«Un contratto, che emozione!»

Daniel, trentuno anni, operatore di “Costruiamo Insieme”

«Tremavo mentre firmavo. Lo cooperativa mi ha cambiato la vita, le sarò sempre riconoscente. Scappato dal Ghana, poi dalla Libia, qui ho trovato una grande famiglia e un posto di lavoro. Ora aiuto mamma e sorelle, loro mi avevano consigliato di fuggire da lotte fratricide generate senza un motivo. La fede mi ha aiutato a trovare la strada giusta».  

«Sono scappato dal Ghana per tensioni familiari, ho trovato lavoro in Libia, poi le continue rappresaglie mi hanno obbligato a fuggire ancora, fino a quando non sono arrivato in Italia: lo sbarco, l’accoglienza, il lavoro, un contratto; non sapevo cosa fosse, mentre firmavo mi tremava la mano: ero assunto, avrei avuto uno stipendio, ero emozionato; pensavo al mio Paese, a dissapori familiari, alle continue fughe in cerca di libertà e un cielo sereno…».

Daniel, ghanese, trentuno anni, cristiano convinto, è un altro operatore della famiglia “Costruiamo Insieme”. «Sarò sempre riconoscente alla cooperativa che prima mi ha accolto, poi assistito e, infine, dato un lavoro che mi permette di aiutare i miei familiari, mamma e tre sorelle rimaste in Ghana, papà purtroppo non c’è più, e di guardare con più serenità al futuro».

Era poco più di un ragazzo, smarrito a causa di dissapori familiari. «Dalle nostre parti – spiega Daniel – ci vuole poco che una minima scintilla alimenti un fuoco che una volta divampato diventa sciagura; sono state le mie sorelle, mamma, alla fine a spingermi ad andare via da casa, provare a trovare una strada, un lavoro che fosse dignitoso: lontano dalla mia terra della quale ho nostalgia, non lo nascondo; non c’era molto da scegliere, ci vuole poco dal passare da una discussione alle mani e alle armi, così con il dolore nel cuore ho preso quelle cose che avevo, le ho messe in uno zainetto e sono andato via».

Avvertiva la sconfitta. Nel cuore e sulla pelle, Daniel. «Non voglio dare lezioni, ma certe esperienze – che non auguro a nessuno – bisogna viverle per capire come sia amaro il sapore di una fuga; sono dolori forti, emozioni che non si possono raccontare, ma che non auguro a nessuno. Brutta storia mettere gambe in spalla e fuggire, tante volte un familiare torna malintenzionato per farti del male per farla finita per sempre». DANIEL foto 01 - 1

TENSIONI FAMILIARI, PAURA PER MAMMA E SORELLE

Le tensioni familiari si generano per motivi impensabili. «Non c’è mai una ragione precisa – dice Daniel – esiste una ignoranza di fondo, la mancanza di rispetto per una religione, dunque ogni piccola cosa viene ingigantita dall’essere ottusi: un saluto mancato, anche per distrazione, viene visto scioccamente per una mancanza di rispetto; venendo a mancare un genitore devi dar conto a uno zio, anche in fatto di raccolto: esistono leggi non scritte alle quali devi sottostare. Ma posso continuare a dirne tante altre ancora, storie che non hanno visto me e la mia famiglia protagonisti, ma hanno interessato amici, conoscenti; storie finite male, tanto che all’interno di certe famiglie girano armati e se solo si sfiorano ovunque sia, per strada, in un mercato, si sfidano all’ultimo sangue».

A casa di Daniel non volevano certamente questo. «Così, dopo aver pensato e ripensato, ho preso la decisione di andare via: fossi rimasto, avrebbero potuto fare del male a mia madre o alle mie sorelle, una più grande di me, le altre più piccole: non volevo che ciò accadesse, non me lo sarei mai perdonato, allora via da casa…».

La Libia, un primo miraggio. «Un amico a conoscenza della mia situazione familiare mi aveva detto di raggiungerlo, mi avrebbe trovato un lavoro da saldatore, mestiere che già svolgevo in Ghana; non avevo un contratto, ma ogni settimana ricevevo un compenso: tanto o poco non importava, quel denaro mi dava modo di sopravvivere».

Poi qualcosa cambia. Daniel non è vittima di uno di quegli arresti fasulli da parte di civili o militari che in cambio della libertà ti svuotano le tasche. «Ma era come se fossimo agli arresti domiciliari – ricorda – io e gli amici con cui dividevo uno stanzone nel quale dormivamo, potevamo solo uscire per andare al lavoro, se civili e militari ci avessero incontrati in giro fuori orario per noi si sarebbe messa male: non solo galera, ma anche botte, segregazione, lunghi digiuni punitivi…».DANIEL foto 04 - 1

L’IMBARCO, UN MILITARE GENEROSO, UNA CHIESA…

Restare in Libia non era più consigliabile, era diventata una vitaccia. «Vivevo solo per lavorare, mi svegliavo prestissimo, uscivo, andavo in locali attrezzati come officine e lavoravo sodo, senza un attimo di sosta… a tarda sera, fine del lavoro, a casa, che poi era uno stanzone e a dormire, per poi ricominciare alle prime luci dell’alba del giorno dopo».

Non tutti i militari sono uguali. «Un poliziotto mi ha aiutato, non ha voluto soldi, mi ha accompagnato ad un barcone sul quale ben presto siamo diventati centotrenta: sbarco a Brindisi, bus, destinazione uno dei Centri di accoglienza pugliesi». Ricorda un episodio, Daniel. Minimizza, ma il coraggio non gli è mancato. «Eravamo appena arrivati, un ragazzo fuori controllo impugnò un coltello minacciando chiunque gli capitasse a tiro: chiesi di parlargli, chiacchierammo a lungo, alla fine lo pregai di consegnarmi il coltello, finì con un abbraccio». Una riflessione. «Non tutta la gente che scappa per mille ragioni da casa ha la mia stessa fortuna, alle spalle ognuno ha storie e reazioni diverse, non siamo tutti uguali». La fede aiuta. «Come la preghiera, io frequento la parrocchia di “Sant’Egidio” a Lama, è una bella comunità, tutti amici, ascoltiamo messa, preghiamo, poi scherziamo». Ha trovato una famiglia, Daniel. «Una grande famiglia, “Costruiamo Insieme”: mi ha cambiato la vita, mi ha offerto un posto da mediatore e sottoposto un contratto, ora posso guardare al futuro con fiducia, una sensazione che per tanti motivi non avevo mai provato prima, ecco perché sarò riconoscente alla cooperativa sociale che mi ha dato una grande opportunità».

«Teatro, tutta la vita»

Antonio Conte, attore tarantino, si racconta

«Ho fatto tv e cinema, ma le tavole del palcoscenico sono un’altra cosa. La mia vita cambia grazie a una collega, Giusy Pepe, e Aldo Trionfo. Mario Carotenuto il mio maestro, mostruoso sul palco, con lui bastone e carota. E quando sei affiatato ci scappa anche il “salvataggio”. Verdone e Abatantuono, matti impareggiabili». Gli spot in Italia e all’estero, campagne di successo e un “Marco Antonio” fra cavalli, biga e piramidi: Mc Dondald’s, Amadori, Tirrenia… 

Antonio Conte, tarantino, quarant’anni di teatro. Una storia cominciata nella sua città, diretto da Italia De Gennaro per la compagnia “Teatro per noi”, per proseguire con una collega, Giusy Pepe, che per accedere all’Accademia d’arte drammatica “Silvio D’Amico”, lo vuole come spalla nel suo saggio d’ingresso. Oggi, Antonio, invece dei baffi ha la barba, ma solo per forma di pigrizia, dice. Dopo aver interpretato il dirigente di un avviatissimo studio legale, sempre tirato a lucido, ha reagito così. Ancora qualche giorno, poi rasoio e tutto come prima.

Conte, la prima esperienza professionale.

«La prima tappa, occasionale e fortuita, forse me la sono anche cercata, chi può dirlo. Novembre 1981, vivevo a Taranto, diplomato avevo partecipato e vinto un concorso pubblico, svolto il servizio militare, al ritorno cominciai a lavorare. All’epoca facevo teatro con la professoressa Italia De Gennaro e il gruppo “Teatro per noi”: si lavorava; una collega, Giusy Pepe, decise di partire ed entrare nell’Accademia di Arte drammatica “Silvio D’Amico” di Roma.

Fra le prove, un monologo e un “pezzo” a due. Andai a Roma per farle da spalla ne “Il lutto si addice ad Elettra” di Eugene O’ Neill: a fine prova, Aldo Trionfo, direttore dell’Accademia, mi chiese “Lei, Conte, nella vita che fa? Non le piacerebbe fare l’attore?”. Alla mia risposta affermativa, “Bene, domattina vada a piazza dei Cinquecento, c’è il nostro amministratore, parli con lui e firmi il contratto”. Ignaro su cosa potesse essere un vero contratto, il giorno dopo seguii le indicazioni di Trionfo: dopo la firma, in serata treno per Taranto e telefonata al posto di lavoro per comunicare la mia decisione, valigia e ritorno a Roma. E cominciata così “la Grande avventura”».

Un opuscolo, “Il mercante di Venezia”, Stagione teatrale 85-86 Nuova Italsider, protagonista il grande Mario Carotenuto. Conte, nella prima edizione Salanio, nella seconda il Principe del Marocco.

«Di questo spettacolo abbiamo fatto qualcosa come 240 repliche. Mario, un grande, la gente lo conosceva come protagonista di un cinema leggero, ma in teatro era mostruoso: ha lavorato con Giorgio Strehler con “L’Opera da tre soldi”, l’edizione di “My fair lady” passata alla storia, insieme con Delia Scala e Gianrico Tedeschi, vinto un Nastro d’argento per “Lo scopone scientifico” accanto a Sordi. Mario è quello che si dice un “signor attore”».Conte Copertina - 1

Cosa ha imparato dal maestro?

«A stare sul pezzo, sempre, a rispettare le consegne. Capitava che dietro le quinte ti facesse un segno d’intesa, ma se avevi ecceduto poteva rifilarti una bastonata sulle gambe. Carotenuto non era infastidito dall’errore, ma dal fatto che tu non te ne fossi accorto; severo anche con se stesso, se anche lui aveva commesso un errore, lo confessava ai colleghi: il principio qual era: se comprendi il tuo di errore, non lo commetti più e metti più sereno chi sta sulla scena; capire l’errore e non ammetterlo lascerebbe il collega nel dubbio. La memoria è strana: se una battuta la metti subito a registro, rischi di portartela così nelle repliche successive».

Un ricordo del maestro, un richiamo severo.

«Stavamo rappresentando “Aulularia” di Plauto. Io e Gino Nardella eravamo i due servi. Il collega una sera volle concordare una battuta fuori dal copione per prenderci l’“effettino”. Facemmo come aveva suggerito lui: risatina dalla platea, era in qualche modo andata bene. Fine primo tempo, Giorgio Catani, direttore di scena, già collaboratore di Visconti, mai del “tu”: “Signor Conte e signor Nardella, dal signor Carotenuto”. Mario non ci dette il tempo di parlare: bastone sul tavolo e urla, quello che ha detto non lo ripeto; era pericoloso anche fisicamente, Mario. Ci sciacquò come due bottiglie vuote! Fine del cazziatone, Carotenuto ci fa: “L’idea è buona, domani ci vediamo mezz’ora prima e la proviamo, ve la metto a posto e la fate, ma non vi azzardate più a decidere cose da soli!”. Aveva ragione. Era generoso, mi suggeriva dove prendere l’effetto: mi dava tre giorni, se non funzionava la battuta tornava nelle sue mani».

La “pacca”, invece?

«Ci siamo reciprocamente “salvati” in più occasioni; una sera stavamo facendo “L’Avaro” di Molière, gli sfuggì una battuta, lo soccorsi: “Se permette – dissi in scena – io avrei un’idea…”; la sua risposta: “Lei deve avere un’idea!”. Ci salvammo».

Il lavoro che dà più tensione: tv, cinema, teatro?

«La tv è bella se hai la diretta, senza è come bere un bicchier d’acqua: fermi la registrazione, riprendi; lo stesso il cinema. Non hai tempo, però, di studiarti certe cose come quando fai teatro, dove più repliche fai, più migliori il personaggio che interpreti. Ma l’emozione che ti dà il teatro non te le dà nessun altro impegno, cinematografico o televisivo che sia. Nemmeno alla duecentoquarantesima replica: anche in quell’occasione è cambiato il teatro, il pubblico, il tuo stato d’animo».

Al cinema, con Verdone e Abatantuono. Con registi importanti, la Wertmuller, Brass.

«Il cinema è divertente. Un branco di matti, Verdone, come Abatantuono, un gran bel compagno; tragedia, durante le riprese di “C’era un cinese in coma”: all’incoronazione della Miss, vento e pioggia finti, provocarono davvero danni incalcolabili, scoppiavano riflettori e volava di tutto, anche il disappunto di Carlo».Conte articolo 03

Una ventina di spot televisivi. Fra questi, “Tirrenia”, “Mc Donald’s”, “Pollo Amadori”.

«Avevano pensato di realizzare uno spot per ciascun mercato, fui scelto fra numerosi candidati. La pubblicità è ancora una cosa buona, in quanto decidono quelli che mettono i soldi. Difficilmente influenzabili, dunque, dall’intervento dell’amico dell’amico… Là ci si fa male, una campagna pubblicitaria sbagliata in termini economici diventa un bagno di sangue. Per la “Tirrenia”, tre giorni di lavorazione, tanti, girai uno spot tanto complicato quanto bello. Al produttore italiano una settimana dopo venne la brillante idea di rimontarlo, nella nuova versione non piacque fu ritirato a colpi di carte bollate».

Negli Stati Uniti è diverso?

“Molto. Ho girato in una settimana quanto in Italia realizzi in mezza giornata, questo per dire quanto siano meticolosi. Interpretavo Marco Antonio, cavalli, biga, piramidi alle mie spalle; in Italia in una settimana quasi ci fanno un film…

Pollo e tacchini “Amadori”. Diretto da Marcello Cesena, un genio, i Broncoviz e Crozza, Dighero, la Signoris, per intenderci. Ottimo spot. Avanzammo richieste lecite, non esagerate, ma Amadori decise metterci la faccia, essere il protagonista dei suoi spot, come Rana aveva fatto per i suoi tortellini. Purtroppo non avevano lo stesso appeal e non ci fu il ritorno sperato: le campagne pubblicitarie sono una cosa seria, durano trenta secondi e devi lasciare subito un segno. Ma il committente è il cliente, dunque ha sempre ragione ed è padrone di farsi male».

Più che un film, uno spot già visto.

“Quello con “ChanteClair”, sempre diretto da Cesena. Cinque anni di programmazione, una bomba. Richiamati non appena scaduti i cinque anni legati ai diritti, avanzammo appena un ritocco economico sul contratto: rifiutato, hanno girato lo stesso spot con regista e attore diversi, due settimane dopo tolto dal mercato e andati in onda con una pubblicità eseguita in elettronica”.

Qual è l’emozione, la sensazione del pubblico attento o disattento?

«Difficile codificarlo, ma l’esperienza prova a farti capire se le seicento, ottocento persone in sala ti stanno seguendo. Hai una sensazione: se il pubblico ti ha preso e se tu hai preso lui. Ma siamo sempre nell’ordine delle sensazioni. Se non scatta quella molla, lo spettacolo diventa faticoso. Se al pubblico non riesci a far comprendere la storia portata in scena, anche la commedia più brillante diventa un dramma. Con gli anni impari a comprendere il silenzio in sala, se chi è in platea è smarrito o preso dal lavoro che stai rappresentando».

Qual è il segreto per far sentire la propria voce fino all’ottocentesima poltrona?

“Lo studio, non esistono segreti. Ci sono attori che hanno fatto un buon film, una buona fiction, ma hanno una voce che non supera la terza fila e, allora, “archetto” (microfono, ndr) per tutti; detto del genio Carmelo Bene, che utilizzava il microfono per assecondare i suoi lavori teatrali, o Cosimo Cinieri, il teatro non puoi farlo con i microfoni; i grandi attori una volta partivano dal teatro per poi interpretare gli sceneggiati: Salerno, Ferzetti, Vannucchi, Mauri, Lavia, Pagliai, Rigillo, Zanetti e altri; oggi, purtroppo, assistiamo a dinamiche opposte: dallo sceneggiato gli attori passano al teatro, così assistiamo a primedonne che bisbigliano, si parlano addosso perché non hanno coltivato in modo basilare le tecniche del teatro».

Dalla parte dei più deboli

“Never Alone 2018”, un bando a tutela dei ragazzi dai quindici ai ventuno anni

Sosteniamo i minori stranieri. Miglioramento delle strutture ricettive, assistenza personalizzata, sostegno all’inserimento nel mondo del lavoro, formazione e collocazione abitativa.

La cooperativa “Costruiamo Insieme”, dopo aver raggiunto importanti risultati su diverse attività sociali, fra queste l’accoglienza di extracomunitari, in queste settimane rivolge la sua attenzione al bando “Never Alone 2018”, che rivolge la sua attenzione ad interventi che interessano ragazzi e ragazze fra i quindici e i ventuno anni.  E’ una modalità, quella di “Costruiamo”, che intende a diversificare il suo impegno. Dalla sua fondazione si è spesa nel sociale e in questa direzione intende proseguire prestando attenzione e sforzi nella direzione dei più deboli. In questo, prendere in considerazione e, dunque, a cuore, ipotesi e bandi dalla parte di chi è fragile e invoca massima solidarietà.

“Never Alone 2018” è uno di quei bandi che hanno polarizzato la nostra attenzione.  Finanziato da nove fondazioni (Fondazione Cariplo, Compagnia di San Paolo, Fondazione CON IL SUD, Enel Cuore, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Fondazione Monte dei Paschi di Siena e Fondazione Peppino Vismara), questo è finalizzato alla realizzazione di interventi multidimensionali di accompagnamento all’autonomia lavorativa e di vita di ragazzi e ragazze di età compresa tra i quindici e i ventuno anni, arrivati in Italia come “minori stranieri non accompagnati”.

Entrando nello specifico, il progetto presentato da “Costruiamo Insieme”, in partenariato con il Comune di Taranto e l’ASP “Maria Cristina di Savoia”, intende costruire un modello operativo capace di concretizzare l’uscita dai programmi di accoglienza e sostanziare nell’integrazione l’obiettivo terminale delle attività anzidette. L’azione proposta, infatti, mira al completamento del percorso di inclusione avviato nelle strutture di accoglienza a favore dei MSNA (Minori stranieri non accompagnati) prossimi alla maggiore età, con interventi diretti all’integrazione sociale, lavorativa, abitativa nell’arco temporale del compimento del ventunesimo anno di età. Inoltre, tale idea progettuale risponde al bisogno reale di reperire posti in strutture per MSNA, rappresenta un’opportunità per gli Enti Locali competenti (Servizi sociali comunali) investiti della presa in carico temporanea e renderebbe disponibili spazi di accoglienza per minori di età inferiore ai 18 anni. Il percorso, che per gli elementi di innovatività possiamo definire “pilota”, è strutturato in cinque passaggi che prevedono:

1) Lavori edili di ristrutturazione e adeguamento degli spazi per garantire il miglioramento delle strutture ricettive per ospitare 140 minori prossimi alla maggiore età, stranieri, fuori famiglia – non accompagnati;

2) Assistenza personalizzata, attraverso Interventi di accoglienza, Orientamento (accesso ai servizi del territorio, formativo, lavorativo, legale), Azioni di sostegno psicologico di motivazione al percorso di inclusione sociale, Affiancamento educativo e tutoraggio;

3) Sostegno all’inserimento lavorativo, attraverso Progetti individualizzati per promozione di tirocini, stage, work experience ed inserimento lavorativo nelle realtà produttive locali, “profit” e non, consulenza per l’accesso alle forme di sostegno all’autoimprenditorialità e all’autoimpiego;

4)Formazione e acquisizione di competenze professionali e di cittadinanza, attraverso Percorsi di formazione professionale finalizzati al consolidamento dell’istruzione di base e all’aggiornamento delle competenze, attività laboratoriali, incontri culturali, Attività di mediazione linguistica ed interculturale;

5) Collocazione abitativa secondo il modello housing first.

Nomofobia

Tutte le dipendenze privano di libertà

Ho un ricordo vivo del telefono di casa, quello della SIP, con la rotella bucata su ogni numero nella quale inserivi l’indice per chiamare qualcuno.

Così come vivo è il ricordo del lucchetto sulla rotella del telefono onde evitare bollette da svenimento ma, soprattutto, perché si aveva la consapevolezza dell’utilità dello strumento.

Infatti, quel telefono, quella rotella consentivano alle persone di comunicare a distanza, erano uno strumento da usare in caso di necessità: la vita sociale aveva e viveva di altre dinamiche.

A ripensarlo oggi, quel telefono, mi appare come il simbolo di una libertà persa!

Qualche decennio fa eri raggiungibile solo se eri a casa: libero di stare in giro, libero di vivere le relazioni, libero anche di sfuggire al controllo dei genitori consapevole delle conseguenze in cui si incorreva al rientro a casa.

Oggi, viviamo in un contesto costellato di nomofobici inconsapevoli, dipendenti da uno strumento che porti in tasca, in borsa o, costantemente in mano presi dalla fobia di controllare continuamente il proprio stato “virtuale” senza avere la percezione di essere vittime e succubi, di essere caduti nella rete di una dipendenza patologica.

Se ci fate caso, i tavoli dei ristoranti o delle pizzerie hanno più cellulari che posate e la cosa più odiosa è che, nel corso di una interlocuzione, mentre tu stai parlando con una persona questa, fingendo di ascoltarti, in continuazione rivolge lo sguardo al cellulare e, mentre tu argomenti su una questione seria ti dice con aria disinvolta “scusami un attimo, devo rispondere ad un tweet!”. Per non parlare di WhatsApp!

Contento di aver maturato una accettabile capacità di autocontrollo, ometto di scrivere o descrivere il contenimento dell’impulso reattivo.

Ma, da appassionato dello studio degli atteggiamenti umani, ho voluto approfondire la materia scoprendo, certo in ritardo rispetto a studiosi dediti alla materia, che siamo di fronte ad una patologia, meglio, una dipendenza patologica: nomofobia!

Si chiama così: “L’utilizzo smodato e improprio del cellulare come di internet può provocare non solo enormi divari fra le persone, ma anche portarle a chiudersi in se stesse, sviluppare insicurezze relazionali o alimentare paura del rifiuto, a sentirsi inadeguate e bisognose di un supporto anche se esterno e fine a se stesso” come afferma il Presidente del Congresso mondiale di psichiatria dinamica Ezio Bonelli.

Ma è una patologia che ha dimensioni tanto globali, quanto assolutamente prossime: ci convivi in casa senza, spesso, neanche averne coscienza o strumenti per arginarla.

Per concludere questa riflessione, vi lascio alle parole del Dr. Antonello Taranto, Direttore del Dipartimento di Dipendenze Patologiche della ASL di Bari, con il quale Costruiamo Insieme si è pregiata di collaborare, riferite ai danni causati su bambini e giovani: “Oggi definiamo la dipendenza come un desiderio irresistibile e pervasivo di qualcosa, come Internet, che diventa dannoso per la salute e per il proprio ruolo sociale. Cambiano dunque le abitudini, ogni aspetto dell’esistenza viene compromesso perché l’oggetto della dipendenza diventa la priorità. I ragazzi si isolano e diventano burberi quando si prova a farli uscire dal mondo virtuale.

Solitamente la risposta è eccessivamente protettiva o rimproverante. E dal momento in cui la dipendenza comincia a quando la si scopre, possono passare anche otto anni. È importante non sottovalutare i segnali e tornare a stabilire relazioni. Tanti genitori sono soltanto in connessione estemporanea coi figli, si fermano in superficie”.

Ma se il cattivo esempio siamo noi genitori, adulti e attempati, che per primi pranziamo con il telefonino sul tavolo o a portata di squillo o notifica?

Per fortuna il mio telefono si spegne perché dimentico sempre di caricarlo, lo dimentico in ogni luogo e sono fuori moda perché non sono “social”: posso affermare che, fra tutte le patologie classificate, le uniche che mi mancano sono il diabete e la nomofobia.

Funziona sempre e solo per questioni urgenti o come strumento di lavoro.

Il mio mondo è rimasto reale, non è virtuale!

«Lavoro e serenità»

GRAZIE A COSTRUIAMO INSIEME, Idrees, operatore, si racconta

«Mi hanno restituito dignità. Ero fuggito dal Pakistan, da guerre etniche e faide familiari. Poi via dalla Grecia e dall’intolleranza. Il viaggio Patrasso-Otranto, l’Italia. A Milano e Roma una delusione dopo l’altra. A Taranto, a sgobbare quattordici ore al giorno in un ristorante della Città vecchia: infine, con la cooperativa sociale, ho rivisto il sole…»

«La mia vita è cambiata in due ore e venti minuti!». Tanto ci mette un’imbarcazione con tre motori e quarantasette passeggeri ad arrivare dal porto di Patrasso a Otranto. Dalla Grecia all’Italia. Idrees, pakistano di Makiana, villaggio a un fiato da Gujrat, da due anni operatore della cooperativa  “Costruiamo Insieme”, sintetizza la sua storia. Parla inglese, greco, hindi, urdu, naturalmente italiano. «Parto dalla Grecia, arrivo in un porto, quasi in un soffio – ricorda – tanto che giravo e rigiravo fra le case ai bordi della spiaggia sulla quale eravamo sbarcati e mi domandavo se quel signore che ci aveva presi a bordo non ci avesse bidonato e riportato su una costa della penisola greca». Pericolo scongiurato. «Eravamo in Italia a Otranto!».

Racconta la sua storia Idrees, ventisette anni, da undici in giro per il mondo. «Nel mio Paese era guerra fra gruppi etnici, ci si ammazzava per qualsiasi cosa, anche per dissapori vecchi un secolo. “Al nonno di mio nonno mancarono di rispetto: va’ e fai giustizia!”, questo raccontavano gli anziani a noi ragazzi, una generazione che, invece, ha voluto smarcarsi da pregiudizi, rancori, faide familiari mai dimenticate».

Una spirale di odio senza fine. Da certe parti si nasce già con una missione, “fare giustizia”. Non si sa in nome o per conto di chi o che cosa, l’obiettivo è affermare comunque il senso di rispetto. «Una famiglia dovrebbe conquistarsi il rispetto con il sangue: è questo il principio dal quale io e mio fratello, invece, siamo fuggiti e, come noi, tanti altri miei giovani connazionali: su quella barca, guidata da un vecchio militare greco, un personaggio che sembrava uscito da un racconto di Hemingway, avevamo trovato posto in quarantasette; due ore e venti minuti il viaggio, avevo un orologio al polso, un riflesso condizionato il mio, vidi che ora fosse alla partenza da Patrasso; stessa cosa all’arrivo a Otranto: non mi sembrava vera la fuga dalla Grecia».

IDRIS ARTICOLO 01 - 1

ARRAMPICATO A UN ALBERO

In Italia, caccia allo straniero. «Arrivarono pattuglie di carabinieri, qualcuno li aveva avvisati sullo sbarco: i militari accerchiarono il gruppo, la paura – che qui fa novanta – aveva contagiato anche noi; “Vuoi vedere che siamo caduti dalla padella alla brace?”, ci dicevamo: e se ci rispedissero direttamente in Pakistan, dove ci danno per fuggiaschi? Non volevamo pensarci; gli uomini in divisa avevano avuto una soffiata giusta, ma non si trovavano con i numeri: contavano e ricontavano gli “sbarcati”, quarantasei, all’appello ne mancava uno». Idrees? «Sì, ero il quarantesettesimo, salito di corsa su un albero, la mia salvezza; i carabinieri mi passavano davanti, avevo una paura tremenda».

Breve passo indietro. Un Paese ospitale la Grecia, ma che in certe frange politiche no tollera lo straniero, specie se di pelle scura. «Ho lavorato quattro anni nei campi – riprende Idrees – facevo di tutto, il lavoro non mi ha mai spaventato, se c’è da fare una cosa la faccio: a costo di inventarmi un nuovo mestiere, non mi fermo davanti a niente! Quattro anni, trattato sostanzialmente bene, ma con qualche intervallo: non sempre i militari del posto facevano ricognizioni, controllavano i documenti, ma quella volta che qualcosa non gli garbava, erano guai: un mese, due mesi in galera». Una reclusione a pane e acqua. «No, pane e pomodoro! E quella razione di cibo dovevamo farcela bastare per un giorno intero. Non sapevamo quanto durasse la reclusione, fra noi ci facevamo coraggio pregando che quella esperienza drammatica finisse al più presto; poi gli episodi di intolleranza: non più una volta ogni tanto, ma ripetuti con maggiore frequenza, così io e un po’ di connazionali decidemmo che era arrivato il momento di fuggire daccapo: dopo la fuga dal Pakistan, quella dalla Grecia, in cerca di una qualsiasi occasione di vita migliore, anche sensibilmente meglio sarebbe stato già sufficiente rispetto a quello che stava diventando un altro inferno».

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GRECIA, MONTA L’INTOLLERANZA

Episodi di intolleranza. «Accerchiati, diventavamo oggetto di sfottò, anche pesanti cui non rispondevamo; le nostre uniche armi erano le mani nude, eravamo in un altro Paese, ospiti, non potevamo certo ricambiare le attenzioni di buona parte della gente con la stessa moneta dei teppisti che invece ci aggredivano e commettevano atti vandalici. Teppisti impuniti, tanto che la cosa ci autorizzava a pensare che stessimo andando incontro a qualcosa di sempre più pericoloso per chi non era del tutto in regola con le leggi del Paese: la nostra forza-lavoro faceva comodo, ma qualche volta occorreva impartirci una lezione».

Come gli esami di eduardiana memoria, anche le fughe non finiscono mai. «Millesettecento euro per imbarcarci dalla Grecia e sbarcare in Italia, un porto sicuro secondo quanto dicevano in giro: nel Paese in cui eravamo ancora ospiti l’intolleranza aveva raggiunto livelli preoccupanti; unica soluzione: cambiare aria e scommettere quel poco denaro che avevamo messo da parte in una nuova speranza, così facemmo».

Avevamo lasciato Idrees appollaiato su un albero, a Otranto. «Ero rimasto in Italia e questa era già una buona notizia: connazionali mi ospitarono a Roma e Milano, cercavo lavoro, uno qualsiasi, purtroppo niente da fare; dovevo avere i documenti utili per potermi inserire nel mondo del lavoro: se il primo non sembrava un ostacolo, il secondo – un lavoro, per intenderci – era più complicato; passai per un Centro di accoglienza temporaneo, tornai a Taranto nell’agosto di quattro anni fa; trovai un lavoro, massacrante, ma non mi tirai indietro: ristorante in Città vecchia, uomo di fatica e pulizia, lavapiatti e cameriere: finito il primo mestiere attaccavo con il secondo, poi il terzo e via così, senza un attimo di sosta, mediamente quattordici ore al giorno; condividevo casa in città con un mio connazionale, finito il lavoro a tarda ora tornavo a piedi, chilometri, bel problema; specie quando aprivano il Ponte girevole per lavori, non potendo tornare per tempo dove abitavo, mi addormentavo su una panchina, a volte sotto la pioggia». Una vitaccia, finché un giorno non rivede un amico al quale è riconoscente. «La mia vita è cambiata da così a così – mostra il palmo della mano, poi il dorso della stessa – devo tutto a lui, già attivo con la cooperativa “Costruiamo Insieme”: documenti e contratto,  finalmente mi sono accorto del sole!».