro non è darci un tetto e un piatto da mangiare. Quando sono arrivato avevo paura, mi isolavo. Loro mi hanno cercato, costruito un rapporto che adesso è indissolubile. Sono la mia famiglia italiana».

Parliamo dei problemi del suo Paese, del Pakistan, e del rapporto che mantiene con i genitori. Su questo argomento è sbrigativo: «I miei genitori non vogliono che torniamo in Pakistan. È troppo pericoloso. Credo che tutte le persone che sono in pericolo devono abbandonare quel Paese anche se il viaggio è pericoloso. Io rispetto molto quello che dice mio padre, nel mio Paese è così. Ma un giorno tornerò, per i miei genitori, per riabbracciarli».

Il suo pensiero sui trafficanti di uomini e secco: «Delinquenti! Fanno soldi su tragedie umane. Sono mercanti senza nessuna umanità!». Syad ha le idee chiare su quello che si aspetta dall’Italia: «L’Italia offre tante opportunità, ma dipende da te: ognuno è padrone del proprio futuro, ma se lo deve costruire!».

“Quando gioco sono libero”. La rinascita di Abou

«Quando sono in campo mi sento felice, libero. Penso solo a vincere. No, non penso al mio Paese: ho solo brutti ricordi e poi sto così bene qui».

Abou Fofana ha 17 anni viene dalla Costa d’avorio ed è un calciatore dell’Africa United Talsano. È arrivato a Taranto il 26 giugno dello scorso anno, dopo un lungo viaggio in mare con uno dei tanti barconi che ormai solcano il Mediterraneo. È nato a Binhouye, una cittadina della regione delle Montagne a confine con la Liberia. Di lì è scappato perché qualcuno voleva ucciderlo: «la nuova moglie di mio padre ha assoldato un uomo per eliminarmi, ma questo per fortuna non l’ha fatto. Mi ha detto quello che stava succedendo e mi ha detto di partire immediatamente». Il suo viaggio è iniziato così velocemente che non ha avuto il tempo di salutare nessuno. Del resto, tradito dagli affetti più cari, perché avrebbe dovuto farlo?

Dalla Costa d’avorio è arrivato in Mali dove si è fermato per una settimana per poi ripartire verso l’Algeria: «Per tre mesi ha lavorato nell’edilizia, ma non mi permettevano di andare a scuola e così ho scelto di andare via. Sapevo che per arrivare in Italia doveva passare dalla Libia: qui sono stato tre mesi a cercare il modo e i soldi per partire». Sul barcone che lo ha portato via dall’Africa erano in tanti e Abu non sa che fine abbiano fatto tutti quelli che erano con lui. A Costruiamo Insieme ha iniziato a studiare la lingua italiana e non solo: «Devo impararla bene per due motivi: voglio restare qui per imparare e imparare per restare. E poi a volte è divertente: c’è la parola “pazzo” che non so perché mi fa ridere un sacco». È alto, e imponente Abou, ma ha una voce dolce e quando ride mostra tutta la genuinità dei suoi anni. «Grazie a Costruiamo Insieme sto frequentando anche un corso per diventare saldatore: mi piace perché imparo un mestiere e contemporaneamente la lingua. Così è più semplice metterla in pratica: le lezioni in aula sono importanti, ma avere la possibilità di fare stage ed esperienza nelle aziende mi aiuta anche a migliorare il mio italiano».

La sua passione, però, è il calcio e sogna di diventare un calciatore professionista: «No, non come Drogba, io voglio diventare come Eric Bailly». Mostra la foto del difensore ivoriano che milita nella Premiere League con il Manchester United e spiega: «anche io sono un difensore: gioco come laterale a destra nell’Africa United. È una bellissima esperienza quella di poter giocare in una squadra come la mia: lo sport permette di imparare un sacco di cose come il rispetto delle regole, dei compagni di squadra e degli avversari. Sogno di diventare un calciatore professionista, ma se non dovesse succedere non solo mi sarò divertito, ma avrò fatto un sacco di esperienze importanti che possono aiutarmi ad integrarmi in Italia».

IMG_6487Nelle scorse settimane Abou è stato intervistato proprio raccontare l’esperienza dello sport che aiuta a rinascita per chi come lui ha passato momenti particolarmente difficili. Lui, però, sembra aver buttato tutto alle spalle. Ora fortunatamente le priorità sono ben altre: «Quest’anno al campionato siamo usciti in semifinale, ma sono soddisfatto perché abbiamo avuto la miglior difesa e anche il miglior attacco, ma l’anno prossimo non c’è storia: vinceremo!». IMG_6489

Giancarlo, confratello al servizio dei migranti

«Essere confratello è stato sicuramente il primo passo verso il servizio al prossimo che oggi è diventata anche una scelta di vita lavorativa».

Giancarlo ha 43 anni e da dieci è confratello del Carmine, il sodalizio che ogni anno organizza la processione dei Misteri il Venerdì Santo rinnovando una tradizione ormai secolare. Anche lui, come tutti i tarantini, in questi giorni vive con trepidazione i giorni del triduo pasquale: rivede i confratelli che scalzi e incappucciati avanzano lentamente con la caratteristica «nazzicata» verso i sepolcri allestiti  nelle chiese, contempla il volto trasfigurato dal dolo dell’Addolorata che nella notte tra giovedì e Venerdì Santo parte dal tempio di San Domenico Maggiore nel cuore della città vecchia alla ricerca di Gesù e, infine, segue passo dopo passo la processione dei Misteri che alle 17 del Venerdì Santo attraversa le strade del borgo e, dopo un’intera notte, rientra al Carmine il Sabato mattina chiudendo i «giorni del perdono» che per una volta l’anno inorgogliscono i tarantini.

«Ho scelto di diventare confratello per adorare la Croce e per dare un senso religioso al volontario verso il prossimo – racconta Giancarlo – e poi è una tradizione della mia città che ognuno di noi dovrebbe portare avanti. La mia non è solo una scelta legata alla Settimana Santa: partecipo alla vita del sodalizio per tutto l’anno e faccio del mio meglio per mettere in pratica gli insegnamenti del Vangelo ispirato dalla figura di Maria. C’è un passo del Vangelo che dice “tutto quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avete fatto a me” e credo che anche questo abbia contribuito a indirizzarmi nella mia scelta di vita».

Giancarlo è uno degli operatori di Costruiamo Insieme che ogni giorno è al servizio dei tanti migranti ospitati nelle stretture: «Le cose sono certamente collegate: Gesù ci ha insegnato a essere vicino ai più bisognosi. Oggi questi ragazzi vivono momenti difficili: sono fuggiti dai loro affetti e siamo pronti a dare loro assistenza. Costruiamo Insieme non è un lavoro qualunque: per me è la possibilità di mettere in pratica ciò che mi insegna il Vangelo. E poi lo faccio con uno staff meraviglioso che lavora sempre con il sorriso».

In queste ore i riti tarantini tornano nelle strade e per Giancarlo è un momento di forte devozione: «per un tarantino è il momento in cui rivedere, a distanza di un anno, i simboli della Passione e quindi ricordare le sofferenze di Gesù. Beh per un confratello è la stessa cosa, ma forse ancora più forte». Nei gironi scorsi alcuni ospiti hanno visitato la chiesa del Carmine e scoperto le tradizioni pasquali della città: «Sono contento – commenta Giancarlo – che abbiano scoperto le nostre tradizioni. Tanti di loro al ritorno dalla visita hanno avuto belle parole per quest’esperienza e soprattutto per il sacrificio dei confratelli. Molti erano catturati dalla «troccola»: alcuni di loro inizialmente non avevano capito il suo significato, ma quando ne hanno scoperto la funzione ne sono rimasti ancora più colpiti. Alcuni degli ospiti che non hanno partecipato alla visita, hanno visto le foto e mi hanno chiesto informazioni: sono stato contento e anche un po’ orgoglioso di poter raccontare questa splendida tradizione della mia città. Spero che qui riescano a trovare la loro strada, che possano costruire un loro percorso di vita».

Ma gli ospiti non sono l’unico pensiero delle sue preghiere: «penso anche a me e ai miei colleghi: pregherò il Signore in questi giorni per darci sempre forza di continuare a offrire loro un servizio che possa aiutarli a sentirsi un po’ a casa. A sentirsi nostri fratelli. Proprio come i perdoni».

Badjie e il sogno di riabbracciare suo padre.

«Avevo un contratto e un lavoro che mi permetteva di vivere dignitosamente con la mia famiglia, poi la dittatura mi ha costretto a fuggire». Badjie Sedia è vissuto in Gambia. Ha quasi 20 anni e come suo padre ha lavorato fin da piccolo nel campo dell’edilizia. Non un semplice muratore o imbianchino: la professionalità della sua famiglia ha contribuito anche alla realizzazione di opere importanti nella capitale Bajul: «Lavoravamo tanto in Gambia. Avevamo contratti con quattro aziende importanti per la costruzione di centri direzionali e altre opere grandi. La mia famiglia ha lavorato anche alla realizzazione delle opere che oggi si trovano in piazza Tabakorot».

Una vita tranquilla, insomma. Almeno sul lavoro. Eppure nel suo Paese il regime dittatoriale opprimeva la vita del popolo che inizia così a ribellarsi e a scioperare. «A dicembre 2016 ci fuorno una serie di incidenti molto gravi: durante uno sciopero contro la dittatura la polizia ha iniziato a sparare sui manifestanti. Chiedevano la nascita della democrazia, non c’era violenza eppure alla fine degli scontri diversi manifestanti sono rimasti uccisi».

Badjie sa che la polizia sta cercando anche lui che era tra i manifestanti. Per tre giorni ha cercato di nascondersi e poi ha capito che per salvarsi doveva fuggire. «Sono stato prima in Mauritania e ho provato a lavorare. Poi è iniziato l’avvicinamento all’Italia attraverso in Niger e la Libia. Sono stato tre mesi a Saba tre e due mesi a Tripoli. In ogni posto in cui sono stato ho sempre trovato lavoro, ma la Libia è un posto pericoloso e così con altri 130 compagni mi sono imbarcato per scappare e raggiungere l’Italia».

Dal 6 dicembre scorso è ospite a Costruiamo Insieme dove sta seguendo le lezioni di italiano: « Mi trovo bene con la gente che lavora qui. Mi accorgo davvero che si prendono cura degli ospiti. La lingua italiana non è semplice – sorride Badjie – ma so che è fondamentale e io  voglio impararla. Voglio farlo perché ho bisogno di trovare un lavoro: solo così potrò portare qui mia moglie e i miei tre splendidi figli».

Il racconto di Badje poi torna alla sua vita in Gambia: il lavoro, la politica e gli hobby. «Tante cose mi mancano: andavo spesso in palestra. Quando mi allenavo il mio corpo era libero. E anche io mi sentivo libero. Ora voglio ricominciare per raggiungere i miei sogni. Il più importante? Sono tanti e tutti importanti, ma se ora dovessi sceglierne uno direi che vorrei rivedere mio padre: è anziano e sogno di riabbracciarlo prima che sia troppo tardi».

Samsin e i sorrisi: “il balsamo alle mie ferite”.

“Non c’è solo la guerra a rendere difficile la vita in alcune parti dell’Africa, purtroppo in alcuni casi le vecchie ruggini tra le differenti etnie diventano così forti da costringere la gente a scappare. Alcune di queste questioni non vengono raccontate dai giornali e quindi non si può capire fino in fondo il perché di un viaggio come che ho dovuto affrontare io e tanti miei fratelli”. Viene dal Ghana Samsin. Ha 26 anni ed è arrivato in Italia a maggio 2016.

Quando si racconta non mostra segni di dolore: il suo è il reportage di chi ha già dato un capitolo nuovo alla sua vita. Non ha dimenticato nulla del passato, ma Samsin ha scelto di guardare avanti. È difficile immaginare di accantonare alcuni pezzi della propria vita soprattutto quando sono particolarmente duri.

“Quello che mi ha aiutato ad andare avanti è l’accoglienza che ho trovato quando sono arrivato a Costruiamo Insieme: i sorrisi e la gentilezza con cui si rivolge lo staff è stato un balsamo per tante ferite. Credo che spesso si diano per scontate tante cose semplicemente perché sono quotidiane. Il mio viaggio, con il suo carico di sofferenza, mi ha fatto rivalutare tante semplici cose e in particolare il sorriso. Guardate non so come spiegarlo, ma dopo quei momenti in mare, in cui i volti accanto erano quasi delle maschere deformate dalla paura, ritrovare un sorriso è come una rinascita. Non so se può sembrare esagerato, ma qui a Costruiamo Insieme io sono un po’ rinato”.

Quando ha lasciato il suo paese, Samsin ha raggiunto il Niger: lavorava come aiutante muratore, ma nonostante la fatica è stato pagato solo poche volte. Ha provato a ricominciare raggiungendo la Libia, ma i rischi per chi come lui arriva da altri paesi erano troppo alti. Un giorno è stato costretto a partire ancora: “non mi è piaciuto il viaggio, ma non solo per le condizioni nelle quali l’ho affrontato, ma perché quel viaggio è un taglio con tutta una vita. Lasci gli affetti, il tuo lavoro, quello che hai costruito e non sai verso cosa stai andando. Portavo con me solo la speranza e in alcuni casi non era sufficiente. Per fortuna i sorrisi mi hanno restituito forza”.

Oggi Samsin studia la lingua italiana e cerca un lavoro: “onestamente all’inizio mi andrebbe bene qualunque lavoro: tutti dobbiamo iniziare piano piano e un piccolo lavoro mi aiuterebbe anche migliorare con l’italiano. Se proprio dovessi scegliere mi piacerebbe lavorare in campagna: ho sempre amato il contatto con la natura. Non voglio sembrare uno che ripete sempre le stesse cose, ma vivere e lavorare all’aria aperta è come guardare il sorriso della natura e, come ho detto, i sorrisi sono diventati la mia salvezza e la mia forza”.

“Se non godi il presente, non puoi pensare al futuro”

Kemo ha 28 anni e viene dal Gambia. È arrivato in Italia il 12 giugno 2015, fuggito da un Paese dove i giovani era rapiti dai ribelli che li obbligavano ad arruolarsi, imbracciare i fucili e aprire il fuoco contro i loro fratelli. “Il mio piccolo villaggio – racconta Kemo a voce bassa – è al confine con il Senegal. Vivevamo ogni momento della giornata con il terrore che qualcuno venisse a prenderci. Ti arruolano con la forza, contro la tua volontà. Non so come spiegarvelo: si viveva senza la possibilità di costruire. Non riesci a pensare al futuro quando non puoi goderti nemmeno un minuto del tuo presente”. Viveva in un bel villaggio: prima degli scontri che hanno insanguinato il Gambia lavorava in una fattoria circondato dalla campagna. Ma poi la paura divenne compagna di tutti i giorni. E di tutte le notti.

“Vennero a prendermi a mezzanotte. Mi bloccarono e mi caricarono su un’auto. Non sapevo dove mi stavano portando: pensavo solo a come fuggire. La prima cosa che mi venne in mente fu quella di lanciarmi fuori. E così feci”. Le sue mani tremano mentre racconta. “Mi lanciai dall’auto e cadendo mi ruppi una gamba. Mi allontanai aiutandomi con le mani”. Il dolore non ferma il desiderio di libertà e la voglia di vivere. “A salvarmi fu un uomo che passava da quelle parti. Mi aiutò a salire sulla sua bici e mi portò a casa sua”. Il viaggio di Kemo iniziò quella notte. Dopo quel rapimento e la libertà conquistata con le mani. E grazie alla bontà di un uomo che dopo averlo ospitato lo aiutò a fuggire. Prima in Senegal e da lì verso la Libia. “Ho lavorato per due mesi come pittore, ma sono stato pagato pochissime volte. Eppure non era quello che mi ha spinto ad andare via: la Libia non è un posto sicuro, sentivo lo stesso pericolo che avvertivo ogni giorno nel mio villaggio. E così decisi di partire. Me la ricordo ancora quella barca di plastica su cui eravamo ammassati in tanti”.

È arrivato in Sicilia e dopo quattro giorni è partito per Modugno. Qui la sua vita ha trovato finalmente un po’ di tranquillità: “A Costruiamo Insieme ho trovato finalmente la serenità per studiare: qui ho incontrato operatori che mi hanno fatto capire l’importanza della cultura e quindi ho scelto di impegnarmi in questa strada. Non è facile per chi arriva da un altro posto e quindi, grazie al loro sostegno, ho capito che devo innanzitutto imparare la lingua: le lezioni di italiano poi sono anche divertenti”. Kemo accenna finalmente un sorriso, quasi esorcizzando ricordi tremendi. “Sto studiando italiano e lo imparerò bene. Nel frattempo sto cercando anche un piccolo lavoretto perché so che posso fare bene in questo Paese. Guardo i ragazzi che lavorano qui e penso che vorrei diventare come loro”.

“Qui ho trovato disponibilità e speranza”

“Il mio futuro? Eh…”. Sorride e immagina Salif, 19enne del Ghana. Non ha un risposta alla domanda, ma sa che dovrà costruirla. Lui che ha costruito la sua vita più volte. Nel villaggio di Alavagno era un autista: “guidavo i taxi – precisa iniziando il suo racconto – ed era bello girare per la mia terra, anche se è una terra continuamente colpita dalla violenza. Ma questa volta non c’entra la religione e nemmeno l’etnia.

La terra di Salif è in guerra per un semplice pezzo di terra. Gli abitanti di Alavagno e del vicino villaggio di Nkugna se lo contendono da sempre. Si scontrano da anni per decidere chi dovrà amministrarlo: “Quando avevo due anni quella follia è entrata anche nella mia vita: mio padre rimase ucciso in uno di quegli scontri. A volte ci penso e sono certo che sia tutto inutile”. Da allora è cresciuto con suo zio, ma anche lui fu vittima della guerra per la terra ghanese. Salif, però, va avanti e trova lavoro come autista. Gira in taxi, accompagna la gente, gli piace essere gentili con quelli che salgono a bordo della sua auto.

l 23 marzo 2013, però, la sua vita cambia ancora una volta e questa volta per sempre. Salif è uscito presto di casa per andare a lavorare e poco dopo riceve una telefonata: “era mia mamma, mi diceva di non tornare a casa. La telefono mi spiegava che la situazione era diventata troppo pericolosa”. Inizia così il viaggio di Salif che arriva dapprima in Niger dove per due mesi ha cercato un lavoro, ma senza riuscirci.

La sua vita cosi posta così in Libia: “per due anni ho lavorato in un lavaggio di auto con altri amici del Ghana. Non avevo intenzione di venire in Italia, ma un giorno sono andato al lavoro e i soldati mi arrestarono. Portarono in prigione anche i miei compagni”. Durante la reclusione Salif e i suoi compagni sono costretti a lavorare: ogni giorno vengono portati nei luoghi dove le guardie li osservano mentre eseguono ciò che viene loro ordinato. Una mattina, però, i soldati si distraggono un po’ troppo: Salif e i suoi compagni riescono a fuggire. Tornano velocemente a casa e scoprono che uno dei loro compagni che non era in prigione era stato ucciso. “abbiamo venduto le poche cose che avevamo come il materasso e il televisore e abbiamo deciso di partire. Non avevo mai pensato prima di quel giorno all’Italia”. Il suo barcone arriva in Italia e per Salif inizia ancora un volta una nuova vita: “Qui ho trovato tanti amici sia tra gli ospiti che tra il personale di Costruiamo Insieme: quello che mi piace di più è che non sono uno dei tanti, ma se ho un problema o un’esigenza diventa un’esigenza anche dello staff. È bello trovare questa disponibilità e questa accoglienza, mi offre speranza. Ho anche trovato un lavoro: sono stato assunto da una ditta di pulizia e per adesso va bene. Il mio futuro? Eh…”. Sorride e immagina Salif, ma poi aggiunge: “Per ora non so ancora, per adesso vorrei ottenere solo i documenti. Poi si vedrà”.