«Forza Taranto!»

Giuliano Sangiorgi, incoraggia Taranto e gli dedica una pizzica

“Quanno te llai la face”, un brano dell’antica tradizione salentina per il pubblico del Primo Maggio e di “Propaganda Live” (La7). «Vi dedico un vecchio canto, sperando che possano tornare i vecchi tempi», il pensiero della voce dei Negramaro. «Il cielo, il mare, l’aria di Taranto torneranno ad essere puliti tanto da ispirarci nuove canzoni belle come questa…».

«Ciao Taranto, ciao Puglia, ciao casa!». «Ci mancate, mi mancate!». Giuliano Sangiorgi, ospite del Primo Maggio virtuale organizzato dal Comitato cittadino Liberi e pensanti e trasmesso in docufilm in uno special di “Propaganda live” su La7, comincia con una dedica alla nostra e alla sua terra, il Salento, cuore pulsante di una Puglia che in un momento così inatteso sta trovando grande unità (qualora ci fosse stato bisogno di una conferma). Lo fa in compagnia – anche questa virtuale – del sax di Raffaele Casarano.

Alcune uscite “nordiste”, il più delle volte provocatorie ma che appartengono a pochi – non sono sentimenti espressi da una moltitudine – hanno avuto effetto contrario: ranghi pugliesi più serrati, ricompattati fra tarantini, leccesi, brindisini, baresi e foggiani. E dalla Puglia lo scorso 25 Aprile, con vista proprio sul Primo Maggio, è scaturito un “Forza Italia!”, come a dire che non è il caso di dividersi, specie in un momento come questo. Né pensare, anche se a qualcuno fosse balenato nella mente, cosa sarebbe stato del Sud se il Covid-19, avesse mietuto più vittime da queste parti. Qualcuno, con la complicità di conduttori televisivi infelici e contenti, avrebbe invocato, forse, che il momento di fare del nostra Paese un Regno delle due Italie, fosse arrivato. Abbandonate polemiche e ipotesi, torniamo sul pezzo, nel senso di brano e notizia.WhatsApp Image 2020-05-02 at 16.15.52“MERAVIGLIOSO” QUEL FLASH-MOB

C’è un Giuliano Sangiorgi, che un mese fa, esce sul balcone della sua abitazione romana nella quale è in qualche modo consegnato. Non può muoversi, non può tornare nel suo Salento, allora anche lui fa flash-mob. Imbraccia la sua chitarra e rende omaggio al grande Pino Daniele, riprende l’affascinante “Quanno chiove”, Nel ventre di quella canzone, c’è una frase dalla quale il nostro menestrello tira fuori “tanto l’aria adda cagna’…”. Dai balconi vicini, dalla strada, dove non c’è ancora la sciagura del “distanziamento sociale” (necessaria, ma dolorosa), c’è un pubblico che urla, applaude. Non è finita, va bene Pino Daniele, ma vogliamo forse dimenticare un eterno Domenico Modugno? «Meraviglioso! Meraviglioso!», gli urlano dai balconi e dalla strada. E lui, Sangiorgi, come fosse un breve concerto, «La facciamo, la facciamo…». Meraviglioso. Alla maniera dei Negramaro.

Giuliano in tutta Italia è uno dei beniamini del grosso pubblico, basti pensare ai concerti negli stadi. In Puglia è un’icona, quasi fosse una di quelle vetrinette nelle quali sono custoditi gli idranti con il classico invito “In caso di necessità, rompere il vetro”. E quella necessità, da queste parti, di recente non è mancata. Fra gli appelli lanciati da queste parti, uno dei primi è sempre per Giuliano. E lui, Negramaro doc, non si lascia pregare, non accampa scuse. Non pensa nemmeno lontanamente alla sovraesposizione di immagine (qualche collega, peggio per lui, ricorre a questo ragionamento, pazienza…), sembra piuttosto dire: «Ditemi cosa devo fare e io lo faccio…». Naturalmente, alla maniera di Giuliano Sangiorgi e dei Negramaro. Il flash-mob, va bene. Poi l’invito, «Io resto a casa, fatelo anche voi» (per contenere il più possibile il contagio), infine, e non ultimo della serie, l’1 Maggio. Non c’è il Concertone tarantino, stanno tutti a casa, ma lo spettacolo e il messaggio diventano virtuali.WhatsApp Image 2020-05-02 at 16.15.51“QUANNO TE LLAI LA FACE”

I tarantini non hanno dimenticato un concerto al Palamazzola. Anzi, due. Uno non basta a ripagare l’affetto di una piazza calda e accogliente, il “sold out” invita al bis il giorno successivo. Giuliano, in mezzo al concerto, in pieno outing cittadino contro l’inquinamento industriale, prima di intonare uno dei cavalli di battaglia dei Negramaro, urla al pubblico: «Taranto, via le mani dagli occhi!». Un boato scuote il palazzetto di via Battisti, a forza di passione i ragazzi si spellano le mani.

Dunque, il Primo Maggio, Giuliano chiama, Raffaele Casarano risponde. Insieme dedicano una tradizionale pizzica: “Quanno te llai la face” (quando ti lavi la faccia…), un testo semplice e affascinante come spesso le cose semplici sanno esserlo: «Ciao Taranto, ciao Puglia, ciao casa…». «Io e Raffaele vi dedichiamo un vecchio canto della nostra tradizione sperando che possano tornare i vecchi tempi». E, ancora, l’auspicio di Sangiorgi. «Il cielo, il mare, l’aria di Taranto torneranno ad essere puliti tanto da ispirarci nuove canzoni belle come questa…».

«Strada facendo…»

Un viaggio interminabile, dal Pakistan attraverso Turchia e Iran

Waseem, la fuga, la fame. Poi le preghiere, uno squarcio di speranza. «Una settimana senza mangiare: colazione, pranzo e cena con un bicchiere d’acqua, due quando andava meglio. Lo stomaco non aveva la forza di brontolare, stava per chiudersi, poi un’anima di dio, i miei pochi risparmi. Cinquantasette, stretti uno all’altro, una nave ci prende a bordo, il porto di Taranto…».

«Cinquantasette, stretti fra noi, a bordo di una imbarcazione che arrivata in mare aperto ci ha messo addosso una paura matta: navigare, trattandosi di una “bagnarola” sarebbe meglio dire lasciarsi andare alle onde del mare, è più di un’impresa: è un miracolo!». Waseem, pakistano, quattro anni fa arriva in Italia. Salvataggio di fortuna, rotta verso il porto di Taranto, destinazione un hot-spot attrezzato. Di quelli che nei momenti critici hanno ospitato ogni giorno centinaia di persone fuggite dal Continente africano o dall’Asia meridionale, come appunto Waseem.

«Prima di arrivare in una città, bella e accogliente come Taranto», raccontava quel giovanotto di ventidue anni, «avevo sudato le classiche sette camicie: non è semplice staccarsi dalle proprie radici, convincere, uno per uno i tuoi affetti più cari: papà, mamma e quattro fratelli». I motivi sempre gli stessi, i suoi, come quelli dei suoi connazionali che di bello hanno una cosa: sono molto uniti fra loro, specie quando sono lontani da casa, in Italia per esempio. «Ci aiutiamo come possiamo: oggi ho bisogno di un mio “fratello”, domani potrebbe essere lui ad avere bisogno di me, è un patto non scritto».

La fuga da una città importante del Pakistan. Importante, ma povera. «Ero una bocca da sfamare, lavoro poco, al contrario tanta è la voglia di spendersi per la famiglia, che amo e sento non appena posso: niente da fare, dovevo andare via, una lotta disperata contro la fame; poi, potenza della tecnologia, con il primo cellulare la prima videochiamata, sono entrato in contatto con la famiglia; anche per guardarsi negli occhi, la spia dell’anima: un’arma a doppio taglio, da una parte la gioia di vedersi, dall’altra vedere una faccia quasi rassegnata». La prima domanda in quelle conversazioni, non si sfugge: la salute. «Si preoccupano di questo e io li consolo, li tranquillizzo, gli ripeto che va tutto bene e che occorre il tempo necessario per crearsi un futuro lontani da casa: mi guardano negli occhi, pregano per me, io sento tutto il loro affetto e la forza di una mano che mi guida…».

QUANTI SACRIFICI…

Incontrammo Waseem un anno fa. Ci colpì la sua storia, il suo passaggio fra Stati «non troppo facili» come Iran e Turchia. «Non facili», significherà qualcosa. «Certo, che non è semplice intanto passare un confine, senza non essere notato, fermato e fatto oggetto di mille domande: c’è da diventare matti, se non fosse che sai bene di non essere a casa tua, dunque sei di passaggio, e può succedere tutto e niente; è importante trovare militari almeno disposti ad ascoltarti e non a far valere la loro autorità per provocare una tua reazione e giocare, come si dice, al gatto con il topo».

Una settimana da dimenticare. «C’è stato un momento in cui me la sono vista brutta, lo stomaco ha rischiato di chiudersi completamente e rifiutare qualsiasi cibo; colazione, pranzo e cena – è drammatico il solo parlarne – era un bicchiere di acqua, due se vogliamo proprio esagerare e scherzare solo ora che quella brutta esperienza è un ricordo, incancellabile…». Il racconto, una piega drammatica. «Non mangiavo e l’unico modo che avevo per farmi passare la fame era dormire; sapevo anche di rischiare di non svegliarmi più, debilitato com’ero, ma pregavo, quello l’ho sempre fatto e continuerò a farlo».

…E CHE SOFFERENZA

Un brutto momento. «Sarà stato, forse, il settimo giorno, quando proprio non avevo più forze, non avevo la forza di pensare a quel corpo che ciondolava per le campagne in cerca di un giaciglio, ancora un angolo per lasciarmi addormentare, con uno stomaco che non aveva più la forza di brontolare: magro, trascurato all’eccesso, non avevo idea che quello fossi io, mi sembrava un incubo, chiunque in quel momento poteva passarmi addosso con un carro armato, non avrei sentito il benché minimo dolore…».

Invece, qualcuna di quelle preghiere condivise fra papà e mamma, i quattro fratelli e lo stesso Waseem, giunge a destinazione. «Vengo assistito, rimesso in piedi poco per volta, perché anche nel riprendersi occorre fare piano: appena la forza di mettermi una mano in una tasca e trovare, intatto, quel poco di risparmi raccolti in un fazzoletto e provare a pagarmi il viaggio per l’Italia: chi mi aveva assistito, mi indirizza a qualcuno che da Istanbul stava organizzando per pochi danari un viaggio per l’Italia, forse per la nave più vicina; quell’imbarcazione su cui salimmo in cinquantasette, infatti, galleggiava per scommessa e mai saremmo arrivati in Italia in quelle condizioni: unica speranza, incrociare appunto una nave che ci aiutasse e accompagnasse a destinazione». Ecco, le preghiere, il miracolo. «E’ il secondo tempo della mia vita, Taranto, il Centro di accoglienza, la cucina, per imparare a cucinare non solo riso speziato e pollo. Ci vuole pazienza, quella non manca: il primo scoglio l’ho superato, ora comincio a guardare con più fiducia al futuro, che il mio dio mi aiuti ancora per un altro pezzo di strada».

«Tarantini, un modello»

Covid-19, parla Giuseppe Stasolla, presidente del Comitato consultivo misto

«Rispettosi delle misure indicate dal Governo, ma non abbassiamo la guardia», dice il rappresentante dell’Organo del Terzo settore. «Asl irreprensibile, nonostante qualche “scienziato” abbia minimizzato asserendo che l’inquinamento industriale respingesse il coronavirus: roba da codice penale. Non dimentichiamo i sacrifici di medici e infermieri: oggi li chiamiamo “angeli”, domani gli stessi potrebbero tornare ad aggredire il personale dei Pronto soccorso»

Prosegue la nostra panoramica sulle attività del nostro territorio in qualche modo legate all’emergenza del Covid-19, comunemente detto coronavirus, pandemia che ha steso mezzo mondo, seminato morte e terrore. Ospite della rubrica “Con parole mie” è il dott. Giuseppe Stasolla, presidente del Comitato consultivo misto, come a dire Asl di Taranto, e Servizio sanitario.

Partiamo dal significato di Comitato consultivo misto.

«E’ un Organo di rappresentanza del Terzo settore socio-sanitario, un presidio della cittadinanza attivo nell’ambito delle dinamiche e della programmazione sanitaria pubblica e privata convenzionata. Per intenderci, è la partecipazione del cittadino alla verifica della qualità del servizio sanitario, pubblico o privato convenzionato che sia. E’ la conquista di un nuovo quadro di legge a cui le aziende sanitarie devono adempiere e che prevedono una partecipazione attiva del cittadino».

Attività dell’Asl tarantina. Dal suo osservatorio, il punto di vista sull’organizzazione sanitaria locale alla luce di una tanto sciagurata quanto inattesa pandemia?

«Come organo di presidio, abbiamo osservato e monitorato tutte le attività che l’Azienda ha svolto per contrastare l’emergenza Covid-19. Partiamo da un dato che balza agli occhi di cittadinanza e utenza: il basso contagio registrato dalla città di Taranto e dalla sua provincia. Detto che i dati non escono per magia da un cilindro, credo poco a teorie per certi versi grottesche manifestate in queste ultime settimane. Un esempio, fra gli altri: l’inquinamento industriale che avvolge Taranto farebbe da schermo al coronavirus».

E’ stato detto anche questo?

«Ritengo sia cosa di una gravità estrema, specie se a pronunciarla è un esponente di Pneumologia di una città non lontana dalla nostra. Di fronte a simili affermazioni, evidentemente prive di fondamento scientifico, bisognerebbe mettere mano al codice penale. Non si possono rilasciare dichiarazioni di questo genere, specie se a pronunciarsi è un professionista titolato: queste dichiarazioni potrebbero avere effetti devastanti sulla popolazione. Pertanto, ripartirei dal dato: un applauso al comportamento dei cittadini di Taranto, che si sono comportati e si stanno comportando bene; al Sud, in Puglia e, in particolare, nella nostra provincia, abbiamo adottato una condotta rispettosa nei confronti delle misure indicate dal Governo e dalle Autorità locali. Attenzione alla Fase 2: non è finita, dobbiamo mantenere alta la guardia, per evitare recrudescenze affinché il virus non si ripresenti e provochi ulteriori danni».COVID PUGLIA 2 - 1E veniamo all’offerta sanitaria.

«L’Asl di Taranto si è mostrata attrezzata e competente; al “San Giuseppe Moscati”, dove ci sono reparti di Pneumologia e Malattie infettive, è stato di fatto creato un presidio ospedaliero dedicato alle emergenze da Covid-19. Verifichiamo giornalmente come i pazienti vengano controllati secondo il “Protocollo Spallanzani” e, una volta accettato il perfetto stato di salute, dimessi; in questo momento si sta andando verso una normalizzazione rispetto all’emergenza. Questa riorganizzazione ha generato lo spostamento di importanti servizi in altre strutture private e convenzionate, con riferimento a Oncologia e Cardiologia per esempio, che passata l’emergenza torneranno a tempo pieno al “Moscati”. E non solo per i pazienti oncologici, ma anche disabili e categorie appartenenti alla platea della fragilità nei confronti della quale tutti dobbiamo porre massima attenzione».

Cosa hanno chiesto e cosa chiedono i cittadini? Qual è la sensazione che lei avverte? 

«Esistono elementi che questa pandemia ci consegna. Chi ha responsabilità non può sottrarsi a una vicenda che ci consegna segnali importantissimi: i cittadini hanno bisogno di risposte univoche e uniformi. E’ emerso che il Sistema sanitario regionalizzato ha modalità diverse nel fornire risposte al cittadino; in Lombardia e Veneto si è avuta un’accoglienza diversa rispetto a quella praticata in Puglia. La Sanità in un quadro simile ha evidenziato i propri limiti ispirandosi a un modello negli anni concettualmente più “americanizzato”, più vicino all’assistenza privata».

In Puglia, invece? 

«E’ stato conservato un sistema sanitario attento verso la Medicina di urgenza, abbiamo conservato un modello più rispondente: certo, abbiamo registrato numeri diversi, altre dinamiche, ma abbiamo il dovere di guardare i segnali giunti da questa stagione di pandemia: occorre, dunque, uniformare la risposta generale per il cittadino e tornare ad investire nella Sanità pubblica. Con il Patto di stabilità saltato, con l’Europa che può concedere prestiti con finalità sanitarie, bisogna pensare ad organizzare una Sanità pubblica che torni a rispondere alle esigenze del cittadino: certo, l’acciaio è strategico, ma erano strategiche anche le mascherine che noi non avevamo…».

Nei confronti del personale medico, qual è il sentimento che ne ricava oggi?

«Oggi sui social sono in molti a definire “angeli” i nostri operatori di frontiera, che rischiano quotidianamente la vita; spero che una volta passata questa storiaccia, gli stessi che si sono spesi in elogi non tornino ad aggredire il personale dei Pronto soccorso. Mi auguro, pertanto, che questa esperienza consegni ai cittadini un elemento di maturità, coscienza sociale e rispetto nei confronti del nostro Sistema sanitario che va tutelato, potenziato e sviluppato, nonostante rappresenti già un modello che in altri Paesi si sono limitati ad imitarci».

«Italia, rialzati!»

Ieri, il Presidente Sergio Mattarella con mascherina all’Altare della Patria

Un’immagine che passerà alla storia. «Il Paese saprà risollevarsi da questa sciagura», ha detto il capo dello Stato. «Fare memoria di Resistenza e lotta alla Liberazione significa ribadire i valori di libertà, giustizia, e coesione sociale, che ne furono alla base, sentendoci uniti intorno al Tricolore»

Un’immagine che difficilmente dimenticheremo. Sarà ricordata per i prossimi decenni – pandemie permettendo – trasferita ai posteri, attraverso quelle poche immagini istituzionali, come la celebrazione di un anniversario ai tempi del coronavirus. Senza tanto fare un riferimento al romanzo di Gabriel Garcia Marquez, la giornata di ieri passerà alla storia. Una ricorrenza così importante, “la più importante per una Repubblica”, che nello stesso momento si era liberata dall’invasore e dal fascismo.

E questo, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ieri lo ha ricordato. Sabato 25 aprile, in mattinata, si è recato con una mascherina, praticamente da solo, senza alcun seguito, all’altare della Patria per ricordare il Settantacinquesimo anniversario della Liberazione. Ad attenderlo in cima alla scalinata due corazzieri, anche loro con la mascherina, che hanno posato una corona davanti al Milite ignoto, mentre un trombettiere dei carabinieri intonava le note del “Silenzio”. Una forma privata, un omaggio intimo. Insieme con il nostro Presidente della Repubblica, al seguito nessuna autorità civile, né militare. Il Presidente si è sfilato la mascherina solo nel momento della deposizione della corona. Poi l’ha indossata daccapo ed è ridisceso. Ha colpito al cuore

Per la prima volta, una festa della Liberazione senza cortei, né manifestazioni pubbliche, né discorsi. Il capo dello Stato era atteso quest’anno in Toscana, in uno dei luoghi delle stragi nazifasciste. «La pandemia ci costringe a celebrare questa giornata nelle nostre case», ha dichiarato il Presidente con rimpianto. E così si affida a un discorso scritto, collocato per intero nella drammatica vicenda del coronavirus di questi mesi.ALTARE PATRIA 2 - 1PER NON DIMENTICARE

«Fare memoria della Resistenza, della lotta di Liberazione – ha detto Mattarella – di quelle pagine decisive della nostra storia, dei coraggiosi che vi ebbero parte, significa ribadire i valori di libertà, giustizia, e coesione sociale, che ne furono alla base, sentendoci uniti intorno al Tricolore». L’Italia, si diceva, ha superato, nel Dopoguerra, ostacoli che sembravano insormontabili. Le energie positive che seppero sprigionarsi in quel momento portarono alla rinascita. Il popolo italiano riprese in mano il proprio destino. La ricostruzione cambiò il volto del nostro Paese e lo rese moderno, più giusto, conquistando rispetto e considerazione nel contesto internazionale dotandosi di antidoti contro il rigenerarsi di quei germi di odio e follia che avevano nutrito la scellerata avventura nazifascista.

Il significato culturale e politico del 25 aprile. «È la data fondatrice della nostra esperienza democratica di cui la Repubblica è presidio con la sua Costituzione; la fine della guerra “lasciò il posto a quella di cooperazione nella libertà e nella pace e, in coerenza con quella scelta, pochi anni dopo è nata la Comunità europea. Nasceva allora una nuova Italia, e il nostro popolo, a partire da quella condizione di grande sofferenza, unito intorno a valori morali e civili di portata universale, ha saputo costruire il proprio futuro».

Ma la Resistenza è stata (e resta) anche un pezzo decisivo della nostra identità repubblicana. «Nella nostra democrazia la dialettica – ha puntualizzato nella sua nota il presidente Mattarella – e il contrasto delle opinioni non hanno mai, nei decenni, incrinato l’esigenza di unità del popolo italiano, divenuta essa stessa prerogativa della nostra identità». Avvertiamo la consapevolezza di un comune destino come una riserva etica, di straordinario valore civile e istituzionale. L’abbiamo vista manifestarsi, nel sentirsi responsabili, verso la propria comunità ogni volta che eventi dolorosi hanno messo alla prova la capacità e la volontà di ripresa dei nostri territori.

…E IL COVID-19

Mattarella ha poi ricordato i tanti morti del coronavirus. «Ai familiari di ciascuna delle vittime vanno i sentimenti di partecipazione al lutto da parte della nostra comunità nazionale, così come va espressa riconoscenza a tutti coloro che si trovano in prima linea per combattere il virus e a quanti permettono il funzionamento di filiere produttive e di servizi essenziali. Manifestano uno spirito che onora la Repubblica e rafforza la solidarietà della nostra convivenza, nel segno della continuità dei valori che hanno reso straordinario il nostro Paese».

A breve per gli italiani comincerà la Fase 2. Il Quirinale, preoccupato per le gravissime conseguenze economiche, ha invita ancora una volta all’unità. «La nostra peculiarità nel saper superare le avversità – ha concluso il presidente, Sergio Mattarella – deve accompagnarci anche oggi, nella dura prova di una malattia che ha spezzato tante vite. Per dedicarci al recupero di una piena sicurezza per la salute e a una rinnovata capacità di progettazione economica e sociale: a questa impresa siamo chiamati tutti, istituzioni e cittadini, forze politiche, forze sociali ed economiche, professionisti, intellettuali, operatori di ogni settore. Insieme, possiamo farcela, e lo stiamo dimostrando».

«Rivivere un dramma!»

Le ultime vicende della Alan Kurdi e un ricordo che brucia ancora

Centoquarantasei superstiti soccorsi e trasferiti nel porto di Palermo. Sambou, Solomon e Sirag avevano vissuto identiche storie in mare. «La mia bambina sta molto male, non c’è acqua né cibo, qualcuno ci aiuti per favore?», l’appello di una madre. «Ci sono due morti, aspettiamo da quattro giorni, bambini svenuti, abbiamo bisogno di aiuto subito: vi prego!», quello di un uomo disperato.

«Ci sembra di rivivere un incubo, abbiamo seguito la vicenda di quanti hanno trascorso giorni drammatici…», ci hanno raccontato i nostri ragazzi, fra questi Sambou, Solomon e Sirag, rispettivamente gambiano, nigeriano e libico. Storie simili a quelle appena accennate ai loro soccorritori dai centoquarantasei passeggeri tratti in salvo e scortati dalla Alan Kurdi nel porto di Palermo. Un sospiro di sollievo per quanti si sono salvati in questa ennesima storiaccia di fuga e appelli non sempre raccolti, e aiuti, non sempre immediati a causa dei soliti palleggiamenti di responsabilità.

Un’ora di ritardo nei soccorsi, abbiamo sempre sostenuto, può significare una o più vite umane spezzate. Non solo di bambini, già deboli di costituzione, ma anche di donne, incinte, come in questo caso, e uomini, seppure forti, che dimostrano la loro debolezza. Ora per aver salvato una decina di compagni di viaggio, ora per sfinimento, perché un fisico non è mai come un altro.

La vicenda, seguita col batticuore in tutti questi giorni, era cominciata con frasi drammatiche pronunciate in francese e tradotte, riportate su internet. Le urla strazianti di una donna: «La bambina sta molto male, non c’è acqua né cibo; ci dicono che vengono a prenderci ma non viene nessuno: qualcuno può aiutarci per favore?». Sono le grida di una mamma che vede, per prima, in pericolo la vita per la sua piccola che tiene stretta a sé e quella della creatura che porta in grembo. Non è solo una donna a lanciare l’allarme disperato a chiunque, in quel momento, sta ascoltando. C’è un uomo, che prima di altri, si impossessa di quel cellulare per urlare l’ultimo appello: «Ci sono due morti, aspettiamo da quattro giorni, ci sono bambini svenuti, non sappiamo dove siamo, abbiamo bisogno di aiuto subito. Vi prego!».

FINE DI UN INCUBO

E’ finito un altro incubo. Uno di quelli attraverso i quali sono passati, si diceva, anche Solomon, Sirag e Sambou, ragazzi che trovarono subito ospitalità nel nostra Paese e “casa” nel Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”. Momenti, ore, giorni di grande disperazione, quelli trascorsi da connazionali e fratelli africani finalmente tratti in salvo e ora al sicuro di una quarantena sostenuta da qualsiasi tipo di aiuto. E’ come se ripercorressero le loro storie i nostri tre ragazzi.

«Io di morti in mare ne ho visti almeno una ottantina, quelli mancanti quando ci siamo ricontati una volta soccorsi». E’ una delle più brutte storie raccontate dai nostri ragazzi. E’ quella di Sambou, gambiano, trovatosi nella stessa situazione di quanti, poi, dopo dolorose vicissitudini sono stati tratti in salvo. La sua imbarcazione, un gommone, viaggia accanto ad altri equipaggi in balia di onde alte quanto palazzi.

«Fu un momento – ricorda, un nodo alla gola – gente in mare: chiedeva aiuto, urlava, mentre noi eravamo in balia di un gommone ingovernabile; uomini e donne con bimbo in grembo venivano risucchiati sotto i nostri occhi dalle acque agitate: uno sterminio; una volta arrivata la Guardia costiera, noi del gommone con a bordo centosedici persone siamo stati tratti in salvo; poi i militari si sono dedicati ai superstiti dell’altra imbarcazione, tirati su a decine, ma pochi rispetto a quella moltitudine dispersa in mare: cinquanta in salvo, ottanta i morti!».

Nel porto di Palermo, soccorritori in maschere e guanti, dotano delle stesse misure di sicurezza i migranti appena sbarcati. Finita l’odissea, quella gente raccoglie le ultime forze e salta a bordo della “Raffaele Rubattino”, un traghetto messo a disposizione dal governo italiano. Qui i centoquarantasei migranti, piccoli e grandi, trascorreranno il periodo di quarantena imposto dall’emergenza coronavirus.

BRUTTE STORIE

Brutta storia, da non augurare al peggior nemico. Nemmeno per un’ora, per le sensazioni drammatiche che ti balenano nella testa. Non sai cosa fare, da dove fuggire. «Una volta in Italia ho ricominciato a vivere», aveva raccontato proprio Solomon, giunto in Italia dalla Nigeria. Brutta storia anche la sua. Ce l’aveva raccontata quasi con la voglia di alleggerirsi di un peso dal quale non riuscirà mai a liberarsi del tutto. La sua non è la stessa storia attraverso la quale è passata questa gente appena tratta in salvo. «Mi ritengo fortunato, a me sono toccate solo sette ore di mare, poi una nave italiana – il Cielo benedica lei e il suo equipaggio – salvò me e i miei compagni di viaggio: avevo messo insieme un po’ di soldi facendo il giardiniere e le pulizie in Libia: il mio sogno resta quello di riabbracciare, un giorno, i miei cari rimasti in Nigeria». Solomon era stato minacciato. Al padre, la ribellione a minacce e soprusi, era costata la vita: nessun colpevole assicurato alla giustizia. Così, al giovane nigeriano non resta che fuggire.

A Palermo, intanto si scrive la parola “fine” alla disperazione dei centoquarantasei migranti. La “Rubattino”, giunta da Napoli, aveva caricato generi di conforto per sostenere la quarantena: derrate alimentari, farmaci indumenti, mascherine, guanti in lattice. Una volta messi in salvo i migranti, l’organizzazione messa a punto dalla Prefettura è impeccabile. A Palermo, a bordo di un Atr della Guardia di Finanza, una task force di ventidue operatori della Croce Rossa Italiana, successivamente imbarcata sulla nave che trascorrerà la quarantena, si diceva, nel porto del capoluogo siciliano.

«Il mio è stato un viaggio, meno drammatico di altri, ma più complicato», ricorda invece Sirag, libico. «Nel mio Paese manifestavo solo per un sentimento che tutti, nessuno escluso, hanno a cuore: la libertà; per questo motivo, invece, sono stato minacciato di morte, ho lasciato padre, madre e due fratelli: ho dovuto mettere insieme tremila euro per tre giorni di viaggio in mare: imbarcato prima su un gommone, poi una nave spagnola, una nave tedesca, infine il porto di Taranto: respinto in Germania, sono tornato in Italia dove voglio costruirmi un futuro da cuoco».

La Sea Watch, Ong (Organizzazione non governativa) tedesca, insieme con Mediterranea e Alarm phone prova a ricostruire la prima tragedia del mare dopo la pandemia e sferra il suo pesante atto d’accusa contro l’Europa. «Dodici morti e cinquantuno persone riportate nell’inferno libico con la complicità dell’Europa – sostengono in un duro comunicato – un gommone abbandonato in mare per giorni e poi riportato in Libia con la complicità dell’Europa in violazione del diritto internazionale: esistono chiare responsabilità, l’omissione di soccorso che ha causato la morte di dodici persone uccise da fame, sete, disperazione». Un bollettino infinito.