Salvatore, un nome…

Un vicebrigadiere salva una ragazza che voleva farla finita

E’ mezzanotte, Ponte Meier di Alessandria. Una telefonata avvisa i carabinieri. Una pattuglia a luci spente arriva sul posto. Un giovane siciliano in divisa scavalca il muretto, si siede accanto alla “vittima” e le parla. Storia di un angelo

 

Una storia a lieto fine. Cominciata nel peggiore dei modi, con quel male oscuro che si insinua nella mente di chi è debole. Difficile venirne a capo, perché se esiste qualcosa di imperscrutabile, quello è il cervello umano. E hai voglia di mandare l’uomo sulla luna o a visitare nuove forme di vita. Quelle ce ne sono e avanzano già qui, sulla terra. Così ci tocca assistere, comunque a leggere ad episodi come quello accaduto sul Ponte Meier di Alessandria, protagonista una ragazza, fragile, e il suo salvatore, che di nome fa proprio Salvatore, Salvatore Germanà, un ragazzo siciliano di Leofonte. Uno dei tanti ragazzi del Sud che fanno domanda, si arruolano nell’Arma e partono, vanno a Nord, non sempre benvisti, perché ancora secondo qualcuno – sempre più isolato – nel Terzo millennio ci sarebbe ancora differenza fra meridione e settentrione, fra bianco e nero.

Salvatore per molti è un eroe, per altri un angelo. È poco più di mezzanotte, una ragazza vuole gettarsi nel vuoto. Questione di attimi, quel briciolo di ragionamento la tiene in vita, ancora seduta lì sul parapetto del ponte Meier di Alessandria.

Non sappiamo come e dove, chiunque voglia farla finita – sarà incoscienza – prende coraggio e compie l’ultimo gesto. La ragazza che ha intesta il farla finita, fa una videochiamata alla madre per dirle di volerla fare finita. Pensate alla reazione della mamma, le domande che la donna pone a sua figlia. Una delle principali – proviamo a ipotizzare – «Dove ho sbagliato?». E, ancora una preghiera, «Ti prego, non farlo, hai fra le mani il dono più bello: la vita; non puoi gettarlo via così». Perché qualsiasi scusa possa avanzare la ragazza non vale il prezzo della vita. Ma è la fragilità, il male oscuro, il mostro contro cui in molti combattono ogni giorno: farla finita, cancellarsi dal mondo.

 

«MAMMA, BASTA!»

Mentre la ragazza parla con la mamma, provano a conversare, arrivano i carabinieri del Nucleo Radiomobile. Lo fanno con la massima discrezione, a fari spenti e senza sirene. Su quell’auto c’è Salvatore. Dice al collega di fermarsi, va bene così. Il ragazzo siciliano ci ha già pensato: deve intervenire di in prima persona.

Salvatore interpreta a modo suo il codice dell’Arma. Quello invita alla prudenza, a prendere tempo. Ma a mezzanotte non c’è tempo, così – ecco il coraggio, a mente serena – scavalca la balaustra e raggiunge la ragazza. Salvatore rivolge con un filo di voce una frase, di quelle rassicuranti. Ma la ragazza non vuole saperne, minaccia di buttarsi, lanciarsi nel vuoto e «farla finita».

Il vicebrigadiere, però, riesce a guadagnare la fiducia della ragazza. Si siede accanto a lei, a rischio della vita. Ci vuole poco in frangenti concitati che un ripensamento, uno strappo conduca di sotto entrambi, uno aggrappato all’altra.

Salvatore imperturbabile. Non pensa ai titoli dei giornali, a quell’ora ci sono solo lui, la ragazza e il suo collega. La cosa resterà fra loro. Così le chiede come si chiama e perché – in nome di dio – vorrebbe suicidarsi.

 

 

«VIA TUTTI, TRANNE…»

La ragazza non si fida di quanti stanno arrivando sul posto. Chiede di far allontanare tutti ad eccezione del carabiniere. I due continuano a parlare e ad un certo la giovane e il vicebrigadiere si alzano, si avvicinano in prossimità della balaustra. E’ in quel momento che la ragazza viene afferrata dagli altri carabinieri intervenuti. Basta un attimo, un ripensamento e la ragazza poteva tornare a passo di carica indietro, al proposito di farla finita. Ma è salva. Grazie a Salvatore, che il Cielo benedica quei genitori che segnano con un nome un proprio figlio, quella ragazza rivedrà la luce del mattino, sentirà l’abbraccio caloroso della mamma che non se la farà sfuggire una seconda volta.

Un gesto, quello del vicebrigadiere, che ha salvato una vita umana e che ha subito fatto il giro del web. Nonostante lui, il carabiniere, non volesse. Essere al servizio del prossimo fa parte del suo lavoro. E senza discriminazioni, nord-sud, nero-bianco. Il vicebrigadiere ha poi raccontato cosa ha detto alla ragazza per convincerla a non compiere quel gesto estremo. Ha convinto la ragazza parlando delle sue stesse a soltanto parlato delle sue stesse fragilità: «Siamo uomini anche noi carabinieri, abbiamo paura come tutti».

Ma, attenzione. Il vicebrigadiere Salvatore Germanà del comando provinciale dei carabinieri di Alessandria non è un eroe per caso. La sua professione unita alla sua attitudine ad agire con lucidità e prontezza lo hanno fatto diventare un angelo, non solo della ragazza che ha tentato il suicidio dal ponte Meier di Alessandria. Nel 2019, Salvatore trasse in salvo una bambina di sette anni salvata dall’annegamento. Un angelo.

Settimana Santa, che richiamo!

Taranto, strade affollate, lunghe code e ristoranti “sold out”

Le attività locali lavorano, ospitano turisti, offrono un profilo professionale di alto livello. Le due processioni, Misteri e Addolorata, fanno il pienone. Nonostante il tempo si alterni, la partecipazione è straordinaria. Felici gli esercenti, uno segnala due “portoghesi” alla polizia

 

Mature, un inglese stiracchiato, provano a fare le portoghesi. Cioè a non pagare una cena appena consumata. Fanno, si dice da queste parti, orecchio da mercante. Provvidenziale, interviene una pattuglia della polizia e scatta l’identificazione.

In una Taranto con un occhio ai Riti e uno ai turisti, accade anche questo. Giovedì santo, ora di cena. Due donne con accento inglese, anche se non sembra proprio quella la lingua-madre, fra i cinquantacinque e i sessant’anni, siedono a tavola, in un ristorante del centro, un soffio da piazza Immacolata. Consultano il menù, ordinano, consumano, ma prima del conto provano a darsela a gambe. Inseguite, raggiunte e invitate a “saldare”, reagiscono. Provano a divincolarsi, urlano, poi la telefonata alla polizia. Una pattuglia identifica le due signore e parte la denuncia.

 

C’E’ SEMPRE DA IMPARARE

«Non si finisce mai di imparare – dice il titolare del ristorante interessato da blitz e fuga raccontando un episodio recente – non si può stare più tranquilli: la gente si siede sempre più spesso per mangiare una pizza, piuttosto che consultare il menù, quando poi vedi stranieri pensi che possa lavorare e incassare; invece, ecco il raggiro che non t’aspetti: due donne, mature, ben vestite, guardano il menù, chiedono, consumano e vanno via, perché di pagare non vogliono proprio saperne; fermate dalla polizia, agli agenti hanno giustificato il loro rifiuto dicendo che il conto non era giusto: tutto questo, nonostante avessero letto menù, dunque piatti e prezzi, infine mangiato e con appetito aggiungo io; non so che dire, ma nel commercio, come dicevo, non si finisce mai di imparare».

Cozze e pesce, sono le superstar. Parola di tedeschi, francesi, olandesi, spagnoli, portoghesi. A seguire: grigliate, scampi, seppie e gamberoni. Poi, prima del conto il caffè, lungo per i portoghesi, espressino per gli spagnoli. Per non parlare, dicono i ristoratori, dei francesi: prima del pranzo, sulla tavola vogliono il cappuccino. Evidentemente i gusti sono gusti, giustificano gli esercenti; il cliente ha sempre ragione, aggiungono, e via di questo passo.

In questi giorni di Settimana Santa, Taranto ha accolto centinaia di turisti. Ristoranti e trattorie hanno lavorato. Le tradizioni religiose possono fare la differenza. Le processioni di Addolorata e Misteri, sono un grande attrattore. Due processioni fra stretti e vicoli, senza soluzione di continuità. La prima in uscita il Giovedì Santo, la seconda a sfilare il Venerdì Santo.

 

 

CITTA’ VECCHIA, CHE FASCINO

Dunque, Città vecchia, poi Cattedrale di San Cataldo, Museo nazionale, Castello aragonese, Lungomare e Ponte girevole, Concattedrale Gran Madre di Dio, piazze, centro cittadino. Non basta un giorno per visitare Taranto. Dunque, ecco il bis, i b&b che accettano prenotazioni e sfoggiano professionalità. Consegnano depliant, indicano anche la visita “mordi e fuggi” per chi ha fretta, ma anche un piano extralarge, invitando a restare nel fine-settimana, perché è una città che difficilmente rivedranno vivere con così grande intensità. Specie durante la Settimana Santa.

«Il turista – dice un altro ristoratore – quando non ha la colazione al sacco ed entra in un locale per pranzare o cenare, ha già le idee chiare; se non riesce a spiegarsi a parole, passa al frasario, infine fa ricorso a un dizionario universale, quello dei gesti: e, anche qui, scatta l’interprete; alla fine, un po’ di mestiere, e ci si capisce: mostriamo le sperlunghe».

Gli stranieri si fidano. «Un po’ sì e un po’ no – puntualizza un cameriere, tutto esperienza e adagi –  sono sempre meno quelli che non badano a spese e si lasciano consigliare, purché sia “tutto mare”; quelli un po’, come dire “stretti di petto”, col freno a mano, se potessero ti seguirebbero fino in cucina e ti darebbero anche una mano a fare i conti e ad arrotondarli: c’è stato un tempo in cui siamo stati martello, ora ci tocca essere incudine; l’importante è riuscire a portarsi la pagnotta a casa, in tempi di crisi ristoranti e trattorie non corrono il rischio di fare indigestione».

Italia, come stai invecchiando!

Allo studio l’assistenza agli anziani mediante robot

Lo studio riportato dal New York Times e ripreso da Open. Stanno per sfondare il muro dei quattro milioni gli over 75. Diminuiscono badanti e collaboratori domestici, l’alternativa è una “macchina pensante”

Il mondo sta invecchiando. L’Italia che fa sempre le cose per bene quando si tratta di farsi del male, si sta portando avanti con il lavoro, tanto da risultare in assoluto uno dei Paesi più anziani. Ci scappava “più vecchi”, ma cerchiamo di fornire ancora una via di fuga al nostro Paese, anche se ad onor del vero non è messo tanto bene. Nascono sempre meno bambini e la cultura dell’accoglienza, utile anche per l’incremento demografico e per la forza lavoro, non è ancora del tutto assorbita da questo e dai precedenti governi. Speriamo che il tempo sia, si dice, signore, e alla fine porti alla ragionevolezza e faccia significativamente ringiovanire la media degli italiani.

Riprendiamo dal nocciolo della questione, riprendendo una radiografia fatta in questi giorni dal New York Times e ripresa lodevolmente da “Open”, testata giornalistica fondata da Enrico Mentana, uno che conosce il suo mestiere e, in questa occasione, prova a fare anche l’editore. Insomma, i problemi demografici del nostro Paese purtroppo non sono più una notizia. L’Italia è da tempo una delle nazioni europee con il quoziente più basso nelle nascite. Su sessanta milioni di abitanti, oltre sette milioni hanno superato i settantacinque anni di età.

 

 

TERZA ETA’, MANCA ASSISTENZA

Un risultato, come ha riportato anche “Open”, che si riflette su diversi ambiti della società. Uno di questi, scrive il New York Times, è, per esempio, la mancanza di assistenza, a cominciare da badanti e collaboratori domestici. Il quotidiano americano ha pubblicato un articolo di Jason Horowitz, corrispondente da Roma, che radiografa proprio questo fenomeno. Titolo inequivocabile. “Chi si prenderà cura dei più anziani in Italia, forse i robot?».

L’inchiesta del New York Times: sono circa quattro milioni gli anziani italiani non autosufficienti. Da qui la forte richiesta di badanti e collaboratori domestici, che, con l’invecchiamento della popolazione, è destinata a crescere. E’ per questo motivo, scrive il giornalista, che c’è chi sta pensando ai robot.

Per decenni, ricorda Horowitz, l’Italia aveva risolto il problema della forte domanda di badanti attraverso con lavoratori stranieri, magari retribuiti in nero e provenienti dall’Est. Il progressivo invecchiamento della popolazione, – scrive il New York Times – però potrebbe richiedere nuove soluzioni. Tanto che già di recente il quotidiano americano aveva dedicato la sua prima pagina ai problemi dell’Italia, eleggendo il nostro Paese come il capofila dello tsunami demografico occidentale.

 

ATTREZZIAMOCI COL CERVELLONE

Ecco, allora, allo studio l’impiego di robot. Provare ad aiutare i programmatori di questi “cervelloni” a mettere a punto un sistema più funzionale, per esempio, alle richieste delle strutture di accoglienza, quelle che ospitano gli anziani. Ciò nella speranza che un giorno questi robot possano davvero fornire un contributo a chi lavora nel settore. Dobbiamo guardare a tutte le soluzioni possibili, anche dal punto di vista tecnologico, si è detto in un confronto producente (pare). L’impiego delle macchine nell’assistenza sono già in piena attività in Giappone e in via di attività negli Stati Uniti. L’Italia potrebbe presto aggiungersi all’elenco di quei Paesi che stanno facendo più di un pensierino a questa soluzione. Gli italiani, longevi secondo le statistiche avranno tutto il tempo per vedere come andrà a finire. 

Marche, ancora tu…

Firenze e Siena, città longeve, qui si vive di più

Ma c’è anche Macerata. Si vive bene, si mangia meglio. Poco stress e alimentazione sana. Poi c’è Ravenna, senza contare Treviso che fra le più belle è una vera star

Diciamo, con una certa sicurezza, unita a una buona dose di approssimazione quali sono le città, oppure le zone, le regioni d’Italia in cui molti vorrebbero vivere.  Al Nord, per esempio, dove l’economia e le occasioni di lavoro sono più elevate che al Sud. Per contro, però, sappiamo anche che al Sud il costo della vita è decisamente più basso.

Chiediamoci, allora, quali sono le città in cui non solo si vive meglio, ma si vive più a lungo. Se consideriamo la qualità della vita ecco che in Italia alcuni dei “luoghi migliori” ci spiazzano.

Premesso che quando ci chiediamo quali siano le città con la qualità della vita più alta pensiamo a Milano, oppure Bologna. O, magari, ancora alle città come Trento e Bolzano, perché ricche, sicure, pulite e in cui i servizi funzionano ottimamente.

Ma, attenzione, non sempre la qualità è sinonimo di lunga vita. A contribuire alla longevità sarebbero fattori importanti: alimentazione, clima, ritmo di vita tranquillo, elementi che messi insieme aiutano, e non poco, ad una esistenza serena. Secondo la classifica stilata dall’ Osservatorio Nazionale della Salute sulla città dove la gente vive di più, da qualche tempo ai primissimi posti c’è Firenze.

Nel capoluogo toscano una recente indagine certifica che proprio qui sia presente il maggior numero di persone che ha raggiunto un’età importante: gente che di novant’anni o che i novanta li ha superati senza problemi.

 

 

NON SOLO CAPOLUOGHI, MA ANCHE PROVINCE

Macerata, per esempio, è un’altra delle città con la popolazione più longeva d’Italia. Tanto da appartenere a una regione che già vanta il miglior indice di longevità di tutto il centro Italia: le donne hanno una vita media più elevata (ottantadue anni), mentre gli uomini presentano un dato medio più basso (settantasei, sei punti in meno rispetto al sesso “debole”).

Il motivo di questa longevità sarebbe da ricercare nell’alimentazione sana e genuina, motivo grazie al quale la vita media della popolazione è aumentata.

Detto in parole povere: mangiare sano aiuta l’organismo a mantenersi in salute. Non finisce qui, perché secondo i dati Istat la media di vita è destinata ad aumentare: Macerata, ma sostanzialmente le Marche, restano città e regione rimangono virtuose nel campo del salutismo alimentare.

C’è poi Ravenna. Qui la vita media delle donne è più alta rispetto alle altre città italiane: una cifra attesta certifica ottantatré anni. L’aspettativa di vita degli uomini invece è intorno ai settantasette anni.

 

 

OTTANTASEI ANNI…

Ancora Marche, con Ancona, altro manifesto di longevità. Ad Ancona, il dato conferma sostanzialmente quello relativo a Ravenna, le donne hanno una speranza di vita media che si aggira intorno agli ottantatré anni, mentre per quanto riguarda i maschi siamo intorno ai 77 anni.

I dati mostrano come la speranza di vita sia in costante crescita e che le Marche possano essere ritenute l’isola felice.

Torniamo in Toscana. Negli ultimi anni ha visto impennare l’indice di longevità, tanto che Sienaè la città che fa registrare il dato migliore per quanto riguarda le donne: ottantasei anni, mentre per gli uomini è di ottantadue anni. Dati inoppugnabili, tanto che la Toscana secondo i dati Istat, a ragione, viene considerata la regione dove si vive meglio rispetto al resto d’Italia.

Anche in Veneto, a Treviso, il primato spetta alle donne: la speranza di vita media che si attesta sugli ottantatré anni. Due anni fa due sorelle sono scomparse a centotredici anni, mentre l’altra pare si stia avvicinando a spegnere la centesima candelina. Ancora giovane, insomma.

Ma se c’è una maglia rosa, esiste anche una maglia nera. Fanalino di coda della classifica stilata dall’Osservatorio Nazionale della Salute è Napoli: città bellissima e fra le più visitate di tutto il mondo. Pare che i napoletani si curino poco e non prendano in seria considerazione la salute. 

Nina non aver paura…

Diciannove anni, studentessa, sindrome di Down, esami negati

 

In un liceo bolognese non l’hanno ammessa all’ultimo passaggio per conseguire la maturità: sarebbe stato troppo stressante, avrebbero motivato alcuni docenti. I genitori, due musicisti, l’hanno ritirata, la loro ragazza ci riproverà l’anno prossimo. Non vuole fermarsi, vuole l’università

 

Diciannove anni, sindrome di Down, alla soglia dell’esame di maturità in programma a giugno, gli insegnanti del suo liceo bolognese, non la ritengono ancora all’altezza di un esame di maturità. Questa è la storia di Nina, una ragazza che si è vista negare la soddisfazione di affrontare, come è giusto che fosse, la sua commissione di esami. La stessa commissione che avrebbe dovuto ammetterla all’ultimo passaggio di studi del liceo.

“Troppo stress”, il motivo con il quale hanno invitato ragazza e genitori a ripresentarsi l’anno prossimo. Non vogliamo sostituirci a psicologi o specialisti, così ci interroghiamo: ma non sarà più stressante per una ragazza debole sotto l’aspetto psicologico – secondo quanto dicono gli insegnanti – una bocciatura, rispetto a sentirla, sottoporla a interrogazioni come fosse una normale studente? Poi uno studente, a seconda le attitudini può essere promosso o bocciato, comunque – nel secondo caso – ad essere incoraggiato perché per il prossimo anno si prepari ancora meglio per riscattarsi.

Invece succede. E non in una città del “profondo” Sud, dove ci sarebbero – tutto da dimostrare – distanze con l’“alto” Nord, no no, ma a Bologna, perfettamente al Centro dell’Italia e, in più, culla della cultura, se è vero come è vero che la Città delle Due torri è considerata “La Dotta”, prima città italiana ad ospitare una sede universitaria, dunque una scuola ancora più elevata rispetto agli altri cicli di studio, elementari, medie e superiori.

 

 

I SOGNI NON SI SPENGONO MAI

Nina, come racconta in una sua nota Il Messaggero, ha diciannove anni, è affetta dalla sindrome di Down. Nina avrebbe un desiderio, come ogni studentessa della sua età: sostenere l’esame di maturità a giugno prossimo ed essere promossa. Questo il suo sogno, infranto per ora, secondo quanto riporta la cronaca: gli insegnanti del liceo nel quale la ragazza è iscritta, per quest’anno le hanno negato questa soddisfazione: troppo stressante per lei sottoporsi al fuoco di fila della commissione d’esami.

Insomma, a prima vista sembrerebbe una storia di ordinaria discriminazione. Usiamo il condizionale, non avendo letto le motivazioni scritte dei docenti e navigando solo in superficie (per questo motivo non abbiamo riportato il cognome della studentessa, né il nome del liceo…). In soldoni, fatto sta che i genitori di Nina, entrambi musicisti, dopo aver sentito il pronunciamento dei docenti hanno deciso di ritirare la loro figliola. Nina ci riproverà, però, l’anno prossimo: la ragazza vuole mantenere aperta la possibilità di conseguire il diploma di scuola secondaria superiore, titolo necessario per accedere all’università e ad alcune professioni.

 

L’ANNO PROSSIMO ANDRA’ MEGLIO…

Nina, scrive Il Messaggero, è una ragazza determinata, con una memoria spiccata, appassionata di musica, danza e teatro. Questo basterebbe e avanzerebbe, rispetto ai propri coetanei. Invece lei ha studiato violino, chitarra, flauto e suona anche il tamburo a cornice. Nonostante le difficoltà legate alla sua condizione di ragazza con la sindrome di Down, Nina è sempre stata entusiasta della scuola, presumiamo anche dei suoi docenti. Ha in mente un sogno: vorrebbe diventare un’artista. Per gli alunni con disabilità, alle superiori ci sono tre programmi tra cui scegliere: ordinario, personalizzato con obiettivi minimi (equipollenti) che porta all’ammissione all’esame di Stato vero e proprio (ma con prove rimodulate) e differenziato che al termine dei cinque anni fa conseguire un attestato di competenze senza alcuna validità. Gli insegnanti di Nina, già nelle prime settimane del primo liceo, avevano optato per il programma differenziato, quello che al termine del quinquennio fa conseguire un attestato di competenze senza alcuna validità. I genitori all’inizio hanno accettato questa scelta per non mettersi in contrasto con la scuola, ma in seguito hanno chiesto se la figlia potesse invece diplomarsi. E’ questo l’obiettivo dei genitori della ragazza diciannovenne e, soprattutto, della stessa Nina.

«Ragazzi, mondo straordinario»

Luigi Garlando ospite dell’Istituto comprensivo “Alessandro Volta” di Taranto

 

«Domande mai banali, talvolta provocatorie, ma sempre divertenti: quanto guadagni, si “cucca”?». Il blocco dello scrittore, una sola volta nel 2006 e spiega perché. Prossimamente due sceneggiati Rai da due suoi titoli: “‘O maé” e “L’album dei sogni”

 

Nei giorni scorsi il giornalista-scrittore Luigi Garlando, è stato a Taranto, ospite di un progetto promosso dalla scuola “Alessandro Volta”, istituto comprensivo diretto dal dirigente scolastico Teresa Gargiulo. Garlando, una laurea in Lettere moderne, firma di punta della Gazzetta dello sport, tiene una rubrica settimanale anche su Sportweek. Più di trenta libri, best-seller, premi a non finire, centinaia di cronache fra campionati e gare di Champion’s, Mondiali di calcio, Olimpiadi e Tour de France.

Ai ragazzi della “Volta”, all’interno dello spazio “Aperitivo d’autore”, Garlando ha parlato del suo libro “Siamo come scintille”. Decine le domande poste dagli studenti, infine omaggi musicali. Gli stessi ragazzi a suonare pianoforte ed eseguire spartiti con formazioni di violini e chitarre.

E’ stato un bel corpo a corpo con studenti che hanno formulato decine di domande.

«E’ sempre importante per chi scrive confrontarsi con i suoi lettori, perché quanto scritto può essere percepito in modo diverso dai ragazzi. Questo tipo di confronto credo sia necessario, oltre a darti ulteriore carica per i libri futuri».

Una domanda che ti ha messo in difficoltà?

«Non una in particolare, se non quando mi chiedono quanto io guadagni, perché spiritosamente i ragazzi ti rivolgono anche domande provocatorie di questo tipo. C’è chi, per esempio, sempre per puro divertimento e alleggerire la conversazione, durante un incontro mi ha chiesto anche se uno scrittore “cucca”, cioè se è avvantaggiato nel rubare cuori…».

 

 

Gianni Brera prendeva appunti sul bianco della stagnola del pacchetto di sigarette; Umberto Eco sulla bustina di minerva, tanto da farne una rubrica. Tu che non fumi, dove riporti i tuoi appunti?

«Sull’agenda che mi porto sempre dietro. Sono ortodossamete legato all’agenda cartacea e, dunque, non scrivo o memorizzo note per esempio sul telefonino o sul cellulare. Approfitto delle pagine bianche dei giorni trascorsi, così che anche i giorni passati, che sembravano inutili tornano utili perché segno appuntamenti importanti».

Come è cambiata la cronaca di un cronista sportivo che scrive su un giornale, considerando che le tv il giorno prima hanno già commentato le gare e mostrato i gol da mille angolazioni? Cosa deve inventarsi un giornalista per catturare l’attenzione del lettore?

«E’ cambiato il modo di scrivere e raccontare la partita di calcio. Inutile fare la cronaca, quello lo diamo per perso, visto che televisioni e siti hanno già radiografato le azioni salienti della gara. Ci tocca, dunque, l’approfondimento: passare dallo snorkeling, cioè  dall’osservare in superficie, al diving, vale a dire andare in profondità. Una volta l’approfondimento lo facevi dal martedì in poi, adesso ti tocca farlo la domenica mentre racconti la partita: sai che la tv dirà cosa è successo, tu la domenica sera devi scrivere per il lunedì spiegando perché e come è successo».

Mai venuto il blocco dello scrittore, quando manca il concentrarsi e non avere alla portata quella fantasia indispensabile per chi racconta in modo romanzato il calcio?

«Il momento più drammatico della mia carriera è coinciso con uno dei risultati più belli conseguiti dalla Nazionale italiana. Semifinale 2006, Germania-Italia a Dortmund, 0-2. Non mi toccava scrivere la cronaca della partita, bensì il personaggio, cosicché a un minuto dai calci di rigore il personaggio non c’era, eravamo sullo zero a zero. Avevo praticamente la pagina bianca, poi Pirlo ha fatto quel passaggio magnifico a Grosso ed ecco che di colpo è spuntato il personaggio tanto desiderato. E in dieci minuti ho dovuto scrivere quelle settanta righe più veloci della mia carriera».

 

 

Nel libro presentato alla scuola “Volta” di Taranto, “Siamo come scintille”, edito da Rizzoli, c’è Scià (nick che viene da “shadow”, ombra), una instantpoet di appena sedici anni che ha due milioni di follower e viene affiancata da un ghostwriter, uno scrittore-fantasma, di cinquantacinque anni con all’attivo un solo romanzo di straordinario successo. Ricorda da lontano e di spalle, qualcosa come “Scoprendo Forrester”.

«Sì, l’ho fatto anche io, se vuoi, il ghostwriter per il libro di Ibrahimovic, “Adrenalina”, andato molto bene, centocinquantamila copie vendute: non appare il mio nome in copertina, una scelta editoriale che non mi ha del tutto convinto. Evidentemente “Ibra” è considerato un dio e non può comparire in copertina il nome di un umano accanto al suo. Il mio nome è riportato all’interno, mi sono divertito e poi lui, Zlatan, è simpatico, va bene anche così».

Dal libro alla tv, due tuoi libri diventano altrettanti sceneggiati.

«Sono contento. Il primo, un romanzo per ragazzi, “‘O maé”, la storia di Gianni Maddaloni, campione di judo che ha portato alla medaglia olimpica suo figlio Pino ed ha aperto una palestra bellissima a Scampia, dove educa i ragazzi ai valori dello sport strappandoli alla camorra: questo romanzo diventerà uno sceneggiato Rai in dieci puntate, ciascuna di venticinque minuti; a seguire, anche se ancora allo studio, la saga dei fratelli Panini, inventori delle figurine dei calciatori: tratto dal mio libro “L’album dei sogni”, anche questo dovrebbe diventare uno sceneggiato Rai». 

«Vogliamo chiarezza»

Attori contro Netflix, non fornirebbe informazioni sui compensi maturati

«Compensi totalmente inadeguati rispetto ai film e alle fiction che trasmette», dicono gli artisti. «C’è difficoltà nel misurare l’effettiva rappresentatività delle diverse società che fanno gli interessi degli assistiti e individuare il repertorio che tutelano»

 

Pensavamo che fra Netflix e il cinema realizzato per la tv fosse amore, invece era un calesse. O comunque una zona grigia che in molti, adesso, vogliono schiarire. Tanto che molti attori che vogliono finalmente vederci chiaro minacciano di far saltare il banco.

«Netfilx è la nuova frontiera, le sale cinematografiche sembrano superate: ci sono gli incassi, ma le produzuoni hanno costi sempre più alti: dunque, Netflix e piattaforme simili rappresentano per mlti che fanno questo lavoro il futuro». Carlo Verdone, in una intervista di qualche mese fa. Poi parte la sua produzione, “Vita da Carlo”, una fiction tra realtà e fantasia. Fa numeri importanti e resta in attesa. Riprende, intanto, la nuova stagione. Ma Verdone è uno degli artisti e registi che garantiscono ascolti. E allora? Può lavorare solo l’artista romano?

«Ormai la maggior parte di noi, sta conun piede qua e uno là, cioè fa il cinema, arriva nelle sale, sempre meno a favore anche delle multisala se vuoi, ma poi quando fai produzione con Netflix e firmi contratti legati agli ascolti, dunque a gratifiche in seguito al gradimento del pubblico? Ti fanno ok con il pollice, cioè che tutto va bene, ma tacciono sugli ascolti». Pietro Sermonti, scherzando in un salotto fra youtube e podcast, “Tintoria”, oltre mezzo milione di contatti.

 

 

DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

Due facce della stessa medaglia, perché anche Verdone vorrà vederci chiaro nel contratto che lo lega alla nuova piattaforma che fa abbonamenti e ascolti, ma che non si pronuncia sul gradimento del pubblico. La storia è semplice: tempi complicati, non circolano molti soldi come un tempo e, allora, proviamo con Netflix. Contratto basico, legato però agli ascolti. Più gente vede un programma, un telefilm, una produzione – vendibile anche all’estero, perché no – e più guadagnano tutti. E qui nasce il malinteso. Perché attori, registi, maestranze accettano, scommettono sui progetti, ma quando c’è da tracciare una linea e fare due conti, nessuno di Netflix si pronuncia. C’è la consegna del silenzio. Ma passa il tempo, qualcuno chiede spiegazioni, gli rispondono che lui e i colleghi le spiegazioni (e i conteggi) le avranno e, nel frattempo, passano tre, quattro, cinque mesi, anche sei. E, adesso, basta.

Dopo mesi di richieste e trattative per compensi «equi e proporzionati», registra Fanpage.it, gli attori italiani hanno deciso di passare alle maniere forti e di fare causa nei confronti di Netflix depositando la denuncia al Tribunale di Roma. Solo alcuni dei nomi della squadra di attori decisi a farsi rispettare, perché il tempo dell’attesa è finito: Neri Marcoré, Alberto Molinari, Carmen Giardina Elio Germano, Michele Riondino e Claudio Santamaria, attaccano il colosso della televisione in streaming. Protestano. «Compensi totalmente inadeguati rispetto ai film e alle fiction che trasmette». Artisti 7607, l’agenzia che cura gli interessi degli attori e registi appena menzionati e tanti altri ancora, pensa che Netflix perda tempo, «butti la palla in tribuna» come si dice nel calcio. Al centro della discussione la scarsa trasparenza da parte della società sulle informazioni riguardo a quante persone seguano un film, una serie o una fiction, tanto in Italia quanto all’estero. E, dunque, quali sarebbero le cifre che guadagna su ciascuno dei progetti condivisi con attori e registi.

 

 

«PERCEPIAMO CIFRE RIDICOLE»

«Una mancanza di informazioni che permetterebbe a di versare ad attrici e attori cifre del tutto risibili», spiega Artisti 7607 e Fanpage.it riprende. Cinzia Mascoli, presidente dell’agenzia entra nel dettaglio. «La causa – dice – è l’inevitabile conseguenza di lunghe trattative nel corso delle quali la piattaforma non ha ottemperato agli obblighi di legge; non ha fornito dati completi sulle visualizzazioni; e i ricavi conseguiti in diverse annualità. Parliamo di opere di grande successo, casi in cui gli artisti si vedono corrispondere cifre insignificanti e totalmente slegate dai reali ricavi.

Già il fatto di disattendere richieste e chiudersi in una sterile difesa è motivo di tensione. «Per questo motivo – riprende la Mascoli – attendiamo sostegno e vigilanza da parte delle istituzioni per tutelare i nostri diritti: e norme oggi ci sono e bisogna farle rispettare».

Invitata a dare spiegazioni sulla vicenda, Netflix conferma «Gli accordi ufficiali firmati con diverse società che rappresentano gli attori: accordi che hanno preso forma sia in Italia che all’estero. Un’intesa è stata raggiunta con il Nuovo Imaie, che pure rappresenta tanti artisti, addirittura il 75-80% degli attori. L’Italia attualmente ha tre società che rappresentano attori e creativi. Circostanza secondo la piattaforma che non avrebbe favorito il dialogo, anche per la difficoltà di misurare l’effettiva rappresentatività delle diverse società e di individuare il repertorio che tutelano». Ecco, come dicevano alcuni attori, «palla in tribuna». E la prossima settimana si ricomincia. Anzi, non si è mai smesso.

Tarantini, i più educati

Uno studio di Preply considera pazienti i cittadini ionici

Pronuncerebbero mediamente non più di cinque parolacce al giorno. Un primato rispetto al resto dei capoluoghi italiani radiografati (una ventina). Imprecare pare sia anche salutare, purché non diventi un’abitudine. Venezia la città in cui si lasciano andare in modo più “feroce”: diciannove volte al giorno

 

Una volta tanto il fanalino di coda ci garba. Essere la città nella quale, grossomodo, si dicono meno parolacce rispetto alle altre città italiane, può essere motivo d’orgoglio. Comunque, un modo come un altro per pensare ai tarantini con atteggiamento severo. Certo, quando scappa, scappa. Qualche studioso ha sdoganato la parolaccia: potrebbe essere salutare. Insomma, liberare un momento di rabbia, piuttosto che farlo circolare nella testa, aiuta a vivere meglio. Certo, come in tutte le cose deve esserci una via di mezzo. Non abusare. Dunque, come in tutte le cose: parolaccia liberatoria purché non diventi un’abitudine.

Preply è piattaforma di apprendimento delle lingue. Bene, questa piattaforma ha realizzato uno studio sulle città italiane nelle quali si impreca di più, si dicono – senza tanti giri di parole… – più parolacce. Come spesso accade nel consultare studi attenti e attendibili, anche da questa ricerca scaturiscono risultati curiosi. E non solo per quanto riguarda la frequenza delle parole sulle quali molti ci metterebbero un bel “bip”, ma anche per le occasioni e le circostanze nelle quali queste vengono maggiormente impiegate.

 

 

PREPLY, ANALISI PUNTUALE

Secondo Preply, nello studio condotto su un campione di diciannove città italiane, i tarantini dicono mediamente solo cinque parolacce al giorno. Il che significa che Taranto in questa speciale classifica è all’ultimo posto o giù di lì, considerando che molti altri capoluoghi sono risultati ex aequo. L’italiano, da decenni considerata una lingua musicale ed elegante dai turisti di tutto il mondo, ha una storia parallela, informale, con la volgarità: le parolacce, diffuse e utilizzate di frequente nel linguaggio colloquiale, secondo lo studio darebbero forza a espressioni gioiose, rabbiose o divertenti. Non solo, ma anche spessore a momenti di difficoltà e malcontento.

L’analisi di Preply, riportata in questi giorni da TarantoBuonasera, il quotidiano diretto da Enzo Ferrari, spiega che in Italia si impreca in media 8,91 volte al giorno e che sono gli uomini a farlo più spesso: ben 11,6 volte al giorno, contro il 6,3 delle donne. Sono soprattutto i giovani a fare un utilizzo più consistente di parolacce ed espressioni volgari. Nella fascia d’età che va dai 16 ai 24 anni se ne dicono in media 14 al giorno. La media diminuisce con l’innalzarsi delle fasce d’età: 8,5 volte tra i 25 e i 34 anni; 8,6 tra i 35 e i 44 anni (poco più degli under 34) e solo 3,9 tra gli over 55.

Qual è stato il metodo con il quale la piattaforma di apprendimento delle lingue ha realizzato lo studio. Nello scorso novembre, sono stati intervistati 1.558 residenti in Italia, in 19 grandi città del Paese. Questo il campione studiato: 49,3% maschi, 50,7% femmine. Per determinare quali città si lasciano andare più facilmente alla parolaccia, è stato chiesto agli intervistati di confessare il numero di volte che esercitano questa pratica così “colorita” in un solo giorno.

 

TARANTO LA MIGLIORE, VENEZIA…

Venezia è la città che ha il primato negativo: diciannove imprecazioni al giorno. Come si spiega questo risultato in una delle località più visitate e amate d’Italia: la particolare posizione geografica della città lagunare la renderebbe più soggetta a problemi logistici, che si riversano su residenti e turisti, scatenandone così i malumori. Sempre nella classifica di Preply le altre città nelle quali si impreca di più seguono Brescia, Padova e Genova, anche meglio piazzate rispetto a Milano e Roma (quinto e settimo posto). Città sicuramente più caotiche – spiega l’analisi – ma nelle quali gli abitanti potrebbero essere più abituati a gestire gli imprevisti e quindi le proprie reazioni. Del resto al nono posto a pari merito con una media di 6 imprecazioni al giorno, troviamo Catania, Bologna, Bari, Parma, Verona e Napoli. Gli abitanti del nostro capoluogo, invece, gestirebbero in modo più sobrio contrattempi e intoppi giornalieri: Taranto, infatti, è la città nella quale si impreca di meno in assoluto tanto che, con sole cinque parolacce al giorno, si classifica al decimo posto. Se non è una buona notizia questa!

Domenica bestiale

Taranto, esplode un enorme falò, sette feriti

Inequivocabili le immagini circolate sui social. Sulle prime, causa la forte deflagrazione, si è pensato ad una tragedia. Una piramide di legna, un combustibile, una guasconata, un intero quartiere finisce nel dramma. I primi indagati. Dirette su Rai, Mediaset e La7

 

Si dice che alla follia umana non ci sia limite. Vero. Del resto, le guerre, il razzismo, violenza e mancanza di rispetto, la corsa alla ricchezza ad ogni costo, non sono forse solo alcuni gravi indizi che dicono quanto l’Uomo, in teoria essere pensante, ne abbia combinate a danno di se stesso?

Senza scomodare i grandi sistemi, veniamo al fatto. Come vogliamo chiamarla quella pazzia da periferia – detto che nei centri cittadini non siano da meno… – accaduta a Taranto domenica scorsa, se non follia pura. Poteva scapparci la strage in un solo istante. Volendo essere paradossali, deve essere stato proprio San Giuseppe cui quei cittadini tarantini avevano rivolto la loro attenzione con un enorme falò ad evitare una tragedia.

Per quei pochi che si fossero persi la notizia apparsa sui giornali, oppure in uno dei tanti collegamenti sulle reti Rai, Mediaset e La7, la storia è tanto semplice quanto idiota. Quattro imbecilli decidono di sfidare le ordinanze del Comune di Taranto, che nei giorni precedenti con la vicenda del corriere strattonato e “schienato” non aveva offerto il suo profilo migliore. I quattro, in senso metaforico – che siano di più o di meno, il virus dell’imbecillità ci mette poco a contagiare e fare proseliti – decidono che i falò di San Giuseppe si devono fare. Nonostante un comunicato dell’Assessorato alla Polizia locale di Taranto inviti alla prudenza e informi che sono già state sequestrate e smaltite cinque tonnellate di materiale infiammabile. Proprio per evitare che uno di questi falò – come poi accaduto – sfuggisse al controllo degli ingegneri della follia. Ce li immaginiamo mentre accatastano legna presa ovunque, raccattata agli angoli delle strade, accanto ai cassonetti per realizzare il più alto dei monumenti all’imbecillità umana.

 

 

INCURANTI DEL PERICOLO

Non si curano dell’effetto che possa avere, dalla loro parte hanno l’ignoranza che è la ruota di scorta di qualsiasi cretinaggine: “…Nessuno poteva immaginare quanto accaduto!”; “…Ma vi pare che se avessimo saputo, lo avremmo fatto?”. Le risposte, i furbastri del quartierino di periferia, le conoscono tutte: “Siamo ingenui, dunque innocenti!”. Certo, fosse accaduto a un loro figliolo o figliola, oppure a un congiunto, apriti cielo.

Non allarghiamo troppo il campo, perdiamo di vista la notizia all’interno della rubrica “I giorni”, i fatti di cronaca locali, nazionali, internazionali che destano clamore.

Secondo qualcuno, a caldo – è il caso di dire – poteva esserci stata anche una bombola a gas nella catasta di legna data alle fiamme per il falò di San Giuseppe in via Deledda a Taranto, nel rione Tamburi. Questa era stata una delle prime ipotesi degli inquirenti, poi abbandonata, per comprendere cosa avesse provocato l’esplosione della montagna di legna con il ferimento di sei, forse sette persone, tra queste tre minorenni. Pare che altri, feriti marginalmente, non abbiano voluto fare ricorso alle cure del Pronto soccorso per evitare di fornire generalità ed essere successivamente interrogati da chi sta ancora svolgendo le indagini.

Lunedì scorso lo riportava il Nuovo Quotidiano di Puglia. La Polizia aveva subito denunciato tre persone (fra queste un minore) ritenute presunte responsabili del reato di incendio doloso a seguito dell’esplosione del falò non autorizzato. Una cosa è certa, le urla e il pianto a dirotto di una ragazzina che chiede aiuto dopo l’esplosione del falò, sono strazianti. Quello scoppio investe chiunque sia in un raggio di decine di metri.

 

INCHIESTA DELLA “MOBILE”

Gli agenti della Squadra Mobile, dopo un attento esame delle immagini del momento dell’esplosione postate sui social, hanno raccolto elementi utili alla ricostruzione dei fatti riferiti alla Procura della Repubblica di Taranto e a quella dei Minori. Un uomo avrebbe versato sulla catasta di legna liquido infiammabile, aiutandosi con una scala allo scopo di assicurarsi un grande effetto. Che poi, come abbiamo visto, è purtroppo avvenuto.

Dopo poco un giovane, con in mano un bastone alla cui estremità aveva fissato una stoppa accesa, si avvicina alla piramide di legna e provoca una forte deflagrazione, seguita da tanto fumo e dal volo di schegge di materiale infiammato che finisce su molti degli spettatori, molti dei quali incautamente avvicinatisi al falò per assistere meglio allo “spettacolo”. Numerose, intanto, le auto danneggiate ed i vetri degli immobili vicini infranti.

Tra i feriti, si diceva, anche una bambina che se l’è cavata con alcuni punti di sutura. Pare si siano registrati momenti di tensione per la presenza di parenti dei feriti nei punti di accesso al pronto soccorso dell’ospedale. Per calmare i più facinorosi è stato richiesto l’intervento di pattuglie di polizia e carabinieri.

Questo è quanto. E non ci pare poco. Una domenica che stava per trasformarsi in bestiale a causa di quei pochi ai quali si sono accodati, non si sa nemmeno per quale spirito di partecipazione, centinaia di residenti. Flaiano diceva che la mamma dei cretini è sempre incinta. Vero. Quelli sfornati dalla Tizia cui faceva riferimento il grande scrittore, sono dei veri campioni.

«Viaggiare in aereo? Magari…»

L’Europa non autorizza i voli a chi non è in possesso del visto

Barconi, scelta obbligata. «C’è chi muore perché non sa nuotare, scappa dalla fame e dalle persecuzioni».  «I nostri passaporti servono solo per viaggiare in Africa e nemmeno in tutti i Paesi…». «Ho visto morire una bambina di due anni, risucchiata dal mare, davanti ai miei occhi e quelli della madre…»

 

«Venire in aereo in Italia ci costerebbe molto meno, ma c’è un motivo perché non lo facciamo: non possiamo farlo, ecco perché: avere il visto con il quale salire su un aereo è impossibile, così ci tocca viaggiare sui barconi, rischiare la vita, e pagare duemila euro».

Nei giorni scorsi il Corriere della sera ha posto l’accento su storie a lieto fine di extracomunitari che sono arrivati nel nostro Paese. Ragazzi che si sono industriati, messi sul mercato per fare lavori umili, assunzioni a spizzichi e bocconi, comunque attività che permettono di poter dividere le spese di un appartamento e poter mandare soldi a casa. In particolare hanno polarizzato la nostra attenzione due storie, quella di un senegalese e di un ghanese. Ragazzi, come molti dei quali sono passati dalla nostra cooperativa e che ci hanno raccontato storie terrificanti.

Anche due extracomunitari intervistati da Jacopo Storni, autore di un servizio molto interessante pubblicato dal Corriere della sera, hanno attraversato il Mediterraneo su un barcone. Esperienze con tanto di sciagure annesse, come vedere connazionali inghiottiti dal mare o, comunque, emigranti come loro che non hanno avuto la stessa sorte. Picchiati, ricattati, ammazzati.

 

 

CORSERA, IL RACCONTO

Uno di loro racconta di aver lasciato il Senegal perché nel suo Paese stava male, come la maggior parte dei suoi connazionali. Miseria, futuro incerto, genitori con salute cagionevole, male assistiti e, soprattutto assenza di lavoro, dunque nessuna risorsa economica. Il primo dei due aveva pensato anche di prendere l’aereo. Facile a dirsi, impossibile da mettere in pratica. Salire su un aereo e venire in Europa. «Sarebbe costato meno, poche centinaia di euro, di sicuro non i duemila euro come per il grande viaggio, quello al quale si sono sottoposti a milioni in questi anni: prima via terra e poi sul barcone. «Non ho nemmeno provato a bussare a una delle ambasciate europee – ha spiegato – per ottenere un visto, magari soltanto turistico, perché già sapevo, come tutti del resto, che le ambasciate europee, quei visti li negano a prescindere».

Viaggiare è impossibile – ricorda il Corsera – se non sei nato nel Paese giusto. Il Senegal, in questo senso, non è certo un Paese giusto. L’Italia invece sì. Esistono passaporti di serie A e passaporti di serie B, come riporta capillarmente la classifica di Passport Index. Con il passaporto italiano si possono visitare 174 Paesi. Con il passaporto senegalese soltanto 66, con il passaporto somalo 44 Paesi. Se sei nato in Africa, non si scappa, puoi viaggiare solo in Africa. Con il passaporto siriano e afghano si possono visitare 38 Paesi. Sono in molti, in Siria e Afghanistan a voler scappare dalla guerra e dai talebani ma non possono farlo. Possono arrivare in Europa solo per vie illegali e poi, una volta qui, chiedere un visto umanitario. Ma, attenzione, prima devono rischiare la vita superando frontiere, muri, mari e spendere migliaia di euro. E’ così si moltiplicano i trafficanti di uomini. Per dare un filo di speranza alla disperazione di questi ragazzi, si fanno dare soldi, tanti soldi, promettendo viaggi sicuri e nei quali, invece, come abbiamo visto di recente, si rischia la vita. E’ quanto accaduto ai migranti naufragati a Cutro, al largo di Crotone.

 

«ERAVAMO 120, SALVI IN 60!»

«Il barcone sul quale sono arrivato si è rotto: eravamo in centoventi, se ne sono salvati solo la metà. Una bambina di due anni è morta affogata di fronte alla mamma, ho visto la scena con i miei occhi. Un mio connazionale inghiottito dal mare: prima di morire mi aveva lasciato il numero di telefono di sua mamma e quello di suo babbo, per avvertirli nel caso fosse morto».

Storie che conosciamo, che abbiamo raccontato tante di quelle volte e che non sempre hanno intercettato la sensibilità dei politici. La tragedia sulle Coste calabresi, costata la vita a decine e decine di poveri ragazzi, donne e bambini, forse – e sottolineiamo forse con il dolore nel cuore – potrà avere insegnato qualcosa a quella gente che liquida vicende come questa e tante altre come una sciagura prevedibile. Provate a pensare anche per pochi istanti di stare dall’altra parte del Mediterraneo, in Africa: sotto le bombe, vittime di persecuzioni religiose o politiche, sottoposti a torture, alla mancanza di cibo e lavoro. Poi ne riparliamo.

E non per pochi istanti, ma per giorni e giorni, come quei giorni che in molti trascorrono fra onde del mare alte dieci piani, senza saper nuotare e, dunque, a stringersi all’imbarcazione per paura che sia arrivato il loro momento. E’ triste, vero? Diciamo, invece, che è una sciagura, una grave sciagura in una società nella quale si parla di libertà e di rispetto, mentre più di qualcuno ignora appelli e si gira dall’altra parte.