Lavoro nero

Extracomunitari che trovano impieghi stagionali e “inventano” attività

Ma non solo. Altri si inventano attività, anche di volontariato. «Comprai scopa e secchio, una pettorina per mostrare quanto amassi questo Paese, poi mi presi cura di un lido», racconta Samuel. «Lavoro nei campi, ho un contratto, ho lo stesso trattamento dei colleghi “bianchi”», sorride. «E quando piove, non resto a casa, tinteggio di tutto, anche chiese»

Lavoro nero. Non inteso come “sommerso”, bensì una, due, dieci diverse attività che ragazzi extracomunitari sono riusciti a svolgere, a volte ritagliarsi, altre volte ad inventarsi qui, in Italia. Merito loro e anche un po’ di quanti, datori di lavoro corretti, hanno creduto nelle loro capacità. Di sicuro nel loro impegno, garantito, nel quale questi ragazzi sbucati dalle acque del Mediterraneo non sono secondi a nessuno.

Uno dei nostri amici più attivi è Samuel, un giovanottone nigeriano che indossa sorriso e un paio d’occhiali che gli dà un aspetto da intellettuale. Straordinario. Un giorno ci ha raccontato i suoi sentimenti, le paure di un ragazzo fuggito da conflitti civili. E di un brutto giorno, quando ha dovuto lasciare una fabbrica nella quale realizzava infissi in alluminio. Porte, finestre, suppellettili utili nelle costruzioni più recenti in un Paese in pieno sviluppo, che questo fosse la Nigeria, piuttosto che la Libia, dove si era fermato dopo essere fuggito. Il tempo di mettere insieme un po’ di soldi e pagarsi il “biglietto” per la libertà.

Arrivato in Italia, Samuel capisce che deve imparare subito la lingua. Il suo affetto per l’Italia è un amore a prima vista, come nei romanzi che gli è già capitato di leggere quando era casa. Sì, a casa, distante ormai migliaia di chilometri, ma per fortuna a distanza di un clic. Giusto il tempo di fare “invio” e sentirsi con i familiari. Vera quella pubblicità di un tempo: una telefonata allunga la vita.SAMUEL CopertinaDunque, Samuel e l’amore per l’Italia. «Non appena ho imparato a parlare, esprimendo almeno le cose più importanti in italiano – vorrebbe dire “essenziali”, cerca la parola giusta nel traduttore custodito dal suo smartphone… – non ho perso tempo: volevo mostrare quanto bene volessi all’Italia e agli italiani; per fare questo, ho pensato fosse il caso di impegnarmi: allora, con i pochi spiccioli che mi erano rimasti e avevo messo da parte, ho comprato due secchi e due scope: venti euro; dovevo completare l’“offerta”: due pettorine, dieci euro, e la stampa della scritta “Servizio Volontario”, altri sette euro…».

Prima di lanciarsi nel volontariato senza nulla pretendere, neppure un “caffè” – quelli che normalmente esigono, anche bruscamente, parcheggiatori abusivi – Samuel si era recato in Prefettura. «Volevo mi indicassero cosa fare per avere un documento che mi autorizzasse a fare volontariato, senza che qualcuno mi fermasse e chiedesse spiegazioni; mi mandarono alla Charitas, forse pensando che avessi avuto solo bisogno di un pasto caldo…».

Samuel che non sa starsene con le mani in mano, allora fa di testa sua. «Pettorina, secchi e via, per tre mesi ho scopato marciapiedi, strade, angoli di Taranto: qualcuno si complimentava, altri pensavano stessi lì per conto del Servizio civile, così mi chiedevano di essere più attento, che anche quell’attività, di pulitore volontario, andava fatta con il massimo impegno».

Qualcuno gli avrà riconosciuto un caffè, una colazione in cambio di quel “servizio volontario”. «Nessuno, ma non lo facevo per la colazione: volevo dimostrare quanto amassi già questo Paese e volessi mettermi a sua disposizione, sentendomi italiano. L’ho fatto per tre mesi, non avevo più soldi e, allora, mi sono messo in giro a cercare un lavoro retribuito, qualsiasi cosa capitasse. Primo della serie: Marina di Lizzano,  un lido bellissimo: dovevo spazzare la spiaggia utilizzando una ruspa e durante la notte sorvegliare l’intero lido perché qualcuno non rubasse ombrelloni, sdraio e lettini: trenta euro al giorno, colazione e complimenti per il mio lavoro; mi sentivo importante, ma la stagione è durata solo due mesi, un tempo così e così e un’estate chiusa in anticipo causa maltempo».SAMUEL Copertina 04 - 1 Ma Samuel, il lavoro non lo aspetta, gli va incontro. «A Palagiano cercavano gente che lavorasse in campagna per la raccolta di mandarini: contratto a trentacinque euro al giorno, come gli altri colleghi “bianchi” – sorride – un certo numero di ore, esattamente come loro, una pausa per mangiare qualcosa e poi daccapo al lavoro, fino all’ora di pranzo, stop e tutti a casa».

Anche questo lavoro stagionale. Iniziato qualche mese prima, poi finito. «Ora lavoro nelle campagne di Castellaneta, stesso contratto: anche qui sto bene, mi sveglio presto al mattino, un bus viene a prendere me e i colleghi a Massafra, ci accompagna sul posto di lavoro per “attaccare” alle sei e finire sempre all’ora di pranzo, poi a casa: bus, tutti a bordo; in caso di pioggia, invece, restiamo a casa: è un momentaccio in questi giorni, piove spesso e non ci sono le condizioni per recarsi nei campi: speriamo si metta presto al bello, la gente non può avere frutta e ortaggi, io e i colleghi il salario…».

Ma, tanto per cambiare, Samuel non sta un attimo fermo. «Mi occupo di pitturazione, faccio l’imbianchino – si dice così? – ho appena finito dare una seconda “mano” a una casa, a giorni comincerò a tinteggiare – si dice così? – una chiesa…». Si dice così, Samuel. E soprattutto si fa così. Mai fermarsi, ci sono italiani che prendono a benvolere gente come te. E offrono, dove possibile, occasioni di lavoro.

Quelli che il naso rosso…

Claudio Papa, “Mister Sorriso”

Da diciotto anni al servizio dei piccoli pazienti. Oggi sono centocinquanta gli iscritti all’associazione di volontariato. Coprono quattro ospedali e tutti i reparti con le loro facezie.  «Strappare un sorriso è la nostra missione. Non solo bambini, assistiamo anche pazienti affetti da Alzheimer e demenza senile. Il Parco della gioia e un impegno per chi soffre di autismo»

E’ una delle attività di volontariato più impegnative. In assoluto. Buona parte dell’utenza è formata da bambini, piccoli pazienti ospiti dei reparti di Pediatria. “Mister Sorriso”, l’associazione. Fondatore e portavoce è Claudio Papa, ospitato da “Costruiamo Insieme” per raccontarci del suo impegno e di altri centocinquanta clown di corsia senza i quali molti bambini e, oggi, molti anziani, affronterebbero la loro breve, media o lungodegenza, fra mille pensieri e preoccupazioni. Gli amici dal “naso rosso” non guariscono, ma alleggeriscono di molto periodi critici che bambini e anziani della nostra provincia attraversano. A oggi, l’associazione è fra le più celebrate e, se si può dire, fra le più ammirate e copiate. In senso buono, come vedremo.

Come e quando nasce, intanto, l’associazione.

«Diciotto anni fa – dice Claudio Papa – dopo un certo numero di esperienze di volontariato fatte in giro per l’Italia e nel mondo; lo scopo era quello di donarsi, comunque, agli altri, anche non avendo alle spalle un’associazione, cosa più avanti resasi necessaria vista la domanda e l’importanza di avere figure professionali sempre più aggiornate».

Quando Papa viene abbagliato dall’idea di mettere le cose a posto e di darsi al prossimo, se non proprio a tempo pieno, attraverso comunque un sistema disciplinato. «Ospitai a Taranto tre sorelline bosniache – ricorda – avute in affidamento, la guerra nei Balcani mieteva quotidianamente vittime, non faceva distinguo fra grandi, che avevano alimentato scontri fra le diverse etnie, e piccoli, al solito anime innocenti che subivano il volere di una politica radicale: alla fine le tre piccole sono tornate fra le braccia dei genitori, in Bosnia; non avevano più la casa in città, completamente distrutta, ma vivevano in campagna; fu lì che mi trovai un giorno: per strappare un sorriso alle bambine, provai a improvvisarmi clown; presi un pomodoro e me lo schiacciai sul naso; l’idea che piacque molto, inventai quasi una gag: mi colava il succo del pomodoro sulle labbra, tanto da provare a bloccarlo leccandolo senza scompormi. Ridevano, grandi e piccoli. “Vuoi vedere che forse è questa la strada giusta?”, mi dissi».PAPA Articolo 02Dopo un “prima”, c’è un “dopo”.

«Si chiama don Filippo, cappellano del SS. Annunziata, all’epoca lo affiancavo; lo convinsi a farsi accompagnare autorizzarmi a provare a far sorridere, ma con la massima discrezione, i piccoli pazienti: andò bene, tanto che le collaborazioni cominciarono a moltiplicarsi, fino a richiedere un’associazione – composta rigorosamente da volontari – con un suo statuto; anche questo passaggio deve essere stato condiviso con entusiasmo, se oggi siamo centocinquanta tesserati e copriamo quattro ospedali e non solo i reparti di Pediatria, tanto da dividerci fra altri piccoli e grandi pazienti».

Provare a strappare un sorriso quando di mezzo c’è una corsia di ospedale è una missione.

«Emozioni sempre nuove – puntualizza Papa – che prendiamo quotidianamente: mettiamo al servizio del prossimo il mestiere del far sorridere, il più delle volte ci riusciamo, ma in realtà ci arricchiamo ogni giorno che passa di una grande umanità; l’associazione è importante: non ci si può improvvisare al cospetto di una sofferenza, sono i bambini ad aiutarci più degli adulti. Il mio nome d’arte, Pingo Bellicapelli, me lo ha assegnato un bambino, la prima volta che mi vide in corsia rise e mi indicò: “Pingo!”. E “Pingo” sia. Quel “Bellicapelli” l’ho aggiunto io, dopo, in senso ironico, avendo oggi la testa pelata».

Non solo bambini.

«Abbiamo cominciato a compiere un nuovo percorso lo scorso anno alla Cittadella della carità, con pazienti affetti da Alzheimer e demenza senile. Portato le nostre facezie, il mestiere del sorriso anche ai più anziani, altra emozione. E’ stata un’esperienza che ci ha visti completare il nostro bagaglio di animazione, tanto che oggi siamo tornati alla Cittadella, con un nuovo progetto e la voglia di portare sorriso e conforto a chi ha bisogno di noi».

Il rapporto con i genitori dei piccoli pazienti.

«Il rapporto più difficile è con il bambino ospedalizzato, non è casa sua ed è impegnativo fargli capire che se è lì, è perché è necessario passare attraverso controlli accurati. Il rapporto con il piccolo e i genitori prosegue anche dopo, lo stesso con altre associazioni come noi impegnate nel volontariato: Ail, Ant e Simba. Speriamo sempre di proseguire la “terapia del clown” anche dopo, con i genitori e bambini, segno che i piccoli sono stati dimessi dall’ospedale e all’orizzonte per loro si intravede qualcosa di positivo».PAPA Articolo 01 Una cosa che Claudio Papa vuol dirci.

«La bellezza della maschera più piccola del mondo, il naso rosso: spesso basta indossarlo per far tornare un sorriso a un bambino o ad un anziano, dopo una giornata di controlli e cure. Con quello raggiungiamo il cuore della gente abbattendo paletti mentali: qualcuno pensa sia facile, non è così; facciamo ascolto assorbendo i suggerimenti di medici e psicologi, non insegniamo a fare clownerie e palloncini, proviamo a far sorridere; è il sorriso di chiunque a riempirci il cuore di gioia e a confermare che stiamo facendo la cosa giusta».

Il naso rosso, poi un’altra soddisfazione.

«Il Parco della gioia di Mister Sorriso in Zona Tramontone, a Taranto.  Nasce grazie a genitori che hanno “bimbi speciali” – così li chiamiamo noi – che non sanno dove portare i loro figlioli a giocare. Con genitori, medici, psicologi e ortopedici abbiamo realizzato questo parco su un’area comunale. Parco bellissimo. Sono venuti perfino da Bologna e Sassari a visitarlo e, per la nostra gioia, a copiarlo e realizzarlo nelle loro città per aiutare altra gente che ha bisogno di un sorriso. Studiata la distanza fra giochi, questo è un parco inclusivo; proviamo a dare strumenti a bimbi normodotati e bambini disabili per giocare insieme. Abbiamo, inoltre, strutture nuove, anche per ipovedenti e un “Orto aromatico” curato  da amici disabili mentali, ospiti in un Centro diurno». Non finisce qui. C’è il progetto per gli anziani alla Cittadella della carità, l’idea di un tema che duri tutto l’anno (quest’anno è “l’inclusione”), la collaborazione con associazioni che si occupano di chi soffre di autismo.

A proposito di chi soffre di autismo.

«Stiamo provando ad interfacciarci con esercizi commerciali – conclude Papa – per attivare anche da noi “L’ora amica”, come accade in Australia con la “quiet hour”, l’ora quieta: per un’ora a settimana le attività mettono in pratica accorgimenti che servono a famiglie che hanno bambini con autismo a fare la spesa insieme: in quell’ora vengono contenute le informazioni sonore, abbassate le luci, abbassato il volume della musica, per evitare eventuali crisi. Questa disponibilità potrebbe essere un ritorno di immagine non indifferente per queste attività: comprendo le dinamiche di vendita, ma personalmente non mi dispiacerebbe fare la spesa in un clima più sereno».

Asia Bibi è libera

Cinquantacinque anni, cattolica, scagionata dalle accuse di blasfemia

Un banale litigio con alcune donne. Giorni dopo scatta l’accusa e la richiesta di condanna a morte per impiccagione. Avrebbe bestemmiato il Profeta Maometto. La Corte suprema del Pakistan, assolve la donna, anche in appello. Oggi è in Canada, con la famiglia, spera di tornare al più presto alla vita normale. 

Dieci anni. Ci sono voluti tanti anni per mettere fine alla dolorosa vicenda di Asia Bibi, cinquantacinque anni, cattolica, madre di cinque figli, accusata di blasfemia da un gruppo di donne islamiche con cui aveva litigato. Durante il diverbio, questa è l’accusa, avrebbe offeso il profeta Maometto. Da quel momento momento, intorno alla vittima di simili accusa si scatena l’inferno. Ma l’Alta corte suprema del Pakistan è irremovibile: la donna è innocente. C’è un ricorso di gruppi estremisti islamici in totale disaccordo con la sentenza: Asia Bibi deve essere condannata a morte mediante impiccagione. I fondamentalisti formulano l’appello. L’Alta corte suprema non si lascia intimidire, conferma l’assoluzione. Non soddisfatti di processo, appello e assoluzione definitiva, i più ostinati scendono in piazza e inscenano manifestazioni non autorizzate. Sollecitano un ulteriore intervento del governo pakistano che, invece, sulla vicenda di Asia Bibi si è pronunciato mediante l’Alta corte. I disordini proseguono, fino a quando il governo assume misure severe arrestando i più facinorosi.

Unico dato certo: l’incubo di Asia Bibi è finito. La donna pakistana, seguita con la massima attenzione da giornali, radio, tv e siti di tutto il mondo, vivrà una nuova vita. Dopo la sentenza definitiva, insieme con il marito, la donna è volata in Canada, dove si è finalmente riunita al resto della famiglia. In Canada sarà aiutata a tornare nell’anonimato, a un’esistenza tranquilla, lontana migliaia di chilometri da dove ebbe inizio l’incubo che le cambiò la vita.

La storia risale al 14 giugno 2009. Asia Naurin Bibi, madre di cinque figli, mentre si trova a lavoro discute con altre lavoratrici di fede musulmana. A qualcuna la storia che una donna abbia idee diverse – ma non è stato mai appurato che il diverbio fosse per motivi religiosi – non va già. Scatta la denuncia, l’accusa sostiene che durante il litigio, Asia abbia offeso il Profeta Maometto.

UN BANALE LITIGIO, LA RICHIESTA DI CONDANNA A MORTE

Quel giorno, nel villaggio pakistano di Ittan Wali, la donna di fede cattolica non avrebbe mai immaginato che da un banale litigio con le sue vicine di casa di fede musulmana sarebbe scoppiata una vicenda giudiziaria senza fine. La richiesta di una condanna all’impiccagione per blasfemia e, con questa, una catena di morti e disordini che avrebbero scosso l’intero Pakistan, una mobilitazione a livello internazionale, dai capi di Stato all’Unione europea, fino al Vaticano.

Tutto questo, ora, pare sia finito. Dopo essere stata scagionata nello scorso ottobre dalle pesanti accuse in seguito alle quali ha rischiato per più di otto anni di finire sul patibolo, Asia Bibi ha lasciato il Pakistan. Per mesi era stata tenuta in un luogo segreto dalle autorità, in attesa che ci fossero le condizioni per farla uscire dal Paese nella massima sicurezza, verso la destinazione già scelta dalle figlie: il Canada.

La sua assoluzione qualche mese fa. Una prima condanna a morte nel 2010, aveva fatto piombare il Pakistan nel caos. Proteste, manifestazioni e scioperi degli islamisti radicali, che del caso avevano fatto una questione di principio e avrebbero voluto vedere Asia con un cappio intorno al collo. Il governo, si diceva, aveva risposto con un giro di vite e decine di arresti. Gli integralisti avevano quindi presentato un appello perché l’Alta Corte rivedesse la sentenza. Richiesta rigettata a gennaio, Asia Bibi era stata definitivamente prosciolta dalle accuse di blasfemia.

LA VICENDA GIUDIZIARIA DI ASIA BIBI

19 GIUGNO 2009

Asia Bibi, 45 anni, viene arrestata nel villaggio di Ittanwali, nella provincia del Punjab, con la falsa accusa di blasfemia. A denunciarla, un gruppo di vicine islamiche con cui aveva litigato.

11 NOVEMBRE 2010

Il tribunale del distretto di Nankana la condanna a morte. I legali difensori della madre cattolica presentano ricorso all’Alta corte del Punjab.

16 OTTOBRE 2014

Dopo tre anni di rinvii del processo, l’Alto tribunale conferma la condanna capitale suscitando lo sdegno internazionale. La difesa non si arrende e presenta il ricorso alla Corte Suprema.

22 LUGLIO 2015

La prima udienza di fronte al massimo tribunale ha un esito positivo: l’istanza della difesa viene accettata e la sentenza capitale sospesa. Il giudizio, però, viene continuamente rinviato, fino ad ora.

9 LUGLIO 2017

Uno dei principali legali di Asia Bibi, l’avvocato cristiano Sardar Mushtaq Gill, è costretto ad abbandonare la professione dopo una raffica di intimidazioni e il sequestro della famiglia.

12 MARZO 2018

Asia riceve nel carcere di Multan dal marito, Ashiq Masih e dalla figlia Eisham, un rosario donatole da papa Francesco.

31 OTTOBRE 2018

La Corte suprema cancella la condanna a morte. Asia Bibi lascia il carcere e viene tenuta sotto protezione in una località segreta.

29 GENNAIO 2019

La Corte suprema respinge il ricorso di un imam. La sentenza è definitiva: Asia Bibi è finalmente libera di lasciare il Pakistan.

«Centotrenta dispersi!»

Billy, operatore di “Costruiamo Insieme”, ricorda una tragedia del mare

«Non un tg, né un solo giornale ha riportato la notizia sulle vittime di un naufragio. E’ accaduto al largo della Libia. Il mio dio mi ha dato la forza di salvare un ragazzo da morte sicura e aiutare con quello che posso chi studia nel mio Paese. Il mio orgoglio: Mamadou, figlio di uno scomparso, e Fanta, mia sorella, prossima ostetrica, sgobbano sui libri»

«Come è possibile che centotrenta persone scompaiano in mare e nessuno dica niente? Un notiziario, un giornale, niente: penso alla famiglia di quella gente sfortunata che è morta in uno dei tanti viaggi della speranza».

Complicata la comunicazione. Billy, guineano, fede musulmana, nonostante i suoi ventidue anni, ha fatto di tutto. Ha perfino salvato la vita in mare a Ibrahim, gambiano, un ragazzo in preda alla disperazione; aiuta negli studi una sorella, medico fra un anno, e Mamadou, piccolo orfano, guineano come lui. «Allah mi ha salvato, secondo il suo disegno io devo aiutare il prossimo con tutte le mie forze: sarò per sempre riconoscente verso il prossimo, a costo di rimetterci la pelle!».

Da mesi operatore con la cooperativa “Costruiamo Insieme”, alla quale non smetterà di dire «Grazie!» per avergli dato un lavoro, ha tante storie da raccontare. Non una sola. Mesi fa scrivevamo: fosse stato un americano, Clint Eastwood gli avrebbe dedicato un film biografico; fosse stato un orientale, i giapponesi ne avrebbero fatto un eroe da cartone animato.

Billy non ha niente da invidiare a questi eroi di celluloide o da fumetto che siano. Ha il fisico da rugbista. Ecco, forse sarebbe stato un campione di football americano. Ce lo immaginiamo, con uno di quei maglioni con numeri enormi e un casco protettivo schiacciato sulla testa. Un fisico prorompente, il suo: due spalle sulle quali Billy ha poggiato tufi a non finire quando si è trattato di fare il muratore, anche sedici ore al giorno. E, come sentiremo, pure qualche compagno di viaggio che aveva bisogno del suo aiuto.STORIE BILLY Articolo 01QUANTE STORIE…

La prima storia è da reality. Un misto fra “Vite vissute” e “Carramba che sorpresa”, con le debite distanze fra dramma e show televisivo. Andiamo per ordine, Billy “Occhi lucidi”, torna indietro con la memoria per la seconda volta. Non lo dice, ma abbiamo la sensazione che lo faccia solo per noi. Comprendiamo, invece, quale dolore possa avere ancora addosso nel rivivere più che momenti, ore e ore di disperazione. Un fatto è pensare alla tragedia del “Titanic” e rivedere Di Caprio al cinema e sentire urla strazianti per un quarto d’ora; un fatto è stare lì, in mare, galleggiare di notte, su una distesa di acqua che ha il colore dell’inchiostro, mentre il tuo barcone sul quale non potevano viaggiare neppure gli ottanta passeggeri previsti (eppure ne aveva imbarcati quasi il doppio) capovolgersi e scomparire. Un foro, uno scoppio, il gommone si disintegra in pochi attimi e tutti fra flutti impazziti, che un po’ ti riavvicinano e un po’ ti allontanano dalla costa.

Era il 27 settembre 2017, trecento euro per il viaggio della speranza. «Ore disperate, mi viene ancora da piangere – ricorda Billy – se ci penso, sento ancora urla strazianti, intravedo al buio gente che scompare inghiottita dal mare; altri, disperati, in cerca di salvezza che si strattonano per aggrapparsi a qualsiasi cosa: tavole galleggianti, bidoni, camere d’aria, quello che resta del nostro gommone; ecco, i bidoni di benzina, questi potevano essere la nostra salvezza: c’era chi li svuotava dal carburante che ci ritrovavamo ovunque addosso, sul dorso delle mani, sulle braccia, a ustionarci la pelle; quel sistema era una delle soluzioni per salvarsi, ma c’era una disperata lotta per la sopravvivenza: chi provava ad impossessarsi di bidoni e camere d’aria per galleggiare in un mare che si perdeva a vista d’occhio, e chi non sapeva nuotare o era stanco e veniva ingoiato dalle acque. Vedo scomparire anche il mio connazionale Thierno, che mi raccontava della gioia che gli dava suo figlio, il piccolo Mamadou, rimasto in Guinea con la mamma».STORIE BILLY Articolo 02IBRAHIM, AFFERRATI A QUESTO “SALVAGENTE”!

Ibrahim, a due bracciate di distanza. «Sento un morso a una mano – ricorda Billy – era un ragazzo gambiano, giovanissimo, magro, disperato: voleva impossessarsi di quel bidone al quale ero abbracciato, aveva paura di morire e qualsiasi suo gesto era comprensibile; lo calmai, gli offrii quel bidone-salvagente, io potevo resistere, ho il fisico, anche se ne avrei avuto ancora per una ventina di minuti, stanco e disperato com’ero; Ibrahim, grazie al Cielo, era salvo, io di lì a poco trovai un altro bidone, ma bucato: infilai un pollice nel foro per impedire che prendesse acqua, poi quei pochi superstiti mi issarono sopra una di quelle poche camere d’aria laterali del gommone che avevano resistito, fortunatamente rimaste intatte. Ero salvo, ero su uno di quei “salvagente” di fortuna, ma non mollavo il bidone, neppure Ibrahim, che intanto stava poco per volta cancellando la disperazione dal suo volto».

Il ritorno in Libia. «Ci soccorse un pescatore, raccolse quei pochi superstiti e ci riportò sulla costa libica: fossero stati militari, ci avrebbero sbattuti in galera; mi era già accaduto un paio di volte, volevano soldi in cambio della mia libertà: denaro o botte, così, io che non avevo disponibilità economica, le prendevo di santa ragione, un giorno sì e l’altro pure».

Due mesi dopo, 15 novembre, alle 23.00 in mare. «Mi imbarco daccapo, non avevo soldi e anche questa volta il mio dio mi aiuta: chi organizza il viaggio, da me non vuole danaro, mi fa salire lo stesso a bordo. Tre ore dopo, siamo a bordo dell’“Aquarius”, il Cielo benedica quella nave e tutto il suo equipaggio. Arrivo a Catania, in bus fino a Taranto, fra le braccia di “Costruiamo Insieme”».STORIE BILLY Articolo 03UN INCONTRO INATTESO, I PIANTI DI COMMOZIONE

Billy interpreta il segno divino. Un incontro che non ti aspetti. «Ibrahim, sul Lungomare di Taranto! Abbracci e pianti di commozione, ora so che vive fra Martina e Grottaglie, sono felice per lui, ma ancora disperato per i centotrenta compagni di viaggio dispersi in mare, brutto destino il loro; i primi tempi con metà del mio pocket-money ho aiutato Mamadou, il figlio del povero Thierno, a studiare inviando soldi alla mamma; con un altro mio modesto aiuto, si è data al piccolo commercio, oggi provvede lei stessa al figliolo; a proposito di studi, aiuto anche mia sorella Fanta, fra un anno diventa ostetrico: aiuterà mamme a mettere al mondo tanti bei bambini che non dovranno conoscere quell’inferno attraverso il quale sono passato io e tanti altri come me. Penso di fare sempre troppo poco rispetto a quello che mi ha risparmiato il Cielo: la vita!».

“Il buu e il somaro…”

Javier Zanetti, il coro razzista e l’asino da stadio

L’ex capitano dell’Inter invitato a Taranto in Città vecchia. La sua Fondazione per sostenere i piccoli calciatori che vivono lo port più amato fra mille difficoltà. “Fare squadra e stare sempre con i più deboli è il nostro compito”, ha aggiunto il campione. “E ora non spegniamo i riflettori sul disagio”, l’invito dell’arcivescovo Filippo Santoro.

Foto Studio Cav. Renato Ingenito

di Claudio Frascella
ZANETTI articolo 03«Fossi stato in campo e avessi sentito urlare cori razzisti, mi sarei sfilato la fascia di capitano per metterla al braccio dell’avversario preso di mira da gente che nulla ha da condividere con lo sport!». Parole di Javier Zanetti. Il pensiero vola a qualche mese fa, dicembre dello scorso anno, San Siro. Alla gara della sua Inter contro il Napoli e ai cori rivolti da un certo numero di imbecilli a Kalidou Koulibaly. E “il Capitano”, non le manda a dire. Lunedì pomeriggio è ospite a Taranto, in Città vecchia, per sostenere con la sua Fondazione Pupi, creata con la moglie Paola, un altro progetto a favore di ragazzi che vivono nel disagio e si rifugiano nello sport, nel calcio in questo caso. «Il calcio, lo sport più bello dicono – ha semplificato Zanetti seduto nella cattedrale di San Cataldo – che poi è la parabola della vita: viviamo tutti insieme, la nostra è una comunità e, se ci pensate, è lo stesso principio dello sport di squadra; è fondamentale essere uniti e che ognuno faccia il suo; nella vita, infatti, c’è bisogno del portiere che para, evita di far prendere gol alla sua squadra, e degli attaccanti, che i gol devono farli; in mezzo, difensori e centrocampisti, anche questi indispensabili: ognuno ha il suo ruolo, ma in tutto questo sono importanti i sacrifici, e se uno è baciato dalla fortuna più di un altro, questa fortuna deve dividerla con chi, nella vita, ne ha avuta meno».

Bravo Javier. Bravi anche i promotori dell’iniziativa alla quale ha preso parte anche l’arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, che ha ospitato l’ex bandiera di Inter e Argentina nella cattedrale di San Cataldo in Città Vecchia. L’arcivescovo, sia chiaro, è uno che di calcio ha spesso mostrato di capirne quanto e, forse, anche più di un opinionista. «Più di venti anni a Rio, in Brasile – ha detto – mi hanno portato a manifestare una certa simpatia per i Verdeoro e tifare per il Flamengo, ai tempi di Ronaldinho; certo, ai Mondiali si fossero trovate di fronte Italia e Brasile, sarebbe stata una bella lotta, ma questa occasione non c’è stata anche perché siamo stati eliminati nelle qualificazioni: gli azzurri avrebbero dovuto metterci più impegno, lo stesso che ha messo e mette tuttora questo signore – indica Zanetti – una volta da calciatore, oggi da uomo di sport, generoso, che ama spendersi per il prossimo».ZANETTI articolo 02«CAMBIAMO LE COSE ANCHE QUI»

«Lo sport può cambiare le cose anche qui da noi, a Taranto – dice il tarantino Dino Ruta, fra i promotori dell’invito a Zanetti – è il nostro impegno quotidiano attraverso il progetto educativo promosso da “Sport4Taranto” in questa occasione insieme con l’Asd Taranto Vecchia dell’Oratorio San Giuseppe, parrocchia nel cuore dell’Isola”. Un progetto che cresce a vista d’occhio e realizzato insieme con la sorella Angela Ruta e Lisa Ruta, che all’interno dell’organizzazione cura il coordinamente delle diverse iniziative».

«Il calcio non è solo uno sport – dice l’arcivescovo Santoro – è un grande aggregatore, accende la fantasia dei ragazzi, ha in sé quello che ci ha insegnato il Signore: siamo tutti fratelli, tutti uguali e il più forte è tenuto a incoraggiare il più debole fino ad esplodere insieme in un abbraccio fraterno nel momento della gioia; e non importa se qualche volta non si vince, occorre anche avere rispetto per l’avversario; e per il giudice di gara, spesso preso di mira da calciatori e pubblico, per decisioni che a volte possono scontentare chi le subisce; se dico che Zanetti è stato un grande calciatore e oggi è un uomo di grande generosità, aggiungo poco a quanto la gente già conosce di lui: tutti lo conoscono e tutti lo stimano, anche chi abbraccia un’altra fede calcistica; posso aggiungere, però, che per noi è un giorno di festa, grazie alla sua autorevole presenza abbiamo acceso i riflettori sui nostri ragazzi che tanto hanno bisogno di incoraggiamento; ora auguriamoci che anche dopo la partenza di Zanetti in tanti rivolgano la stessa attenzione verso i nostri ragazzi e non solo, ma verso i deboli, quanti vivono nel disagio».ZANETTI articolo 04NON SOLO A FAVORE DEI MENO FORTUNATI

Non solo a favore dei ragazzi meno fortunati. Javier Zanetti in questi anni non perde occasione per sensibilizzare le generazioni più giovani per attivarle nella lotta contro le discriminazioni razziali. Da diversi anni, a proposito dei brutti cori che spesso sentiamo negli stadi di calcio, insieme ad altri partner sta seguendo il progetto “Io tifo positivo”, nel mondo delle scuole e delle associazioni sportive. «L’idea principale – ha spiegato Zanetti – è quella di combattere tutte le espressioni di intolleranza, discriminazione e razzismo all’interno dell’ambito sportivo, di ogni genere e di ogni livello di competizione, promuovendo una cultura propositiva dello sport e dei suoi veri valori».

Zanetti e la sua società. «Dopo i fatti della gara contro il Napoli – spiega ancora il campione – l’Inter si è schierata ancora una volta in prima linea contro il razzismo». Dai «BUU» razzisti è, infatti scaturito l’acronimo, che ha dato vita a «Brothers Universaly United» («Fratelli universalmente uniti»). E’ questo lo slogan scelto dalla società nerazzurra in uno dei video della campagna anti-razzismo. Un invito a combattere il razzismo con la sua stessa arma, il “buu”, trasformandolo in un messaggio positivo. «Write it, don’t say it», «Scrivilo, non dirlo»: «BUU, Brothers Universaly United, Fratelli Universalmente Uniti», dunque, è lo slogan dell’Inter.