«Canto l’amore universale»

Peppe Servillo, cantante degli Avion Travel ospite di “Costruiamo Insieme”

«Sentimento fra due persone, ma anche per il prossimo, qualunque esso sia: per chi è diverso da noi.  Fino al “non amore”, come ha scritto Franco Marcoaldi, autore della lettura-concerto rappresentata a Taranto»

«Uno spettacolo, una lettura-concerto di poesie e canzoni che nasce da questa pubblicazione di Marcoaldi appena riedita, un lavoro che indaga poeticamente sulle varie declinazioni di un sentimento: non solo l’amore in una relazione a due, ma amore per l’universo, da quello per il prossimo, per chi è diverso da noi, proseguendo con l’amor proprio; tutto questo, nel corso dello spettacolo avviene con l’ausilio di canzoni napoletane che hanno così profondamente indagato questo sentimento, rappresentandolo di volta in volta in maniera ironica, violenta, dolce, tenera, come nelle serenate anche “a dispetto” – oltre che in quelle classiche della canzone napoletana – quando il sentimento dell’amore quando contiene in sé, come recita il titolo di Marcoaldi, anche il “non amore”: dopo le presentazioni teatrali al “Piccolo” di Milano e all’“Argentina” di Roma, è stato praticamente un debutto: siamo contenti sia andata così bene, il teatro pieno di gente, fa bene al cuore, soprattutto se attenta come è accaduto al teatro Fusco di Taranto».

Peppe Servillo, sere fa è stato ospite a Taranto di un concerto all’interno del “Mysterium Festival 2019”, assieme a Franco Marcoaldi, poeta, autore, scrittore, intensa collaborazione teatrale quest’ultimo con Toni Servillo (fratello della voce, nonché autore, anima degli Avion Travel), protagonista del film Premio Oscar “La grande bellezza” diretto da Paolo Sorrentino.

Poesie e canzoni della tradizione napoletane, insieme. «E’ stato più emozionante, per esempio, rappresentare a Taranto, città natale di Mario Costa, la canzone “Era di maggio” – spiega Marcoaldi  – fu, infatti, il grande maestro a tradurre in una emozione ancora più grande un testo di Salvatore Di Giacomo, tanto da farne un classico della canzone napoletana». L’autore di “Amore non amore”, conosce genesi e collaborazione fra Costa e Di Giacomo, incontro che generò, appunto, una delle pagine più suggestive della tradizione musicale napoletana, dunque internazionale, tanto è considerata universale la canzone generata al cospetto del Golfo.servilllo«Abbiamo provato a dare emozioni leggendo alcune delle pagine del mio libro, riproponendo canzoni come “Te voglio bene assaje” e “M’aggia cura’”, ma non solo queste: la gente venuta ad ascoltarci in teatro teatro si è ritrovata al cospetto di un programma in cui poesia e musica interagiscono fra loro: che dire, bravissimo Servillo a cogliere gli spunti dai miei testi e interpretarli come pochi».

L’amicizia con il cantante degli Avion Travel, Peppe Servillo. «L’incontro risale a una decina di anni fa, in occasione di “Sconcerto”, una delle mie opere portate in scena con Toni Servillo, fratello di Peppe, che curò anche la regia dello spettacolo con le musiche di Giorgio Battistelli».

«Fu quella un’occasione di confronto – ci conferma Servillo  – sulla scorta della quale ci ripromettemmo che avremmo lavorato insieme; la ripubblicazione con nuove pagine di un grande successo editoriale come “Amore non amore”, stesso titolo dell’evento portato in scena al teatro Fusco di Taranto, è stata dunque l’occasione promessa: un recital di poesie dal volto minimale – ecco la scelta di un chitarrista, bravo come Cristiano Califano – per dare risalto il più possibile al testo, al colore di una parola anche cantata; interpreto, infatti, canzoni napoletane in stretta relazione con i suggerimenti che generano le poesie di Marcoaldi».

Servillo e gli Avion Travel. «L’attività continua, abbiamo concerti a maggio, un repertorio con canzoni anche dall’ultimo album pubblicato, “Privé”; gireremo l’Italia e non sarebbe male prima o poi incontrarci di nuovo; Taranto posso dire di conoscerla bene: ho cantato, ma ho anche girato scene di un film in Città vecchia, l’Isola, che ha dato i natali al grande Mario Costa e ancora prima a Giovanni Paisiello: come vedete Napoli e Taranto hanno sempre una ragione in più per abbracciarsi».

Pasqua di riconciliazione

L’abbraccio cattolico al mondo intero

Pace per le persone e i popoli tormentati da violenze e ingiustizie. Il dolore causato dai conflitti in Medio Oriente, Africa e altri Paesi, i cristiani perseguitati, i migranti e i rifugiati, gli anziani che perdono la gioia di vivere. Un pensiero rivolto dalla Chiesa all’immensa sciagura di lunedì scorso, Notre-Dame de Paris.

Riconciliazione e pace a popoli e persone tormentati da violenze e ingiustizie. E’ il pensiero cristiano rivolto a tutto il mondo, non solo a quello cattolico. Lo ricorda e lo ha ricordato spesso Papa Francesco. E il suo pensiero, come sempre, è per il dolore dei conflitti in Medio Oriente, Africa e altri Paesi; ai cristiani perseguitati, a anche migranti e rifugiati, e a quanti nelle nostre società perdono speranza e gioia di vivere, agli anziani sopraffatti dalla solitudine sentono venire meno le forze, ai giovani a cui sembra mancare il futuro.

Questo è il segno nel quale è necessario vivere la Santa Pasqua. La Risurrezione indica sentieri di speranza. Un abbraccio di amore fra popoli e culture nel bacino del Mediterraneo e del Medio Oriente, favorendo la convivenza anche fra hanno visioni opposte, ma mai violente.

Tutto illuminato dalla notizia: «Gesù Cristo, incarnazione della misericordia di Dio, per amore è morto sulla croce e per amore è risorto. Di fronte ai vuoti spirituali e morali dell’umanità, di fronte a voragini che si aprono nei cuori e che provocano odio e morte, solo un’infinita misericordia può darci salvezza. Solo la preghiera può riempire col suo amore questi vuoti, questi abissi, e permetterci di non sprofondare ma di continuare a camminare insieme verso la Terra della libertà e della vita». Sono parole sulle quali spesso torna Papa Francesco, quando si rivolge a oltre un miliardo di cristiani e miliardi di fratelli di altre fedi, tutte unite nel professare amore e non violenza. E’ la Pasqua.

Si dice Pasqua, ma il pensiero non può che andare al pomeriggio di lunedì scorso. Notre-Dame de Paris, cade sotto gli occhi di tutti. C’è la tv, i grandi network che accendono i riflettori su una delle tragedie più immani della storia contemporanea. L’altra che ci viene in mente, naturalmente, ma per contenuti diversi, è il disastro dell’Undici Settembre. Il disastro è completo: si stacca la guglia e si abbatte al suolo con i suoi mille anni di storia. E’ finita. Il mondo, non solo quello Occidentale, partecipa a un dramma, alla caduta di un monumento “non solo cattolico”. Notre-Dame è un’opera d’arte, è un racconto, un dramma, è tanta Francia messa insieme. Una Francia che circola per il mondo con una bellezza da togliere il respiro.

Pasqua, Notre-Dame e il Mondo cattolico. È il «cuore spirituale» della Francia. Ma non «solo». è simbolo della storia della Chiesa. E dell’umanità. Monsignor Hyacinthe Destivelle OP, responsabile della sezione orientale del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, descrive così Notre Dame, distrutta dall’incendio. Uno choc per il mondo intero, a cominciare dalla Francia e anche dalla Santa Sede. La cattedrale parigina rappresenta «la bellezza» che il credo può creare, perciò il Prelato ha una speranza concreta: «Possa questa tragedia ricordarci la ricchezza che la fede cristiana è stata per i nostri Paesi e continuerà a essere». «È un’emozione drammatica immensa vedere bruciare Notre Dame: è il cuore spirituale della Francia. Esprime nelle sue pietre la fede delle persone che l’hanno costruita nel corso dei secoli. La sua bellezza ha anche dato la fede a migliaia di cristiani. Il suo mistero ha ispirato i più grandi autori, al punto tale da convertirsi».

«Le mie Passioni…»

Samuel, la sua storia e la “lavanda” durante la Settimana Santa

Nigeriano, trentuno anni, è stato invitato ad una funzione religiosa. Ospite di “Costruiamo Insieme”, fede cattolica, è stato uno dei dodici “apostoli” nella celebrazione ecumenica dell’abate Antonio Perrella. Sogna di fare l’elettrauto.

Clima di Passione. In tutta Italia sono diverse le funzioni e le manifestazioni religiose. Ad un paio di queste, la cooperativa “Costruiamo Insieme” ha voluto parteciparvi con alcuni suoi ragazzi. Una in particolare, lunedì sera, è stata quella che ci ha un po’ segnati, positivamente s’intende. Abbiamo conosciuto uno degli ospiti del centro di accoglienza. Protagonista è Samuel.

Di poche parole, talvolta accenna, a volte bisbiglia, quasi non volesse disturbare. Il mestiere ci ha insegnato che, di solito, chi parla, troppo, di solito esagera. Samuel non appartiene a quest’ultima categoria. Nigeriano, trentuno anni, fede cristiana, ha accettato l’invito che gli ha girato la cooperativa. L’abate Antonio Perrella, Superiore Generale dell’Ordine Monastico Ecumenico “Christiana Fraternitas” (Chiesa Episcopale – Comunione Anglicana), vuole compiere una celebrazione ecumenica della parola, con la commemorazione della lavanda dei piedi. Quando Gesù Cristo volle prostrarsi ai piedi degli apostoli, mostrando amore e umiltà insieme.SAMUEL Articolo 04 - 1«Grazie mille!», la risposta telegrafica di Samuel. «Accetto volentieri l’invito. Prego spesso, sono arrivato dalla mia Nigeria attraverso una storia dolorosa; pregare mi fa bene, rivolgermi al Signore mi fa sentire vivo».

Si racconta, Samuel. «Ho trentuno anni, papà, tre fratelli e due sorelle, mamma non c’è più; sento spesso tutti, sentirsi e vedersi con le videochiamate, non è più un problema». Facciamo insieme un tratto di strada in auto. Dalla sede di via Principe Amedeo, dove Samuel ci attende, fino al Monastero ecumenico di Taranto, accanto all’ospedale “Testa”. «Sono andato via di casa, problemi familiari, conflitti fra parenti a causa di interessi: da noi l’unica legge che conosciamo è quella del tono della voce; urliamo, se chi ci sta di fronte non comprende che sta superando ogni limite – come dite voi – passiamo alle vie di fatto. Io sono pacifico, la violenza non ha mai risolto un solo diverbio; così, invece di far valere i miei, i nostri diritti, alla fine i miei familiari mi hanno accompagnato all’“uscita”».

L’uscita è il confine della Nigeria. Qual è il motivo del contendere. «Meglio saperti lontano e vivo – parole di mio padre – che non a casa ma defunto: in un nostro terreno era stato scoperto petrolio, l’oro nero; l’interesse economico è la droga dei popoli, basta sentire lontano l’odore del denaro per andare fuori controllo; così nostri parenti hanno rivendicato una loro fetta di interessi, poi ancora un altro pezzo, fino a volere tutto, senza un motivo, solo perché si ritenevano più forti che furbi».

Samuel prosegue. «Ho attraversato strade, montagne, perfino il mare, inevitabile se oggi mi trovo qui. Ho salvato la pelle: nel mio Paese non fanno complimenti, se sei il problema lo risolvono alla radice, ti eliminano fisicamente».
SAMUEL Articolo 01 - 1Qual era il sogno di Samuel, cosa fa in Italia. «Volevo – confessa – ma lo voglio ancora oggi, fare l’“elettrauto”, riparare i circuiti, i motori delle auto, è il mio grande sogno: magari ci fosse un corso per fare esperienza; l’ho fatto sapere alla cooperativa, magari prima o poi succede qualcosa, chi può dirlo; in Nigeria lavoravo come operaio in una fabbrica di alluminio, insieme con i miei compagni di lavoro realizzavo infissi: bel lavoro, che però ho dovuto lasciare a causa di quei maledetti contrasti familiari. Non so starmene fermo, devo fare sempre qualcosa: voglio lavorare…».

Nota dolente. Ci facciamo spiegare. «In passato ho lavorato nei campi, non tutti i giorni – magari fosse stato così – ogni tanto facevo il mio bravo raccolto e poi tornare a casa: se vuoi essere stimato devi impegnarti, questo ho imparato stando qui in Italia».

Due anni fa l’arrivo due. «Fine aprile, il 30 di questo mese, compio due anni di Italia: un viaggio non molto lungo, in una imbarcazione di fortuna, con una trentina di ragazzi entro in mare alle quattro del mattino, nove ore dopo qualcuno a bordo di un peschereccio ci segnala a una nave che ci prende a bordo e ci lascia in Sicilia: quattro giorni per riprenderci, darci una ripassata e poi, finalmente Taranto, bella città: spero di restarci a vita, a meno che qualcuno non mi offra un corso e un lavoro da elettrauto in qualche altra città».

Ospedale “Testa”, 19.30. All’esterno, l’abate Antonio Perrella. Ci abbraccia, ringrazia “Costruiamo Insieme” per aver manifestato disponibilità nell’aver accolto l’invito alla celebrazione ecumenica. Samuel comincia con una “preghiera”. «Alle ventuno e dieci ho l’autobus per Massafra, non posso rinunciarvi: ce la facciamo a fare tutto per quell’ora?». «Certo – rassicura l’abate – siamo un po’ in ritardo, ma non dovremmo registrare ulteriori contrattempi».SAMUEL Articolo 05 - 1 Lavanda dei piedi. Samuel è uno dei dodici “apostoli”. Sfila una scarpa, poi un calzino. Frate Antonio avvicina il catino pieno di acqua, l’asciugamano, compie l’atto di umiltà di Gesù Cristo. Scattano i flash. Fra gli “apostoli”, un solo nero. «I diversi siamo noi – fa notare l’abate – che abbiamo ancora sciocchi pregiudizi, quando invece ragazzi come Samuel, si stanno integrando nella nostra società con grande impegno».

Non finisce qui. Samuel parla un modesto italiano, viene invitato sull’altare e aiutato a leggere un passo della celebrazione. Ce la fa, non si emoziona più di tanto. Alla fine, il ragazzo nigeriano abbraccia gli officianti e quanti pendono parte alla funzione religiosa. «Samuel è un nostro fratello – dice frate Antonio – sentiamo di volergli già bene, ora ci impegneremo a trovargli un lavoro perché un giorno possa diventare indipendente».

C’è un solo particolare. Il ragazzo dal  «Grazie mille!» per tutte le occasioni, si accorge che è tardi. «Ho perso l’autobus!», avverte senza disperarsi. «Sono le 21.30! Mi tocca trovare un passaggio per Massafra…». Amabile Samuel. «Faccio la strada a piedi, magari trovo un passaggio…». Non se ne parla nemmeno. «Cosa vuoi che siano venti minuti di auto!», gli diciamo.  Lo imbarchiamo, lo accompagniamo a un passo da casa. «Dio vi benedica! Grazie mille!». Il Cielo benedica te, Samuel.

«Impariamo ad amare»

Debora Cinquepalmi, presidente Associazione Onlus “Simba”

«Non riusciamo a trattenere la gioia quando rivediamo i piccoli con un centimetro di capelli in più. I genitori dei piccoli di Oncoematologia ci regalano sorrisi e la forza per spenderci quotidianamente per il prossimo. Un solo uomo nel nostro gruppo, non sappiamo spiegarcelo. Organizziamo feste, dentro e fuori ospedale»

Questa settimana poniamo ancora una volta l’accento sul volontariato. Per sito, web radio e canale youtube di “Costruiamo Insieme”, abbiamo incontrato Debora Cinquepalmi, presidente dell’Associazione Onlus “Simba”.  Fare associazione e volontariato sul nostro territorio non facile.

«Da dieci anni mi occupo di volontariato. Parlo in prima persona, ma in realtà alle spalle ho un numero nutrito di volontari: ventotto donne, un solo uomo; questa attività è diventata la nostra vita, specie per alcune di noi; prestiamo assistenza al SS. Annunziata in diversi reparti: Pediatria, Oncoematologia pediatrica, Terapia intensiva neonatale, Ortopedia e Pronto soccorso».

La vita degli altri è diventata la vostra vita.

«Confesso che, alla fine, siamo più noi ad attingere in termini di insegnamento, emozioni, rispetto a quello che diamo, che è tanto, ma riteniamo sempre poco rispetto a quello che vorremmo e ci sarebbe da fare. Il nostro è un impegno quotidiano, presidiamo i reparti restando ogni giorno accanto ai bambini e alle loro famiglie; in questi dieci anni abbiamo tratto lezioni di vita; per alcuni di noi è diventato un vero lavoro, non retribuito, è bene sottolinearlo; Oncoematologia pediatrica è diventato il nostro chiodo fisso, da quando è stato aperto; ci spendiamo giornalmente per stare accanto a genitori e piccoli pazienti, cercando di dare loro – ove possibile – un po’ di sollievo».Cinquepalmi Articolo 02Ventinove volontari, un solo uomo. Le donne più sensibili. 

«Non riusciamo a spiegarci questo sbilanciamento in fatto di partecipazione. Forse non attecchisce il nostro modo di operare, anche se va detto che esistono altre forme di volontariato in cui l’uomo numericamente supera le donne; devo dire, però, che in alcuni casi, l’uomo fa la differenza: i bambini si rapportano più con il nostro unico volontario in modo superlativo; un approccio bellissimo…”.

Figura paterna, forse.

«Non se sia proprio così. Abbiamo avuto anche ragazzi fra i nostri volontari: bene, i bambini con i giovani hanno un feeling straordinario; non riusciamo, però, a spiegarcene il motivo, ma ragazzi e uomini non rispondono all’invito della nostra associazione e questo è motivo di rammarico».

Come si affrontano volti provati dal dolore con il sorriso?

«Il nostro atteggiamento è cambiato. Per otto anni avevamo fatto solo pediatria, rispetto agli altri reparti in cui, oggi, prestiamo assistenza; abbiamo anche incontrato patologie importanti, anche se in Pediatria i bambini non sostano a lungo; diverso quanto accade con Oncoematologia pediatrica, dove i bambini vengono ospitati quotidianamente».

Il rapporto più importante.

«Con i genitori, che avrebbero tutte le ragioni per manifestare dolore; hanno la forza del sorriso, ogni giorno ci insegnano qualcosa, a volte ci tradiamo con una lacrima, quando non dovremmo abbandonarci a una simile emozione: a volte ci troviamo impreparati, ma non è semplice spiegare certe circostanze a chi non le vive; la nostra più grande soddisfazione: vedere i bambini tornare alle visite di controllo con un centimetro di capelli in più. Non riusciamo a controllare la gioia».Cinquepalmi Articolo 01 Dove trovate l’entusiasmo che trasmettete a bambini e genitori.

«Cerchiamo di inventare situazioni; giorni fa, per esempio, abbiamo organizzato una festa di compleanno: un nostro piccolo paziente non poteva farlo a casa, era sotto osservazione in ospedale, e non poteva avere contatti con altri bambini: allora abbiam invitato una mascotte, abbiamo fatto un po’ di “baccano” e al bambino abbiamo dato un momento di felicità.

Abbiamo anche organizzato il Carnevale all’esterno dell’ospedale. I piccoli non sempre possono andare a festeggiare altrove e, allora, per quel giorno hanno indossato le maschere in un salone del Circolo ufficiali: è stato bellissimo, l’amministrazione militare non ha voluto un solo centesimo; i militari sono rimasti affascinati dalla bellezza di questi bambini, succede sempre qualcosa di solidale intorno a questi piccoli che combattono la sofferenza. I ringraziamenti dei genitori, poi, sono la cosa più imbarazzante: vorremmo fare sempre di più, ma evidentemente per loro è già tanto».

Personaggi famosi hanno realizzato spot per sensibilizzare il vostro lavoro e i reparti del SS- Annunziata nel quale prestate assistenza.

«Ce ne sono talmente tanti di artisti generosi, che è difficile farne un elenco: è stata una straordinaria corsa alla solidarietà: i primi che mi vengono in mente, Chiara Ferragni, Alessandra Amoroso, Andrea Bocelli, che ha voluto regalarci una lettera di grande spessore emotivo composta per noi; Diodato, per esempio: si è messo in viaggio, è venuto a cantare solo in cambio di un abbraccio. I bambini tarantini sono diventati tristemente famosi, ma noi e i loro genitori facciamo attenzione perché nessuno strumentalizzi il loro dolore, che poi è anche il nostro».

Libia, Guerra continua

Terzo conflitto civile alle porte

Occorre una soluzione. Comunità internazionale disorientata. Prosegue lo scontro fra l’attuale governo e l’esercito di Haftar. Italia, Francia e le tensioni provocate da decisioni non sempre condivise.

Libia a un passo dalla sua terza guerra civile in meno di dieci anni. L’esercito del maresciallo Khalifa Haftar, dopo aver assunto il controllo di Libia orientale e meridionale, ha sferrato un nuovo attacco alla capitale Tripoli, sede del governo riconosciuto internazionalmente e guidato dal primo ministro Fayez al Serraj (attivi nel frenare l’avanzata nemica). I due schieramenti secondo quanto riportato da Daniele Raineri sul Foglio, si equivalgono, pertanto si fa largo la paura che possa cominciare una lunga guerra di posizioni a contrasto che rischia di sfiancare una popolazione messa già a dura prova da anni di violenze e scontri.

La situazione attuale è il risultato delle divisioni interne alla Libia, la presenza di centinaia di milizie armate e rivali, le ambizioni personali di leader politici, la posizione intransigente della comunità internazionale a sostenere soluzioni considerate illegittime dai libici e inefficaci agli occhi di tutti e gli interventi politici di Paesi stranieri che hanno dato impulso a una situazione già violenta.

La crisi in Libia viene sostanzialmente legata alle conseguenze della guerra civile di otto anni fa. Fu quella a portare alla destituzione dell’ex presidente Muammar Gheddafi. Nel conflitto, l’intervento di governi stranieri, tra questi quelli della Francia e degli Stati Uniti, in appoggio alle milizie ribelli, dopo che le truppe del regime avevano iniziato a colpire i civili.

In Libia si erano svolte le seconde elezioni dall’intervento armato del 2011 (appoggiate anche dalla comunità internazionale), ma quando iniziarono gli scontri tra milizie armate a Tripoli le truppe statunitensi si ritirarono e gli eletti riuniti nella “Camera dei Rappresentanti”, con il nuovo governo, si spostarono a est, nella città di Tobruk.

A Tripoli, intanto, milizie islamiste e altre provenienti da Misurata fecero un loro governo, che fu sfidato ben presto da Khalifa Haftar, ex sostenitore di Gheddafi che aveva trascorso molti anni negli Stati Uniti ed era tornato in Libia con la promessa di liberare il Paese da tutte le forze islamiste: dai gruppi terroristici come Al Qaida e lo Stato Islamico fino ad arrivare ai Fratelli Musulmani, storico movimento politico religioso presente in diversi Paesi arabi (il governo con base a Tripoli non era lo stesso che c’è ora).

L’ONU favorì la creazione del governo di accordo, ma la comunità internazionale mostrò ancora una volta di avere sottovalutato i problemi della Libia e le sue divisioni interne. Alla base disaccordi soprattutto sul ruolo di Haftar, colui che avrebbe dovuto riunire tutto il Paese sotto un’unica autorità. In breve, senza il riconoscimento della “Camera dei Rappresentanti”, il governo di Serraj non aveva alcuna legittimazione popolare: non era stato nominato da un Parlamento eletto, ma solo “scelto” dalla comunità internazionale (molti i libici che l’accusarono di essersi intromessa negli affari interni del Paese).

Manca un fronte comune europeo sulla Libia, una delle ragioni che ha inasprito lo scontro tra Serraj e Haftar. Italia e Francia, in particolare, avrebbero creato non poche tensioni: non solo i due governi hanno deciso di appoggiare schieramenti tra loro rivali, ma si sono anche scontrati sui possibili piani da adottare per il futuro del Paese, con i francesi favorevoli a tenere subito nuove elezioni e gli italiani contrari.

Per concludere, torniamo all’offensiva degli ultimi giorni. L’attacco contro Tripoli ha fatto precipitare una situazione già complicata. L’obiettivo potrebbe essere la discussione di possibili nuove elezioni e in generale per provare a trovare un accordo che metta fine alla guerra civile. La decisione, molto criticata e da cui anche i francesi sembra abbiano preso le distanze, potrebbe portare a un nuovo conflitto, grave anche questo come i precedenti da imputare a moltissime cose. A cominciare dalle divisioni libiche, proseguendo con le risposte fornite dalla comunità internazionale non sempre convincenti.