«Ripartiamo dal turismo»

Vincenzo Leo, presidente SIB-Confcommercio

«Colpo mortale subito da una risorsa che dava al Paese un 17% del Prodotto interno lordo. Qui non solo spiaggia e mare, ma agriturismo, enogastronomia, bellezze naturali e culturali. Riprendiamo a fine mese, con le dovute accortezze. Ma Emiliano metta alla porta i burocrati, per qualsiasi consulenza il settore di candida a costo zero»

«Non solo gli stabilimenti balneari, anche l’agriturismo rischia di farsi seriamente male se non saranno adottate veloci contromisure per ripartire dal “dove eravamo rimasti”». Vincenzo Leo, presidente provinciale del SIB, il Sindacato balneari italiani che aderisce a Confcommercio e Confturismo, fa una disamina di una crisi, scaturita dal Covid-19, ma avvitatasi a quelle che lo stesso considera le «solite inutili e oziose strade della burocrazia», che rallenterebbero una ripresa fondamentale. Non solo per il territorio, ma per l’intero Paese. «Abbiamo posti e risorse che altrove possono solo sognarsi, la Puglia non è solo spiaggia e mare, ma anche enogastronomia, agricoltura, bellezze e cultura, basta con leggi e leggine che disorientano, scoraggiano chiunque voglia investire o riprendersi quanto investito in questo fazzoletto di mondo».

Cominciamo da una breve panoramica sulla situazione, a oggi.

«C’è un’ordinanza della Regione Puglia, si riapre il prossimo 25 maggio: una buona notizia, ma ci toccherà dare un’accelerata per essere pronti, secondo le norme in fatto di sicurezza sanitaria, grossomodo il 29 di giugno, domenica con vista sul “ponte” con il 2 giugno».

Un’ordinanza che molti auspicavano, proviamo vedere il bicchiere mezzo pieno.

«Intanto un segnale all’intero Paese, dal punto di vista psicologico ha bisogno di un forte incoraggiamento: mare e spiagge, da sempre sinonimo di benessere psico-fisico; stiamo lavorando per assicurare accoglienza e sicurezza, dare un impulso economico a un territorio in difficoltà, forse anche a causa di una industria che non risponde più al modello occupazionale di un tempo, come se l’acciaio fosse la cura di tutti i mali».

Ingresso, ombrellone, lettino, filosofia e accortezze previste alla ripartenza.

«Intanto, all’ingresso: mascherina e distanza fra utenti, suggeriamo il pagamento mediante carta di credito – anche se il wi-fi, succede, potrebbe generare problemi – per essere accompagnati da un nostro addetto, una sorta di steward, alla postazione prescelta: questo permette di non far perdere ulteriore tempo al cliente; una volta sistemati, si può anche fare a meno della mascherina e, finalmente, entrare in acqua: niente è più sicuro di mare e sabbia, lo dicono gli esperti; questi due elementi annientano letteralmente il virus, il resto è nelle mani dell’utenza, che deve rispettare distanze e protocolli in tema di sanificazione, per il bene di tutti. Il nostro personale provvederà a sanificare postazioni e complesso balneare».WhatsApp Image 2020-05-21 at 14.34.22Nessun privilegio.

«Ogni attività gestirà il flusso della clientela secondo una propria strategia; personalmente, ho pensato di privilegiare intanto gli abbonati, patrimonio per qualsiasi struttura che in questi anni ha svolto la sua attività nella massima professionalità; questo, però, non escluderà i “giornalieri”, pubblico che dispone del solo fine-settimana rispetto al resto dell’utenza. Infine, potrebbe esserci un problema-sicurezza generato da quei cittadini che impegnano la spiaggia pubblica e transitano dallo stabilimento: sarà un bel problema gestire l’eventuale flusso di bagnanti di passaggio in fatto di norme sanitarie: staremo a vedere, confidiamo nel buon senso da parte di tutti».

Il confronto con amministrazioni e istituzioni.

«Sono in costante collegamento, mediante social e videoconferenze, con l’assessore regionale all’Industria turistica e culturale Loredana Capone; ho un filo diretto con i sindaci dell’area orientale e il primo cittadino di Taranto, Rinaldo Melucci, molto attento ai temi del turismo e della balneazione; argomento ricorrente, come strutturare un piano sulle spiagge pubbliche e organizzare un servizio di vigilanza: troveremo una soluzione».

Mancato guadagno e investimenti per far fronte alle disposizioni in tema di sicurezza sanitaria. Il settore che perdita registrerà in percentuale?

«Da calcoli approssimativi, le perdite che registrerà il settore balneare sono quantificabili intorno al 40%, non solo a causa del mancato guadagno di esercizi come bar, ristoranti e pizzerie collegati a stabilimenti e impegnati non solo dall’utenza “da spiaggia”; fra il mancato guadagno anche l’assenza di turisti stranieri: non sappiamo quando, e se, saranno riaperte le frontiere per favorire l’arrivo di un’altra importante percentuale di fruitori di bellezze e strutture della nostra terra; l’Europa non ci sta aiutando: ha segnalato Italia e Spagna come mete ad alto rischio; e pensare che la stessa Unione aveva avanzato l’ipotesi di mettere le nostre spiagge all’asta e consentire a investitori esteri di impossessarsi di un bene di primaria importanza per lo sviluppo del nostro territorio…».

C’è un aspetto che rallenta la ripresa?

«La burocrazia, una sciagura simile al virus: esistono leggi che rimandano al 1939, mentre è cambiato l’intero mondo rispetto a ottant’anni fa: siamo schiavi di codici e decreti, non se ne può più. Se davvero vogliamo risollevare le sorti del nostro Paese, dobbiamo sburocratizzare la macchina dello Stato, i paletti posti dai codici hanno provocato collasso e danni incalcolabili a un settore che da solo rappresenta il 17% del Pil…».

Infine, un pensiero rivolto a un tavolo regionale che possa raccogliere le istanze di addetti ai lavori.

«Un invito al presidente della Regione, Michele Emiliano, verso il quale nutro stima e rispetto: presidente, non sostenga i burocrati con inutili quanto costose consulenze, noi del settore i consigli glieli diamo a costo zero. Mancano piani regolatori, in compenso sul litorale esistono strutture abusive. Le task-force le trovo pressoché inutili; Emiliano si fidi dell’esperienza e della conoscenza di gente che è fra le pieghe di turismo, cultura e indotto da una vita: inviti un “tecnico” per ciascuna categoria, ma ad una sola condizione: che i burocrati ne restino fuori!».

«Ma quali casi misteriosi?»

Mario Balzanelli, direttore del 118 e il Covid-19

«A Taranto una percentuale tra le più basse d’Italia. Il “Moscati”, modello gestionale di eccellenza. Polmoniti interstiziali, cui porre comunque massima attenzione, sono simili a quelle di pazienti che hanno contratto il virus. «Un tampone nasale potrebbe risultare negativo, al contrario un campione prelevato più in profondità, dai bronchi…», chiarisce il professionista.

«Nessun “caso misterioso” a Taranto». A proposito dei contagi da Covid-19, il dott. Mario Balzanelli, direttore del 118 di Taranto, presidente nazionale SIS 118, e più volte ospite di sito, web radio e canale youtube di Costruiamo Insieme, interviene in prima persona per smentire voci apparse su quotidiani regionali e nazionali, successivamente riprese da altri organi di informazione, fra questi, tv, radio, siti e social.

Piuttosto, Balzanelli precisa. «A Taranto si è registrata una percentuale bassissima di pazienti covid-19 positivi, la quale si pone in assoluto, in rapporto percentuale con la popolazione, tra le più basse d’Italia». Ribadisce, a proposito di quanto riportato da testate giornalistiche autorevoli, «il che conferma che non esistono “casi misteriosi” a Taranto quanto “casi da studiare” e da classificare in tutto il Paese».

Il direttore del 118 di Taranto, torna su un argomento sul quale nei giorni scorsi, sempre sul nostro sito, con una intervista esclusiva per la nostra web radio, si era espresso il direttore della Asl, Stefano Rossi. «La gestione tarantina di COVID-19 – conferma Balzanelli – che prevede, da parte della Co118, la più precoce presa in carico del paziente paucisintomatico presso l’ospedale Covid-Hub “Moscati”, con valutazione clinica e laboratoristica immediata, analisi del tampone, studio radiologico dedicato e, in questo tipo di situazioni, di ricovero ospedaliero e quindi accesso alle cure specifiche presso “Aree Covid-19 protette” e riservata ai pazienti “Sospetti Covid-19” si pone, come già ribadito, come modello gestionale di eccellenza».

COVID-LIKE, NON E’ LA STESSA COSA

Balzanelli, inoltre, fa una distinzione importante sulla quale è bene riflettere, prima di lasciarsi andare a facili allarmismi, considerando il contenimento dei casi di contagio da coronavirus: le cosiddette polmoniti interstiziali in qualche modo simili a quelle dei pazienti che, invece, hanno contratto il virus. «Non è un caso – chiarisce il direttore – che questi vengano indicati come “Covid-like”: identici al Covid, il virus non si palesa al tampone: capita, però, di scovarlo solo nel liquido del lavaggio bronco-alveolare». Da qui l’intervento chiarificatore a seguito di “casi misteriosi”, come indicati dallo stesso professionista tarantino, a causa dei troppi fenomeni segnalati anche da medici del resto d’Italia.

Un tampone nasale potrebbe risultare negativo, al contrario un campione prelevato più in profondità, dai bronchi, che riporterebbe tracce del virus. Gli stessi sintomi del Covid: prima tosse e febbre, con problemi respiratori che, in genere, cominciano dopo alcuni giorni, quando l’infezione è ormai scesa in profondità e ha compromesso i polmoni.

«A Taranto, in queste settimane abbiamo visto sempre meno pazienti positivi, invece casi simil-Covid sono aumentati, e sono tutti uguali. Un popolo che sfugge alle classifiche ma che, dal punto di vista clinico, è identico ai casi Covid. Qualcuno potrebbe obiettare che non tutte le polmoniti interstiziali sono legate al coronavirus, ma in questo periodo fanno scattare un allarme, quanto cioè ha spinto specialisti a cercare il virus più in profondità, individuandolo in qualche caso nel liquido del lavaggio broncoalveolare». Termini tecnici che portano il direttore del 118, Mario Balzanelli, a confermare un dato inconfutabile. «Il virus ha avuto una curva in discesa – dice – ma, attenzione, è importante tenere sempre alta la guardia, rispettare i protocolli di sicurezza sanitaria che invitano a indossare mascherine e guanti, e osservare il distanziamento sociale: in attesa del vaccino, non c’è altra strada per mettere alle corde il Covid-19».

Il respiro di Silvia

Liberata dopo un anno e mezzo di prigionia

Un bisogno di dare alla sua vita una speranza. Le hanno dato un Corano, lo ha letto, così ha incontrato la fede. Credere è un atto d’amore. «Una creatura misteriosa, che irrompe in maniera imprevedibile, non si può trattare come un delitto», ha detto la scrittrice Dacia Maraini. Intanto, qualcuno ha trovato di che polemizzare.

Silvia Romano, finalmente a casa. Come tutte le cose che accadono dalle nostre parti, anche la storia della ragazza rapita da un commando in un villaggio africano nel quale la giovane cooperante milanese collaborava con la onlus “Africa Milele”, è diventata una vicenda “all’italiana”. Così, politica e social, che non si fanno mancare argomenti di discussione, hanno cominciato a dividersi nel consueto gioco delle parti. Governo italiano orgoglioso per aver riportato Silvia in patria e fra le braccia dei familiari, opposizione – insieme con tutti gli strumenti di cui dispone, fra questi giornali e tv – a indagare sulle modalità che hanno “liberato” la ragazza milanese. Un riscatto di quattro milioni di euro, secondo qualcuno; dieci milioni, invece, per gli zelanti che hanno aggiunto i “costi d’impresa” per riportare in Italia…una italiana.

Ad “aggravare” la posizione di Silvia, un carico da 11: la conversione all’Islam. Insomma, invece di considerare l’abbraccio di genitori che hanno palpitato per un anno e mezzo non sapendo in quali condizioni stesse la loro figliola, a qualcuno è venuto in mente di caricare di significati la scelta religiosa della ragazza. Forse se fosse tornata cristiana, qualcuno avrebbe sorvolato sul riscatto? Chi può dirlo. Patria di grandi geni, qualcos’altro ci saremmo inventati. E allora, la conversione all’Islam della Romano non le viene perdonato, anzi diventa oggetto di dibattito. Starcene un po’ in silenzio, dopo aver applaudito il ritorno a casa di Silvia, e concentrarci sulla ripresa totale dal coronavirus, no eh?

UNA CONVERSIONE SPONTANEA

La conversione è una cosa non riescono a perdonarle. E soprattutto, che Silvia Romano non odi i suoi carcerieri. È una cosa che, addirittura scandalizza, manda i polemici tanto al chilo su tutte le furie. Odiano tutto, probabilmente anche se stessi, come rifletteva in un suo intervento la grande scrittrice Dacia Maraini, ottantatré anni, una che di reclusione se ne intende. Se non altro per essersi opposta insieme con la famiglia alle restrizioni di ogni genere durante il fascismo.

Si indigna per aver sferrato contro la ragazza “un attacco vile”, dice la scrittrice. La insultano e la dileggiano. Sempre i soliti noti, non sopporterebbero che Silvia sia tornata in Italia sorridendo, sotto un vestito che corrisponde al nuovo nome che si è data, Aisha, senza pronunciare nemmeno una parola di rancore verso chi le ha fatto così male. «Avrebbe avuto il diritto di farlo – spiegava giorni fa la Maraini – l’avremmo compresa: nessuno, però, può imporle un risentimento mai espresso come un dovere civile». Il fuoco dell’ultimo affaire italiano – la liberazione della cooperante italiana rapita in Kenya nel 2018 con gli abiti tradizionali della donna occidentale e tornata in Italia domenica scorsa vestita, per sua volontà, come vestono le donne musulmane – ha acceso anche i pensieri della Maraini, la scrittrice italiana più tradotta nel mondo. «È un errore enorme – ha detto in una intervista – trasformare Silvia Romano in un mostro, guardando al suo corpo come se si trattasse del terreno sul quale combattere lo scontro di civiltà.».

Dopo diciotto mesi nelle mani dei fondamentalisti islamici somali di Al-Shabaab, la storia di Silvia Romano si è conclusa senza un lieto fine che molti bacchettoni avrebbero invece voluto. La ragazza si è convertita all’Islam. Senza costrizioni, ha detto ai magistrati che la interrogavano. Mentre ad attenderla, da una parte c’erano i felici e i contenti, e dall’altra gli eterni indecisi, cioè né felici, né contenti. Dacia Maraini, argomenta il suo punto di vista. «Chi attacca Silvia per il vestito che indossa – dice la scrittrice – giudicandola per la scelta religiosa che ha fatto, è privo di immaginazione; non riesce nemmeno a sospettare cosa significhi stare nelle mani di criminali che ti considerano un oggetto che si dà in cambio di denaro; chi ha attaccato Silvia dimostra di essere incapace di mettersi nei suoi panni; non arriva a comprendere come la fede, sebbene islamica, abbia potuto essere uno strumento al quale la ragazza si è disperatamente aggrappata per uscirne viva, per trovare la forza di andare avanti».

ANCHE CONTRO LA SCRITTRICE

Qualcuno, sulle prime, aveva sollevato polemiche anche nei confronti della Maraini, schieratasi in difesa di Silvia, comunque del suo caso, una ragazza comunque tenuta ostaggio per un anno e mezzo. «Cosa può saperne lei?», aveva chiesto qualcuno senza conoscere la storia della scrittrice italiana. «Sono stata prigioniera anche io – la sua pronta risposta – per due anni, in un campo di concentramento giapponese: avevo sette anni quando cominciò; mio padre era un antropologo, stava studiando le popolazione del nord del Giappone, quando ad un certo punto, in nome di un patto internazionale, chiesero a tutti gli italiani che erano in Giappone di giurare fedeltà alla Repubblica di Salò: mio padre e mia madre, che erano entrambi antifascisti, si rifiutarono. Così ci rinchiusero».

L’Islam è una religione universale, non è un’ideologia politica razzista. Durante la prigionia, la scrittrice si era nutrita di favole. Chiedeva in continuazione ai suoi genitori di raccontargliele. Lei stessa le inventava. Era un bisogno spirituale. Avere delle storie con le quali uscire fuori da quel posto orrendo. Immagina la scrittrice, perché l’immaginazione è il suo mestiere in quanto scrittrice, che nella mente di Silvia Romano sia scattato qualcosa del genere.

«Un bisogno interiore – il suo punto di vista – di dare alla propria vita un respiro, sentire la forza di un vento capace di farla volare via di lì; fuggire dai propri aguzzini: le hanno dato un Corano, lo ha letto; dice che in quelle parole Silvia ha incontrato la fede: chi siamo noi per condannarla? Credere è un atto d’amore e l’amore è una creatura misteriosa, che irrompe in maniera imprevedibile, non si può trattare come una colpa».

«E’ un vero casino…»

Mansur, nigeriano, il lavoro nero e il permesso di sei mesi

«C’è confusione sulla proposta di legge del ministro per regolarizzare noi migranti. Alcuni politici e pochi giornali sembra lo facciano apposta». «Facciamo fare a politica e stampa il loro mestiere, concentriamoci sulla posizione di chi è irregolare ma vuole uscire allo scoperto…», corregge Samuel, suo connazionale. Sicurezza sanitaria, mascherine, guanti e distanziamento sociale.

«E’ un vero casino…». Mansur, nigeriano come Samuel, sentito appena la scorsa settimana, non fa giri di parole. Sorride, pensa alla gaffe, si corregge, ma c’è poco da correggere, sapesse quante volte gli italiani fanno ricorso a questa espressione. «Non dite così, voi tarantini – dice – quando una qualsiasi cosa si complica così tanto da capirci niente o quasi?». Come dare torto a Mansour, che vede nella regolarizzazione dei migranti, e non solo, una boccata d’ossigeno. «E’ quello che ci vorrebbe in un momento di confusione – riprende – c’è di mezzo il virus, che ha mandato in tilt mezzo Paese e poi il governo, con il ministro che vuole sanare – si dice così? – la posizione di quanti lavorano nei campi, italiani compresi, poi i braccianti dell’Est, proseguendo con le badanti, fra queste anche donne africane che assistono donne anziane e disabili».

E’ informato, Mansur. «Con i primi sei mesi potremmo fare il raccolto nei campi, poi se le cose dovessero andare bene, magari il rinnovo di altri sei mesi». E’ questa, in sintesi, la proposta del ministro alle Politiche agricole e alimentari, Teresa Bellanova. «Braccianti irregolari – aveva dichiarato nei giorni scorsi il ministro – lavorano nei nostri campi, donne prestano attività da badanti e vengono pagate in nero». Poi la richiesta esplicita della “ministra”: «Chiedo che questi vengano regolarizzati subito con permessi di soggiorno temporanei di sei mesi, rinnovabili per altri sei mesi».

«FACCIAMO IN FRETTA»

«Credo non ci sia molto tempo da perdere – riprende Mansur – da notizie di amici e connazionali, ci sarebbero anche braccianti più o meno nelle mie stesse condizioni che non esce allo scoperto ed è in una situazione da delirio: letteralmente reclusi». Non uno, ma due i problemi. Samuel dimostra di esserne perfettamente a conoscenza. «Quello lavorativo e quello sanitario – dice il giovane nigeriano – noi in attesa di conoscere il nostro futuro, che ci auguriamo sia il più benevolo possibile, facciamo quello che dice il Decreto: se “andate” su Internet vedete quanti fratelli neri seguono con la massima attenzione le norme di sicurezza; ognuno di noi ha acquistato a buon mercato, poche decine di centesimi un po’ di mascherine, altri che non hanno grandi possibilità se ne sono fatti una scorta su misura: se non ci aiuta qualcuno, proviamo a industriarci…si dice così?». Samuel è attento al suo italiano. “Voglio impararlo di corsa, ho fatto grandi progressi: non giro più con il cellulare in una mano con il dizionario a vista per capire le parole che mi dicevano e quelle da pronunciare per farmi capire: non dico che tutto fila liscio, ma credo di essere a buon punto, non ci sono malintesi o lunghe spiegazioni, una volta anche a gesti…va tutto bene, anzi speriamo bene». Industriarci, è perfetto. «Quello che guadagniamo saltuariamente ce lo mettiamo da parte – riprende il discorso Samuel – nel caso si presentassero periodi in cui non ci è possibile lavorare: le mascherine, i guanti, ci sono stati donati; qualcuno li ha comprati in farmacia, a prezzi bassi: avevo sentito parlare di costi alti, a me non è successo, guanti e mascherina li ho pagati a cinquanta centesimi…».

«RACCOLTI E SICUREZZA SANITARIA»

Mansur e il problema sanitario. «Siamo nel periodo in cui è necessario andare nei campi e raccogliere frutta e ortaggi – dice – ma oltre alla regolarizzazione, chi è nelle mie stesse condizioni, deve avere rispetto delle norme di sicurezza: quando e se ci chiameranno, sicuramente nei campi dovremo fare attenzione a quello che si chiama…si chiama…». Distanziamento sociale? «Ecco, alla distanza di massima prudenza: che io sappia non ci sono stati casi fra neri, qui in Puglia; ci fossero stati – ma non vorrei che la prendeste come un’offesa – di sicuro sarebbero andati a finire sulle prime pagine dei giornali, perché noi facciamo notizia…». Riprende il buonumore, il giovane nigeriano. «Avevo letto in questi giorni che erano seicentomila gli irregolari, un numero esagerato: non credo siano così tanti, forse centomila, duecentomila, ma non solo africani: è bene parlare di irregolari, in attesa di disposizioni da parte del governo e non clandestini, altrimenti non se ne esce più, su questa cosa infatti c’è molta confusione, a volte messa in piedi ad arte, perché qualche politico e qualche giornale ne parlano e scrivono in modo non sempre corretto…». Samuel getta acqua sul fuoco, anche se non è il caso, Mansur ha detto quanto risulta dalle continue rassegne stampa. I soliti noti ad alimentare una macchina informativa non sempre limpida. «Non è il caso di fare polemiche – corregge, comunque, Samuel – lasciamo che i politici e i giornalisti facciano il loro mestiere, concentriamoci solo sulla battaglia del ministro che vuole regolarizzarci e il governo che sembra orientato a dare sostegno alla proposta di legge: per confrontarci su altre cose, sui temi che ci stanno a cuore, c’è tempo. Almeno, speriamo ci sia tempo…».

Per concludere, l’emersione dal lavoro nero e la regolarizzazione dei migranti riguarda braccianti, colf e badanti, cittadini italiani e stranieri con un rapporto di lavoro irregolare e cittadini stranieri con permesso di soggiorno scaduto, I numeri cui alludeva Mansur sono inferiori rispetto ai seicentomila inizialmente previsti. Al momento pare siano circa 260mila secondo le prime stime: 200mila la platea che potrebbe emergere dal lavoro nero; 60mila quelli che avevano già lavorato in passato con regolare permesso.

«Quando il cittadino collabora…»

Intervista a Michele Matichecchia, comandante della Polizia locale

«Tutto fila liscio, tranne poche eccezioni. Rispuntano vecchie abitudini, talvolta sorvoliamo, intransigenti sulla mancanza di rispetto delle regole più elementari. Bene il commercio, a giorni tocca ai titolari di concessione…»

Taranto e il ritorno graduale alla vita di tutti i giorni. Secondo qualcuno tutto non sarà più come prima. Se non si troverà il vaccino per debellare del tutto il Covid-19, occorrerà prestare attenzione a decreti e ordinanze, le prime del Governo centrale, le seconde scaturite da Palazzo di Città. I tarantini non si sono fatti cogliere di sorpresa, hanno reagito bene dopo la prima scossa, quella dello scorso 25 febbraio quando nella nostra provincia si registrò il primo contagio da coronavirus in Puglia. Taranto e la ripresa, lenta ma costante, a partire dallo scorso 18 maggio. Per la rubrica “Con parole mie”, ne abbiamo parlato con il comandante della Polizia locale di Taranto, Michele Matichecchia.

Cominciamo dalla ripartenza. L’impegno della Polizia locale, la collaborazione dei tarantini.

«L’impegno della Polizia locale non è mai cambiato. Sebbene siano diverse le condizioni, il personale non ha mai registrato calo di concentrazione: la nostra attenzione è stata sempre massima nei confronti della città. Nulla è cambiato, anche se oggi esiste maggiore attenzione nei confronti dei cittadini sul rispetto di quelle poche regole utili a se stessi e agli altri per evitare contagi da Covid-19».

Il sindaco ha rispettato i suoi impegni, un concorso, nuove forze alla Polizia locale. Si pensa, inoltre, ad un ulteriore bando. In cosa ha impegnato i nuovi agenti di cui dispone?

«Gli ultimi arrivi in ordine di tempo al Comando di Taranto, sono impegnati nel Reparto mobile, parliamo di Viabilità, dunque presenza sul territorio. Penso che negli ultimi mesi i cittadini abbiano notato una maggiore presenza di agenti di Polizia locale, cosa che ci permette di garantire un costante servizio nei posti strategici della città fino a mezzanotte. Dalla graduatoria esistente dovrebbero essere assunte nuove unità, fermo restando che il sindaco ha espresso parere favorevole per bandire un nuovo concorso entro l’anno».

Torniamo ai tarantini, quanto sono rispettosi e in cosa dovrebbero migliorare.

«In questo periodo i cittadini si stanno dimostrando collaborativi, tanto da non aver sollevato gravi problemi; salvo poche eccezioni, sono stati rispettati gli obblighi indicati dal governo; noto, però, che negli ultimi giorni si sono ripresentate più o meno puntuali, vecchie abitudini: per ciò che attiene la Viabilità, si rivede la doppia fila, automobilisti che lasciano l’auto ovunque capiti nonostante la disponibilità di parcheggi; per il momento stiamo cercando di non intervenire in modo deciso, anche se poi esistono casi sui quali non si può proprio soprassedere; insomma, cerchiamo di far sgranchire mentalmente i tarantini, anche se finito il rodaggio torneremo a pieno regime nello svolgimento della nostra attività principale: il massimo rispetto delle regole».

Nelle ultime settimane si è rivelato utile l’impiego di telecamere per punire tarantini che di rispettare il territorio proprio non vogliono saperne, dal conferimento all’abbandono dei rifiuti ovunque capitasse.

«In realtà è un’attività che non si è mai fermata, probabilmente in queste ultime settimane si è registrato un maggior numero di infrazioni: le telecamere hanno continuato a registrare e il numero di verbali non si è fermato, parliamo di circa duecentocinquanta dall’inizio dell’anno; l’auspicio è che i cittadini comprendano che non appena si tornerà a pieno regime, certe pessime abitudini non saranno tollerate, per intenderci dall’orario di conferimento dei rifiuti alle doppie file».

Esercizi commerciali a Taranto, ci sono state incomprensioni o tutto è filato liscio? Ci sono state interpretazioni temerarie, imprudenti?

«Non abbiamo avuto grandi problemi, i commercianti hanno recepito le indicazioni di decreti e ordinanze. Ora,  non appena ci sarà la riapertura totale, comprenderemo meglio qual è lo spirito con il quale i commercianti torneranno a svolgere la propria attività. Ad essere pignoli, abbiamo registrato episodi e interpretazione a proposito di servizio a domicilio o sulla vendita da asporto, ma poca roba, niente di rilevante».

E’ forse prematuro parlarne, ma che estate si aspetta?

«Non è semplice proiettarsi a distanza di un mese, con uno scenario che cambia con una certa velocità. Sulla Litoranea si sta procedendo nella sistemazione della segnaletica orizzontale e verticale; interventi anche sull’asfalto nei tratti di strada che saranno più impegnati dagli automobilisti; sarà importante consultare il Decreto legge per comprendere come i titolari di concessione intenderanno muoversi. Credo comunque sia prematuro parlarne».