Gay, fuori l’orgoglio

Ieri, a Roma e altre cinque città manifestazione Lgbt

Settecentomila a sfilare nella capitale, secondo gli organizzatori. Solidarietà di Cinquestelle e PD, ma anche dal Campidoglio. “Ma attenzione, non possiamo prenderci il lusso di spegnere solo le candeline”, avvisa il movimento.

E’ andata. Il Gay Pride che ha avuto luogo ieri, sabato 8 giugno, a Roma, è andata in archivio. Con tutta una serie di interventi, a favore, contro. A volte con un chiaro disegno politico. Ma gli organizzatori, i partecipanti all’Orgoglio Gay non sono ingenui. Per gli organizzatori in piazza i partecipanti hanno superato quota settecentomila.

Roma ha fatto da attrattore principale, ma il gay pride si è svolto in altre quattro città. Ma non è finita. Annunciate altre manifestazioni per la prossima settimana. Cortei in contemporanea con Roma, l’orgoglio gay ieri è sceso in piazza anche a Trieste, Pavia, Ancona e Messina.

A Trieste, madrina la cantante Elisa. A Pavia, ritrovo in corso Cavour, davanti alla scuola Carducci, uniti nello slogan “Tutt*insieme favolosamente”: con l’asterisco voluto per evitare discriminazioni di genere. Ancona il centro di “Marche pride”. Cinquanta associazioni hanno solidarizzato con l’iniziativa (Regione Marche ha dato il patrocinio). Prima volta a Messina: “Pride dello Stretto”, finale di un mese di attività sui temi dei diritti civili.

In occasione del venticinquesimo anno il Gay Pride è tornato a sfilare per le vie del centro di Roma. Raduno in piazza della Repubblica per migliaia di persone che hanno seguito i carri con le dance hall delle varie associazioni che hanno organizzato la manifestazione.  Molte mani colorate di rosso alzate al cielo “contro omofobia e transfobia”. E poi, in coro, “Bella Ciao”.

«TEMPI “SCURI”, DOBBIAMO LOTTARE»

«E’ un Pride speciale – ha spiegato Sebastiano Secci, presidente del Circolo “Mario Meli” –  a 50 anni da Stonewall, la scintilla della rivoluzione del movimento, a 25 anni dal primo grande Pride moderno e unitario a Roma. Non possiamo prenderci il lusso di spegnere solo le candeline, ma dobbiamo continuare a lottare in prima linea perché i tempi che abbiamo davanti sono sempre più scuri: il movimento Lgbt (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Trasgender, ndc) è sempre più bersaglio di odio e violenza. I nostri figli e le nostre figlie vengono dichiarati inesistenti e dunque c’è ancora tanto da fare».

Quindi guardando alla compagine di governo Secci aggiunge «che prendere di mira una minoranza è un’arma di distrazione di massa per distrarre dai reali problemi del Paese. L’anno scorso un ministro della Lega ha detto che le famiglie arcobaleno non esistono, il vicepremier dei 5 Stelle ha detto che la famiglia è fatta solo da un padre e una madre. Se già un governo nega la nostra esistenza e quella dei nostri figli, che sono la parte più debole, vuol dire che c’è tanto da fare».

Tra i politici, in rappresentazione del Campidoglio il vice sindaco di Roma Luca Bergamo. «C’è bisogno di progredire nel riconoscimento dei diritti delle persone – ha dichiarato – senza discriminazioni: sono testimonianze e prese di posizione che vanno assunte anche quando i diritti si realizzano».

«Al Roma Pride – ha detto invece Riccardo Magi, deputato radicale di +Europa – siamo in tanti a ribadire che la lotta per l’affermazione dei diritti civili e contro ogni discriminazione, la lotta per la libertà sessuale e la vita familiare, è necessaria nel nostro Paese. I diritti sono conquiste e non vanno mai date per scontate».

MOVIMENTO CINQUE STELLE, FELICI DI ESSERCI

Ieri, in tarda mattinata anche il messaggio della vicecapogruppo del Movimento 5 Stelle al senato, Alessandra Maiorino. «Felice di esserci – ha dichiarato – a titolo personale, ma anche come rappresentante delle istituzioni, impegnata nella battaglia in difesa dei diritti civili. Il mio disegno di legge sul contrasto alla omotransfobia è stato depositato con ben 38 firme di senatrici e senatori del M5S».

«Una città intera che si colora d’arcobaleno per il 25esimo Pride – ha detto Marco Furfaro, coordinatore nazionale di Futura e membro della Direzione Pd – è un momento unico e straordinario di libertà, di felicità e di contrasto ad ogni discriminazione e pregiudizio. Una marea umana si ribella agli stereotipi con il sorriso: esserci ora, con un governo che prova a minare i diritti degli altri ogni giorno di più è necessario ed indispensabile».

Molti i social che hanno rilanciato l’iniziativa di google maps. In occasione del corteo, il colore che ha evidenziato il percorso seguito dalla manifestazione è stato sostituito da una linea arcobaleno, in linea con la giornata.

«Un dolore insanabile!»

Lucky e la storia  di sua moglie Blessing, incinta, che non c’è più (prima parte)

Nigeriano, poco più che ventenne, ha perso la moglie in mare. «L’avevo preceduta, poi una telefonata: “Problemi”, mi dicono, capisco che è una tragedia, lei scomparsa fra le onde con in grembo la nostra seconda creatura. “Questione di giorni, poi ci riabbracceremo per non separarci più!”, mi disse. Ora vivo per Johnny, il nostro primogenito, altrimenti per me sarebbe finita…».

«Mia moglie incinta, Blessing, morta inghiottita dal mare; l’imbarcazione sulla quale viaggiava, colata a picco!». In un rigo la storia di Lucky. “Fortunato”, questo significa “lucky” in italiano. Mai fidarsi dei nomi. A volte raccontano altre storie, talvolta fatte di lacrime e sangue. E’ il caso del nostro Lucky Ibeh, poco più di venti anni, nigeriano, scappato a gambe levate dal suo villaggio, Deta State, dove vive ancora quel che è rimasto della sua famiglia: il primogenito John, lasciato in custodia allo zio che se ne prende come se fosse suo figlio, e una sorella.

«Brutta storia», ci aveva già raccontato Lucky, le mani sul volto, un pianto a dirotto. Inarrestabile, come il dolore. «Mi perseguita giorno e notte, è talmente grande che non avrei voluto sopravvivere alla notizia che Blessing, mia moglie, fosse morta, in mare: di lei più niente, letteralmente dissolta con in grembo la nostra seconda creatura, il nostro secondo sorriso; perché era questo che io, lei e il piccolo John, rimasto in Nigeria, sognavamo: i figli danno gioia, ci ripetevamo; così, mentre fantasticavamo sul nostro futuro lontano dal nostro villaggio e dalle cattiverie, stava per sbocciare sulle nostre labbra e nel suo grembo un altro sorriso, una seconda felicità, che purtroppo non potremo mai raccontare».

Lucky non ce la fa. Gli occhi pieni di lacrime sbucano da quel volto nero, giovane, ma già provato da un dolore immenso. Non è l’unico. Ne ha da raccontare il ventenne nigeriano arrivato in Italia con un primo viaggio dalla Libia. «Con mia moglie avevamo deciso di scappare dal villaggio, perseguitato com’ero: gente che pensa ancora a sortilegi e stregonerie, manovra persone come fossero burattini: io mi ero ribellato alle loro stupide raccomandazioni; era già successo di tutto».Foto-Storie-nuove-01VIA DAL VILLAGGIO, NELLE MANI DI UNA BANDA

Lucky e la sua Blessing, via dal villaggio, dalla Nigeria, destinazione un Paese libero. «Non è la Libia, dove ci fermiamo per guadagnare quei soldi necessari a pagarci il viaggio lontano dall’Africa: siamo ostaggio di uno di quei gruppi armati fino ai denti; con la guerra civile, ognuno si “disorganizza” come può: noi disperati diventiamo una risorsa nelle mani di questi malviventi con zero scrupoli, armati come sono di coltelli, pistole e fucili: guai a non fare come ti dicono, hanno sempre il dito sul grilletto; nel loro dizionario non esiste la parola “rifiuto”, la faccenda la risolvono in un istante: “Bang!” e per te è finita».

Con questa banda di malviventi, Lucky fa un patto. «Io e Blessing, già incinta, lavoriamo in un campo: lo scopo è spezzarsi la schiena, ma alla fine mettere insieme quei soldi che ci permettano di pagarci la “fuga”; mia moglie ha il pancione, io i soldi per il viaggio. “Parti prima tu!”, mi dicono i banditi che continuano a tenere in ostaggio mia moglie; ci tengono sott’occhio quando siamo nei campi, siamo il loro conticino custodito nella sacca».

Non ha soldi a sufficienza per tutti e due, l’idea è di Blessing. «Vai prima tu, questione di giorni, poi ti raggiungo: tu vedi che succede, il lavoro non ci impressiona, ci rifacciamo una vita, in Italia o altrove, l’importante è scappare da qui», dice la donna. «Viaggio in mare, io e gli altri sul primo barcone, incrociamo una nave che ci issa a bordo, sani e salvi, arriviamo sulla terraferma; a giorni tocca a Blessing…», ricorda Lucky.

COSI’ E’, COSI’ NON E’…

Così è. «La sento prima che parta, perché anche lei si imbarca: tempo due giorni, massimo tre, arriverà qui, potrò riabbracciarla, mi dico». Così non è. «Una telefonata strana: brutto segno quando rispondi e non parlano o pronunciano frasi lente, disarticolate, incomprensibili. La prima parola che, purtroppo, comprendo è “Problemi!”. Comincio a sudare freddo, l’amico che mi ha telefonato non ha il coraggio di dirmi quanto accaduto, mi passa il ragazzo alla guida dell’imbarcazione. “Problemi…”. E sono due. Urlo, voglio sapere cosa è successo. “Il gommone sul quale viaggiavamo in tanti è affondato, con questo anche molti di quanti erano a bordo, non sapevano nuotare: una carneficina, i morti non si contavano, anche Blessing, tua moglie, ci è scomparsa davanti agli occhi…».

Lucky tira fuori l’ultimo briciolo di coraggio. «E’ un giorno che non dimenticherò finché campo. Ho nella mente il sorriso di Blessing, il suo senso materno di dire le cose. Anche se giovanissima, il fatto che fosse già mamma di John, il piccolo che continua a dare senso alla mia vita, era donna, saggia; quando ci siamo salutati è stata lei a incoraggiarmi, a dirmi che era meglio fossi stato io il primo a partire. “Questione di giorni, poi ci riabbracceremo per non separarci più!”, mi disse».

«Gesù predicava l’accoglienza»

Frate Antonio Perrella, Ordine di ispirazione benedettina

«Il Signore insegna che la discriminazione disumanizza l’uomo. Ognuno di noi rischia di perdere il senso di se stesso. I ragazzi venuti dall’Africa alimentano una speranza, spesso ricambiata con una esperienza brutale già vissuta nella propria terra»

Un nuovo incontro nel quale affrontiamo un altro aspetto della religiosità, avendo già ospitato, fra studio e web, rappresentanti della chiesa cattolica e musulmana. Nel tempo abbiamo documentato con il massimo rispetto qualsiasi confessione; temi delicati, dando voce a chiunque nella costruzione di un dialogo fra religioni diverse.

Frate Antonio Perrella dell’Ordine monastico ecumenico di ispirazione benedettina, era già stato protagonista della lavanda dei piedi, gesto compiuto da Gesù Cristo con i suoi apostoli. Nell’occasione, frate Antonio aveva invitato quanti, a torto, vengono visti come diversi. Fra questi, un nostro ragazzo, Samuel, che completò la sua partecipazione alla funzione religiosa con la lettura di alcuni passi del vangelo.

Frate Antonio, parliamo del suo Ordine. 

«Appartiene alla Chiesa episcopale che fa parte della Grande comunione anglicana. Si pone come un ordine che vuole favorire la vita comune fra cristiani provenienti e mantenenti la propria confessione di appartenenza. Proponiamo uno stile di vita comune fra fedeli provenienti dalle diverse declinazioni del Cristianesimo favorendo la causa dell’ecumenismo».PERRELLA Articolo 01Cristianesimo come pluralità.

«Certo, Cristianesimo: plurale e non univoco. Ci troviamo su un territorio, il nostro Paese, nel quale la Chiesa predominante è quella Cattolica romana. Noi viviamo la nostra Chiesa con uno stile di vita diverso, gomito a gomito con gente che vive esperienze differenti dalla mia, senza la pretesa che ciascuno di noi cambi idea sulla propria fede; non è una caso che sabato e domenica non svolgiamo attività capitolari conventuali, ciò per consentire a monaci e monache – in quanto Ordine misto, maschile e femminile – di dedicarsi al proprio culto nella propria chiesa».

Perché “benedettino”?

«Siamo nati come un’associazione. Un gruppo di amici, teologi, teologhe, e non. Insieme, senza presunzione, volevamo fare qualcosa di buono: abbiamo pertanto iniziato come associazione impegnata nell’integrazione all’interno di una pluralità confessionale. Ci siamo accorti che la regola di San Benedetto poteva essere un luogo favorevole nel quale questa pluralità potesse incontrarsi; volessimo ridurre ai minimi termini la regola benedettina, non potremmo non farlo usando la famosa espressione “Ora lege et labora”: prega, studia e lavora; tre ambiti in cui, tutti i cristiani appartenenti a fedi diverse possono fare insieme qualcosa e da lì partire per costruire la tanto attesa unità fra cristiani».

Viglia di Pasqua, il rito della lavanda dei piedi. Fra gli “apostoli” anche il nostro Samuel.

«Abbiamo celebrato un rituale che anticipasse per tutti la Pasqua del Signore; abbiamo voluto simboleggiare la lavanda dei piedi a persone che in qualche modo si sono sentite escluse o emarginate nella nostra società: Samuel rappresenta una categoria che alimenta una speranza, spesso ricambiata con una seconda emarginazione, esperienza brutale già vissuta nella propria terra; Gesù, invece, ci insegna che la discriminazione è la strada che disumanizza l’uomo, ciò che fa perdere ad ognuno di noi il senso di se stesso; la strada di Gesù è, invece, quella dell’accoglienza.

A tal proposito ho pubblicato un lavoro esegetico-sistematico dal titolo “Giovanni – La Parola esclusa perché Parola per gli esclusi”: Gesù non va alla ricerca della perfezione o della omologazione, bensì a quella del cuore; che poi questo cuore viva in un corpo nero, bianco, giallo, diverso».PERRELLA Articolo 02 Questo nuovo stile di vita cui fa riferimento, oggi può essere ancora attuale?

«Penso proprio di sì; il Monachesimo non è una élite di brave persone – sarei il primo a scappare via… – ma qualcosa che supera il fatto cristiano; il Monachesimo si palesa prima del Cristianesimo: è qualcosa di più complesso, fondamentalmente è la continua ricerca di Dio, “Quaerere deum”, che porta in sé tantissime domande sul senso della vita: chi sono, da dove vengo, dove vado, come posso essere migliore, promuovere all’ennesima potenza tutte le mie facoltà; dunque è un qualcosa che supera il fatto cristiano e si muove sulle dinamiche antropologiche; finché nell’uomo risiederanno queste domande, allora ci sarà posto per il Monachesimo».

La sua vocazione.

«Non è avvenuta attraverso un’apparizione, un miracolo: si è costruita incontrando persone; si è mostrata attraverso lo studio teologico e quanto è accaduto nella mia vita: sono stato oggetto di una seduzione sottile che alla fine mi ha condotto a una vita di discepolato di Gesù; un continuo mettermi in movimento nel rispondere alla volontà di nostro Signore».

Contro ogni bullismo!

Un quattordicenne durante una gara offende un direttore di gara donna

Il giovanotto ha tirato giù i pantaloncini e mimato un gestaccio. L’“arbitressa” era già stata oggetto di insulti sessisti da parte dei genitori dei giovani calciatori. L’intervento dell’olimpionico Daniele Scarpa. «Non riduciamo lo sport a uno sfogatoio o un’arena!». Squalifiche e scuse.

L’episodio è stato di quelli che hanno fatto discutere per giorni interi. E non solo fra Venezia, Mestre e il circondario. Se ne è parlato in tutta Italia. Cassa di risonanza tv, radio, social e stampa. Il tempo di un caffè sorseggiato al bar, sia chiaro. Certo, ci sarebbe da scandalizzarsi, considerando il gesto incivile di un ragazzetto di quattordici anni che si cala i pantaloncini davanti al direttore di gara, una donna. Ma da noi, il più delle volte, invece di diffidare i protagonisti di simili messinscene, questi episodi diventano battute, sketch, dirette televisive pomeridiane.

Scusate, abbiamo lasciato il piccoletto con i calzoncini ancora calati all’altezza delle ginocchia. Riprendiamo la cronaca. Anche il papà di questo burlone in erba una decina di anni fa ebbe una pesante squalifica. E anche in quell’occasione, il soggetto era un arbitro. Un maschietto, beninteso, questo per dire che in famiglia non si fanno scrupoli. Quando c’è da tirare fuori gli attributi, non ci pensano su due volte. Vero che il fischietto lo fanno trillare le “giacchette nere”, ma vuoi mettere la competenza di un calciatore dopolavorista che sferra calci, perde una gara nemmeno fosse la finale dei Mondiali?

Ma veniamo alla storiaccia dei giorni scorsi. Durante una gara riservata al categoria “Giovanissimi”, l’arbitro, Giulia Nicastro, ventidue anni, è vittima di insulti sessisti. Il piccoletto non si erge ancora a protagonista, anche se già avverte che ha il pubblico dalla sua parte e se gli passasse la mosca davanti al naso, per l’“arbitressa” sarebbero guai seri. I primi insulti partono da un gruppo di genitori, sempre loro, quelli che di solito vedono per se stessi e per il proprio figliolo un futuro nel dorato mondo pallonaro e, se non andasse proprio così bene, come tronista in tv, prima; da “ospite” in una discoteca trendy, poi.

Per l’intera durata della partita fioccano epiteti di vario genere. Il colpo di scena è, però, nell’aria. Il giovanotto ha fiutato la prima pagina dei giornali locali e incassato un applauso dalla gradinata. E’ il momento di diventare un “eroe”. Il piccolo calciatore, classe 2004, società del Treporti, contesta. Attenzione, non un calcio di rigore, la massima punizione, bensì un misero calcio d’angolo. Invece, come da regolamento, di invitare il suo capitano a rivolgersi con rispetto alla “direttrice di gara” per tornare sui sui suoi passi a proposito dell’assegnazione di quel corner, prende una scorciatoia: si abbassa i pantaloncini davanti alla donna ventiduenne, e fa riferimento a pratiche sessuali che evidentemente già conosce.

Espulsione. Squalificato lui, il giovanissimo praticone che conosce il linguaggio del corpo, multata la società. Come minimo. Applausi dagli spalti al coraggio del piccoletto, in quel pomeriggio di metà settimana per quell’atto eroico.

Ma non tutto viene per nuocere. L’Italia sarà pure un Paese in questi anni sfamato a gossip e tv, ma è ancora abitato da gente di buon senso. Prendiamo il campione olimpionico Daniele Scarpa. Non uno qualunque, bensì uno che ha vinto medaglie al massimo livello. Bene, Scarpa invita il padre del quattordicenne a incontrarlo. Il genitore accoglie l’invito e rivolge le sue scuse a tutti.

Scuse anche dalla società di calcio Treporti. Il sindaco della cittadina vicino Venezia, una donna anche lei, fa sentire al “direttore di gara” la solidarietà della città. Nel frattempo spunta un vecchio referto arbitrale: anche il padre del quattordicenne che si è calato i pantaloncini dieci anni fa subì una pesante squalifica per aver contestato il direttore di gara.

Cavallino Treporti, comune della Costa veneziana di tredicimila abitanti famoso per i campeggi sulla spiaggia, può dirsi riabilitato. L’ex campione olimpico, il canoista Daniele Scarpa (un oro e un argento ad Atlanta 1996) è riuscito a tenere insieme una comunità per giorni si è interrogata su quanto accaduto. “L’episodio deve essere l’occasione per aprire una riflessione sul valore educativo dello sport”, ha dichiarato il campione promotore del Progetto Desirée contro il bullismo nello sport.

«Non è solo un problema del ragazzo – ha detto Scarpa – oppure di cosa succede nei campi da calcio, ma di tutti noi: purtroppo il valore educativo dello sport sta venendo meno anche in altre discipline. Sono un appassionato di basket, ma non nascondo che a volte mi vergogno di sentire quanto urlano i tifosi nei confronti dell’arbitro, spesso nonostante abbiano accanto figli minorenni: loro, quando cresceranno, si comporteranno allo stesso modo. Il rettangolo di gioco non deve essere uno sfogatoio: lo sport in genere deve essere un’arena educativa con arbitro, regole e giocatori, non un Colosseo dove si alza o abbassa il pollice».

Per discutere di questi temi, Scarpa ha già invitato a Venezia il presidente del Coni, Giovanni Malagò, con l’obiettivo di promuovere la carta dei fair play. «E ricordare – conclude l’olimpionico medagliato – che lo sport ha soprattutto un valore sociale. Mi auguro che il presidente Malagò, sensibile a questi temi, accetti l’invito».

Fine della storia. Se non fosse che, come spesso capita a un Paese dalla memoria corta e dalla visione lungimirante, tutto finisce a tarallucci e vino, con la benedizione dei media che fanno da moralizzatori prima e da pacieri poi. L’arbitro ha avuto i suoi cinque minuti di celebrità, ha ricevuto il plauso della Sezione arbitri di appartenenza, lo solidarietà del Coni che proporrà l’arbitressa a una medaglia e una promozione sul campo. Popolarità anche per il sindaco della cittadina, intervistato dalla tv nazionale. Papà e mamma del ragazzetto hanno fatto la figura dei genitori inflessibili. Unico ad aver fatto il suo, Scarpa. L’atleta non ha rilasciato solo interviste, ma si è attivato con un progetto contro il bullismo. E questa è materia di consolazione. Insomma, non tutto il male…

«Guerra civile è…»

Extracomunitari e racconti agli studenti del “Cabrini” di Taranto

«Non sono tre righe in cronaca, ma bande prive di scrupoli che ti svuotano tasche e sogni. Ragazzini armati fino ai denti che ti sparano a vista. Fughe in mare aperto in cerca di futuro»

«Grazie dei pasticcini, ma siamo in Ramadan, per un mese dobbiamo fare astinenza, non solo di dolci, ma di qualsiasi cosa: solo prima del calare della sera possiamo mangiare, masticare un paio di datteri, ma non per saziarci, bensì per smorzare se possibile i morsi della fame». Istituto Cabrini di Taranto, seconda parte. Fra i protagonisti, ospiti e operatori di “Costruiamo Insieme”.

Le storie non finiscono mai, anche il periodo di penitenza è motivo di confronto a scuola fra i ragazzi-studenti e questi loro nuovi amici. Ragazzi come loro, sì, che però hanno da raccontare qualcosa in più. Se non altro perché non è storia di tutti i giorni scappare, sfuggire a colpi di fucile, coltellate, bastonate. Perché di questo si è anche parlato, diciamo anche appena accennato la scorsa volta. Per non spaventare troppo gli studenti con storie nude e crude. E qui sta la grazia, la discrezione di questi giovanotti neri che si presentano con aspetto austero, ma che i ragazzi smontano in un “amen”, non appena si parla di comunicazione, palmare, i-pad, internet. Figli della stessa generazione. Per giunta hanno in comune il Sud.

Proseguono, dunque, gli incontri degli studenti dell’Istituto professionale “Francesco Saverio Cabrini” di Taranto. Di fronte a curiosità e domande, ci sono Daniel, Alassane, Souleymane, Amara, Lawrenta e Devine. Qualcuno aveva partecipato all’incontro della settimana precedente.GUERRA Articolo 01 - 1E’ la seconda prova di apertura al sociale a ragazzi come loro. Solo che gli ospiti, un sorriso contagioso che spicca sui volti neri come il carbone, vengono da lontano, da un altro Paese. Costretti a tagliare radici a malincuore, perché fuggire o comunque lasciarsi alle spalle affetti familiari, la propria terra, non è bello e non accade tutti i giorni. Merito della dirigente scolastica Angela Maria Santarcangelo, che ha voluto concretizzare un progetto didattico, «La grande “I”» («I», come integrazione). Un’idea di conoscenza realizzata in collaborazione con il CPIA, il Centro provinciale per l’istruzione adulti presieduto da Patrizia Capobianco e coordinato, come la settimana prima da Mercedes Corbelli.

Fioccano le domande. Anche stavolta. «Io volevo laurearmi in Ingegneria, sono andato via dal mio Paese per studiare, ma mi sono ritrovato in Libia in un momento di grave incertezza: non c’era più un governo stabile, bensì guerriglie armate, quelle che i giornali hanno definito guerra civile».

La guerra civile. «Tre righe in cronaca, nelle pagine degli Esteri», dice uno degli ospiti, mostrando conoscenza di una delle espressioni più care a giornalisti e politici. «Non voglio polemizzare, ci mancherebbe altro, ma se ragazzi come voi ci pongono spesso le stesse domande, vuol dire che i mezzi di comunicazione non spiegano bene cosa stia accadendo, non dall’altra parte del mondo, ma a mille chilometri da qui; la guerra civile non è solo un’etichetta: vuol dire episodi di violenza, bande di ragazzini armati fino ai denti che, se tutto va bene, ti svuotano le tasche di soldi e sogni, perché quel poco denaro che avevi guadagnato con mesi di lavoro sarebbe servito per pagare il viaggio dalle coste africane e quelle italiane…».

«Non vogliamo impressionare nessuno – prosegue un altro – ci mancherebbe anche passare per il “lupo nero” delle fiabe; ma quando ti va male, per questi ragazzi – che hanno dieci, dodici anni, sono più piccoli di voi… – sei solo un bersaglio mobile: ti dicono di scappare e tu devi scappare, altrimenti sono guai, ma guai veri!». E qui la cronaca di Daniel,  Souleymane, Amara e Lawrenta, si autocensura. Non vogliono stupire i ragazzi raccontando il sangue. GUERRA Articolo 01 - 1 copia«Provate ad immaginare a un sogno e questo sogno altro non è che l’incertezza di arrivare sani e salvi su una costa amica; di notte il mare è impressionante, alle prime ore del mattino non è più incoraggiante: onde alte come palazzi ti sbattono come fossi uova per una frittata; quelle scene non durano istanti, ma ore e fanno paura anche a chi il coraggio se l’è fatto venire perché non aveva altra scelta che la fuga dalla morte».

«Puoi incrociare navi militari libiche, che ti riconducono a riva e mettono in prigione; non incontrare una sola imbarcazione, magari con a bordo pescatori che possono, invece, issarti a bordo e portarti su un mezzo almeno più sicuro di un gommone che imbarca acqua o può bucarsi da un momento all’altro». Infine, «Terra!», suggerisce un ragazzo con un sorriso. Il racconto, in effetti, mette ansia. Partiti dalle coste libiche, si è parlato di persecuzioni, di mare agitato, ma non ancora dell’ultimo tratto. Quel «sani e salvi» che è un po’ il finale dei temi di un tempo, una sorta di «stanchi ma felici». «Certo che arriviamo in Italia! Una nave militare italiana, dio la benedica, ci fa salire a bordo e conduce direttamente all’hot-spot di Taranto: da quel momento in poi la nostra vita ha assunto tutto un altro aspetto».

Vero. «C’è chi è ospite di un Centro di accoglienza, chi ha trovato un contratto di lavoro, chi fa l’operatore – come il sottoscritto, dice uno – con il suo stipendio e la voglia di costruirsi un futuro». «Non necessariamente in Italia – conclude un “fratello” – a me il vostro Paese piace, cordialità e accoglienza sono all’ordine del giorno, ma c’è chi vuole viaggiare ancora, chi tornare a casa, infine chi vuole costruirsi un futuro, con molti sacrifici e questa è una cosa che, con tutto quello che abbiamo provato, non può farci paura».