“Siamo accanto ai bambini di Taranto”

“Ho sentito dentro di me che era giusto partecipare a questa iniziativa perché è un modo per ricambiare l’accoglienza e l’aiuto che questa città mi ha offerto”. Zazou Daouda ha appena indossa la maglia “Ie jesche pacce pe te!!!” e la mostra con orgoglio. È uno degli ospiti della cooperativa Costruiamo Insieme che ha scelto di donare un parte del suo pocket money per acquistare la t-shirt sponsorizzata da Nadia Toffa de Le Iene e il cui ricavato sarà devoluto per la cura dei bambini ammalati nel capoluogo ionico a causa dell’inquinamento ambientale e non solo. “I bambini di Taranto – ha aggiunto Zazou – hanno bisogno di aiuto e allora ho deciso di donare il mio piccolo contributo con il cuore: chi come me ha vissuto esperienze terribili sa cosa significa trovare qualcuno che ti aiuto”. Le prime magliette sono arrivate nella struttura del centro di Taranto pochi giorni fa e altre ne arriveranno ancora nei prossimi giorni: “siamo stati aiutati dagli italiani quando eravamo i mare e ora non ho voluto tirarmi indietro.: ho comprato questa maglia per dare il mio aiuto ai bambini” aggiunge Sadio Tandian. Per Fofana Modou lamin, inoltre, indossare la maglia vuol dire poter ringraziare che gli ha dato l’opportunità di fare “una scelta bellissima per i bambini”.

È stato un vero e proprio giorno di festa nella cooperativa guidata da Nicola Sansonetti: rinunciare a un parte del pocket money per gli ospiti è stata occasione per sentirsi vicini a chi soffre. Non solo. Anche per gli operatori è stata una splendida iniziativa. “Quando si parla di solidarietà – ha spiegato Idrees Babka, giovane migrante assunto da Costuiamo Insieme – non ci sono differenze qui a Costruiamo: noi operatori insieme agli ospiti ci sentiamo in questo momento stretti in unico sorriso accanto ai bambini che hanno bisogno di curarsi”.

Nei prossimi giorni arriveranno anche altre magliette in via Cavallotti perché la solidarietà e la partecipazione sta crescendo ogni giorno. “Siamo felicissimi di questa risposta e di questo entusiasmo – ha commentato Nicole Sansonetti – perché offre una serie di spunti su cui riflette quando si parla di accoglienza e integrazione. Innanzitutto è la dimostrazione che i migranti hanno preso a cuore la terra che li ospita e la gente che la abita e vogliono contribuire direttamente a migliorarla. Vorrei sottolineare che per chi riceve circa 70 euro al mese una donazione per l’acquisto di una maglietta di beneficenza è un gesto che assume un significato ancora più forte. Inoltre – ha aggiunto la presidente di Costruiamo Insieme – questa gara di solidarietà è anche la prova del fatto che se lo staff lavora con competenza e partecipazioni, gli ospiti riescono a comprendere fino in fondo le difficoltà del territorio e, come in questo caso, posso dimostrare di non essere un peso, ma una risorsa”.

Migrazione condivisa e sostenibile, ecco le proposte di Costruiamo Insieme

C’era anche Costruiamo Insieme al tavolo tematico “Politiche della Salute” che si è tenuto lo scorso 7 marzo a Bari. L’incontro, organizzato dalla Regione Puglia e finalizzato a varare il Piano Triennale delle Politiche per le Migrazioni attraverso un processo partecipativo, ha richiamato associazioni, organizzazioni sindacali e datoriali e gli Enti che operano nel settore dell’immigrazione.

Partendo dal presupposto che diventa sempre più necessario ragionare all’interno di una prospettiva di sistema per superare il vincolo dell’emergenza, Costruiamo Insieme ha proposto offerto ai partecipanti una serie di spunti di riflessione:

  1. Le pratiche di accoglienza, che pure a distanza di decenni necessitano di una rivisitazione per l’ottimizzazione delle procedure, rappresentano il momento dell’arrivo, dell’incontro con i migranti su un territorio che non può più essere considerato terra di approdo e di passaggio, ma deve essere riletto come luogo di stanzialità.
  2. La necessaria presa di coscienza che la società nella quale viviamo è una società meticcia, condizione intrinseca alla storia dell’uomo che da sempre ha moltiplicato gli intrecci culturali di fronte ad una persistente riduzione delle distanze geografiche. È necessario, quindi, porre l’attenzione sul tema della convivenza che comporta il fondamentale superamento del modello “occidentalocentrico” che rappresenta, di per sé, un “muro”, una barriera nella prospettiva di un processo di convivenza e di integrazione. Non si è più di fronte ad un rapporto ospite/ospitante, ma si è già dentro una dinamica di rapporto fra persone che impone il confronto e il rispetto dei portati culturali differenti.
  3. Questa premessa rappresenta il punto di partenza per ragionare in termini di sistema sulle politiche per la salute dei migranti (tema specifico del tavolo tecnico), ma riguarda tutti gli ambiti di intervento. Restando sul tema della salute è stato evidenziato che:
  • Il problema della conoscenza della lingua, da sempre al centro di ogni riflessione, è un problema bilaterale: se è vero che i migranti non conoscono la lingua italiana, è altrettanto vero che nei nostri Presidi Ospedalieri, nei Pronto Soccorso, nei Distretti Socio Sanitari, fra i Medici di Medicina Generale è raro incrociare qualcuno che conosca perlomeno l’inglese o il francese.
  • Il deficit rappresentato dalla conoscenza della lingua introduce un ulteriore argomento di riflessione relativo alla mediazione rilanciando una questione fondamentale: la mediazione è solo un problema linguistico (ovvero di traduzione) o anche culturale?
  • Ricucire un taglio, fare un’appendicectomia o praticare interventi di routine magari abbisogna di un semplice traduttore. Prendere in carico e curare patologie diverse, sviluppare la capacità di comprenderne gli esordi per evitare cronicizzazioni è un’altra storia, che trova l’ulteriore ostacolo della diffidenza nei confronti della medicina occidentale a medicalizzare e a curare farmacologicamente tutto. Nel caso specifico della Salute Mentale, assolutamente non secondario nella fattispecie di persone che hanno un portato esistenziale “pesante”, filoni quali l’etnopsichiatria, l’etnopsicologia sono, a differenza che in altre Regioni italiane, assolutamente estranee al sistema sanitario pugliese. E sono branche specifiche che, per svilupparsi qualora introdotte nel SSR, necessitano di due elementi:
    • Formazione congiunta fra operatori sanitari e operatori a vario titolo impegnati nella filiera delle migrazioni;
    • Creazione di una rete distrettuale/territoriale che ponga in stretto contatto, attraverso protocolli operativi, operatori sanitari e operatori a vario titolo impegnati nella filiera delle migrazioni.

 

Tutti gli elementi di riflessione proposti da Costruiamo Insieme sono stati unanimemente condivisi dai partecipanti al tavolo tematico, compresi i rappresentanti della ASL che non solo hanno confermato l’esistenza di questo deficit complessivo nell’erogazione delle prestazioni sanitarie, ma hanno sottolineato la necessità di costruire percorsi cogestiti riconoscendo la debolezza di eventuali azioni unilaterali.

Morire di selfie?

Tre tredicenni, i binari, un treno in corsa e forse la incontenibile voglia di provare una sensazione forte attraverso un selfie. Così, posizionati sui binari, avrebbero aspettato che il treno fosse più vicino possibile alle loro spalle perché l’immagine potesse essere forte e l’adrenalina raggiungesse il massimo livello possibile. In quello che i giudici hanno ipotizzato come un gioco incosciente, uno dei ragazzi non ha fatto in tempo ad allontanarsi dai binari. Il treno in corsa lo ha travolto uccidendolo sul colpo.

Gli altri due, al cospetto dell’amico morto, sono scappati impauriti e timorosi delle conseguenze di quel gesto assurdo. Quando sono stati rintracciati dalla polizia, hanno balbettato, non hanno ancora interiorizzato l’accaduto, sono apparsi confusi.

L’unica certezza è il corpo del loro amico rimasto senza vita su quei binari. Morto probabilmente nel tentativo di immortalarsi con una delle mode del nostro tempo: un selfie.

Una foto che diventa un gioco mortale, come tanti altri giochi partoriti dal grembo del non senso della vita, dallo sconfinamento di ogni immaginabile limite.

L’ultima sensazione forte nel perverso ambito della frequentazione di pericolose abitudini che non fanno scalpore più di tanto. Poche righe sui giornali e qualche veloce passaggio televisivo. Niente di più. Nessuna seria riflessione sul dramma psicosociale che caratterizza i nostri tempi, sulla perdita di valori e su una prospettiva capace di radicare, fin dall’adolescenza, la convinzione che la vita merita di essere vissuta.

Diventa inevitabile il parallelo fra chi rischia la vita per salvarla e chi la rischia per uno stupido gioco, per provare un brivido.

Tentare di fuggire da Mosul è un rischio grande, si va incontro ai colpi dei cecchini o alle esecuzioni dimostrative fatte per strada ma rappresenta l’unica alternativa al rischio di morire sotto le bombe.

Così come percorrere migliaia di chilometri, subire il giogo dei trafficanti di uomini, essere ammassati su gommoni è l’alternativa ad una morte quasi certa per fame o per guerra spinti dalla da un debole ma fondamentale filo di speranza di portarla in salvo la vita.

Oscar Wilde ha scritto che “Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste, ecco tutto”. Ma in tanti si sono avventurati nella ricerca di una spiegazione, di una traduzione capace di arrivare alle radici del senso della vita.

Voglio chiudere questo domenicale con un aneddoto: Quando sono andato a scuola, mi hanno chiesto cosa volessi diventare da grande. Ho risposto “felice”. Mi dissero che non avevo capito l’esercizio e io risposi che loro non avevano capito la vita.
(John Lennon)
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“Qui ho trovato disponibilità e speranza”

“Il mio futuro? Eh…”. Sorride e immagina Salif, 19enne del Ghana. Non ha un risposta alla domanda, ma sa che dovrà costruirla. Lui che ha costruito la sua vita più volte. Nel villaggio di Alavagno era un autista: “guidavo i taxi – precisa iniziando il suo racconto – ed era bello girare per la mia terra, anche se è una terra continuamente colpita dalla violenza. Ma questa volta non c’entra la religione e nemmeno l’etnia.

La terra di Salif è in guerra per un semplice pezzo di terra. Gli abitanti di Alavagno e del vicino villaggio di Nkugna se lo contendono da sempre. Si scontrano da anni per decidere chi dovrà amministrarlo: “Quando avevo due anni quella follia è entrata anche nella mia vita: mio padre rimase ucciso in uno di quegli scontri. A volte ci penso e sono certo che sia tutto inutile”. Da allora è cresciuto con suo zio, ma anche lui fu vittima della guerra per la terra ghanese. Salif, però, va avanti e trova lavoro come autista. Gira in taxi, accompagna la gente, gli piace essere gentili con quelli che salgono a bordo della sua auto.

l 23 marzo 2013, però, la sua vita cambia ancora una volta e questa volta per sempre. Salif è uscito presto di casa per andare a lavorare e poco dopo riceve una telefonata: “era mia mamma, mi diceva di non tornare a casa. La telefono mi spiegava che la situazione era diventata troppo pericolosa”. Inizia così il viaggio di Salif che arriva dapprima in Niger dove per due mesi ha cercato un lavoro, ma senza riuscirci.

La sua vita cosi posta così in Libia: “per due anni ho lavorato in un lavaggio di auto con altri amici del Ghana. Non avevo intenzione di venire in Italia, ma un giorno sono andato al lavoro e i soldati mi arrestarono. Portarono in prigione anche i miei compagni”. Durante la reclusione Salif e i suoi compagni sono costretti a lavorare: ogni giorno vengono portati nei luoghi dove le guardie li osservano mentre eseguono ciò che viene loro ordinato. Una mattina, però, i soldati si distraggono un po’ troppo: Salif e i suoi compagni riescono a fuggire. Tornano velocemente a casa e scoprono che uno dei loro compagni che non era in prigione era stato ucciso. “abbiamo venduto le poche cose che avevamo come il materasso e il televisore e abbiamo deciso di partire. Non avevo mai pensato prima di quel giorno all’Italia”. Il suo barcone arriva in Italia e per Salif inizia ancora un volta una nuova vita: “Qui ho trovato tanti amici sia tra gli ospiti che tra il personale di Costruiamo Insieme: quello che mi piace di più è che non sono uno dei tanti, ma se ho un problema o un’esigenza diventa un’esigenza anche dello staff. È bello trovare questa disponibilità e questa accoglienza, mi offre speranza. Ho anche trovato un lavoro: sono stato assunto da una ditta di pulizia e per adesso va bene. Il mio futuro? Eh…”. Sorride e immagina Salif, ma poi aggiunge: “Per ora non so ancora, per adesso vorrei ottenere solo i documenti. Poi si vedrà”.

Scuola, quasi 100 iscritti nel barese.

Sono circa un centinaio gli ospiti di Costruiamo Insieme impegnati in percorsi di studio nella provincia barese. Un risultato ottenuto grazie alle relazioni stabilite dalla cooperativa con istituzioni pubbliche come le scuole e i CPIA del territorio e il mondo dell’associazionismo, senza trascurare l’attività di alfabetizzazione che quotidianamente viene garantita agli ospiti dal personale di Costruiamo Insieme.

Attualmente i ragazzi iscritti al CPIA1 San Nicola con sede a Bitonto nella scuola pubblica “Giovanni Modugno” sono ben 27: i ragazzi sono stati suddivisi in 2 gruppi e subito dopo l’iscrizione sono stati valutati e inseriti nel corso più adatto alle loro esigenze – livello A1 e livello A2 – e impegna i ragazzi tre volte a settimana. A Bitonto, però, Costruiamo Insieme ha avviato una collaborazione particolarmente produttiva con le associazioni, come Babylon a Bari, che offrono la possibilità agli ospiti di frequentare corsi di alfabetizzazione della lingua italiana dando così modo di apprendere la nostra lingua e creare un accordo di integrazione. Ma il percorso di avvicinamento alla lingua italiana coinvolge anche i minorenni che sono regolarmente iscritti alla scuola pubblica. Come Destiny, 4 anni, che frequenta la scuola dell’infanzia tutti i giorni e il mercoledì pomeriggio vive anche la bella esperienza di un progetto di educazione motoria nella palestra della scuola “Santa Teresa” a Bitonto. E poi c’è Boutayna, di 9 anni, iscritta alla terza elementare e impegnata, per due sabati al mese, anche in un progetto per l’apprendimento della lingua inglese.

Nella sede di Modugno, invece, Costruiamo Insieme conta ben 60 iscritti ai corsi di alfabetizzazione nel CPIA di Altamura, con sede nella scuola media “ Casavola – D’assisi”. Per due ragazzi, invece, si avvicina lo “spauracchio” degli esami per conseguire la licenza media. Costruiamo insieme ha accolto con grande favore la disponibilità dell’istituzione scolastica a rispondere all’esigenza di attivare più classi per poter dare la possibilità al maggior numero di ospiti di seguire le lezioni e per consentire le iscrizioni anche durante tutto l’anno scolastico anche aumentando il numero di docenti destinati a questa attività. Il gran numero di iscritti, inoltre, è indice dell’ottimo lavoro di rete che lo staff avvia sulla base delle esigenze che arrivano quotidianamente dai migranti ospiti.

Inoltre, il numero generale di giovani iscritti dimostra l’instancabile lavoro educativo svolto ogni giorno e la piena consapevolezza da parte dei migranti dell’importanza dell’apprendimento della lingua italiana e dell’istruzione in generale, dal momento che gran parte di loro proviene da Paesi in cui non l’analfabetismo è molto diffuso.

“Siamo soddisfatti di quanto siamo riusciti a fare quest’anno per l’istruzione dei nostri sopiti – ha commentato il presidente di Costruiamo Insieme, Nicole Sansonetti -, ma vogliamo continuare a puntare in alto non solo per l’importanza che chiaramente riveste questo percorso ai fini dell’integrazione, ma anche per dimostrare la voglia che i migranti hanno di mettersi in gioco per costruirsi un nuovo futuro”.

 

Il Mediterraneo tra illusione e realtà, integrazione e conflitto nella storia e in letteratura

In procinto di trovare uno spunto per la rubrica domenicale e scavando fra le carte che ho la cattiva buona abitudine di non cestinare mai, mi è capitato fra le mani il contributo che l’amico Vincenzo Consolo portò ad un Convegno organizzato da Psichiatria Democratica nel marzo del 2009. Sono passati otto anni ma credo sia assolutamente attuale. Ve lo propongo mantenendo lo stesso titolo perché ritengo possa offrire elementi di riflessione importanti.

“In una notte di giugno dell’ 827, una piccola flotta di Musulmani (Arabi, Mesopotamici, Egiziani, Siriani, Libici, Maghrebini, Spagnoli), al comando del dotto giurista settantenne Asad Ibn al-Furàt, partita dalla fortezza di Susa, nella odierna Tunisia, emirato degli Aghlabiti, attraversato il braccio di mare di poco più di cento chilometri, sbarcava in un piccolo porto della Sicilia: Mazara (nella storia ci sono a volte sorprendenti incroci, ritorni: Mazar è un toponimo di origine punica lasciato nell’isola dai Cartaginesi). Da Mazara quindi partiva la conquista di tutta la Sicilia, dall’occidente fino all’oriente, fino alla bizantina e inespugnabile Siracusa, dove si concludeva dopo ben settantacinque anni. Si formò in Sicilia un emirato dipendente dal califfato di Bagdad. In Sicilia, dopo le depredazioni e le spoliazioni dei Romani, dopo l’estremo abbandono dei Bizantini, l’accentramento del potere nelle mani della Chiesa, dei monasteri, i Musulmani trovano una terra povera , desertica, se pure ricca di risorse. Ma con i Musulmani comincia per la Sicilia una sorta di rinascimento. L’isola viene divisa amministrativamente in tre Valli, rette dal Valì: Val di Mazara, Val Dèmone e Val di Noto; rifiorisce l’agricoltura grazie a nuove tecniche agricole, a nuovi sistemi di irrigazione, di ricerca e di convogliamento delle acque, all’introduzione di nuove colture (l’ulivo e la vite, il limone e l’arancio, il sommacco e il cotone…); rifiorisce la pesca, specialmente quella del tonno, grazie alle ingegnose tecniche della tonnara; rifiorisce l’artigianato, il commercio, l’arte. Ma il miracolo più grande durante la dominazione musulmana è lo spirito di tolleranza, la convivenza tra popoli di cultura, di razza, di religione diverse. Questa tolleranza, questo sincretismo culturale erediteranno poi i Normanni, sotto i quali si realizza veramente la società ideale, quella società in cui ogni cultura, ogni etnia vive nel rispetto di quella degli altri. Di questa società arabo-normanna ci daranno testimonianza viaggiatori come Ibn Giubayr, Ibn Hawqal, il geografo Idrisi. E sul periodo musulmano non si può che rimandare alla Storia dei Musulmani di Sicilia, (1) scritta da un grande siciliano dell’ 800, Michele Amari. Storia scritta, dice Elio Vittorini, “con la seduzione del cuore” (2). E come non poteva non scrivere con quella “seduzione”, nato e cresciuto nella Palermo che ancora conservava nel suo tempo non poche vestigia, non poche tradizioni, non poca cultura araba ? Tante altre opere ha scritto poi Michele Amari sulla cultura musulmana. Per lui, nel suo esempio e per suo merito, si sono poi tradotti in Italia scrittori, memorialisti, poeti arabi classici. Per lui e dopo di lui è venuta a formarsi in Italia la gloriosa scuola di arabisti o orientalisti che ha avuto eminenti figure come Levi Della Vida, Caetani, Nallino, Schiapparelli, Rizzitano, fino al grande Francesco Gabrieli, traduttore de Le mille e una notte (3).
Vogliamo ripartire da quel porticciolo siciliano che si chiama Mazara, in cui sbarcò la flotta musulmana di Asad Ibn al-Furàt, per dire di altri sbarchi, di siciliani nel Maghreb e di maghrebini, e non solo, in Sicilia.
Finisce la terribile e annosa guerra corsara fra le due sponde del Mediterraneo, guerra di corsari musulmani e di corsari cristiani, finisce con la conquista di Algeri nel 1830 da parte dei Francesi. Ma si apre anche da quella data, nel Maghreb, la piaga del colonialismo. E comincia, in quella prima metà dell’ 800, l’emigrazione italiana nel Maghreb. É prima un’emigrazione intellettuale e borghese, di fuorusciti politici, di professionisti, di imprenditori. Liberali, giacobini e carbonari, si rifugiano in Algeria e in Tunisia. Scrive Pietro Colletta nella sua Storia del reame di Napoli : “Erano quelli regni barbari i soli in questa età civile che dessero cortese rifugio ai fuoriusciti”(4). Dopo i falliti moti di Genova del 1834, in Tunisia approda una prima volta, nel 1836, Giuseppe Garibaldi, sotto il falso nome di Giuseppe Pane. Nel 1849 ancora si fa esule a Tunisi.
A Tunisi si era stabilita da tempo una nutrita colonia italiana di imprenditori, commercianti, banchieri ebrei provenienti dalla Toscana, da Livorno soprattutto, primo loro rifugio dopo la cacciata del 1492 dalla Spagna. Conviveva, la nostra comunità, insieme alla ricca borghesia europea, un misto di venti nazioni, ch s’era stanziata a Tunisi. Accanto alla borghesia, v’era poi tutto un proletariato italiano di lavoratori stagionali, pescatori di Palermo, di Trapani, di Lampedusa che soggiornavano per buona parte dell’anno sulle coste maghrebine.
Ma la grossa ondata migratoria di bracciantato italiano in Tunisia avvenne sul finire dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, con la crisi economica che colpì le nostre regioni meridionali. Si stabilirono questi emigranti sfuggiti alla miseria nei porti della Goletta, di Biserta, di Sousse, di Monastir, di Mahdia, nelle campagne di Kelibia e di Capo Bon, nelle regioni minerarie di Sfax e di Gafsa. Nel 1911 le statistiche davano una presenza italiana di 90.000 unità. Anche sotto il protettorato francese, ratificato con il Trattato del Bardo del 1881, l’emigrazione di lavoratori italiani in Tunisia continuò sempre più massiccia. Ci furono vari episodi di naufragi, di perdite di vite umane nell’attraversamento del Canale di Sicilia su mezzi di fortuna. Gli emigrati già
inseriti, al di là o al di sopra di ogni nazionalismo, erano organizzati in sindacati, società operaie, società di mutuo soccorso, patronati degli emigranti. Nel 1914 giunge a Tunisi il socialista Andrea Costa, in quel momento vicepresidente della Camera. Visita le regioni dove vivevano le comunità italiane. Così dice ai rappresentanti dei lavoratori: “Ho percorso la Tunisia da un capo all’altro; sono stato fra i minatori del Sud e fra gli sterratori delle strade nascenti, e ne ho ricavato il convincimento che i nostri governanti si disonorano nella propria viltà, abbandonandovi pecorinamente alla vostra sorte”.
La fine degli anni Sessanta del 1900 segna la data fatidica dell’inversione di rotta della corrente migratoria nel Canale di Sicilia, dell’inizio di una storia parallela, speculare a quella nostra. A partire dal 1968 sono tunisini, algerini, marocchini che approdano sulle nostre coste. Approdano soprattutto in Sicilia, a Trapani, si stanziano a Mazara del Vallo, il porto dove erano approdati i loro antenati musulmani per la conquista della Sicilia. A Mazara, una comunità di 5.000 tunisini riempie i vuoti, nella pesca, nell’edilizia, nell’agricoltura, che l’emigrazione italiana, soprattutto meridionale, aveva lasciato. Questa prima emigrazione maghrebina nel nostro Paese coincide con lo scoppio di quella che fu chiamata la quarta guerra punica, la “guerra” del pesce, il contrasto vale a dire fra gli armatori siciliani, che con i loro pescherecci sconfinavano nelle acque territoriali nord-africane, contrasto con le autorità tunisine e libiche. In questi conflitti, quelli che ne pagavano le conseguenze erano gli immigrati arabi imbarcati sui pescherecci siciliani. Sull’emigrazione maghrebina in Sicilia dal 1968 in poi, il sociologo di Mazara Antonino Cusumano ha pubblicato un libro dal titolo Il ritorno infelice.(5)
È passato quasi mezzo secolo dall’inizio di questo fenomeno migratorio in Italia. Da allora e fino ad oggi le cronache ci dicono delle tragedie quotidiane che si consumano nel Canale di Sicilia. Ci dicono di una immane risacca che lascia su scogli e spiagge corpi senza vita. Ci dicono di tanti naufragi. E ci vengono allora in mente i versi di Morte per acqua di T.S. Eliot:
Phlebas il Fenicio, da quindici giorni morto,
dimenticò il grido dei gabbiani,
e il profondo gonfiarsi del mare
e il profitto e la perdita.
Una corrente sottomarina
spolpò le sue ossa in sussurri. (6)
Le cronache ci dicono di disperati che cercano di raggiungere l’isola di Lampedusa. Disperati che partono soprattutto dalla Libia, ma anche dalla Tunisia e dal Marocco. Accordi ricattatori sono stati stipulati dal governo italiano con il dittatore Gheddafi, ma i mercanti di vite umane continuano sempre a spedire per Lampedusa barche cariche di uomini, donne, bambini, provenienti dal maghreb e dall’Africa subsahariana. I famosi CPT, Centri di Permanenza Temporanea, a Lampedusa e in altri luoghi non sono che veri e propri lager. Il governo italiano intanto non fa altro che promulgare leggi xenofobe, razzistiche, di vero spirito fascistico. Di fronte a episodi di contenzione di questi disperati in gabbie infuocate, di ribellioni, fughe, scontri con le forze dell’ordine, scioperi della fame, gesti di autolesionismo e di tentati suicidi, di gravi episodi di razzismo e di norme italiane altrettanto razzistiche si rimane esterefatti. Ci ritornano allora le parole di Braudel riferite a un’epoca passata: “In tutto il Mediterraneo l’uomo è cacciato, rinchiuso, venduto, torturato, e vi conosce tutte le miserie, gli orrori e le santità degli universi contrazionari”.(7)
Volendo infine entrare nel tema di questo convegno La salute mentale nelle terre di mezzo, vogliamo qui annotare che sono soprattutto le donne a soffrire le violenze, i disagi della vita, del costume, della storia e citiamo qui degli autori classici che in letteratura hanno rappresentato questo dramma. L’Ofelia dell’Amleto di William Shakespeare innanzi tutto; la suor Maria di Storia di una capinera di Giovanni Verga; la Demente di Come tu mi vuoi di Luigi Pirandello; Le libere donne di Magliano di Mario Tobino; la donna reclusa in una stanza in Voci di Marrakech di Elias Canetti.”

Note:
1) Storia dei Musulmani di Sicilia di Michele Amari – CT Romeo Prampolini 1933
2) I Musulmani in Sicilia di Michele Amari a cura di Elio Vittorini -pag. 6 Bompiani 1942
3) Le mille e una notte – Einaudi 1948
4) Storia del Reame di Napoli dal 1734 al 1825– pag. 890 Rizzoli 1967
5) Il ritorno infelice di Antonino Cusumano – Sellerio 1976
6) Poesie di T.S. Eliot -pag. 79 – Ugo Guanda 195
7) Civiltà e Imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II di Fernand Braudel -– vol.I pag. 921-922 – Einaudi 1976

Il sogno di Hassan: “Sarò un buon padre”.

«Tra dieci anni? Forse parlerò benissimo in Italiano e sarò sposato, magari con una donna italiana» sorride un attimo e poi aggiunge «Se così fosse sono sicuro di una cosa: voglio essere un buon padre».
Hassan, ha solo 20 anni, ma la sua è una di quelle vite che sembrano molto più lunghe.
«Non ho mai conosciuto mio padre e a pensarci bene non so assolutamente nulla di lui. Neppure se sia vivo o morto. Sono cresciuto con mia mamma, ma è morta quando avevo 13 anni». È originario del Ghana, ma è cresciuto in Libia e dopo la scomparsa della madre è stato adottato da una famiglia sudanese: «con loro mi sono trovato bene, ma la Libia è un paese molto difficile e qualche anno fa sono stati costretti a lasciare il paese. Avrebbero voluto portarmi con loro, ma non era possibile e così mi hanno affidato un libico. Ho vissuto con quest’uomo, a Tripoli, per un anno e una sera all’improvviso lui mi disse che dovevo andar via. Fu una cosa improvvisa: mi disse che non potevo rimanere lì e di notte mi portò via. Non sapevo dove mi stava portando, so soltanto che arrivai in un altro Paese. Vidi tante, tantissime persone, ascoltai i loro discorsi: stavano partendo tutti e capii che stavo partire anche io».
Quella notte Hassan prese la barca che lo portò in Italia: «non ho mai capito se quell’uomo mi abbia fatto un regalo oppure mi abbia dato una punizione: da un lato ho lasciato all’improvviso quello che avevo, ma del resto sono un nero e la Libia per me era un posto pericoloso. Comunque sia quel viaggio mi ha portato in un posto splendido come l’Italia dove provare a ricostruire una vita».
Spera di diventare ingegnere Hassan. Adora le auto: «soprattutto Toyota e Wolkswagen». Parla piano e sorride appena mentre il racconto volge al termine: «qui a Costruiamo Insieme mi trovo bene» sentenzia con una dolcezza disarmante e poi guarda al futuro e riprende il sogno di avere dei figli a cui donare tutto l’amore e la gioia che possiede. Perché come scrive Khalil Gibran: «più a fondo vi scava il dolore, più gioia potete contenere». E così ciò che ha provocato dolore regalerà ad Hassan una gioia immensa e l’amore farà il resto. E Hassan sarà un ottimo padre.

Foto dall’alto delle guerre di cui nessuno parla

Sei milioni di somali in stato di malnutrizione a causa della siccità che ha colpito il Paese: l’ONU ritiene che 363 mila siano bambini sotto i cinque anni. Trecentomila somali vivono nel più grande campo profughi del mondo a Dadaab, in Kenya. Un attentato nel mercato di Mogadiscio, domenica scorsa, ha provocato 39 morti e 50 feriti. Tutti i servizi sono privatizzati, comprese la scuola e la sanità: Kenya ed Etiopia, Paesi confinanti, hanno fatto man bassa utilizzando a proprio vantaggio la necessità di stabilizzare il Paese.
Questa è la Somalia che il neo eletto Presidente Farmajo, al secolo Mohamed Adullahi Mohamed, si trova a dover governare dovendo fronteggiare anche la pesante intromissione degli affaristi turchi. Non a caso il Presidente turco Erdogan è stato uno dei pochissimi leader esteri a recarsi in visita ufficiale a Mogadiscio, non tanto per avviare un rapporto diplomatico con il nuovo Presidente, quanto per garantire gli interessi e gli investimenti degli uomini d’affari del raggruppamento Damul Jadid, sodali della Fratellanza mussulmana.
La Somalia, nelle stime fatte dall’ONG Trasparency International, è il Paese con il più alto indice di corruzione.

Cento morti in dieci giorni sono, invece, i numeri del Pakistan. Ad essere colpita più pesantemente è stata la città di Charsadda, luogo simbolo dell’antichissimo legame tra oriente e occidente a maggioranza buddista. Caratteristiche che ispirano le azioni dell’islamismo radicale considerato anche il fatto che la città ha intitolato una scuola ad un simbolo del pacifismo, Bacha Khan, che utilizzava il corano come strumento di pace. I pakistani hanno molti motivi per ritenere che l’Afghanistan faccia da retrovia alle incursioni del Califfato: il Pakistan ha espulso già seicentomila afgani ed è pronta a rimpatriarne un altro milione. Nel contempo, la prima risposta è stata la chiusura delle frontiere con l’ordine di sparare a vista.

La conquista di Mosul ha ormai perso i connotati della guerra all’ISIS assumendo i caratteri del luogo fisico per la definizione dei nuovi equilibri di potere nella regione. E’ la che si sta consumando lo scontro tra la Turchia e l’Iran sulla pelle di 750mila civili intrappolati nella parte ovest della città di cui la metà sono bambini.
Save the Children ha scritto in un comunicato “Questa è la triste scelta dei bambini di Mosul ovest: bombe, fuoco incrociato e fame se restano; esecuzioni e cecchini se provano a fuggire”.

In Sudafrica, intanto, si scatena un sentimento xenofobo. A Pretoria decine di negozi gestiti da stranieri sono stati dati alla fiamme in una sola notte. Qualche giorno prima ad essere prese a bersaglio erano state le abitazioni occupate da nigeriani e per la prossima settimana è stata organizzata una manifestazione anti-immigrati: il dito è puntato contro i zimbabweani colpevoli di essere mano d’opera a basso prezzo e i nigeriani indicati come gestori del traffico di droga e prostituzione.

Ho scritto solo i fatti raccolti dalle varie agenzie di informazione internazionali.
Qualsiasi commento sarebbe una ripetizione di quello che ho già scritto. Ma vi lascio con una sintesi:
“È sempre stato facile fare delle Ingiustizie !
Prendere, Manipolare, Fare credere!……..ma adesso
State più attenti!
Perché ogni cosa è scritta!
E se si girano gli eserciti e spariscono gli Eroi
Se la guerra (poi adesso) cominciamo a farla noi
NON SORRIDETE……..GLI SPARI SOPRA…….SONO PER VOI!
VOI abili a tenere sempre un piede qua e uno là
AVRETE un avvenire certo in questo mondo qua
però la DIGNITÀ!!!!!
Dove l’avete PERSA!
E SE per sopravvivere…..qualunque porcheria
Lasciate che succeda…e dite “non è colpa mia”…..
SORRIDETE………GLI SPARI SOPRA……..SONO PER NOI!”
Vasco Rossi – Gli spari sopra.

Ti racconto la mia valigia

In 9 minuti Virglilia Cimino e Marcella Pagliarulo hanno provato a raccontare l’integrazione in un concorso organizzato dalla Cittadella della Carità, consapevoli che ogni clip raccoglie un mondo di sofferenze, di affetti, di storie. E di speranza

“Il mio viaggio tra desideri e obiettivi”

«Viandante non c’è un cammino. Il cammino si fa camminando». C’è tanto Antonio Machado nella storia e nella vita di Raffaella. Ha 32 anni e un sorriso fresco e contagioso. Si è laureata in scienze della comunicazione e aveva tracciato un percorso per il suo futuro senza contare che la vita, come scrive Baricco «fa la sua strada e tu la tua». E così anche la sua vita ha percorso la sua strada. «Sono stata in amministrazione due anni – raccontando puntando quegli occhioni grandi e scuri -, ma poi l’azienda per cui lavoravo non navigava in buone acque e così quell’esperienza è finita.
Nel frattempo la vita curvava la traiettoria dei progetti miscelando sogni, aspettative e desideri seminascosti. «Il mondo dell’accoglienza e dell’integrazione mi ha sempre affascinato. Ho sempre amato i bambini e in generale il mondo del sociale e così ho deciso di guardare anche in quel settore». In quel mondo il suo progetto e quello deciso autonomamente dalla vita di Raffaella si incontrano: le due traiettoria si uniscono in un cammino che piano si è costruito con il susseguirsi dei passi.
«Quando ho iniziato a lavorare per Costruiamo Insieme ho avuto il timore di non essere all’altezza, ma quella tensione si è sciolta quasi subito: ho scoperto che le competenze che avevo acquisito erano perfettamente in linea con alcuni obiettivi della cooperativa. E poi lo staff… è una gioia lavorare con questi ragazzi». Il suo racconto mette di buon umore: è una storia di «resilienza» quotidiana. «Nel mio piccolo cerco di fare la mia parte per migliorare le cose – continua a raccontare Raffaella – perché ogni storia, qui, è unica. Ogni ospite ha una passato difficile e a volte ha bisogno anche solo di qualcuno che lo ascolti. Mi hanno insegnato a non dare nulla per scontato: per ciascuno di loro un semplice documento è fondamentale».
Il viaggio della sua vita, ora ha una destinazione nuova: «inizialmente sognavo di scrivere, oggi tra le altre cose insegno a questi ragazzi a scrivere in italiano: è stata una felice deviazione al mio percorso che ogni mi cattura. Ho voglia di fare sempre meglio anche perché scoprire le loro storie ti spinge a non tirarti indietro e a dare il tuo contributo. E con una squadra come quella di Costruiamo Insieme è anche divertente».