«TORNO ALL’ASILO»

Marco, due lauree, oggi fa il bidello part-time

«Con sommo stupore, una volta finito sui giornali mi sono accorto di non essere l’unico ad essere laureato a fare questo lavoro». Prova a conseguire un altro titolo di studio. «Intanto assisto i piccoli, rassetto le aule e, finito il lavoro, studio, con grande passione». A tempo perso, scrive, fa il giornalista-pubblicista e vuole diventare amministratore, sempre in ambito scolastico

pencils-1486278_960_720«Meglio cantarci sopra!», si sarà detto Marco, venticinque anni, marchigiano, quasi tre lauree, professione bidello. Oggi solo part-time, anche per sua volontà, perché un’altra laurea ce l’ha proprio nella testa. Vuole conseguirla, costi quel che costi. Anche a costo di dimezzarsi uno stipendio di milletrecento euro, dunque solo seicentocinquanta euro, per fare una cosa (lavorare a scuola, provvedendo all’assistenza dei piccoli, e rassettando le aule) e l’altra (studiare, studiare, studiare).

Corriere della sera nei giorni scorsi scaltro nell’intercettare questo ragazzo-prodigio (come lo chiamereste voi un giovanotto di belle speranze che ripiega a svolgere le mansioni di bidello?), che infischiandosene del reddito di cittadinanza lasciandosi bastare l’unica laurea di cui dispone, prosegue il primo lavoro ad almeno milletrecento euro sicuri. Che poi, non sono molti, ma «di questi tempi, meglio feriti che morti». Altrettanto sveglio, ma non è una novità, Fanpage.it, un sito al quale dovremmo dare più di un’occhiata, per tema trattati e capacità di analisi. La notizia la riprende Biagio Chiariello, che ne fa un bel titolo consegnandolo al popolo di internet spesso distratto da “strilli” – così si chiamano articoli-civetta, purtroppo vuoti come uno pneumatico – e fake news.

La storia di Marco, invece, è vera, come è vera la tastiera che spesso lo stesso bidello-laureato si porta appresso per allietare i ragazzi delle classi di cui si occupa nel suo lavoro quotidiano di assistenza. Non che la giri a caciara, sia chiaro, ma ogni tanto promette ai più ribelli che se faranno i bravi «uno di questi giorni porto lo strumento sul quale cantarci».

E’ TUTTO UN ATTIMO

Ci ha messo un attimo, Marco, ad entrare nelle grazie del personale, dirigente scolastico compreso. Tanto per non farsi mancare nulla, tre anni fa il giornalista-pubblicista: scrive cioè per siti e giornali, quando il tempo glielo permette.

Dunque, Marco, e i suoi titoli di studio conseguiti con lode: una triennale in “Scienze della Comunicazione” e in “Informazione e Sistemi editoriali”. Attualmente studente per laurearsi in “Economia aziendale” (“Relazioni di lavoro”). E poi, poi, poi, Marco, a tempo perso, ha studiato per aggiungere al suo già ricco palmares il “diploma di collaboratore scolastico”. Della serie «Ma tutto torna utile», ecco che la ruota di scorta, quel diplomino che non ha la stessa importanza delle due lauree già intascate, ma che non hanno ancora prodotto niente di nuovo, diventa più strategico di ogni altro titolo di studio.

Marco, si diceva, infatti fa il bidello. A Recanati, nell’Istituto d’infanzia “Aldo Moro”. Ogni mese mette in tasca 650euro, lavorando part-time. Lavoro sì umile, ma di grande responsabilità, come ogni attività che si svolge con il massimo impegno. Questo lavoro pare sia l’ideale per il giovanotto marchigiano: rispecchia la sua voglia di non fermarsi alle soddisfazioni, ma di fare di ogni traguardo conseguito un punto di partenza. Del resto, dai bidelli, ha spiegato fiero al Corriere, dipende la vigilanza e la pulizia dei locali, oltre che la sicurezza degli alunni dall’intervallo, passando per l’assistenza ai disabili fino al carico-scarico dei materiali.

Primo diploma nel 2017, liceo delle Scienze Umane. Senza perder tempo fa domanda e si mette in graduatoria tra il personale Ata (Amministrativo tecnico ausiliario) delle scuole della sua provincia. Per essere assunto non c’è bisogno di un concorso, sono sufficienti i titoli (almeno un diploma professionale di tre anni) e ventiquattro mesi di servizio, trentasei ore settimanali.

graduation-879941_960_720LAVORO E STUDIO

«Quest’anno – ha detto Marco, intervistato dal Corriere della sera – lavoro in un asilo, quindi sono a stretto contatto con i bambini; fra le mie mansioni c’è di tutto: dal lavare i pennelli ad accompagnare in bagno chi ne ha bisogno. E, naturalmente, anche pulire i locali. Mi ritengo, però, una figura educativa in senso pieno. Al liceo delle Scienze umane dove mi sono diplomato, ho studiato psicologia e pedagogia. Nel mio lavoro cerco di portare me stesso: non urlo mai, non sgrido mai nessuno. E, visto che suono il pianoforte, a volte porto da casa la mia tastiera e ci mettiamo a cantare insieme».

Quest’anno stipendio dimezzato. «Lavoro solo part-time perché devo studiare per gli esami, quindi il mio è uno stipendio a metà: circa 650 euro lordi al mese», dice ancora Marco.

Ma il “bidello” punta in alto. «Non mi dispiacerebbe restare nella Scuola, magari per arrivare a fare il dirigente contabile e amministrativo (uno dei due ruoli apicali della scuola, accanto a quello del preside, ndr). Oppure lavorare in azienda. Ma intanto sono molto orgoglioso di tutte le esperienze lavorative che ho già fatto».

Ma attenzione, Marco confessa qualcosa che era sfuggito a qualcuno: lui non sarebbe l’unico bidello con laurea. «Pensavo di essere fra i pochi laureati a fare questo lavoro – quasi si stupisce davanti al taccuino del suo collega-giornalista – perché, quando, due anni fa, il mio nome finì nelle cronache locali, ricevetti tanti messaggi di gente nelle mie stesse condizioni». Non è confortante, anzi, anche questo è segno dei tempi. Quarant’anni fa, in “Acqua e sapone”, Carlo Verdone – nel film un laureato con mansioni di bidello – ci aveva già provato. Se, alla fine, ce l’ha fatta l’attore-regista romano tanto vale insistere, laurearsi un’altra volta e puntare, dritto, a un posto da amministrativo. A vita.

«Ebraismo e socialismo…»

Furio Biagini spiega il suo libro “Torà e libertà”

«Entrambi mirano alla creazione di un mondo futuro nel quale lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo deve essere definitivamente abolito», spiega il docente. «Le due cose però hanno in comune la critica al potere costituito, al pensiero unico e, dunque, entrambi si battono contro i limiti e le imposizioni del pensiero unico», sostiene lo scrittore. «L’ebraismo rifiuta sudditanza, gerarchia, repressione e oppressione», afferma Annalisa Adamo, moderatrice e promotrice dell’incontro

20221020_184405Giovedì sera nella libreria Ubik in via Nitti a Taranto, si è svolto uno degli incontri all’interno del programma “#Ante Litteram” di quest’anno, dedicato ad esponenti di rilievo della cultura e della società. E’ toccato ad Annalisa Adamo, presidente di #Ante Litteram (già assessore agli Affari generali, Ambiente e Legalità del Comune di Taranto), tornare a dialogare con Furio Biagini, scrittore e docente di Storia Contemporanea e dell’Ebraismo nell’Università del Salento. Insieme hanno presentato il libro “Torà e libertà”, studio sulle affinità elettive tra ebraismo e socialismo libertario.

«Ho trovato all’interno dell’ebraismo – ci ha detto l’autore – delle affinità fra pensiero socialista e libertario; attenzione, non il marxismo, almeno non nelle sue versioni più libertarie, e il pensiero ebraico, dal punto di vista ideologico; per fare un esempio, si parte dal sabato piuttosto che dal giubileo, che vanno incontro a una visione del sociale come quella del socialismo: entrambi mirano alla creazione di un mondo futuro nel quale lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo deve essere definitivamente abolito».

Facessimo un distinguo fra ebraismo e socialismo. «Il socialismo è una ideologia che nasce sulla fine del Settecento – riprende Biagini – ha le sue radici nell’illuminismo, nel pensiero illuminista e contemporaneo; l’ebraismo è una fede religiosa che risale a secoli fa, al monoteismo. Le due cose però hanno in comune la critica al potere costituito, al pensiero unico e, dunque, entrambi si battono contro i limiti e le imposizioni del pensiero unico. La Torre di Babele ne è un esempio: se avessero parlato tutti la stessa lingua sarebbe stato un mondo che mirava a trasformarsi nel Divino, a sostituirsi ad esso, che invece interviene sparpagliando tutti in ogni angolo del mondo, in buona sostanza: è la diversità che rende ricchi».

20221020_185003EBRAISMO E ANARCHISMO…

«Ebraismo e anarchismo, dunque – dice Annalisa Adamo – due concezioni apparentemente opposte: la prima una tradizione religiosa fondata sull’obbedienza della legge, la seconda una filosofia politica basata sulla libertà da ogni dominio; tuttavia, espliciti legami sotterranei esistono tra queste due espressioni politiche, religiose e culturali».

Il libro, attraverso una lettura personale dell’autore sui testi biblici, esplora relazioni profonde. Dalla Torà fino ai fervori chassidici, l’ebraismo afferma con forza il rifiuto di ogni relazione umana basata sulla sudditanza, sulla gerarchia, nonché sulla repressione e l’oppressione. «Dalle polemiche contro il potere politico dei profeti – prosegue la moderatrice dell’incontro – all’esplosione dell’energia creativa del chassidismo, il pensiero ebraico è ricco di spunti anarchici che si ritrovano nelle moderne utopie rivoluzionarie, soprattutto nelle tendenze libertarie e antiautoritarie, con la loro idea della assoluta libertà umana e del rifiuto di qualsiasi potere centrale autoritario. Si potrebbe compendiare il contenuto di questo libro con una frase di Thomas Jefferson: La ribellione ai tiranni è obbedienza a Dio».

«Prima della Shoah – spiega in un suo intervento Biagini, spesso sollecitato dalle domande dalla platea – il sionismo era una minoranza all’interno del mondo ebraico tanto che, per esempio, solo il 25% degli ebrei polacchi sosteneva il movimento nel periodo compreso tra le due guerre mondiali. Per la maggioranza degli ebrei era un movimento utopico politicamente pericoloso. Socialisti e bundisti si opponevano ai suoi obiettivi in nome dell’internazionalismo proletario e lo consideravano un movimento reazionario che divideva la classe operaia e minava la lotta per i diritti di tutti gli oppressi, tra i quali includevano anche gli ebrei della diaspora».

20221020_184223STATO EBRAICO, LA DIASPORA

Gli ebrei pienamente assimilati definivano la loro ebraicità esclusivamente in termini religiosi e non etnici. «Temevano che la nascita di uno Stato ebraico – sostiene il docente – mettesse in discussione i diritti recentemente conquistati. Allo stesso tempo gli ebrei ortodossi credevano che la rinascita di uno Stato ebraico nella terra dei padri dovesse attendere la venuta del Messia. Dopo la Shoah e la creazione del moderno Stato d’Israele, l’opposizione ebraica al sionismo gradualmente andò scomparendo. Una parte consistente degli ebrei religiosi vide nelle realizzazioni pratiche del sionismo il compimento delle promesse divine mentre i socialisti, critici verso i principi ideologici del movimento, in pratica, iniziarono a sostenere, di fatto, lo Stato d’Israele. Col tempo solo pochi gruppi ebraici restavano fortemente antisionisti, in particolare, alcuni settori della estrema sinistra, associazioni marginali come l’American Council for Judaism, fondato nel 1942 da alcuni rabbini reform, ma soprattutto gli haredim, letteralmente coloro che tremano, in riferimento al versetto di Isaia 66, 5: “Ascoltate la parola dell’Eterno, voi che tremate alla sua parola”, o ultra-ortodossi secondo la definizione preferita dai media, e la piccola formazione, ma ben visibile e rumorosa, dei Neturei Karta, in aramaico i Guardiani della città».

L’incontro nella libreria Ubik di Taranto è stato organizzato da “#Ante Litteram” in collaborazione con l’Associazione Italia-Israele sezione “Alexander Wiesel” (Bari), il Comitato per la Qualità della Vita, la Fondazione Rocco Spani onlus, il Crac Puglia Centro di ricerca arte contemporanea.

“COSTRUIAMO”, BUON COMPLEANNO!

Non solo accoglienza

Corsi di formazione e impegno sociale in nove anni di attività. Abbiamo imparato e insegnato rispetto. Unito le nostre forze e svolto opera di inclusione

DSC_6227Buon compleanno, “Costruiamo”. Buon compleanno, presidente. Sembra ieri, ma il tempo è passato. Non invano, fortunatamente. Ciò significa che nel nostro piccolo, che poi tanto piccolo non è evidentemente, di cose ne abbiamo fatte. Da nove anni, la nostra cooperativa sociale è attiva nell’accoglienza. Dove per “accoglienza” non significa solo fornire un pasto e un tetto a gente, famiglie, in fuga da zone di guerra e da persecuzioni politiche. Decine di ragazzi, per esempio, sono stati impegnati (qualcuno lo è ancora) a più riprese con mansioni diverse all’interno delle nostre strutture; qualcuno ha compiuto scelte di vita, incoraggiate da noi stessi, quando lo scopo per il quale si allontanavano, partivano o ripartivano per tornare a casa, era condivisibile.

Molti dei “nostri” ragazzi, oggi, vivono e lavorano nella nostra provincia, nella nostra regione. Buon segno, se questo significa che da noi, con impegno, considerando i tempi, si può costruire un futuro, costruire una famiglia. Anche sfidando di chi ha spesso avuto preclusioni nei confronti di tanti ragazzi, uomini e donne, che sono diventati negli anni una risorsa per il nostro Paese.

Molti dei risultati raggiunti da “Costruiamo”, li abbiamo raggiunti in stretta collaborazione con le istituzioni. A cominciare dall’affiatamento raggiunto in breve con le diverse Prefetture delle province pugliesi. Insieme con le associazioni di categoria e le amministrazioni locali e regionali, abbiamo presentato progetti, molti dei quali hanno avuto un seguito, con i benefici per i nostri fratelli (non ci piace usare il verbo “assistiti”). Abbiamo organizzato Corsi di formazione che hanno licenziato grandi professionalità, istituito Corsi di italiano e di integrazione con il nostro tessuto sociale. Uno dei principali obiettivi della cooperativa è stato il rispettare il bagaglio culturale e il credo religioso di ognuno di loro. Un argomento da non sottovalutare, se si pensa che a seconda delle estrazioni politiche e religiose, occorreva quotidianamente far rispettare il regime alimentare con menù diversi (anche quando i ragazzi avevano le stesse origini).

Gara-natale-04-1-969x650RISPETTO, ANZITUTTO…

Per essere chiari, il nostro presidente, Nicole Sansonetti, si è speso con i ragazzi soprattutto su un principio di base: il rispetto. Lo stesso riconosciuto alle diverse estrazioni ospitate nelle nostre strutture. Rispetto. Le scelte svolte in questi anni, sono state precise, anche nei dettagli, per evitare che un certo malcontento provocasse risentimento nei vicini, nei cittadini – pochi in verità – che guardavano con sospetto l’arrivo di extracomunitari sul nostro territorio.

Insieme con i ragazzi abbiamo svolto un lavoro attento e certosino. Abbiamo spiegato loro le tradizioni cittadine, il carattere di quanti avrebbero quotidianamente incontrato nel visitare la città, al bar, recandosi al lavoro. E’ stato un lavoro (chiamiamolo così solo per brevità) che nel tempo ha portato i suoi frutti. Molti dei nostri ragazzi, merito del loro impegno, lavorano in esercizi e attività del territorio. Se oggi un ragazzo nero sorseggia un caffè o si siede accanto a noi in pizzeria, e la sua presenza passa inosservata, perché è la cosa più normale al mondo, bene, un po’ di merito è anche nostro.

Senza prevaricare usi e costumi, abbiamo illustrato loro le nostre abitudini, il nostro modo di vestire – che non deve essere visto come modello, beninteso – e di ragionare, ascoltando rispettosamente e ribattendo con argomentazioni anche opinioni anche diametralmente opposte. Abbiamo posto piccole regole del vivere quotidiano, subito rispettate dai nostri ragazzi e apprezzate dai nostri vicini. E’ stato fatto un importante lavoro di inclusione sociale, tanto che se un cittadino, un turista si aggira dalle parti di una delle nostre strutture non si accorge affatto che quella, come altre, ospitano extracomunitari.

C’è chi si è sposato, ha invitato amici conosciuti nella struttura. Nella nostra chat fioccano saluti e auguri da tutto il mondo e per i motivi più disparati. Dagli sposalizi alle nascite, tanto da farci sentire ancora più vicini, perfino “zii” dei più piccoli. Ecco qual è stato l’impegno in tutti questi anni da parte di “Costruiamo”. Fare in modo che il “normale” fosse solo normale. Che il colore della pelle non fosse mai stato un elemento di divisione, ma di condivisione. Imparare e, se fosse stato possibile, insegnare. Vivere insieme, come i tasti bianchi e neri di un pianoforte, come ricordava una delle canzoni soul – canzoni “dell’anima” – più famose al mondo.

Migrants arrive at the Italian port of Augusta in Sicily. They are greeted by Save the Children staff whilst awaiting processing by Italian authorities.

Migrants arrive at the Italian port of Augusta in Sicily. They are greeted by Save the Children staff whilst awaiting processing by Italian authorities.

UN SITO, MILLE SERVIZI

Un altro elemento nel quale la cooperativa si è spesa e che il presidente ha subito incoraggiato, è stata la costruzione di un sito. Non fatto di notizie raccolte qua e là, ma un “giornale” quotidiano che raccontasse il territorio e si confrontasse con l’esterno, il mondo. Un sito che raccontasse, amico per amico, le storie dei nostri ragazzi. Chi fossero, da dove venissero e cosa li avesse obbligati alla fuga in cerca di vita. Attraverso rappresentanti del nostro territorio, abbiamo fatto conoscere le nostre abitudini: il sociale, lo sport, la politica. Questo non ha fatto altro che accorciare le distanze.

Abbiamo assistito insieme ad eventi sportivi, concerti, “prime” al cinema. In qualche occasione abbiamo anche incassato qualche piccola, ma insignificante delusione. Ma senza fare drammi, anzi ripartendo con maggiore impegno per dimostrare che la ragione è sempre più forte di qualsiasi forma di ignoranza.

A testimoniare il nostro lavoro e quello dei ragazzi, ci sono le cifre. Negli ultimi cinque anni, per esempio, milleottocento giorni di lavoro, circa mille servizi (seicentoventiquattro articoli; trecentododici interviste, audio e video compresi). Un lavoro alla portata di chiunque voglia farci visita o ripercorrere tappe significative del nostro-vostro impegno. Per un sito, un canale youtube, abbiamo registrato numeri davvero considerevoli (ventimila visualizzazioni per Red Canzian!), a dimostrazione che il lavoro svolto professionalmente e rivolto a uno scopo sociale, alla fine paga. Bisogna solo avere pazienza, è questa la nostra forza.

A piedi, trenta chilometri per lavoro

Walter, un’impresa nel primo giorno del suo lavoro

Una storia accaduta davvero. Un ragazzo nero, americano, lascia il suo posto in un’attività dove serve panini e hamburger. Deve lavorare in un’azienda di trasporti: all’indomani è il suo primo giorno di lavoro. La sua vecchia auto non parte e, allora, decide di mettersi in cammino per otto ore. Cosa accade lo scoprite leggendo questa incredibile vera storia

pexels-photo-13998876Caspita, Walter che impresa. Accade tutto in un giorno, il suo primo giorno di lavoro in una nuova attività, un’azienda di traslochi. Walter è un ragazzo nero, abita in una cittadina dell’Alabama, negli Stati Uniti. Segni particolari: un sorriso contagioso e una gran voglia di lavorare. Non sa di avere un problema: la sua auto vecchiotta non parte, non trova un’alternativa per recarsi sul posto di lavoro, così senza pensarci due volte decide di fare poco più di trenta chilometri a piedi. Come se non bastasse, la sfida, quei chilometri, passo dopo passo, si trasformano in una favola. Ma andiamo per gradi.

Ditta di traslochi. Lavoro duro, di quelli che ad un ragazzo, giovane, che ha studiato, ma vuole dare una mano alla famiglia, spezzano la schiena. Sarebbe stato il caso di studiare ancora un po’, oppure continuare a fare il lavoro che svolgeva, in un fast-food, con qualche centinaio di dollari in meno, rispetto a quella che lo stesso Walter ha definito “l’occasione della vita”. Ne avrà altre di occasioni questo ragazzo. Intanto perché ha un grande senso di responsabilità: ha appena firmato un contratto e il primo giorno di lavoro non può fare tardi, o peggio, assentarsi.

pexels-photo-2244746L’AUTO NON PARTE…

Il pomeriggio prima di recarsi al lavoro, prova a mettere in moto la sua modesta auto. Quel mezzo avrebbe bisogno di una revisione, ma non può lasciarlo così, su due piedi. Il primo pensiero lo rivolge al lavoro: all’indomani deve marcare il primo giorno, giro di telefonate agli amici con i quali si impegna oltre ogni ragionevole proposta: nessuno è disponibile. Peccato.

L’unica alternativa: andare a piedi fino alla casa dove i colleghi dell’azienda di trasporti sarebbero stati ad attenderlo. Il nuovo lavoro si trovava a circa 20 miglia, poco più di trenta chilometri (trentadue, per essere precisi…). Significava camminare per circa otto ore, per trovarsi all’indomani alle otto in punto davanti a quella casa per cominciare a imballare cartoni, spingere, caricarsi mobili e riempire uno, due camion e poi fare l’operazione al contrario nel nuovo domicilio dei committenti.

Parte a tarda sera. Verso le quattro del mattino, si accorge che sta rispettando la sua tabella di marcia. Si siede e riposa un po’. All’improvviso un’auto della polizia lo affianca, segnala al ragazzo, gli chiede se non ci siano problemi. Walter ha un sussulto, pensa che il poliziotto potrebbe anche non credergli. E, invece, quel poliziotto di pattuglia con un suo collega, credono al ragazzo, tanto che lo accompagnano a destinazione. Prima di caricarlo in auto gli offrono da mangiare. Walter, dunque, è di colpo baciato dalla fortuna. Ha riposato le gambe, si è messo in sesto con quella cena-colazione fuori orario.

COLPO DI SCENA

Colpo di scena, Walter arriva davanti alla casa in cui avrebbe aiutato a traslocare prima delle sette del mattino. Viene accolto dalla signora che ha finito di imballare gli ultimi pacchi, sente la sua storia, si commuove, lo fa entrare in casa, si complimenta al telefono con un responsabile della ditta di autotrasporti: avete dipendenti efficienti, che sanno cosa sia il sacrificio. Intanto il resto dei colleghi–traslocatori non tarda a raggiungere la casa, così Walter conosce alcuni dei suoi nuovi colleghi di lavoro. Squadra perfetta, come Walter, anche lui in perfetta forma. Il ragazzo riesce a lavorare nonostante fosse poco riposato. Nessuno avrebbe potuto immaginare che avesse camminato tutta la notte per arrivare a destinazione.

La signora apre una pagina su Facebook, raccoglie danaro per acquistare una nuova auto per il ragazzo che ha compiuto quell’impresa straordinaria. Non è finita. L’amministratore delegato dell’azienda nella quale ha cominciato a lavorare Walter, vuole che quel ragazzo sia un esempio per tutti.

Ma un’altra persona ha voluto ringraziare Walter: l’amministratore delegato della sua nuova azienda. Tanto che lo convoca e, udite udite, davanti al resto del personale gli consegna le chiavi un’auto. «E’ tua, Walter!». L’impegno del ragazzo, aveva spiegato l’a.d. dell’azienda, era andato oltre le aspettative ed era diventato di colpo un esempio lampante per tutti gli altri dipendenti.

pexels-photo-7464232UN ESEMPIO DI IMPEGNO

Un’auto a gratificare un grande impegno, che se non fosse stato per quegli agenti di polizia, quella signora che doveva traslocare e aveva aperto una pagina su un social, sarebbe passata inosservata. Sì, un’impresa come tante. Come quelle che molti ragazzi che abbiamo conosciuto in questi anni in cooperativa, hanno compiuto. Chi scrive ha accompagnato a Massafra uno dei ragazzi che aveva preso parte ad una funzione religiosa in una chiesa fuori città. Quella funzione finì tardi e Samuel, anche lui nero, un sorriso di quelli che non dimentichi facilmente, senza dire nulla si era incamminato a piedi verso casa: diciotto chilometri! «Samuel dove stai andando?».

«Domani devo andare in un campo, a raccogliere frutta, è una giornata di lavoro, ho un contratto e non posso permettermi di perdere una giornata di lavoro».

Non mi fossi accorto, Samuel avrebbe proseguito dritto, a piedi, per Massafra. Al buio e su una strada che anche di giorno mette paura. Ricordo come se fosse ieri. Lo accompagnai fino a sotto casa. Mezz’ora dopo, una telefonata: era lui. «Tutto bene?», mi chiese, «Sei tornato a casa? Bene, Dio ti benedica!». Si era preoccupato per me. Quella telefonata era valsa più di ogni altro grande regalo avessi potuto avere da questa esperienza con tutti questi ragazzi che nascondo, tengono strette piccole, grandi storie di grande umanità.

«Produco sì, ma negli States»

Federica, affascinata dal cinema, ha dovuto trasferirsi in America

Selezionata insieme con altri giovani promettenti, si è finanziata gli studi alla Columbia, dove si è laureata e ha finanziato un primo “corto”. «Sono stati sufficienti duemila dollari, avessi dovuto farlo in Italia avrei dovuto aprire una società con un capitale di quarantamila euro. Capite quanto sia complicato produrre progetti qui, a casa mia?»

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Anche stavolta è una storia che torna dall’America, Stati Uniti, dove un sogno, il “sogno americano” è sempre possibile. Magari non come un tempo, ma se hai la stoffa, lì, negli States, ti accolgono a braccia aperte. Ti danno un’occasione, se sai coglierla al volo puoi diventare un altro italo-americano che ha fatto la fortuna del Paese più ospitale e controverso al mondo. Insomma, se ci sai fare, e sei, per così dire, affascinato dal cinema come la nostra Federica, bene, allora anche tu puoi coltivare il tuo sogno.

Della storia della nostra conterranea e di altri ragazzi promettenti, se n’era occupato qualche anno fa Il Fatto quotidiano, giornale fondato più di vent’anni fa da Marco Travaglio, insieme a colleghi come Peter Gomez, Marco Lillo, Bruno Tinti e Antonio Padellaro. Stavolta torna sul luogo più che del misfatto, sul terreno sul quale Federica, come alcuni suoi amici e colleghi, ha coltivato il suo sogno: quello di produttrice indipendente.

«UN PUGNO DI DOLLARI»

E’ così che Marco Vesperini domenica scorsa ha pubblicato un servizio nel quale tornava a parlare di Federica, Federica Belletti. Per noi Federica, così la sentiamo più vicina. Una di noi che ha realizzato uno dei nostri sogni. In America, Mecca del Cinema dicono, la “nostra” ha cominciato a camminare con le sue gambe, investendo su se stessa. In Italia realizzare uno dei suoi progetti costerebbe una fortuna, negli Stati Uniti, confessa a Vesperini, può costare anche appena duemila dollari.

«Qui, se vuoi metterti in gioco – spiega – come produttrice indipendente non occorrono cifre astronomiche per realizzare un progetto cinematografico. In Italia impossibile chiedere sostegno con fondi pubblici». Ha ragione da vendere la neo-producer italiana. E’ un percorso molto articolato. Bisogna raccomandarsi a qualcuno, così molti giovani non rischiano.

Federica, marchigiana, da poco superati i trenta, ha coronato il suo sogno americano, lavora a New York. Ilfattoquotidiano.it – come scrivevamo – aveva raccontato la fase precedente alla sua partenza: figurava fra una ventina di studenti selezionata in tutto il mondo dall’università newyorkese per il corso di “film producing”. Per pagarsi la retta del primo anno, le servivano subito ottantamila euro, somma che aveva deciso di raccogliere online. «Vorrei anche su progetti italiani – ha dichiarato – storie, vicende da raccontare non mancano, specie quelle storie che hanno un indirizzo femminile». Lo scorso anno, con altre coetanee, ha pubblicato un’antologia sulle donne rivoluzionarie della sua regione, le Marche: “Più diritti per streghe malvagie”.

cinema-5069314_960_720«FOSSI RIMASTA QUI?»

Federica ha di che essere orgogliosa, ha raccolto riconoscimenti e critiche lusinghiere, come ricorda, puntuale Vesperini nel suo reportage per Il Fatto Quotidiano. «Con Alies Sluiter, nelle vesti di regista, siamo riuscite a portarci a casa un buon risultato scaturito da un festival importante svoltosi in Nuova Zelanda: intanto ci siamo qualificate con la prospettiva di una nomination: è la politica dei piccoli passi, uno per volta…».

La laurea l’ha conseguita alla Columbia University. «Una tesi, la mia, è diventata cortometraggio: persone di nazionalità - è la trama – si trovano a condividere lo stesso spazio durante una tempesta ad Atene. Refuge, questo il titolo del “corto”, è stato notato anche dalla rivista The New Yorker, che ha deciso di pubblicarlo: il coronamento di un lungo lavoro a cui tengo molto».

«Qui – conclude Federica – è più facile fare impresa: qui con duemila dollari apri una società e realizzai un lungometraggio. In Italia ? Devi avere una società registrata come s.r.l. con quarantamila euro di capitale in partenza». Qual è il compito di una produttrice. «Avere un sesto senso, avere fiuto, scoprire una storia, svilupparla con uno sceneggiatore di tua fiducia e a quel punto mettere insieme una squadra, trovare gente professionale per realizzare il prodotto finito, infine fare in modo che il film arrivi di fronte ad una platea».

E, in Italia? Per il momento meglio non pensarci. Intanto perché trovare un finanziamento per aprire una società a responsabilità limitata è un problema. Meglio partire?

Trent’anni suonati!

Stagione 2022/2023 targata Orchestra Magna Grecia

Ospiti i pirotecnici Stefano Bollani e Hyung-Ki Joo al pianoforte, Noa, le voci di Joseph Calleja e Giuliana Gianfaldoni, Mariangela Vacatello, Valentina Lisitsa, Elly Suh, Lucas Debargue, proseguendo con Tony Hadley, il cantante degli Spandau Ballet, ad Antonella Ruggiero, voce storica dei Matia Bazar, gli attori Claudio Santamaria e Serena Autieri, in due progetti diversi. E, ancora, un tributo ai Queen, alle musiche da Oscar, il Concerto di Natale in chiave reggae e tanto altro. Ultima novità, il “biglietto sospeso”. Conferenza stampa a Palazzo di Città

Foto Aurelio Castellaneta

Foto Aurelio Castellaneta

Vero, non si chiede l’età a una signora. Ma quando se li porta così bene e da trent’anni affascina platee, non solo di casa nostra, “sconfinando” e raccogliendo applausi e consensi, si dice così, ovunque, uno strappo alla regola si può fare. E poi, manifestare tutti i suoi anni, può essere un complimento implicito.

Dunque, buon compleanno Orchestra della Magna Grecia. Trent’anni suonati. In Italia e all’estero, trenta stagioni di successo, considerando l’ultima della serie che sta registrando sold out. Non ci sono più abbonamenti, solo la quota-biglietti riservata a chi sarà interessato anche a uno solo dei venti spettacoli (diciannove, più un Gran galà). A proposito di ticket, il direttore artistico dell’ICO Magna Grecia, il Maestro Piero Romano, a quest’ultimo giro si è studiato il “biglietto sospeso”. Quel sistema generoso e tutto napoletano con il quale si offre un caffè a chi ha difficoltà. Così il “biglietto sospeso” è l’ultima novità lanciata dall’Orchestra. Un aspetto nobile con il quale passa il messaggio “Musica per tutti!”. Per gli adulti, gli abbonati affezionati, ma anche i giovani. Infatti, altra novità all’alba dei trenta è un Comitato giovanile. Un gruppo di ragazzi appassionati segnala le proprie preferenze in fatto di musica. Così la rassegna di quest’anno tiene conto anche di queste esigenze.

BOLLANI E JOO

Queste, in ordine sparso, alcune delle star della Stagione 2022/2023: Noa, Mariangela Vacatello, Valentina Lisitsa, gli attori Claudio Santamaria e Serena Autieri, in due progetti diversi (il primo con un tributo da Modugno a Gaetano, l’altra con un titolo che è tutto un programma, “Sciantosa”), e ancora Elly Suh, Tony Hadley, il cantante degli Spandau Ballet, Antonella Ruggiero, voce storica dei Matia Bazar, Lucas Debargue, i pirotecnici Stefano Bollani e Hyung-Ki Joo al pianoforte, le voci di Joseph Calleja e Giuliana Gianfaldoni, per fare solo alcuni nomi. E, ancora, un tributo ai Queen, alle musiche da Oscar di Dario Marianelli, il Concerto di Natale in chiave reggae e tanto altro.

Mercoledì a mezzogiorno nel Salone degli Specchi, a Palazzo di Città, la presentazione. Presenti, fra gli altri, Aldo Patruno, Direttore generale del Dipartimento Turismo, Economia della cultura e Valorizzazione del territorio Regione Puglia; Mino Borraccino, Consigliere del presidente della Regione Michele Emiliano per il Coordinamento del Piano Taranto; Fabiano Marti, assessore alla Cultura e allo Spettacolo; Piero Romano, Direttore artistico dell’ICO Magna Grecia.

Una rassegna organizzata in collaborazione con lo stesso Comune di Taranto che ha ospitato l’incontro, e con il patrocinio del MiC, il Ministero della Cultura, e della Regione Puglia. E con il prezioso sostegno i stituti e privati: BCC San Marzano di San Giuseppe, Teleperformance, Varvaglione Vini, Programma Sviluppo, Caffè Ninfole, Baux cucine e Comes. «Trent’anni di concerti, di musica – ha detto Romano – ma anche trent’anni di progetti incredibili che saranno rievocati in questa Stagione; mi piace ricordare che l’Orchestra oltre a produrre musica è impegnata in progetti di formazione, progetti giovanili, di residenza, ricerca, sperimentazione; vogliamo continuare a regalare armonia, ma soprattutto serate indimenticabili per regalare alla città un’identità straordinariamente culturale, cosa che facciamo con progetti che partono dalla tradizione e vanno verso una sperimentazione che segna un avvicinamento dei giovani; per i trent’anni ci regaleremo una serata di gala nel corso della quale saranno premiati i nostri abbonati più affezionati».

CENTINAIA DI PROGETTI

«Trent’anni portati benissimo – l’opinione di Marti – quelli dell’Orchestra della Magna Grecia, felici di una ennesima Stagione fatta di nomi importanti; la bellezza della rassegna del trentennale risiede anche nello sforzo compiuto dall’ICO nel riportare sul palco artisti che abbiamo nel cuore: il direttore Romano con la sua squadra ha interpretato sogni e desideri tanto da far tornare a Taranto nomi di altissimo livello; anche in questa occasione l’Amministrazione comunale insieme con il suo sindaco, Rinaldo Melucci, si è attivata nel sostenere l’Orchestra della Magna Grecia che risulta essere, a mio avviso, il nome più importante dell’intera rassegna».

«Il Trentennale dell’Orchestra Magna Grecia – ha dichiarato, invece, Patruno – è un risultato che ci inorgoglisce alla luce di una Stagione importante con la quale tutti intendiamo tornare a un minimo di normalità, consapevoli che alla normalità non siamo ancora tornati; ma la cultura, gli spettacoli dal vivo, la musica, le contaminazioni che l’ICO Magna Grecia metterà in campo ci consentiranno di guardare con fiducia e ottimismo a un futuro che, come Regione Puglia, pensiamo passi attraverso la grande impresa culturale e creativa che questo territorio è in grado di esprimere».

«C’è anche la Regione Puglia al fianco del Comune di Taranto e al Ministero della Cultura – ha sottolineato Borraccino – nella realizzazione di questo traguardo importante: l’ICO Magna Grecia ha rappresentato anche negli anni bui l’unica luce accesa quando a Taranto la faceva da padrone il buio cosmico; oggi l’Orchestra rappresenta la punta di diamante della rinascita della città dal punto di vista socio-culturale e socio-economico».

Tranne due spettacoli (“Beethoven 3.0, Teatro comunale Fusco e “Il nostro Luis Bacalov – Misa Tango”, venerdì 17 marzo, Concattedrale Gran Madre di Dio) il cartellone è in programma al Teatro Orfeo di Taranto. Inizio spettacoli alle 21.00 (fatta eccezione per “Chansons” in programma l’8 dicembre con inizio alle ore 18.00).

Stefano BollaniSTAGIONE “TUTTESTELLE”

Anche quest’anno, la stagione incrocerà il Mysterium Festival, che negli anni, d’intesa con la Curia Arcivescovile di Taranto ha prodotto grandi risultati. Presenti all’incontro con la stampa, oltre alla promotrice di tutto quello che è stato e sarà l’Orchestra della Magna Grecia, presidente in pectore, Annunziata “Titti” Aresta, anche il presidente del Comitato scientifico del Mysterium Festival, il dott. Donato Fusillo, e il vicepresidente dell’ICO Magna Grecia, l’avv. Gianni Ammirati.

E veniamo alla Stagione 2022/2023. Sabato 5 novembre, primo appuntamento della Stagione al Teatro comunale Fusco (gli altri titoli all’Orfeo): con “Beethoven 3.0”, Mariangela Vacatello al pianoforte, con l’Orchestra della Magna Grecia diretta da Maurizio Lomartire. A seguire, giovedì 17 novembre, teatro Orfeo, “Rachstar”, le musiche di Rachmaninov con Valentina Lisitsa al pianoforte e l’Orchestra della Magna Grecia diretta da Gianluca Marcianò, nuovo direttore principale dell’ICO Magna Grecia.

Giovedì 24 novembre, “Noa live”, grande artista, splendida voce e già ospite di un’altra importante rassegna dell’ICO. Noa torna con un nuovo, importante progetto insieme con l’Orchestra della Magna Grecia diretta da Piero Romano. Fine novembre, lunedì 28, “Queen Greatest Hits”, i successi (“Barcelona” compresa) di una formazione senza tempo nella voce di Johan Boding, insieme con il soprano Desirée Rancatore e con l’Orchestra diretta da Roberto Molinelli.

Ancora voci e progetti straordinari. Giovedì 8 dicembre alle 18.00, “Chansons”, protagonista Chiara Civello con l’Orchestra della Magna Grecia diretta da Roberto Molinelli. Martedì 13 dicembre, le “Musiche da Oscar” di Dario Marianelli con la direzione di Maurizio Lomartire.

FOTO Tony HadleyNATALE IN REGGAE

Immancabile un concerto con dedica alle armonie e i canti più belli del periodo natalizio: mercoledì 21 dicembre “Christmas in reggae”: le canzoni di Bob Marley interpretate da Mitchell Brunings con Roberto Molinelli alla direzione.

Il 2023 si apre mercoledì 11 gennaio con un’altra delle stelle dello spettacolo: Serena Autieri è “Sciantosa”. A seguire, giovedì 19 gennaio un altro personaggio amatissimo tanto dal cinema quanto dalla tv: Claudio Santamaria in concerto (“Da Modugno a Rino Gaetano: i grandi miti della canzone italiana”).

Uno dei ritorni “a grande richiesta”, lunedì 30 gennaio: “Tony Hadley”. La voce che rievoca l’intramontabile gruppo degli Spandau Ballet. Altri due eventi particolarmente attesi: martedì 14 febbraio “Canzone d’amore”, Natalie Clein al violoncello con l’Orchestra della Magna Grecia diretta da Piero Romano; lunedì 20 febbraio, “España mi amor”, con una strepitosa Elly Suh al violino e Gianna Fratta alla direzione. Questi ultimi due concerti saranno poi di scena, insieme alla produzione di Marcianò e Lisitsa nel tour internazionale che l’Orchestra farà come orchestra residente all’Al Bustan Festival, a Beirut.

Sabato 4 marzo, due grandi voci in primo piano: “Incanto all’opera” con Joseph Calleja (tenore) e Giuliana Gianfaldoni (soprano), con l’Orchestra della Magna Grecia diretta da Gianluca Marcianò. Giovedì 9 marzo, altra artista “a grande richiesta”: “Lady Blackbird”, un nome, un titolo. Orchestra diretta da Roberto Molinelli.

Venerdì 17 marzo nella Concattedrale Gran Madre di Dio, “Il nostro Luis – Bacalov Misa Tango”, con un magistrale bandoneon “interpretato” dal Maestro Stefano Pietrodarchi, con l’Orchestra della Magna Grecia diretta da Gianluca Marcianò. Tributo dovuto a un grande musicista, Luis Bacalov, Premio Oscar (Il Postino) che per dodici anni ha rivestito il ruolo di Direttore principale dell’ICO Magna Grecia.

Mercoledì 5 aprile, il ritorno di una delle voci più amate del firmamento musicale: Antonella Ruggiero che sarà protagonista di “Sacrarmonia”, con l’Orchestra diretta da Valter Sivilotti. Mese successivo, venerdì 5 maggio: “Evergrieg”, lo spumeggiante Lucas Debargue al pianoforte, con la direzione di Gianluca Marcianò nell’esecuzione del concerto di Grieg per pianoforte e orchestra; per proseguire mercoledì 17 maggio, con la novità di questa edizione, uno spettacolo indirizzato al pubblico giovanissimo N3XT G EVENT, ma anche a una platea interessata alle nuove proposte musicali.

OCCHIO AI GIOVANI

Grande attenzione, si diceva, è rivolta ai giovani. L’Orchestra della Magna Grecia ha organizzato una vera e propria stagione per le scuole. Solo matinée con l’obiettivo di offrire opportunità di conoscenza della musica, e facilitazione all’ascolto tanto da ingenerare curiosità, spunti creativi e dumping culturale.

Chiusura il 27 maggio con due star del pianoforte insieme in un progetto senza eguali: “Bollani & Joo”, Stefano Bollani e Hyung-Ki Joo, con l’Orchestra della Magna Grecia diretta dal Maestro Piero Romano.

Per il trentennale dell’Orchestra della Magna Grecia, l’obiettivo è di condividere “bellezza”, quindi non solo una ricca e variegata stagione per il nuovo anno ma anche una serie di iniziative pensate per il pubblico: una Serata di Gala di chiusura sarà il coronamento di un festeggiamento condiviso durante la quale saranno anche conferiti dei riconoscimenti per gli abbonati storici ed i professori d’orchestra più longevi; ancora un Comitato di giovani sarà formato in seguito all’entusiasmante gruppo di mascotte che si è creato a partire dallo scorso MAP FESTIVAL dove i nostri giovanissimi hanno cominciato a respirare l’aria del dietro le quinte. Informazioni Orchestra Magna Grecia, via Ciro Giovinazzi 28 a Taranto (3929199935). Sito: orchestramagnagrecia.it

«Dov’è la bolletta?»

Un imprenditore chiude una catena di alberghi a causa di un importo mostruoso

La notizia fa il giro d’Italia. La riprendono radio, tv, stampa. “Il Foglio” vorrebbe vedere il mezzo milione da pagare. Niente da fare, comincia una caccia all’importo con risultati poco incoraggianti. Ma allora, perché tanto clamore? Intanto il direttore degli hotel starebbe chiedendo la Cassa integrazione…

gas-7311286_960_720Caro-bollette, scattano le prime chiusure degli alberghi. Questa una delle notizie che cominciano a circolare giorni fa. Fra le tante attività che minacciano la chiusura sotto la pressione di aumenti esponenziali, gli hotel che da queste parti proliferano. Vuoi perché la Puglia, a detta delle riviste internazionali, è la regione più bella del mondo; vuoi perché l’economia di questo accogliente angolo del paese si sostiene con quanto legato al turismo, che poi è la gastronomia, dunque ristoranti e trattorie, masserie e pizzerie – come visto di recente – di alta classe.

Insomma, nei giorni scorsi c’è stato chi ha annunciato, non senza effetti pirotecnici, la chiusura di cinque alberghi facenti parte di una delle catene di maggior prestigio. Quando chiude un’attività, ci batte forte il cuore, pensiamo ai posti di lavoro che vanno in fumo; pensiamo alle famiglie in sofferenza, che a causa delle chiusure dovranno arrangiarsi in attesa di tempi migliori.

A Gallipoli, per esempio, una catena alberghiera aveva annunciato la chiusura immediata delle sue strutture. «Non sarà l’unico caso», segnalava Federalberghi nei giorni a seguire, in quanto la situazione che si starebbe creando a causa dell’aumento del costo della luce è drammatica.

IL PRIMO CASO…

Questo uno dei primi casi segnalati dagli organi di informazione. La notizia della catena di alberghi salentini, fa il giro d’Italia e non solo. Il titolare di questa serie di aziende, viene intervistato da radio, tv, stampa. In breve, diventa una stella mediatica: i colleghi tengono per lui, lo sostengono; una certa stampa, sospettosa che l’uomo stia facendo provocazione, vuole vederci chiaro.

Uno dei giornali che vuole vederci chiaro, è Il Foglio, giornale fondato da Giuliano Ferrara e oggi diretto da Claudio Cerasa: «Bolletta da mezzo milione di euro, chiude storica catena alberghiera pugliese», titola un articolo di Ermes Antonucci. Il giornalista indica nel suo puntuale servizio, che la vicenda della quale si sta occupando scaturisce probabilmente dalla notizia più letta degli ultimi giorni. Ripresa e rilanciata dai principali organi di informazione fino a raggiungere gli immancabili social. Insomma, secondo Il Foglio, nessuno sarebbe riuscito a sfuggire all’annuncio del direttore generale di una importante catena d’alberghi pugliese (cinque, con 1.100 posti letto e 275 dipendenti): «Dopo quasi sessant’anni di attività – una delle principali dichiarazioni raccolte dalle agenzie di stampa riprese da giornali e tv – chiudiamo a causa degli alti costi dell’energia elettrica».

A far scattare la decisione sarebbe stata una bolletta dell’energia elettrica da 500mila euro riguardo i mesi di luglio e agosto, in aumento del 500% rispetto ai 100mila euro spesi nello stesso periodo lo scorso anno. Il direttore rilascia un’intervista a Tagadà su La7, al Tgcom, confermando di essere stato costretto ad avviare la Cassa integrazione, ricordando – nelle sue dichiarazioni – che «la Germania ha utilizzato 200 miliardi di euro per sostenere le imprese e le famiglie tedesche».

stromkosten-533818_960_720COSA C’E’ SOTTO?

Il Foglio prova a raccontare qualcosa che gli altri organi di informazione non hanno raccontato. Nella sua inchiesta, infatti – scrive il giornale – si arriva alla domanda cruciale: «Per caso, qualcuno ha verificato l’esistenza della bolletta e quindi l’aumento riferito allo stesso periodo dell’anno scorso?». Il Foglio asserisce di aver telefonato direttamente all’interessato chiedendogli se fosse possibile avere copia delle bollette da uno dei suoi collaboratori: niente. Una serie di motivazioni non convincono Antonucci, l’autore dell’inchiesta, che insiste: «Ma scusi, se una mattina un imprenditore si sveglia e dice di aver ricevuto una bolletta da dieci milioni di euro noi non possiamo mica pubblicare la notizia?». Risposta dell’interessato: «Non fa niente, non c’è problema, non pubblicate la notizia; ma la risoluzione del problema è semplice: basta chiedere a Nomisma, all’Istat, quello è l’aumento che c’è stato in percentuale, non è che l’ho inventato io».

Resta il sospetto che si sia voluto aprire un caso. L’estensore dell’articolo, infatti, non è affatto soddisfatto, tanto che chiosa nel rispetto dell’etica professionale. «Nessun dubbio che il rincaro dell’energia sia un problema da affrontare – conclude Antonucci – purché lo si faccia con serietà, non con la pigrizia di organi di informazione sempre alla ricerca di “maschere” da inserire nel grande racconto dell’indignazione collettiva».

Fine della storia. Non fosse che la storia, come accade spesso in Italia, continua. Tanto da essere abituati a storie infinite, delle quali si conosce l’attacco, ma il più delle volte, mai la chiusura.

Quel “cervellone” in fuga, da Lizzano…

“L’Espresso” e il nostro Giuseppe Cataldo, scienziato della Nasa

«Ho studiato a Sava, torno appena posso, ma sono stato subito affascinato dai programmi spaziali». Direttore della protezione planetaria inversa, è l’unico italiano ad aver ricevuto tre riconoscimenti prestigiosi: l’“Early Career Public Achievement Medal”, il “Group Achievement Award” e l’“Engineering Award”. Se non è una grande soddisfazione questa

rocket-launch-67643_960_720Quel cervellone in fuga dall’Italia. Meglio ancora, da Lizzano. Da quella provincia ionica arida per i suoi figli, se non con quanti hanno scelto quello che un tempo era un “posto sicuro”. Barattare un diploma, che fosse di un istituto tecnico, un tempo – si diceva – “arte e mestieri”, con un sogno: quello di riuscire a sfondare nel proprio territorio, ma anche nel proprio Paese, per male che andasse.

La storia di Giuseppe Cataldo per larghi tratti l’abbiamo raccontata a suo tempo, qui sulle “colonne” di Costruiamo insieme. Oggi se ne accorge, in senso buono, non rivendichiamo la primogenitura, ce ne guarderemmo bene, il settimanale “L’Espresso”. Una delle riviste più seguite, che riesce comunque a registrare numeri importanti nonostante il cartaceo non se la passi bene (ma c’è anche di che abbonarsi al pdf, ve lo suggeriamo, costa meno e non dovete fare ricorso a una mappa per la caccia al tesoro in cerca della più vicina edicola). Il settimanale dedica al nostro conterraneo Giuseppe Cataldo un servizio importante. Trentasette anni, non una ma più lauree raccolte in giro per l’Europa e poi negli Stati Uniti – scrive “L’Espresso” – dove è capitato non per caso, ma per intuizione.

Oggi è uno degli uomini di punta della Nasa. Un ex ragazzo che scatenano l’orgoglio di appartenenza, un esempio di come si possa sognare anche in una cittadina di diecimila abitanti come Lizzano, in provincia di Taranto, ed arrivare a capo di uno dei progetti miliardari della Nasa.

Non una qualsiasi organizzazione di studi – insiste il settimanale di BFC Media – ma la Nasa, National Aeronautics and Space Administrations, agenzia governativa civile responsabile del programma spaziale e della ricerca aerospaziale degli Stati Uniti.

Sentimenti, emozioni di un ex ragazzo, che per i suoi concittadini resta, a pieno titolo, un golden boy. Uno al quale è stato affidato un progetto miliardario (non in lire…).

Quello di Giuseppe non è un percorso semplice. Fatto di scelte, a volte coraggiose, altre volte ambiziose. E’ lui a dirigere lo sforzo congiunto tra agenzie spaziali: americana, europea e canadese, impegnate in un progetto che ha richiesto dieci miliardi di dollari di investimento.

LIZZANO, SAVA, WASHINGTON!

Partito da Lizzano, cittadina in provincia di Taranto, diecimila abitanti, Giuseppe arriva alla Nasa. Giovanissimo, addirittura prima di laurearsi in “Ingegneria aeronautica” al Politecnico di Milano, realizzando il primo sogno che coltivava fina da bambino.

Ventitré anni, era il 2009, oggi unico italiano ad avere ricevuto tre riconoscimenti importanti per la realizzazione del telescopio «Webb» (per il contributo essenziale al progetto, per i risultati in fase di collaudo e per l’innovazione nei modelli matematici). Praticamente un genio. Gli esami che non finiscono mai, si infittiscono di sfide, come quella, accettata, in veste di Direttore della protezione planetaria inversa. Giuseppe sarà alla guida del team che progetterà tutti i sistemi di sicurezza necessari a portare sulla Terra i campioni prelevati da Marte e a isolarli durante l’analisi, senza che un’eventuale presenza di microrganismi alieni contamini il pianeta.

Non prima del 2027 l’inizio della missione, quando i campioni da porre sotto analisi arriveranno almeno sette anni dopo. Giuseppe Cataldo arriva alla Nasa dopo aver compiuto gli studi ai Politecnici di Milano e Torino e in Francia, all’Institut Supérieur de l’Aéronautique et de l’Espace di Tolosa. Ancora studente, ha vinto un concorso bandito dall’Esa per la Nasa Academy e dopo aver conseguito le lauree, nel 2010, è tornato nell’Agenzia aerospaziale americana dove lo aspettavano un ufficio al Goddard Space Flight Center, una borsa di studio messa in palio dal Nobel John Mather, lo scienziato a capo di «Webb», e la possibilità di frequentare in simultanea il MIT di Cambridge.

«GRAZIE PAPA’, GRAZIE MAMMA»

«Ho sempre desiderato studiare astrofisica – ha raccontato Cataldo – i miei genitori mi hanno sostenuto senza riserve, anche se questo significava trasferirmi a Milano. Dopo la maturità al liceo scientifico-tecnologico “Oreste Del Prete” di Sava, uno dei primissimi in Italia, mi iscrissi alla Statale. Proprio di fronte c’era la residenza Torrescalla di Fondazione Rui, che mi piacque subito: fortunatamente riuscii a entrare e a ottenere una borsa di studio per merito, poi confermata per quattro anni. Pensavo che nel mio futuro ci fosse la ricerca pura, invece un incontro di orientamento con un universitario che frequentava il quarto anno di ingegneria aerospaziale al Politecnico cambiò la mia vita: l’entusiasmo, la passione con cui ci parlò della missione dello Space Shuttle Colombia – purtroppo non andata a buon fine – mi conquistarono. Capii subito cosa volessi fare da grande: progettare, costruire, sporcarmi le mani come mi avevano insegnato mio padre e mio nonno, entrambi meccanici. Presa la decisione, occorreva trovare la maniera per cambiare ateneo e facoltà senza perdere l’anno».

Dell’importanza della Fondazione Rui, scrisse mesi fa la Gazzetta del Mezzogiorno. La Fondazione gestisce dodici Collegi universitari di merito: non fornisce solo vitto e alloggio, ma anche progetti formativi personalizzati: lezioni interdisciplinari del progetto JUMP-Job University Matching Project, incontri di orientamento con professionisti, serate e incontri con ospiti. Al quotidiano barese Giuseppe Cataldo aveva raccontato: «La vita in residenza e la dimensione comunitaria e internazionale, insieme alle iniziative di volontariato, fanno il resto».

«Gli incarichi in residenza sono determinanti – spiegava alla Gazzetta – io al terzo anno sono stato nominato Direttore Studi e questo mi ha fatto crescere moltissimo sotto il profilo della leadership: dovevo coordinare l’attività di una trentina di tutor, tra cui me stesso, studenti più avanti negli studi che aiutano gli altri a dare il meglio, a mantenere la rotta anche nei momenti di fatica e di difficoltà. Ero uno scout, avevo già avuto la responsabilità di guidare dei gruppi, ma quell’investitura ha accelerato moltissimo la mia realizzazione personale».

the-white-house-1623005_960_720«TORNO QUANDO POSSO»

Non spesso, ma Giuseppe a Lizzano torna appena può. Scappa a trovare i suoi genitori, fa un po’ di vacanza, assapora il verde e i vigneti, la costa, il mare che da queste parti non ha eguali. Di questo ragazzo-prodigio ne parlavano già diversi anni fa. Non erano in molti a dare peso alla sua storia. Qualcuno, forse, pensava che quel coraggio trovato dal giovane fosse “a tempo” e che, alla fine, Giuseppe sarebbe stato assalito da quella botta di nostalgia e che fra il girare il mondo e restarsene a casa, avrebbe preferito la seconda ipotesi. Creandosi un futuro sì rispettabile, ma mai così importante.

Oltre all’italiano, il nostro scienziato parla e scrive correntemente l’inglese e il francese. Non chiosiamo la sua storia con un «…da non crederci». Intano perché crediamo fermamente che tutto possa accadere e che i sogni vadano inseguiti, accarezzati, sostenuti. Non c’è altro sistema per vederne concretizzare almeno uno e importante. E’ la sintesi della storia di Giuseppe Cataldo, lizzanese, che da piccolo faceva voli con la mente e, alla fine, anche se è solo l’inizio, è davvero volato negli Stati Uniti, destinazione Nasa, per diventare uno degli uomini di punta dell’Agenzia aerospaziale americana.

«Questo telescopio – spiega lo scienziato – cambierà i libri di scienze, ci permetterà di trovare la risposta a tante domande che ancora ci poniamo, scopriremo cose che oggi non riusciamo neanche ad immaginare; ci permetterà di capire le origini dell’universo, l’evoluzione delle prime stelle e galassie, quelle che si sono formate subito dopo il Big Bang. Gli strumenti a bordo sono stati concepiti per studiare la composizione chimica dell’atmosfera di questi pianeti. Riusciremo a capire di cosa sono fatti e soprattutto se possano ospitare qualche tipo di vita».

La Nasa gli ha conferito l’“Early Career Public Achievement Medal”, riconoscimento per il contributo essenziale alla realizzazione del telescopio; a seguire, il “Group Achievement Award” per i risultati raggiunti durante la fase di collaudo; e l’“Engineering Award” per l’innovazione portata nel processo di validazione dei modelli matematici. È l’unico italiano ad aver ricevuto tre premi così prestigiosi. Se non è una grande soddisfazione questa.

«Terrone»? Vergogna!

Grave episodio di razzismo in una gara di calcio

Durante Atalanta-Fiorentina, dalla curva della squadra di casa un coro offensivo nei confronti di Rocco Commisso, presidente della squadra ospite. Non gli perdonano, evidentemente, le origini calabresi e l’aver fatto fortuna negli Stati Uniti. Il successo con una catena di tv via-cavo e l’orgoglio di sentirsi italiano. Duro comunicato della società viola: «Negli Stati Uniti, da italiani emigranti, abbiamo combattuto il razzismo e tenuto alto l’onore del nostro Paese: ora gli organi preposti prendano misure severe»

stadium-2791693_960_720Il razzismo su qualsiasi latitudine è inaccettabile. Quando poi è fra connazionali e per giunta declinato su un campo di calcio, l’episodio di intolleranza è ancora più esecrabile. E’ successo nella gara Atalanta-Fiorentina, gara vinta di stretta misura dai padroni di casa. Durante la gara dalla curva della Dea si è alzato un coro contro Rocco Commisso, calabrese, a dodici anni emigrato negli Stati Uniti dove ha fatto fortuna con una enorme catena di tv via-cavo, patron della squadra viola: «Commisso terùn». Commisso terrone. Cori stupidi contro il presidente della squadra ospite, etichettato come «terrone», qualcosa che nella testa dei bergamaschi una volta pronunciato deve dare un senso di liberazione. Bello, secondo loro, dare del «terùn» a un meridionale. Deve essere una grande soddisfazione, specie se si è in tanti e l’oggetto del pesante sfottò non può difendersi da un’accusa che, poi, dovrebbe inorgoglire chi è del Sud, specie chi ha fatto onore al nostro Paese, tutto.

Ma tant’è, si dice, ecco che la tifoseria bergamasca, una delle più passionali in Italia, esce fuori dal seminato. Quel tifo che ha spinto la squadra allenata da Gasperini ad un meritato primo posto, ad un certo punto sbarella. Molla la squadra che sta vincendo e dedica le sue attenzioni al presidente Commisso. Ci sarà anche del livore, magari anche contro un’altra delle tifoserie italiane “calde”, quella viola, ma crediamo non sia il momento storico per rovesciare all’interno di un perimetro di gioco una cattiveria gratuita che con il calcio e, in buona sostanza, con lo sport non ha nulla a che fare. Il momento storico è quello di un Paese che avverte la crisi della guerra fra Russia e Ucraina. Un malessere che si sta abbattendo sull’Italia con bollette che fanno chiudere centinaia di aziende e attività e mettendo per strada decine di migliaia di famiglie che di punto in bianco si trovano senza uno stipendio.

NO AL POPULISMO, PERO’…

Non vogliamo fare populismo, ma se anche nel calcio si ponesse un freno, la partita nascesse al primo e finisse all’ultimo minuto con applausi per vincitori e vinti, di questi tempi ripetiamo, sarebbe un bel passo avanti.

I tifosi dell’Atalanta e quelli della Fiorentina – questi ultimi prepareranno una risposta nella gara di ritorno, perché nel calcio la storia è infinita… – diranno che ci sono altre tifoserie che ne combinano di tutti i colori e via con mille esempi: a difendere quelle gemellate ed a scagliarsi quelle contro cui esiste una vecchia ruggine.

Così i tifosi dell’Atalanta hanno pensato bene di scagliarsi contro il patron della Fiorentina Rocco Commisso, presente al Gewiss Stadium per seguire la sua squadra nella trasferta di Bergamo. Non un coro isolato, come riporta calciomercato.com, uno dei siti più autorevoli e più seguito da tifosi e sportivi di calcio. Insomma, dalla curva si è levato più di una volta il coro «Commisso terùn», ponendo l’accento, come fosse un’onta, le origini calabresi dell’imprenditore italiano trasferitosi con la famiglia negli Stati Uniti.

san-siro-1940307_960_720CONTRO LE DISUGUAGLIANZE

Uno dei tanti episodi, commenta calciomercato.com, a sottolineare la lunga rivalità tra le due squadre. Una rivalità che negli anni si è fatta più accesa a causa di scontri verbali tra l’allenatore atalantino Gian Piero Gasperini e i tifosi della Fiorentina.

L’episodio maturato nello stadio dell’Atalanta ha di fatto innescato le polemiche della dirigenza viola che ha preso le difese del suo numero uno. Una nota sul sito ufficiale del club a firma del direttore generale Joe Barone, conferma la posizione della squadra gigliata che si stringe attorno a Commisso. «Abbiamo assistito ad un episodio vergognoso, non da parte di un singolo individuo ma di tutta una curva – è il commento – nei confronti di chi ha combattuto il razzismo in America ed oggi, qui in Italia, subiamo una situazione inaccettabile; non solo deve intervenire la Lega ma anche il CONI ed il Governo. Siamo disgustati e ci aspettiamo che gli organi preposti prendano misure severe: l’attenzione sul tema del razzismo deve essere a livello mondiale, non si può più fare finta di nulla».

Puglia, che pizzerie!

Regione fra le più celebrate dal Gambero rosso

Trenta in Puglia nella guida stilata dalla società leader nel settore della ristorazione. Onore alle nostre province e agli imprenditori che hanno sempre creduto alle mille possibilità che aveva questo angolo d’Italia. Anche in momenti particolarmente critici. Nonostante pandemia e i recenti aumenti di prodotti, energia elettrica e gas

pizza-in-PugliaSono trenta le pizzerie in Puglia fra quelle italiane, nella guida stilata dal Gambero Rosso. La società leader in Italia e nel mondo nei settori del mangiare e del bere attraverso editoria, tv, eventi e formazione, quest’anno ne ha premiate cinque nella provincia di Bari, tre a Foggia ed in provincia, due nel Brindisino, ben quindici tra Lecce e provincia, tre nella Bat, due in provincia di Taranto, entrambe di Martina Franca: “Pomodoro e Basilico” (87 punti e due spicchi di pizza) e “Jonny” (77 punti ed uno spicchio di pizza).

La guida Pizzeria d’Italia del Gambero Rosso, che quest’anno ha selezionato settecento attività italiane nel campo della ristorazione con una sorta di appendice nella quale sono state valutate le migliori pizzerie italiane nel mondo. Più di cinquanta, quelle scelte da Top Italian Restaurants, che quest’anno ha tagliato il traguardo dei dieci anni. La cerimonia di assegnazione dei riconoscimenti si è svolta al Palacongressi della Mostra d’Oltremare di Napoli. Sul palco alcuni fra i più grandi maestri pizzaioli d’Italia. Novantasei le pizzerie “al piatto” (Tre Spicchi) e dodici pizzerie “al taglio” (Tre Rotelle) con novità e conferme. Presenti come per la scorsa edizione e le precedenti, spiccano come sempre i grandi maestri della prima ora, che hanno avuto l’intuizione di compiere passi in avanti in perfetta sintonia con i tempi. A questi autentici maestri del settore è, infatti, dedicato il riconoscimento dei riconoscimenti (Stelle) in quanto negli ultimi dieci anni hanno ottenuto sempre “Tre Spicchi” e “Tre Rotelle”. Nove, quest’anno, sono stati i premi speciali.

CONCORRENZA AUTOREVOLE

Anche in Puglia, come si evince dalle ultime classifiche, ci sono pizzerie che possono entrare in stretta concorrenza con il territorio che per elezione può essere considerato il numero uno al mondo: la Campania. In principio era Napoli la culla della pizza, poi con il passare del tempo, i maestri pizzaioli sono stati contesi dai migliori ristoranti e pizzerie della Campania, da Capri a Ischia, da Procida a Sorrento, e chi più ne ha più ne metta.

Detto della Campania, però, anche il Tacco d’Italia, la Puglia, può vantare massima soddisfazione. La parte del leone, all’interno di questa speciale classifica la riveste il Salento, con quindici pizzerie. Del resto è proprio il Salento il grande attrattore che convoglia nella nostra regione ogni anno milioni di turisti. Proprio in virtù di questo richiamo, anche le vicine province ricche di cultura e tradizioni gastronomiche, si sono attrezzate. Così nelle altre province, da Taranto a Bari, proseguendo con Brindisi, i ristoratori si sono attrezzati di conseguenza.

Nella nuova Guida Pizzerie d’Italia del Gambero Rosso – fa sapere il brand leader nella ristorazione – è emerso uno spaccato della nuova normalità post pandemia. Non è un caso che le pizzerie siano state fra le prime attività a registrare il tutto esaurito, con un settore che ha dato prova di grande vitalità e capacità di reinventarsi e rinnovarsi.

pizza-pala-alfa-forni-600x379PIZZA ALLA PALA, MA ANCHE…

Molti i pizzaioli che hanno migliorato, diversificando, per esempio, gli impasti per sottoporre alla clientela specialità sempre diverse: oltre alla tradizionale pizza alla pala, infatti quest’anno sono state considerate piccole “opere” pizza in teglia, pizza al padellino, pizza al vapore.

Per non parlare di quanto, nel frattempo, come già segnalato lo scorso anno, vale a dire gli orti di proprietà per assicurare una pizza sempre più agricola e sostenibile. Cresciuta l’offerta del bere con bevande sempre più centrate, con un consolidamento del binomio pizza-cocktail, con un servizio in sala iperprofessionale.

Considerando i parametri utilizzati anche quest’anno dal Gambero rosso, dunque, non si può che essere lieti di una “chart” che rende onore alla Puglia, alle attività del posto e agli imprenditori che hanno sempre creduto alle mille possibilità che aveva questo angolo d’Italia in periodi particolarmente critici: quello che gravitava intorno al lockdown o pandemia che dir si voglia, e, a seguire, quello del conflitto Russia-Ucraina con aumenti esponenziali circa prodotti, energia elettrica e gas.