«C’è tempo per invecchiare»

Giuseppe Pambieri, attore, regista a teatro con “Quartet”

«Ogni giorno è quello buono per imparare ancora, dalla farsa al teatro greco. Scappato via dal “Piccolo” di Streheler, ho debuttato con Enriquez, in scena con la splendida Valeria Moriconi. I giovani sono attenti, basta fare le cose con coscienza, la tv ha laureato come attori di successo un sacco di gente…». Altro spettacolo promosso da “Costruiamo Insieme”

«Mi scusi, ma ch’è per caso “Er Tapparella”?». Potenza del cinema popolare replicato in tv all’infinito. Giuseppe Pambieri, una vita per il teatro, ma anche per la tv e il cinema, ancora oggi viene riconosciuto per uno dei personaggi-culto imbucati nelle inchieste dell’ispettore Giraldi, quel Tomas Milian doppiato da Ferruccio Amendola con tipico accento romano. “Squadra antifurto” di Bruno Corbucci, anno di grazia 1976. «Ero in taxi, a Roma, quando il conducente ha fissato per un paio di volte lo specchietto retrovisore, al terzo tentativo non ce l’ha fatto più: “A’ dotto’, ma ch’è per caso lei è “Er Tapparella”?”. Confermo. Come confermo che nella vita si può fare tutto, un attore che vuole crescere, misurarsi con i propri mezzi deve provare qualsiasi cosa: teatro, tv o cinema che sia».

Pambieri in giro per teatri. Centinaia di chilometri in un giorno. Circola con “Quartet” di Harwood, partner Paola Quattrini, Cochi Ponzoni, Erica Blanc, titolo all’interno della Stagione teatrale “Angela Casavola” promossa dalla cooperativa “Costruiamo Insieme” e in programma al teatro Orfeo di Taranto con la direzione artistica di Renato Forte. Non esistono più le stagioni teatrali di una volta. Se ami questo lavoro, prendere o lasciare, spiega Pambieri. «Il teatro è cambiato, difficile sostare due giorni di seguito in provincia e spostarsi al massimo di cinquanta, cento chilometri, un tempo gli impegni erano spalmati in modo ragionato: oggi non è più così. Ma non siamo cambiati noi “teatranti”, quanto le strutture intorno a noi: una volta esistevano poche compagnie primarie, c’era una maggiore cura nel mettere in scena uno spettacolo, si sostava all’Eliseo di Roma, al Manzoni di Milano, adesso c’è una pletora di compagnie: la tv ha laureato nuovi attori di successo che si sono imbarcati in situazioni teatrali».PAMBIERI Articolo 2 - 1DEVO TUTTO ALLA TV, MA…

Situazioni è bella. Pambieri ha il sorriso di chi preferisce non insistere sull’argomento. Del resto, anche lui ha fatto molta tv. «Devo tutto alla tv – dice serio, l’attore – “Le sorelle Materassi” con la regia di Mario Ferrero, “La scuola delle mogli” e “Sotto il placido Don” di Vittorio Cottafavi, poi tutto l’Anton Giulio Majano disponibile, gli sceneggiati “Il signore di Ballantrae”, “Quell’antico amore” e “Strada senza uscita”. Poi daccapo il teatro, dove mi trovo a mio agio. Ma la tv non l’ho mai abbandonata del tutto, ha fatto dieci anni di “Incantesimo” io, e anche questa tv mi è servita».

E’ sincero quando dice che ama qualsiasi forma di espressione artistica, teatro, tv, cinema. «Mi chiamano molto spesso, ma di traverso – ma, dico, anche per fortuna – ci sono i contratti, che vanno rispettati: ti propongono cose molto belle, in qualche modo attese, ma devi ringraziare e declinare l’invito dei produttori, perché stai facendo altro; non sempre si può fare quello che si vuole, ma va benissimo così».

La sua formazione viene da lontano. «Ho avuto l’onore di lavorare con i più grandi: Strehler, Zeffirelli, Ronconi, dopo aver studiato al “Piccolo” di Milano, ho avuto un ruolo nell’“Arlecchino servitore di due padroni”; più cose fai, più ti completi: a ventitré anni ho interpretato “Le mosche” di Sartre diretto da Franco Enriquez, per me fondamentale, accanto a Valeria Moriconi, nel suo momento di massimo splendore, e Renzo Montagnani: vinsi la “Noce d’Oro”, assegnata all’“attor giovane” più bravo in quel momento; sono scappato dal “Piccolo”: fossi rimasto lì, mi sarebbe toccata una battuta all’anno, invece volevo crescere, fare altre esperienze».PAMBIERI Articolo - 1GIOVANI, AMANO I CLASSICI

Teatro e pubblico, chi dei due è cambiato di più in questi anni. «E’ cambiato all’esterno, ma il prodotto funziona solo se sei onesto, fai una cosa importante, ci credi e ti diverti a farla; se funziona, arriva al pubblico; non è vero che i giovani hanno preso le distanze dal teatro, tutt’altro: se fai i classici, e ve lo dice uno che ha fatto “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello, “La coscienza di Zeno” di Svevo, i giovani impazziscono; sto girando anche con un mio spettacolo su Leopardi, “Infinito Giacomo”: funziona per il pubblico “normale”, ma anche per gli studenti».

Una volta, però, c’era una liturgia, l’attore, il baule, gli strumenti del mestiere. «Vero, si viaggiava col baule: io ne ho uno della Premiata fabbrica “Cavallotti” che mi ha venduto Enrico Rame, appartenuto a Wanda Osiris; una volta si partiva con questo “benedetto” baule, lo scaricavi in camerino, oppure te lo portavi in albergo, come previsto da regolamento; Manfredi, con il quale ha lavorato mia moglie, Lia Tanzi, il suo baule se lo faceva portare sempre in albergo».

Teatro, serio, comico, brillante. «Amo far tutto, l’attore deve essere eclettico, sennò non ha senso farlo: deve saper passare dalla tragedia greca alla farsa, fino a “Quartet” di Harwood; provi maggior soddisfazione, altrimenti questo lavoro diventa una noia mortale; questa estate rifarò “Antigone, cronache da un teatro di guerra”, rappresentazioni a Segesta, Tindari; per la prossima stagione riprenderemo “Quartet”, poi altri progetti: mai fermarsi, ogni giorno impari cose nuove, c’è tempo per invecchiare…».

Bustate, vi sarà aperto

Corruzione, Italia in controtendenza

Un vecchio andazzo sarebbe stato contenuto dalle nuove leggi. Ultimo rapporto Onu: «Passi avanti nella trasparenza a livello governativo». «Progressi nella prevenzione e nel sistema giudiziario», secondo il Consiglio d’Europa. Infine, Transparency International: «Nella lotta alla corruzione, non siete più fanalino di coda».

Legge anticorruzione, le Nazioni Unite si complimentano con l’Italia. Quella fatta di cosche, tangenti e corruzioni. Passi in avanti, non lunghi e distesi, ma di buona volontà. L’Italia, oggi, è al cinquantatreesimo posto nel mondo (si parla di di percezione): due punti in più rispetto a un anno fa, molto meglio rispetto al 2012, quando il nostro Paese era “maglia nera” nel sistema economico e giudiziario. Quando la regola principale era il “Bustate e vi sarà aperto”.

Le Nazioni Unite, si diceva. Secondo l’organismo planetario sarebbero stati fatti «passi avanti nel promuovere la trasparenza generale a livello governativo». «Progressi nella prevenzione e nel sistema giudiziario», secondo il Consiglio d’Europa. E Transparency International, che dice? Si pronuncia con le classifiche. In soldoni: tre organi sono meglio di uno: l’Italia – questa la notizia – nella lotta alla corruzione non è più il fanalino di coda del mondo.

L’Onu, si diceva, promuove l’Italia nella lotta a uno dei reati che provocano più danni all’economia. L’ultimo rapporto riconosce i progressi fatti ed è una pagella che promuove l’Italia in un settore delicato, secondo il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi: «Ci stiamo muovendo in una logica di sistema», dichiara. «Ministero della Giustizia, Esteri, Anac e altre amministrazioni pubbliche hanno permesso lo svolgimento di un lavoro estremamente importante, che troviamo riconosciuto anche nel rapporto».

PLAUSO DEGLI ESTERI, FESTEGGIA L’ANTICORRUZIONE

Festeggia anche l’Anticorruzione. Interviene Raffaele Cantone, presidente Anac. «L’Italia compie quel passo avanti atteso da tempo – dice – tanto che nel contrasto all’illegalità e alla corruzione il nostro Paese è riuscito a fare squadra; questa azione di sistema avverte nell’immagine esterna, dove sono stati superati gli stereotipi: oggi possiamo dire con orgoglio che l’Italia è il Paese dell’antimafia e della anticorruzione».

Dall’Onu, in buona sostanza, al nostro Paese viene riconosciuta l’istituzione di un sistema per una maggiore trasparenza nel finanziamento per i candidati alle elezioni e dei partiti politici. Che è un bel passo avanti. Come se una parte del sistema avesse fatto ricorso all’autocensura. Si è superato il finanziamento pubblico e non è poco. «L’Italia – si legge nel rapporto dell’Organismo della Nazioni unite – affronta i conflitti di interesse nella Pubblica amministrazione e nel Governo centrale dichiarando per legge» chi è «ineleggibile e incompatibile», «includendo il codice di condotta generale» per i funzionari pubblici.

NON SIAMO ANCORA DANIMARCA E NUOVA ZELANDA…

Al nostro Paese si chiede anche di considerare ulteriormente la questione dei magistrati che scendono in politica tenendo conto dei «principi fondamentali di indipendenza e imparzialità della magistratura». Non siamo ancora ai livelli di Danimarca e Nuova Zelanda. Un traguardo lontano, anche se i giudizi degli ultimi sei mesi espressi dalle più autorevoli organizzazioni internazionali del settore sono molto diversi dalle bocciature precedenti, oseremmo dire sonore. Una “maglia nera”, si diceva, nella lotta alla corruzione alla quale Roma era praticamente abbonata.

Passi avanti, insomma, ma anche raccomandazioni per il futuro. Due in particolare: monitorare l’impatto della transizione dal finanziamento pubblico a quello privato di partiti e candidati, perché nel caso fossero resi «più vulnerabili al lobbismo» a influenze esterne si possano «intraprendere azioni correttive secondo la necessità»; stabilire codici di condotta generali applicabili a tutti i funzionari pubblici compresi i membri del Parlamento. All’Italia viene chiesto di integrare questi codici con «programmi educativi e di consulenza». Per garantire che, dalle Agenzie e Amministrazioni pubbliche, tutti assumano codici di condotta esemplari.

Tocco di classe

I ragazzi di “Costruiamo” si “aprono” a scuola

Ospiti dell’istituto “F.S. Cabrini” di Taranto, hanno incontrato gli studenti. «Attenti alle fake-news, non sempre è tutto oro quello che luccica. In Italia perché perseguitati da guerre. Non vogliamo essere scambiati per “mantenuti”». Progetto “Grande I”, “I” come Integrazione. I loro racconti.

«Vedete, questo cellulare che ho in pugno, non me lo ha regalato nessuno, non è nemmeno frutto di sacrifici da pocket money, fosse stato per quello non avrei mai potuto acquistarlo: l’ho comprato con i miei risparmi, il frutto del mio lavoro». Uno dei nostri ragazzi invitati all’Istituto “F. S. Cabrini” di Taranto, spettina subito i giochi. Sembra un colpo di scena, studiato o meno, non lo sapremo mai, di sicuro i ragazzi sanno il fatto loro. Come gli studenti della scuola tarantina della quale sono ospiti. Gli alunni, dal cantono loro, prestano subito attenzione agli ospiti invitati dal loro dirigente scolastico, Angela Maria Santarcangelo, in collaborazione con il CPIA, il Centro provinciale per l’istruzione adulti presieduto da Patrizia Capobianco.

L’incontro rientra in un più ampio progetto, «La grande “I”» (“i” come integrazione), un progetto ideato dalla docente Arianna Crivelli. Fra i ragazzi, Boubacar, Souleimane, Daniel e Amara. Alcuni, vecchie conoscenze di “Costruiamo Insieme”. Ragazzi ospiti del Centro di accoglienza, collaboratori, operatori, adesso anche dipendenti di piccole attività, ma con in testa un solo scopo: l’integrazione. Dimostrare ai più scettici che non sono sbarcati in Italia in cerca di asilo e sostegno economico.TOCCO copertina 2 - 1«Non fatevi ingannare dalle fake news – dice uno degli “ospiti” – ne circolano tante, il più delle volte ci danno contro: raccontano una realtà, come dite qui… – virtuale, che esiste solo nella mente e nella testa di leoni da tastiera che mettono a cuocere notizie tanto al chilo; oggi siamo qui per raccontare le nostre storie, storie simili una all’altra, scaturite dalla povertà e dalle persecuzioni, non solo politiche ma anche da faide familiari, dalla fuga da “giustizia fai da te”: attenzione, dunque, a quanto vi racconta, non è tutto oro quello che luccica!».

E qui i ragazzi del “Cabrini” mostrano di non essere colti proprio di sorpresa. Hanno studiato il tema, l’integrazione. Hanno realizzato clip e argomenti che proiettano e di cui parlano nel corso dell’incontro amichevole. Fra i ragazzi neri, che a fine incontro saranno oggetto di richiesta di selfie, c’è anche un disc-jockey. Uno che scrive e canta roba seria, Djallo Souleimane. «Abbiamo le stesse ambizioni e le stesse debolezze di ciascuno di voi – dice – io stesso amo la musica, per me è vita; ho fatto stampare un bigliettino da visita, ne faccio circolare un po’, qualcuno mi chiama, qualche altro no: nel tempo libero mi diverto e metto qualche soldino da parte; qualcuno di voi avrà la sua stanzetta: io, la mia, me la porto dietro come un troller, è la mia consolle, il mio bagaglio a mano». Scatena simpatia il ragazzo che ha dedicato una canzone alla sua seconda “terra”, quella di adozione, l’Italia. Guineano, poco più che ventenne, Souleimane si “apre”. Dice anche cose che i ragazzi non chiedono, ma solo per rispetto. «Ve lo dico io: la gente nel mio Paese conta poco». «Il mio senso di disperazione – prosegue – non finirà mai; la fuga, poi, è il sistema peggiore per lasciare la tua terra e la tua famiglia; qualcosa che mai avrei pensato di fare quando da ragazzino ho cominciato a stare fra i banchi di scuola: non è questo che ci insegnavano, il rispetto era alla base di tutto, invece ecco come è andata a finire…»TOCCO copertina 5 - 1 «Quanto vi danno per pagarvi la colazione i vostri genitori?». Domanda Boubacar mentre due studentesse gli chiedono un selfie a fine incontro. «Cinque euro? Bene, dovete sapere che io sono fuggito dal mio Paese proprio per cinque euro! Quella somma equivale al costo di una penna e un quaderno, che però i miei zii si rifiutarono di comprarmi». Boubacar, coetaneo di Souleimane, maliano, riprende la storia appena finito di raccontare agli studenti. «La mia, una storia di umiliazioni, prigionia, botte alla cieca e fughe: avevo perso mamma e papà; non sapevo più dove andare e i miei zii, che allora ringraziai per avermi accolto sotto lo stesso tetto, poco tempo dopo mi dissero che quella spesa per continuare a farmi studiare non potevano permettersela; intanto nel mio Paese succedeva di tutto, così scappai. Sono in Italia dall’aprile dello scorso anno, sto imparando l’italiano, mi dicono che sono a buon punto…».

«La mia, una vita fatta di corse», lamenta Daniel, prima di quello che lui stesso considera «un colpo di fortuna». «Scappo da quando ero piccolo; sono fuggito dal mio Ghana: motivi familiari; avevo trovato lavoro in Libia, ma anche lì, continue rappresaglie, tanto da obbligarmi a fuggire ancora; poi, finalmente, l’Italia: sbarco, accoglienza, lavoro, un contratto con la cooperativa “Costruiamo Insieme”; non sapevo cosa fosse, ma mentre firmavo mi tremava la mano: ero assunto, avrei avuto uno stipendio! In pochi istanti rivedevo il film della mia vita: il mio Paese, i contrasti familiari, le continue fughe alla ricerca di un cielo sereno, quello che mi avevano spiegato fosse la normalità».

Fine della lezione. Una delle tante che hanno luogo nelle scuole medie della provincia, ci spiega Mercedes Corbelli. «Una serie di attività che stiamo svolgendo in molte scuole: al “Cabrini” la prima lezione, la seconda a una settimana esatta di distanza; su tutto il lavoro e gli incontri fin qui svolti c’è un blog: scatti fotografici e momenti di confronto che hanno il compito di annullare le distanze fra studenti e ragazzi giunti da Paesi lontani; ragazzi come loro, ma con alle spalle storie di fuga e sciagura».

«Accoglienza, massima disponibilità»

Giorgio Verdelli, autore e protagonista di “Unici” (RaiDue)

A Taranto per l’ICO Magna Grecia e lo spettacolo “Indimenticabile Luis”, tributo al maestro Bacalov, dice la sua sugli sbarchi. Il suo programma, Rita Pavone e Vittorio De Scalzi, il successo con il tributo a Pino Daniele. Prende a prestito musica e parole di Edoardo Bennato, protagonista della puntata del prossimo 27 maggio. Il sodalizio con il direttore d’orchestra Piero Romano.

«“Unici”, è una riserva, qualcosa che somiglia a una biodiversità musicale; io e i colleghi ci pregiamo di mettere in onda cose sfuggite o che, forse, gli altri non conoscono; della puntata su Edoardo Bennato in onda il 27 maggio su Raidue alle 21.20, mi piace sottolineare un aspetto in particolare: il cantautore, napoletano come il sottoscritto, descrive da par suo accoglienza ed extracomunitari, già protagonisti di alcuni suoi quadri – lui dipinge benissimo – nella canzone “Pronti a salpare”, titolo anche del suo ultimo album dedicato a Fabrizio De André; bene, questo affresco musicale è una perfetta sintesi anche della mia idea di accoglienza e massima disponibilità verso il prossimo: come direbbero Totò e Peppino, “…Ho detto tutto!”». Giorgio Verdelli, uno dei più quotati autori Rai, prende a prestito Bennato, l’ultimo protagonista del suo programma televisivo di successo, “Unici”, una volta che gli chiediamo il suo punto di vista su migranti e accoglienza, tira dentro un napoletano illustre dietro l’altro.

Tributo a Pino Daniele la scorsa stagione, a Bacalov con “Indimenticabile Luis” al teatro Orfeo di Taranto. L’invito a una formula-bis dopo il successo registrato con una serie di concerti dedicati al cantautore napoletano, è dell’Orchestra della Magna Grecia diretta dal maestro Piero Romano. Quello con la “Città dei due mari” per Giorgio Verdelli è un rapporto stretto. E’ entusiasta di come sia andata, anche la sera prima a Matera. Grandi applausi del pubblico fra clip, aneddoti, grandi emozioni.Verdelli Articolo 01SUCCESSO, IL CELLULARE SQUILLA IN CONTINUAZIONE

Due passi in città, cellulare permettendo. Il telefonino squilla. Quando viene retrocesso in modalità “mute”, vibra. Non esiste una via di fuga per un produttore di programmi televisivi che funzionano con il conforto degli indici di ascolto.  Eccole che continuano, telefonate una dietro l’altra. Pare di capire che una di queste sia di Bruno Voglino, grande regista televisivo; un’altra è di Peppino Di Capri, uno degli artisti italiani più amati. A breve distanza, per discrezione. Per lo stesso motivo non chiediamo i contenuti di quella che sembra un’amichevole chiacchierata. L’autore di “Qualcosa resterà”, tributo a Pino Daniele che è valso al suo docufilm un Nastro d’argento, in questo periodo incassa solo complimenti. Una delle sue ultime produzioni, uno speciale di “Unici” sull’inarrestabile Gianna Nannini, ha funzionato. Raidue gongola e pensa a una serie di repliceh, cominciate con un doppio Vasco Rossi e Arbore, proseguendo con una puntata inedita con Edoardo Bennato il 27 maggio.

Con l’autore e produttore televisivo gli argomenti su cui soffermarsi sono tanti. Intanto, la stretta cronaca. Partendo da una Taranto che Verdelli vive come fosse la sua Napoli. I vicoli, le vie. Quelle adiacenti il centro. Gli sembra di stare a casa. Per strada i manifesti dell’Orchestra della Magna Grecia, orgogliosa di tributare fra Taranto e Matera un sentito omaggio al grande Luis Bacalov, Oscar per le musiche del film “Il Postino”, ultima interpretatazione dell’indimenticato Massimo Troisi (anche lui amico di Verdelli). La foto del grande Bacalov, gli “strilli” per Rita Pavone e Vittorio De Scalzi, mente pensante dei New Trolls.

Nei titoli, anche Giorgio Verdelli, “voce narrante” della serata dedicata al grande compositore e arrangiatore argentino arrivato in Italia sul finire degli Anni Cinquanta. «Erano i tempi della RCA e della Arc, la linea giovane della famosa casa discografica romana – spiega l’ideatore e produttore di programmi televisivi – negli studi sulla via Tiburtina andavano per la maggiore i direttori d’orchestra Luis Enriquez Bacalov ed Ennio Morricone: per intenderci, erano loro a firmare gli arrangiamenti di quei gioiellini musicali che partivano per i mercati discografici italiani e internazionali: non è un caso che i due siano arrivati all’Oscar. Bacalov lo conobbi personalmente nell’87, in occasione del programma “Sotto le stelle”: lui dirigeva l’orchestra, io ero assistente del grande Guido Sacerdote, regista e produttore televisivo di programmi cult della nostra tv, da Studio Uno a Canzonissima».Verdelli Articolo 04TARANTO, LA PAVONE E I NEW TROLLS

Rita Pavone e New Trolls. «Mi viene da dire “La partita di pallone”, canzone mandata a memoria anche dalle ultime generazioni, dai tifosi di calcio, mi pare anche dai calciatori della Roma che intonarono questa canzone nella celebrazione dell’ultimo scudetto; l’elenco prosegue: “Cuore”, “Come te non c’è nessuno”, “Il ballo del mattone” e “Che m’importa del mondo”; se pensiamo al ritmo con cui Bacalov, come il suo altrettanto titolato collega, sfornava arrangiamenti, ci rendiamo conto che dalla mente e dalle sue dite passasse qualcosa che aveva del geniale; se non sei un predestinato non puoi fare tutto quello che ha fatto il maestro – compresi gli anni in cui è stato direttore principale dell’Orchestra della Magna Grecia – in cinquant’anni e più di attività; dunque, la Pavone: a quei tempi era la stella della Rca, qualsiasi cosa cantasse, finiva in classifica; De Scalzi vuol dire New Trolls; New Trolls vuol dire Concerto grosso; Concerto grosso non può che significare Bacalov: è stato il maestro, infatti, a dare quel tocco di sinfonico al rock progressivo e autorale del quale il gruppo musicale genovese si stava vestendo nei primi Anni Settanta».

Bacalov. «Prima i New Trolls, a seguire Osanna e Rovescio della Medaglia, formazioni che hanno scritto pagine importanti del rock progressivo italiano; c’era sempre Bacalov a dare il giusto indirizzo ad alcune delle pagine più creative del rock italiano; ma penso al maestro e, se non ricordo male, anche all’attacco di “Legata a un granello di sabbia” e “Con te sulla spiaggia” di Nico Fidenco, “Fatti mandare dalla mamma…” di Gianni Morandi, “Il capello” di Edoardo Vianello. E “Io che amo solo te” di Sergio Endrigo, vogliamo parlarne?».Verdelli Articolo 05BACALOV, ROMANO E PINO A GRANDE RICHIESTA

Le colonne sonore firmate da Bacalov per i più grandi registi italiani: Fellini, Pasolini, Scola, Petri, Lattuada, Lizzani. E i suoi temi western, utilizzati a più riprese da Quentin Tarantino per “Kill Bill” e “Django Unchained”. Immenso Bacalov. «E bene ha fatto Piero Romano, direttore dell’Orchestra della Magna Grecia – riprende Verdelli – a curare questo straordinario tributo all’indimenticato maestro, autore di musiche straordinarie».

Dopo lo scorso anno, un ritorno a teatro. «Romano mi aveva invitato per un tributo a Pino Daniele del quale si era fatto promotore anche Martino De Cesare; non volendo il mio docufilm “Il tempo resterà”, realizzato per la Rai, dedicato appunto a Pino, in quei giorni vinceva il Nastro d’Argento: grande soddisfazione per un lavoro nel quale oltre alle idee ci ho messo tanto cuore: Pino, grande artista, per me è stato anche un grande amico».

Anche Pino Daniele e la sua storia sono state protagoniste di “Unici”, trasmissione ideata e curata da Verdelli. Dal 2013, solo stagioni televisive di successo. Fra i protagonisti, oltre al già citato Vasco, anche Zucchero, Ramazzotti, Negramaro, Pavarotti, Arbore. Perfino una puntatona su “Non stop”, trasmissione-culto degli Anni Settanta. Visti gli ascolti, il direttore di Raidue, Carlo Freccero, non si è fatto sfuggire l’occasione per assicurare alla sua rete un ciclo di repliche.

«Qual è il problema?»

Andy Brennan, calciatore, si è dichiarato gay

E i compagni di squadra, il Green Gully, senza scomporsi gli hanno risposto in modo civile. “Ci ho pensato anni, temevo che la gente non potesse capire: invece colleghi, amici e familiari, mi hanno stretto in un abbraccio che mai dimenticherò”

E’ il primo calciatore australiano a dichiararsi omosessuale. Andy Brennan, del Green Gully, prima di convocare taccuini e spiegarsi alla stampa, comunque a uno o più giornalisti, a una o mille agenzie, ci ha pensato sopra. Giorno e notte. Notizia di quelle delicate la sua. Da maneggiare con cura, come si dice in questi casi. Specie in uno sport, il calcio, dove sono ricorrenti frasi che non pongono riflessioni o tempo in mezzo. Il pubblico, poi, quello lì, te lo raccomando. Peggio di alcuni, e solo alcuni compagni di squadra; il resto per fortuna è più aperto, comprende di cosa si si stia parlando. Meglio ancora altri, fra questi ultimi, che dopo aver sentito Andy, gli bisbigliano solo qualcosa che assomiglia al nostro «Embé?». Come a dire, «Chissenefrega!»: ognuno è come gli pare, purché non faccia del male, nuoccia agli altri. «Andy, sei un nostro compagno e tanto basta!».

Così l’attaccante, che ha appena compiuto ventisei anni, sente prima gli amici, i più stretti. Si apre ai familiari, che non portano le mani in faccia, come a volersi coprire di una vergogna che vergogna non è. Fa, si dice, coming out. Ora Andy è pronto. Può affrontare la stampa, la gente: il più è fatto. Quello che la gente può pensare o dire, al cospetto dell’affetto che gli hanno già fatto sentire compagni, amici e familiari, ha la misura di un dettaglio.

Andy che si è dato coraggio, tira un sospiro e poi va giù, dritto, dice tutto quello che gli passa per la mente, senza un attimo di sosta, il più lo ha già fatto. E tanto gli basta. Ma vuole completare qul giro di campo. Prima che le sue trasferte con la maglia del Green Gully, vengano anticipate dalla stampa locale con battutacce da caserma. Altra pecca del calcio, infatti, quel maledetto «Vale tutto!»: la perdita di tempo, la spinta, la simulazione, un calcione rifilato all’avversario quando il direttore di gara è di spalle. Dunque, farebbero parte del gioco anche gli sfottò, le allusioni, le vignette pubblicate dai giornali, sportivi e non, che si allineano sempre più al gossip di quart’ordine piuttosto che mantenersi alla stretta attualità.

Andy ha dichiarato di aver ricevuto messaggi di sostegno dalla famiglia e dai compagni di squadra dopo il “fuori tutto”. Si è pronunciato su Instagram. «Ci ho messo anni – ha detto il calciatore – per sentirmi a mio agio nel dire questo: sono gay. Temevo che questo avrebbe influenzato le mie amicizie, i miei compagni di squadra e la mia famiglia, ma il sostegno delle persone intorno a me è stato così grande da aiutarmi a giungere al passaggio finale».

Secondo una inchiesta della A-League, la Lega di calcio australiana, Brennan è «il primo calciatore di sesso maschile australiano a dichiararsi gay», aggiungendo che il calciatore aveva avuto una fidanzata fino allo scorso giugno. «Sei mesi ci ho pensato molto, ho cercato di nasconderlo e di metterlo da parte a causa del modo in cui pensavo che sarebbe stato percepito da molti», ha dichiarato Andy a uno degli organi di informazione australiani.

Andy ha, inoltre, scritto un lungo blog sul “Guardian” per raccontare la sua storia e il tanto atteso coming out: «È importante, per me, dire che sto facendo tutto questo per sentirmi a mio agio con ciò che sento di essere. Ci è voluto tempo per arrivare a questo punto. Tanto tempo, la maggior parte della mia vita. Ma non potrei essere più felice, nonostante abbia impiegato così tanto tempo a pensare a questa decisione, posso finalmente dirlo: sono gay. È incredibile dirlo adesso. Oggi, questo mio status, non dovrebbe essere un problema. Ma essere gay nel mondo dello sport vuol dire non sapere come reagirà chi ti sta intorno. La pressione che invece percepivo, mi consumava. Per tanto tempo non sono stato sicuro di me stesso e certamente non sono stato a mio agio nel parlare di quello che sentivo. Mi sono sentito a mio agio solo nell’ultimo anno, questo significa che per gran parte della mia vita adulta sono stato insicuro di me stesso. In tutta onestà, è stato difficile. L’anno scorso è stato un punto di svolta per me e quello che è accaduto mi ha reso felice. Mi ha fatto sentire a mio agio con me stesso. Ho cercato di nascondere la mia sessualità e ho cercato di metterla da parte. Non ho ammesso la verità nemmeno a me stesso per paura del modo in cui sarei potuto essere percepito dalle altre persone».

Ma a Andy il più bell’assist gliel’hanno fatto i compagni di squadra. Gli stessi che in campo corrono, sgomitano, brontolano, sferrano calci a qualsiasi cosa si muova. Sono stati loro, per primi, a fare gol, pronunciandosi con un disarmante: «What’s a problem?». «Qual è il problema, Andy?».