«Siamo una risorsa pronta a lavorare gratis»

Ecco il testo della lettera inviata da alcuni ospiti delle strutture di Costruiamo Insieme ai Prefetti di Bari e Taranto nella quale si rendono disponibili a dare il proprio contributo GRATUITO per lavori socialmente utili.

 

Egregio Signor Prefetto,

trascorse le importanti ricorrenze di questi giorni in cui il Paese che ci ha accolti ha festeggiato la liberazione dalle dittature e dall’occupazione straniera e, soprattutto, la fine di una lunga e cruenta guerra che ha prodotto morti e distruzioni e la festa dei lavoratori e del lavoro, valore fondante della Costituzione italiana, avremmo il piacere di esprimerLe personalmente un sincero ringraziamento per l’inserimento in un sistema di accoglienza che ha ridato vita alla nostre speranze.

Noi, scappati dalle guerre che stanno dilaniando i nostri Paesi, dalle persecuzioni razziali, dalle torture, da ogni tipo di violenza fisica e psicologica, dalla miseria e dalla fame che ancora continuano ad uccidere migliaia bambini, donne e uomini fra i quali i nostri fratelli, le nostre madri e i nostri padri ci sentiamo fortunati per avere riacquistato una prospettiva di vita che ci era stata negata.

Per il Paese che ci ha accolti, l’Italia, e soprattutto per il territorio che ci ospita e ci garantisce le cure, l’istruzione, la formazione professionale oltre al soddisfacimento di tutte le esigenze primarie non vogliamo essere un problema, vogliamo essere una risorsa restituendo alla comunità quanto ogni giorno ci viene donato.

Saremmo lieti di rappresentarLe personalmente la nostra piena e totale disponibilità ad aderire al piano previsto dalla nuova normativa sui migranti recentemente approvata relativo al nostro impiego gratuito in lavori di pubblica utilità che consideriamo una opportunità di integrazione e di interazione con il territorio che ci ospita.

Le chiediamo, pertanto, di voler ricevere una nostra delegazione per ringraziare il Governo italiano per quanto fatto finora e per rappresentare la nostra vicinanza e condivisione anche per i festeggiamenti patronali dei giorni scorsi.

Con profonda cordialità e con la speranza di poterLa incontrare, le inviamo i nostri più sinceri saluti.

Gli ospiti della Cooperativa COSTRUIAMO INSIEME.

Disperazione

Mia sorella si è ritrovata in un limbo, non risultava nè occupata nè disoccupata. Era stata licenziata da un giorno all’altro perchè in questo mondo del lavoro che non funziona più la sua azienda ha appaltato il servizio e non ha chiesto di assumere i vecchi dipendenti. Così lei si è trovata senza lavoro, senza Tfr e senza indennità di disoccupazione. Con un affitto da pagare e un compagno disoccupato. Questa mattina ha pubblicato quel post su Facebook in cui diceva che li avrebbe fatti neri. Ma non pensavo certo che avesse in mente questo. È un mondo senza solidarietà. Vorrei ringraziare però quel ragazzo musulmano che mentre gli altri si allontanavano ha preso l’estintore e ha cercato di salvarla“.

In un ufficio INPS, uno dei tanti, nella provincia di Torino una donna di quarantasei anni in preda alla disperazione, dopo essersi cosparsa il corpo di alcool si è data fuoco mentre gridava alla gente in coda ed agli impiegati di essere esasperata, di non farcela più.

Fatto grave quanto frequente che si ripete negli uffici pubblici su tutto il territorio italiano: quando la disperazione si materializza portando alle conseguenze più estreme vengono fuori tutti i difetti di un sistema che non funziona, che trasforma le persone in numeri, che disumanizza il rapporto con il cittadino fino alla mortificazione ovvero a maturare l’idea di morte quando si è ancora in vita.

Ma, nella tragicità del fatto, sorprendono le parole del fratello della donna che, ai giornalisti, ha voluto sottolineare che “quel ragazzo musulmano che mentre gli altri si allontanavano ha preso l’estintore e ha cercato di salvarla”.

Un ragazzo musulmano mentre gli altri si allontanavano?

Ma i musulmani non sono quelli brutti e cattivi da rispedire a casa loro perché rappresentano un pericolo pubblico? Non sono quelli che Trump non vuole più negli Stati Uniti d’America o quelli sui quali Macron vuole fare un distinguo?

A me viene spontanea una riflessione: quel ragazzo, di qualsiasi religione sia, ha sentito il brivido di una vita che stava per andare via ed è intervenuto dentro una scena deplorevole (mentre gli altri si allontanavano!) e forse, la necessità di aver voluto specificare che era mussulmano e straniero sta dentro il fatto che gli altri presenti erano brave persone italiane.

L’episodio, che certo non farà la storia, non può non metterci di fronte a un dato oggettivo che è quello della disperazione, diffusa e globalizzata, dentro e fuori casa nostra, che non dovrebbe consentire a nessuno di giocare con le parole costruendo artificiose giustificazioni alle ipotesi di respingimento dei migranti.

Dire che in Costa d’Avorio, in Nigeria o in Senegal il PIL cresce omettendo di dire che più del 90% della ricchezza di quei Paesi è nelle mani del 2% della popolazione è disonesto, politicamente scorretto, intellettualmente criminale.

Lottare contro la fame non è diverso da sfuggire e subire le conseguenze di una guerra. Andare in cerca di un futuro che dia un senso alla vita è legittimo per qualsiasi persona in ogni parte del mondo.

Impedire che questo sia possibile equivale alla negazione del valore della vita.

 

Samba: «Ho solo pregato»

«Sì, mi hanno detto che qualcuno si è lamentato che eravamo sulla rotonda, ma sinceramente non capisco perché: noi abbiamo solo pregato, che c’è di male?».

È genuinamente stupito Samba, 18enne del Senegal che pochi giorni fa ha festeggiato la fine del Ramandan sulla rotonda del Lungomare di Taranto. Quella mattina erano in tanti i musulmani che si sono dati appuntamento per condividere un momento di fede e tradizione in una terra nuova che li accolti e prova a fare del suo meglio per offrirgli l’occasione di ricostruirsi una vita. Le foto di quell’incontro sono finite sulla rete e hanno scatenato l’ira di tanti italiani.

«Davvero – rilancia Samba – non riesco a capire: pregare non è una cosa brutta, è qualcosa che unisce: cattolici e musulmani, ma anche altri. Durante la Settimana Santa alcuni ospiti di questa struttura sono stati alla chiesa del Carmine per conoscere i Riti di Taranto: gli operatori ce ne avevano parlato e c’è stato il desiderio di scoprire. Poi abbiamo visto la processione dei Misteri ed è stato bello vedere tanta gente per strada che con fede seguiva queste statue che camminavano lentamente. Io spero che anche da parte di chi qualche giorno fa si è lamentato possa essere la stessa volontà di scoprire, conoscere: è il primo passo per potersi parlare e capire».

Non c’è rabbia nelle sue parole. Il suo sembra più un accorato appello ad aprire gli occhi, le orecchie e il cuore. È scappato a febbraio dello scorso anno dal Senegal per problemi familiari: dopo la morte della mamma, Samba non era ben visto dalla nuova moglie del padre. È stato messo alla porta e così ha dovuto lasciare il suo paese. Sua moglie e sua figlia sono ancora lì, ma lui sogna di portarle qui in Italia: «mi piacerebbe che mia figlia guardasse il mare come ho fatto io e non avesse paura. Sì, ogni tanto penso al viaggio in barca e il mare diventa qualcosa di terribile, ma normalmente mi piace guardarlo, anche per questo quella preghiera sulla rotonda è stata così bello. Io spero solo che la gente non veda in ogni musulmano un terrorista: chi segue il Corano, non uccide. L’Isis è una follia e non devono essere considerati musulmani».

Nel suo cuore, però, le polemiche di questi giorni non hanno scalfito le poche certezze che ha acquisito da quando è qui: «i tarantini non sono razzisti e io non mi sento estraneo: ognuno fa la sua vita e onestamente, nessuno mi ha mai insultato. Taranto è una città di cuore».

Talenti che vanno, talenti che arrivano

Dopo l’intervista fatta ad Emmanuel Sanriemu qualche giorno fa nel CAS di Modugno e pubblicata da Costruiamo Insieme nella rubrica “Raccontiamo storie”, viene da riflettere su un tema che tocca tutti, quel fenomeno definito “fuga dei cervelli” che nel nostro Paese ha una dinamica piena di sfumature diverse.

Talenti che vanno, talenti che arrivano accomunati dallo stesso destino: la mancanza di opportunità.

Dentro un tessuto socio economico compromesso, ogni talento inespresso, “tenuto a dormire” come ha detto Emmanuel o costretto a lasciare il Paese deve essere considerato un danno sociale, un freno ed un ostacolo alla crescita collettiva.

Tante potenzialità vengono mortificate nel frullatore del mantenimento di uno status quo nel quale basta galleggiare restringendo gli orizzonti senza sforzarsi a guardare oltre.

Per questo motivo a fronte di migliaia di giovani italiani che partono in cerca di un futuro e di opportunità per esprimere capacità e competenze, migliaia di giovani arrivano da un altro Continente con le stesse aspettative, con le stesse speranze.

Costruiamo Insieme, che da sempre ha rifiutato il modello di una accoglienza sterile rifuggendo dall’idea che i Centri di Accoglienza debbano essere parcheggi per migranti sta gettando le basi per realizzare azioni di sistema capaci di costruire un ponte che porti al di la del muro.

Lo scorrere del tempo, il passare degli anni, l’essere di fronte ad un fenomeno strutturale e strutturato non ha prodotto l’evolversi di un processo di scambio, di incontro, di conoscenza. Quel processo che da un punto di vista sociologico rappresenta la molla per la crescita, per lo sviluppo sociale, culturale, economico.

Nei Centri di Accoglienza risiede un mondo per lo più sconosciuto, tenuto bloccato dai tempi della burocrazia e rispetto al quale i muri ideologici sono più cementificati dei muri materiali.

In una lettera aperta indirizzata ai Prefetti di Bari e Taranto, un folto gruppo di ospiti delle strutture di accoglienza gestite da Costruiamo Insieme ha scritto:

Noi, scappati dalle guerre che stanno dilaniando i nostri Paesi, dalle persecuzioni razziali, dalle torture, da ogni tipo di violenza fisica e psicologica, dalla miseria e dalla fame che ancora continuano ad uccidere migliaia bambini, donne e uomini fra i quali i nostri fratelli, le nostre madri e i nostri padri ci sentiamo fortunati per avere riacquistato una prospettiva di vita che ci era stata negata.

Per il Paese che ci ha accolti, l’Italia, e soprattutto per il territorio che ci ospita e ci garantisce le cure, l’istruzione, la formazione professionale oltre al soddisfacimento di tutte le esigenze primarie non vogliamo essere un problema, vogliamo essere una risorsa restituendo alla comunità quanto ogni giorno ci viene donato.

Impareremo a ragionare in termini di risorse e di opportunità?

 

 

Emmanuel, l’arte e i talenti a caccia di futuro

Ho incontrato martedì scorso, presso il CAS di Modugno nel quale è ospite, Emmanuel Sanriemu, un ragazzo nigeriano di 26 anni giunto in Italia a novembre 2016 e ospite del CAS da 7 mesi.
Il racconto del viaggio di Emmanuel non è diverso dai tanti altri che ho ascoltato: dalla Nigeria alla Libia, attraversando il Niger, in autobus senza incontrare grandi problemi. Poi, il solito gommone sul quale erano stipate circa 160 persone abbandonato al largo delle acque libiche.
Emmanuel è stato recuperato e salvato da una delle navi delle ONG che operano nella zona.
Il costo del viaggio riesce a quantificarlo solo in Naira, la moneta nigeriana: 90.000 naire che nel suo Paese rappresentano una somma importante ma che convertita in euro è pari a 247,87.
“Da piccolo sono andato a scuola solo due anni perché in Nigeria la scuola si paga e la mia famiglia non aveva soldi. Poi, dopo la morte di mia madre, mio padre si è sposato con un’altra donna e mi hanno messo fuori di casa”.
Dall’età di 11 anni Emmanuel ha vissuto per strada alternandosi in piccoli lavori occasionali. In questo contesto ha conosciuto un produttore musicale che ha voluto aiutarlo e che gli ha fatto conoscere il mondo della musica.
Messi da parte un po’ di soldi, Emmanuel avvia una sua casa di produzione musicale concentrandosi sul genere hip hop. Nel frattempo riprende gli studi per due anni, ma le cose non vanno bene nonostante nel frattempo facesse anche il muratore ed il portabagagli in maniera saltuaria.
Nel contempo la Nigeria attraversa una grave e profonda crisi politica che si aggiunge alla storica crisi economica aumentando a dismisura i livelli di povertà della popolazione: “Stanno dividendo il Paese, ci sono fazioni in lotta e la situazione si fa sempre più pericolosa. Se non trovano una soluzione, un accordo, scoppierà la guerra civile”.
Ad un certo punto, Emmanuel matura l’idea che l’unica soluzione possibile sia quella di lasciare il suo Paese. Ha già visto tante persone farlo e pensa di dover cercare altrove un futuro migliore: “Ho venduto tutta la strumentazione per l’attività di produzione musicale, ho messo insieme i soldi per il viaggio e sono partito con la speranza di raggiungere l’Italia”.
Come abbiamo già detto, arriva in Italia nel novembre 2016 e da allora è in attesa di essere ascoltato in Commissione per l’ottenimento almeno del permesso provvisorio.
A questo punto gli chiedo se, in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, avesse qualcosa da chiedere al Governo Italiano: “Abbiamo bisogno di aiuto. Nella struttura che ci ospita non ci manca niente e gli operatori sono straordinari. Ma viviamo in uno stato di sofferenza, di mortificazione perché non possiamo neanche cercare un lavoro. Fra noi ci sono tanti talenti e professionalità che non possono fare altro che dormire e mangiare tutto il giorno e il tempo sembra non passare mai. Chiedo al Governo Italiano di garantire tempi più brevi per ottenere i documenti. Vogliamo sentirci utili e liberi, cerchiamo una nostra autonomia, vogliamo costruirci un futuro”. Emmanuel vorrebbe continuare a svolgere in Italia la sua attività di produttore musicale anche per portare, fuori dalla Nigeria, le esperienze artistiche che stanno crescendo nel suo Paese ma che non hanno alcuna possibilità per farsi conoscere.
Colgo l’occasione per un’ultima domanda sul tema dello ius soli: “Se davvero facessero questa Legge e io avessi un figlio in Italia non esiterei un attimo a chiedere per lui la cittadinanza italiana per garantirgli tutto quello che a me è stato negato”.
Prima di salutarci vuole farmi vedere un video che ha prodotto in Nigeria prima di partire. Vedere Emmanuel in una veste diversa da quella di rifugiato mi fa ripensare alle sue parole: ci sono tanti talenti tenuti a dormire!

Giornata mondiale del rifugiato: una occasione per riflettere

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha scelto di celebrare la Giornata Mondiale del Rifugiato il 20 giugno di ogni anno con la Risoluzione 55/76.
L’obiettivo di quest’anno è quello di chiedere ai Governi di tutti i Paesi di garantire che ogni bambino rifugiato possa accedere all’istruzione, che ogni famiglia rifugiata abbia un posto sicuro in cui vivere e garantire che ogni rifugiato possa lavorare o acquisire nuove competenze per dare il suo contributo alla comunità.
Questa giornata, verso la quale Papa Francesco ha sempre mostrato grande attenzione, si celebra all’insegna di lacerazioni e radicalizzazioni sempre più profonde che partoriscono contraddizioni paradossali soprattutto in quel mondo respingente che si richiama alle radici cristiane e guarda all’Islam come un pericolo.
«Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato». Con queste parole gli Evangelisti ricordano alla comunità cristiana un insegnamento di Gesù che è entusiasmante e, insieme, carico di impegno.
Sempre Papa Francesco, nello scorso gennaio, ha proposto l’ennesima riflessione sul tema delle migrazioni con particolare attenzione ai bambini: “Per questo, in occasione dell’annuale Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, mi sta a cuore richiamare l’attenzione sulla realtà dei migranti minorenni, specialmente quelli soli, sollecitando tutti a prendersi cura dei fanciulli che sono tre volte indifesi perché minori, perché stranieri e perché inermi, quando, per varie ragioni, sono forzati a vivere lontani dalla loro terra d’origine e separati dagli affetti familiari. Le migrazioni, oggi, non sono un fenomeno limitato ad alcune aree del pianeta, ma toccano tutti i continenti e vanno sempre più assumendo le dimensioni di una drammatica questione mondiale. Non si tratta solo di persone in cerca di un lavoro dignitoso o di migliori condizioni di vita, ma anche di uomini e donne, anziani e bambini che sono costretti ad abbandonare le loro case con la speranza di salvarsi e di trovare altrove pace e sicurezza. Sono in primo luogo i minori a pagare i costi gravosi dell’emigrazione, provocata quasi sempre dalla violenza, dalla miseria e dalle condizioni ambientali, fattori ai quali si associa anche la globalizzazione nei suoi aspetti negativi. La corsa sfrenata verso guadagni rapidi e facili comporta anche lo sviluppo di aberranti piaghe come il traffico di bambini, lo sfruttamento e l’abuso di minori e, in generale, la privazione dei diritti inerenti alla fanciullezza sanciti dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia”.
Abbiamo parlato, e continueremo a farlo, dello ius soli, il riconoscimento del diritto di cittadinanza che conferirebbe un status civile a quanti sono già parte integrante della nostra società e del nostro quotidiano ma che, contrariamente a quanto auspicato, continuano ad essere vissuti come l’altro, il diverso, un “pericolo”.
Ci auguriamo che questa giornata mondiale possa indurre tutti, governanti e non, ad una riflessione più profonda su un fenomeno strutturale volutamente relegato nei canoni dell’emergenza al fine di rinviare sine die il confronto vero con questa realtà.

Ius soli, un diritto ancora negato

L’incapacità di leggere i profondi mutamenti sociali ed il ricorso all’ideologizzazione in assenza di argomentazioni che reggano trasformano, in Italia, la discussione sulla necessità di rivedere la normativa sul diritto di cittadinanza in una bagarre nella quale si moltiplicano i prestigiatori di parole.

In tutto il continente americano, meta nel secolo scorso di grandi flussi migratori, lo ius soli, ovvero il diritto di vedersi riconosciuta la cittadinanza del Paese nel quale nasci è automatico.

In Italia, da decenni meta di migrazioni, questo argomento pare essere un tabù nonostante il tema metta le mani nelle viscere di un sistema di tutela dei diritti dei minori che dovrebbe essere al centro delle attenzioni.

E ad alimentare la preoccupazione vi è il fatto che il testo in discussione nel Parlamento italiano non prevede uno ius soli puro, ma pone una serie di vincoli e condizioni. Per fare qualche esempio, un bambino nato in Italia, potrebbe diventare cittadino italiano a condizione che almeno uno dei genitori si trovi legalmente in Italia da almeno 5 anni, avere un reddito annuo non inferiore all’importo dell’assegno sociale, disporre di una abitazione idonea, conoscere la lingua italiana.

Tutte condizioni che escludono da questa possibilità, almeno nell’immediato, la gran parte dei migranti presenti nel nostro Paese e la cecità con la quale si affronta l’argomento trascura o oscura il dettaglio importante che la proposta di Legge si applicherebbe solo ai nuovi nati.

Paradossalmente in questo scenario ad alzarsi sono le voci xenofobe e non piuttosto quelle della società civile che dovrebbe indignarsi di fronte all’approccio restrittivo di una proposta di Legge che affronta il tema dei diritti civili.

Il Comitato ONU per i Diritti dell’Infanzia ha indicato quattro principi generali, con lo scopo di fornire un orientamento ai governi per l’attuazione della Convenzione:

  • non discriminazione (art. 2), tutti i diritti sanciti si applicano a tutti i minori senza alcuna distinzione;
  • superiore interesse del minore (art. 3), in tutte le decisioni il superiore interesse del minore deve avere una considerazione preminente;
  • diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo (art. 6), non solo il diritto alla vita ma garantire anche la sopravvivenza e lo sviluppo;
  • partecipazione e rispetto per l’opinione del minore (art. 12), per determinare in che cosa consiste il superiore interesse del minore, il suo diritto di essere ascoltato e che la sua opinione sia presa in considerazione.

L’Italia garantisce questi diritti attraverso l’accesso ai servizi sociali, sanitari ed educativi, ma continua inesorabilmente a camminare sulla strada che guarda all’altro come al diverso, nel migliore dei casi da accogliere ma tenendo lontana l’idea che una società multietnica, multiculturale e condivisa sia possibile. E intanto la vita fa il suo corso e così mentre l’Italia discute, nel Cas di Bitonto tre nuove vite sono sbocciate, infischiandosene di ciò che i vivi pensano.

«Alla ricerca di Kassim, mio salvatore»

«È stato lui a salvarmi la vita: sarebbe bello riabbracciarlo, ma non so nemmeno dove si tovi».
Mouhamed Cisse ha 18 anni, è nato e cresciuto a Daloa, una città dell’Alta Sassandria in Costa d’Avorio, a qualche chilometro dal Parco nazionale della Marahoué. Una vita difficile, trascorsa passando da una casa all’altra fino alla strada che lo ha accolto per qualche tempo. Suo padre è morto quando era molto piccolo, sua madre invece è scappata: Mouhamed non sa nemmeno il motivo.
«Sono cresciuto con mio zio – racconta tenendo costantemente una mano tra i capelli ricci – e non era un persona gentile». Accenna un sorriso e poi riprende: «No, non era affatto gentile, anzi. Mi costringeva a fare ogni tipo di lavori e mi bastonava. A volte mi impediva persino di andare a scuola e mi faceva fare i lavori più pesanti. Poi un giorno, dopo l’ennesima bastonata, ho deciso di lasciare quel posto. Non lo chiamo nemmeno casa».
Così ha iniziato a vivere per strada: per quasi un anno ha vissuto grazie alla carità di poche persone. «Non chiedevo soldi, chiedevo qualcosa da mangiare, ma la maggiorparte delle volte nessuno mi ascoltava. Ho trascorso giorni interi senza mangiare nulla».
Quel suo vagabondare lo portò all’incontro che avrebbe cambiato la sua vita. «Quando vivevo per strada conobbi Kassim, l’unico amico che abbia mai avuto. È stato lui ad aiutarmi a sopravvivere e mi ha persino pagato il viaggio per arrivare in Italia. Abbiamo affrontato l’uno accanto all’altro tutti i momenti di un viaggio difficile: anche sulla barca per arrivare in Italia eravamo seduti vicini. Fino a quando siamo giunti nel porto di Taranto: lì siamo stati separati e non ci siamo mai più visti…». Mouhamed si interrompe, forse rapito da un pensiero sulle sorti dell’amico. «Spero che stia bene. Spero che come me abbia trovato un posto bello come Costruiamo Insieme, con persone gentili che ti ascoltano. Mi piacerebbe saperlo dove sta, ma non ho nulla di lui, nemmeno il suo numero di telefono. Non so nemmeno il suo cognome…».
Il 18enne ivoriano, forse, rivede le immagini dei momenti insieme: il volto dell’amico che col passare tempo diventa sempre più sfocato. «Un giorno mi piacerebbe poter ricambiare quello che ha fatto per me. Magari quando aprirò un ristorante tutto mio e cucinerò «attieker» un piatto tipico del mio paese con il pesce, i pomodori, sale, peperoni, cipolle e olio. Anche se te lo spiego, non è buono come quando lo assaggi». Finalmente Mouhamed sorride: «Sì, mi piacerebbe fare il cuoco. Il ristorante? Lo chiamerei “Ivoriana” come una donna del mio paese e chissà, forse avrò trovato Kassim saremmo insieme in una nuova avventura».

La vita vince. Nonostante tutto

Quando saranno più grandi forse scopriranno che hanno rischiato la vita ancor prima di nascere e magari, i piccoli ospiti del CAS di Bitonto, rimarranno stupiti, pensando e guardando le loro storie come un passato che, fortunatamente, non c’è più.

È il regalo che vorremmo fare a questi splendidi bambini, nati qualche giorno fa in Italia oppure arrivati su queste coste in tenerissima età.

Come Brithness che a soli 15 giorni di vita ha attraversato il mediterraneo partendo dalla Libia. Oppure come Efraim che di anni ne ha solo uno. Viaggi lunghi, lunghissimi: Brithness arriva dal Camerun, Efraim dalla Costa d’Avorio.

E poi ci sono Favour, nato il 5 giugno, e Alexandra venuta al mondo il 12 giugno: sono nati qui in Italia, trasportati su un gommone nel grembo materno.

Ma le storie belle non sono solo quattro: lo stesso viaggio è toccato ad altri cinque bambini che nasceranno tra poco, alcuni già nei prossimi giorni e altri il prossimo settembre.

Senza saperlo e certamente senza volerlo, hanno combattuto contro la morte per dare un futuro alla vita: perché la vita, spesso, vince. Grazie al sacrificio di madri coraggiose. È forse l’unico messaggio che credo si possa cogliere dall’esperienza di queste donne capaci di pensare a un futuro possibile per quei figli, appena nati o in procinto di farlo.

E a noi, messi di fronte a tanta vita che è venuta o sta per venire al mondo non resta che la speranza di poter donare loro un mondo nel quale i bambini e le donne non muoiano in mare e non siano vittime di violenze, traffici di carne umana, guerre. Un pianeta in cui non si sentano costrette, per salvarsi, a lasciare il proprio Paese. Un mondo in cui la vita possa continuare a vincere grazie ai figli e alle loro scelte. Perché come diceva Kahlil Gibran «I vostri figli non sono figli vostri: sono i figli e le figlie del desiderio che la vita ha di sé stessa».