«Forza Taranto!»

La città si candida a Capitale della cultura 2022

«La cultura cambia il clima», il tema con il quale la Città dei Due mari fa sul serio. Il confronto con il MiBAC venerdì mattina, lunedì la risposta al progetto che vede il Comune accanto alla Grecìa salentina e a Bari. «E’ la partita della vita, abbiamo organizzato numerosi eventi e festival dopo il lockdown: siamo ciò che raccontiamo», ha dichiarato il sindaco Rinaldo Melucci.

 

Venerdì 15 gennaio, alle 10,45, Taranto, insieme con la Grecìa salentina, si è candidata a «Capitale italiana della Cultura 2022». Nata come un’idea, fra i diversi progetti dell’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Rinaldo Melucci, la cosa è andata avanti fra qualche dubbio e molti «Proviamoci!».

Così, l’idea diventata nei giorni, nelle settimane un progetto convinto e convincente, è stato presentato ufficialmente al MiBACT, il Ministero per i Beni culturali e per il Turismo (l’audizione è visibile sul canale Youtube dello stesso Mibact). Secondo prassi, ciascuna delle dieci città finaliste illustra in un’audizione il proprio dossier. Per la candidatura «salentina», etichettata con lo slogan «La cultura cambia il clima», il progetto è stato illustrato in via telematica per ragioni anti-Covid, dal sindaco di Taranto, Melucci, il suo vice, nonché assessore comunale alla Cultura, Fabiano Marti, il direttore generale dell’ente amministrativo, Ciro Imperio, il presidente dell’Unione dei Dodici comuni della Grecìa salentina, Roberto Casaluci.

Dopo studio e attenta analisi delle candidature, spetterà alla giuria presieduta dal prof. Stefano Baia Curioni, segnalare al ministro Dario Franceschini il progetto più idoneo alla designazione di città «Capitale 2022» entro lunedì 18 gennaio, al fine dell’attribuzione del titolo da parte del Consiglio dei ministri.

 

CAMBIA IL CLIMA…

Dopo una doppia selezione partita da quarantatré concorrenti, poi ridotte a ventotto, con lo slogan «La cultura cambia il clima» Taranto concorre fra le dieci finaliste (Ancona, Bari, Cerveteri, L’Aquila, la Marca Trevigiana, Procida, Trapani, Verbania e Volterra).

Il capoluogo ionico, insieme con la Grecìa, vive con spirito ottimistico la sua designazione «che per noi rappresenta la partita della vita, in un contesto resiliente votato al cambiamento che in Italia costituisce un unicum», ha dichiarato fra le altre cose il sindaco Melucci.

«Siamo la città che ha organizzato più eventi e festival – ha aggiunto il primo cittadino – dopo il lockdown, e siamo contenti di farlo; condividiamo con gli amici della Grecìa Salentina molte cose, ma soprattutto la consapevolezza che siamo ciò che raccontiamo: da decenni i nostri comuni lavorano sinergicamente sui temi della cultura».

Mare, storia, ambiente, innovazione, arti, riti, tradizioni ed enogastronomia, sono i differenti climi della nostra terra ideale, compresi in un piano sostenibile, secondo i dettami dell’Agenda Onu, ha sottolineato il sindaco. Questa convinzione è riposta nella presentazione del dossier di una candidatura che, se vinta, potrà contare su un milione di euro di contributo.

 

…FRA GRECÌA IL SALENTO

Taranto e la Grecìa Salentina sarebbero fra le candidate nell’aggiudicazione del titolo, al fianco di Trapani, Marca Trevigiana e L’Aquila. Ipotesi, naturalmente, che dovranno essere verificate dalla decisione del Consiglio dei ministri, una volta colto l’indirizzo della giuria che indicherà la candidatura migliore al ministro Franceschini. Proprio quest’ultimo che, recentemente, ha dato avvio alla prima Soprintendenza del patrimonio subacqueo italiano, affidandola a Taranto, ricostituendola col suo prestigio archeologico ultrasecolare, attraverso un inedito istituto di pluricompetenze, annettendo anche Belle arti e Paesaggio.

Il ministro della Cultura è a conoscenza del valore dell’intero territorio sotto l’aspetto culturale. Una città, Taranto, impegnata in un processo di riconversione, che ha il suo riflesso nell’operatività del Contratto istituzionale di sviluppo, dal quale affiora il rapporto costante con il Governo centrale.

Oltre al dialogo con Roma, sotto la previsione dell’ottenimento del riconoscimento, per Taranto giocherebbe a favore l’intesa raggiunta con il Comune di Bari, altra concorrente alla sfida. I due territori, indipendentemente dall’esito delle candidature, hanno firmato l’impegno a condividerne i relativi programmi, col supporto annunciato da parte della Regione Puglia. Un lavoro sinergico che sarebbe stato fortemente dal Governo e, in particolare, dal Ministero.

Triplicati sbarchi in Italia

La pandemia avrà anche complicato le strategie di alcuni trafficanti di esseri umani, ma nel Mediterraneo centrale non ce ne siamo accorti visto che gli arrivi di migranti sono quasi triplicati rispetto al 2019. Secondo gli ultimi dati di Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne, l’anno scorso nell’Ue è arrivato in media il 13 per cento in meno di migranti rispetto all’anno precedente, in totale 99.206 persone considerando le quattro rotte, il numero più basso dal 2013. L’eccezione negativa è la rotta del Mediterraneo centrale con un aumento del 154 per cento: 35.628 arrivi, quasi tutti in Italia con 34.134 migranti registrati dal ministero dell’Interno rispetto agli 11.471 del 2019.

«Riflettere, sempre…»

Mahadi, nigeriano, ventotto anni

«Spesso l’istinto è un cattivo consigliere», spiega riferendosi a una discussione con un connazionale. «Ho litigato con un amico, questione di spiccioli, abbiamo preferito sorvolare per chiarirci con più calma. Chiedo soldi davanti a un bar, ma il virus ha provocato gravi danni, alle attività commerciali e alla gente, che ha perso il sorriso. E’ così che il denaro è diventato “piccolo” e l’affitto bisogna pagarlo lo stesso…»

 

Via Anfiteatro, pieno centro a Taranto. Due ragazzi, nigeriani, litigano fra loro. Da uno dei due, Mahadi, qualche minuto dopo sapremo il motivo dello scontro, verbale per fortuna, con il suo connazionale. Del quale non dice il nome. E’ ancora scosso dal diverbio, ma ha un codice, quello del silenzio e dell’uomo che di solito preferisce spiegarsi con un “faccia a faccia”.

Fa anche il diplomatico Mahadi. Questa è l’impressione che ricaviamo dal tono della sua voce che, ora, trova frequenze più o meno normali. Fino a poco prima, la discussione, aveva avuto accenti violenti. I due davano l’impressione di essere incuranti nei confronti della gente che gli passava accanto. Non che cambiasse molto, ma alle volte si fosse trovato a passare un agente di polizia, magari avrebbe chiesto loro il motivo della discussione, diciamola tutta, accesa anziché no.

Mahadi, dunque, dieci in diplomazia. «Discutevamo per una donna, un’amica – spiega – appena arrivata in Italia, di più non voglio dire: situazione complicata». Il giovanotto, ventotto anni, dice, adesso è quieto. Purché non se la prenda, gli diciamo che una spiegazione così immediata e arida di particolari, non ci convince del tutto. «Davvero, una donna…”. Sorride, adesso. Sembra più tranquillo. “Una storia legata a un’amica e, inevitabilmente, ai soldi, pochi intendiamoci, che in un periodo così complicato sono diventati più “piccoli”». Va già meglio. Proviamo ad andare dritti al nocciolo della questione. «Elemosine?».

 

CIRCOLANO MENO SPICCIOLI…

Si guarda intorno, come se volesse sincerarsi di essere a distanza da occhi e orecchie indiscrete. «Trovare un lavoro che sia umano – torna a spiegare, quasi volesse prendere l’argomento alla larga – non è molto semplice, allora, chiediamo ospitalità a un connazionale; quando non hai una documentazione completa – io ce l’ho, ma periodicamente mi tocca rifare la richiesta d’asilo – può scattare il ricatto, involontario, se vuoi, ma se prima l’amico ti chiedeva duecento euro al mese per un letto al caldo, magari venendo a conoscenza che il permesso di soggiorno sta scadendo, ti chiede almeno cinquanta euro in più, quasi corresse un rischio…».

E i soldi, Mahadi, dove li trova. «Elemosine, appunto – dice – scelgo un locale, un supermercato, un bar nel mio caso, e mi metto in un angolo, aspetto la gente che esce dall’attività commerciale nella speranza che abbia in una mano gli spiccioli del resto… Non appena esce, dico “Buongiorno, signore…”. Non sempre va bene, ma alle volte ci scappano i venti, trenta, ogni tanto i cinquanta centesimi: una volta che mi hanno allungato quelle monetine, “Grazie, signore, buona giornata…”».

Allora, la discussione. «Il bar davanti al quale sostavo io, ha chiuso: rifà i lavori, mi hanno detto, suggerendomi di andare a trovare un altro esercizio, perché ne avranno per almeno due mesi: all’amico stavo spiegando che doveva avere un po’ di pazienza, mancando quei pochi euro giornalieri non avevo di che pagarlo, così mi stava urlando che a lui poco importava…».

 

ACCENTI PIU’ FORTI

Discussione più accesa. «A un certo punto mi ha detto – ma non metterei la mano sul fuoco che stesse dicendo davvero, per questo ho fretta di incontrarlo daccapo e chiarire questo aspetto – che a lui non fregava niente, che potevo anche andare a rubare, purché gli portassi i soldi; non gli ho fatto finire il discorso, l’ho zittito con un onesto “Ma stai scherzando? Rubare per portarti quei quattro soldi che ti prendi ogni mese senza far nulla?”. La discussione a quel punto è degenerata. Non ci siamo messi le mani addosso perché siamo amici, lo siamo davvero, ma questo malessere da virus che sta interessando tutto il mondo, sta creando un malcontento: negli italiani che restano in casa, rischiano di perdere il lavoro e non hanno più tanta voglia di sorridere, men che meno di darti quei venti centesimi che a me facevano comodo».

Mahadi, prendi un bel caffè. «Preferisco un cornetto – spiega con educazione – non ho fatto colazione, devo mettere qualcosa sullo stomaco». Vada per il cornetto, accompagniamolo con una bella tazza di latte. «Vuoi sapere com’è andata – sorride il ventottenne nigeriano – vuoi “comprarmi”… L’ho capito subito, che volevi conoscere il motivo del litigio, a tutti i costi». Tutti i costi, ci sembra esagerato. Come grossa sembra “comprarti”. Non cerchiamo scoop, e questo non può esserlo, è solo una delle tante storie di cui ragazzi come te sono protagonisti, purtroppo. Facciamo a meno del finale e non perché siamo permalosi, ma perché quel certo senso di diffidenza potrebbe portarti a raccontarci qualsiasi cosa, una bugia per esempio.

Un aspetto positivo, comunque c’è. Per quanto possa esserlo un diverbio, è che Mahadi e il suo connazionale si chiariranno, senza problemi. Che ci sia di mezzo un’amica o solo un imprevisto, come la chiusura di quel bar che, dopo il Covid, proprio non ci voleva.

«Dovessimo incontrarci un’altra volta – conclude il ragazzone – ti dirò come è andata, vedrai tutto va a posto da solo: una cosa ho imparato stando qui, che le ferite le cura la saggezza, i minuti di una giornata che scorrono lenti: hai litigato al mattino? La sera hai già dimenticato, rifletterci sulle cose può fare solo bene…».

«Un calcio ai “social”»

Luigi Garlando, giornalista della Gazzetta dello sport

«Una volta il contatto con i campioni, ingenuo se vogliamo, era più bello. Con il pretesto dei “profili”, invece di avvicinare, i calciatori allontanano i tifosi. Ma anche questi, che invadenza con i selfie. Più romantico chiedere un autografo». Ripubblicato “L’amore ai tempi di Pablito”, Rossi, i sei gol nel Mundial del 1982, la scommessa di Enzo Bearzot.

Per una volta, ospite di Costruiamo Insieme, sito e canale youtube, lo sport. Quello con la “s” maiuscola, ci verrebbe da dire, considerando Luigi Garlando, prima firma della Gazzetta dello sport, il quotidiano sportivo più letto, uno dei migliori autori delle cronache di calcio, una volta squisitamente domenicali. E’ cambiato il calcio, c’è lo “spezzatino”, partite tutti i giorni e a tutte le ore, perché la tv faccia cassa e spalmi il divertimento un tempo sostanziato nella schedina del Tototalcio, la domenica pomeriggio con tutte le gare alla stessa ora. Oggi, quella schedina del Totocalcio, che ti risolveva la vita, come suggeriva Fabrizi a Totò ne “I Tartassati” (“…un sistema ci sarebbe: tre fisse e dieci multiple”), non esiste più: cancellato. Dunque, Luigi Garlando. Giornalista e scrittore, centinaia di articoli e analisi delle gare della Nazionale azzurra e di punta di Champion’s e Campionato di serie A, trenta libri dati alle stampe.

 

Ultimo della serie, appena ristampato, “L’amore ai tempi di Pablito”. Un tributo a un grande del calcio, Paolo Rossi, nel quale l’autore racconta la vittoria degli azzurri ai Mondiali di calcio del 1982.

«Il motivo della ristampa: la scomparsa prematura di Paolo Rossi, per ricordare la figura, splendida, di un campione e i “ragazzi” che circa quarant’anni fa compirono quell’impresa».

 

Il tuo sentimento alla scomparsa di Pablito.

«Di grande dolore. Spesso ci siamo trovati in viaggio, lui in veste di commentatore della Nazionale: chiacchieravamo di calcio e altro, una persona deliziosa. Quel Mondiale credo debba essere ricordato in questa forma letteraria, con il codice del romanzo, un romanzo d’amore; in mezzo, la scommessa assurda, irrazionale, che fece l’allora allenatore della Nazionale, Enzo Bearzot, proprio su Rossi: non porti con te un giocatore che ha fatto tre partite e un solo gol nell’ultima stagione e lasci a casa il capocannoniere del campionato, Roberto Pruzzo. Non era mai successo e mai succederà: quella scommessa d’amore di Bearzot, fu poi ricambiata da Pablito che segnò sei gol regalandoci la Coppa del Mondo».GARLANDO 02 - 1Avevi vent’anni all’epoca, che ricordo hai?

«I vent’anni, l’entusiasmo e la spensieratezza dell’età, che coincidono con un Mondiale vinto è il massimo: lo seguivo in tv, da casa mia, ricordo in particolare il lunedì al Sarrià di Barcellona, Italia-Brasile 3-2; i “miei” avevano un negozio di generi alimentari e liquori, quel giorno andarono a fare la spesa nei magazzini all’ingrosso per rifornire l’attività; avrei dovuto aprire il negozio alle quattro del pomeriggio, ma non ebbi il coraggio di lasciare gli azzurri da soli: mi godetti la storica tripletta di Paolo Rossi, una delle più grandi emozioni calcistiche della mia vita. Quando tornarono dal loro giro di commissioni, papà e mamma trovarono una fila di persone imbufalite: papà, più comprensivo, capì che tenere chiuso il negozio per quella partita poteva starci, in realtà era stata la vera finale di quel Mondiale…».

 

Cosa è cambiato nel calcio in questi ultimi quarant’anni?

«Difficile farlo in breve. Intanto è cambiata l’immagine del calciatore, anche fisicamente: una volta i ragazzi avevano facce e fisici normali, Rossi stesso era gracile; per scrivere questo libro ho rifatto il viaggio dell’82: sono andato a dormire negli alberghi di Vigo e Madrid, dove alloggiarono gli azzurri dalla prima fase a gironi alla finale; un albergo del porto nella capitale spagnola, piccolo, dove normalmente alloggiano i rappresentanti in viaggio; impensabile oggi che una Nazionale prenoti un alberghetto del genere. Era un calcio moderno rispetto al passato, ma ancora a misura d’uomo, non ancora staccato dalla gente; anche per i giornalisti c’era occasione di avere un rapporto diretto con i giocatori, mentre oggi quel mondo è finito».

 

A proposito, calciatori e stampa al tempo dei social?

«Oggi i social filtrano i rapporti, i calciatori hanno un social-manager che gli cura la comunicazione, apparentemente un modo per stare vicino alla gente quando in realtà questa modalità tiene i tifosi a distanza. Non c’è più quel rapporto che il giornalista riusciva a trasmettere al lettore, al pubblico, guardando il calciatore in faccia, parlandogli di persona. E’ tutto più mediatico, più freddo e, dunque, costruito: hanno avuto la meglio strategie di comunicazione e marketing; una volta, nei bianco e nero televisivi, assistevamo a divertenti tavolate con un bel fiasco di vino fra Gianni Brera e Nereo Rocco; oggi, cose simili, non ci sono più…».

 

Un segnale, sintesi fra il calcio di ieri e oggi.

«Ieri si cercava l’autografo, oggi si cerca il selfie da postare sempre su questi “benedetti” social. Questa modalità, per giunta, è come se ti autorizzasse ad aggredire il campione per farti una foto, manifestando una confidenza esagerata, talvolta invadente; una volta avvicinare un foglio di carta a un campione per un autografo era qualcosa di rispettoso, quasi imbarazzante, ingenuo, ma sicuramente più bello».GARLANDO 03 - 1La scrittura del cronista sportivo, com’è cambiata rispetto al passato?

«Devi quasi rinunciare alla cronaca, dare per scontato che chi avrà il giornale fra le mani il giorno dopo sa già cosa è successo, ha visto in tv, sul tablet e sul cellulare mille volte le azioni della gara a cui è interessato; dunque a chi fa questo lavoro tocca andare in profondità, non dire cosa è successo, ma perché è successo: il grande salto è quello; il nostro compito è dare un motivo al lettore perché acquisti il giornale. Perché trovi una spiegazione più profonda, tattica, psicologica, in buona sostanza qualcosa di più rispetto a quello che ha visto il giorno prima: divertire con il racconto. Ricordo, da ragazzino, andavo a cercare il racconto di Brera: leggevo qualcosa di diverso rispetto a quello che avevo visto; così con Gianni Mura, affascinato nel leggere le sue cronache da inviato ai Tour de France…».

 

Un calciatore, un tecnico, un presidente con cui hai avuto un confronto in qualche modo chiarificatore a seguito di un tuo articolo, un voto in pagella?

«Diciamo che il confronto è nella normalità, tutto resta confinato nella dialettica, non è un grosso problema. Forse le critiche che mossi all’Inter del dopo-triplete: per come era stata gestita la ricostruzione, o meglio la “non ricostruzione”, la riconferma forse esagerata dei campioni di quell’impresa, una riconoscenza umanamente legittima. Moratti non gradì molto…».

 

Fra la trentina di titoli, uno degli ultimi libri, “Va all’inferno, Dante!”. A cosa è dovuta questa passione, considerando che collezioni la “Divina commedia” in tutte le lingue?

«Risale all’università, due anni di corso in cui mi sono dedicato e appassionato a Dante; credo, poi, ci sia un’affinità di spirito, nel mio mestiere nelle analisi di fine gara amo sottolineare il lato epico, è la mia indole: mandare all’inferno o in paradiso i protagonisti di quell’epica cui ho appena assistito mi trova in perfetta sintonia con il Poeta…».

 

Dante sollecita una domanda. Invece della lavagna con buoni e cattivi, proviamo a fare tre nomi secchi del nostro calcio candidandoli, sorridendo, fra paradiso, purgatorio e inferno.

«Mantenendoci nell’attualità, paradiso a Ilicic dell’Atalanta: la sua è una storia bellissima, ha incarnato la sofferenza della sua città, Bergamo, come se quel dolore lui lo avesse sconfitto uscendo dalla sua “selva oscura” per giocare la sua ultima partita (Benevento-Atalanta, ndc) da paradiso…

Purgatorio, Pirlo, tecnico della Juventus. Arrivato a sedere sulla panchina della Signora senza aver fatto gavetta, che considero purgatorio: le anime devono stare lì prima di andare in paradiso; Andrea, grande giocatore, penso abbia bisogno di tempo, fiducia, qualcosa di buono l’ha fatto già vedere, lo lasciamo un po’ lì a galleggiare, non chiamiamolo ancora “maestro”, poi vedremo se da allenatore guadagnerà in termini di valore quello che da calciatore ha ampiamente meritato…».GARLANDO 04 - 1All’inferno?

«Mi duole, ma anche per motivi di affetto dico Mario Balotelli. Per avere sperperato il suo talento e non per le cose che fa fuori dal campo, liberissimo di farle; non aver mai avuto l’ambizione di valorizzare fino in fondo il suo talento, credo sia imperdonabile: ecco, questo spreco credo che, metaforicamente, meriti l’inferno. Una volta Adriano Galliani, ex amministratore delegato del Milan, disse che fra le prime dieci cose che ama Balotelli non c’è il calcio: credo non ci sia fotografia migliore. Mario, purtroppo, ha usato il calcio come fosse un bancomat, per spendere un milione di euro all’anno per i suoi divertimenti; avesse avuto la testa di Pippo Inzaghi, l’ambizione feroce di diventare Pallone d’oro, oggi avremmo ancora un gran centravanti».

 

Un breve giudizio sulle principali squadre del calcio italiano, Milan, Inter e Juventus.

«Il Milan è il Diavolo in paradiso, nel senso che ha azzeccato tutto: un allenatore con un progetto tattico eccezionale, una squadra riconoscibile per come gioca, i giovani e i “nuovi” che si sono inseriti in fretta; una società che ha sconfessato se stessa, dando dimostrazione di buon senso, cambiando idea e rinunciando a un nuovo tecnico, Ragnick, confermando Pioli: non è così semplice; Maldini sta facendo benissimo, sta andando tutto bene, con questo non voglio dire che vincerà lo scudetto, ma ha un entusiasmo che altre società non hanno.

L’Inter è deludente, non solo per i risultati e per essere uscita da due competizioni in un colpo solo, Champion’s ed Europa League; è stato un fallimento anche dal punto di vista economico, in un momento in cui la società sta avendo problemi di liquidità quei diritti televisivi milionari le avrebbero fatto comodo; deludente anche sul piano del gioco, fa fatica nel crescere, non le è riuscito l’innesto di Eriksen che avrebbe potuto dare qualcosa in più; consola la posizione in classifica trovandosi ancora in alto, però credo fosse legittimo aspettarsi qualcosa di più.

La Juventus è come il Pirlo di cui si diceva. E’ purgatorio, quest’anno per la prima volta ha vinto tre partite consecutive, ma non ha risolto tutti i problemi. A centrocampo concede ancora troppo agli avversari, gli equilibri non sono ancora a posto, dipende ancora troppo da Cristiano Ronaldo, anche lui in calo: quando non gira lui i bianconeri hanno sempre bisogno di un eroe. Nel Milan, uscito Ibrahimovic non se n’è accorto nessuno. La Juventus è ancora una squadra di individualità e le manca il gioco».

 

Per finire, quanto mancano piazze storiche come Taranto, Lecce, Brindisi, Bari, Foggia? Quanto manca la Puglia a chi scrive di sport?

«Tanto, egoisticamente anche per ragioni turistiche. Manca la Puglia, il Sud in genere, la Sicilia, per dire: una trasferta al Sud è sempre piacevole, però al di là del discorso egoistico personale, al calcio da copertina manca la passionalità, il calore del pubblico del Sud. Sento parlare da tempo di un progetto di un supercampionato europeo, una sorta di superchampions: al solo pensiero che questo tagli fuori la provincia italiana, inorridisco: il campionato deve restare quello dei campanili, coprire il più possibile tutta la Penisola; un torneo rappresentato più o meno da tutte le regioni per me resta il campionato ideale. Già vedere gli stadi vuoti è un incubo, ogni volta che assisto a una partita è una sofferenza. Spero si riesca presto a ritrovare questa cornice, che poi è la migliore che il calcio possa regalare a se stesso».

Trentamila saturimetri gratis

Da lunedì 11 gennaio, lo distribuiranno milleduecento farmacie

Cosa sono e come funzionano questi minuscoli strumenti per combattere il Covid-19. Assegnati ai nuclei familiari con un membro affetto da patologie respiratorie. Insieme, Società italiana di pneumologia e Federfarma.

 

A partire da lunedì 11 gennaio, trentamila “saturimetri” saranno distribuiti gratuitamente nelle farmacie ai nuclei familiari al cui interno vi sia un membro affetto da patologie respiratorie. Lo ha annunciato all’agenzia giornalistica Ansa, Luca Richeldi, presidente della Società italiana di pneumologia e componente del Comitato tecnico scientifico (Cts). L’iniziativa è realizzata in collaborazione con Federfarma e coinvolge 1.200 farmacie in tutta Italia. L’obiettivo è anche di prevenire le complicanze gravi legate a Covid-19, particolarmente pericolose per pazienti, si diceva, affetti da problemi respiratori.

 

COS’E’ E COME FUNZIONA

Il “saturimetro” è uno strumento molto semplice da usare. Questo particolare aggeggio di minuscole dimensioni permette di valutare la saturazione di ossigeno dell’emoglobina presente nel sangue arterioso periferico (definita “SpO2”) e, contemporaneamente, consente di misurare la frequenza cardiaca del soggetto. Detto anche pulsiossimetro o ossimetro, consente in pratica di misurare e monitorare il grado di saturazione di ossigeno nel sangue anche stando a casa.

Il “saturimetro” è un dispositivo che dispone di uno schermo LED e, una volta acceso, basta inserire il dito nello strumento: il led illuminerà la parte centrale dell’unghia e dopo qualche secondo viene letta e indicata la saturazione di ossigeno e la frequenza cardiaca.

Il principio di funzionamento su cui si basa il “saturimetro” è quello della spettrofotometria. Proprio la saturazione di ossigeno nel sangue è un indice ematico che permette di stabilire il grado di funzionalità respiratoria dell’individuo.

 

SATURAZIONE E VACCINI (SECONDA DOSE)

Quanto ai valori della saturazione, quando questi sono superiori al 95% sono da considerarsi normali. Se il paziente presenta valori inferiori al 95%, si è in presenza di una condizione di ipossiemia. La situazione è definita grave quando i valori sono uguali o inferiori all’85%. In questo caso bisogna avvertire il medico. L’uso del saturimetro, nel caso di pazienti con Covid-19, è fondamentale per valutare la funzionalità respiratoria, il cui peggioramento può legarsi a gravi complicanze dell’infezione da SasrCov2.

«In Italia resta, al momento, l’indicazione di effettuare la seconda dose, ovvero il richiamo, del vaccino Pfizer-BioNTech dopo 21 giorni dall’inoculazione della prima. Ciò sulla base delle attuali indicazioni dell’Agenzia italiana del farmaco Aifa e degli studi disponibili», ha concluso Richeldi, parlando di vaccini.