Michele Riondino spiega la sospensione dell’Uno maggio tarantino
«Non ci è stato possibile proseguire perché pioggia e vento erano diventati insistenti e, dunque, insostenibili; avremmo potuto proseguire, ma non escludiamo che si sarebbero presentati problemi tecnici». Manifestazione totalmente autoprodotta, ora dovrà essere sostenuta non solo in modo passionale ma anche economico
Concerto dell’Uno Maggio – Libero e Pensante a Taranto interrotto in anticipo a causa di una forte pioggia. Il maltempo ha infatti messo a rischio la sicurezza del pubblico all’interno del Parco archeologico delle mura greche, trasformatosi in poche ore un vero e proprio campo di fango. Una decisione dolorosa, quella di chiudere anzitempo il concertone è stata assunta dagli organizzatori in accordo con la Commissione di pubblica sicurezza. Sul palco avrebbero dovuto esibirsi, fra gli altri, Samuele Bersani, Vinicio Capossela, Tonino Carotone, Niccolò Fabi, Nino Frassica e la Los Plaggers Band, Marlene Kuntz, Willie Peyote, Ron e la Rappresentante di Lista.
«Abbiamo provato ad andare avanti per quanto ci è stato possibile, ma le condizioni erano proibitive; la macchina dell’Uno Maggio Taranto, però, ha dimostrato anche quest’anno di essere una altamente professionale», ha dichiarato all’agenzia giornalistica Ansa l’attore Michele Riondino, uno dei direttori artistici insieme con Diodato e Roy Paci della rassegna giunta alla decima edizione.
SICUREZZA FONDAMENTALE
«Tutti – ha proseguito – hanno lavorato per metterci nelle condizioni di essere in sicurezza e la sicurezza per noi è fondamentale e sarebbe stata la classica barzelletta se avessimo mancato proprio in questo». «Non ci è stato possibile proseguire – ha ripreso Riondino – perché pioggia e vento erano diventati insistenti e, dunque, insostenibili. Avremmo potuto proseguire, ma non escludiamo che si sarebbero presentati problemi tecnici, per la scaletta, per l’esibizione degli artisti».
Riondino, infine. «Il nostro Uno Maggio, manifestazione totalmente autoprodotta – in quanto siamo noi a pagare di tasca nostra tutti i lavoratori e l’attrezzatura – ora dovrà essere sostenuto non solo in modo passionale ma anche economico: nelle prossime ore ci attiveremo per organizzare eventi e raccolte fondi in città e in rete: c’è un crowdfunding unomaggiotaranto2023 con un link per invitare le persone a sostenere i costi di questo grandissimo evento».
«A TARANTO PARLIAMO LA STESSA LINGUA»
Intanto una frecciata al Primo Maggio di Roma, quello tradizionale e in qualche modo non più tanto in sintonia con i giovani, arriva da La Rappresentante di Lista: «Qui parliamo la stessa lingua». La dichiarazione pungente arriva prima dell’esibizione e prima della sospensione del concerto a causa della forte pioggia. Il duo La Rappresentante di Lista ha postato su Twitter e, a seguire, su Instagram, un messaggio che spiega bene la loro posizione in merito alla partecipazione all’evento a Taranto. «Il check era già stato già magico; in questo periodo pensiamo tanto al Sud, ai territori, alle comunità, alla libertà che non si dice, ma si fa, al prendersi cura dei luoghi, alla musica che serve a qualcosa. Qui al Primo maggio Taranto parliamo la stessa lingua».
Il tg satirico di Canale 5 promuove la Valle d’Itria
Davide Rampello durante una delle ultime puntate del programma di Antonio Ricci ha fatto un sopralluogo in Puglia. Ha incontrato un “mastro” desideroso di trasmettere alle nuove generazioni tecnica e conoscenza. Alberobello, Fasano, Ostuni, Locorotondo e Martina Franca con le sue accoglienti e ospitali masserie
Ostuni
I muretti a secco della Valle d’Itria in prima serata su Canale 5. Anzi, più della “prima serata”, posto che gli ascolti che “Striscia la notizia”, il tg satirico di Antonio Ricci, programmato per veicolare la trasmissione o lo sceneggiato di richiamo della tv ammiragli di Mediaset fa più ascolti di qualsiasi altro strumento televisivo in questa fascia oraria.
Dunque, il fatto che in questi giorni Canale 5 e lo studioso Davide Rampello, abbiano ospitato una delle caratteristiche più peculiari della nostra “Valle”, non può che farci piacere. Quando pensiamo alla Valle d’Itria, il nostro pensiero va automaticamente a Martina Franca, le masserie belle ed eleganti, ma anche a cittadine come Alberobello, Fasano, Ostuni e Locorotondo e via di questo passo.
Per la rubrica “Paesi, paesaggi…”, Rampello con la sua originale sediolina a libro è arrivato in Puglia. Così, attento studioso, ha spiegato ai milioni di spettatori che la pietra è il cuore della Valle, terra di trulli che salgono in verticale e di muretti a secco distesi in orizzontale.
Un ricco e affascinante paesaggio che ha fatto da sfondo alla storia di Giuseppe, mastro trullaro e paretaro da tre generazioni. I muretti a secco sono opere d’arte protette dall’Unesco come Patrimonio dell’umanità. Una tecnica antica, ha spiegato Rampello, che è anche un accumulatore di riserve idriche. Negli interstizi, infatti, si raccoglie la condensa notturna che poi scivola verso il terreno e lo nutre, con le radici degli alberi sempre rivolte verso il muretto. Il sogno del mastro trullaro è quello di trasformare il cantiere in una scuola nella quale ospitare i giovani e rivelare loro i segreti della pietra.
Trulli
PATRIMONIO MONDIALE UNESCO
Una tecnica, quella dei muretti a secco, riconosciuta – come si diceva – patrimonio mondiale dall`Unesco, dunque patrimonio dell’Umanità. Le nostre popolazioni lo sanno lo sanno perfettamente, se non altro perché per secoli hanno portato tramandato di padre in figlio la pratica della costruzione con la tecnica “a secco” dei muretti. Stessa cosa per i trulli delle torri costiere, delle “pagghiàre”, dei “furnieddhi”, di tutte quelle costruzioni che nascono in qualche modo povere, per esigenze funzionali e utilitaristiche, sicuramente, ma anche belle, resistenti, caratterizzanti e preziose.
Quei muretti a secco che vediamo nell’intera Valle d’Itria, altro non rappresentano che una relazione armoniosa fra uomo e la natura, tanto che proprio questa è stata la motivazione di questo autorevole riconoscimento per l`Italia che aveva presentato la sua candidatura insieme ad altri Paesi del Mediterraneo, tra questi Grecia, Cipro e Spagna.
Il sito Perle di Puglia, per esempio, spiega che la Puglia è tra le principali regioni italiane impegnate a tutelare una tradizione che ha i suoi punti forti nel Salento e nella Valle d`Itria, territori dove questa tecnica disegna e caratterizza il paesaggio.
“Petra su petra azza parite”, leggiamo, “Una pietra sull’altra alzano una parete”. Una frase nella quale c`è tutta l`umanità dei salentini: un incoraggiamento, un`esortazione alla pazienza e alla tenacia. Una metafora per dire che le grandi cose si fanno un passo alla volta. Un modo di dire, quello dialettale, che si coniuga a laboriosità e capacità di ricavare sempre il lato positivo in tutto, anche nei terreni pietrosi delle campagne.
Alberobello
“STRISCIA”, RAMPELLO, GIUSEPPE…
Come ha avuto modo di spiegare nel suo servizio a Striscia la notizia, Davide Rampello, i muretti a secco sono nati quasi spontaneamente. Ci hanno pensato i contadini che nel lavorare la terra, trovavano lungo il loro cammino si imbattevano in tante pietre lungo i solchi. Siccome in povertà si aguzza l’ingegno, dunque non si butta via nulla, i contadini tracciavano i confini proprio utilizzando una pietra sull’altra. Quelle pietre, così disposte, diventavano poco per volta un muretto che avrebbe delimitato i campi e le proprietà. E non solo.
Le pietre, come ci hanno insegnato i nostri artigiani, sono capaci di trattenere l’umidità dell’aria alimentata dalla vicinanza del mare, diventando praticamente innaffiatoi naturali. Lungo i muretti a secco, se ci fate caso, la vegetazione cresce più sana e rigogliosa. Questo studio, insieme ad altre osservazioni, non hanno fatto altro che accrescere la sensibilizzazione nei confronti di queste costruzioni a secco tanto da portato alla riscoperta della tecnica di costruzione che ha dimostrato, nei secoli, altissima resistenza.
Non è nemmeno un caso che i muretti a secco, insieme con i trulli di bianco vestiti, vengano ormai associati alla Puglia. In tutto il mondo, questo angolo di terra viene coniugato a queste costruzioni che richiedono una tecnica ben precisa che non si può riprodurre in modo industriale. Pertanto occorrono studiosi come Rampello e artigiani come Giuseppe desiderosi di promuovere o far conoscere la Valle d’Itria e trasmettere ai giovani una tecnica che, se non trasmessa, potrebbe disperdersi nel tempo.
Carlo Vulpio, giornalista, dalla stampa alla candidatura a sindaco di Altamura
«Il business è tutto per le banche estere. La politica dell’eolico non paga. Le mie battaglie per l’ambiente e contro le industrie inquinanti. L’impegno civico, una sfida al cartello dei partiti. Sgarbi il mio primo sostenitore e il mio assessore alla cultura, se tutto filasse liscio…». Il Corriere della sera, L’Espresso, il debutto con un giornale tutto suo. Un libro contro l’Ilva, i nostri ragazzi che abbandonano la Puglia…
«Avrei potuto farmi le mie belle tre, quattro inchieste, invece, ho scelto di mettermi in gioco, candidarmi a sindaco di Altamura con una lista civica, niente partiti; fossi eletto guadagnerò meno rispetto allo stipendio del Corriere della sera, ma mi sono detto: adesso o mai più». Carlo Vulpio, giornalista, laureato in Giurisprudenza, ha insegnato Lettere a Bologna, collaborato con l’Espresso e l’Unità, per scrivere successivamente sul Corriere della Sera per cui ha seguito le inchieste “Poseidon”, “Why Not” e “Toghe Lucane”. Un giornalista si candida a sindaco con una lista civica (Avanti Mediterraneo) nel comune di Altamura. Ci incuriosisce il processo con il quale una firma così autorevole si giochi un bel po’ di fichesnella politica.
Non facciamo endorsement, ma confessiamo che la notizia ha solleticato non poco la voglia di sentire le ragioni che portano un cronista attento e quotato come lui a fare una scelta di campo. «La mia sarà una sindacatura molto monarchica e molto federiciana, in una città fondata da Federico II; adotterò un nuovo Piano regolatore: come stanno le cose oggi, qui non c’è spazio nemmeno per costruirci un cesso», dice Vulpio senza tanti giri di parole.
Pensava di aver fatto tutto nella vita, mancava la candidatura a primo cittadino. «E’ stata una decisione nata dalle viscere, un moto di ribellione, una urgenza, un atto necessario: ho deciso tutto in 48 ore, il 18 marzo scorso; come è stata rapida la decisione, altrettanto rapido è stato il modo in cui tutto è stato realizzato. E’ un’urgenza che sta nelle cose, una città di settantamila abitanti si trova davanti a un bivio: o finisce di morire lentamente, oppure cambia registro». Se vincesse davvero. «Se vincessi, anche candidandomi senza un partito, ma con una lista civica, vuol dire che sono riuscito ad invertire la rotta».
NON MI ACCONTENTO DEL “PARI”
Un pareggio non lo mette in bilancio. «Difficile pensare al pareggio: non ci sono mezze misure, prenderò venti o ventimila voti; non ho nulla da perdere: potrei essere la sorpresa, fare il botto; andare al ballottaggio, oppure vincere al primo turno e, in questo caso, finalmente si sarebbe concretizzata una follia collettiva…».
Urgenza, atto necessario. Starebbe così male la sua città. «Sto incontrando gente, gli altri hanno alle spalle sigle, partiti: il più li considero animali da tastiera, professionisti del copia e incolla, prendono un ritaglio stampa e lo enfatizzano: “Altamura è la città che ha fatto registrare il maggiore incremento di reddito, il 7,3%”; vero che qui circolano soldi, ma si fermano nelle mani di pochi. A parte il centro storico federiciano, il resto è solo cemento, verde pressoché inesistente, una miseria di 40 centimetri ad abitante…».
Buropulizia, che roba è. «Fare pulizia della burocrazia, che è solo tempo perso; domande e progetti viaggiano sulle gambe dei funzionari, il mio compito sarà quello di mandare a casa un po’ di dirigenti: assumerne nuovi, senza concorsi, che poi sono bufale; proporrò contratti di diritto privato affinché i nuovi diano conto al sindaco e all’Amministrazione che li ha nominati».
Fra le sue iperbole, lo scioglimento del corpo di Polizia locale. «Va rifondato completamente. Qui c’è la Compagnia dei carabinieri, vorrei ci fosse invece la Stazione dei carabinieri: agli uomini dell’Arma toccherebbe sanzionare i reati e far rispettare l’ordine pubblico; alle multe ci penserebbero gli ausiliari del traffico». Sarebbe Cetto Laqualunque al contrario. «Nel mio programma non esiste il “Mi voti e ti do un posto di lavoro, non mi voti, allora intu…a te e tutta ‘a tua famigghia. Se mi scegli fai solo bene a te stesso; se non mi voti perdi un’occasione: se farò il sindaco guadagnerò meno di quello che guadagno con il Corriere della sera…».
CHI GLIEL’HA FATTA FARE
Un giornalista attaccherebbe con “Carlo Vulpio sindaco? Questa proprio ci mancava….”, lo stesso interessato ha un’idea. «Attaccherei con una cosa simile. Magari: “Vulpio si è messo in testa di diventare Federico III”. Ho convinto il mio amico Vittorio Sgarbi a candidarsi ad Altamura, capolista al Consiglio comunale, e non lui sindaco e io candidato nella lista che lo appoggia; ma gli ho già detto che se dovessi vincere, l’Assessorato alla Cultura sarebbe cosa sua».
“Aprire la porta del Palazzo ai cittadini”, “Sarò il sindaco di tutti” oppure “Amici, concittadini, rimbocchiamoci le maniche”, questi sono gli slogan che di solito circolano più di altri. «Ho una lettera di dimissioni sul tavolo, pronta: o si rispetta il mio programma, oppure mando tutti a casa; io torno al mio lavoro, gli altri devono trovarsene un altro. A costo di farmi ridere dietro, voglio che capiscano che se votano me, io sarò Federico III».
Una cosa di cui si è stupito. «Primo comizio in piazza del Duomo ad Altamura, in tempi molto “social”, confesso che pensavo non venisse nessuno. Ai miei avevo spiegato che la politica è un po’ come il teatro, l’attore vero si vede anche davanti ad un solo spettatore. E, invece, la prima sera la piazza ha cominciato a popolarsi, infine, potenza di Facebook, ho visto totalizzarsi anche quarantamila visualizzazioni».
ALTAMURA, NE HA BISOGNO COME IL PANE
Una cosa di cui Altamura ha bisogno come il pane. «Ha bisogno di respirare, di verde, posti in cui si possa fare attività sportiva liberamente: di sicuro, dovessi diventare sindaco qui non si costruisce più niente, ogni angolo “abusato” sarà espropriato e alberato. Abbiamo bisogno di ossigeno, dunque parchi, parchi, parchi; stadio nuovo, cimitero nuovo…».
L’impegno contro l’installazione delle pale eoliche, a favore dell’ambiente e contro l’industria inquinante. Quanto portano via le battaglie civili.
«Le pale eoliche sono una truffa green, l’unica cosa verde è l’energia prodotta dal vento che non si può immagazzinare: per il resto è solo un affare per le banche internazionali; assistiamo a un impatto ambientale pazzesco; se portassi la gente a visitare dove installano pale eoliche alte trecento metri, sono convinto che una volta osservate a questa verrebbe solo voglia di abbatterle».
“La città delle nuvole – Viaggio nel territorio più inquinato d’Europa”: ne è valsa la pena, lo riscriverebbe, lo ripubblicherebbe. «Editorialmente non è operazione fattibile, ci sono state pubblicazioni successive; quel libro fotografava quel momento, non era solo sulle carte giudiziarie; una sola volta ho pensato che non ne fosse valsa la pena, quando ho visto una Taranto che reagiva freddamente; le inchieste, le intercettazioni di politici e dirigenti hanno confermato ciò che avevo anticipato, così alla fine credo che ne valga sempre la pena. Oggi Taranto ragiona diversamente, quantomeno la consapevolezza sui diritti è cresciuta rispetto a quando ho scritto quel libro, nel 2009».
LA FUGA DI CERVELLI
Fare il giornalista oggi, che mestiere è. «Fatte salve le grandi professionalità, quei colleghi che svolgono questo lavoro con grande passione, vedo un po’ di gente che esercita questa professione come se fosse il più antico mestiere al mondo»
Un consiglio a un ragazzo attento, di buone speranze, se volesse fare il giornalista. «Se la passione lo divora, gli direi di farlo senza pensarci su due volte. Per quella che è stata la mia esperienza, io stesso fondai un giornale locale, “Piazza”, nel quale mi assunsi versandomi i contributi; andò subito bene, poi arrivò il contratto con il Corriere della sera, le inchieste e lasciai».
I nostri ragazzi dicono “addio” alla Puglia, come si ferma una simile emorragia. «Non vanno solo via dalla Puglia, ma anche dal resto d’Italia; stiamo registrando una emigrazione pari a quella del dopoguerra: una volta, però, andavano via artigiani, gente che lavorava nella campagna, trovava impiego in una catena di montaggio al Nord. Con il tempo questa regione è diventata il bed and breakfast dei turisti; non aiuta il teorema-Di Maio: se non studi diventi ministro; se studi ti tocca emigrare; questo è quanto stanno insegnando ai ragazzi che conseguono un titolo di studio, una laurea e vanno anche all’estero per lavorare».
Il capo dello Stato ricorda gli ideali di indipendenza e di libertà. Questi permisero la liberazione dell’Italia dall’oppressione nazifascista. Piemonte sulle orme dei partigiani. In Veneto manifestazioni in contrasto. A Modena c’è chi sfila con divise naziste (è una cerimonia di carattere strettamente privato, giustificano). Una panoramica sull’informazione
Il 25 aprile si celebra il Settantottesimo anniversario della Liberazione. Un momento particolarmente sentito dal paese, come dalla politica. Era evidente che con un nuovo governo, quello di Giorgia Meloni, l’argomento non tornasse a galla con momenti critici e dibattiti spigolosi e senza fine. Noi proviamo ad essere equidistanti sul tema, siamo in democrazia e ognuno può manifestare – nel massimo rispetto, senza incorrere in offese o inutili scivoloni che non servono evidentemente a un qualsiasi dibattito – il suo punto di vista. Ma il 25, non solo a numeri, non può che starci a cuore come l’1 Maggio, altro momento cruciale delle celebrazioni del nostro Paese, che riconosce le conquiste nel mondo del lavoro.
Ma veniamo a un giro di campo, per capire come alcuni degli organi di informazione stanno trattando la ricorrenza del 25 aprile, Festa della Liberazione. Celebrazione tra le più sentite dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, martedì 25 aprile, il capo dello Stato comincerà la sua giornata all’Altare della Patria a Roma per deporre una corona insieme a Giorgia Meloni e ai presidenti di Camera e Senato. Subito dopo, scrive Rainews, andrà in Piemonte. Ma già alla vigilia della celebrazione, Mattarella nel corso dell’incontro al Quirinale con una rappresentanza delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma, ha lodato «l’impegno e la determinazione che le associazioni impiegano ogni giorno per tener viva la memoria di un periodo tra i più drammatici della nostra storia contribuendo in ampia misura a far conoscere e non dimenticare quanti hanno lottato per la difesa degli ideali di indipendenza e di libertà che permisero la liberazione dell’Italia dall’oppressione nazi-fascista».
CORTEI, SPETTACOLI E PROTESTE
Cortei, spettacoli, cerimonie e proteste. Di questo e altro racconta il corriere.it con la redazione veneta del quotidiano online. Il 25 Aprile – scrive corriere.it – arriva in Veneto con il suo carico di appuntamenti e di polemiche. A Vicenza la Festa di Liberazione si annuncia carica di tensioni, dopo la decisione di un gruppo di militanti di estrema destra (il Mis, Movimento Italia Sociale) di inaugurare la nuova sede in città proprio il 25 aprile. Apriti cielo. La sinistra parla di «provocazione» e di un evidente tentativo «di sfregiare e offendere Vicenza», città medaglia d’oro per la Resistenza. «Polemiche pretestuose, che ci lasciano indifferenti» replica il portavoce del Mis, Gian Luca Deghenghi. «L’evento – assicura – avrà carattere strettamente privato. Lo sgradevole clamore che sta montando in città è strumentale al tentativo di Anpi e associazioni affini, che trovano sponda a livello istituzionale, di creare un clima di inopportuna fibrillazione». Quindi nessun rinvio, anche se in concomitanza con l’inaugurazione della sede del movimento di destra, dalle 15 a Vicenza è in programma un corteo antifascista.
Anche a Padova è previsto un corteo nel pomeriggio, organizzato dai centri sociali per dire no al fascismo, per il diritto alla casa e contro il cambiamento climatico. Proteste a parte, sono molti gli appuntamenti organizzati in Veneto. A Verona è in programma la deposizione delle corone alla targa dei Caduti della battaglia in difesa del palazzo delle Poste e alla Sinagoga, e davanti alla targa in memoria della maestra partigiana Rita Rosani.
A VENEZIA, ANCHE SAN MARCO
Venezia, che il 25 Aprile festeggia anche San Marco patrono della città, oltre alle cerimonie ufficiali (le principali si svolgeranno in piazza San Marco e in campo del Ghetto Nuovo, e a Mestre in piazza Ferretto) è attesa l’ormai tradizionale contro-celebrazione organizzata dai venetisti. In terraferma, da segnalare l’apertura straordinaria del forte Carpenedo, l’ex-caserma dell’Esercito Italiano, con una serie di attività e iniziative gastronomiche, come la «pastasciutta del partigiano». A Marano Vicentino, invece, tra le 11 e le 12.30 saranno visitabili le carceri nazifasciste.
A Treviso, l’Anpi e i sindacati organizzano nel pomeriggio un «concerto antifascista». Festa, musica e dibattiti sui valori della Costituzione, nell’area sportiva di Sossai, a Belluno, con l’evento che mette insieme Cgil, Anpi ed Emergency. A Rovigo la cerimonia prevede che, dopo la resa degli onori ai Caduti, le autorità si spostino in piazza Giacomo Matteotti, dove verrà deposta una corona davanti al monumento dedicato al politico veneto ucciso dai fascisti un secolo fa.
È polemica a Mirandola, nel Modenese, in vista delle celebrazioni del 25 Aprile, quando sfilerà in corteo la cosiddetta Colonna della Libertà. Nel giorno della Liberazione – scrive il sito Open – una schiera di veicoli storici militari risalenti alla seconda guerra mondiale e oltre 400 figuranti partiranno da Felonica il 22 aprile e dopo aver attraversato diversi comuni della zona emiliana, arriveranno nella città del Modenese per l’ultima tappa. Tra questi figuranti, ve ne saranno alcuni che indosseranno divise della Repubblica Sociale e uniformi naziste. Eventualità, questa, che ha spinto – scrive, invece, il Resto del Carlino – la sezione mirandolese dell’Anpi a contestare la scelta ed esprimere «amarezza e preoccupazione».
RISPETTO PER LE ISTITUZIONI
«Per rispetto delle istituzioni democratiche, per ricordare i nostri martiri e per festeggiare la Liberazione, come Anpi – spiega l’associazione partigiana – il 25 Aprile saremo presenti, invitati, in piazza Costituente ma non presenzieremo all’ingresso della Colonna della libertà nella nostra città» a causa della «presenza, confermata per iscritto di figuranti della Repubblica Sociale Italiana e dell’esercito nazista alla Colonna della libertà». Secondo l’Associazione Nazionale Partigiani D’Italia, infatti, «pare quanto mai inopportuno e offensivo nei confronti di tutti i nostri martiri far sfilare ed entrare trionfalmente a Mirandola individui che rappresentano gli autori di soprusi, prevaricazioni, ingiustizie, torture, morti e stragi». Sullo stesso tono anche il commento della federazione modenese di Rifondazione Comunista che ha chiesto al Prefetto di Modena «di non autorizzare il passaggio di questa sfilata nelle nostre città».
Genova festeggia il 25 Aprile ricordando di essere stata la prima città del Nord a liberarsi da sola con una rivolta sostenuta dall’intervento dei partigiani che hanno costretto i tedeschi alla resa. Durante i discorsi delle autorità in piazza Matteotti – scrive l’agenzia Ansa – avvenuti alla vigilia davanti ad alcune migliaia di persone, con molte bandiere e striscioni dell’Anpi, dell’Europa, della Cgil, il sindaco Marco Bucci e il governatore Giovanni Toti sono stati interrotti dai fischi e dalle urla in segno di protesta contro l’invio delle armi in Ucraina ed esposto uno striscione con scritto: “La Genova che resiste non fomenta la guerra”. In chiusura la banda musicale ha intonato “Bella Ciao” e “Fischia il vento”.
«BASTA POCO, MA ATTENZIONE…»
«Come fai, se sei il governo di destra, la destra erede del Movimento Sociale erede del regime fascista, a celebrare il 25 Aprile, festa della Liberazione dal nazismo e dal fascismo, senza rinnegare te stesso?», s’interroga Radio Popolare. «Basta disinnescare il 25 Aprile; basta negare la centralità della lotta al nazifascismo diluendola in una lista di date da ricordare che tiene dentro un po’ tutto: dalle foibe alla proclamazione del Regno d’Italia, dal giorno della Memoria al primo maggio al 18 aprile del 1948 quando la DC vinse le prime elezioni contro comunisti e socialisti; basta affermare che la memoria deve essere coltivata a prescindere da ogni ideologia. Basta mettere sullo stesso piano l’ultimo discorso di Mattarella in difesa della Costituzione e gli interventi in Senato per ricordare il rogo di Primavalle; basta sostenere che la commemorazione delle ricorrenze, ciascuno della propria verrebbe da dire, non deve essere siano occasione per attaccare gli avversari. Tradotto, nessuno si sogni di pensare che chi non si riconosce nella Resistenza al nazifascismo abbia meno legittimità democratica degli altri». Questo (e altro) è contenuto nella mozione sul 25 Aprile che la maggioranza ha presentato in Parlamento. Cancellare il 25 Aprile, però, è impossibile.
Decima edizione della rassegna voluta da Michele Riondino
Meglio della manifestazione di piazza San Giovanni a Roma. «Per la politica italiana questa città resta l’unico luogo in cui il cittadino conta ancora, la mia città deve esistere come metafora della necessità di essere presenti», dice l’attore. Con lui la direzione artistica di Roy Paci e Diodato. Nel ricco cast, fra gli altri: Francesca Michielin, Samuele Bersani, Vinicio Capossela, Ron, Niccolò Fabi, Nino Frassica, Willie Peyote, Renzo Rubino e i Terraross. Interventi sulle vertenze del lavoro e dell’ambiente
Foto Aurelio Castellaneta
Taranto al centro dell’1 Maggio, giorno in rosso dedicato ai lavoratori e alle loro lotte, costate sacrifici e vita a migliaia e migliaia di italiani. La Città dei Due mari diventa centrale nel progetto di quello che da più parti viene indicata come la rassegna che sfida a pieno titolo quel poco rimasto della “Festa dei lavoratori” celebrato a Roma, con tanto di cast fatto dei soliti amici noti, in diretta televisiva.
In attesa di vedere come andrà a finire, con un nuovo governo che non presta del tutto il fianco a festival ed eventi che possano evocare il senso politico di una sinistra col fiato corto (“democratico partito”, come ironizza l’attore-cantante-cabarettista Alberto Patrucco).
Detto che non è stata del tutto confermata la lunga non-stop televisiva in piazza San Giovanni a Roma, di Taranto si sanno molte più cose. Anche stavolta l’attore Michele Riondino – primo nemico giurato dell’industria inquinante – ha lavorato bene, tenendo fede al suo impegno assunto più di una decina di anni fa (di mezzo una pandemia), quando quella prima edizione sembrava destinata a restare un “numero zero”. Invece, ecco la decima puntata, sempre più ricca, con artisti amatissimi per impegno artistico.
Foto Aurelio Castellaneta
CAST “TUTTESTELLE”
Questo, al momento, il cast: Francesca Michielin, Marlene Kuntz, Samuele Bersani, Vinicio Capossela, Ron, La Rappresentante di Lista, Gemitaiz, Carlo Amleto, Fido Guido, Luca De Gennaro, Meg, Mezzosangue, Niccolò Fabi, Nino Frassica con la band, Omini, Vasco Brondi, Tonino Carotone, Studio Murena, Willie Peyote, Renzo Rubino, Kento, Terraross e Venerus.
Uno Maggio “libero e pensante”, e non condizionato dalla mischia politica, come sottolineato dal movimento civico che cambiò la storia politica della città. il concertone di Taranto giunto, si diceva, alla decima edizione, mette al centro la parola “libertà”. C’è una novità assoluta quest’anno sul palco allestito nel parco archeologico delle Mura Greche: la Uno Maggio Orchestra. Una band creata ad hoc, composta da musicisti che interagiranno con molti degli artisti invitati Roberto Angelini (chitarre), Fabio Rondanini (batteria), Gabriele Lazzarotti (basso), Adriano Viterbini (chitarre), Andrea ‘Fish’ Pesce (tastiere), Rodrigo D’Erasmo (violino), Beppe Scardino (sax baritono e flauto), Stefano ‘Piri’ Colosimo (tromba). Alla conduzione dell’Uno Maggio tarantino, alcuni dei volti e delle voci che hanno presentato l’evento a partire dalla prima edizione: Valentina Correani, Martina Martorano, Valentina Petrini, Serena Tarabini e Andrea Rivera.
Foto Aurelio Castellaneta
«NOI “SCAPPATI DI CASA”?»
Come in ogni edizione, le esibizioni musicali saranno intervallate dagli interventi di attivisti, lavoratori dell’ex Ilva in “amministrazione straordinaria”, della comunità di Cutro, dei giovani di “Fridays for future”, alternando le esecuzioni musicali alle vertenze del lavoro e dell’ambiente. Direttori artistici dell’Uno Maggio tarantino: Michele Riondino, Antonio Diodato e Roy Paci. «Taranto – sostiene Riondino – resta per la politica italiana l’unico luogo in cui il cittadino, chi vota, ha la possibilità di contarsi. Il fallimento delle politiche di sinistra sta nel fatto che ormai ci contiamo in pochi, ma questo non vuol dire che non esistiamo, vuol dire che Taranto deve esistere, è una metafora della necessità di essere presenti».
«Il Pd – prosegue Riondino – ha sfornato non so quanti decreti salva-Ilva: siamo un’occasione per il Pd, per un nuovo sindacalismo, una nuova sinistra italiana: finché ci vedranno come “quattro scappati di casa che se la cantano e se la suonano”, non avremo voce né rappresentanza».
Jj4, l’orsa che avrebbe aggredito e ucciso un “runner”
La vicenda diventa una passerella mediatica. Sfilano tutti: conduttori, politici e medici. Il presidente della Regione è per la soppressione dell’animale. Con un documento l’Ordine dei veterinari esprime riserve. Gli abitanti, intanto, vivono nel terrore di un ripopolamento sfuggito di mano ai controllori
Trentino, i veterinari contro l’eutanasia di Jj4, Fugatti firma il decreto di abbattimento dell’orso Mj5, scrive Repubblica in uno dei suoi interessanti reportage sulla vicenda dell’orsa che avrebbe – anche gli animali hanno diritto alla presunzione di innocenza – aggredito e ammazzato un uomo.
Dura presa di posizione dell’Ordine della Provincia autonoma, scrive il popolare quotidiano. «Non provocheremo – riporta nelle pagine a cura della Redazione cronaca – la morte dell’orsa, con Fugatti nessun confronto. Si sollecitano i colleghi di non assumere alcuna iniziativa che possa causare il decesso dell’animale». Le critiche al presidente: «Contrariamente a quanto lasciato intendere, non vi è stato alcun confronto né con il presente Ordine, né con altri professionisti veterinari delegati in materia, e pertanto non può esserci stata alcuna condivisione sul parere espresso dal governatore».
Non è finita, anzi. E’ appena cominciato il tam-tam mediatico. Ci piacerebbe conoscere chi – in questa storia, che vede sul “banco degli imputati” un’orsa che fa l’orsa, cioè che difende i suoi due piccoli – tiene davvero alla pelle dell’animale, chi invece approfitta del solito can-can mediatico (televisivo in particolare) per farsi un nome e, perché no, un cognome.
CAN-CAN MEDIATICO
Ci fiondiamo sull’argomento alla luce di quanto accaduto l’altro pomeriggio in tv quando, nella stessa fascia d’ascolto Raidue, Retequattro e La7, si contendevano argomenti e si davano battaglia all’ultimo ascoltatore. Quando si tratta di agitare le acque, soffiare su un evento che potrebbe garantire ascolti e divisioni, siamo tutti bravi. Così un normale pomeriggio di informazione si trasforma in un confronto come fosse copiato con la carta-carbone di un tempo.
Insomma, Italia: tutto quanto fa spettacolo. Un tempo, parliamo di una tv che cominciava a sdoganare la cronaca come uno show per teleutenti, questo era pressappoco lo slogan che accompagnava la presentazione di un programma televisivo che, fra l’altro, nel giro di poco fece talmente tanti ascolti che dopo appena due edizioni fu cancellato dal palinsesto di Raidue. Nel nostro paese, accade questo e tanto di più. Forse già allora, evidentemente, avevano fiutato che quel programma poteva essere l’embrione – un po’ come la storia di “Portobello” – di tanti altri programmi, visti gli spunti che offriva.
Dopo gli appelli degli animalisti, è toccato ai veterinari del Trentino prendere posizione schierarsi contro l’abbattimento di Jj4, l’orsa incriminata. «Si sollecitano i colleghi professionisti addetti a vario titolo, e iscritti all’Ordine della provincia di Trento, di non assumere iniziative che possano provocare la morte del soggetto in questione per eutanasia, se non in precedenza concordata con il presente Ordine». Lo riporta una nota dell’Ordine dei veterinari della Provincia di Trento circa l’abbattimento dell’orsa che avrebbe aggredito mortalmente il runner Andrea Papi, prevista da un’ordinanza (sospesa dal Tar di Trento) a firma del governatore Maurizio Fugatti.
VETERINARI: «JJ4 NO VA ABBATTUTA»
«A tutela e garanzia delle figure professionali della categoria dei medici veterinari della provincia – precisa il documento espresso dall’Ordine – e contrariamente a quanto lasciato intendere in occasione della conferenza dal presidente Fugatti, non vi è stato alcun confronto né con il presente Ordine né con altri professionisti veterinari delegati in materia, e pertanto non può esserci stata alcuna condivisione sul parere espresso dal governatore».
La storia è complicata, l’orsa – mentre scriviamo – è tenuta sotto osservazione, mentre i suoi due piccoli, sono stati lasciati in libertà (sarebbero capaci di autosostenersi, dicono…). Intanto, l’Agenzia giornalistica Agi scrive che il Tar di Trento ha accolto, in via interinale, il ricorso presentato da Lav e Lac per l’annullamento dell’ordinanza contingibile e urgente di abbattimento dell’orso Jj4, in attesa dell’acquisizione del fascicolo processuale da parte della Provincia di Trento, dei referti sanitari sulle cause del decesso e sulla tipologia delle ferite trovate su Andrea Papi e delle analisi riferite all’individuazione dell’esemplare responsabile dell’aggressione.
Detto del rispetto del dolore per i congiunti del runner e del grave dispiacere per la vittima dell’aggressione, un’idea su come potrebbe andare a finire la vicenda ce l’abbiamo. Ma ne scriveremo ancora più avanti, quando il fumo si dissiperà e ci lascerà vedere stavolta, in modo più chiaro, cosa possa aver partorito la mente umana. Qualcuno, nel tran-tran generale si lascia sfuggire una considerazione legittima: troppi orsi in quel bosco, il loro moltiplicarsi è sfuggito al controllo dei “controllori” che avevano ripopolato la zona boschiva del Trentino con degli orsi catturati e tradotti in Italia. Gli abitanti della zona, a ragione, hanno non una ma cento paure. Insomma, al centro di questa storia ci sarebbe come sempre l’uomo che si fa venire in mente brillanti idee. E quando, queste, le idee, gli sfuggono di mano non trova altro rimedio che risolvere il problema alla radice. Alla prossima.
«Devo tutto al grande cantautore napoletano, che trovò interessanti i miei “provini”. Mi ha insegnato rispetto per chiunque e qualsiasi cosa, e trasmesso curiosità per tutti i generi musicali. Eseguire le mie canzoni con un’orchestra è un sogno. Oggi scrivo brani orchestrali, mi piacerebbe che il cinema si accorgesse di me»
Joe Barbieri protagonista con l’Orchestra della Magna Grecia dello spettacolo “Tratto da una notte vera: trent’anni suonati”. A Taranto per una tappa del tour del grande cantautore napoletano, pupillo dell’immenso Pino Daniele, che sta toccando numerose città italiane.
A Taranto, Barbieri, cinquant’anni non ancora compiuti, realizza un sogno. «Suonare le mie canzoni accompagnato dalla straordinaria Orchestra della Magna Grecia diretta dal Maestro Angelo Nigro – dice il cantautore – è il grande regalo che la mia vita professionale sta per farmi: sarà come realizzare un grande sogno, quello che di solito la stampa ti fa sfilare dal proverbiale cassetto; eseguire il mio repertorio in versione sinfonica, non mi era mai accaduto; certo, in studio mi era già successo, ma in concerto ancora no: questo tour senza soste mi vede in quartetto, talvolta in versione minimale insieme con contrabasso; suonare è sempre un piacere, farlo insieme con decine di professori sarà emozione allo stato puro».
Un tour, un quartetto. «A Taranto, con l’Orchestra della Magna Grecia diretta da Nigro, sarò accompagnato da Pietro Lussu al pianoforte, Luca Bulgarelli al contrabbasso e Bruno Marcozzi alla batteria e percussioni. Ci sono anche io, in sostanza un quartetto prestato alla musica leggera: in alcuni posti ho anche suonato da solo o con Daniele Sorrentino al contrabasso», ha raccontato anche in una intervista rilasciata a Radio Cittadella.
“Tratto da una notte vera” è il tredicesimo album del musicista napoletano che contiene oltre ad una ispirata e rinnovata fotografia del meglio del repertorio del suo repertorio anche tre nuove tracce: due nuove canzoni, “Retrospettiva Futura” e “Maravilhosa Avventura” e una densa rilettura di “Dettagli”, un classico della musica internazionale firmato da Roberto Carlos e Bruno Lauzi e portato al successo da Ornella Vanoni.
Trent’anni suonati. «E’ un traguardo con tanta luce, un percorso fatto di momenti bellissimi e ricadute, perché servono anche queste, anche se della mia vita professionale non cambierei una sola virgola. “Tratto da una notte vera” non è uno sguardo al passato, fatto con nostalgia o sottile malinconia, ma una festa da cui ripartire per i prossimi trent’anni».
Rigore calciato a porta vuota, poi parliamo del suo Napoli. L’artista che ha segnato la sua vita professionale. «Facile, Pino Daniele. Sfido qualsiasi napoletano, anche solo ascoltatore a dire il contrario: Pino ha fatto ricca di musica e sentimenti un’intera città. Mi ritengo fortunato non solo per averlo conosciuto, ma per aver goduto subito della sua stima. Ero ragazzino, non avevo ancora finito le scuole superiori, quando lui cominciò ad interessarsi alle mie prime canzoni: c’era passione, ma a queste mancava ancora l’anima: io non le consideravo belle, ma Pino nella mia scrittura, nel modo di cantarle vide qualcosa che io non avevo ancora realizzato. Così, dopo gli esami di maturità – prima la scuola, una delle condizioni poste dallo stesso Pino – entrai in studio».
Un momento che ricorda in particolare. «Di sicuro trovarmi, giovanissimo, al cospetto di Pino, poi una data scolpita nella mia mente: 7 ottobre 1982, Festival di Castrocaro, il mio debutto nella canzone; rischiavo di giocarmi la stima del mio Maestro, andò bene, si complimentò: appena maturato, il suo abbraccio fu la mia laurea».
A Pino va tutta la sua riconoscenza. «Massima riconoscenza, come musicista, ma anche come napoletano: non era necessario che ti spiegasse, ti insegnava con gli accordi, le parole: ho nel dna il suo suono, con una mia band rifacevo le sue canzoni. Fra le cose che mi ha insegnato: la disponibilità nei confronti del diverso. Musicista curioso, attento, anche se lontano dalla sua matrice, si misurava con altri suoni che mescolava con la sua musica. Ecco, questa è una cosa che provo a fare anche io».
Detto del grande Pino, un ricordo prezioso. «Più o meno recente, non a caso celebrato lo scorso 7 ottobre a Napoli, al trentesimo compleanno della mia attività artistica: il giorno della pubblicazione del mio ultimo album, sembrava una festa; vennero a trovarmi Mario Venuti, Tosca, Nino Buonocore ed altri. Concerto lunghissimo, fatto di duetti, alcuni studiati, altri improvvisati. Dovessi sintetizzare la mia carriera, quella è una foto che rappresenta il mio percorso artistico».
E veniamo al Napoli. «Un passo per volta, mai pronunciarsi prima che le cose avvengano; la scaramanzia è la nostra filosofia, io stesso non sarei quello che sono se non avessi fatto un passo per volta per compiere voli pindarici: ecco perché non cambierei un solo passaggio compiuto nel mio lavoro».
Il pubblico. «Quando vedi che una tua canzone finisce nella vita di qualcun altro, ogni volta è come se assistessi a un piccolo miracolo, tanto che pensi quanto sia bello fare questo mestiere».
Il programma del concerto. «Una carrellata sul mio percorso. Non vedo l’ora di unirmi all’Orchestra della Magna Grecia per le prove. Sarà una notte piena di poesia nel corso della quale dovrò tenere alta la concentrazione, già mi vedo rapito come dal Pifferaio magico dei fratelli Grimm: quando partirà l’orchestra mi troverò in un sogno».
I suoi progetti futuri coincidono in qualche modo con questa sua esperienza. «Scrivo musica, in questo periodo sto provando a scrivere per orchestra, ma anche brani strumentali; mi piacerebbe comporla e regalarla al cinema, altra mia grande passione».
Bella e impossibile. C’è da diventare matti per la bontà della gastronomia e i luoghi nei quali sorgono straordinari attrattori. Turisti di tutta Italia, unitevi! Al coro, evidentemente, di chi dall’estero ha incoronato la cucina pugliese come la regina della tavola
C’è un sito, tourismitalia.it, particolarmente attento alle dinamiche della gastronomia italiana. Ma anche delle sue bellezze. Noti i suoi reportage, utili agli addetti ai lavori, sempre sul pezzo, ma in particolare ai turisti. Quando, infatti, si tratta di scegliere una meta per trascorrere le proprie vacanze, gli italiani che vogliono essere indirizzati da chi ci si può fidare, il più delle volte fanno ricorso a siti qualificati. Uno fra quelli di punta, sicuramente tourismitalia.it . E’ uno strumento di consultazione che non ha bisogno della nostra promozione, tanto è consultato, però quando al centro di una delle sue ultime radiografie c’è di mezzo la nostra Puglia, bene, il punto di vista cambia.
Dunque, qual è l’ultima indagine svolta dal popolare sito italiano per turisti (molto cliccato anche all’estero): mettere in fila quei ristoranti che, in fatto di accoglienza e sapori, se la giocano all’ultima forchettata. Così da questa classifica stellata ne viene fuori una bella fotografia che descrive bellezze e bontà di una regione così lunga e sterminata. “Paesaggi incantevoli, villaggi pittoreschi sulla costa e vasti vigneti – scrive tourism.it – questi sono alcuni dei punti di forza della Puglia: centinaia di ristoranti deliziosi”, fra questi un po’ di brand che più di altri meritano un posto al sole.
E VAI CON LA BELLEZZA…
Grotta Palazzese, a Polignano, per esempio – segnala tourismitalia.it – viene considerato uno dei dieci ristoranti più esotici al mondo. Situato all’interno di una grotta, da qui si può ammirare una vista spettacolare sul Mare Adriatico. Un paradiso quando il sole sorge e tramonta, una vista mozzafiato indimenticabile. Borgo Egnazia, tempio del lusso, imbiancato a calce con interni esotici a lume di candela. Rilassante, offre anche un’ottima cucina. Il pittoresco hotel ha come sfondo il blu intenso dell’Adriatico, che accresce la bellezza dello stesso albergo.
Se siete tra gli entusiasti che cercano buon cibo, tranquillità e un ambiente accogliente in un unico luogo, Masseria Moroseta è il posto che fa per voi. Cucina mediterranea, un’incarnazione delle spezie e dei profumi del continente, anche per godere della vista ipnotica del mare e di Ostuni, da lasciare senza fiato. Menta Cucina Fresca è un bistrot salutare dove si può mangiare una cucina verde e sana. Nel cuore di Polignano Mare, questo ristorante è un luogo popolare tra gli abitanti del luogo, quanto tra gli ospiti. Un piccolo regalo per se stessi – consiglia tourimitalia.it – sedersi sotto la cupola di mattoni per gustare un’insalata di salmone o di trota con un buon drink.
…E LA BONTA’!
Ristorante Egnathia (Masseria Torre Coccaro) a Savelletri di Fasano. Vista di grande fascino, gustosa cucina autentica, l’atmosfera romantica. Trattoria Il Cortiletto, interni in pietra imbiancata, tavoli senza tanti orpelli e vasi di fango sulle mensole. Un arredamento apparentemente minimale, che però conferisce al locale eleganza e fascino. Cucina: frutti di mare, pesce e molto altro. C’è poi la Trattoria Terra Madre Alberobello, cucina italiana e mediterranea, un piccolo ristorante con un proprio giardino. Il Borgo Antico Bistrot offre la migliore cucina italiana e mediterranea di Ostuni. Si consiglia la pizza appetitosa, la pasta e la burrata. Uno spettro di sapori esplosivi.
Cucina classica pugliese: Masseria Potenti. Ha una propria azienda agricola e i prodotti vengono portati direttamente dal campo alla cucina. Pertanto, il cibo non solo è delizioso, ma è fatto con prodotti biologici di alta qualità. Inoltre, vigneti e uliveti che si estendono a perdita d’occhio. Infine, ma l’elenco potrebbe proseguire, tanti sono i ristoranti eleganti, accoglienti e pieni di proposte gastronomiche senza pari. Ottolire Resort, cucina che nasconde il gusto dell’autentica cucina pugliese. Lo chef stesso porta i suoi ospiti in un viaggio in cui si possono gustare i vasti sapori che ha portato a casa da tutto il mondo.
La pallavolo piange la scomparsa della diciottenne azzurra
E’ morta a Istanbul, intorno alle quattro del mattino. La giovane campionessa di origini nigeriane è precipitata dal sesto piano dell’albergo nel quale alloggiava con la sua squadra. Aveva giocato una gara di Champion’s con il Novara. Indagano la polizia turca. Acquisite le immagini delle vicine telecamere di sorveglianza. Le ipotesi di un sito turco
Il mondo della pallavolo è in lutto. Julia Ituma, diciotto anni, italiana di origini nigeriane, nazionale europea under 19 e giocatrice dell’Igor Gorgonzola Novara, è morta. Il suo cuore ha cessato di battere in circostanze drammatiche mentre era con la sua squadra di club in trasferta a Istanbul. L’opposto azzurro, gran prospetto, vincitrice con l’Italia agli Europei under 19 la scorsa estate (premiata come MVP, Most valued player, miglior giocatrice), con la sua squadra era impegnata nel ritorno delle semifinali di Champions League contro l’Eczacibasi.
Cause della morte ancora da accertare dicono gli inquirenti che hanno acquisito subito testimonianze e immagini dalle telecamere di sorveglianza. Non è ancora dato sapere quali siano state le dinamiche sulla morte dell’atleta azzurra, si è solo a conoscenza che la pallavolista è precipitata dalla finestra della stanza dell’hotel di Istanbul dove alloggiava con le compagne di squadra. L’attaccante era alla sua prima stagione con la maglia del Gorgonzola Novara, dopo aver giocato tre anni tra le fila del Club Italia togliendosi grandi soddisfazioni con la maglia della Nazionale.
ITALIANA, ORIGINI NIGERIANE
Julia Ituma era nata nel 2004 a Milano da genitori nigeriani e aveva incominciato a giocare a pallavolo a undici anni. Nel 2021 era stata protagonista ai Mondiali Under 18, conquistando la medaglia d’argento. Il giallo della morte di Julia potrebbe risiedere nell’ultima telefonata e nelle immagini delle telecamere di sorveglianza.
Ancora sconosciute le cause della morte, avvenuta poche ore dopo la partita (con l’Eczacibasi, vittoria per 3-0, lei a segno con due punti). Gli investigatori non escludono ipotesi, anche se qualche sito locale avanza conclusioni terrificanti come il suicidio. Secondo le autorità turche, Julia sarebbe precipitata dalla finestra della sua stanza d’albergo, al sesto piano, alle quattro di notte, mentre tutte le sue compagne di squadra dormivano. Il corpo senza vita è stato scoperto intorno alle cinque. Il quotidiano turco Hurryet, compie una ipotesi agghiacciante, tutta da verificare: “Si è appreso che Julia Ituma si è suicidata gettandosi dalla stanza al sesto piano dell’albergo nel quale pernottava insieme con la sua squadra; mentre le indagini sull’incidente sono in corso, dalle registrazioni della telecamera è emerso che la pallavolista italiana si sia suicidata nella notte”.
UNITA’ DI CRISI ALLERTATA
L’Unità di crisi della Farnesina in un comunicato fa sapere che il consolato generale a Istanbul e l’ambasciata di Ankara in stretto raccordo con la Farnesina stanno seguendo con la massima attenzione la triste vicenda della giovanissima pallavolista Julia Ituma, trovata senza vita a Istanbul, in Turchia, dove si trovava con la sua squadra, l’Igor Gorgonzola Novara, per la partita di Champions League. Il consolato generale si è immediatamente attivato con i familiari di Julia ai quali sta prestando la massima assistenza mentre un costante raccordo è assicurato con la squadra e il suo direttore sportivo, nonché con la Federazione italiana di pallavolo e le autorità locali.
La Pallavolo femminile di serie A (e non solo) nelle gare in programma fino a domenica osserverà un minuto di silenzio prima di ogni partita. Giuseppe Manfredi, presidente della Federazione italiana pallavolo: “Siamo sgomenti per questa tragedia che colpisce non solo il mondo pallavolo, ma tutto lo sport italiano: oggi piangiamo la scomparsa, non solo di un grande talento, ma soprattutto di una meravigliosa ragazza di diciotto anni che abbiamo visto crescere da vicino nel Club Italia, stagione dopo stagione. Il primo pensiero va alla famiglia di Julia, alla quale invio le più sentite condoglianze e garantisco che la FIP fornirà il massimo sostegno”.
Achille Costacurta racconta come ha sconfitto la dipendenza da smartphone
«Passavo le mie giornate a letto, con il telefonino in mano. Navigavo sui profili degli altri per vedere che facevano. Poi mi ha aiutato papà “Billy” e mamma Martina, mi hanno ascoltato e seguito, così poco per volta ho mollato e sono guarito». «Sogno di fare il modello, entrare nella moda ed esportare le piadine negli Stati Uniti…»
Due genitori famosi, papà calciatore, mamma fotomodella e presentatrice di grido. Lui, Achille, giovanissimo, intelligente, scaltro, cresce all’ombra di due personalità di carattere. Attenzione, mai autoritarie, anzi, genitori attenti, veri educatori. Una sera, in tv, lui, Alessandro Costacurta – Billy per quanti masticano di pallone – spiega perfino uno dei suoi inviti rivolti in casa: non sprecate l’acqua, non lasciate mai i rubinetti inutilmente aperti; pensate a quelle popolazioni che non hanno un filo di acqua e, se lo hanno, non è mai al rubinetto di casa, ma a chilometri da casa.
Gente di sani princìpi. Così, Achille reagisce, trova rifugio sui social. Un cognome in qualche modo ingombrante, di sicuro con un seguito garantito di follower, Costacurta jr. crea un suo profilo e comincia a vivere fra messaggi, post, botte e risposte. Non ha più tempo per se stesso, diventa schiavo come lui stesso racconterà di quegli strumenti dai quali, vivaddio, saprà allontanarsi definitivamente. Ma che faticaccia, quanto carattere ha dimostrato per smarcarsi dalla dipendenza dei giorni nostri.
LA TV CHE AIUTA…
Di sicuro gli è stata utile una trasmissione televisiva (Pechino Express). Si è staccato da quel cellulare che lo aveva imprigionato. A un settimanale con una tiratura straordinaria come “Dipiù”, Achille Costacurta racconta come è uscito dalla dipendenza social che lo aveva reso intossicato.
Ce l’ha fatta, confessa, anche grazie a papà Alessandro e mamma Martina. Un amore straordinario che lo cava da un male giovanile. «Per me i social – ha confessato alla popolare rivista – sono stati come un gioco d’azzardo: una vera e proprio dipendenza. Non riuscivo più a starne lontano. Trascorrevo le mie giornate a letto, con il telefonino in mano, a navigare sui profili altrui per vedere quello che facevano. A volte per imitarli e per fare meglio di loro. Sempre. È stato un periodo durissimo, che ho affrontato e superato anche grazie all’aiuto dei miei genitori che mi hanno capito e supportato». Bravi papà e mamma.
Quando vediamo o sentiamo Alessandro e Martina, abbiamo sempre la sensazione di una coppia attenta. E non solo perché hanno l’equilibrio della critica ragionata. Non abbiamo difficoltà a pensare che in qualità di genitori non abbiamo urlato, scosso il proprio figliolo, ma lo abbiano indotto con la massima calma al ragionamento. A spiegare a cosa, Achille, andasse incontro se avesse continuato a spendersi in un mondo chiuso, senza via di fuga.
«SCACCIATE L’ABITUDINE»
«L’abitudine ti consuma – spiega – se non sei capace di uscirne, ti prende la vita, ti porta via: c’è voluto tempo, sono stato aiutato e ne sono uscito; adesso non sono più schiavo di quel mondo e mi godo ogni singolo minuto delle mie giornate». Achille è cambiato, è tornato padrone della sua vita, delle decisioni a mente serena. Forse gli tocca aiutare qualche coetaneo oggi nelle stesse condizioni di Costacurta jr. un tempo. Padrone del suo tempo, delle sue ore, delle sue giornate. «Spesso le trascorro senza mandare o ricevere messaggi: sono io a decidere quando leggere un messaggio oppure quando mandarlo».
A “Dipiù”, Achille racconta il suo rapporto con la tv e quel programma del quale è stato ospite: Pechino Express. «La gente mi conosceva come “figlio della Colombari e di Costacurta”, adesso credo mi conosca per quello che sono: un ragazzo normale, come tanti; volevo essere considerato non per il mio cognome o per la popolarità dei miei genitori, perché il segno che hanno lasciato loro è diverso dal segno che vorrei, un giorno, lasciare io».
Il primo progetto che gli viene in mente. «Non lavorerò nel mondo della televisione, ma vorrei lavorare nella moda, fare il modello, sfilare per i grandi marchi e più avanti fare l’imprenditore: ho qualche idea che mi balena nella testa, la prima che mi viene in mente: l’anno scorso durante una vacanza a Miami, negli Stati Uniti, ho notato che lì non esiste una sola piadineria: sono convinto che se in America cominciassero a conoscerle non se ne staccherebbero più». Bravo Achille, altro che dipendenza dai social.