Ore 9, fine del Ramadan

Giovedì mattina, Rotonda del Lungomare a Taranto

Centinaia di musulmani uniti in preghiera. Fra questi, operatori e ospiti di “Costruiamo Insieme”. Ringraziamenti a Prefettura e Comune di Taranto. Nel rispetto delle norme sul distanziamento. Tappetini e fedeli a un metro e mascherine indossate. Festeggiamenti della comunità islamica del territorio.«Ci siamo rivolti al Cielo per la pace e la salute, contro il covid e qualsiasi conflitto che porta morte e dolore», dicono i nostri ragazzi.

 

Giovedì 13 maggio, ore nove del mattino, Rotonda del Lungomare di Taranto, fine del Ramadan. I ragazzi della cooperativa “Costruiamo Insieme” festeggiano insieme con i fratelli di fede musulmana. Pregano insieme per la pace in ogni angolo del mondo, salute, contro la sciagura covid, perché finisca il nuovo conflitto riesploso in Palestina. Per questo e non solo hanno pregato le centinaia di musulmani che si sono dati appuntamento sulla Rotonda del Lungomare. «Abbiamo pregato due volte: non solo per festeggiare la fine del Ramadan, ma anche perché il tempo restasse bello, soleggiato, come in effetti è stato, così che in quelle due ore per le quali ci è stata gentilmente concessa l’autorizzazione della Prefettura, dalle sette alle nove del mattino, potessimo pregare sulla Rotonda del Lungomare». In mattinata, dalle sette alle nove, i ragazzi di fede musulmana, dunque, hanno festeggiato la fine del Ramadan, durato trenta giorni, iniziato martedì 13 aprile e conclusosi giovedì 13 maggio.

Idrees, carattere mite, ora appare rilassato. Ha un’spressione serena, sorride, festeggia la fine del Ramadan insieme con i suoi amici, Alì, Abdu, Himu e Ansoumane. Operatori e ospiti della cooperativa “Costruiamo Insieme”, si sono ritrovati sulla Rotonda insieme ad altri fratelli di fede musulmana, per pregare ancora insieme come accade da qualche anno, anche grazie alla grande sensibilità delle istituzioni cittadine, Prefettura e Comune di Taranto in primis. «Taranto, città ospitale e rispettosa – dice Idrees – non solo per l’accoglienza riservata agli stranieri, in particolare gli extracomunitari che chiedono asilo, ma anche nei confronti della nostra fede: molti in mattinata hanno seguito nel massimo silenzio e nel massimo rispetto la nostra preghiera; nonostante fosse un orario trafficato, non abbiamo avvertito rombo dei motori, né colpi di clacson: sono momenti come questi che ci emozionano, le nostre preghiere hanno raggiunto il Cielo e il cuore dei tarantini che ci hanno manifestato rispetto, che è anche una forma di affetto».Ramadan 2 - 1

foto di repertorio

 

TARANTO, IL BORGO, I FEDELI

Nella mattinata di giovedì, il Borgo si è riempito di numerosi fedeli musulmani, con addosso il vestito della festa e il proprio tappetino arrotolato e custodito con cura. Era appena finita l’ultima preghiera del Ramadan. Molti ragazzi hanno il volto disteso, sorridono, dentro avvertono forte quasi un’esplosione di gioia, tanto sono felici. «Decine di fratelli – dice Abdu – sono arrivati dalla provincia, adesso stanno facendo il biglietto, chi alla stazione, chi in un esercizio, per tornare a casa o sul posto di lavoro con il treno o con l’autobus».

«Abbiamo anche apprezzato la presenza, discreta, di agenti delle forze dell’ordine – dice Ansoumane – che hanno osservato a distanza che tutto avvenisse secondo quanto stabilito, ma anche per prevenire eventuali contrattempi: non è successo nulla in questi anni, da quando cioè chiediamo l’utilizzo della Rotonda: a fine preghiera, i tarantini più curiosi, ma con educazione e tatto, ci chiedono informazioni, sul rituale e sulla nostra fede; anche questo è un modo di rispettarsi, avere rispetto per la fede altrui».

«Spieghiamo che noi amiamo il nostro dio, Allah – ha detto Alì – come loro amano il loro Dio, e che ognuno si unisce in preghiera con i propri fratelli: anche noi, come loro, abbiamo invocato il nostro dio per la pace e la salute, per la fine della pandemia che si è abbattuta come una sciagura su tutto il  mondo privandoci della salute e dell’affetto dei nostri cari; speriamo che quest’apertura sia di buon auspicio per l’immediato futuro, perché tutti possano riprendere nella massima serenità le attività sociali e tornare a lavorare prima che il covid ci privasse di spazi e libertà».Ramadan 1 - 1

 foto di repertorio

 

«RISPETTIAMO LE NORME»

Anche a Taranto sono state rispettate tutte le indicazioni anti contagio. Ci ha pensato l’imam, lo stesso quanti hanno celebrato e letto la preghiera. Operatori della cooperativa “Costruiamo Insieme” hanno sensibilizzato tutti i loro ospiti a rispettare le norme indicate dal decreto. Ogni fedele ha preso parte alla preghiera con il suo tappeto. Prima di stendere il tappetino e pregare i fedeli hanno provveduto ad igienizzarsi le mani, mantenendo almeno un metro di distanza. Naturalmente tutti hanno indossato la mascherina. In questo modo la comunità islamica della nostra provincia ha celebrato la preghiera dell’“Eid-al-Fitr”, una volta concluso il Ramadan, guardando al cielo e sperando, come accaduto, che il tempo reggesse almeno durante la celebrazione della preghiera.

Quella tarantina è una comunità perfettamente integrata nel tessuto sociale. In questi mesi di emergenza sanitaria ha prestato aiuto a famiglie in difficoltà.

Per il secondo anno consecutivo la festa per la fine del Ramadan si è svolta nel perimetro delle regole indicate dalle norme anticovid, regole cioè che garantiscano il distanziamento e che invitano anche quest’anno a frammentare i raduni.

«Taranto nel cuore»

Piero Pepe, attore tarantino, scomparso a settantacinque anni

«Infanzia, adolescenza, gli angoli della “mia” città», ricordava ogni volta che veniva al teatro Orfeo con Aldo e Carlo Giuffré, con cui ha recitato per quarant’anni. Un pranzo, con lui e un ospite, inatteso e graditissimo. Da “Napoli milionaria” a “La fortuna con l’effe maiuscola” in teatro, in tv e al cinema, con Massimo Ranieri e Nanni Loy. «Un giorno mi piacerebbe portare una mia produzione nella città in cui sono nato e che sento ancora mia…», aveva confessato.

 

«Mi so’ fatto chiattulille, dimmi la verità?». «Ma quando mai, Piero, sei in forma, si’ ‘na bellezza, anzi…Settebellezze», la mia risposta. In “Napoli milionaria” di Eduardo, diretto da Giuseppe Patroni Griffi, era stato “Settebellezze”, l’affascinante seduttore di donna Amalia, moglie di Gennaro, il protagonista della commedia che al suo ritorno troverà una famiglia completamente cambiata. Piero, altri non era, che Piero Pepe, tarantino di origini, napoletano di adozione. Era, perché il suo cuore generoso ha smesso di palpitare. E quella intervista più volte rimandata, oggi diventa un album di ricordi.

Ricorsi storici, Massimo Ranieri, nei panni che erano stati di Eduardo, aveva voluto Piero Pepe accanto a sé, proprio in quella stessa commedia, stavolta nel ruolo del brigadiere. Napoli Anni Quaranta, il sottufficiale dei carabinieri veglia sotto i bombardamenti il povero Gennaro che si finge morto, disteso sul letto e circondato da candele e fiori. «Com’è Massimo?», gli avevo chiesto. «Massimo? Eeeeh, com’è…Tuosto!». Sarebbe a dire che «Fino a quando una cosa non viene come dice isso, ti fa stare là fino a notte…». “Napoli milionaria” fu un grande successo televisivo, lo stesso Ranieri (http://www.costruiamoinsieme.eu/taranto-quante-emozioni/) aveva speso un giudizio che poi giudizio non era, sullo stesso Piero. Breve, ma inequivocabile. «Pepe? Se è bravo? E che te lo dico a fare…», aveva detto di lui il cantante, regista e attore napoletano. Circolava uno scatto della scena più famosa della commedia programmata in Rai. Quei pochi minuti erano un monologo dell’attore di origine tarantina. «Un’altra cosa che avrei voluto portare a Taranto? Le macchiette: ho uno spettacolo in cui recito, canto, indosso la paglietta, coi pizzi, alla maniera del grande Nino Taranto…». Ci teneva, era più forte di lui. Poi quando ci fu l’occasione, ecco che si smarcò, a malincuore. «Mi dispiace, stavolta proprio non posso, ho preso un impegno con la Scuola di recitazione nel teatro dei Padri Dehoniani a Sant’Antonio Abate. Vediamo più avanti, se il Cielo vorrà…».

 

 IL CIELO CAPOVOLTO

Ma il Cielo si è messo di traverso. Pepe,  grande attore della tradizione napoletana, si è spento il giorno del suo compleanno, a settantacinque anni. Non molti sapevano che Piero in realtà era nato a Taranto. E solo alla maggiore età, motivi di studio, si era trasferito a Napoli, per poi eleggere a quartier generale quella che, a ragione, aveva successivamente considerato casa sua: Castellammare di Stabia. «Tornare a Taranto  – confessava, anche con un po’ di rammarico – è come farsi un giro sulla giostra dei ricordi: le strade, gli angoli, le vie, la scuola…». “Scuola”, con quello schiocco che solo i napoletani sanno dare a una “esse” impura. «Qui avrei voluto fare uno stage, insegnare ai giovani attori, perché da queste parti di bravi ce ne sono; avrei anche voluto portare spettacoli che in questi anni ho prodotto personalmente…».

“Natale in casa Cupiello”, altra commedia di Eduardo. Portata in scena al teatro Orfeo di Taranto. Protagonista Carlo Giuffré con cui aveva lavorato quarant’anni. Lo invitai a pranzo, a casa mia. Voleva cortesemente rinunciare. «Carlo vuole partire subito, in albergo hanno cominciato le pulizie alle sette del mattino e il rumore dell’aspirapolvere nel corridoio lo ha messo di cattivo umore: non voglio farlo partire da solo…». «Porta anche il maestro, dopo pranzo ripartite…». A tavola, padrona di casa inappuntabile, un trionfo di frutti di mare e pesce. «A Sud l’ospitalità è proverbiale», spiegò Piero a Carlo. «Vedo, accidenti, nemmeno nel miglior ristorante napoletano…», il commento dell’ospite inatteso. Fra una forchettata e l’altra, piccola confessione tecnica. «Carlo, siamo partiti con “Natale” che durava un’ora e tre quarti, ieri sera all’Orfeo abbiamo fatto notte, due ore e mezza…». «Ci siamo spinti troppo oltre, vero? Ma alla gente piacciono certe battute, o no?», la considerazione del capocomico. Fra una forchettata e l’altra. «Un lunedì, a Milano, non lavoravamo», raccontarono, «siamo andati a trovare Christian De Sica, in scena con “Un americano a Parigi”: eravamo andati a trovarlo per complimentarci, ci fece restare in piedi e passò tutto il tempo a parlare con, come si chiama, Conticini…». «Diamine, dico io – Giuffré – perfino Gianrico Tedeschi aveva un camerino per conto suo, lo stesso la moglie: ognuno ospitava gli amici suoi, ecchecca’…». Non l’avevano presa bene, ma De Sica poteva essere stanco, distratto, qualsiasi cosa. «Io non me lo sono fatto passare nemmeno per la testa, chi se ne importa, è Carlo che ci resta male, non sembra, ma ci tiene all’etichetta…», aveva minimizzato Piero.

 

 “CANDID”, VIVO PER MIRACOLO

Fra un brindisi, con un bel Primitivo e un caffè, Giuffré fece una confidenza. «Monicelli mi voleva per “Amici miei”: volevo il nome in locandina grande quanto quello di Tognazzi, Noiret e Moschin…». Non se ne fece niente, accettò invece Duilio Del Prete. «Bravissimo, grande attore!», concordi Pepe e Giuffré. “La fortuna con l’effe maiuscola” di Curcio ed Eduardo, insieme con Aldo, anche questa all’Orfeo. Ancora un lavoro insieme, Piero era ‘o barone. Alto, bello, elegante, fiore all’occhiello. «Qualche volta abbiamo recitato in provincia…», confessava Piero. «E digli quante volte ti volevano “vàttere”, darti mazzate!», interveniva l’attore-regista. «Evidentemente a Carlo ‘sta cosa non piace, se il pubblico reagisce – diceva Eduardo – è buon segno, significa che sei entrato bene nella parte, forse troppo: non gli ho mai chiesto un aumento, ma la soddisfazione che per qualche minuto gli ho rubato la scena, dico io, me la vuoi dare?».

Un inatteso momento di popolarità Piero, senza saperlo, lo aveva avuto in tv. Candid camera, Italia 1. «Mi finsi l’innamorato di una bella donna che andava a chiedere la sua mano direttamente al marito, confessandogli che volevo formalizzare il rapporto con la sua benedizione: l’uomo sparì per qualche istante, per tornare con un fucile: mi rifugiai sotto un tavolo e urlai “Non spari, non spari: è su candid camera!”, ‘i muort… Uscirono regista e produttori, salvo per miracolo». Colpa del bell’aspetto, del fascino un po’ farabutto, così da riservargli ruoli di “malamente”.

Laurea in Giurisprudenza, Piero era stato subito travolto dalla passione per il teatro. “L’opera buffa del giovedì santo” con Roberto De Simone e poi, per ben settecento repliche, la citata “Fortuna con la effe maiuscola” con Carlo e Aldo. E “Napoli milionaria”, quattrocento repliche. Al cinema Pepe aveva lavorato in “Pacco, doppio pacco e contropaccotto” e “Scugnizzi”, in tv con “I Cesaroni”, “La Squadra”, “Un posto al sole” e “Capri”. Aveva lavorato anche con Eduardo, l’ultima regia del grande attore e regista napoletano. «Non c’è che dire – ripeteva spesso, Piero – Eduardo, i Giuffré, Ranieri, mi sono trattato veramente bene».

Taranto, città dei festival

L’Amministrazione comunale riparte con una serie di eventi

L’impegno del sindaco Rinaldo Melucci riporta cultura e spettacolo a grandi livelli. Dal “Jazz Festival” al “Swing Festival”, dal “Medita” al “Magna Grecia Festival”, proseguendo con “Taranto Opera Festival” e altre grandi sorprese. «C’è grande fermento culturale, abbiamo dato agli operatori culturali della nostra città le chiavi per aprire il cassetto dei sogni», dice il vicesindaco e assessore alla Cultura, Fabiano Marti.

 

Era stato annunciato in un periodo in cui la pandemia aveva preso il sopravvento sull’attività sociale dei taranti. Oggi l’argomento, “Taranto città dei festival”, torna prepotentemente alla ribalta. Non lo ha dimenticato il sindaco, Rinaldo Melucci, che già in questi giorni guarda oltre l’emergenza sanitaria. Tanto che in queste ore sta perfezionando una importante programmazione di eventi estivi con grandi nomi della musica e del teatro.

Mentre in queste ore Taranto diventa zona gialla e, di fatto, scongiura l’aumento dei contagi dovuti al covid, il primo cittadino tiene costantemente sotto controllo i dati epidemiologici con l’evolversi della campagna vaccinale. L’esecutivo guidato da Melucci ha, di fatto, avviato l’interlocuzione con gli operatori culturali della città per esser pronto alla ripartenza dei prossimi mesi, prospettiva particolarmente attesa da un settore che ha sicuramente sofferto quanto e, in alcuni casi, anche molto più di altre attività.

Sulla posizione dell’Amministrazione comunale, il vicesindaco e assessore alla Cultura, Fabiano Marti, ha le idee chiare. «Stiamo organizzando festival ed eventi – dice – con un quadro pandemico al ribasso, finalmente potremo programmare un’estate densa di appuntamenti, soprattutto in totale sicurezza. Stiamo già abbozzando il calendario e non appena avremo certezza rispetto alle misure covid previste, renderemo pubblici anche i nomi di musicisti e artisti coinvolti in una serie di rassegne importanti».

 

C’E’ GIA’ UN PROGRAMMA

Per ciò che attiene molti degli eventi in programma, c’è già uno schema organizzativo avanzato. Dal 19 al 23 luglio tornerà il “Taranto Jazz Festival”. Spetterà alla stessa organizzazione allestire anche il concerto all’alba previsto per l’8 agosto. Dal 20 al 22 agosto toccherà al “Taranto Swing Festival”, mentre il “Medita Festival”, organizzato in collaborazione con l’Orchestra della Magna Grecia, tornerà sulla suggestiva cornice della Rotonda del Lungomare dal 2 al 5 settembre.

“Taranto Opera Festival” e “Magna Grecia Festival” si articoleranno in una serie di eventi tra luglio e agosto, mentre sono in arrivo almeno altri tre nuovi festival che porteranno a Taranto nomi di statura internazionale. E, tutto questo, in attesa della definizione di “Medimex”, “Paisiello Festival” e altri nuovi progetti che interesseranno le periferie cittadine.

La stagione dei festival partirà il 18 giugno (fino al 29) con un progetto dedicato al grande architetto Gio Ponti per concludersi, presumibilmente, il 14 settembre con un grande evento in occasione del “Dantedì” nella Concattedrale Gran Madre di Dio. Anche il teatro avrà il suo spazio. Previste diverse novità che arriveranno nei prossimi giorni, ancora una volta dalla preziosa collaborazione tra il Comune di Taranto e il Teatro Pubblico Pugliese.

 

«TORNIAMO A SOGNARE»

Tutti gli eventi saranno organizzati nel massimo rispetto dei protocolli di sicurezza previsti dalle autorità governative e regionali. «C’è grande fermento culturale – osserva il vicesindaco e assessore alla Cultura, Fabiano Marti – che nasce dalla volontà di ripartire dopo un lunghissimo periodo di stop; ci sono, inoltre, nuovi stimoli che arrivano dal lavoro di ristrutturazione culturale ed economica alla quale la nostra Amministrazione, con il sindaco Melucci in prima persona, sta lavorando ogni giorno. Come riportai in occasione della presentazione della candidatura di Taranto a “Capitale della Cultura 2022”, in qualità di amministratori abbiamo dato agli operatori culturali della nostra città le chiavi per aprire il cassetto dei sogni: loro lo hanno fatto e sono venuti fuori sogni bellissimi, condivisi con tutti i tarantini. La scorsa estate siamo stati i primi a ripartire e abbiamo portato a Taranto tanti eventi, quest’estate contiamo di far meglio, sperando che la pandemia allenti definitivamente la sua morsa per consentire ai tarantini un sospiro di sollievo e un meritato divertimento».

«Filippini, che fatica…»

Corina, cinquant’anni, da trenta in Italia

«Felice di vivere nel vostro Paese. Quando sono arrivata qui, con mio marito, ho scoperto l’idea che gli italiani si erano fatti dei miei connazionali. Turni di lavoro faticosi, guadagni pochi, contributi nemmeno a parlarne. Ora la situazione sta cambiando, sensibilmente…». «Mi sono spezzata la schiena, ma mi sono arricchita dal punto di vista professionale e umano»

 

«Orgogliosa di essere filippina, in tutti questi anni in cui sono stata in Italia, ho potuto toccare spesso con mano l’atteggiamento che hanno gli stessi italiani hanno nei confronti miei e di quanti sono venuti qui dalle Filippine per trovare lavoro». Corina, filippina, cinquant’anni, sposata con un connazionale, due figli, un ragazzo di trentadue anni, una figlia di ventotto; il primo avuto nel proprio Paese, la seconda nata in Italia.

Molto impegnata nelle sue attività lavorative, Corina ha una vita sociale. «Sono cattolica, mi unisco in preghiera con i miei connazionali una volta a settimana, quando il riposo dall’attività lavorativa lo permette: lavoro molto, non conosco cosa sia un momento di sosta, ma ormai ci sono abituata; spesso sento storie di miei connazionali, ci sarebbe da mettersi mani nei capelli: non è giusto, come non è giusto che io sorvoli su certe cose solo perché io stare appena meglio di altri filippini».

Gli italiani come giudicherebbero i filippini? «Non generalizzo, ma in molti c’è l’idea che noi ci accontentiamo di poco e in cambio diamo tanto; il che è anche vero, trovare un lavoro di questi tempi è già tanto, ma far passare l’idea per abitudine possiamo lavorare dalle dodici alle quattordici ore al giorno, è completamente sbagliato».

Non ci si abitua mai a un lavoro pesante. «Invece è questo il concetto che passa: mi duole dirlo, sia chiaro non cambia niente rispetto al mio presente e al mio futuro se dico certe cose, ma non è giusto pensare “Questo lavoro facciamolo fare a un filippino, tanto quelli non s lamentano mai!”: “quelli” saremmo noi, abituati da sempre a dare il massimo nell’accudire una casa o una persona, per una forma di cultura e rispetto che abbiamo nei confronti del prossimo».

Non possiamo darle torto, Corina, ma cosa fa un filippino quando non lavora? «Bella domanda, intanto perché anche quando dovremmo avere un briciolo di riposo per tirare il fiato dalla stanchezza, troviamo il tempo di impegnarci: facciamo le pulizie nelle case altrui, cuciniamo, facciamo da badanti agli anziani, capisce che ci resta poco tempo; bene, questo lo impegniamo per accudire casa nostra: non viviamo in grandi appartamenti, la nostra filosofia è quella di un tetto sulla testa che ci consenta di vivere decorosamente».

 

DUE ORE DI PAUSA… 

Cosa fa lei, allora. «Rassetto casa, la tengo pulita come tengo tirate a lucido le case in cui vengo chiamata per occuparmi di pulizia, cucina, piccoli e anziani: è il minimo che devo fare, anche per rispetto nei confronti della mia mia famiglia e me stessa; quel poco che mi resta lo dedico alla preghiera, una volta a settimana incontro miei connazionali, ma anche altri italiani con cui prego e seguo messa; è un bel ritrovarsi, anche se il quelle due ore appena passano in fretta, non fai in tempo a accoglierti in preghiera che è già arrivato il momento di salutare gli altri fedeli, il parroco che ha celebrato messa e tornare al lavoro».

Una riflessione a voce alta, autentica. Ha ragione Corina. «Vede mai un filippino per strada o davanti ad una vetrina? Detto che siamo facilmente riconoscibili per colore della pelle e abbigliamento, ha visto mai un mio connazionale fermarsi ad ammirare un vestito o un paio di scarpe? Andiamo sempre di corsa, non fa parte del nostro modo di fare soffermarci per guardare una camicia o una gonna. E forse è proprio questo che trae in inganno gli italiani e non solo, perché ovunque i filippini vengono visti come instancabili lavoratori: eppure siamo piccoli, abbiamo un fisico simile a quello di chiunque altro, invece passa l’idea del “Facciamolo fare a loro, sono filippini!”, come a dire “Tanto cosa vuoi che li spaventi, sentano fatica…”. Non è così, siamo carne e ossa, creati a immagine e somiglianza di Nostro Signore».

 

…POI SOTTO, A LAVORARE

Quali esperienze ricorda? «Ho lavorato per una coppia di coniugi anziani, benestanti, lui malato di Alzheimer, lei una donna molto curata e tanto rigorosa. Dovevo prendermi cura di lui, che aveva una infermiera che lo seguiva nelle ore notturne; a me toccava mattina e pomeriggio, mentre ero impegnata nella a fare la spesa, cucinare, pulire e lavare casa; tutto doveva stare al posto suo, come era prima che lucidassi. La signora, educata, era molto pignola, mi seguiva passo per passo, nell’elenco degli acquisti, alla cucina, fino a tappeti e abat-jour che spostavo: aveva la mania dello scotch, con cui poneva dei segni perché mi ricordassi come andavano ricollocati tappeti, tavolini e sedie una volta spolverati…».

Ci vuole pazienza. «Molta, ma dal punto di vista professionale è stato di grande insegnamento, perfino dal lato umano mi sono arricchita: quando l’uomo è scomparso il lavoro, però, non è diminuito, ma aumentato in modo esponenziale: c’era una stanza in più da accudire e ancora tanto altro lavoro, come recarmi a casa della figlia, che nel frattempo era andata a vivere da sola in un altro appartamento, ma aveva bisogno di qualsiasi tipo di assistenza: anche lei, cucina, pulire e rassettare, lavare e stirare, una bella fatica. Poi anche la signora è andata, non ce l’ha fatta, era già debole e il covid se l’è portata».

Corina, oggi. «Oggi lavoro mattina e sera per due diverse famiglie, con loro ho un buon rapporto, sembrano scongiurati i tempi in cui un’agenzia mi faceva un contratto per seguire quattro famiglie e poi all’impegno settimanale andavano ad aggiungersi altri due nuclei familiari. E’ successo anche questo, contributi poco, ma da un po’ di tempo a questa parte con un controllo maggiore del territorio, i datori di lavoro e le agenzie, hanno cominciato ad adottare coperture previdenziali, magari part-time, ma l’importante era cominciare da qualche parte».

«La mia Africa…»

Giobbe Covatta, l’impegno con Amref e Save the children

«E la mia Taranto, perché non tutti sanno che sono nato qui. Da circa due anni non posso viaggiare, sento cifre allarmanti sui vaccini per combattere il covid. Fra un anno saremo ancora sotto la soglia del 5%. Speriamo bene, anche se la buona volontà non basta. Amo il teatro, la tv un po’ meno…»

 

Ambasciatore di Amref e testimonial di Save the Children, Giobbe Covatta ha pubblicato “Parola di Giobbe” a “Dio li fa e poi li accoppa” fino a “Donna sapiens” in libreria, nel cinema ha recitato da “Pacco, doppio pacco e contropaccotto” di Nanni Loy ad “Anime borboniche” di Paolo Consorti e Guido Morra, proseguendo in teatro con “Parabole Iperboli”, “Corsi e ricorsi, ma non arrivai”, “Melanina e Varechina”, “Seven” fino alla “Divina Commediola”. Fatta la debita premessa, non tutti sanno che l’autore-attore è un napoletano “Made in Taranto”, praticamente un artista “fatto in casa”.

Detta così sembra una boutade, anzi lo stesso interessato corregge in “boutanade”, “sciocchezzuola” in senso largo. «Capisci a me!», aggiunge, Giobbe, Gianni all’anagrafe, quando entra in clima confidenziale. Dunque, che ci “azzecca” Napoli con Taranto. Semplice. O meglio, sarebbe semplice se qualcuno conoscesse le origini dell’attore napoletano o avesse consultato, per esempio, wikipedia. Insomma, una volta tanto la fantasia dei partenopei, maestri del “falso autentico” in opere cinematografiche e teatrali, è stata superata dalla realtà.

 

Napoletano purosangue, Covatta è nato proprio a Taranto. 

«Mio padre nella vostra città ha lavorato come sommergibilista per un po’, poi, una volta finito il lavoro tornammo a casa, a Napoli».

 

C’è, però, qualcosa che inevitabilmente lega l’attore alla Città dei Due mari.

«Certo, sarebbe sciocco nasconderlo: ogni volta che leggo o sento parlare di Taranto, penso alla città che mi ha dato i natali. Ci fosse Totò, a proposito dei “natali” direbbe: “…Ma qua’ Natale, Pasqua e Epifania…” – Covatta cita ‘A livella – invece qui mi sento davvero di casa: non faccio il ruffiano, ci ho pensato tante volte e sono giunto sempre alla medesima conclusione: Napoli e Taranto hanno similitudini, per esempio il porto, i pescherecci, la Città vecchia e suggestiva con quelle barche a schiera; l’ingresso, o l’uscita, dipende dai punti di vista, di quella “Porta Napoli”, che altro non era che la via mercantile che univa un tempo due città molto simili fra loro; cosa dire, quando passo da queste parti avverto il profumo della mia città e mi dico  “Finalmente a casa!”».

Fra i suoi spettacoli, “Melanina e Varechina” e “Seven”,  la grande comicità “sociale”. Il suo impegno, spesso ricampionato e riproposto in una chiave edita-inedita, una sorta di raccolta antologica. Il difficile rapporto, per esempio, tra mondo occidentale e continente africano; ma anche vizi e virtù del mondo occidentale, “grandi temi” Covatta affronta da tempo immemore e sempre con grande arguzia. Ma dibattere, dialogare con il pubblico, per esempio, su tematiche che a noi di “Costruiamo” stanno a cuore in modo particolare, non va certo a discapito del grande divertimento, dell’irresistibile serie di battute che coinvolge il pubblico per tutto lo spettacolo.

 

Quanto ti manca la tua Africa?

«Da un paio di anni non posso viaggiare e andare ne continente che amo, anche se l’attività nella quale sono impegnato da anni va avanti con l’entusiasmo di sempre. Poi questa sciagura del Covid ci invita ad uno sforzo ancora maggiore: vaccinare il maggior numero di persone nel più breve tempo possibile”.

 

Leggiamo numeri disastrosi.

«In Africa sono solo quindici milioni i vaccinati su un miliardo e mezzo di persone. Di questo passo, lo dicono gli studiosi, alla fine del 2022 soltanto il 5% della popolazione totale sarà vaccinata. Amref, come sempre ci mette la buona volontà, ma ci rendiamo conto che ogni giorno che passa l’impegno non basta».

 

A proposito di Covid quanto gli manca il contatto diretto con il pubblico.

«Una cifra. L’intero settore dello spettacolo è in ginocchio, anche aprire alla metà dei posti in un teatro da cinquecento, seicento posti a sedere, significa avere sempre gli stessi costi con ricavi e guadagni dimezzati. Da una parte, però, bisognerà pur cominciare». Una della massime che Covatta riprende tanto nelle chiacchierate con la stampa, quanto nei suoi spettacoli è la seguente: «Fatevi una domanda e datevi una risposta: ma secondo voi, la missione di un comico non può essere quella di divertire il pubblico senza impedire a questo di pensare?».

 

Proviamo a conoscerci meglio, allora, italiani: virtù e vizi.

«Non volendo abbiamo dimenticato la convivenza, sia con gli uni che con gli altri, cioè vizi e virtù. Con questi conviviamo da una vita, tanto che abbiamo una certa confidenza: li conosciamo bene, tutti sanno di che si tratta, io uso le parole con gioia. Descrivo quello che sta proprio dentro lo stesso vizio: una genesi e un suo sviluppo, un modulo applicato altrove».

 

Diceva un grande attore a difesa del suo lavoro. “Un cantante più ricanta un successo, più applausi raccoglie; un attore: una battuta, una barzelletta, una volta fatta o raccontata, perde il suo effetto. E, allora, Covatta ci svela il segreto di una battuta collaudata. 

«E’ il pubblico a promuoverla, rimandarla, bocciarla. Lo stesso spettatore comincia a farti sentire a tuo agio e quasi ti invita a “esagerare”: rifletto un attimo, poi infilo la battuta non senza un certo timore; se funziona, la memorizzo e ci lavoro sopra anche il giorno dopo e l’altro ancora, fino ad avere invece dell’idea di partenza, di una sorta di canovaccio, il “copione” definitivo cui attenermi».

 

Che rapporto ha con la televisione?

«Buono, come con un qualsiasi altro elettrodomestico, come definiva la tv il grande Eduardo. La guardo un po’, poi l’accendo, ma giusto per vedere se funziona. La tv di oggi, sinceramente, non mi affascina, tranne poche trasmissioni. Magari in uno di questi programmi, più avanti, ci farò un saltino anch’io. Mai fatto polemiche sui programmi televisivi, ma molto più semplicemente dico che tornerò a lavorarci se dovessero chiedermelo amici come Fabio Fazio o la Gialappa’s, se dovessero tornare a fare uno dei loro format di successo: loro sanno mettere insieme ironia e voglia di far riflettere. Mi diverte proprio l’idea di un programma con loro…».

 

Nel frattempo nessuno l’ha mai chiamata, invitata?

«Ogni tanto mi chiama qualcuno, mi propone di partecipare o intervenire in trasmissione, ma fino ad ora ho sempre educatamente rifiutato. Non me la tiro, sia chiaro, ma la scelta è precisa: faccio teatro e non tv perché mi piace guardare la gente in faccia, non entro abusivamente nelle case degli italiani, ma sono loro a venire a teatro a cercarmi: il pubblico compie una scelta precisa. E poi, negli spettacoli, ho tutto il tempo di fare e dire quello che voglio, la gente si diverte e, soprattutto, non sono costretto ad andare di corsa e restare nel recinto dei tre minuti».

 

Parola di napoletano o di tarantino?

«Parola di Giobbe».