“Là, dove c’era l’erba…”

Sessant’anni fa la posa della prima pietra per la costruzione del siderurgico

Una lunga disamina sulle decisioni politiche. No a Piombino, sì a Taranto per dare al Sud. Arriva una ricchezza concreta, ma anche i primi mali. Nonostante Paolo VI celebri qui una Santa Messa natalizia e Pertini pranzi con gli operai. Dopo il boom economico, ecco i fumi, i morti, i processi, una politica che passa dal PCI alla DC. Fra sindaci e un dissesto a scuotere e mettere la città in ginocchio.

 

C’era una volta il siderurgico. E ancora c’è. Fra processi, lunghi, tempi biblici e qualche inevitabile prescrizione, considerando i tempi della giustizia italiana. A sessant’anni dalla posa della “prima pietra” quell’industria che doveva portare benessere a Taranto, da diversi anni è nell’occhio del ciclone. Non ultima, la ripresa del maxi-processo “Ambiente svenduto”, fra intercettazioni di dirigenti del siderurgico, politici e, come spesso accade, “non ricordo” (una marea).

Nei giorni scorsi su Repubblica è apparsa una documentata riflessione di Giandomenico Amendola, che spiega il percorso di quella Taranto, scrive il quotidiano, dagli ulivi agli altiforni. “Sessant’anni dall’inizio della costruzione a Taranto – scrive Amendola – di quello che allora venne battezzato col nome della proprietà “Italsider”, quarto Centro siderurgico”.

Una decisione, quella di costruirlo proprio a Taranto, fu presa sul finire degli Anni Cinquanta. All’Iri chiedevano che il siderurgico fosse realizzato a Piombino con lo scopo di raddoppiare l’impianto esistente. Niente, ce la fece, invece, Taranto. Il governo voleva dare un primo forte segnale per la crescita di un Sud fino ad allora trascurato nonostante si studiassero le pratiche perché il meridione diventasse Mezzogiorno.

Lo slogan lanciato con successo dalla Finsider, ricorda Amendola nella sua attenta disamina, come del resto video in bianco e nero dell’epoca, qualcosa che aveva a che fare con la suggestiva “Settimana Incom”, era, appunto, “Dagli ulivi agli altiforni”. Insomma, più che una realtà, un sogno di modernizzazione ed industrializzazione. Il grande stabilimento, infatti, diventò immediatamente il simbolo del Mezzogiorno. Un sogno che sembrò diventare realtà quando lo stabilimento venne inaugurato nel 1965 e tre anni dopo benedetto da Paolo VI che celebrò la messa di Natale nello stabilimento.

 

ACCIAIO, OCCASIONE PER IL SUD

L’acciaio di Taranto era anche considerato la grande occasione per meridionali delle giovani generazioni. Per questo nella seconda metà dei Sessanta, l’Iri, proprietario dell’Italsider, lanciò, con il Rotary Club di Milano, il Progetto Iard-Sud (Individuazione e assistenza ragazzi dotati) con lo scopo di valorizzare gli studenti migliori e creare i protagonisti di un futuro meritocratico che sembrava prossimo.

La Taranto che il siderurgico trovò alla sua nascita era una città particolare: operaia e burocratico-militare con una borghesia professionale di buona qualità, ma di piccole dimensioni integrata da alcuni ricchi proprietari terrieri. Era la città dell’Arsenale e della flotta, di operai e di ufficiali di Marina. Dal ‘46 fino al ‘56 il Comune è saldo nelle mani del PCI. A seguire subentra la Democrazia cristiana che del controllo delle risorse dello Stato e della loro distribuzione fa la propria principale arma. È lo Stato, ancora una volta, il protagonista del futuro di Taranto: nel passato lo era stato con la flotta, da quel momento in poi si incarnerà nella grande fabbrica.

E veniamo a un po’ di cifre che Amendola fa nella sua attenta analisi. All’inizio degli Anni Settanta l’Italsider commissionò ad una delle più importanti società di consulenza italiana diverse ricerche per analizzare i cambiamenti portati dalla nuova grande industria sui gruppi sociali di Taranto ed in particolare sul suo sistema di potere. Uno di questi studi, terminato nel 1972 (mai pubblicato per comprensibili ragioni politiche) mostrò come la rendita realizzata dai proprietari dei suoli urbanizzati tra il 1961 e il 1971 si aggirasse (per difetto, sottolineano gli autori) sui 70/80 miliardi. La somma, cioè, di tutti salari erogati dal Centro siderurgico nello stesso periodo. Negli stessi anni, prosegue la ricerca, i depositi presso gli istituti di credito a controllo locale passano da 800 milioni a 21 miliardi.

I fumi dell’impianto invadevano già la città a partire del vicino quartiere Tamburi. L’importante era che le piccole industrie, create in fretta dagli imprenditori locali intorno al siderurgico, ricevessero commesse con un occhio di favore e che una parte consistente della massa salariale dello stabilimento e del suo indotto si riversasse nell’edilizia. Non a caso fu la Cementir la prima grande fabbrica ad insediarsi nell’area industriale di Taranto.

 

TARANTO, “SOLO” SIDERURGICO

In pochi anni, prosegue Amendola, Taranto si identificò con l’Italsider e i comuni dove vivevano molti dei dipendenti del siderurgico, diventarono la cosiddetta “Provincia Italsider” dove le esigenze dello stabilimento dettavano legge. In una Taranto diventata totalmente ed acriticamente “siderurgica”, nel 1980 il presidente Pertini pranzò con gli operai esaltandone impegno e sacrifici.

A far vivere in tranquillità la città, incurante dei pericoli che venivano dalle nuvole velenose dello stabilimento, non erano solo i denari che direttamente o indirettamente il siderurgico erogava ma anche le risorse pubbliche il cui flusso, controllato dalla potente democrazia cristiana locale, sembrava inarrestabile. Quando tangentopoli raggiunge la città e travolge la classe dirigente della Dc e del Psi, emerge drammaticamente la debolezza dei gruppi dirigenti e della borghesia tarantina. Si succedono, intanto i sindaci Giancarlo Cito, Mimmo De Cosmo e Rossana Di Bello.

Negli anni successivi, fra i cambi di società già avvenuti e prossimi a giungere, Nuova Italsider, Ilva e, oggi, Arcelor-Mittal, proseguirà la politica di dipendenza dall’industria siderurgica. Processi, morti, il dissesto del Comune. La scena politica in Italia e a Taranto è ormai cambiata. Cresce l’attenzione, forse solo apparente, ai fumi, all’inquinamento, conclude l’autore del servizio su Repubblica, ed alla annunziata perdita di posti di lavoro. Il clima politico cambierà quando forse sarà troppo tardi e non basteranno, per sanare le profonde ferite inferte dall’incuria e dall’affarismo, i processi e le pesanti condanne chieste per i proprietari e i manager dello stabilimento e per alcuni dei governanti e degli amministratori locali. Fra tutto questo, anche le decisioni del giudice amministrativo di chiudere le aree a caldo dello stabilimento. E la storia, dagli uliveti all’acciaio non è finita. Anzi, prosegue.

Estate 2021, si viaggia!

Otto italiani su dieci, nonostante la pandemia, si sta organizzando

Scelgono mare, masserie, break dedicati al benessere. Hanno messo in conto mascherina e gel igienizzante. A seguire, vacanze dedicate allo sport all’aria aperta e ai viaggi in città d’arte. Tra uomini e donne, più spaventati dal contagio i maschi. Ma dopo un anno condizionato dal covid, la gente vuole tornare a vivere. Con le dovute precauzioni…

 

Secondo alcune stime, otto italiani su dieci già da tempo stanno pensando o programmando un viaggio per la prossima estate. Mete prudenti, sia chiaro, ma la gente non vede l’ora di potere debellare del tutto l’incubo della pandemia e tornare a respirare l’aria della libertà. Dopo un anno di lavoro, on line o comunque svolto con le protezioni necessarie fra mascherine, gel igienizzante e zone rosse, arancione e gialle, la gente non ne può più. E non sono solo gli italiani a pensare alla “fase liberatoria”. Le agenzie turistiche cominciano ad avvertire timidi, ma significativi segni di ripresa.

Primo sondaggio su quali saranno le vacanze degli italiani. Il 48% dei nostri connazionali ha già iniziato a pianificare una vacanza verso una meta a corto raggio (21%) o su tratte più impegnative con una permanenza sotto i quattordici giorni (19%), e se il 32% non l’ha ancora fatto, in ogni caso ci sta già pensando. Il compagno di viaggio preferito? La sicurezza, nel viaggiare e nel prenotare.

La sicurezza gioca comunque un ruolo fondamentale nel decidere di fare le valigie. Tanto che, purché armati di articoli inseparabili come mascherina e gel igienizzante, si diceva, il 47% dei nostri connazionali si sente tranquillo all’idea di viaggiare e il 17% non è preoccupato a patto che vengano rispettate le misure di sicurezza.

 

ALBERGHI E MASSERIE…

Indagando, invece, il momento in cui i viaggiatori italiani si sentono più al sicuro, il 34% sceglie hotel, masserie e appartamenti grazie alle misure adottate dalle strutture, mentre il 23% sceglie l’aereo e il 18% l’aeroporto. Il Covid19 ha reso gli italiani più attenti al risparmio: sono quelli che, tra i viaggiatori dei Paesi sottoposti a sondaggio, più di tutti (28%) prenoteranno con largo anticipo per usufruire delle scontistiche, staccando di qualche punto percentuale Francia (24%) e Portogallo (23%). Per quanto riguarda le destinazioni, nei programmi per le prossime vacanze dei nostri connazionali la fanno da padrona le località di mare e masserie, break dedicati al benessere su vacanze dedicate a fare sport all’aria aperta e viaggi in città d’arte.

Questa tendenza si replica anche a livello internazionale, dove gli abitanti del Bel Paese, seguiti da Portogallo e Germania, con gli spagnoli ad essere meno interessati agli assolati litorali. Inoltre, i nostri connazionali già lo scorso anno hanno dato segnali di affezione al suolo natio e non hanno tradito  il  Bel Paese . Infatti più di uno su due (57%) ha scelto  di passare le ferie in Italia, tendenza seguita poi da Portogallo (56%) e Spagna (54%).

Tra uomini e donne, in Italia sono più spaventati dal contagio i maschi: il 40% si sentirebbe più tranquillo a viaggiare una volta vaccinati, rispetto al 36% delle donne. Queste ultime, invece, più coraggiose, prenotano ma sono più attente della loro controparte alla possibilità di farsi rimborsare i biglietti (71% vs 67% uomini).

 

FIDARSI E’ BENE…

Se diamo invece uno sguardo ai comportamenti per fascia d’età, più aumentano gli anni, più si diventa “leggeri”. Tra coloro che hanno più di 55 anni ci sono, infatti, più viaggiatori che affermano di non aver bisogno di particolari garanzie per tornare a viaggiare anche all’estero (8% rispetto ai più prudenti ventenni, 2%). Sempre gli over 55 sono anche quelli più rilassati, dato che hanno deciso di non cambiare i loro piani per le vacanze (21%) nonostante il Covid, più delle altre fasce d’età. Se si parla, invece, di attenzione all’igiene e ad altri aspetti sanitari nella scelta delle destinazioni, tra i 45 e i 55 anni c’è la percentuale più alta di chi non vuole più dare importanza a questi aspetti quando la pandemia sarà finita (8%).

I sudditi di Elisabetta II sono quelli che hanno più paura di contrarre il virus (41%), mentre quelli di Felipe e Letizia hanno più fiducia degli altri nelle regole anti-Covid e sono disposti a viaggiare se protetti (52%); i portoghesi, invece, sono tranquilli con distanziamento e maschere (26%). A proposito di sicurezza, poi, i viaggiatori del Regno Unito sono quelli che si sentono più al sicuro in aeroporto (26%), mentre gli americani in aereo (32%). Se diamo uno sguardo alle destinazioni per i viaggi, gli spagnoli sono quelli che faranno più attenzione ad evitare i luoghi affollati (48%), i tedeschi andranno soprattutto in Paesi che conoscono bene (43%) e i portoghesi sono quelli che più baseranno la scelta di destinazione e struttura sull’attenzione alle norme sanitarie (40%).

Progetti per il 2021, dunque? I tedeschi sono quelli che nel maggior numero dei casi stanno già pianificando dallo scorso anno un viaggio, dimostrandosi i più pronti sia sul breve raggio (28%) che su viaggi di più di quattordici giorni e, a lungo raggio (16%), al contrario, per ora, la maggior parte degli svedesi non si sente ancora di prenotare (38%).

Draghi, il Sud e…Taranto

L’Italia cresce solo con il Meridione

Il nuovo presidente del Consiglio, ebbe a dire che il nostro Paese è una sola cosa. Non devono esserci discriminazioni, né sussidi, ma investimenti seri. Fra parole e fatti, attendiamo fiduciosi le contromisure alla crisi. Del resto, il “prof” risolse a livello europeo una delle crisi economiche più preoccupanti dell’ultimo secolo, quella legata all’euro. Opinioni e punti di vista, compreso il nostro, dalla “Gazzetta” al “Corriere”.

L’Italia cresce solo se cresce il Sud. Lo disse il neopresidente del Consiglio, Mario Draghi, da governatore della Banca d’Italia. Se Draghi è una buona notizia per il Sud, lo dirà quel tempo il più delle volte galantuomo, anche perché in passato il Sud è rimasto deluso da quelle che venivano sbandierate come buone notizie.

Ma ci consola, detto da uno – qualcuno potrebbe averlo dimenticato – che ha salvato l’euro e l’Europa dalla più grave crisi economica degli ultimi cento anni. Draghi, ci ricordava nei giorni scorsi la Gazzetta nei giorni scorsi, è l’uomo dell’acquisto in massa da parte della “sua” Banca centrale europea del debito delle nazioni più in difficoltà, Italia in testa. E’ lo stesso di quella Europa che col “Recovery Fund” coglie l’occasione per eliminare le diseguaglianze che ne minacciano la stabilità. E non c’è maggiore diseguaglianza nell’Unione di quella fra Nord e Sud d’Italia. Fatta la somma, si dovrebbe avere la risposta alla domanda.

Non era amico del Sud e non lo è Renzi – scrive sulla Gazzetta Lino Patruno – tenace fino al lucido disegno di far cadere il governo, vedi caso quello a più intensa presenza meridionale della storia. Tanto da far sospettare che si muovesse spinto da oscuri mandanti. Governo peraltro abbastanza sbiadito verso le attese europee per il Sud, tranne che non cambiasse dopo. Dopo, quando il famoso Piano di ripresa e resistenza non sarebbe stato finalmente presentato a Bruxelles. E che secondo l’indicazione della Von der Leyen e compagni, deve destinare al Sud una percentuale vicina al 70 per cento dei 209 miliardi concessi.

 

REDDITO E DISOCCUPAZIONE

E proprio perché quando parla di divario di reddito e di disoccupazione inammissibili, l’Europa gli dà nome e cognome di Sud. Che Draghi, col presidente Mattarella – prosegue la Gazzetta – sia l’italiano più stimato in Europa è più chiaro di una primavera mediterranea. Stimato benché sia stato accompagnato dalla periodica opposizione da parte dei cosiddetti Paesi frugali, quelli nella cui lingua debito si traduce peccato. E una opposizione di quel mondo delle banche paradossalmente considerato un suo difetto di origine, lui proveniente dalla famosa e non incontaminata finanza internazionale. Ma che poi (con la Merkel) nessuno abbia fatto quanto lui per l’Europa è altrettanto chiaro.

Perciò ci si aspetta che questa sua Europa ora non la tradisca col Recovery. Anche perché nessuno come lui sa che il problema dei problemi in Italia non è appunto il debito, che schizza vertiginoso come uno sciatore fra i paletti. E che, pur salendo ora il debito da virus a livelli che faranno piangere i nostri figli e nipoti, il problema vero è che da vent’anni almeno il Paese non cresce. E non cresce perché ogni politica fin qui adottata dai governi consente di crescere sia pure a stento a una sola parte del Paese.

“L’Italia cresce solo se cresce il Sud”, disse Draghi da governatore della Banca d’Italia, contrario a quei sussidi che ingannano il Sud al posto degli investimenti. E pochi come lui si sono mostrati preoccupati per i giovani, s’immagina a cominciare da quelli che dal Sud sono costretti a partire. Perciò se ci si chiede se Draghi sia una buona notizia per il Sud, la risposta pesa sul Sud quanto su di lui. Dovrebbe sapere quanto serve e cosa serve a quell’Italia che fino a poco fa ha difeso come pochi stando a Francoforte. Serve il Sud. Si faccia una passeggiata, suggerisce infine Patruno, dove ci sono tutte le risposte ai problemi del Paese.

 

DOPO TURCO E IL CIS…

Mario Draghi nuovo presidente del Consiglio. Cosa accadrà adesso, In Italia e, in particolare, da questa parte dello Stivale. Perché, come sempre, la politica può darti e toglierti in un amen. Con rappresentanti seduti alla destra del premier, chiedere per Taranto un “risarcimento” per i danni causati dall’industria, è una cosa; starne distanti o, per ora, causa pressioni e richieste di poltrone per accontentare quei partiti che al momento non fanno capricci, è un’altra. Insomma, Taranto tornerebbe nelle retrovie. Usiamo il condizionale, in un momento in cui il “prof” sta compiendo il mandato esplorativo, incassa i “sì” di quanti fanno finta di volere andare al voto se non a certe condizioni, e pensa al governo tecnico. E, immaginiamo, voglia provare a resettare tutto, gettando, come si dice, bimbo e acqua sporca, ricominciando daccapo.

Restiamo nel condizionale. Taranto, e più in generale la Puglia, perderebbe un riferimento importante all’interno del Governo. Facciamo i nomi, per farla breve: il senatore Mario Turco, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, delegato alla Programmazione economica e investimenti e massimo riferimento del CIS. Una figura di grande importanza e al netto di quel che si possa pensare di lui: si poteva e si può essere di tutt’altra fede politica, ma è indubbio che avere qualcuno nelle stanze del potere o, comunque, nelle quali si decide, sarebbe stato, ancora oggi, positivo. Specie stando a qualche piccolo beneficio comincia ad arrivare dalle nostre parti, la riflessione a caldo del collega Marcello Di Noi, al mandato esplorativo assegnato al neopresidente del Consiglio, Marcello Draghi, dal presidente Sergio Mattarella.

Il prof. Draghi, curriculum di respiro internazionale, è stato chiamato a navigare nella tempesta delle emergenze evidenziate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: economica, sanitaria e sociale. Capo dello Stato che, dopo il breve incarico esplorativo a Roberto Fico, presidente della Camera dei deputati, non s’è lasciato attirare dalle sirene delle elezioni anticipate: era scontato, perché in questo momento le urne avrebbero acuito – secondo il ragionamento di Mattarella – la crisi che avvolge il nostro Paese.

Ora, non entriamo nelle dinamiche della politica italiana, l’opinione di Di Noi, rischieremmo di cadere nella trappola di reazioni esagitate. Dinamiche, questo lo urliamo, che mascherano il teatrino perpetuo del fallimento sistematico della politica. Perchè, diciamola tutta, i conflitti caratterizzano il modo di fare tutto nostro di governare il bene comune. L’incertezza è nel dna della nostra politica. Il che ci rende deboli da sempre agli occhi del mondo. E nella pancia del nostro vivere quotidiano.

 

SPETTATORI, PER ORA

Non parteggiamo per Draghi, così come per i suoi predecessori ed eventuali successori. Semmai, confidiamo in una visione – finalmente – che guardi al popolo, al cittadino comune, ai bisogni della gente. Oggi più che mai. Se Draghi sarà più bravo degli altri, conclude il giornalista del Corriere di Taranto, chapeau. Però, ci permettete qualche dubbio? Tanto un po’ tutti gli attori protagonisti difendono l’orticello. E allora, vorremmo farlo anche qui. Che c’azzecca con la nostra terra, con quel che raccontiamo – o tentiamo di fare – quotidianamente? Beh, innanzitutto

E adesso c’è da chiedersi quanti ritardi ancora dovrà accumulare questo territorio fintanto che per esempio il CIS sarà nuovamente operativo. Diciamo cavolate? No, perché nonostante la crisi del Governo in questi mesi, il CIS ha proseguito nel suo percorso – sì, con tanti ostacoli – e quindi affrontato le questioni sul tavolo. É facile ora immaginare che il nuovo Governo – soprattutto chi prenderà il posto di Turco – vorrà dapprima capire come continuare e con quale visione: insomma, altro tempo e intanto le Istituzioni territoriali dovranno necessariamente capire che fare, salvi i progetti deliberati e quindi già operativi.

Per non parlare dell’intricata vicenda Ilva, apparentemente risolta con l’accordo da poco firmato da ArcelorMittal e Governo: pensiamo davvero che tutto sia risolto tanto in termini economici-occupazionali quanto in quelli ambientali? E con quale atteggiamento il prof. Draghi affronterà gli eventuali e probabilissimi conflitti?

Insomma, senza portarla troppo per le lunghe, da qui alla scadenza naturale della legislatura (marzo 2023) le perplessità sul mutar delle cose verso i due mari ci sono. Non già per pregiudizi ma soltanto perché anche oggettivamente i dossier sul tavolo vanno letti e studiati. Ne avranno il tempo? Vedremo.

«Cose disumane…»

Francesco Guccini, il giorno della memoria, papà Ferruccio

Il cantautore ha ricordato il padre scomparso e una sofferenza da non dimenticare. «Ha visto cose disumane. La sua era un’altra generazione. A mia madre del “voi”. Provavo a scorgere in lui ogni traccia di sofferenza, ma lui era bravissimo a dissimulare, a non trasformare quella tragedia in retorica»

 

Il giorno della memoria. Bene fanno, a milioni, a indicare un giorno all’anno da dedicare dedicato alla shoah, termine con il quale gli ebrei ricordano i sei milioni di vittime dello sterminio nazista. Anche in Italia abbiamo la stessa buona abitudine, anche se sarebbe il caso di ricordarlo ogni giorno. Come ha ricordato papa Francesco, invitando la gente a riflettere, a tenere sotto controllo la malvagità dell’essere umane, perché una simile sciagura non si ripeta.

Ogni anno è caccia al ricordo mai sufficientemente esaustivo per far comprendere al genere umano la ferocia dell’olocausto. A volte i soggetti sono gli stessi, giusto celebrarli, ma giusto anche andare a raccogliere altre testimonianze. Una di queste, e bene ha fatto in questi giorni il solito Corriere della sera, sempre attento alle storie poco spremute, per ricordarci episodi, vicende, persone e personaggi che hanno vissuto quella tragedia in prima persona.

Stavolta è toccato a Francesco Guccini, grande cantautore, grande persona. Un artista che il sottoscritto e il collega Paolo D’Andria, che cura gli aspetti mediatici del sito, abbiamo sempre apprezzato. Le sue canzoni sono state sempre sostanza, non amava i ghirigori, né gli orpelli, le grandi orchestrazioni, bensì l’essenza delle sue canzoni: i testi.

Bene, Guccini, modenese, ottant’anni compiuti lo scorso giugno, una trentina di album al suo attivo, schivo lo è sempre stato. Ma stavolta, con la brava Roberta Scorranese, ha fatto uno strappo alla regola. Lui, sempre discreto, ha parlato di Ferruccio, il papà, che di storie da raccontare ne avrebbe avute. Scomparso trent’anni fa, del genitore conserva gelosamente aneddoti, episodi che ripercorrono un periodo difficile della storia, fra nazismo e fascismo.

 

«NON ADERI’ ALLA REPUBBLICA SOCIALE…»

«Credo che mio padre Ferruccio – racconta Guccini, che fra le altre ha scritto “Auschwitz”, “Dio è morto”, “L’avvelenata”, “La locomotiva” e “Von Loon”, dedicata al papà –  abbia visto cose talmente disumane da non poter essere raccontate; cercavo di scorgere in lui ogni traccia di sofferenza, ma lui era bravissimo a dissimulare, a non trasformare quella tragedia in retorica: quella di Ferruccio era un’altra generazione. Per esempio, per tutta la vita si è rivolto a sua madre dandole del “voi”».

Così Guccini nell’intervista rilasciata a Roberta Scorranese del Corriere della sera ricorda il papà, soldato catturato a Corinto dopo l’8 settembre 1943 e deportato perché si schierò contro il nazifascismo. L’uomo, scomparso oltre 30 anni fa, ha ricevuto una medaglia d’onore per non aver aderito alla Repubblica Sociale, assieme ad altri undici cittadini italiani deportati.

«I riconoscimenti ufficiali gli facevano piacere, certo – spiega il grande cantautore – ma non se ne vantava, tanto che quando lo hanno fatto Cavaliere della Repubblica, mia madre gongolava mentre lui si schermiva; quando poi è morto, mamma ha fatto incidere il titolo di Cavaliere sulla sua lapide, mi sono messo le mani nei capelli e le ho detto: “Mamma, ma guarda che ora lui si rivolta nella tomba”».

Della sua prigionia, Ferruccio non parlava. Le tracce del suo passato da soldato, dice Guccini, si sono perdute nei tanti traslochi della famiglia. «Come un piccolo quaderno della prigionia. In queste pagine, con una grafia minuta e precisa, nel campo aveva annotato delle ricette. E sa perché? Perché non voleva perdere il ricordo dei sapori, dei profumi buoni. So che con altri lui scambiava ricordi di cibo. Uno diceva: ‘Sai, una volta ho mangiato quei tortellini…’, e tutti gli altri lo incoraggiavano con “Dai, racconta, che sapore avevano?”»

 

«…COSI’ FU DEPORTATO»

Quando a Guccini la giornalista chiede cosa direbbe oggi Ferruccio, Francesco risponde secco: «Direbbe “grazie, ne sono felice, ma nei campi di prigionia non c’ero solo io, eravamo in tanti lì dentro”, assieme a lui, nel campo di lavoro in Germania, ce n’erano tremila e più». Con lui, nel campo, c’erano anche l’attore Gianrico Tedeschi e lo scrittore-sceneggiatore Giovannino Guareschi. «Sì, anche se non si sono mai incontrati con papà – racconta Guccini – che con altri lui scambiava ricordi di cibo; uno diceva: “Sai, una volta ho mangiato quei tortellini…”, e tutti gli altri lo incoraggiavano con “Dai, racconta, che sapore avevano?”».

“Van Loon”, la canzone dedicata al papà. «Hendrik Willem van Loon è stato una specie di Piero Angela olandese degli anni Trenta. Un divulgatore, uno di quelli che piacevano a papà. Perché mio padre era nato a Pavana, provincia pistoiese, figlio di un uomo durissimo che voleva metterlo a lavorare al mulino fin da ragazzo, mentre papà voleva studiare, era un giovane curioso. E per fortuna sua madre riuscì a iscriverlo almeno a una scuola professionale, indirizzo perito elettromeccanico».

Ma a Ferruccio non bastò. «Lui amava la letteratura, l’arte, le materie umanistiche. Si era comprato un’enciclopedia di grossi volumi, leggeva i compendi storici del Barbagallo. Si sforzava di parlare in italiano, aveva delle velleità che io oggi comprendo e ammiro. E persino quando partì per la guerra meritava un grado superiore che però non richiese mai: era fatto così, papà».

Taranto sbarca su Raiuno

Da lunedì 25 gennaio “Il commissario Ricciardi”

Protagonista Lino Guanciale diretto da Alessandro D’Alatri. La Città vecchia coma la Napoli Anni Trenta. Ottanta le persone impiegate nelle riprese realizzate da maggio a luglio del 2019. Prima della fiction sulla rete ammiraglia, vicoli e porto tarantini avevano rappresentato il capoluogo partenopeo in due film diretti da Lina Wertmuller. 

 

Da lunedì 25 gennaio Taranto sarà in prima serata su Rai Uno con sei episodi della fiction “Il commissario Ricciardi” interpretata dall’attore Lino Guanciale e diretta da Alessandro D’Alatri (regista, fra l’altro, de “I bastardi di Pizzofalcone”). Lo scenario è quello della Città dei Due mari, che per bellezza, impatto e similitudini rappresenta una Napoli degli Anni Trenta. Quando si tratta di fiction, tutto va bene. Taranto è nei titoli principali e nella città è stata impegnata una ottantina di persone. Per circa tre mesi, da maggio a luglio del 2019, quando la pandemia non si era ancora palesata come sciagura del secolo.

Non è la prima volta che Taranto diventa set di una importante produzione. Indipendentemente da quella monstre di “Six underground” per Netflix, in altre due occasioni Taranto è stata Napoli. Era stata l’Oscar Lina Wertmuller a portare le cineprese in città. Prima per “Io speriamo che me la cavo” e, successivamente per “Mannaggia alla miseria”. Da “La nave bianca”, diretto da Roberto Rossellini nel 1941, fino ad oggi una quarantina sono stati i film e le fiction girate a Taranto. Un bel numero.

 

RAI UNO, PRIMA SERATA

Ma torniamo al “Il commissario Ricciardi”. Lunedì 25 gennaio in prima serata, andrà in onda il primo dei sei episodi della nuova serie tv “Il commissario Ricciardi”, protagonista Lino Guanciale. Tratta dai romanzi dello scrittore Maurizio De Giovanni, la serie tv racconta le avventure di Luigi Alfredo Ricciardi, giovane commissario di polizia nella Napoli degli Anni Trenta. La Città vecchia di Taranto è stata scelta per ricreare l’atmosfera della città partenopea di quasi un secolo fa. «Abbiamo impegnato la Città vecchia di Taranto – dice D’Alatri – per ricostruire i sapori di una Napoli che era impossibile riadattare, come i Quartieri Spagnoli o La Sanità, per far rivivere in quelle scalinate, in quelle mura, in quei portoni quei sapori che a Napoli sarebbero ormai impossibili da scovare».

Per nove settimane, dunque, Taranto è diventata la Napoli dei primi Anni Trenta in cui si muove e lavora il giovane commissario la cui vocazione e ossessione è catturare gli assassini. Ricciardi-Guanciale possiede un talento investigativo fuori dal comune e la capacità di comprendere le vite e le passioni umane grazie a una profonda empatia. È, però, uomo estremamente solitario e schivo, che nasconde un segreto, una dote che nessuno conosce, ereditata dalla madre e che sembra una maledizione: il commissario, infatti, è in grado di vedere gli ultimi momenti delle vittime di morte violenta e ascoltare il loro ultimo pensiero. L’incontro con due donne, diverse ma ugualmente affascinanti, aggiungerà un aspetto melò alla trama del poliziesco

 

GUANCIALE: «TARANTO, GRANDE FASCINO»

Anche Lino Guanciale, che interpreta il giovane commissario dopo il grande successo di pubblico della serie “L’allieva”, è rimasto incantato da Taranto. «Quando si entra in Città vecchia si ha l’impressione di fare veramente un viaggio indietro di cento anni – spiega l’attore nel video di Apulia Film Commission – come se compissi un salto indietro nel tempo; ma è tutta la città ad avere un fascino enorme, come nella sua attuale crepuscolarità. È molto forte l’impatto che ha su chi ci arriva e non ci è mai stato».

La serie tv è stata sostenuta dell’Apulia Film Fund della Regione Puglia con circa 830mila euro e da Apulia Film Commission. Le riprese sono state realizzate a Taranto dal 23 maggio al 20 luglio 2019, impiegando 80 persone.

Primo appuntamento lunedì 25 gennaio su RaiUno e RaiPlay, per la prima di sei puntate. Nella puntata “Il senso del dolore”, ci ritroveremo a Napoli nel marzo 1931. Il commissario Luigi Alfredo Ricciardi sarà chiamato a risolvere il caso di un famoso tenore assassinato.

«Possiamo volare!»

Quel talento nigeriano per il ballo

A giugno dello scorso anno, un ragazzo. Stavolta una ragazzina. Danzano a piedi scalzi sotto la pioggia. Il primo diventa una stella del web e viene scritturato, la seconda raccoglie i complimenti di Roberto Bolle, la grande étoile. «Lascia senza parole, vedere il sorriso e la gioia di danzare di questa bambina», dice il ballerino di statura internazionale. «Mi ricorda la bellezza della mia gente, creiamo, ci alziamo in volo, immaginiamo, abbiamo passione sfrenata e amore», ha scritto Viola Davis, attrice hollywoodiana di origini africane.

 

A giugno dello scorso anno, aveva provocato grande commozione a noi “occidentali”. Cosa era successo. Quanto da queste parti è consuetudine, abitudine, se non mania: postare un video dietro l’altro, che questo social sia Facebook o Instagram, Twitter o Tik tok. Ce n’è per tutti.

Allora, giugno 2020. Un video, anche questo dal sapore africano. Un giovane ballerino nigeriano si esercita danzando sotto la pioggia a piedi nudi. Con le debite proporzioni, per gli studios e il paio di scarpette indossate dall’attore più amato del musical, Gene Kelly, sembra una sequenza di “Cantando sotto la pioggia”. Il video, che stavolta ha protagonista un coraggioso giovanotto, scuote il web.

Sei mesi dopo, gennaio 2021, un nuovo video commuove. Ha una eco straordinaria, perché a postare questo secondo video è stato nientemeno che la grande étoile Roberto Bolle. Sul suo profilo Instagram mette in bella evidenza una ragazzina, a Lagos in Nigeria, che danza con una grazia sconfinata, sul fango e sotto la pioggia.

«Lascia senza parole – dice il grande ballerino, mostrando grandezza anche dal lato umano – e fa riflettere vedere il sorriso e la gioia di danzare di questa bambina; siamo a Lagos, in Nigeria, nella periferia di una città fra le più povere del mondo, eppure questa bambina scalza danza già con la grazia di una étoile e sorride al futuro».

 

BOLLE, SENZA PAROLE…

Un video che lascia senza parole, per il grande amore che il viso della piccola, nonostante l’ambiente circostante risulti così poco accogliente. Anche l’articolo di Maria Volpe, apparso sul Corriere della sera è pieno di umanità.

Non scrive solo della piccola “stella”, ricorda il precedente, altrettanto commovente, quello di Anthony, nigeriano anche lui. Lo scenario, però, è New York. Il giovane ballerino della Scuola professionale di un Scuola da ballo nigeriana danza sotto la pioggia a piedi nudi.

Il video appassiona internet. Lo sfondo è identico a quello  nel quale balla anche la ragazzina notata da Bolle. Quel video dello scorso giugno ha portato fortuna al giovanissimo ballerino. Anthony, nigeriano, undici anni, viene filmato da alcuni passanti mentre balla sotto la pioggia, a piedi nudi, esibendosi in salti e piroette con una grazia innata. Il video diventa virale, tanto che attira l’attenzione di personaggi dello spettacolo. Fra questi, Cynthia Harvey, direttrice artistica della “ABT – Jacqueline Kennedy Onassis School of Dance di New York”, che rintraccia il ragazzo al quale offre una borsa di studio all’“American Ballet Theatre”.

 

…VIOLA DAVIS, LO STESSO

Anthony frequenterà quest’anno una scuola estiva. L’attrice hollywoodiana di origini africane, Viola Davis (“Il dubbio”, “The help”, “Le regole del delitto perfetto”), quando ha visto Anthony ballare non è riuscita a trattenere delle lacrime di commozione. «Mi ricorda la bellezza della mia gente – ha scritto condividendo il video su Twitter – creiamo, ci alziamo in volo, immaginiamo, abbiamo passione sfrenata e amore; nonostante i terribili ostacoli che sono stati messi davanti a noi, possiamo volare!». Anche la produttrice cinematografica nigeriana Fade Ogunro, che gestisce una piattaforma di talent scout dedicata alle immense risorse artistiche africane, si è offerta di pagare tutto il percorso formativo del ragazzo fino alla laurea, in qualsiasi parte del mondo. Ma non è finita qui. Per Anthony si sono aperte anche altre porte: lo scorso luglio, infatti, ha vinto il primo premio della South African International Ballet Competition, che comprende una borsa di studio per frequentare corsi di danza negli Stati Uniti. Insomma, il giovanotto dalla pelle nera e dalle punte dei piedi fatate, non solo ha provato a spiccare il grande salto, ma volteggia nell’aria. Anche lui ha provato a volare. E ci è riuscito.

Se la paura fa novanta…

Fobie e timori inspiegabili

L’avversione ne trovarsi in uno spazio chiuso, la presenza di animali anche se innocui (cani, gatti). Secondo studiosi, reazioni causate da un’attivazione anomala di una piccola fondamentale struttura dei circuiti cerebrali. Si chiama amigdala, gestisce stimoli percettivi visivi sia auditivi che attiverebbero inconsapevolmente segnali di pericolo.

 

«A che piano abita, undicesimo? Non se ne parla nemmeno, i piani alti mi provocano uno stato di agitazione!». E poi, «L’ascensore non la prendo mai, gli spazi chiusi mi provocano ansia!». Per contro, «In strada, cammino incollato ai muri, gli spazi aperti mi provocano capogiro…». E’ l’essere umano, il più delle volte coraggioso anziché spavaldo, altre volte pauroso. E non c’è distinguo fra chi ha un fisico da campione e uno che un peso, in palestra, lo porterebbe a spasso solo con un carrello. Gli uomini sono così, capaci di affrontare   grandi rischi e facili a spaventarsi, spesso senza un motivo. Vogliamo aggiungerci “apparente”?

Attenzione, non è insita in ogni essere umano. Ma esiste una forma che ha del patologico e si accentua partendo dalla normale e ragionevole paura. Si chiama fobia, cioè avversione. Come può esserle quella a ragni, cani, gatti, ascensore, altitudine o aereo. Forme associate al termine fobia, il più delle volte sono disturbi a sé stanti: la fobia sociale (disturbo d’ansia sociale) o l’agorafobia (paura degli spazi aperti), riferita in realtà all’evitare situazioni nelle quali si teme che possa scatenarsi un attacco di panico e non si possa essere soccorsi.

Esistono, poi, fobie più specifiche, comuni e riguardano l’esposizione a certi animali, ai temporali, ai luoghi elevati, all’acqua, alla vista del sangue, la paura di prendere l’aereo, di soffocare, delle iniezioni, del dentista. Praticamente ogni fobia ha un nome, il più famoso è forse quello della claustrofobia, la paura cioè degli spazi confinati.

 

ALLARME, DISGUSTO…

Sempre a proposito di fobie, tanto per capirsi. A volte basta pensare all’oggetto temuto o sentirne pronunciare il nome per provare un senso di allarme o di disgusto. Di fobie specifiche soffre almeno il 10% della popolazione. Secondo gli studiosi, in maggior parte donne, anche se alcuni studiosi hanno sollevato più di un dubbio su questa teoria.

Stando a uno studio realizzato da una equipe medica di specialisti portoghese, questa differenza potrebbe essere in parte spiegata dal fatto che gli uomini hanno una certa riluttanza a mostrare paure e debolezze rispetto alle donne. Un uomo può prestarsi a rincorrere e allontanare un topo o un serpente anche quando in realtà ne è terrorizzato, ma il più delle volte è a causa del condizionamento culturale che lo vuole coraggioso.

Fobie specifiche. Sono influenzate dalla complessa interazione di fattori biologici, psicologici, sociali e ambientali. Le fobie specifiche tendono ad aggregarsi all’interno delle famiglie. I parenti di primo grado di chi soffre di una fobia hanno un rischio aumentato di soffrirne fino al 31% per cento invece del 10%. Comunque, la specifica fobia trasmessa è tipicamente diversa, anche se spesso dello stesso tipo: un genitore, per esempio, può avere la fobia dei cani, il figlio può avere quella dei serpenti. Le prove della trasmissibilità genetica indicano che il rischio può variare a seconda del tipo di fobia e sembra più elevato per la fobia di sangue e iniezioni.

Studi realizzati con la risonanza magnetica funzionale hanno consentito di scoprire che le fobie potrebbero essere correlate a un’anomala attivazione dell’amigdala, piccola fondamentale struttura dei circuiti cerebrali destinati a gestire gli stimoli percettivi sia visivi sia auditivi che possono veicolare segnali di pericolo. In particolare sono stati studiati soggetti con fobia dei ragni, esposti con o senza preavviso a questi piccoli animali: nel primo caso si è avuta un’attivazione dell’amigdala, mentre nel secondo caso si sono attivate altre strutture cerebrali, tra cui la corteccia cingolata anteriore, importante per il controllo degli impulsi e delle emozioni. La corteccia cerebrale prefrontale, deputata al controllo cognitivo superiore, in questi casi risulta invece disattivata, e quindi sembrano prevalere comportamenti più primordiali, di lotta o fuga.

 

STUDIO ITALIANO, CONCLUSIONI DIVERSE

Una analisi realizzata da ricercatori italiani è giunta a conclusioni un po’ diverse. Lo sviluppo delle fobie non dipenderebbe solo da fattori neurobiologici. Per esempio, chi tende a essere disgustato facilmente è più esposto al rischio di sviluppare la fobia degli insetti, che un po’ in tutti generano un senso innato di repulsione.

Lo stesso dicasi per la tendenza a vedere ovunque pericoli, dunque manifestando una predisposizione all’ansia, che faciliterebbe lo sviluppo di fobie. Si sa anche che chi ha avuto un’esperienza personale negativa ne può trarre motivo per farne seguire una fobia. Come accade a chi è stato una volta morso da un cane o ha avuto un incidente d’auto: una parte di queste persone da quel momento può sviluppare una fobia dei cani o del viaggiare in auto. In chi è particolarmente predisposto, il fenomeno può verificarsi anche soltanto per aver sentito racconti di tali avvenimenti o essere stato esposto a notizie riportate dai media.

C’è chi soffre di una fobia specifica e ne è solitamente del tutto consapevole, eppure non sempre cerca aiuto per tentare di superarla. È, infatti, più facile che provi a mettere in atto delle strategie di comportamento che aiutano a conviverci se la fobia è molto specifica. Ad esempio: chi ha la fobia dei ragni eviterà di inoltrarsi troppo nell’ambiente naturale e tenderà a tenere le finestre sempre chiuse, chi teme di volare eviterà di prendere aerei, chi teme i cani girerà al largo quando li vede. Strategie spesso sufficienti, quando però il problema si fa molto penalizzante è inevitabile ricorrere a una delle diverse cure disponibili. E come in qualsiasi cura, conta molto l’applicazione, la determinazione, l’impegno che siamo pronti a metterci per provare ad uscirne fuori. Sono patologie, dunque ramo di una scienza medica impegnata a scoprire una causa all’origine  e alla natura della malattia. Il confronto degli studi ha portato a compiere passi in avanti, ma molti dei misteri provocati dalla mente umana continuano ad essere oggetto di discussioni e dibattiti da parte degli studiosi.

«Salviamo Totò!»

Appello di Renzo Arbore al Comune di Napoli

In un’intervista il popolare anchorman riprende un’idea a lui cara. Acquistare casa del Principe, artista che ha dato lustro alla città. E poi, un pensiero al grande Roberto Murolo, cantante, autore, chitarrista. «Il sindaco Luigi de Magistris aveva detto che se ne sarebbe interessato..»

Totò e Roberto Murolo, due icone dello spettacolo ricorrono spesso insieme in questi giorni. Prima sulle pagine del Mattino, a seguire sul web, i due artisti napoletani vengono segnalati da Renzo Arbore, in una bella intervista di Maria Chiara Ausilio, al Comune di Napoli. Perché “faccia qualcosa”. Totò è “cosa” di tutti gli italiani, se non altro perché ha fatto ridere intere generazioni, tanto da metterle di buonumore anche oggi, con rassegne, titoli sempre attuali e battute mai volgari (avete provato a vedere “Natale su Marte”, quante parolacce dice Christian De Sica durante tutto il film…).

Non solo bisogna salvare la casa di Totò, indica Il Mattino. E senza dimenticare la realizzazione di un museo di cui si parla invano da più di vent’anni (ma anche quella dove visse Roberto Murolo, nel cuore del Vomero). La proposta è di Renzo Arbore, il “bravo presentatore” impegnato in un nuovo programma sulla sua channel tv. Dalle pagine del quotidiano napoletano rilancia con forza l’idea di trasformare i due piccoli appartamenti, quello del Principe e del cantante, in luoghi da aprire al pubblico e alle visite come fossero monumenti.

 

OMAGGIO ALLA MEMORIA

Un omaggio alla memoria, dunque. «Un omaggio doveroso alla memoria – spiega Arbore – e di grande interesse; l’altra sera in tv ho visto un servizio che mi ha appassionato sulle case di Lucio Dalla: un tuffo nella vita del cantante, un modo per ricordarlo attraverso i luoghi, gli oggetti, il suo mondo, insomma; l’ho trovato straordinario. E allora perché non farlo anche con Totò e Murolo? Il sindaco De Magistris, non ricordo in quale occasione, mi promise di occuparsene ma poi non se n’è fatto più niente».

Secondo Arbore il Comune dovrebbe acquisire le due case, tra l’altro, umilissime. Al netto del profondo valore storico, artistico e affettivo, dal punto di vista economico dovrebbero essere piuttosto accessibili. Poi bisognerebbe procedere a una ristrutturazione per trasformarle in scrigni preziosi da mettere a disposizione di cittadini, turisti e visitatori. L’abitazione dove visse Totò, alla Sanità, è in totale abbandono. Un vero peccato.

 

VACCINO, MI FIDO

«Quella di Roberto Murolo invece l’abbiamo presa in affitto noi della Fondazione a lui dedicata: non facciamo alcuna attività, abbiamo affisso due targhe ricordo all’esterno del fabbricato, tutto qui e ogni tanto una donna va a tenerla un po’ in ordine. È piuttosto malandata ma almeno la salvaguardiamo dal peggio; Murolo è stato un grande cantautore, chitarrista, attore, tra i maggiori protagonisti, insieme con Sergio Bruni e Renato Carosone, della scena musicale napoletana del secondo dopoguerra: insuperabile».

Infine, una domanda sul vaccino, tema che sta a cuore a tutti. «Sono pronto – conclude Arbore – non aspetto altro: sono un grande sostenitore del vaccino e invito tutti ad avere fiducia. Mi fido soprattutto della Food and Drug Administration, l’ente governativo americano che si occupa della regolamentazione dei prodotti farmaceutici. Se anche loro hanno dato l’ok, non c’è da avere paura. Ora voglio tornare a vivere, l’isolamento è durato anche troppo; il mio Capodanno: una grande festa, in collegamento video su “Zoom”: amici, parenti, colleghi…». Ma ora, fra Totò, Murolo e vaccino, torniamo a vivere come un anno fa. Davvero, come dice Arbore, non se ne può più.

«La vita è meravigliosa»

La più bella storia di Natale

Sembra la scena di un film di Frank Capra. Fiorenzo, novantaquattro anni, solo, i figli lontani telefona ai carabinieri. «Qualcuno potrebbe venire a farmi compagnia per un brindisi sotto l’albero?». Scatta la solidarietà, una pattuglia si reca a casa dell’anziano, i rappresentanti le forze dell’ordine alzano i calici e si scambiano gli auguri. «È stato un privilegio essere chiamati da questo signore, e potere condividere con lui qualche momento della nostra attività». Foto-ricordo ed episodio da incorniciare.

E’ la storia più bella del Natale. Fiorenzo, novantaquattro anni, la notte del 25 dicembre ha scaldato i cuori dei Carabinieri di una Centrale operativa. Cosa sia successo è presto detto, tanto che sembra un frammento di una sceneggiatura di uno di quegli straordinari film a lieto fine scritti e diretti da Frank Capra. Avete presente “La vita è meravigliosa”? Sì, il bianco e nero con James Stewart che proprio la notte di Natale si rivolge al Cielo urlando di non volere essere mai nato. E, alla fine, pentito invoca il suo angelo custode a ricondurlo indietro qualsiasi sia il suo destino. Qui non siamo su un set hollywoodiano, ma in una cittadina emiliana. Uno di quei comuni alla “Camillo e don Peppone”, dove trionfa la bonomia, il «vogliamoci bene».

Dunque, Fiorenzo. L’uomo anziano che ha chiamato l’Arma perché solo il giorno di Natale. «Ho i figli lontani, spiega al carabiniere che risponde al centralino della caserma. “Ho i figli lontani – in sintesi la chiamata – per caso qualche suo collega è libero e può farmi visita anche solo dieci minuti? Il tempo di un brindisi…».

Il novantaquattrenne emiliano, non vuole mettere in agitazione il rappresentante dell’ordine. Anzi, usa un tono sereno. Di questi tempi non è difficile trovare uomini anziani che si sentono soli, abbandonati e, in un attimo, mettono in discussione la propria esistenza. «Non mi manca niente – dice Fiorenzo – solo una persona fisica con cui scambiare il brindisi». Sentita la telefonata, gli uomini dell’Arma, che al momento non avevano interventi urgenti, non hanno perso tempo e si sono subito recati a casa del signor Fiorenzo.

«CI SCAMBIAMO GLI AUGURI?»

Alto Reno, nel Bolognese, Emilia Romagna si diceva. Dunque, il brindisi di Natale. E non finisce qui, perché alla Benemerita le cose non le fanno mai a metà. I carabinieri, infatti, sono tornati anche il 26 dicembre a trovare Fiorenzo per regalargli la foto-ricordo scattata insieme il 25 dicembre.

A quel punto scatta la macchina dell’informazione. Le telecamere di Sky TG24, si fiondano a casa dell’anziano e raccolgono la sua prima dichiarazione: «Sono stato addirittura commosso, è stata una cosa meravigliosa», ha detto al notiziario televisivo il giorno successivo. Ecco che i carabinieri sono tornati dal signor Fiorenzo e gli hanno portato la foto incorniciata del brindisi di Natale. Bella anche la dichiarazione dell’ufficiale dell’Arma. «È stato un privilegio essere chiamati da Fiorenzo – ha detto il comandante dei militari – abbiamo potuto condividere qualche momento con lui, un brindisi a base di aranciata e, come promesso, oggi (cioè sabato 26 dicembre) abbiamo recapitato la foto-ricordo di questo bel momento natalizio, un esempio di come ci voglia poco per essere felici ed essere sereni, perché c’è sempre qualcuno che può prendersi cura del prossimo».

Vola, “Vale”!

Da Modena a Kongsfjord, un villaggio con ventotto abitanti

Trentanove anni, dall’Emilia a un villaggio norvegese. Da travel blogger, con racconti di viaggio condivisi, a fare accoglienza con esperienza da guida ambientale. “Una telefonata, il tempo di pensarci e via…”. Perché no, si è detta. “Ci ho pensato poco, così mi sono trovata con il mio team in viaggio per una nuova esperienza”. Il coraggio di una scelta e come “ribaltare” il Covid trasformandolo da sciagura a occasione di lavoro.

Valentina, dal precario a un lavoro stabile, dall’Italia alla Norvegia. Storia di una decisione maturata, più che all’ombra, alla luce dei disastri compiuti dal Covid. Ma c’è chi, come lei, travel blogger (qualcuno che ha un diario su racconti, foto, video e viaggi), da una sciagura, come quella provocata dalla pandemia, riesce ad uscirne fuori ancora più forte.

Valentina, guida ambientale, perde il posto di lavoro. Per sua stessa ammissione, come racconta in una intervista a Huffpost, uno dei siti più seguiti al mondo, trasforma il disagio in occasione. Reagisce di fronte agli ostacoli, il carattere determinato fa la differenza. «Il Covid ha stravolto la mia vita – racconta Valentina, dall’altro capo dell’Europa – ma ho voluto trasformare il disagio in opportunità». Trentasette anni, modenese, travel blogger e guida ambientale, “Vale” vola in Norvegia, nelle terre dell’Aurora Boreale, all’altezza di Capo Nord, oltre il Circolo Polare Artico, in un villaggio abitato da appena ventotto anime.

La sua doppia attività è messa in crisi dalla pandemia. Così, la ragazza, si reinventa, convinta ad accettare questa nuova scommessa. Il mondo sta cambiando. Chi meglio di lei può dirlo. Così, accetta questo nuovo lavoro: le toccherà fare accoglienza turistica nella storica guesthouse di Kongsfjord. Parliamo del cuore di un fiordo dai panorami lunari dove, nei prossimi mesi, la notte durerà ventiquattro ore, buio pesto per intenderci. «Ma la decisione è stata semplice – confida ad Adalgisa Marrocco – se avessi rifiutato l’incarico avrei passato il resto della mia vita a chiedermi “Ma cosa sarebbe successo se, invece, non avessi accettato?”». Come darle torto. Ma, attenzione, ci vuole sempre quel valore aggiunto che molti non hanno: il coraggio.

COME SI CAMBIA…

Spiega come è cambiata la sua vita dopo il Covid, tanto dal punto di vista lavorativo che da quello personale. «Ho trasformato il disagio in un’opportunità; improvvisamente non potevo più viaggiare da un continente all’altro; non potevo più dedicarmi ai miei viaggi di ricerca ed esplorazione». Un disastro. «Improvvisamente ho perso il lavoro come guida ambientale, accompagnavo gruppi di italiani all’estero. Un duro colpo, da cui mi sono rialzata in fretta».

Molto bello questo aspetto della storia di Valentina. «Non mi sono mai fatta prendere dallo sconforto e sono andata avanti col mio lavoro come travel blogger, scegliendo di scoprire l’Italia e dare voce alle piccole realtà di turismo sostenibile. Non mi sono lasciata sopraffare dalla situazione causata dalla pandemia, ho scelto di impiegare il mio tempo per migliorare le mie competenze professionali e per lavorare sulla crescita personale; mi sono concentrata sul benessere psico-fisico, dedicandomi alla mia formazione e alle mie passioni».

Ma ecco quella che lei, “Vale”, chiama “opportunità”. «Una mattina di settembre – racconta la trentanovenne modenese – vengo contattata da Skua Nature che mi rivolge la proposta di lavoro più bizzarra che abbia mai ricevuto: avevano notato i miei viaggi, progetti, e considerato la mia esperienza decennale nella ricettività turistica. Dunque, “Ti piacerebbe gestire la Kongsfjord Guesthouse?”, mi domandano. Kongsfjord è un piccolo albergo diffuso di casette colorate che si affacciano su un fiordo, all’estremo nord della Norvegia, sul Mar Glaciale Artico. È un luogo remoto, non è per tutti: conta solo ventotto abitanti; per capirci, il primo centro abitato è a quaranta chilometri e il primo ospedale a trecento».

Lì stanno lavorando a un progetto di turismo naturalistico, di cui la guesthouse sarà la base di partenza. «La mia risposta alla proposta è stata: “Ci penso un attimo”: due giorni ho accettato, disdetto il mio contratto d’affitto e, a un mese di distanza, ero su un furgone per raggiungere la Norvegia, in viaggio col team del progetto, passando per Lettonia, Estonia e Finlandia».

DECISIONE, DIFFICILE, ANZI NO

Una decisione apparentemente difficile. Valentina non è d’accordo. «La decisione, invece, è stata semplice: se avessi rifiutato avrei passato il resto della mia vita a chiedermi cosa sarebbe successo se avessi accettato. Ho alle spalle moltissimi lunghi viaggi in solitaria, anche in luoghi remoti e difficili, dal deserto del Sahara all’Amazzonia, dalle foreste del Borneo alle montagne del Nepal; durante i miei viaggi sono sempre stata accolta e quando ero a casa accoglievo viaggiatori nel mio agriturismo: gestire una guesthouse (una sorta di bed & breakfast, una pensione…) è un lavoro che conosco e che mi piace. Il fatto di aver perso il lavoro come guida e la consapevolezza che avrei potuto continuare il lavoro da travel blogger anche in Norvegia, mi hanno tolto ogni dubbio. Qui a Kongsfjord non sono sola, ci sono altre persone che lavorano in guesthouse, vivo con una collega che si occuperà del progetto di turismo naturalistico e nel paese il calore umano non manca: le persone sono poche, ma tutte solidali e socievoli».

Da Modena a Kongsfjord, che non è dietro l’angolo di casa. «In Italia ho sempre vissuto in zone rurali – spiega Valentina – non ho mai vissuto la socialità nelle città, quindi da questo punto di vista non è stato un cambiamento estremo; nella campagna modenese, come nel paesino di Kongsfjord, le persone vivono l’inverno nelle case, chiacchierando attorno a un tavolo, sorseggiando i liquori della casa, scaldandosi vicino a un focolare. È una socialità vissuta in maniera più intima rispetto ai locali in città, quindi le restrizioni si sentono meno. Forse in estate, quando arriveranno i turisti e il paesino si animerà, ci renderemo conto della situazione: per ora siamo davvero isolati dal mondo».

OGNI COSA HA UN SENSO

Norvegia, direttive anti-Covid molto rigide. «La densità di popolazione al di fuori della città è bassissima, la regione in cui vivo ha una media di 0.8 abitanti per chilometro quadrato. Insomma: non ci sono problemi di distanziamento sociale; la mia vita ultimamente è stata una continua reinvenzione: quattro anni fa ho dovuto chiudere inaspettatamente la mia azienda agrituristica perché i proprietari degli immobili non mi hanno rinnovato il contratto d’affitto; mi sono subito reinventata, trasformando il mio blog da amatoriale a professionale, investendo sulla mia formazione. A quel punto ho iniziato a collaborare con tour operator ed enti del turismo e mi sono creata un nuovo lavoro, anzi due, perché sono diventata anche guida ambientale».

Sembrava si fosse ripresa, purtroppo e inatteso, arriva una tegola pesante come il Covid che provoca dolore a chiunque. Non a Valentina. «Ho perso il lavoro come guida ed eccomi qui in Norvegia; non tutti sono abituati ad accettare cambiamenti così repentini e soprattutto non è facile farlo, a volte prevale lo sconforto. Sono fermamente convinta che ogni cosa che ci accade nella vita abbia un senso, che dobbiamo imparare da ogni evento, piacevole o spiacevole. È come reagiamo di fronte agli ostacoli che fa la differenza, che plasma il nostro carattere e la nostra vita». E brava, “Vale”, che la tua esperienza, soprattutto il tuo coraggio, possano essere presi da esempio.