L’ultima corsa

A cinquantaquattro anni vendeva borse contraffatte sul Lungotevere, a Roma. Arrivato dal Senegal nel 1993, Magatte era uno degli oltre diecimila venditori ambulanti abusivi che popolano la capitale, punto terminale di un mercato nero, quello della contraffazione, che fattura ogni anno centinaia di milioni di euro alimentandosi di manodopera clandestina e sotto pagata. All’arrivo dei vigili urbani, ha raccolto in tutta fretta la sua merce in un sacco ed ha iniziato a correre per evitare che le sue borse venissero sequestrate, che gli venisse tolto il pane quotidiano. In quelle false griffe aveva investito troppi soldi. A due isolati di distanza ha finito la sua corsa, stroncato da un infarto.

Comprare una borsa falsa da un venditore senegalese è una tentazione forte. Vederla esposta in un negozio a più di mille euro e poterne regalare una identica alla fidanzata spendendo meno di un quinto è uno stimolo quasi irresistibile. Ma l’acquisto comporta risvolti negativi. Dietro l’abusivo che stende il lenzuolo in centro si muove infatti un giro d’affari gigantesco, un’industria del falso che specula sulle manie di shopping sfruttando un esercito di disperati.
I senegalesi sono solo la base della piramide. Si guadagnano da vivere vendendo scarpe, borse e accessori finti, girando buona parte dei loro guadagni a chi la merce la produce e distribuisce: veri grossisti dell’illegalità, che tirano le fila del commercio sporco.

I canali di approvvigionamento degli abusivi sono sostanzialmente due: il Sud Italia, in particolare la Campania (fenomeno descritto anche da Roberto Saviano in Gomorra), e i laboratori cinesi clandestini, che confezionano prodotti fotocopia costringendo a turni massacranti immigrati irregolari. La manodopera non manca, i rischi dopotutto si riducono a una sanzione amministrativa: quattromila euro, che chissà se e quando lo straniero pagherà, poi si può tranquillamente riprendere a smerciare griffe contraffatte. Poi scopri che in Italia ci sono migliaia di laboratori abusivi che producono con manodopera a nero e milioni di persone che acquistano prodotti contraffatti. Un mercato parallelo da fatturati inimmaginabili, una sorta di economia parallela che vive sulla fragilità sociale di migliaia di persone. Un mercato costruito e gestito da italiani che, senza vergogna, producono, vendono e comprano. Un attimo dopo, li trovi pronti a dare addosso all’immigrato!

Una domanda è d’obbligo: chi sono gli sfruttati e chi sono gli sfruttatori?

Magari qualcuno si è pentito di essere partito e di essere arrivato. Pensava ad un futuro migliore e, al contrario, si è ritrovato ad essere vittima del caporalato a lavorare nei campi per pochi soldi e senza neanche la possibilità di lavarsi, costretto a vivere in baracche di cartone che ci mettono poco a prendere fuoco. Magatte non era un clandestino, aveva un regolare permesso di soggiorno, una casa, una moglie e due figli. Certo, faceva il venditore abusivo di borse false per sbarcare il lunario, così come i vigili urbani fanno il loro mestiere. Sarebbe bello sapere se a Magatte, che è arrivato in Italia nel 1993, non ieri, qualcuno ha dato una opportunità diversa da quella di fare il venditore abusivo per strada.

Syad: “Ognuno è padrone del proprio futuro, ma deve costruirlo”

«Lavoro in pizzeria qui a Modugno. Sono riuscito a trovare lavoro grazie al fatto che ho imparato, anche se non molto bene la lingua italiana. Senza conoscere l’italiano è impossibile trovare lavoro».

Quando ho chiesto a Syad Nazim dove e come avesse imparato l’italiano è arrivata la prima sorpresa: «Io non posso andare a scuola il pomeriggio come fanno gli altri perché devo lavorare. Io sono libero la mattina e gli operatori di Costruiamo Insieme e la scuola di italiano nella struttura di Modugno hanno avuto la pazienza di insegnarmi la lingua». Syad, 25 anni, viene dal Pakistan, dalla città di Phalia nella regione del Punjab. Papà camionista e mamma casalinga, ha tre fratelli, due dei quali sono a Dubai dove lavorano. Il più piccolo, invece, è rimasto in Pakistan. Lui e i fratelli sono fuggiti dal Paese, spinti dai genitori, perché vittime di persecuzioni religiose ed è per questo che è restio a mostrare il suo volto: «metti una foto degli operatori che mi hanno accolto e ogni giorno i fanno sentire a casa». Il suo viaggio è stato lungo: «Iran, Turchia, Grecia. In Grecia sono stato cinque anni e facevo il benzinaio. Poi, a causa della crisi economica greca ho dovuto riprendere il viaggio: Macedonia, Serbia, Ungheria e Austria per giungere in Italia a settembre 2015. Solo il viaggio fino alla Grecia mi è costato seimila euro».

La decisione che almeno i figli più grandi dovessero lasciare il Paese presa dalla famiglia è arrivata dopo che, a causa dell’ennesima aggressione, il papà di Syad è rimasto gravemente ferito. In Pakistan, Syad non ha mai lavorato. Ha frequentato la scuola per 12 anni. Quando gli chiedo qual è il sogno che vuole realizzare in Italia mi risponde serafico: «Vorrei trovare un lavoro che mi permetta di studiare e di prendere la patente. Sai, del Pakistan mi manca il fatto che a 12 anni guidavo la macchina e nessuno mi diceva niente. In Italia non è così, ma in Italia mi sento come a casa mia. Nei cinque anni trascorsi in Grecia avevo sempre paura. Qui, invece, mi sento più protetto e, nel mio piccolo, è come se avessi ritrovato una famiglia». Dopo questa affermazione, parte con un elenco di operatori dai quali si sente supportato e di ognuno specifica le qualità. Gli dico che li conosco tutti molto bene ma vorrei una sola definizione per tutti: «Ho iniziato a fidarmi di loro quando ho capito che erano loro a volerci incontrare, conoscerci. Per loro il lavoro non è darci un tetto e un piatto da mangiare. Quando sono arrivato avevo paura, mi isolavo. Loro mi hanno cercato, costruito un rapporto che adesso è indissolubile. Sono la mia famiglia italiana».

Parliamo dei problemi del suo Paese, del Pakistan, e del rapporto che mantiene con i genitori. Su questo argomento è sbrigativo: «I miei genitori non vogliono che torniamo in Pakistan. È troppo pericoloso. Credo che tutte le persone che sono in pericolo devono abbandonare quel Paese anche se il viaggio è pericoloso. Io rispetto molto quello che dice mio padre, nel mio Paese è così. Ma un giorno tornerò, per i miei genitori, per riabbracciarli».

Il suo pensiero sui trafficanti di uomini e secco: «Delinquenti! Fanno soldi su tragedie umane. Sono mercanti senza nessuna umanità!». Syad ha le idee chiare su quello che si aspetta dall’Italia: «L’Italia offre tante opportunità, ma dipende da te: ognuno è padrone del proprio futuro, ma se lo deve costruire!».

Nuova legge sui migranti: come ha reagito il paese?

Il Parlamento ha approvato in via definitiva la proposta di Legge avanzata, con Decreto, dai Ministri dell’Interno e della Giustizia.

In sintesi elenchiamo le più significative modifiche introdotte:

In sostituzione dei CIE saranno istituiti in ogni Regione i Centri di permanenza per il Rimpatrio (CPR), allocati fuori dai centri abitati ed in prossimità di infrastrutture di trasporto. Vi troveranno posto 1600 migranti in attesa di essere rispediti nei propri Paesi di origine;

I Richiedenti Asilo potranno essere impiegati in lavori di pubblica utilità nel periodo di espletamento delle pratiche per l’ottenimento del Permesso di Soggiorno. La promozione dei progetti è affidata alle Prefetture in accordo con i Comuni;

I tempi per i ricorsi saranno più brevi attraverso il potenziamento delle Commissioni di esame delle richieste. Ci sarà l’assunzione straordinaria di 250 specialisti per rafforzare le commissioni di esame delle richieste. Vengono poi istituite 26 sezioni specializzate in materia di immigrazione ed asilo presso ciascun tribunale ordinario del luogo in cui hanno sede le Corti d’appello.

E queste possono essere ritenute note positive.

È, però, stato eliminato il grado di Appello, quindi si dovrà fare ricorso direttamente alla Cassazione.

La Legge approvata, di fatto, nasce da un discutibile connubio fra politiche sulla migrazione e sicurezza continuando a guardare nella direzione di un fenomeno emergenziale piuttosto che strutturale: la cancellazione del diritto di appello per i richiedenti asilo è di per se una grave restrizione rispetto alla libertà di fruizione delle norme Costituzionali di un Paese accogliente che crea un processo di diversificazione alzando un ulteriore muro fra noi e l’altro.

“Nel merito della legge Orlando-Minniti sull’immigrazione –ha commentato Filippo Miraglia, vicepresidente nazionale ARCI a nome di diverse associazioni– è bene sottolineare come per nessun’altra categoria di persone in Italia sarebbe stato possibile cancellare le garanzie giurisdizionali, come invece viene fatto per i richiedenti asilo ricorrenti contro il diniego della Commissione ministeriale.

Oltre ad aver cancellato l’appello, infatti, la legge impedisce al ricorrente di far valere le proprie ragioni davanti al giudice ordinario, a meno che il giudice non decida, su richiesta dello straniero, di ascoltare le parti. Se si fosse davvero voluto intervenire per ridurre i tempi d’attesa dei richiedenti asilo, lo si sarebbe potuto fare  migliorando il sistema di prima accoglienza  o magari potenziando gli uffici giudiziari. La negazione del diritto al giusto processo non può essere la soluzione”.

Le più importanti e rappresentative Associazioni italiane come Arci, Acli, Fondazione Migrantes, Baobab, Asgi, Medici senza frontiere, Cgil, A buon diritto, Radicali italiani, Sinistra italiana hanno espresso un duro parere contro la nuova legge. “Noi abbiamo già un’esperienza dei Cie e abbiamo visto che ogni volta che ne è stata estesa la capienza si sono moltiplicate le violazioni dei diritti umani – ha affermato Patrizio Gonnella presidente dell’Associazione Antigone – Possibile che non riusciamo a immaginare nessun altro metodo per le persone che sono in attesa di un’espulsione? Se il problema è aumentare i rimpatri, non potremmo pensare di estendere i programmi di rimpatrio volontario? Se invece questi centri servono a recludere i presunti terroristi in attesa di espulsione allora stiamo sbagliando perché per i presunti terroristi ci sono le carceri”.

Anche l’Associazione nazionale magistrati (Anm) si è espressa in merito dichiarando  “un fermo e allarmato dissenso perché la nuova Legge produce l’effetto di una tendenziale esclusione del contatto diretto tra il ricorrente e il giudice nell’intero arco del giudizio di impugnazione delle decisioni adottate dalle Commissioni territoriali in materia di riconoscimento della protezione internazionale”. La stessa preoccupazione è stata condivisa anche dal Presidente della Cassazione Giovanni Canzio che ha detto: “Pretendere la semplificazione e razionalizzazione delle procedure non può significare soppressione delle garanzie. In alcuni casi non c’è neppure il contraddittorio come si può pensare allora al ruolo di terzietà del giudice?”.

Per par condicio, riportiamo anche la dichiarazione del Ministro della giustizia Andrea Orlando: “Voglio rassicurare sul fatto che il giudice di primo grado sarà tenuto a fissare l’udienza quando valuterà la necessità di sentire personalmente il richiedente asilo, quando riterrà indispensabile che le parti diano chiarimenti. Il richiedente asilo potrà inoltre chiedere al giudice di essere sentito, e spetterà a quest’ultimo valutare se l’ascolto diretto sarà o meno necessario”.

Ovvero, diritto si, ma a discrezione del Giudice.

 

1 maggio, gli auguri della presidente.

Il lavoro nobilita l’uomo! Lo abbiamo sentito dire tante volte, siamo cresciuti con queste parole che rimbombavano nelle orecchie quando eravamo piccoli e trovare un lavoro non era difficile: i nostri padri lavoravano, anche nelle ristrettezze non ci facevano mancare nulla che non fosse essenziale e l’alternativa alla scuola era una bottega dove imparare un mestiere.

Ma il lavoro nobilita quanto rende un uomo libero di costruire una prospettiva di vita. Il lavoro significa indipendenza, possibilità di autodeterminare le proprie scelte, di dare!

Io credo che attraverso il lavoro che facciamo ogni giorno, tutti insieme e in gruppo, noi prendiamo e diamo, senza padroni e senza servitori.

Ci confrontiamo con realtà e vissuti di fronte ai quali in tanti girano le spalle, ma abbiamo la fortuna di tornare a casa felici di aver fatto qualcosa per qualcuno. E quel qualcuno porta con sé l’esperienza di una guerra, di violenze, di persecuzioni, della fame.

Sono persone che hanno sfidato la morte in cerca di un futuro, neanche un futuro migliore.

A tutti noi che lavoriamo, ognuno per il proprio ruolo, e costruiamo insieme le condizioni perché un futuro sia possibile per tutti, voglio dedicare questa giornata che è di festa e di lavoro.

Si, perché anche oggi, in tutte le nostre strutture, ci sono operatori che lavorano come tutti i giorni dell’anno e, quando necessario, a qualsiasi ora.

Costruiamo Insieme non è mai stato un slogan ma l’obiettivo al quale abbiamo puntato fin dall’inizio. E insieme abbiamo costruito la realtà che condividiamo e che continua a crescere.

A tutti gli operatori, in questa ricorrenza, va il mio sincero e affettuoso abbraccio per i risultati raggiunti insieme.

Buon 1 maggio e buon lavoro a tutti!.

Nicole.

NON E’ UN FILM. LORO SON LE PREDE E NOI SIAMO I MOSTRI.

Se in Francia si dibatte sul tema della chiusura delle frontiere come risposta alla richiesta di maggiore sicurezza alla luce degli ultimi episodi criminali nel pieno della campagna elettorale che porterà all’elezione del nuovo Presidente francese, l’Italia è concentrata sulle supposizioni di un magistrato che ipotizza, senza alcuna prova, un rapporto “oscuro” tra le Organizzazioni non Governative impegnate a salvare vite nel Mediterraneo e i trafficanti di uomini.
Le due cose sembrano accomunate dal fattore dell’assurdità!

La Francia assomiglia a chi ha la puzza in casa e chiude le finestre per farla uscire: tutti gli attentati sono stati consumati da cittadini francesi di seconda generazione che si sono radicalizzati in Francia e che hanno dimostrato di avere una capacità di movimento che li porta a spostarsi da un Paese all’altro in Europa spesso passando anche dalla Siria.

In Italia si punta il dito contro le ONG che raccolgono persone in mare destinate ad una morte quasi certa. Vittime della tratta, migranti fuggiti da guerre, fame, persecuzioni che, prima di salire sui gommoni, pagano per un viaggio senza certezze.

Io, che non sono un giurista, ricordo che il nostro ordinamento prevede i reati di omicidio, strage: anche il mancato soccorso è un reato! Per strada o per mare non fa differenza, così come non fanno la differenza la provenienza o il colore della pelle.

Giocare una partita populistica affermando che le ONG impegnate nel Mediterraneo favoriscono le migrazioni e le organizzazioni criminali equivale a negare il ruolo sussidiario che queste organizzazioni svolgono per salvare uomini, donne, bambini, anziani.

I Caronte di turno, presi i soldi, ti abbandonano in balia del mare su barcarole che, spesso, vanno a fondo a poche miglia dalla costa di partenza.

Il numero reale di morti annegati è sconosciuto a tutti. Certo, se non ci fossero state le ONG quel numero sarebbe enormemente più grande.

Dare a questa presenza una interpretazione diversa è scorretto: non incentivano il flusso migratorio con il loro lavoro, evitano che il mare ingoi altre persone.

Questi temi mi hanno riportato alla mente una canzone cantata da Fiorella Mannoia, Natty Fred e Franky HI-NRG che vinse nel 2012 il premio di Amnesty International.

Vi propongo la lettura del testo, sicuramente più interessante e avvincente di quanto avete letto sopra, e il link per ascoltare la canzone multilingue.

 

NON E’ UN FILM.

Non è un film quello che scorre intorno che vediamo ogni giorno che giriamo distogliendo lo sguardo. Non è un film e non sono comparse le persone disperse sospese e diverse tra noi e lo sfondo, e il resto del mondo che attraversa il confine ma il confine è rotondo si sposta man mano che muoviamo lo sguardo ci sembra lontano perchè siamo in ritardo, perenne, costante, ne basta un istante, a un passo dal centro è già troppo distante, a un passo dal mare è già troppo montagna, ad un passo da qui era tutta campagna. Oggi tutto è diverso una vita mai vista questo qui non è un film e non sei protagonista, puoi chiamare lo stop ma non sei il regista ti puoi credere al top ma sei in fondo alla lista
NATTY FRED:

aprite le frontiere…
MANNOIA:

questo non è un film e le nostre belle case non corrono il pericolo di essere invase, non è un armata aliena sbarcata sulla terra, non sono extraterrestri che ci dichiarano guerra, son solamente uomini che varcano i confini, uomini con donne vecchi con bambini, poveri con poveri che scappano dalla fame gli uni sopra gli altri per intere settimane come in carri bestiame attraverso il deserto rincorrono una vita in balia dell’incerto per rimanere liberi costretti a farsi schiavi stipati nelle stive di disastronavi come i nostri avi contro i mostri e i draghi in un viaggio per l’inferno che prenoti e paghi sopravvivi o neghi questo il confine perchè non è un film non c’è lieto fine
INSIEME:

scegli da che parte stare, dalla parte di chi spinge, scegli da che parte stare, dalla parte del mare
NATTY FRED: vivevo felice nella mia terra non avevo bisogno di niente e di nessuno…
FRANKY HI-NRG:

questo sembra un film di quelli terrificanti dalla Transilvania non arrivano vampiri ma badanti, da Santo Domingo non profughi o zombie, ma ragazze condannate a qualcuno che le trombi dalle Filippine colf … pure dal Bangladesh dalla Bielorussia solo carne da lap dance scappano per soddisfare vizi e sfizi nostri loro son le prede noi siamo i mostri loro la pietanza noi i commensali e se loro son gli avanzi noi siam peggio dei maiali pronti a divorare a sazietà pronti a lamentarci per la puzza della varia umanità che ci occorre, ci soccorre, ci sostenta questo non è un film ma vedrai che lo diventa tu stai attento e tieniti pronto che al momento di girare i buoni vincon sempre, scegli da che parte stare.
NATTY FRED: un tempo ti sei fatto grande davanti ai miei occhi

mentre io diventavo sempre più piccolo

sono diventato la tua proprietà

la nostra diversità non può innalzare un muro tra noi

ora sono io che voglio venire da te

ho la consapevolezza che sfidare il mare mi potrà portare alla morte

ma il desiderio di guadagnarmi un domani migliore mi costringe a rischiare la vita

aprite le frontiere
INSIEME:

scegli da che parte stare, dalla parte di chi spinge, scegli da che parte stare, dalla parte del mare

https://www.youtube.com/watch?v=yahzqVHtGRg

“Quando gioco sono libero”. La rinascita di Abou

«Quando sono in campo mi sento felice, libero. Penso solo a vincere. No, non penso al mio Paese: ho solo brutti ricordi e poi sto così bene qui».

Abou Fofana ha 17 anni viene dalla Costa d’avorio ed è un calciatore dell’Africa United Talsano. È arrivato a Taranto il 26 giugno dello scorso anno, dopo un lungo viaggio in mare con uno dei tanti barconi che ormai solcano il Mediterraneo. È nato a Binhouye, una cittadina della regione delle Montagne a confine con la Liberia. Di lì è scappato perché qualcuno voleva ucciderlo: «la nuova moglie di mio padre ha assoldato un uomo per eliminarmi, ma questo per fortuna non l’ha fatto. Mi ha detto quello che stava succedendo e mi ha detto di partire immediatamente». Il suo viaggio è iniziato così velocemente che non ha avuto il tempo di salutare nessuno. Del resto, tradito dagli affetti più cari, perché avrebbe dovuto farlo?

Dalla Costa d’avorio è arrivato in Mali dove si è fermato per una settimana per poi ripartire verso l’Algeria: «Per tre mesi ha lavorato nell’edilizia, ma non mi permettevano di andare a scuola e così ho scelto di andare via. Sapevo che per arrivare in Italia doveva passare dalla Libia: qui sono stato tre mesi a cercare il modo e i soldi per partire». Sul barcone che lo ha portato via dall’Africa erano in tanti e Abu non sa che fine abbiano fatto tutti quelli che erano con lui. A Costruiamo Insieme ha iniziato a studiare la lingua italiana e non solo: «Devo impararla bene per due motivi: voglio restare qui per imparare e imparare per restare. E poi a volte è divertente: c’è la parola “pazzo” che non so perché mi fa ridere un sacco». È alto, e imponente Abou, ma ha una voce dolce e quando ride mostra tutta la genuinità dei suoi anni. «Grazie a Costruiamo Insieme sto frequentando anche un corso per diventare saldatore: mi piace perché imparo un mestiere e contemporaneamente la lingua. Così è più semplice metterla in pratica: le lezioni in aula sono importanti, ma avere la possibilità di fare stage ed esperienza nelle aziende mi aiuta anche a migliorare il mio italiano».

La sua passione, però, è il calcio e sogna di diventare un calciatore professionista: «No, non come Drogba, io voglio diventare come Eric Bailly». Mostra la foto del difensore ivoriano che milita nella Premiere League con il Manchester United e spiega: «anche io sono un difensore: gioco come laterale a destra nell’Africa United. È una bellissima esperienza quella di poter giocare in una squadra come la mia: lo sport permette di imparare un sacco di cose come il rispetto delle regole, dei compagni di squadra e degli avversari. Sogno di diventare un calciatore professionista, ma se non dovesse succedere non solo mi sarò divertito, ma avrò fatto un sacco di esperienze importanti che possono aiutarmi ad integrarmi in Italia».

IMG_6487Nelle scorse settimane Abou è stato intervistato proprio raccontare l’esperienza dello sport che aiuta a rinascita per chi come lui ha passato momenti particolarmente difficili. Lui, però, sembra aver buttato tutto alle spalle. Ora fortunatamente le priorità sono ben altre: «Quest’anno al campionato siamo usciti in semifinale, ma sono soddisfatto perché abbiamo avuto la miglior difesa e anche il miglior attacco, ma l’anno prossimo non c’è storia: vinceremo!». IMG_6489

Buon 25 aprile!

La Resistenza contro il nazifascismo non è mai finita. Perché il nazifascismo non è mai definitivamente morto. Semplicemente ha cambiato forma. I nuovi fascisti cambiano volto e modo di vestire, ma non hanno mai smesso di predicare la loro volontà di limitare le libertà tipiche di una tirannia assolutista.

Oggi, a distanza di qualche decennio, anche la Resistenza ha cambiato forma. I nuovi partigiani hanno cambiato forma e modi di vestire, ma continuano a portare avanti ideali di libertà, autodeterminazione e solidarietà.

Sull’edizione di oggi, Repubblica racconta la storia di Livio Sandini, il 12enne torturato a Bassano del Grappa dai nazifascisti: fu calato a testa in giù in pozzo di 20 metri per rivelare il nascondiglio dei fratelli che si erano uniti ai partigiani. Livio resistette, consapevole a soli 12 anni di poter perdere la vita. Una storia fino a oggi sconosciuta, come sconosciute spesso sono le storie di tanti ragazzi che consapevoli di mettere a serio rischio la propria vita scelgono di lasciare i propri affetti e resistere alle prigionie libiche, ai trafficanti di esseri umani e alla inesorabile potenza del mare. Partono per ricostruire un futuro migliore, come i partigiani. E con loro c’è una brigata di uomini e donne che li accoglie e combatte contro i luoghi comuni e il razzismo strisciante che ancora si annida in questo Paese.

In questi mesi vi abbiamo raccontate tante storie di resistenza, oggi ve le riproponiamo tutte: scegliete la vostra.

LE STORIE

Buon 25 aprile!

Amare la Terra pensando al futuro

Nel 1970 iniziò la lunga marcia per coinvolgere le persone sulle tematiche ambientali, cercando di convogliare le loro energie e conoscenze per uno stile di vita più sostenibile. Quarantasette anni dopo gli ideali non sono cambiati, anche se la battaglia per la difesa del nostro pianeta si è fatta complessa, considerato il peso di cambiamenti climatici che sembrano inarrestabili.

Nata come movimento universitario il 22 aprile 1970, nel tempo, la Giornata della Terra è divenuta un avvenimento educativo ed informativo. I gruppi ecologisti la utilizzano come occasione per valutare le problematiche del pianeta: l’inquinamento di aria, acqua e suolo, la distruzione degli ecosistemi, le migliaia di piante e specie animali che scompaiono, unitamente all’esaurimento delle risorse non rinnovabili.

John McConnell, scomparso nel 2012, è stato il fondatore dell’Earth Day. Nel 1939 lavorava in una fabbrica di plastica con Albert Nobell a Los Angeles. Da allora si dedicò alla cura dell’ambiente e del bene comune lasciando, di volta in volta, contributi e riflessioni fra le quali questa: “La plastica sembrò subito una grande scoperta per tutti, per il mio collega, Albert Nobell, come per la popolazione mondiale, ma non per me. La plastica era il mio lavoro, ma cosa si nascondeva dietro a questo prodotto nuovo? Giorno dopo giorno capii che era un materiale dannoso per l’ambiente, nocivo per il nostro pianeta. Furono la plastica e la fabbrica di Los Angeles a farmi riflettere sulla Terra. Poi venne quella foto, qualche anno dopo. La vidi sulla copertina di Life Magazine e il mio cuore sussultò. Com’era bella quell’immagine della Terra scattata dai primi razzi che Stati Uniti e Russia mandavano nello spazio. Più la guardavo, più capivo che avrei dovuto fare qualcosa di forte e coinvolgente per tutti i popoli, per far capire loro che era tempo di riflettere e agire. 
Proposi prima di tutto la campagna 
Minute for Peace, un minuto per la pace. Ma un minuto era davvero poco. Così pensai che si poteva, o meglio si doveva, dedicare un intero giorno alla nostra bella Terra. Lo chiamai Earth Day, la giornata della terra. Ci vollero anni per convincere i governi di tutto il mondo, ma nel 1970 ottenni un grande successo. Nella prima Giornata della Terra si suonò la campana della pace e quell’immagine del pianeta vista tempo prima su Life divenne il simbolo della nostra bandiera. Ogni 22 aprile, un mese e un giorno dopo ogni equinozio di primavera, nell’emisfero nord, come in quello sud, si celebra l’Earth Day
Dopo molti anni, dopo tanti 
Earth Day, dopo aver scritto un documento che regola principi e responsabilità di ogni cittadino del mondo, mi trovo qui, a febbraio del 1995, a presentare la Earth MagnaCharta
E il mio discorso include anche queste parole
: Oggi, ogni individuo, ogni istituzione, deve pensare e agire con responsabilità verso il Pianeta, facendo scelte economiche, ecologiche ed etiche che possano assicurare un futuro sostenibile per tutti. Comportamenti volti ad eliminare l’inquinamento, la povertà e la violenza, azioni che facciano emergere la bellezza della vita e portino verso un progresso pacifico per l’intera umanità”.

In un Paese come l’Italia, colpita di recente da eventi naturali che hanno lasciato una profonda ferita, riflettere su un futuro sostenibile è solo il primo piccolo passo per non perdere la speranza che un altro mondo è possibile

 

terra

Pasqua di liberazione e di speranza

Ho già scritto che nella religione è importante ciò che l’uomo fa per il suo Dio e nella fede il rapporto è radicalmente invertito ponendo a fondamento ciò che Dio fa per gli uomini. La Pasqua è il momento di maggiore intensità nel percorso di fede, un messaggio di libertà e di liberazione che Dio dona agli uomini racchiudendo in se tutto il mistero cristiano: la passione, la liberazione dal peccato originale, la risurrezione ovvero il passaggio alla vita dopo la vittoria sulla morte.

Ripercorrendo le interpretazioni che sono state date nel tempo, salta alla mente quella del filosofo greco di cultura ebraica Filone di Alessandria che, in epoca ellenistica, ha definito la Pasqua come il momento di ringraziamento a Dio per il passaggio del Mar Rosso.

Ancora il mare diventa un tema ricorrente: strada di incontro fra culture o barriera, muro, luogo di morte nel nuovo esodo per vincere la morte cercando una nuova vita.

Eppure, luogo privilegiato dell’incontro fra Nord e Sud, Est ed Ovest, durante tutta la sua storia millenaria il Mediterraneo ha messo in contatto popoli e civiltà diverse, segnandone l’evoluzione attraverso i secoli. Come molti autori hanno sottolineato, la peculiarità del Mediterraneo sta nel fatto di essere un vero e proprio “mare fra le terre” attraverso il quale tradizioni, religioni e culture differenti hanno potuto interagire ed arricchirsi dal confronto reciproco; esso è sempre stato una frontiera nell’accezione più positiva del termine, confine proiettato verso l’altro dove la purezza si perde in favore di una contaminazione continua. Nessun impero, neanche quello romano, è mai riuscito a dominare stabilmente questo mare e nessuna egemonia culturale ha mai caratterizzato la sua storia. La tradizione greca e latina, erroneamente considerata da molti la principale e quasi esclusiva fonte culturale mediterranea, si è invece intrecciata fruttuosamente sia con quella ebraica sia con quella arabo e islamica, generando delle comuni radici storico-culturali.

Ma qual è oggi il ruolo giocato dal Mediterraneo nell’attuale scenario mondiale? Quale la percezione che di esso hanno i Paesi che ne fanno parte? Ma soprattutto, il Mediterraneo è ancora un “mare fra le terre” dove i diversi popoli possono confrontarsi ed instaurare un dialogo fra pari o ha perso definitivamente queste sue caratteristiche di pluralismo e inclusività?

Nel discorso Urbi et Orbi dello scorso anno, Papa Francesco ha affermato che “Il Cristo risorto, annuncio di vita per l’intera umanità, si riverbera nei secoli e ci invita a non dimenticare gli uomini e le donne in cammino alla ricerca di un futuro migliore, schiera sempre più numerosa di migranti e di rifugiati – tra cui molti bambini –  in fuga dalla guerra, dalla fame, dalla povertà e dall’ingiustizia sociale. Questi nostri fratelli e sorelle, sulla loro strada incontrano troppo spesso la morte o comunque il rifiuto di chi potrebbe offrire loro accoglienza e aiuto.

La valorizzazione delle caratteristiche del mare fra le terre, in particolare del suo pluralismo, costituisce l’alternativa da seguire per promuovere la comprensione reciproca e la cooperazione multilaterale necessarie per raggiungere una pace libera da ogni deriva fondamentalista, non solo all’interno del bacino mediterraneo, ma in tutto il mondo. Nell’attuale processo di globalizzazione, ripartire dal Mediterraneo significa adoperarsi perché questo fenomeno non finisca per diventare imposizione unilaterale del modello dominante, ma costituisca al contrario occasione di incontro e feconda ibridazione fra le diverse tradizioni, per creare una reale integrazione ed una strada comune sulla quale le differenti culture imparino le une dalle altre e siano in grado di ripensare se stesse per mettere da parte le loro divisioni.

Gli avvenimenti tragici che continuano a susseguirsi certo inducono a pensare il contrario. Ma, mi piace concludere ancora con le parole di Papa Francesco “Non dobbiamo credere al Maligno che ci dice non puoi fare nulla contro la violenza, la corruzione, l’ingiustizia, contro il peccato. Non dobbiamo mai abituarci al male. Per favore non lasciatevi rubare la speranza!”

Giancarlo, confratello al servizio dei migranti

«Essere confratello è stato sicuramente il primo passo verso il servizio al prossimo che oggi è diventata anche una scelta di vita lavorativa».

Giancarlo ha 43 anni e da dieci è confratello del Carmine, il sodalizio che ogni anno organizza la processione dei Misteri il Venerdì Santo rinnovando una tradizione ormai secolare. Anche lui, come tutti i tarantini, in questi giorni vive con trepidazione i giorni del triduo pasquale: rivede i confratelli che scalzi e incappucciati avanzano lentamente con la caratteristica «nazzicata» verso i sepolcri allestiti  nelle chiese, contempla il volto trasfigurato dal dolo dell’Addolorata che nella notte tra giovedì e Venerdì Santo parte dal tempio di San Domenico Maggiore nel cuore della città vecchia alla ricerca di Gesù e, infine, segue passo dopo passo la processione dei Misteri che alle 17 del Venerdì Santo attraversa le strade del borgo e, dopo un’intera notte, rientra al Carmine il Sabato mattina chiudendo i «giorni del perdono» che per una volta l’anno inorgogliscono i tarantini.

«Ho scelto di diventare confratello per adorare la Croce e per dare un senso religioso al volontario verso il prossimo – racconta Giancarlo – e poi è una tradizione della mia città che ognuno di noi dovrebbe portare avanti. La mia non è solo una scelta legata alla Settimana Santa: partecipo alla vita del sodalizio per tutto l’anno e faccio del mio meglio per mettere in pratica gli insegnamenti del Vangelo ispirato dalla figura di Maria. C’è un passo del Vangelo che dice “tutto quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avete fatto a me” e credo che anche questo abbia contribuito a indirizzarmi nella mia scelta di vita».

Giancarlo è uno degli operatori di Costruiamo Insieme che ogni giorno è al servizio dei tanti migranti ospitati nelle stretture: «Le cose sono certamente collegate: Gesù ci ha insegnato a essere vicino ai più bisognosi. Oggi questi ragazzi vivono momenti difficili: sono fuggiti dai loro affetti e siamo pronti a dare loro assistenza. Costruiamo Insieme non è un lavoro qualunque: per me è la possibilità di mettere in pratica ciò che mi insegna il Vangelo. E poi lo faccio con uno staff meraviglioso che lavora sempre con il sorriso».

In queste ore i riti tarantini tornano nelle strade e per Giancarlo è un momento di forte devozione: «per un tarantino è il momento in cui rivedere, a distanza di un anno, i simboli della Passione e quindi ricordare le sofferenze di Gesù. Beh per un confratello è la stessa cosa, ma forse ancora più forte». Nei gironi scorsi alcuni ospiti hanno visitato la chiesa del Carmine e scoperto le tradizioni pasquali della città: «Sono contento – commenta Giancarlo – che abbiano scoperto le nostre tradizioni. Tanti di loro al ritorno dalla visita hanno avuto belle parole per quest’esperienza e soprattutto per il sacrificio dei confratelli. Molti erano catturati dalla «troccola»: alcuni di loro inizialmente non avevano capito il suo significato, ma quando ne hanno scoperto la funzione ne sono rimasti ancora più colpiti. Alcuni degli ospiti che non hanno partecipato alla visita, hanno visto le foto e mi hanno chiesto informazioni: sono stato contento e anche un po’ orgoglioso di poter raccontare questa splendida tradizione della mia città. Spero che qui riescano a trovare la loro strada, che possano costruire un loro percorso di vita».

Ma gli ospiti non sono l’unico pensiero delle sue preghiere: «penso anche a me e ai miei colleghi: pregherò il Signore in questi giorni per darci sempre forza di continuare a offrire loro un servizio che possa aiutarli a sentirsi un po’ a casa. A sentirsi nostri fratelli. Proprio come i perdoni».