«Aiutiamo le fasce deboli»

Fabio Concato, un cantautore fuori dal coro

«Provo a far sorridere, commuovere, pensare. L’uomo deve sempre essere al centro dell’attenzione. Dobbiamo sforzarci nel guardare quanti hanno bisogno di aiuto. Non ci sono più i De Andrè e i Paoli di un tempo, ma ammiro Samuele Bersani e Niccolò Fabi, che come me pubblicano quando ne hanno voglia».

 

«Dobbiamo sforzarci nel guardare gli altri mettendoci nei panni di tutti, soprattutto delle fasce deboli». Fabio Concato, non canta o scrive e basta. E’ uno di quegli artisti che pensano, provano a scoccare scintille, a provocare ragionamenti. Più di trent’anni fa scrisse “051/222525”, in favore del Telefono azzurro. Invitò molti colleghi ad imitarlo e cedere i diritti all’associazione che tutela i minori dagli abusi dei grandi. Non ci fu una grande risposta. Lui è andato avanti per la sua strada. Coerente com’è, l’ha riproposta perfino nel suo album di cover “Non smetto di ascoltarti”. Insomma, per non dimenticare le creature fragili e indifese.

Concato, compare e scompare. Un po’ come il titolo di una sua raccolta, “Scomporre e ricomporre” pubblicata tanti anni fa. Non ha grande feeling con la discografia, lo stesso dicasi con i discografici. «Oggi i discografici, ammesso che ce ne siano ancora in circolazione, non hanno molto tempo da dedicare ai ragazzi, ai giovani che mostrano di avere stoffa: vogliono tutto e, possibilmente, subito: sarà per via dei talent, non so…».

La sua storia è diversa rispetto a quelle attuali. «Ho avuto la fortuna di incontrarne uno serio, mi disse di scrivere e scrivere, cantare e cantare, ma di non pensare che a canzone bella corrispondesse il successo sicuro: mi disse che avrei dovuto fare album per cinque, sei anni e poi qualcosa sarebbe accaduto: arrivò, puntuale, “Domenica bestiale” e, con questa, il successo».

“Domenica bestiale”, “E ti ricordo ancora”, “Speriamo che piova”, “Guido piano”, “Fiore di maggio”, “Sexy tango”, “Tienimi dentro te”, “Rosalina” e tante altre ancora. Tutte perle che permettono al popolare artista milanese, sessantotto anni a fine mese, di vivere di rendita, fra concerti e raccolte.

 

UN SUONO CHE CREA UN’ATMOSFERA

Fabio Concato, un suono che crea atmosfera. C’è tutto il mondo di un artista, amatissimo dal suo pubblico, rispettato da quanti hanno altre preferenze, ma che ugualmente seguono i “corpo a corpo” di un cantautore che, come, pochi ha lasciato segni indelebili nella canzone italiana.

Discreto, schivo, quando parla Concato sembra una della sue canzoni. Pieno di contenuti, essenziale, privo di orpelli. Il confine fra Concato e il suo pubblico sono lo studio di registrazione e i “live”, il resto, dice lo stesso artista, è vita. Non è un obbligo sorridere comunque, dire cose carine per compiacere a tutti i costi. E quando parla volentieri, cosa che non gli capita spesso, e non per una forma di snobismo, dice cose sempre interessanti.

Sui suoi concerti, per esempio. «Non c’è mai un concerto uguale all’altro, le atmosfere musicali sono in continua evoluzione, cambia anche a seconda del pubblico. Con i miei musicisti un momento eseguiamo un brano in chiave rock, poco dopo passiamo ad atmosfere acustiche delicate, sul tipo di “Domenica bestiale”».

Uno dei suoi manifesti, “Domenica bestiale”, che non sempre ha eseguito in pubblico. Un po’ come per Fossati “La mia banda suona il rock”. «Di altri non so, ma a me capita spesso di mettere in piedi un repertorio talmente ampio, che qualche canzone resta inevitabilmente fuori, poi il pubblico insiste, mi chiama per un bis e, allora, la canto: parola grossa, cantarla, in realtà è il pubblico che la esegue…».

 

NIENTE GIRI DI PAROLE…

Fabio Concato, schietto, sincero. Se c’è uno che non perde tempo con giri di parole, questo è proprio lui. Avrebbe potuto fare un album all’anno, cosa gli sarebbe costato? «Molto, intanto perché l’ispirazione non ti viene tanto al chilo: ti metti davanti a un piano, una chitarra e componi le tue otto ore al giorno; non funziona così. Ci sono quelli bravi, che però non conosco, che si mettono lì e prima o poi tirano fuori un’idea. Poi è il pubblico a stabilire se una cosa è bella o se è il caso di soprassedere».

Lei, poi, ama suonare e cantare. «E, allora, se provi a scrivere, non trovi il tempo per fare i concerti, che è una cosa che amo e a cui non rinuncerei tanto facilmente».

Dai suoi concerti si capisce una preparazione colta, scaturita dall’ascolto da tanta musica. «Quella musica che più di ogni altra mi porto dentro l’ho ascoltata quand’ero bambino: a pranzo papà ci faceva ascoltare musica jazz e brasiliana».

Non ci sono più gli artisti di un tempo, né gli spazi. «E’ diventato più difficile lavorare, nel settore della musica in particolare, ma non trovo giusto consigliare a un ragazzo di non provarci: puoi arrivare ai quarant’anni con il rimorso di non aver tentato, provato a fare quello che avevi tanto desiderato. Se c’è crisi nel mondo del lavoro in generale, è anche vero che oggi i ragazzi che vogliono fare musica hanno a disposizione uno strumento importante come il web, che può essere usato per farsi conoscere, apprezzare».

 

CANTAUTORE, DOVE SEI?

Per quanto riguarda i cantautori, non c’è stato ricambio di personaggi straordinari. «Vero, non ci sono i De André e i Paoli di un tempo; ci sono, però, artisti originali e capaci come Bersani, il cantautore naturalmente, Niccolò Fabi e Max Gazzè, mi piacciono perché mi somigliano: pubblicano quando hanno cose interessanti da dire e non perché gliel’ha chiesto un discografico amico».

“Tutto qua” è stato l’ultimo album di canzoni nuove, risale a dieci anni fa. Poi la raccolta “Non smetto di ascoltarti”, canzoni dello stesso cantautore, ma anche di altri. «Quando compongo provo a dare sempre il massimo e l’ultimo album in studio è un Concato al massimo. Canzoni che fanno sorridere, commuovere, pensare, come spero abbia provocato in tutti questi anni la mia produzione. L’uomo al centro dell’attenzione: lo spread, qualcosa di cui si parla molto, ma nessuno sa spiegarlo per bene; sarà anche importante, non dico di no, ma tutti noi non meritiamo forse una vita diversa? Dobbiamo sforzarci nel guardare gli altri mettendoci nei panni di tutti, soprattutto delle fasce deboli». Una definizione, tout-court del suo lavoro. «Ho sempre realizzato dischi d’amore, come i miei concerti, c’è sempre tanto amore in quello che faccio».

Le nostre Maldive

Leucade, Gozo e…

Due isole bellissime, a breve distanza, fra Grecia e Malta. Senza però trascurare la bellezza di soluzioni vicinissime alla nostra Puglia. Paragonabili alle perle che circondano Malé. Con soggiorni a costi contenuti e invitanti, per bellezza e gastronomia “per tutti”.

 

Per chi conosce bene la Puglia, non si stupirà nel sapere che alcune delle più autorevoli riviste, fra queste National Geographic e New York Times – come spesso riportato in questo nostro sito – abbiano indicato la nostra regione come “la più bella del mondo”. Non solo perché emoziona gli occhi e il cuore, ma anche perché stuzzica il palato, con una gastronomia che non conosce eguali, senza che questa provochi emorragia al portafogli. Per farla breve: bella e contenuta nei prezzi. E questo per ciò che riguarda la Puglia, in particolare “le Maldive del Salento”. Ma andiamo per ordine, a proposito di vacanze coniugate al mare e alla bellezza dei luoghi circostanti, diamo ospitalità a due mete non lontane da qui e che hanno quel po’ di straniero. Due isole: Leucade (Grecia) e Gozo (Malta). Poi dedicheremo la nostra attenzione alle nostre bellezze o comunque a un isolato da casa nostra.

Intanto partiamo dai turisti che si dividono in due categorie, come indica uno dei siti più attrezzati come “Proiezioni di Borsa”: i giovanissimi, che cercano i luoghi più frequentati e alla moda, e i meno giovani, con figli e nipoti al seguito, che invece sono alla costante ricerca di relax, comunque di tranquillità e località non proprio frequentate, ma non meno affascinanti di quelle prese d’assalto dai più giovani. Dunque, secondo gli esperti, due sarebbero le principali rotte, dove trovare sole e mare, coniugati a ospitalità e tranquillità. Insomma, come fare tombola.

 

LEUCADE E GOZO…

Dunque, due le isole indicate dal sito. La prima in Grecia, Leucade; la seconda, Gozo, a un “isolato” da Malta. La Grecia è da sempre una delle mete preferite dagli italiani: tanto per la vicinanza, quanto per l’ospitalità. Di recente, a causa della crisi, i prezzi avevano registrato una impennata nelle mete principali. Una delle isole più grandi, ma ancora abbastanza a misura d’uomo è quella di Leucade. Si trova sullo Ionio, ha un fascino talmente importante da essere stata definita una delle più belle del Mediterraneo. E’ la meta perfetta per chi cerca solitudine completa, ma anche per chi ha voglia di ristoranti, locali notturni e movida.

Detto di Leucade in Grecia, ora ci trasferiamo a Malta. O meglio, nell’isola di Gozo. Piccola, ma allo stesso tempo perfetta per chi abbia voglia di escursioni, natura e, perché no, siti archeologici (monumenti inseriti fra i patrimoni dell’Unesco). Quest’isola, poco conosciuta è stata ribattezzata “l’isola della felicità”. Se appassionati di gite in barca, spiagge praticamente deserte e percorsi naturalistici da fare a piedi e in bici, bene, Gozo è l’isola che cercavamo. Non lontana fisicamente, ma sufficientemente distante dalla ressa dei turisti (non ha uno scalo aeroportuale).

E ora, la Puglia, la regione più bella del mondo. E non solo, la più “risparmiosa”, proprio perché è possibile visitarla con pochi soldi in tasca gustando le eccellenze della tradizione culinaria. Una cena a base di antipasti e arrosto misto di carne con vino di produzione della casa non supera i trenta euro. Si spende meno, addirittura, se la nostra scelta si orienta su un primo piatto con frutti di mare oppure orecchiette con cacioricotta. Allo stesso modo il costo di una pizza margherita si aggira intorno ai quattro, cinque euro, fino a sei o sette se ordiniamo quella con impasti speciali.

 

…E PESCOLUSE

Dunque, dove si trovano quelle località che suggerisce “Proiezioni di Borsa”? Detto che le spiagge da visitare nel Salento sono innumerevoli, le più famose restano: la Baia dei Turchi, Punta Prosciutto, Punta Pizzo e Punta della Suina. Ma la vera spiaggia delle “Maldive di Italia” si trova proprio in un piccolo comune di Lecce nella Marina di Pescoluse, tra S. Maria di Leuca e Gallipoli e per esser precisi, sei chilometri di spiaggia tra Torre Pali e Torre Vado. Pescoluse offre prezzi vantaggiosi e ottime soluzioni di alloggio. E con ciò si intende in particolare l’assoluta vicinanza a spiagge libere, paesaggi incontaminati, paesaggi spettacolari e grotte carsiche.

Anche una famiglia di quattro persone può soggiornare in una frazione o paesino vicinissimo al mare senza spendere somme così elevate. Fra monolocali, bilocali e ville o appartamenti più spaziosi, a seconda delle esigenze e i prezzi sono davvero incoraggianti. Specie per quelle famiglie più numerose, che potrebbero approfittare delle offerte “last minute” che partono dai cinquecento euro a settimana, in particolare se si sceglie l’ultima settimana di giugno (a luglio il pernottamento sale a milleduecento euro). Visto come è possibile avere indicazioni utili alle vostre vacanze, facendo un sicuro mix nel rapporto qualità-prezzo? La Puglia è qui, mentre stanno cadendo le ultime restrizioni, noi un pensierino ad un’estate fra sole e mare, senza trascurare le masserie, lo faremmo volentieri.

Battiato, un essere speciale…

I concerti “tarantini” di un grande della musica

Ci fece spellare le mani allo Iacovone con “Cuccurucucù” e sognare all’Orfeo con “Era de maggio” di Mario Costa, nostro grande concittadino. Acuto e ironico anche nel privato, il popolare cantautore siciliano aveva impresso un’altra marcia alla canzone italiana. Un pomeriggio insieme, a bordo di una modesta utilitaria. Lui accanto al posto di guida, sul sedile posteriore Giusto Pio, Alberto Radius e Mino Di Martino. «Ho ribaltato il pop come fosse un guanto, la gente se n’è accorta e questo mi riempie di orgoglio…».

 

Franco Battiato, uno degli immensi autori ed interpreti della musica italiana, e la città di Taranto. Un legame di grande affetto. Il primo concerto in città nel lontano 1973, l’ultimo nel 2008. Piuttosto che tessere lodi di un grande artista, con una lunga sequela di titoli di canzoni, cosa che hanno fatto in questi giorni radio, tv, stampa e siti, preferiamo ricordare il maestro nel suo tratto più semplice, alla mano. Un episodio di qualche anno fa. Ma andiamo per ordine, partiamo dai concerti.

Teatro Alfieri, Cinema Fiamma, stadio Iacovone, teatro Orfeo, Rotonda del Lungomare. Battiato a Taranto, dal ’73 allo ’08, da “Pollution” e “Fetus” a “Fleurs”, passando per La voce del padrone, fino ai Dieci stratagemmi. Ci sarebbe stato anche uno stadio Salinella (era il ’74), se fosse arrivato per tempo, invitato dagli organizzatori, per cantare sullo stesso palco degli Henry Cow.

«Stiamo rovesciando il pop italiano come un guanto, la gente se ne sta accorgendo e questo mi riempie di orgoglio, ripagandomi di tanti anni di lavoro e qualche incazzatura…». Location stretta, per cinque, quattro ospiti e un conducente. Una Fiat 127 bianca, la mia, con la quale mi spostavo da Taranto a Bari, in occasione di “Azzurro”, manifestazione canora che Vittorio Salvetti, patron del Festivalbar, aveva voluto realizzare al Petruzzelli con tanto di riprese televisive, una volta per la Rai e una per Mediaset.

 

UN’AUTO, UN FESTIVAL…

Dunque, in quell’auto, modesta, «ma accogliente», secondo il maestro – seduto accanto al posto di guida, dunque meno sacrificato rispetto al resto del gruppo posizionato nelle retrovie – che aveva una buona parola per tutto. Quel pomeriggio, in quell’abitacolo c’erano Franco Battiato, Giusto Pio, Alberto Radius e Mino Di Martino. Praticamente un festival in un abitacolo. Cosa ci facevano tutti insieme e per giunta nella mia auto? Me lo chiedevo anch’io, la risposta, implicita, arrivò qualche istante dopo. Ci stavamo spostando da un albergo al teatro, dove si tenevano le prove in vista della diretta del programma. Il taxi tardava, Angelo Busà, grande amico e promoter della EMI italiana, mi chiese la cortesia di accompagnare il “gruppo musicale” al Petruzzelli. Detto, fatto. «Va benissimo, non ci formalizziamo, non dobbiamo partire mica per Milano», fece Battiato, «anche una Cinquecento è ok, purché si arrivi in orario: ci aspettano, odio ritardare e, quel che è peggio, sentire rimbrotti e smadonnamenti». Che ci fosse Giusto Pio, da non crederci, gambe accavallate – postura storica, la sua – anche in auto e un ginocchio schiacciato su una mia costola, tutto sommato ci stava. Ma Radius della Formula 3 e Di Martino dei Giganti, francamente mi sfuggiva. Non erano fra gli ospiti di quella rassegna. «Grandi musicisti, ma soprattutto grandi amici: sono la citazione di un pop che ha detto la sua e che può tornare a fare la voce grossa, ecco perché “Cuccurucucù paloma”…». «E “Il mondo è grigio il mondo è blu” di Di Bari? Non solo, “Le mille bolle blu” di Mina…», provai a fargli eco, «dove le mettiamo?». «Se è per questo “Lady Madonna”, “With a little help from my friends” dei Beatles, “Ruby Tuesday” dei Rolling Stones, “Let’s twist again” di Chubby Checker, oppure “Just like a woman” e “Like a Rolling Stones” di Bob Dylan…».

«Va bene, va bene, mi arrendo, maestro…», mentre svolto per corso Cavour e guardiamo con sollievo il Teatro Petruzzelli in tutta la sua bellezza. Siamo in orario, viva i taxi che viaggiano in ritardo. «I pass ce li abbiamo, possiamo scendere, il nostro amico parcheggia e ci raggiunge…», Pio. «Accidenti, dimenticato in albergo, Busà si era tanto raccomandato…», Battiato. «Vuoi che non ti facciano entrare?», mi anticipa Radius. «Come vuoi che comincino senza di te?», rincara il chitarrista, nonostante Battiato lo canzoni con «Oh, babe», alludendo al brano “Lombardia” (Gente di Dublino). L’impressione era che fosse un po’ compiaciuto del suggerimento. Bello poter dire all’ingresso posteriore del teatro «Sono Battiato, non ho il pass: che faccio, vado a casa o mi fa cortesemente entrare sulla fiducia?». Scherzò, acuto com’era, dando sfumature anche una semplice battuta. Andò bene, si fidarono di “quel signore”, due gocce d’acqua con l’artista visto una domenica a “Discoring”, primo in classifica con “La voce del padrone”.

Quella dell’album con “Bandiera bianca”, altra storia. Il primo 45 giri non aveva avuto l’effetto voluto da discografici e management. In inverno, il suo impresario Angelo Carrara, aveva venduto le date della successiva estate a prezzo di puro realizzo, quando in primavera, inattesa, sbocciò “Cuccurucucù” e un successo che, per primo, trascinò quell’album oltre il milione di copie vendute. Come all’epoca era accaduto a “Lucio Dalla” e “Burattino senza fili” di Bennato.

 

PAZZESCO CUCCURUCUCU’

Fuori programma allo Iacovone, prima dell’inizio del concerto, estate ‘82. Carrara, l’impresario, chiese «un po’ di umana comprensione» agli organizzatori, Tommaso Ventrelli, Emilia ed Antonio Venezia. Non si “compresero”, ci fu tensione, minaccia di annullamento della serata compresa, ma il concerto fu un successo. In gradinata in diecimila si spellarono le mani per applaudire “Bandiera bianca”, “Centro di gravità permanente”, “Cuccurucucù” e “Sentimento nuevo”.

Battiato era stato al Teatro Alfieri, poi al Cinema Fiamma, in quell’occasione insieme con il Telaio Magnetico e l’Iskra Jazz Trio, due spettacoli, pomeriggio e sera. Quattro gatti, due per spettacolo, e una contestazione, contenuta fortunatamente.

Detto dello stadio Iacovone nel 1982, Battiato nel 2004 fu ospite anche a Grottaglie, Cave di Fantiano. A seguire, al teatro Orfeo nel 2007 (Amici della musica) e sulla Rotonda del Lungomare nel 2008 (Notte bianca). In mezzo, canzoni di rara bellezza, fra tutte “La cura” e “Povera patria”, con “L’era del cinghiale bianco”, “Voglio vederti danzare”, “La stagione dell’amore”. Senza contare la ripresa di pietre preziose – “Fleurs”, le ribattezzò il maestro – della canzone d’autore come “Insieme a te non ci sto più” (Paolo Conte per la Caselli) e “Te lo leggo negli occhi” (Endrigo). E, ancora, “Ritornerai” (Lauzi), “Il cielo in una stanza” (Paoli) e “Era de maggio”. Quest’ultima, testo di Salvatore Di Giacomo, musica del tarantino Mario Costa, eseguita da Battiato all’Orfeo per la rassegna “Amici della Musica”. Un omaggio alla città che quella sera l’aveva ospitato e mai lo dimenticherà. Taranto, con affetto.

«Taranto, tesoro a cielo aperto»

Carlo Sangalli, presidente nazionale di Confcommercio

«Centro storico bellissimo: colonne doriche, palazzi di pregio, la cattedrale, l’università», dice il numero uno dei rappresentanti del commercio italiano. «Rigenerare un territorio partendo dalla Città vecchia, significa portare avanti valori fondamentali e lavorare su identità, dignità e operare su una prospettiva di futuro per i giovani». L’amicizia con l’arcivescovo Filippo Santoro, la stima per Leonardo Giangrande, il calcio e le partite che gioca e vince. «Non mi è mai piaciuto perdere…»

 

Il primo incontro, quello, si dice, che non si scorda mai, è avvenuto nella bella e accogliente sede universitaria “Aldo Moro” di Taranto, nel cuore della Città vecchia. Quell’incontro, fatalità, finisce ad ora di pranzo inoltrata, tanto che perde il primo aereo, quello delle 15. L’angolo più prezioso e amato della città che in questi giorni sta cominciando a rifiorire.

Carlo Sangalli, presidente nazionale di Confcommercio, prenderà il volo successivo. «Sono quasi contento di averlo perso – sorride – mi attendono a Milano in serata, arriverò comunque per tempo, mi auguro; mi tratterrò qualche minuto in più a Taranto per dare un’occhiata a un tesoro già visto di sfuggita, al mio arrivo, ma che mi ha fatto grande impressione: il Centro storico della città; ne avevo appena visto un pezzettino: Colonne doriche, palazzi di pregio, la cattedrale…».

Dopo le 14, Sangalli approfitta di quella manciata di minuti in più che è riuscito a rastrellare un po’ qua e un po’ là. Passeggia per via Duomo, maniche di camicia. Si ferma con i dirigenti Confcommercio di Taranto, con il presidente Leonardo Giangrande. Non dà l’impressione del mordi e fuggi. Non ha molto tempo a disposizione, ma non parla di corsa, non mette ansia. Per dirla tutta, se la gode. Siede ad uno dei tavolini, disposti su una suggestiva scalinata “interna” al Caffè letterario, un’idea di partenza sostenuta con forza da Barbara e Claudia Lacitignola, fra le prime a scommettere su un’attività nel cuore della Città vecchia.

 

RIPARTIRE DALL’IDENTITA’

Un pensiero alla riqualificazione. «Rigenerare un territorio partendo dalla Città vecchia – attacca Sangalli – un tesoro a cielo aperto, significa portare avanti valori fondamentali che non devono scomparire per nessun motivo al mondo; abbiamo l’obbligo di fare tutto il possibile perché questo non accada, impegnandoci più del dovuto: la riqualificazione di un borgo antico significa lavorare sull’identità, sulla dignità, operare su una prospettiva di futuro per i giovani».

«La sede universitaria di Taranto – prosegue Sangalli – è di una bellezza straordinaria, suggestiva: devo fare i miei complimenti agli amministratori locali per avere assegnato ai giovani, dunque, al futuro di questa città, una sede così importante e impegnativa».

L’abbraccio con l’arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro. Si conoscono dai tempi di Comunione e liberazione, ambiente cui Sangalli è sempre stato vicino. Ma anche per via della sua passione calcistica. Non solo in qualità di accanito sostenitore del Milan, ma anche come calciatore.

Nonostante i suoi ottantaré anni, quando può indossa ancora gli scarpini da calciatore. E non esistono amichevoli. «Adesso accade un po’ meno, ma non nascondo che la tentazione è sempre grande». E’ un grande sportivo, ma non nasconde la sua determinazione. «Le partite voglio sempre vincerle – ricorre a una metafora, sorride il presidente nazionale di Confcommercio – non mi piace perder tempo, entrare in campo, qualsiasi sia il terreno di gioco, e prenderle: diciamo che in tutti questi anni, spesso e volentieri, le ho date…».

 

DA QUI, IL FUTURO DEI GIOVANI

Taranto e la Città vecchia. «Bisogna fare in modo che questa realtà – riprende Sangalli – che nel passato ha significato tanto per lo sviluppo di tutta la città, continui a rappresentare tanto anche per il futuro, soprattutto per i nostri giovani; per chi qui ci studia e per chi, qui, vuole continuare a viverci: un messaggio più volte lanciato dal presidente Giangrande, un impegno serio e responsabile il suo».

Giro fra i vicoli, primo giudizio. «Questo centro storico è meraviglioso – si passa quasi una mano sul cuore il presidente Confcommercio – dovete credermi: io stesso sono nato in un piccolo paese della Comasca, Porlezza, cittadina con lo sguardo sul lago Ceresio, con spiccata vocazione turistica, come la vostra Taranto. Bene, quando vedo cose simili a vicoli, chiese e campanili, mi tuffo nel mio passato e vedo la mia stessa gente: piena di entusiasmo e voglia di fare. E’ questo il sentimento che ho colto qui: solidarietà, passione, partecipazione della gente».

Guardandosi intorno, primo pomeriggio di sole, fra vicoli, palazzi storici e basilica, un’idea di futuro. «Idea di futuro per questa terra – conclude Sangalli – la dico così: viste passione e determinazione, sono ottimista; ma, attenzione, il mio non è un atteggiamento di maniera: sono ottimista convinto».

«Spegniamo le cellule tumorali»

Un team italiano avrebbe scoperto un “interruttore”

Uno studio starebbe per “pensionarle” con largo anticipo. Fondamentale sviluppare approcci terapeutici destinati a colpire malattie dal cancro alle patologie legate all’età. Protagonista il gruppo dell’Area Medica dell’Università di Udine. Le opinioni di addetti ai lavori e la pubblicazione della scoperta su riviste internazionali specializzate.

 

Non ci fosse di mezzo ancora la pandemia, la notizia riportata dalle agenzie di tutto il mondo, avrebbe del sensazionale. Ci inorgoglirebbe come nessun’altra cosa, specie in un momento così critico e all’interno del quale non c’è pietà per gli italiani. Ma andiamo per ordine: un nuovo “interruttore”, per farla breve e per non usare un linguaggio troppo scientifico, c’è tempo e spazio per fare ricorso a un dizionario tecnico, starebbe per “pensionare” le cellule con largo anticipo.

Questo sistema, un “interruttore” si diceva, eviterebbe la replica incontrollata – così come accade nel cancro – è stato scoperto dal Gruppo di Biologia cellulare del Dipartimento di Area Medica dell’Università di Udine. Un successo tutto italiano ripreso, come accade in casi come questi, da una rivista scientifica: “Genome Biology”, pubblicazione che fa parte del gruppo editoriale Springer-Nature.

Nel dettaglio, entra Claudio Brancolini, coordinatore del Gruppo di ricerca. Intanto ricordando il contributo dato allo studio dagli scienziati dell’Università La Sapienza di Roma e il sostegno di “Sarcoma Foundation of America” e del progetto “Epic Interreg Italia-Austria”. «Acquisire conoscenze sulla regolazione epigenetica della senescenza – dice Brancolini – è fondamentale per poter sviluppare promettenti approcci terapeutici destinati a colpire malattie come il cancro o patologie legate all’età». Attraverso questo lavoro svolto in equipe, è stato individuato, si diceva, un “interruttore”, insomma un nuovo regolatore epigenetico, oltre a quelli che già erano noti da tempo: l’HDAC4, responsabile per la ri-organizzazione del genoma nella cellula senescente. E’ quanto spiega il coordinatore del Gruppo di ricerca che fa cappo agli studiosi del Dipartimento di Area Medica dell’Università di Udine.

 

MAPPATURE EPIGEMOMICHE

Utilizzando tecniche di modificazione del genoma, conosciute come CRISPR-Cas9 (Premio Nobel 2020) ed eseguendo mappature epigenomiche, il team friulano ha dimostrato che proprio la proteina HDAC4 viene degradata durante la senescenza e questo permette l’attivazione di particolari regioni del genoma, definite enhancer e super-enhancer, che funzionano proprio come fossero direttori d’orchestra per attivare il programma di senescenza.

«E se è vero che si tratta di una condizione fisiologica legata in parte all’avanzare dell’età – ha spiegato Brancolini – la “senescenza cellulare” è anche un vero e proprio salvavita; di fronte a mutazioni del DNA, capaci cioé di provocare malattie come il cancro, il fatto di mandare una cellula in arresto proliferativo anzi tempo, interrompendone il ciclo vitale, consente di scongiurarne la proliferazione incontrollata permettendo così all’organismo di difendersi con efficacia da attacchi potenzialmente mortali». In estrema sintesi, “spegnere” questo regolatore epigenetico – permetterebbe alla cellula di invecchiare mettendo fine al ciclo vitale e alla sua capacità di replicarsi.

 

SCOPERTA SENSAZIONALE

Scoperta sensazionale che ha avuto numerosi apprezzamenti a qualsiasi livello e che è stata commentata anche da numerosi ricercatori. «Fino a questo momento – ha dichiarato Eros Di Giorgio, ricercatore Airc –  si pensava che questo processo fosse soltanto un meccanismo di allarme, per spronare il sistema immunitario a riconoscere le cellule invecchiate e ad eliminarle così da promuoverne il ricambio: oggi sappiamo che, oltre a questo, c’è soprattutto la necessità di mantenere la cellula il più possibile integra ed in buona salute bloccando così l’accumularsi di alterazioni che alla lunga sono responsabili del cancro».

Il team di ricerca, intanto, prosegue nello studio per trovare il sistema e bloccare definitivamente – con l’ausilio di questo “interruttore” – l’alimentazione delle cellule tumorali e spegnendone la proliferazione. Una scoperta che avrebbe avuto un che di clamoroso, se non ci fosse stata di mezzo una sciaguratissima pandemia, ma che apre la strada a terapie totalmente innovative nel campo dei chemioterapici in grado di modulare il metabolismo cellulare, fattore critico nell’aggressività del tumore. E questa sì che sarebbe la scoperta del secolo.