Un sogno infranto

Daniel e David, i due fratellini di Ardea uccisi da un folle

Stavano giocando davanti a casa. Uno squilibrato li ha freddati con due colpi di pistola, ha ammazzato una terza persona, poi si è tolto la vita. Il più grande, dieci anni, sognava di diventare Donnarumma, il portiere della Nazionale. Il piccolo, cinque anni, già tifava per lui. Avrebbe giocato nelle giovanili della Lazio, il suo più grande desiderio.

 

Daniel, dieci anni, aveva un idolo, Gigio Donnarumma, portiere della Nazionale. Per David, cinque anni, il suo idolo era lo stesso Daniel, suo fratello. Ruolo portiere, stava finendo di compiere la trafila in una delle società-satellite della Lazio per andare a giocare come portiere nei Giovanissimi della squadra biancoceleste e ammirare da vicino un altro suo eroe del campo di gioco, Ciro Immobile. Questo, purtroppo, non potrà più accadere.

Domenica scorsa, Davide e Daniel Fusinato sono stati raggiunti dalla follia omicida di Andrea Pignani, il killer che si è poi barricato in casa e suicidato nella sua casa di Ardea. Un colpo ciascuno: uno al petto e uno alla gola. C’è una terza vittima di Pignani, il settantaquattrenne Salvatore Raineri, anche lui ucciso a freddo, un colpo di pistola alla testa. Lo hanno confermato le autopsie effettuate sui corpi dei due fratellini all’Istituto di medicina legale di Tor Vergata su inchiesta della Procura di Velletri, che a sua volta ha aperto un fascicolo al momento contro ignoti sul caso.

L’autopsia sul corpo del killer prevede anche l’esame tossicologico. Servirà per capire se l’omicida-suicida fosse sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Perché a oggi, la tragedia andata in scena in pochi istanti a Colle Romito ha tutta l’aria di una tragica esecuzione.

 

GENITORI DISPERATI

Al momento non è semplice provare a ricostruire l’esatta sequenza degli spari. Stabilire, per esempio, chi sia morto prima e, semmai, qualcuno abbia provato a fermare Pignani o salvare la vita alla prima vittima. Cinque minuti prima della sparatoria, una pattuglia dei carabinieri di Marina di Ardea aveva controllato che Domenico Fusinato, padre dei due piccoli uccisi, stesse in casa, agli arresti domiciliari.

Diamante Ceci, avvocato del papà di Daniel e David, ha raccontato della madre dei due fratellini. Pare che la donna fosse fuori casa e abbia sentito i colpi. Sulle prime pensava fossero petardi o colpi di cacciatori, considerando che da quelle parti capita spesso di avvertire simili esplosioni. Invece, dopo qualche istante, la donna ha capito cosa fosse avvenuto. Ha cominciato ad urlare tutta la sua disperazione, mentre qualcuno aveva telefonato in centrale per raccontare quanto fosse accaduto pochi istanti prima.

Domenico, invece, il papà dei due sfortunati fratellini si è precipitato in strada appena avvertito dell’accaduto. La nonna materna dei bambini ha detto che i due piccoli sono morti tenendo la mano del padre: non riuscivano a parlare in quei lunghi minuti. Forse è trascorsa mezz’ora in attesa dei soccorsi, poi risultati vani. Una famiglia completamente distrutta.

 

RISPETTO PER IL DOLORE

Non ci sono parole per descrivere cosa stiano vivendo i genitori di Davide e Daniel. Chiedono massimo riserbo e rispetto. I due ragazzi stavano giocando di fronte alla loro casa, quando sono stati avvicinati dall’uomo: uno dei due piccoli è stato colpito al petto, l’altro alla gola, proprio come fosse un’esecuzione.

Una tragedia. E pensare che l’omicida alcuni giorni fa aveva minacciato la propria madre con un coltello. Nel novembre scorso era morto il padre del killer, che deteneva l’arma con la quale è stata compiuta la strage regolarmente. Nessuno dei suoi parenti ha restituito quella pistola. Così quando l’omicida l’ha trovata, è uscito di casa e ha ucciso tre persone. La terza vittima non era del luogo, si trovava ad Ardea a trascorrere il fine-settimana.

Il più grande dei due fratelli, raccontavamo, sognava di diventare un calciatore professionista. Donnarumma, il portiere della Nazionale era il suo idolo. Daniel, portiere dei Pulcini dell’Ostiamare, era cresciuto nel vivaio della società lidense nella quale giocava da oltre quattro anni. A breve avrebbe messo i guantoni nei Giovanissimi della Lazio.

«Eriksen, che paura!»

Il dramma del calciatore e l’obbligo del defibrillatore

Corsi di primo soccorso per tutti. Per calciatori professionisti e dilettanti. «Il calciatore danese era già alle porte dell’aldilà, la fibrillazione ventricolare è l’anticamera della morte», ha spiegato il professore Thiene. «Questa volta è avvenuto il miracolo, prima il suo capitano Kjaer, poi i sanitari che hanno prestato immediato soccorso gli hanno salvato la vita…»

 

Dramma Eriksen, il calciatore della Danimarca accasciatosi senza un motivo apparente durante una gara degli Europei. All’indomani il caso viene studiato, discusso, si avanzano ipotesi e soluzioni per contrastare episodi simili, non solo nel “calcio che conta”, ma anche nei campionati, nei tornei minori, di qualsiasi disciplina si tratti. Ma torniamo a Christian Eriksen. «Una patologia sottostante c’è di sicuro, il calciatore danese era già alle porte dell’aldilà, la fibrillazione ventricolare è l’anticamera della morte», sostiene il professore Gaetano Thiene in una intervista rilasciata al Corriere della sera. «Questa volta, però – prosegue il professionista – è avvenuto il miracolo, i sanitari che gli hanno prestato soccorso gli hanno salvato la vita, quella di Eriksen è stata una morte abortita, cioè un grande successo».

«Ho proposto di inserire nelle licenze nazionali l’obbligatorietà di corsi di formazione per calciatori per l’uso del defibrillatore; noi faremo tutti i passi possibili per far sì che tali corsi non siano solo per i professionisti, ma anche nei dilettanti: per me questa differenza non può esistere». E’ così che il presidente della Federazione italiano gioco calcio, Gabriele Gravina, alla luce del caso Eriksen, illustra a “Casa Azzurri” le novità in materia di sicurezza che la Federazione da lui rappresentata sta pensando di introdurre. Intanto, cos’è il defibrillatore. E’ un apparecchio “salvavita” in grado di rilevare le alterazioni del ritmo della frequenza cardiaca e di erogare una scarica elettrica al cuore qualora sia necessario; l’erogazione di uno shock elettrico serve per azzerare il battito cardiaco e, successivamente, ristabilirne il ritmo.

 

PRIMA LA PAURA…

L’episodio che scatena il dibattito, si diceva, è noto. Christian Eriksen su un innocuo fallo laterale si avvicina al compagno che sta rimettendo in gioco il pallone. E’ un istante, si accascia come se avesse ricevuto un colpo improvviso. Casca terra, resta per diversi istanti in bilico fra la vita e la morte. Ci pensa subito il suo compagno di squadra e capitano Simon Kjaer. E’ il calciatore del Milan che per primo assiste il calciatore dell’Inter. Kjaer si assicura che non soffochi, prova a non fargli ingoiare la lingua. A quel punto il capitano della Danimarca, richiama i medici che poi, si capirà, salveranno il campione stesa e privo di vita per diversi istanti. Non è solo un passaggio di questi Europei, è un richiamare l’attenzione su ciò che potrebbe capitare su qualsiasi campo di calcio. Un segnale, si diceva, che il presidente Gravina e la stessa Figc da lui presieduta, ha deciso di raccogliere. A partire dalla prossima stagione, i calciatori di Serie A e degli altri campionati italiani, anche quelli minori, dunque non professionistici, dovranno partecipare a corsi di Primo soccorso per essere pronti a fronteggiare situazioni simili a quella accaduta nei giorni scorsi durante Danimarca-Finlandia, gara valevole per gli Europei. Prima sospesa e poi ripresa, pare, anche per volontà dello stesso Eriksen, nel frattempo trasferito in ospedale. Non appena riprende coscienza, caccia un bel sorriso, invita i compagni a giocare.

«Durante i ritiri delle singole squadre, attraverso la commissione presieduta dal professor Zeppilli, attiveremo dei corsi di formazione di Primo soccorso attraverso un programma che la commissione sta già studiando» . Sul malore accusato sabato scorso dal calciatore danese, Gravina ha aggiunto: «Siamo scioccati, per alcuni istanti gli si è fermato il cuore, ma anche il nostro. Gli studi scientifici italiani vengono apprezzati in tutto il mondo, tutti gli atleti vengono sottoposti a visite obbligatorie per legge per individuare eventuali patologie, anche cardiache; tuttavia alcuni avvenimenti, nonostante questi sforzi straordinari, continuano a verificarsi in soggetti apparentemente sani».

 

…POI LE CONTROMISURE

Di sport si può anche morire. Il Fatto Quotidiano, per esempio, in passato aveva già raccontato in come in Italia c’è praticamente una vittima ogni tre giorni per arresto cardiaco durante l’attività fisica. Tante di queste si potrebbero prevenire con un semplice defibrillatore, il “salvavita” per eccellenza, strumento scontato in una partita degli Europei sotto l’egida della Uefa, ma anche in qualsiasi gara riconosciuta da una Federazione. Meno nelle piccole strutture di allenamento, durante le attività amatoriali, nonostante la legge Balduzzi entrata in vigore nel 2012 sull’onda emotiva della morte del calciatore Morosini, ma applicata in maniera intermittente.

Il caso di Eriksen, però, ha dimostrato quanto anche il primissimo intervento di chi è immediatamente vicino all’incidente, cioè dei compagni di squadra, possa fare la differenza. Di qui l’iniziativa della Figc: inserire nelle prossime licenze nazionali (i requisiti per iscriversi al campionato) l’obbligatorietà di corsi di formazione per i calciatori in primo soccorso. L’idea è di approntare, già per quest’estate, in collaborazione con le Leghe di competenza e la Federazione medico sportiva, dei corsi durante i ritiri estivi delle squadre.

L’idea, pertanto, è dotare tutti di una preparazione di base, sapere come comportarsi in simili casi. Obbligatoria per i calciatori di Serie A, la norma potrebbe essere estesa a tutti i professionisti, dunque anche B e C, persino ai dilettanti. «Noi faremo tutti i passi possibili per riuscirci – ha concluso Gravina – Se si parla di vita non può esistere una differenza fra professionisti e dilettanti». Kjaer è intervenuto con Eriksen, ma in futuro potrebbe accadere ancora. Sarebbe un delitto lasciarsi trovare impreparati.

Nonna Rosetta e Black, salvi!

Un’anziana e un cane adottati da una famiglia che ha raccolto un appello

Hanno vissuto per anni in una discarica nella campagne di Taranto. L’anziana donna aggredita e morsa da randagi, fino a quando non ci ha pensato questo bel cagnone che le ha fatto da scudo. In un primo momento separati, i due si sono riabbracciati per tornare a vivere insieme. Questa volta in una vera casa, circondati da un grande affetto.

 

 

Nonna Rosetta e Black, finalmente salvi. Salvi dalla paura di tutti i giorni e da quella spazzatura che li circondava da anni. Una storia di altri tempi, accaduta a Taranto. Uno di quei romanzi d’appendice che due secoli fa tenevano con il fiato sospeso i lettori di storie infinite. Vissute nel dramma, ma viva il Cielo, sempre a lieto fine. Questa è una storia che più di qualcuno conosceva, raccontava con il dolore nel cuore, senza però toccare le corde giuste, tanto da non essere sottoposta all’attenzione di quanti, qualcosa, anche un piccolo gesto, avrebbero potuto compiere. Nonna Rosetta e il cane Black, insieme per la vita. Separati, ma poi ricongiunti dall’affetto di una famiglia che ha voluto ospitarli insieme. Perché dolore non si sommasse a dolore. Il dolore di un tratto di una vita vissuta praticamente in una discarica, al quale aggiungere il distacco da quel cagnone che l’aveva difesa a costo della vita da mute di cani randagi e inferociti. E’ finita nel modo in cui tutti, spettatori, ci auguravamo finisse.

Non è il caso di fare processi, specie se la parola “fine” posta in coda alla storia, mette il cuore in pace a tutti. Domande come “Possibile che sapessero di nonna Rosetta e nessuno facesse niente?”, oppure “in un periodo di assegni sociali reddito di cittadinanza, nessuno si è mai preso la briga di fare avere un sostegno alla donna anziana?” e, ancora, “Ma parenti, conoscenti, questa donna, possibile non ne avesse?”, per una volta mettiamole da parte.

 

 

UN FINALE ROMANTICO

Del resto, un articolo di denuncia, tanti sono quelli che circolano fra strumenti di informazione e social, si perderebbe nel mare di internet. Al contrario, una storia con un finale romantico, specie di questi tempi, può avere ancora il suo effetto. Può toccare ancora il cuore della gente. Non è un caso che fra gli inserti più sfogliati – non ce ne vogliano gli altri quotidiani… – sono quelli di Corriere della sera (Buone notizie) e de La Stampa (Lazampa.it).

Dunque, nonna Rosetta e Black. Insieme hanno vissuto per anni in mezzo alla spazzatura, una discarica a cielo aperto nelle campagne di Taranto. Nonna Rosetta si è arrangiata come poteva per ben tredici anni, anche se negli ultimi tempi a causa dell’età, la situazione per lei cominciava a farsi più grave.

Nonna Rosetta è sempre stata docile e gentile, forse anche troppo. Nella stessa zona dove viveva fino a pochi giorni fa, prima che una coppia di angeli si prendesse cura di lei, ci sono molti altri randagi, che hanno iniziato ad aggredirla. Le abbaiavano contro, arrivavano perfino a scacciarla, morderla. Da un po’, Rosetta, non riusciva a trovare più da mangiare per lei. Fino a quando in sua difesa è arrivato un cucciolone, da lei chiamato Black, che pare viva con lei da tre anni. Questa la prima notizia da libro “Cuore”.

 

 

«ERIKA, GRAZIE!» 

Una storia raccontata da un quotidiano appena il mese scorso, che provava ad ipotizzare un’adozione di coppia. «Ci piange il cuore», aveva detto Erika, una volontaria, raccontando quando hanno dovuto separarli. Ma grazie alle tante condivisioni “social”, una famiglia ha aperto le porte della loro casa e del loro cuore a entrambi. Ecco lo straordinario lieto fine.

Ora, Nonna Rosetta e il cane Black, insieme sorridono alla vita. La donna era stata ritrovata da alcuni volontari del canile di Taranto. Black continuerà a farle da scudo per molto tempo ancora. Erano stati separati e, ora, ricongiunti da un appello, raccolto da una famiglia che li ha adottati.

Una storia, scrive uno di quei “giornali” dalla parte di quei racconti che toccano il cuore, partita tra mille tempeste, ma che oggi ha visto finalmente il sole. Adesso, Nonna Rosetta e Black non devono più difendersi dagli attacchi di randagi. Possono finalmente stare insieme in un ambiente sano, lontani da mille pericoli.

Saman, dolce e ribelle

Diciotto anni, viveva in Italia, rifiutava il matrimonio combinato 

Ma i genitori volevano imporle il marito. Pare le abbiano teso un tranello. Lei voleva fuggire dal fidanzato, anche lui pakistano. L’hanno fatto tornare a casa per poi farla sparire. Gli inquirenti nutrono pochi dubbi. Inutili gli ultimi appelli della ragazza che abitava a Novellara, due passi da Reggio Emilia. Severi in Pakistan: «Non dicano che è l’Islam: è gente ignorante, l’Italia la punisca».

 

 

«Questo non è l’Islam: è gente ignorante, l’Italia la punisca». Il quotidiano più diffuso e antico del Paese, ha pubblicato nei giorni scorsi la notizia del caso di Saman Abbas, la diciottenne scomparsa a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, e su cui la Procura sta indagando i due cugini e lo zio.

Le pagine del giornale non si fermano qui. Hanno  fatto di più, riportando un altro episodio registratosi lo scorso anno. Saman, scrive il quotidiano pakistano, si era ribellata alla famiglia che voleva farla sposare contro la sua volontà. «Matrimonio forzato per una ragazza di 18 anni in terra straniera: queste persone danneggiano l’orgoglio di tutto un Paese, vanno punite».

Intanto proseguono le indagini. Le speranze sono legato ad un filo sottile. «Non ci sono speranze – dice senza giri di parole il procuratore – il padre della ragazza mente, Saman non è  in Belgio».

Poche le speranze che la ragazza pakistana che da un anno combatteva contro la sua famiglia per essere libera, sia ancora viva. «Per noi è morta, vittima di omicidio», ha aggiunto il procuratore. Saman è stata raggirata con l’inganno, perché tornasse a casa, a Novellara. Con ogni probabilità le hanno fatto credere che non sarebbe partita per il Pakistan con il resto della famiglia. Insomma, che sarebbe rimasta in Italia, invece…

 

 

PAKISTANI SEVERI, «VENGANO PUNITI!»

Dal Pakistan la gente reagisce contro genitori e parenti della povera diciottenne. Dopo aver appreso che padre e madre di Saman si sono rifugiati in Pakistan, c’è chiede chiedono che venga negato loro l’ingresso nel Paese e vengano rispediti in Italia, perché gli inquirenti completino il ciclo di indagini e completino il quadro accusatorio.

Le hanno mentito, promesso che non sarebbe accaduto nulla. Così Saman, che aveva denunciato i suoi genitori, è rientrata a Novellara. Avrà vissuto ore di terrore. Si sarà Ma resa subito conto che i suoi le avevano mentito. Era caduta in trappola.

Secondo gli inquirenti è stata trattenuta in casa con la forza, fino a quando è maturata l’idea del delitto. Una decina di giorni senza sue notizie, scatta l’allarme. Il Giudice per le indagini preliminari ricostruisce gli elementi che hanno portato la Procura a chiedere le misure cautelari per i familiari di Saman. La ragazza chiede di nuovo chiede aiuto ai carabinieri. Ha capito che per lei può davvero finire male. Vorrebbe andare via, riprendersi i suoi documenti, decidere da sola se sposarsi e con chi farlo: vuole una vita da scegliersi.

 

 

MINACCE AL FIDANZATO

Il padre dal Pakistan pare minacci la famiglia del fidanzato della ragazza, anche lui pakistano e residente da tempo in Italia. Secondo le indagini, il delitto viene studiato nelle ultime due settimane di aprile. E’ per questo motivo che gli inquirenti contestano l’omicidio premeditato a madre, padre, zio e ai due cugini della povera Saman. Le telecamere di videosorveglianza della zona riprendono lo zio e i due cugini di Saman mentre si dirigono verso la campagna non lontani dall’abitazione. Stringono in mano due pale, un sacchetto e un secchio. Secondo l’accusa starebbero andando a scavare la fossa nella quale seppellire il corpo della ragazza.  Saman voleva scappare, aveva preparato lo zaino. Padre e madre avrebbero provato a seguirla, poi persa di vista si sarebbero rivolti allo zio paterno della ragazza.

Da un giorno all’altro non si hanno più notizie di Saman. I suoi genitori dovrebbero trovarsi in Pakistan. Nell’ordinanza si ricostruisce come suo padre le avesse avesse impedito di andare alle scuole superiori, tanto che spesso la chiudeva fuori casa obbligandola a dormire sul marciapiede. Avrebbero voluto punirla dell’allontanamento dai precetti dell’Islam e per la ribellione. Nel chiamare lo zio, che tutti i familiari sapevano essere un uomo violento, avrebbero accettato di correre il rischio autorizzando in qualche modo a mettere un punto esclamativo alla storia e alla vita della ragazza. Dal Pakistan la fronda che vuole assassini e complici sotto processo. Non vogliono passi un messaggio sbagliato. L’Islam è un’altra cosa. «E’ gente ignorante, l’Italia la punisca».

«Seid, perché?»

Si è tolto la vita, aveva vent’anni, lascia una lettera e tanti ricordi

«Quand’ero piccolo mi guardavano con affetto e curiosità, poi qualcosa è cambiato», ha scritto tre anni fa sui social. «Avevo trovato lavoro, ma gli anziani proprio non riuscivano a sopportarmi», dice il ragazzo di origine etiope. «Vi prego, non strumentalizzate il gesto di mio figlio; non è stato causato dal razzismo», dice Walter, papà adottivo. «Farò una smentita pubblica, se necessario, il mio ragazzo era molto amato e benvoluto, al suo funerale c’erano tanti ragazzi come lui e intere famiglie; ci sono tante cose di cui tener conto, in questi casi, ma sicuramente le discriminazioni non c’entrano», ha aggiunto papà Visin.

 

 

«Chi l’ha fatta finita, Seid? Non ci posso credere, così solare, sempre sorridente». Gigio Donnarumma, portiere del Milan e della nazionale di calcio, è esterrefatto quando gli dicono cosa sia successo a quel ragazzo che aveva incrociato ai tempi delle giovanili della squadra rossonera.

Seid è il giovane ragazzo etiope, un passato calcistico nelle giovanili del Milan, che nei giorni scorsi ha deciso di “farla finita”, togliersi la vita impiccandosi nella casa dei suoi genitori adottivi. «Ho conosciuto Seid Visin appena arrivato a Milano – ha raccontato l’azzurro all’agenzia nazionale Ansa – vivevamo insieme in convitto, sono passati alcuni anni ma non posso e non voglio dimenticare quel suo sorriso incredibile, quella sua gioia di vivere: era un amico, un ragazzo come me». E adesso, caro Gigio, Seid non c’è più. Ci resta una sua lettera scritta, però tempo addietro, prima cioè che il ventenne si impiccasse in casa dei suoi genitori adottivi, a Nocera Inferiore, due passi da Salerno.

«Sono stato adottato da piccolo – aveva scritto tre anni fa, tanto che, come leggeremo più avanti, i genitori adottivi invitano a non attribuire la decisione di Seid a motivi legati al razzismo – ricordo che tutti mi amavano; ovunque fossi, ovunque andassi, tutti si rivolgevano a me con gioia, rispetto e curiosità. Adesso sento che si è capovolto tutto – è uno dei passaggi della lettera – ovunque io vada, comunque sia, sento sulle mie spalle come un macigno, il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone». Non è finita, Seid aveva voglia di riscattarsi, mostrare a chiunque avesse cominciato ad indicarlo. Non sono tutti razzisti, c’è chi infischiandosene di quei pochi che lo evitavano, gli avevano offerto un lavoro. «Ero riuscito a trovare un lavoro – spiegava in una sua lettera di tre anni fa il ventenne etiope – che ho dovuto lasciare: troppe persone, specie anziane, si rifiutavano di farsi servire da me. E, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche come responsabile perché molti giovani italiani non trovavano lavoro».

 

 

“COSTRUIAMO INSIEME” E LE STORIE…

Argomenti che abbiamo sentito spesso e dai quali abbiamo preso debita distanza. Si tratta di una minoranza, non tutti sono così. Le pagine di Costruiamo Insieme sono piene di storie molte delle quali a lieto fine. Dolorose all’inizio, poi con il passare del tempo cambiate grazie al processo di integrazione e agli italiani che hanno aperto le porte del Paese e quelle del cuore. L’Italia non è un Paese razzista anche se in Italia ci sono persone razziste. C’è chi invita a non agitare la morte di quel ragazzo come una bandiera. Preghiamo e piangiamo per lui e impariamo a rispettarci.

«Quella lettera era uno sfogo – dice Walter Visin, padre adottivo dell’ex calciatore – Seid era esasperato dal clima che si respirava all’epoca in tutto il Paese, ma nessun legame con il suo suicidio, basta speculazioni». E’ determinato il papà di Seid. «Farò una smentita pubblica, se necessario – prosegue – Seid era molto amato e benvoluto, al suo funerale c’erano tanti ragazzi come lui e intere famiglie; ci sono tante cose di cui tener conto, in questi casi, ma sicuramente le discriminazioni non c’entrano. Non voglio parlare delle questioni che riguardavano mio figlio da vicino, delle sue sofferenze personali. So che era un ragazzo straordinario, e tanto basta: è molto triste che io e mia moglie, nonostante il dolore che ci attanaglia, dobbiamo continuare a ripetere che Seid non se n’è andato via per questo e che non vogliamo speculazioni».

 

 

MILAN, BENEVENTO, IL LICEO

Seid, adottato da una coppia di Nocera Inferiore, aveva debuttato nelle giovanili del Milan, poi era tornato a casa a studiare e prendersi il diploma di liceo scientifico. Giocava ancora a calcio, ma nella squadra di “Calcio a 5” dell’ Atletico Vitalica. L’estremo saluto nella chiesa di San Giovanni Battista a Nocera Inferiore, accompagnato dalla famiglia e dagli amici che indossavano una maglietta con la scritta «Arrivederci fratello. Ciao talento».

La giovane ex promessa del calcio, che aveva militato anche nel Benevento, tre anni fa aveva denunciato in un post su Facebook atteggiamenti razzisti, anche se i genitori del giovane – come anzidetto – hanno specificato che non vi è alcun legame tra i fatti raccontati in quello sfogo e il gesto estremo e hanno stigmatizzato il tentativo di strumentalizzazione delle parole del figlio.

Anche i i suoi compagni dell’Atletico, che lo avevano salutato via social ricordandone il sorriso, «l’indiscusso talento, la naturale straordinaria predisposizione a dare del tu alla palla, che restano impressi nella nostra mente e la refrattarietà a vedere il calcio come fonte di guadagno: vai via come sei arrivato, lasciandoci attoniti senza parole. A-Dios  talento enorme dal cuore fragile».

«La città è affranta per la scomparsa di Seid, per la sua giovanissima età, per la sua storia, per come se ne è andato, per il suo talento e la sua eleganza”, ha dichiarato all’agenzia AGI il sindaco di Nocera Inferiore, Manlio Torquato. “Non sappiamo cosa dire per una tragedia simile – prosegue il primo cittadino – forse ora non è il momento di farsi domande: ci sarà il tempo, ammesso che ci sappiamo dare risposte».

«Il cuore dell’uomo è il mistero più grande: ci sono cuori fragili che implodono – ha detto don Andrea Annunziata nel rivolgere l’ultima preghiera al ragazzo – quello di Seid è uno di quelli: non deve più accadere, a lezione che siamo chiamati a imparare è quella che ci vede impegnati a uscire dalle solitudini».