«Ferite che bruciano»

Sunday, nigeriano, la fuga, le torture, la libertà

«I soldi non hanno valore, se hai imparato che la vita è appesa al grilletto di una pistola. Mio padre ucciso, ho lasciato mia madre e una sorella. Le coltellate, le ferite e il mare, il senso di libertà. E se un giorno facessi il meccanico…»

«Ciao, amico mio!». Ci metti un attimo a strappare un sorriso a un ragazzo che ne ha passate davvero tante. «Vorrei ridere, piuttosto che sorridere», ci dice, «ma con una guerra in corso a due ore dall’Italia non hai lo spirito giusto: le guerre sono la peggiore cosa che l’Uomo – e sottolineo l’Uomo – potesse inventarsi per farsi del male; lo dico da profugo, da fuggitivo, io che sono scappato dalla Nigeria, un Paese che amo, ma che se non sei allineato con i poteri forti, sei destinato a vivere nelle sofferenze». Sunday, nigeriano, trent’anni, da quattro in Italia, parla un discreto italiano. «E come gli italiani comincio ad aiutarmi nei discorsi a furia di gesti: questo amo degli italiani, che provano in tutti i modi a farsi comprendere, anche se sei straniero e non parli una sola parola della loro lingua: mi è successo i primi tempi, c’era chi per farsi capire alzava il tono della voce, urlava quasi, e si aiutava compiendo gesti…». Quando è arrivato in Italia parlava solo inglese, oggi, dicevamo, Sunday, vanta un buon italiano. Fuggito dalla Nigeria, un Paese nel quale fra militari, miliziani e bande armate, rischi comunque di fare un pieno di bastonate sempre. «E senza giustificazione: sfuggi a uno di loro e ti ritrovi al centro di una mattanza con altri che ti hanno preso sulla punta del naso: riempiono così le loro giornate; ti fermano, ti chiedono i documenti, pur non essendo militari, con lo scopo di metterti le mani in tasca e di svuotartele di quei pochi soldi che hai guadagnato in un lavoro faticoso, ma sempre sporco».

Prosegue Sunday, spiega che quando non hai scampo, c’è solo una soluzione: rannicchiarti e invocare pietà, sperando che si muovano a compassione. «Difficile, ti riempiono di calci e pugni, mentre i compagni ti tengono sotto tiro. E se le legnate non ti hanno fatto ancora uscire il sangue dalla testa, insistono, con il calcio di una pistola, di un fucile per provocarti: lo scopo è, comunque, provocarti ferite».

Foto La Repubblica

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AFRICA, DOLORE OVUNQUE

La situazione non è tanto diversa in altri Paesi africani. «Sono perseguitato dalle botte, forse perché me le merito, non so – sorride Sunday, aiutandosi a gesti, indicando ferite su un braccio, un ginocchio – spesso hai come la sensazione che, come ti muovi, le prendi e nemmeno una sola volta: a me è successo in Libia, dove sono stato prigioniero per molti mesi, non ricordo quanti: volevano che un mio parente pagasse il riscatto, alla fine ci rimettevano acqua e un pugno di riso al giorno, così mi hanno cacciato a calci da quella prigione: avevo paura che avessero fatto una scommessa su me, farmi allontanare e giocare al bersaglio; succede anche questo: la vita vale meno di niente».

Ricorda il passato, il trentenne nigeriano. «Papà, ucciso durante la guerra civile: a casa sono rimasti mamma e una sorella; il viaggio per arrivare qui, in Italia, è durato mesi: forse tre di questi passati nella prigione libica».

Giorno e notte non esistono. «Durante i mesi da recluso, gli aguzzini ti svegliavano e giù calci: ovunque capitasse, il più delle volte nello stomaco e nel bassoventre, dove il dolore è infernale, come se stessi esalando l’ultimo respiro: la tua vita era appesa al grilletto di una pistola; al mattino, solita sveglia, brusca: “Chiama i tuoi familiari, convincili a farti mandare soldi, sennò domani non ti svegli: mi mostravano la pistola o un fucile, come se ti indicassero la morte durante il sonno…».

Sunday, un altro momento di inaudita violenza. Gli occhi pieni di lacrime, come se lo stesse rivivendo per noi. «Picchiavano me e gli altri compagni con una violenza mai vista: con un calcio a un prigioniero fecero saltare i denti davanti e solo perché non capiva la loro lingua, quello che gli dicevano. Poi la fuga, quella libertà che odora di paura, perché mentre ti hanno restituito la vita, a qualcuno di quelli potrebbe venire in mente di togliertela un istante dopo con una palla nella schiena: ne ho visti morire così, non facevano in tempo a gioire, che nel gioco perverso di chi ha potere di vita e morte su dei poveracci come noi, qualcuno premeva il grilletto e ti lasciava disteso lì, alla mercé di topi, sciacalli, altre bestie…».

«SIGARETTE SPENTE SULLA PELLE»

Sunday, si fila il giubbotto, alza una maglia e mostra un braccio, pieno di ustioni cicatrizzate. «Sigarette accese spente sulla pelle, come se fossimo posacenere; coltelli con la lama rovente o talmente affilata da farsi largo nella pelle come se affondasse nel burro: ogni ferita è il volto di uno dei carcerieri; in quei momenti non sai cosa gli stia passando per la testa: non sai cosa gli stia passando per la mente e allora, da non crederci, ma bisogna trovarsi in quelle circostanze, non aspetti altro che la morte ti sottragga a un dolore talmente forte tanto da pregare che la facciano finita».

Cinquecento, anche seicento dinari libici. «Tanto vali in quel momento: per loro sei una spesa, un pugno di riso, un pezzo di pane e un po’ di acqua, anche sporca, ogni giorno; se i soldi non arrivano sei destinato a una lunga agonia, fino a quando la bocca dello stomaco non ti si chiude e, allora, è la fine».

Un desiderio. «Vorrei fare il meccanico – dice Sunday – sono stato sempre affascinato dalle auto e dai motori: in Nigeria spesso aggiustavo camion, furgoni, moto, era una festa quando dovevo mettere mano a un’auto; qui ho lavorato saltuariamente in un’officina, quando stavo per trovare la mia strada è arrivato il covid e ogni sogno è svanito».

Foto Taranto Guide

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IL DENARO NON COSTA UNA VITA

Il valore del denaro. «Non conta, dopo che sei scampato alla morte qualsiasi tipo di lavoro va bene: qualcuno ne approfitta, ma la maggior parte ha rispetto per me, i miei connazionali, i fratelli africani: è questo il bello dell’Italia, la maggior parte della gente ha grande rispetto per te, ha il senso dell’ospitalità: non c’è molto lavoro, per un certo periodo ho anche lavato le scale, ma qualcuno si è lamentato che quel lavoro lo facesse un nero, in uno stabile non mi volevano».

Sunday ci lascia una “cartolina”. «Quando mi capita di passare davanti al Lungomare di Taranto il mio cuore batte forte, il mare per me è la vita: l’ho sempre amato, fra un viaggio in mare o uno sulla terra ferma, non avrei dubbi: mare tutta la vita, nonostante il mio viaggio per l’Italia sia durato a lungo; non avevo soldi, uno di quelli che si occupa del trasporto per mare, da me non volle niente: imbarcarne uno in più su un totale di un centinaio di persone, non gli pesava, così mi fece segno di salire a bordo. Onde da paura, poi finalmente una nave mercantile che ci prese a bordo, poi la Sicilia da lontano e, finalmente, la libertà. Ecco, il mare, così grande, è come la libertà, un desiderio immenso».

Jasha, un italiano al Bolshoi

Jacopo Tissi, etoile a Mosca

Quanto sta accadendo in Ucraina fa porre domande. Ma l’arte prende le distanze dalla politica. In attesa di conoscere gli sviluppi del conflitto e delle trattative di pace sulla strada Russia-Ucraina, ecco la parabola del successo dell’erede di Roberto Bolle. Corriere della sera, Repubblica e la Gazzetta dello sport elogiano le sue evoluzioni

«Dico ai genitori che dubitano: abbattiamo le barriere, un figlio che sceglie l’arte, trova un mestiere speciale, dategli fiducia; i ragazzi che non hanno la fortuna di avere il sostegno dei genitori, devono credere ancora di più in sé stessi e cercare il supporto di parenti e amici. Il cammino è lungo». Così, Jacopo Tissi, italiano, etoile del Bolshoi, al Corriere della sera, per spiegare quanto sia complicato farsi strada nel mondo della danza classica, in apparenze tutta applausi e lustrini. E invece, minimo duecento rappresentazioni l’anno. Dovesse mollare, anche in un momento così critico – inutile nascondersi che la guerra sferrata dalla Russia contro l’Ucraina fa porre al grande ballerino più di una domanda – ce ne sarebbero dieci, cento, disposti a prendere il suo posto, a qualsiasi costo. Anche a costo di ulteriori sacrifici.

Per Jacopo bellezza e presenza non sono sufficienti per diventare una étoile. Occorre essere un vero atleta, prosegue Corsera, e, allo stesso tempo, anche un grande artista, perché la danza è un mix in cui il corpo e la perfezione del movimento sono al servizio dell’arte.

Jacopo Tissi è considerato l’erede di Roberto Bolle, simile a lui per bravura e aspetto fisico che lo rendono perfetto nel ruolo del Principe, una delle figure più ricorrenti in gran parte dei balletti. La sua avventura di étoile di uno dei teatri più importanti al mondo, il Bolshoi di Mosca, era cominciata a gennaio.

Foto corriere.it

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LA BELLEZZA NON BASTA

In numerose interviste Tissi ha ripetuto che «anche se aiuta, la bellezza non è nulla nella danza se non ci sono anche l’ostinazione, la perseveranza e la dedizione totale a questa disciplina: fondamentale deve essere la costanza negli allenamenti e nelle prove». Tissi, al Bolshoi, si è esibito di recente nella “Raymonda” e ne “Il lago dei Cigni”, balletto grazie al quale ha cominciato ad appassionarsi alla danza.

La folgorazione a soli cinque anni. Mentre guarda in tv “Il Lago dei Cigni”, Jacopo ha come una folgorazione. Chiede ai genitori di seguire delle lezioni di danza. La sua famiglia asseconda le sue richieste, lo sostiene, lo incoraggia. Quando il direttore del Bolshoi, a fine dicembre, al termine dello “Schiaccianoci” in cui Jacopo ha interpretato, nemmeno a dirlo, il Principe, ha annunciato che lo avevano eletto a furor di popolo l’étoile del teatro moscovita, i genitori del ballerino italiano erano lì con lui. «Non ti sei mai accontentato – ha ripreso il Corriere della Sera facendo sintesi di una dichiarazione della mamma di Jacopo – delle situazioni comode e hai scelto la strada più difficile: questa la ricompensa che meriti».

Jacopo ha poi dichiarato al “Corriere” quanto sia importante il sostegno della famiglia. «Papà, mamme, non fatevi assalire da dubbi: un figlio che sceglie l’arte trova un mestiere speciale, dategli fiducia». E, ancora: «I ragazzi che non hanno la fortuna di avere il sostegno dei genitori, devono credere di più in se stessi e cercare il supporto di parenti e amici, perché il cammino non è semplice: è lungo».

Foto ilmattino.it

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A UNDICI ANNI ALLA “SCALA”

La sua biografia spiega il percorso intrapreso dal ballerino italiano. Tissi ha preso le prime lezioni da bambino in una scuola di danza privata della sua città, Landriano, in provincia di Pavia, dove è nato nel ‘95. A undici anni è entrato nella Scuola di Ballo del Teatro alla Scala dove nel 2014 si è diplomato con lode. L’anno dopo ha danzato al Vienna State Ballet, diretto da Manuel Legris (che ora dirige la Scala), poi nel 2015-2016 è tornato a Milano, diretto da Makhar Vaziev che nel 2016 lo ha poi portato con sé nella compagnia del Bolshoi, primo italiano a essere scelto per il teatro russo. A Mosca, in pochissimo tempo, Jacopo Tissi è stato promosso da ballerino aggiunto a primo ballerino e poi ha raggiunto il grado più alto, quello di étoile.

La vita di Jacopo Tissi è stata finora scandita da lezioni di danza al mattino con il suo coach personale Alexander Vetrov , poi tante ore di prove per preparare gli spettacoli, che al Bolshoi sono numerosissimi, si balla per duecento giorni l’anno. Anche dopo la fine delle prove, Jacopo restava in sala per perfezionare passi e combinazioni o ripassare la coreografia, lavorare su qualche parte del balletto e studiare il personaggio e farlo proprio. E al di fuori della sala prove studia i personaggi riguardando i balletti del passato e come sono stati interpretati dai più grandi ballerini della storia della danza, poi, ovviamente, cerca di aggiungere qualcosa di suo. Infatti, come ha detto in una intervista a Repubblica, «più che bello e bravo, danzando devi essere speciale. Il che non vuol dire perfetto. Bisogna essere qualcuno che colpisce e resta».

E il lavoro in palestra. Fondamentale anche quello, almeno due giorni a settimana, e i risultati, sul suo fisico di un metro e novanta centimetri di altezza si vedono tutti.

Foto Il Pendolo

Foto Il Pendolo

IL RUSSO IN PUNTA DI PIEDI

Pendolare per otto anni Jacopo si è mosso tra Landriano e Milano. Niente in confronto a quello che ha dovuto fare quando a venti anni è arrivato a Mosca. Inizio non semplice. Ambientarsi a un inverno particolarmente freddo che noi italiani non possiamo nemmeno immaginare, e abituarsi a un cibo completamente diverso dal nostro, non è stato semplice. Tutto è cambiato, in meglio, non appena ha imparato a parlare russo. Perfettamente integrato a Mosca, Tissi oggi ha tantissimi fan che lo chiamano Jasha perché, dice, «Jacopo? Troppo difficile da pronunciare per un russo». Lì, in Russia, non tutti lo sanno: i ballerini sono delle star al pari dei più grandi atleti e hanno i loro tifosi, esperti di balletto, li seguono e vanno a vederli ovunque ci sia una rappresentazione.

Un elemento su Jacopo ce lo dà ancora un altro quotidiano, sportivo. La Gazzetta dello sport, la voce più autorevole in fatto di calcio e “altri mondi” (pagine che hanno avuto un certo successo fra i lettori della Rosea). Qual è la notizia. Bene, a fare compagnia alla popolare etoile c’è Leo, un volpino, arrivato nella primavera di due anni fa, dopo che Tissi aveva perso Jedy, la cagnolina che gli aveva fatto compagnia per anni.

Nel frattempo Tissi è diventato anche una star del web. Durante la quarantena ha mostrato ai suoi follower la sua giornata-tipo. che Comincia con un caffè, per proseguire con tante flessioni, esercizi alla sbarra, pasti sani ed equilibrati che si sa preparare da solo e relax con qualche lettura. Questo è, oggi, Jacopo Tissi, italiano, stella del firmamento russo che oggi deve vedersela nel rispondere, quando può, a domande a volte anche fuori luogo. Di questo, sempre in questi spazi, ne abbiamo già scritto. Guerra bocciata a prescindere, oggi uno spargimento di sangue, in nome di qualsiasi fede, non solo politica, non solo è fuori luogo, ma è fuori dal tempo.

«Ricomincio dall’Italia»

Sekou, una famiglia infamata, la fuga verso il nostro Paese

«Mio padre inghiottito da una di quelle “prigioni del silenzio”. Mia madre morta lontano da casa, mio fratello scomparso in mare in prossimità delle coste italiane. Mi resta mia sorella che sogno di riabbracciare. Intanto studio da insegnante, adoro la cultura»

Foto: Redattore Sociale

Foto: Redattore Sociale

«Sono arrivato in Italia quattro anni fa; avrebbe dovuto raggiungermi mio fratello, che mi aveva aiutato a mettere insieme la somma utile per il viaggio dalla Libia in Italia: non potrò più riabbracciarlo, il suo viaggio della speranza è finito in mare; qualche ora prima, il suo ultimo messaggio in vista delle coste italiane». Sekou, guineano, ventotto anni, titolo di studio scuola superiore, racconta la sua storia fatta di toni drammatici.

La vita non gli ha risparmiato immagini drammatiche. «Mio padre trascinato a viva forza in quelle che chiamiamo “prigioni del silenzio”, che poi significa sparire per sempre». Coltiva un sogno. «Fare l’insegnante, non mi impressiona lo studio: ho ricominciato dalla terza media, provando a dimenticare tutto quello che mi è accaduto in questi anni, ma, credetemi, non è facile». «Se mi piace l’Italia? Cosa posso dire di un Paese così bello, libero e rispettoso, sarebbe bello se un giorno ricominciassi proprio da qui»

Nel suo Paese esiste un forte conflitto etnico. Indossa un paio di occhiali, maschera a malapena il dolore mentre ricorda i particolari di quella. «I “miei” mi avevano aiutato a mettere insieme quei soldi che mi avrebbero permesso di lasciare la Guinea, Paese invivibile». Torna sul dramma vissuto dal papà, accuse infamanti che presto hanno sommato dolore ad altro dolore. «Mio padre, dicevo, un brutto giorno è stato prelevato con la forza e fatto letteralmente sparire: sapevamo come sarebbe andata a finire, nonostante quei militari che vennero a prelevarlo ci rassicurassero che, dopo un controllo, ci avrebbero restituito papà».

Foto: Avvenire

Foto: Avvenire

PAPA’ SI OPPONEVA ALLA VIOLENZA

«Facevamo una vita rispettabile – racconta Sekou – mio padre, commerciante, comprava e vendeva merce, alimentari, abiti; tutto scorreva nella normalità, andavo a scuola, studiavo con grande applicazione; il mio obiettivo era arrivare a un titolo di studio che mi permettesse di insegnare: amo la cultura e l’idea di poterne fare regalo agli altri».

«Mio padre, fatto sparire da un giorno all’altro, aveva un unico torto: non essere d’accordo con il partito, autoritario, che sarebbe andato successivamente al potere; così un brutto giorno, con un pretesto lo portarono via, in una di quelle che noi chiamiamo “prigioni del silenzio”: tre mesi dopo ci informarono che era morto: non si sa come, anche se lo intuimmo, non c’era da fare grandi ragionamenti: pensavamo alle sofferenze subite prima di chiudere gli occhi».

Da quel momento ogni tipo di accusa. «“Siete etiopi!”, ci urlavano contro, come se fosse un delitto essere nati altrove: io sono nato in Guinea; la mia parola contro quella di gente che aveva deciso di sopraffarci: in breve ci affamarono, non avevamo più risorse, era praticamente finita».

Ancora Sekou. «Mia sorella scappò con mia madre, piangevano a dirotto tutto il giorno: tempo dopo altra brutta notizia, anche la mamma era morta, non mi restavano che lei, mia sorella, e mio fratello più piccolo, scomparso successivamente in mare prima di arrivare sulle coste italiane, e quella gentaglia era riuscita a realizzare quell’obiettivo bestiale: annientare la nostra famiglia».

Foto: Calciomercato.com

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CIO’ CHE MI RESTA

Ciò che le resta della famiglia. «Sento spesso mia sorella un giorno ci riabbracceremo, ma su un territorio libero come l’Italia, che sento come fosse casa mia: libera e rispettosa, mi piacerebbe restare qui».

Spesso viene assalito da una grande nostalgia per il suo Paese e quei pochi familiari che gli restano. «Guardare al passato è un lusso che non posso concedermi, non voglio pensare e ripensare a quanto accaduto, devo provare a rimuoverlo; sento alcuni miei compagni di scuola, ma alla fine tocchiamo sempre quel tasto: la nostalgia di non stare insieme, un Paese letteralmente cambiato e la voglia, un giorno, di riabbracciarci, praticamente un sogno».

Quando stiamo per salutarci ci regala un’ultima emozione, uno sguardo alla sua infanzia. Ricomincia dal dolore, però. «Ho ereditato da papà l’amore per il calcio; quando con gli amici giocavo al pallone pensavo di essere una stella di una delle squadre più titolate d’Europa, il grande Milan, il Barcellona, il Real, il Liverpool: il campo era un perimetro in terra battuta, le porte ricavate da maglie e scarpe, tanto giocavamo a piedi nudi…».

Il desiderio di Sekou. «Ritrovare un giorno, in un agolo del cuore e della mente, anche un briciolo di spensieratezza: niente può restituirmi mio padre, nemmeno la giustizia, lo stesso mia madre o mio fratello, partito per l’Italia con il solo scopo di riabbracciarmi: con le lingue me la cavo, conosco inglese, francese e, benino ormai, l’italiano: la mia vita ricomincia da qui».

«Smetto di giocare!»

Fofana, insulti razzisti durante una gara di Prima categoria

«Non è la prima volta: ho ricevuto insulti, sputi, me ne hanno dette di tutti i colori: non ci ho visto più e ho reagito; accade spesso, a volte piango…». Gran parapiglia, il ragazzo guineano espulso, giocatori a darsele di santa ragione. Ci piacerebbe leggere il referto: gara sospesa per insulti razzisti o per il parapiglia fra avversari?

Foto SportCampania.it

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«Negro di m…!», «Scimmia!», «Tornatene al tuo Paese!». E altro ancora. Ma a che gioco giochiamo? «Era dall’inizio della gara che ricevevo offese simili, alla fine non ce l’ho fatta più e ho reagito, ma ho anche pianto e tanto: non è la prima volta che accadeva una cosa così». Abdoullaye Fofana, ventuno anni, originario della Guinea francese, non ci ha visto più. Era dall’inizio di quella partita di calcio, fra la sua Heraclea, società di Rocchetta Sant’Antonio, e l’Altavilla Irpina, che il ragazzo subiva offese pesanti. Alla fine non ci ha visto più, così all’ennesima offesa subita al suo avversario ha rifilato una sberla.

A quel punto prima l’espulsione, poi la sospensione della gara perché quell’episodio ha generato un gran parapiglia fra le due squadre in campo. Ci incuriosisce il referto arbitrale. Vorremmo conoscere il motivo del triplice fischio finale del direttore di gara: partita di calcio sospesa per insulti razzisti, oppure perché non c’erano più le condizioni per proseguire considerando che le due squadre erano venute alle vide di fatto? Dopo la sberla, infatti, si è generata una gran confusione con i calciatori che hanno cominciato a darsele di santa ragione.

La storia delle offese razziste sui campi di calcio non finisce più. Il pubblico dei grandi appuntamenti di calcio sarà forse anche pronto, le società attente ad educare i propri tifosi, ma nei campi di periferia, con tutto il rispetto per quelle piccole società che fanno salti mortali per divertirsi e divertire piccole platee, la storia si ripete.

Foto Fanpage

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SOLITA STORIA…

Anche all’andata era successo qualcosa di simile. Era stato lo stesso Fofana ad invitare i propri compagni a non intervenire. E, invece, è andata a finire in rissa. «Non ce l’ho fatta più – dice il giovane calciatore – pensavo di farcela anche stavolta, ma evidentemente ho chiesto troppo al mio carattere solitamente molto tollerante: quando il capitano della squadra avversaria mi è venuto incontro continuando ad offendermi ho reagito; da lì l’espulsione, giusta sia chiara, perché non puoi colpire violentemente l’avversario, ma forse il direttore di gara avrebbe dovuto prendere provvedimenti nei confronti del mio avversario che dall’inizio della gara me ne diceva di tutti i colori: forse non ha sentito, ma vi assicuro che era un’offesa continua…».

Fofana il giorno dopo. «Smetto di giocare – dice – il calcio è divertimento, è disciplina, è rispetto per l’avversario: dovrebbe insegnare la lealtà, invece, qualcuno pensa che provocando l’avversario e inducendolo a una reazione possa giovarsene, chi può dirlo…”. In realtà nei campi di periferia, negli spogliatoi, dove i ragazzetti provano a scimmiottare – con il massimo rispetto per gli animali – i grandi della serie A, che spingono, provocano, colpiscono, offendono gli avversari. Insomma, se tanto mi dà tanto. Comunque non va bene. Fofana non lo dice, ma nonostante sia giovane, ne ha le tasche piene. “Il presidente della squadra avversaria si è scusato, è giovane come me, ha compreso la mia reazione, si è vergognato di quell’episodio incivile».

Vediamo che farà il presidente, ora. Se richiamerà il capitano, gli sfilerà la fascia dal braccio che solitamente indossa il giocatore di maggiore esperienza, il più rappresentativo, per consegnarla ad un altro giocatore sicuramente più equilibrato. Per natura non ci piace origliare, stare a sentire, ma sarebbe bello ascoltare la conversazione fra il massimo dirigente e il capitano della sua squadra. Se una volta convocato nel suo ufficio insieme con il suo tecnico, gli dirà: «Domenica hai offerto uno spettacolo che avresti potuto risparmiarti, giochiamo al calcio per divertirci e non per offendere gli avversari in modo meschino!»; oppure: «Ma cosa ti è saltato in mente? Purtroppo devo toglierti i gradi di capitano, siamo nell’occhio del ciclone, giornali e tv non fanno altro che parlare di noi, che figura facciamo?».

Foto Corriere del Mezzogiorno

Foto Corriere del Mezzogiorno

FATTI, NON PAROLE!

C’è una sottile differenza, ma la sostanza cambia. Perché esiste un atteggiamento di comprensione nei confronti dei propri giocatori e, allora, suggeriamo di accendere un riflettore. Magari, una volta tanto, una delle trasmissioni di Mediaset, “Iene”, “Striscia”, si spostasse al Sud per seguire gli sviluppi di questa storiaccia. Detto che il presidente dell’Altavilla è stato dirigente irreprensibile, ci piacerebbe che quell’episodio fosse di esempio per altri colleghi, altre società che giocando nei dilettanti pensassero di poter godere di una certa impunità, proprio perché lontane dai riflettori.

Fofana, intanto, è tornato sulla sua personale storia. «Ho compiuto mille sacrifici – ha raccontato – fatto un viaggio: sono partito dal mio Paese, arrivato su un barcone dalla Libia, sbarcato in Sardegna, per poi trasferirmi in provincia di Avellino dove vivo e lavoro; come molti ragazzi della mia età amo il calcio, ma dopo quanto accaduto e, forse, dopo una squalifica, quasi quasi smetto di giocare».

E, invece, caro Fofana, permettici di suggerirti di insistere. Divertiti, gioca al pallone. Troverai un pubblico sugli spalti che ti applaudirà, incoraggerà. E’ questa la gara più impegnativa della tua vita, prendere coraggio e farti portavoce di ragazzi come te che cercano una speranza. Non solo la domenica, ma tutti i giorni.

«Diavolo in me…»

Hachim Mastour, dal Milan in poi

Una storia fatta di emozioni, racconta il calciatore, centrocampista e attaccante che ha cominciato con i rossoneri dei quali è tifoso. «Rifarei tutto quello che ho fatto, come ripartire dalla Reggina e da una piazza calda come quella della squadra calabrese». Marocchino, nato a Reggio Emilia, è stato il più giovane debuttante con la maglia della Nazionale del suo Paese: non aveva nemmeno diciassette anni. Qualcosa è cambiato, ma non è detto che certi amori non tornino

Foto Alfredo Pedullà

Foto Alfredo Pedullà

Per i molti ragazzi ospiti del nostro Centro di accoglienza, se c’è una disciplina sportiva dalla quale sono affascinati, questa è il calcio. Lo amano, lo vivono, talvolta anche troppo. Diciamo con il tifo giusto. Urlano, gioiscono, non condividono le posizioni tecniche, ma poi alla fine si stringono la mano da buoni amici. Una partita di calcio è emozione, d’accordo, ma alla fine è sempre qualcosa che nasce e deve restare lì, in quel perimetro, sessanta per centodieci metri, grossomodo. Di recente molti ragazzi hanno seguito la finale di Coppa d’Africa vinta dal Senegal, che ai calci di rigore dopo i tempi supplementari ha avuto la meglio sull’Egitto, l’altra squadra finalista. E’ stato un momento molto bello. Quella finale è stata l’occasione per parlare con alcuni di loro, appassionati di calcio e delle storie legate a questo sport. E’ più forte di loro, e di noi, quando in una storia c’è quel colpo di tacco, i ragazzi la seguono con emozione.
I ragazzi sono affascinati dalle storie, non solo quelle importanti, a lieto fine. Pongono attenzione anche a storie che vorrebbero finissero in altro modo, non con il magone, bensì con un sorriso. Ma la vita, e questo i ragazzi lo sanno, è fatta di alti e bassi. Può andare bene, le congiunzioni astrali – si dice – possono essere quelle giuste e, dunque, tutto fila liscio. Qualche volta, e anche questo i nostri fratelli lo sanno, qualcuno può inciampare in una pietra, un ostacolo imprevisto. Poco male, si riparte. Si raccolgono le proprie forze e via, ad accarezzare sogni mettendoci quell’impegno che deve esserci in qualsiasi cosa si faccia. Anche il calcio, a suo modo, spiega quanto sia importante come nella vita – per esempio – il gioco di squadra, non essere egoisti, saper riconoscere la forza dell’avversario, esultare per un colpo a sensazione di un compagno o riconoscere il gesto atletico con un applauso.

Foto Calciomercato.com

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DEBUTTO CON DOPPIETTA

E veniamo alla storia di quest’oggi. Lui è Hachim Mastour, ventitrè anni, nato a Reggio Emilia. Calciatore marocchino con cittadinanza italiana, parte dalle giovanili del Milan: debutta contro l’Albinoleffe, segna due gol. Titoli cubitali sui giornali, è nata una stella. Poi qualcosa si inceppa. Secondo qualcuno nella testa e nelle gambe del ragazzo, che a nostro avviso resta un grande talento. Vedremo. Intanto ci piace raccogliere battute prese un po’ qua e un po’ là. Come un video postato dalla Reggina, società calabrese dalle antiche tradizioni calcistiche, compresi campionati nella massima serie.
E’ lo stesso calciatore marocchino, il più giovane debuttante con la maglia del suo Paese (diciassette anni), a raccontarsi. «Per me il calcio è tutto – spiega Mastour – l’ho sempre avuto nella mente fin da bambino, per me non esisteva altro divertimento che non fosse il calcio: studiavo e pensavo al calcio, finivo i compiti e incontravo i compagni di scuola, ci dividevamo in due squadre e via, a prendere a calci un pallone. In famiglia, quattro in tutto, mamma e una sorella, era papà ad essere appassionato quanto me, se non di più, di calcio: quante partite vedevamo insieme e tutte le volte ci trovavamo d’accordo su questo e quel campione, questo o quel gol. E non solo: fu papà a pronosticare per me una carriera professionale da calciatore».

Foto Calciomercato.com

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POI UN PASSO INDIETRO

Papà ci aveva azzeccato. Di Mastour si interessa il Milan, una delle squadre più blasonate al mondo. «E’ stata la mia occasione: qualcuno mi ha detto che forse è stato un errore cominciare dall’università del calcio, invece di sgobbare sui campi di calcio di categoria inferiore, dove compagni e avversari non fanno complimenti: dei primi devi guadagnarti la fiducia, dagli altri il rispetto. Che ricordi ho del Milan? Indelebili, amo quei colori, ogni volta che guardo quel Diavolo in tv, mi emoziono, lavoro sodo perché un giorno possa tornare a vestire una volta quei colori».
Ci balena in testa la canzone di Zucchero, “Diavolo in me”, un rock-blues allegro. Hachim la conosce certamente, a Milanello erano in molti a cantarla, a cominciare dai tifosi che lo sostenevano e non lo hanno dimenticato. Arrivano le esperienze all’estero: Spagna, Olanda e Grecia. «Non è affatto semplice, credetemi: quando sei ancora un ragazzo staccare di colpo con la famiglia e gli amici, diventa dura: certo, meglio fare il calciatore che altri mestieri usuranti, talvolta sottopagati e per diciotto ore al giorno: di storie ne ho sentite… Ma non nascondo che sognavo una carriera in Italia, magari dal Milan in prestito ad altre squadre a farmi – come si dice – le ossa e poi tornare in rossonero. Detto della nostalgia, se sei bravo anche dal dolore riesci ad imparare e a crescere: per me è stato così».
Sulla sua strada la Reggina due volte, in mezzo il Carpi. Mastour rifarebbe tutto allo stesso modo. «Le scelte che ho fatto fino ad oggi mi hanno aiutato a crescere: se mi si chiede quali aspettative io abbia oggi, sicuramente fare bene con la Reggina, che milita in B, giocare fra i professionisti: la società ha obiettivi di crescita e io proverò a essere parte del progetto. Ottimo il rapporto con società, compagni e mister. Ho avuto proposte anche dall’estero, volevo restare in Italia, Reggio Calabria è una piazza importantissima per fare calcio e ripartire…».

Edouard mani d’acciaio

Champion’s lo scorso anno, Coppa d’Africa quest’anno

«Scartato a un provino, stavo per chiedere un sussidio al Centro per l’impiego». Comincia così la storia del portierone senegalese nato in Francia. «Mi avevano detto che non ero tagliato per quel ruolo: mi crollò il mondo addosso nel leggere sul volto dei miei genitori la mia stessa delusione». Poi la svolta. «Un amico, un primo provino, poi Cech al Chelsea che mi indica come migliore prima scelta». Ormai, Mr. Mendy solleva un trofeo dietro l’altro.

Foto: Sky Sports

Foto: Sky Sports

Che storia, la storia di Edouard. E’ una di quelle che ci piacciono, intanto perché a lieto fine. Poi perché è il racconto di un riscatto, una prova di coraggio e forza insieme. Non è facile trovarsi nelle condizioni di Edouard, prima che diventasse Mr. Mendy, la seconda testa coronata di Londra, nel Chelsea e ricevesse la stretta di mano del presidente del Senegal, il suo Paese d’origine per il quale nella Coppa d’Africa alzata al cielo in segno di vittoria, proprio lui, Edouard, ha parato un sogno.

Nato a Montvilliers in Francia, padre guneense, mamma senegalese e cugino di Ferland, difensore del Real Madrid, la storia di Edouard va raccontata. Glielo hanno chiesto daccapo, prima e dopo la Coppa d’Africa. E lui, Edoaurd, come gli è capitato in questi ultimi anni, non si tira indietro. Come fosse fra i pali esce con sicurezza. Blocca qualsiasi cosa ci sia da bloccare. «Perché – racconta – i ragazzi se hanno un sogno hanno l’obbligo fino in fondo di crederci: a me è successo, ero sull’orlo di abbandonare il gioco del calcio: avrei dovuto farlo a livello dilettantistico, accontentarmi di poche centinaia di euro al mese, se fosse andata bene».

Una vita al bivio, al limite, come se fosse un di quelle linee tracciate con il gesso sul perimetro di gioco. Era ai bordi, un altro passo e sarebbe finita, il calcio avrebbe dovuto farlo con gli amici del quartiere e vederlo in tv. La sua storia, bellissima, l’ha ricordata lo scorso anno Fabrizio Gabrielli, vicedirettore de “L’ultimo uomo”, pubblicata anche sito Sky. Era la vigilia della finale di Champion’s League e quella gara decisiva la giocava proprio lui, il nostro Edouard mani d’acciaio.

Foto: Sky News

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DA DISOCCUPATO A FINALISTA

Raccontava la sua storia, da disoccupato a finalista di Champions League. «Avevo fatto un provino, ci avevo messo anima e cuore, per uno come me che vuole imprimere una svolta importante alla propria vita, era una bella occasione», dice. Ma il pugno allo stomaco arriva a fine provino. «Qui non c’è posto per te, ne sono stati selezionati di migliori», in buona sostanza. Nessuna via di fuga. Nemmeno un «…perfeziona le uscite, lo scatto di reni, la presa», una speranzella insomma. A un ragazzo le cose quacuno che insegna sport deve saperle anche dire, rischia il danno psicologico. «È stato come ricevere uno schiaffo», ricorda nella sua storia Gabrielli, che riporta le parole di Mendy, «mi ha fatto davvero male e nemmeno per una sola ragione: era il club della mia città, dove volevo fare successo, volevo fare della mia famiglia una famiglia fiera, far diventare di colpo importante il mio quartiere, quello che mi circondava».

Brutta cosa tornare a casa a testa bassa, dopo aver riposto tanta speranza in quell’occasione che poteva essere la prima curva della vita da svoltare. «Brutta cosa aprire la porta di casa e rispondere alla prima domanda che ti rivolgono i tuoi cari: “Allora, Edou, come è andata?”. E non c’è cosa più triste che vedere i propri genitori restare delusi per la tua stessa delusione: hanno parole e abbracci importanti, provano a restituirti un po’ di serenità».

Foto: Gazzetta.it

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«MI VUOLE IL SENEGAL!»

Torna fra i pali, non è titolare in una squadra che è ad un passo dalla retrocessione, sull’orlo dell’anonimato. Le sliding-doors, le porte scorrevoli, si dice. Perso per perso nelle ultime due, tre gare lo buttano nella mischia. Fa in tempo ad incassare il gol di un certo N’Golo Kanté, quel top player con il quale, oggi, è compagno di squadra al Chelsea. Piccolo il mondo.

E pensare che all’inizio della stagione 2014-2015, Edouard non aveva una squadra e, dunque, un lavoro. «Mamma mi aveva detto di non pensarci più, di recarmi al Centro per l’impiego, prendere un sussidio in attesa di trovare un lavoro: cosa sapevo fare? Prendere a calci un pallone, anzi fare in modo che questo non rotolasse in rete: rise l’addetto al collocamento, non c’erano richieste di portieri…». Oggi può sorridere il portierone di Senegal e Chelsea. Finalmente, aggiungiamo noi. Con il suo Paese ha vinto la Coppa d’Africa, con la squadra londinese ha vinto la Champion’s.

Per la prima volta, in quel momento, Edouard comincia a pensare che forse il calcio non sarà il suo futuro. Allora gli tocca fare davvero altro, il commesso di un negozio di abbigliamento per esempio. Ma la sua storia a quel punto diventa favola, le zucche si trasformano in carrozza. Un amico gli dice che all’Olympique Marsiglia, cercano un portiere che accetti di fare la riserva della riserva. Anche stavolta ci vuole un provino. «Ricorderò per il resto della mia vita quella telefonata: finalmente il volto di mia madre era tornato ad illuminarsi».

Due anni dopo Aliou Cissé, attuale tecnico del Senegal, lo convoca, lo fa giocare. Caro Edouard, ti è cambiata la vita. Gioca con Reims, Rennes, terzi, alla spalle di Paris Saint Germain e Olympique Marsiglia. Nel 2020 il Chelsea cerca un portiere: Cech, che lo ha conosciuto, indica Edouard. E’ lui l’ideale. Mamma sarà fiera stavolta.

Lorena, siamo con te!

Un insegnamento dal palco di Sanremo

L’attrice chiamata al Festival per condurre con Amadeus la rassegna canora. Nata a Dakar, è stata oggetto di messaggi violenti: “Non se lo merita, l’hanno chiamata lì perché è nera”, “E’ arrivata l’extracomunitaria”, “Forse l’hanno chiamata per lavare le scale e annaffiare dei fiori”, hanno scritto di lei. «Così ho scoperto di non essere una ragazza italiana come tante». E il conduttore, «…serena, hai tutto il tempo che vuoi per spiegare l’idiozia di certa gente»

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«Sono Lorena, nata a Dakar e cresciuta a Roma, una laurea in Storia contemporanea; ho studiato recitazione e, per fortuna, questo è diventato il mio lavoro: sono un’attrice…». Fin qui niente di particolare, se non fosse che il tono e la voce dell’attrice, uno scricciolo di una forza inaudita, per un attimo, ma solo un attimo, si piega su quella che vuole essere un’umiliazione e, invece, è la solita testimonianza – diceva Ennio Flaiano – di come la mamma degli ignoranti è sempre incinta. Non se ne esce più, non fai in tempo ad educarne uno, che dai social ne sbucano altri dieci, altro che “Rocco e i suoi fratelli”. C’è da diventare matti.

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Ma Lorena, mostra le braccia, sottili, ma tutte muscoli. Passa appena un dito sotto quel nasino che sembra disegnato, come se volesse asciugarsi le lacrime che le impediscono di parlare come avrebbe voluto. In tutto questo, bravo Amadeus, che alla faccia dei ritmi televisivi le si avvicina, una, due volte, per incoraggiarla, darle sicurezza. Come a dire, «Lorena, hai tutto il tempo che vuoi!».

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UNA VITA TRANQUILLA…

E riprende. «Una vita abbastanza tranquilla la mia, come tante ragazze italiane (perché Lorena, a prescindere da sciocche nazionalità che poveracci utilizzano per compiere un distinguo, è italiana). Succede che Amadeus mi chiama come co-conduttrice a Sanremo ed eccomi qua». Lorena è felice, ma i soliti imbecilli da tastiera, quelli che sparano idiozie tanto al minuto, le smorzano quella gioia fino a qualche istante prima legittima. «Succede che con questo annuncio – riprende la giovane attrice – scopro una cosa: a trentaquattro anni non sono una ragazza italiana come tante, ma resto nera. Fino ad oggi, a scuola o sul tram, nessuno aveva sentito l’urgenza di dirmelo e, invece, non appena Amadeus lo ha annunciato al Tg1, certe persone hanno sentito questa urgenza». Non nasconde nulla la ragazza.

Anzi, mette alla berlina l’idiozia di persone, “esseri inumani” ci verrebbe da dire. «Il mio colore della pelle è un problema per loro: ecco alcune frasi riprese dai social: “Non se lo merita, l’hanno chiamata lì perché è nera”, “E’ arrivata l’extracomunitaria”, “Forse l’hanno chiamata per lavare le scale e annaffiare dei fiori”». Basterebbe questo campionario di pillole di inciviltà a farci vergognare del convivere quotidianamente con gente capace di simili sentimenti.

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MERCOLEDI’ SCORSO LA SCOSSA

Mercoledì sera, puntata in cui affianca Amadeus, la co-conduttrice prosegue leggendo alcuni passaggi del libro “Il razzismo spiegato a mia figlia” di Tahar Ben Jelloun, settantasettenne scrittore marocchino emigrato cinquant’anni fa in Francia. «Un pochino ci sono rimasta male – riprende Lorena – mi sono arrabbiata e mi è rimasta dentro una domanda: “Perché alcuni sentono la necessità di pubblicare certi post e si indignano per la mia presenza sul palco dell’Ariston, perché hanno problemi con il colore della mia pelle?”. Non sono qui per darvi una lezione, ma per dirvi cosa ho scoperto studiando per capire meglio. Tahar Ben Jelloun ha scritto “Il razzismo spiegato a mia figlia” e inizia così: la figlia Mérième gli fa una domanda “Babbo, che cos’è il razzismo?” e lui: “Tra le cose che ci sono al mondo è la meglio distribuita, tanto da diventare ahimè banale, consiste nel manifestare diffidenza verso persone che hanno caratteristiche fisiche e culturali diverse dalle nostre». Arriva il peggio, quella che noi, figli o genitori, dovremmo considerare una mazzata. In senso lato, naturalmente. Una di quelle che fanno più male di una vera legnata.

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«“Un bambino ripete quello che dicono i suoi parenti – prosegue l’attrice leggendo un passaggio dell’autore – tutto dipende dell’educazione, sia a scuola che a casa: il razzismo non ha alcuna base scientifica, esiste un solo genere umano, che ha sangue della stessa tinta, indipendentemente dal colore della pelle, perché un uomo è uguale a un uomo”». «La figlia – conclude Lorena Cesarini – leggendo uno dei passaggi letterari più semplici, ma severi – gli chiede se i razzisti possono guarire e lui: “La guarigione dipende da loro, se sono capaci di mettere in discussione se stessi o no, perché quando uno riesce ad uscire dalle sue contraddizioni va verso la libertà”. La cosa più importante – chiude – per me quindi è la libertà, quella dagli insulti e dai giudizi, e mi auguro come Mérième di non perdere mai questa curiosità perché è quello che mi rende libera, più matura di molti altri adulti». Grazie Lorena, per avercelo ricordato stando alla nostra stessa altezza, senza volerci impartire una lezione che, forse, avremmo meritato. L’altra sera ti abbiamo vista e ascoltata con la massima attenzione. E grazie per averci ricordato un autore di grande spessore Tahar Ben Jelloun.

«Sono distrutto!»

Fabrizio Miccoli, idolo delle folle recluso con pesanti accuse

Scrivono di lui Corriere della sera, Gazzetta dello sport, LeccePrima. «Fabrizio non si ritiene responsabile per quei fatti che gli sono stati imputati e per i quali è stato condannato», dice il suo legale. «Mio figlio ha sempre fatto del bene, ha tolto tanti ragazzi dalla strada: hanno voluto dargli una lezione», dice papà Enrico.

Foto Pagina Facebook di Fabrizio Miccoli

Foto Pagina Facebook di Fabrizio Miccoli

“Estorsione aggravata dal metodo mafioso”. E’ questa la sentenza definitiva di condanna in Cassazione per il Fabrizio Miccoli, calciatore amatissimo dalle platee nazionali, da quelle pugliesi con la maglia del Lecce, a quelle di Palermo, ma anche di Juventus e Fiorentina, per non parlare della maglia azzurra vestita da quell’ala così sgusciante sulla fascia come in area avversaria, ben dieci volte. Un vanto sportivo per il Salento.

Purtroppo, oggi, l’ex calciatore è rinchiuso nel carcere di Rovigo. Dovrà scontare la pena di tre anni e mezzo per aver chiesto – questo il capo d’accusa – a Mauro Lauricella, figlio di un boss siciliano, di intervenire per far “restituire” da Andrea Graffagnini a Giorgio Gasparini, ex fisioterapista del Palermo, la somma di dodicimila euro.

«Ha scelto lui la detenzione in Veneto – ha dichiarato l’avvocato di Miccoli, Antonio Savoia, alla Gazzetta dello Sport – Fabrizio è un uomo distrutto e, soprattutto, non si ritiene responsabile per quei fatti che gli sono stati imputati e per i quali è stato condannato».

Foto Pagina Facebook di Fabrizio Miccoli

Foto Pagina Facebook di Fabrizio Miccoli

«HA AIUTATO MOLTI RAGAZZI»

Nella vicenda che ha colpito migliaia di tifosi che amano Fabrizio, generoso in campo quanto fuori dal perimetro di gioco, assicurano amici e conoscenti del calciatore, è intervenuto Enrico Miccoli, padre dell’ex calciatore oggi quarantaduenne. «Fabrizio – ha dichiarato il papà al Corriere della sera – sta pagando per qualcosa che non ha fatto: lui che ha sempre fatto del bene, ha tolto tanti ragazzi dalla strada: hanno voluto dargli una lezione». Nei confronti di Fabrizio era come se fosse già tutto scritto. «La Cassazione – ipotizza alla Gazzetta dello sport Enrico, il papà, distrutto quanto lo stesso figlio Fabrizio – forse non ha prestato attenzione alle carte: c’è un’altra telefonata in cui Fabrizio qualche giorno dopo chiese a Lauricella di “lasciarlo perdere”, ma non è stata presa in considerazione dai giudici».

In questi giorni riprende la vicenda “LeccePrima”, in un articolo puntuale di Veronica Valente, nel quale la collega traccia la cronaca degli eventi dando voce al legale di Fabrizio. «Certamente Fabrizio – dice l’avvocato Antonio Savoia – non è contento, non si trova in albergo, ma sta cercando di affrontare nel migliore dei modi la situazione: pur non condividendola, rispetta la sentenza; nonostante viva questa condizione, però sta resistendo, grazie al conforto dei suoi familiari. Ma non solo. E’ venuto a conoscenza del supporto di molte persone che stanno dalla sua parte, ritenendo eccessivo sia il reato per il quale è stato condannato sia il fatto che debba scontare la pena in cella. Insomma, sente che in tanti continuano a fare il tifo per lui e questo non può che fargli piacere». Insieme con Miccoli, il legale starebbe valutando una serie di istanze da indicare al Tribunale di sorveglianza una misura alternativa al carcere.

Foto Pagina Facebook di Fabrizio Miccoli

Foto Pagina Facebook di Fabrizio Miccoli

«TANTI TIFANO ANCORA PER LUI»

L’ex calciatore rosanero, conclude LeccePrima, «ha sempre dichiarato di essere all’oscuro delle parentele mafiose di Lauricella e di esserne venuto a conoscenza solo quando furono travolti dall’inchiesta. Questi, in primo grado, fu condannato a un anno per violenza privata, ma in appello la pena diventò di sette anni perché fu riconosciuto responsabile anche del reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso».

Abbiamo ancora negli occhi il pianto a dirotto di un ex ragazzo, trovatosi in una vicenda più grande di lui. Non vogliamo nemmeno un attimo sostituirci ai giudici, che hanno interpretato secondo gli atti, quanto “intercettato”, ma ci domandiamo se non esista una strada, la stessa compiuta da quanti per reati sicuramente molto, ma molto più gravi, hanno goduto di una pena alternativa meno severa. Non è un pianto di ravvedimento a salvare un essere umano, ma non sottovaluteremmo il fatto che non appena la condanna è stata definitiva, Fabrizio sia andato a costituirsi. Non sottovaluteremmo nemmeno la condanna che l’ex attaccante della Juventus e della Nazionale sta scontando senza sollevare clamori. Come se volesse farsi dimenticare, farsi scivolare addosso quanto lo ha travolto, qualcosa di molto più grande di lui.

«Puglia, amore mio»

Donato Ciletti, dal successo con i Profeti alle canzoni in osteria

«Ho sempre fatto quello mi andava di fare, canto per gli amici e i clienti del locale di un amico». Lontani i successi discografici con il suo complesso musicale e il contratto con la CBS. «Compravo auto alla moda, una per colore, ho fatto il ragioniere per papà, ma il richiamo della musica, anche solo chitarra e voce, mi ha sempre rapito…»

foto pagina Facebook di Donato Ciletti

foto pagina Facebook di Donato Ciletti

«Un amico comune ci ha presentati, così la sera canto nella sua osteria: il titolare del locale è un bel tipo e tanto basta…». Donato Ciletti, oggi settantasei anni, pugliese di Orta Nova, da piccolo insieme con la famiglia trapiantato a Milano, fondatore dei Profeti. Con Renato Brioschi (a suo tempo Renato dei Profeti, «Lady Barbara»), Donato fonda una delle formazioni musicali più amate. Una sera decide di raccontarsi a Gianni Messa, giornalista di Repubblica che raccoglie la sua bella storia. Una di quelle che insegnano, lasciano il segno. Ciletti, conosciuto ai tempi del colosso Warner, con cui firmò un contratto, partecipò come solista a un Festival di Sanremo. Era il ’78, in quella edizione sfondarono Anna Oxa e Rino Gaetano.

Una storia che comincia negli Anni Cinquanta. Milano, comunque il Nord, è uno degli obiettivi di chi “sale” dal Sud. «All’esterno degli edifici e delle pensioni – ricorda Ciletti – erano esposti quei brutti cartelli di cui tanto si parla ancora oggi “Non si affitta ai meridionali”». Per dirla alla De Crescenzo, rispetto a certi episodi di razzismo nei confronti dei neri che arrivano dall’Africa in cerca di lavoro e speranza, «siamo tutti a sud di qualcuno». Anche lo stesso Ciletti, che regala la sua storia a Messa e ai lettori di Repubblica, quando parla del nostro sud, involontariamente lo fa da “milanese”. «Quando scendo e arrivo nei pressi del Gargano, mi batte forte il cuore», racconta. Scendere e salire, una cosa che fa sorridere. Il nord è su, il sud è giù. «Ma il mio è un atto d’amore – confessa l’artista – amo la mia Puglia come la nostra cucina». Quando gli chiedono la sua hit gastronomica, non tentenna un solo attimo. «Crudo di mare, pasta al forno, pesce alla brace e “brasciole”».

DENTRO LA STORIA

768-800x700Ma entriamo nella storia di Ciletti, dal Festival all’osteria. «Di mezzo un bel po’ di successi e un addio, quello di Renato con cui fondai i Profeti: alla CBS, casa discografica dei Santana e dei Pooh, tanto per intenderci, non piaceva il nostro nome di origine, i Sonars, e allora, pur di firmare un contratto, accettammo».

«Fu subito successo – riprende Ciletti – nonostante Renato ci avesse appena lasciato per inseguire il suo successo solistico ad un Disco per l’estate vinto con “Lady Barbara”: guadagnavo un sacco di soldi, ce la godevamo un po’ tutti, io compravo eleganti Citroen verniciate di colori diversi, lui moto; poi ci sciogliemmo come accadde ad altre formazioni musicali, io continuai a scrivere, cantare, andai appunto a Sanremo: scrivere, suonare e cantare è stato sempre il mio passatempo preferito. E se oggi non sento nemmeno gli anni che mi porto addosso, credo sia merito di questo mestiere, esercitato davanti a dieci, cento, mille persone: è il mio elisir di lunga vita…».

Dunque, l’osteria. «Non lo faccio per lauti guadagni, il momento è quello che è, ma perché il titolare del locale è una persona a modo, uno che mi lascia campo libero: se una sera non mi andasse di cantare, preferendo stare seduto al tavolo a chiacchierare con amici, non mi dice nulla; ai clienti mostra con orgoglio le copertine di quei tempi, uno di quelli in foto sono io…». Fra i successi fine Anni Sessanta, “Ho difeso il mio amore”, “Gli occhi verdi dell’amore”, “La mia vita con te”, “Non si muore per amore”. Dopo l’addio di Renato, il primo posto nella Hit parade radiofonica condotta da Lelio Luttazzi con “Era bella”, poi il successo al Festivalbar di Vittorio Salvetti con “Io perché, io per chi”.

AI MERCATI GENERALI…

R-3225603-1478886742-9754Non si può dire, insomma, che Donato non abbia avuto il suo momento di celebrità. «Milano insegna: forse ti dà regole non scritte, se le rispetti vivi bene: canto e suono, la chitarra fu un primo regalo che mi fecero, papà non aveva paura del salto nel buio si rimboccò le maniche, cominciò a vendere frutta e verdura come ambulante; non ci faceva mancare niente, educazione compresa». Come prese la sua scelta musicale. «Venne in un locale di Viareggio a sentirmi insieme con il complesso musicale di allora, cantai “Il mondo” di Jimmy Fontana, la gente esplose in un grande applauso a fine canzone e papà venne a complimentarsi, fu la sua benedizione».

Più avanti papà cresce commercialmente. «Apre un’attività ai Mercati generali, gli faccio da amministratore, ma quella vita non fa per me, così al primo vero richiamo della musica, torno a cantare: i locali in quegli anni pagavano bene, cantavo e suonavo quello che mi andava di cantare e suonare, meglio di così…».

Uno dei tanti episodi raccontati a Repubblica. «Un ingaggio generoso per cantare ad un matrimonio – ricorda Ciletti – un signore in un elegante gessato mi consegnò un pacco di soldi, più di un milione di vecchie lire, sulla fiducia: senza contratto, solo una stretta di mano, quelle che non puoi e non devi disattendere».

Milano vicino l’Europa, ma la Puglia è sempre la Puglia. «Anche se avevo nove anni quando sono “salito” – spiega il cantautore – non so come, mi è rimasto, indelebile, quel forte legame con la mia terra, le mie origini: torno quando posso, ed è sempre un bel tornare…».

«Taranto nel cuore»

Rocco Papaleo, il teatro, il suo film più bello

«“Cozza tarantina” a parte, celebre battuta in un film di Checco Zalone, qui ho girato “Il grande spirito” diretto da Sergio Rubini». L’attore lucano parla di “Peachum” in teatro, ma ricorda anche le riprese realizzate in città. «La pandemia non ha premiato quella pellicola come invece avrebbe meritato». «Le tavole del palcoscenico sono il luogo della costruzione, il grande schermo la celebrazione dell’attore», dice il protagonista di uno dei titoli della Stagione teatrale di prosa

Claudio Frascella

«Cosa mi lega a questa città, Taranto: della “cozza tarantina” diventata un tormentone grazie al film di Checco Zalone, “Che Bella giornata”, nel quale interpreto suo padre, mi piace ricordare il teatro Orfeo, il Tatà, belle esperienze: poi il mio più bel film…».

Breve pausa. Rocco Papaleo è così, non parla di corsa per non offrire il fianco ad interventi che interrompano un concetto. E’ il suo ritmo naturale al quale non pensa nemmeno minimamente di rinunciare. E’ nel foyer del teatro comunale “Fusco”, con il cast incontra il pubblico, modera la giornalista Monica Caradonna, introduce il direttore, Michelangelo Busco. Papaleo è il protagonista di “Peachum: un’opera da tre soldi”, uno dei titoli della Stagione invernale di prosa del “Fusco” e spin-off di una delle opere teatrali più avvincenti di Bertolt Brecht, autore, regista, interprete Fausto Paravidino.

foto Aurelio Castellaneta

foto Aurelio Castellaneta

Dunque, il suo più bel film e Taranto.

«Ho girato proprio qui il mio più bel film, “Il grande spirito”, diretto da Sergio Rubini: non ci fosse stata di mezzo la pandemia questo titolo avrebbe avuto un’accoglienza più generosa nelle sale cinematografiche, ma è andata così e se sto qui a parlarne a tre anni di distanza, vuol dire che quello è stato il film al quale tengo di più, per il personaggio interpretato, se permettete la mia prova d’attore magistralmente diretto da Rubini…».

E, allora, insistiamo sul profilo impegnato. Cosa c’entra lei con il teatro “serio”?

«E’ una risposta che non riesco a dare: tutto quello che faccio in ambito teatrale, televisivo o cinematografico, è serio, nel senso che ci metto il massimo dell’impegno; pertanto non cambia l’approccio, prendo sul serio questo gioco che mi è stato concesso di realizzare».

foto Aurelio Castellaneta

foto Aurelio Castellaneta

Mai interpretato, nemmeno per gioco, un ricco borghese, come le capita per “Peachum”.

«I personaggi che ho deciso di interpretare cucendomeli addosso, in effetti, non hanno mai avuto questa cifra; forse piccolo-borghese, un insegnante piuttosto che un prete, per il resto film minori nei quali non sono stato chiamato a dare questa profondità».

Cosa significa rinunciare alla comodità di fare del cinema, nel senso che la location è quella e non si prevedono eccessivi spostamenti rispetto a un tour teatrale.

«Mi conoscono come interprete cinematografico, ma ho provato spesso ad alternare questa mia attività con quella teatrale: il teatro è la condizione nella quale si matura, ti consente di evolvere in un lavoro nel quale c’è sempre da imparare, proprio per il numero di prove, confronti che portano a discutere, lavorare sulla parola compiendo un lavoro artigianale che il pubblico condivide sera dopo sera: le tavole del palcoscenico sono il luogo della costruzione, il grande schermo la celebrazione dell’attore».

Non sei autore e regista, che effetto fa essere diretti?

«Sono partito lasciandomi guidare, ma Paravidino vuole che durante il percorso si lavori su alcuni meccanismi sulla definizione di quello che io e i colleghi interpretiamo; all’inizio ero più guardingo, ho cercato di assumere una modalità, uno stile che successivamente ho assorbito dando anche qualcosa di mio, comunque sempre organico al progetto».