Un sogno infranto

Daniel e David, i due fratellini di Ardea uccisi da un folle

Stavano giocando davanti a casa. Uno squilibrato li ha freddati con due colpi di pistola, ha ammazzato una terza persona, poi si è tolto la vita. Il più grande, dieci anni, sognava di diventare Donnarumma, il portiere della Nazionale. Il piccolo, cinque anni, già tifava per lui. Avrebbe giocato nelle giovanili della Lazio, il suo più grande desiderio.

 

Daniel, dieci anni, aveva un idolo, Gigio Donnarumma, portiere della Nazionale. Per David, cinque anni, il suo idolo era lo stesso Daniel, suo fratello. Ruolo portiere, stava finendo di compiere la trafila in una delle società-satellite della Lazio per andare a giocare come portiere nei Giovanissimi della squadra biancoceleste e ammirare da vicino un altro suo eroe del campo di gioco, Ciro Immobile. Questo, purtroppo, non potrà più accadere.

Domenica scorsa, Davide e Daniel Fusinato sono stati raggiunti dalla follia omicida di Andrea Pignani, il killer che si è poi barricato in casa e suicidato nella sua casa di Ardea. Un colpo ciascuno: uno al petto e uno alla gola. C’è una terza vittima di Pignani, il settantaquattrenne Salvatore Raineri, anche lui ucciso a freddo, un colpo di pistola alla testa. Lo hanno confermato le autopsie effettuate sui corpi dei due fratellini all’Istituto di medicina legale di Tor Vergata su inchiesta della Procura di Velletri, che a sua volta ha aperto un fascicolo al momento contro ignoti sul caso.

L’autopsia sul corpo del killer prevede anche l’esame tossicologico. Servirà per capire se l’omicida-suicida fosse sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Perché a oggi, la tragedia andata in scena in pochi istanti a Colle Romito ha tutta l’aria di una tragica esecuzione.

 

GENITORI DISPERATI

Al momento non è semplice provare a ricostruire l’esatta sequenza degli spari. Stabilire, per esempio, chi sia morto prima e, semmai, qualcuno abbia provato a fermare Pignani o salvare la vita alla prima vittima. Cinque minuti prima della sparatoria, una pattuglia dei carabinieri di Marina di Ardea aveva controllato che Domenico Fusinato, padre dei due piccoli uccisi, stesse in casa, agli arresti domiciliari.

Diamante Ceci, avvocato del papà di Daniel e David, ha raccontato della madre dei due fratellini. Pare che la donna fosse fuori casa e abbia sentito i colpi. Sulle prime pensava fossero petardi o colpi di cacciatori, considerando che da quelle parti capita spesso di avvertire simili esplosioni. Invece, dopo qualche istante, la donna ha capito cosa fosse avvenuto. Ha cominciato ad urlare tutta la sua disperazione, mentre qualcuno aveva telefonato in centrale per raccontare quanto fosse accaduto pochi istanti prima.

Domenico, invece, il papà dei due sfortunati fratellini si è precipitato in strada appena avvertito dell’accaduto. La nonna materna dei bambini ha detto che i due piccoli sono morti tenendo la mano del padre: non riuscivano a parlare in quei lunghi minuti. Forse è trascorsa mezz’ora in attesa dei soccorsi, poi risultati vani. Una famiglia completamente distrutta.

 

RISPETTO PER IL DOLORE

Non ci sono parole per descrivere cosa stiano vivendo i genitori di Davide e Daniel. Chiedono massimo riserbo e rispetto. I due ragazzi stavano giocando di fronte alla loro casa, quando sono stati avvicinati dall’uomo: uno dei due piccoli è stato colpito al petto, l’altro alla gola, proprio come fosse un’esecuzione.

Una tragedia. E pensare che l’omicida alcuni giorni fa aveva minacciato la propria madre con un coltello. Nel novembre scorso era morto il padre del killer, che deteneva l’arma con la quale è stata compiuta la strage regolarmente. Nessuno dei suoi parenti ha restituito quella pistola. Così quando l’omicida l’ha trovata, è uscito di casa e ha ucciso tre persone. La terza vittima non era del luogo, si trovava ad Ardea a trascorrere il fine-settimana.

Il più grande dei due fratelli, raccontavamo, sognava di diventare un calciatore professionista. Donnarumma, il portiere della Nazionale era il suo idolo. Daniel, portiere dei Pulcini dell’Ostiamare, era cresciuto nel vivaio della società lidense nella quale giocava da oltre quattro anni. A breve avrebbe messo i guantoni nei Giovanissimi della Lazio.

Saman, dolce e ribelle

Diciotto anni, viveva in Italia, rifiutava il matrimonio combinato 

Ma i genitori volevano imporle il marito. Pare le abbiano teso un tranello. Lei voleva fuggire dal fidanzato, anche lui pakistano. L’hanno fatto tornare a casa per poi farla sparire. Gli inquirenti nutrono pochi dubbi. Inutili gli ultimi appelli della ragazza che abitava a Novellara, due passi da Reggio Emilia. Severi in Pakistan: «Non dicano che è l’Islam: è gente ignorante, l’Italia la punisca».

 

 

«Questo non è l’Islam: è gente ignorante, l’Italia la punisca». Il quotidiano più diffuso e antico del Paese, ha pubblicato nei giorni scorsi la notizia del caso di Saman Abbas, la diciottenne scomparsa a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, e su cui la Procura sta indagando i due cugini e lo zio.

Le pagine del giornale non si fermano qui. Hanno  fatto di più, riportando un altro episodio registratosi lo scorso anno. Saman, scrive il quotidiano pakistano, si era ribellata alla famiglia che voleva farla sposare contro la sua volontà. «Matrimonio forzato per una ragazza di 18 anni in terra straniera: queste persone danneggiano l’orgoglio di tutto un Paese, vanno punite».

Intanto proseguono le indagini. Le speranze sono legato ad un filo sottile. «Non ci sono speranze – dice senza giri di parole il procuratore – il padre della ragazza mente, Saman non è  in Belgio».

Poche le speranze che la ragazza pakistana che da un anno combatteva contro la sua famiglia per essere libera, sia ancora viva. «Per noi è morta, vittima di omicidio», ha aggiunto il procuratore. Saman è stata raggirata con l’inganno, perché tornasse a casa, a Novellara. Con ogni probabilità le hanno fatto credere che non sarebbe partita per il Pakistan con il resto della famiglia. Insomma, che sarebbe rimasta in Italia, invece…

 

 

PAKISTANI SEVERI, «VENGANO PUNITI!»

Dal Pakistan la gente reagisce contro genitori e parenti della povera diciottenne. Dopo aver appreso che padre e madre di Saman si sono rifugiati in Pakistan, c’è chiede chiedono che venga negato loro l’ingresso nel Paese e vengano rispediti in Italia, perché gli inquirenti completino il ciclo di indagini e completino il quadro accusatorio.

Le hanno mentito, promesso che non sarebbe accaduto nulla. Così Saman, che aveva denunciato i suoi genitori, è rientrata a Novellara. Avrà vissuto ore di terrore. Si sarà Ma resa subito conto che i suoi le avevano mentito. Era caduta in trappola.

Secondo gli inquirenti è stata trattenuta in casa con la forza, fino a quando è maturata l’idea del delitto. Una decina di giorni senza sue notizie, scatta l’allarme. Il Giudice per le indagini preliminari ricostruisce gli elementi che hanno portato la Procura a chiedere le misure cautelari per i familiari di Saman. La ragazza chiede di nuovo chiede aiuto ai carabinieri. Ha capito che per lei può davvero finire male. Vorrebbe andare via, riprendersi i suoi documenti, decidere da sola se sposarsi e con chi farlo: vuole una vita da scegliersi.

 

 

MINACCE AL FIDANZATO

Il padre dal Pakistan pare minacci la famiglia del fidanzato della ragazza, anche lui pakistano e residente da tempo in Italia. Secondo le indagini, il delitto viene studiato nelle ultime due settimane di aprile. E’ per questo motivo che gli inquirenti contestano l’omicidio premeditato a madre, padre, zio e ai due cugini della povera Saman. Le telecamere di videosorveglianza della zona riprendono lo zio e i due cugini di Saman mentre si dirigono verso la campagna non lontani dall’abitazione. Stringono in mano due pale, un sacchetto e un secchio. Secondo l’accusa starebbero andando a scavare la fossa nella quale seppellire il corpo della ragazza.  Saman voleva scappare, aveva preparato lo zaino. Padre e madre avrebbero provato a seguirla, poi persa di vista si sarebbero rivolti allo zio paterno della ragazza.

Da un giorno all’altro non si hanno più notizie di Saman. I suoi genitori dovrebbero trovarsi in Pakistan. Nell’ordinanza si ricostruisce come suo padre le avesse avesse impedito di andare alle scuole superiori, tanto che spesso la chiudeva fuori casa obbligandola a dormire sul marciapiede. Avrebbero voluto punirla dell’allontanamento dai precetti dell’Islam e per la ribellione. Nel chiamare lo zio, che tutti i familiari sapevano essere un uomo violento, avrebbero accettato di correre il rischio autorizzando in qualche modo a mettere un punto esclamativo alla storia e alla vita della ragazza. Dal Pakistan la fronda che vuole assassini e complici sotto processo. Non vogliono passi un messaggio sbagliato. L’Islam è un’altra cosa. «E’ gente ignorante, l’Italia la punisca».

«In fuga, perché diverso…»

Scappato dal suo villaggio, lo avevano obbligato a sposarsi

«Di notte ho raccolto le mie cose e sono andato via. Poco per volta ho rivelato ai “miei” il motivo della mia scelta. Sto meglio con gli amici, non cerco l’anima gemella e sorrido alle battute, purché non volgari, sul machismo e l’omosessualità. In Italia sto bene, ma tornerei in Africa anche domani»

 

«Sono scappato dal mio Paese, volevano mi sposassi con una ragazza che conoscevo fin da bambina: dissi no, sapendo quanto sarebbe accaduto a un mio rifiuto, così fuggii di notte…».

Giovane, ma non diciamo età, nazionalità, né fede religiosa. Tante volte a qualcuno venisse in mente di indagare. Non gli diamo un nome, nemmeno di fantasia, tante volte suoi amici, che forse conoscono la sua natura, chi può dirlo, cominciassero ad avere atteggiamenti diversi da quelli che oggi hanno con lui.

«Sono omosessuale, è questo il motivo che mi ha spinto a lasciare il mio Paese, nel quale sogno di tornare un giorno: perché io, in Africa, voglio tornarci, perché finalmente parenti e amici accettino la mia diversità; ho un profondo rispetto della fede altrui, delle scelte politiche che posso non condividere, ma le rispetto, se queste ovviamente non sono violente».

Raccontiamo la storia dopo averlo rivisto. Quella volta in cui provò ad aprirsi mordendosi poi la lingua, era in compagnia di due amici che ci avevano raccontato la loro storia. Fu un attimo, un sorriso, stava per farcela. Fu invece frenato dai pregiudizi che i suoi due amici potevano avere o avrebbero potuto in qualche modo avere da quel momento in poi. Non insistemmo, lasciammo scivolare la cosa. Mostrammo il notes con gli appunti. Lui, per qualche istante fissò penna e taccuino, apprezzando il fatto che in quell’istante non scrivessimo, men che meno facessimo un piccolo segno, ci fossimo lasciati andare ad una scorrettissima “x” oppure segnassimo un asterisco, come a volerci ricordare di una storia sulla quale tornare in altra occasione. Non siamo mai stati alla ricerca di clamore. Di giustizia, rispetto civile, quello sì.

 

«NON VOGLIO NOIE…»

Insomma, non saremmo tornati sull’argomento se non lo avessimo rincontrato di sfuggita. E ci avesse in qualche modo autorizzato a scriverne, facendo attenzione al modo con cui avremmo trattato la sua diversità. «Non voglio noie – ci ha detto – la gente ci mette poco a inquadrarti; da quel momento comincerebbero a trattenersi, a non fare più battute cui si lasciavano andare fino al giorno prima e sulle quali ridevano da matti: io questo non lo voglio; anche una battuta sulla diversità, se non è sciocca, volgare, va anche bene: io, per esempio, ne so tante sul “machismo” e quando ne ho voglia le tiro fuori, senza per questo suscitare risentimento, anzi insieme ai miei amici ridiamo come matti».

Non solo questo, il nostro interlocutore racconta il motivo della sua fuga. «Voglio che la gente capisca qual è stato il motivo della mia fuga, perché chi ci legge capisca quanto ho patito e, in qualche modo, continuo a patire; nel mio villaggio la mia vita scorreva nella normalità – ammesso che fosse normale mangiare una sola volta al giorno e studiare, se solo avessi avuto i soldi per comprare quaderni, una penna e almeno un libro… – giocavo, ma lavoravo anche nei campi, facevo da assistente a un venditore ambulante, mi divertivo a stringere bulloni con il meccanico del villaggio; era importante che, come i miei fratelli, non pesassi sul bilancio familiare: mio padre e mia madre si sfiancavano da mattino a sera per sfamarci e, possibilmente, farci studiare, così diventava importante anche un nostro modesto contributo».

Papà e mamma avevano una certa fretta perché i più grandi si sistemassero. «A me sarebbe toccata un’amica, carina, ma che non mi diceva nulla. Mi capitava di sentire gli apprezzamenti che rivolgevano alle ragazze i miei compagni di gioco quando avevamo dodici, quattordici anni: ridevo, ma ancora non avevo bene in mente cosa potesse affascinarmi; di sicuro non sentivo attrazione per le ragazze, anche se non me ne facevo una colpa: con il tempo scatterà anche questa molla, mi dicevo. Invece, passavano i giorni e gli anni e, soprattutto, si avvicinava la data del fidanzamento ufficiale, ma io non ero entusiasta».

 

«PAPA’ PERDONAMI…»

Cosa si porta nel cuore, il nostro amico. «La fuga notturna dal villaggio: non volevo dare dispiaceri a papà e mamma ormai in parola con i genitori di quella che avrebbe dovuto essere mia moglie; nemmeno i miei fratelli erano al corrente della mia fuga: quando ci siamo sentiti tempo dopo, sulle prime ho inventato una bugia, raccontando di un furioso litigio con gravi minacce fisiche, poi ho pensato che la cosa migliore una volta calmate le acque fosse dire la verità».

Le parole che ha usato. «Non le ricordo perfettamente, perché ero in uno stato confusionale, ricordo però il senso di quella confessione: “Papà, non voglio darti un grave dispiacere, ma la nostra vicina non mi affascina, non provo nulla per lei, ma se devo essere sincero finora non ho provato attrazione verso ragazzi: una cosa è certa, sto bene solo quando sono in compagnia dei miei amici”…».

Italia, Africa. «Non ho ancora chiaro nella mente cosa fare: amo questo Paese, accogliente e ospitale, ma un giorno mi piacerebbe tornare in Africa, forse nel mio stesso villaggio perché vivrei in un incubo, ma ho voglia di riabbracciare la mia gente, il mio popolo, che al di là della fede e dei pregiudizi, penso stia facendo molti passi avanti; dovessi restare in Italia, resterei volentieri, ma se un giorno si presentasse l’occasione di tornare a casa, non avrei dubbi. Diciamo che per un 49% resto qui, per un 51% tornerei volentieri in Africa…».

«Arriva la bomba…»

Faisal, italiano di origine pakistana, fede musulmana e persecuzioni

«Qualcuno confonde l’Islam con l’Isis. Una continuazione, miei compagni di classe ad accogliermi intonando canzoni a sfottò. Professori diplomatici, non volevano mettersi in contrasto con i genitori dei più perfidi. I miei migliori amici: tutti italiani, ma in qualsiasi parte del mondo c’è sempre una mamma che sta mettendo al mondo dei cretini…»

 

«C’è un razzismo che continua a ferire più di altre forme di discriminazione; e accade nonostante la sospensione delle lezioni, a causa del covid, fatte fino a pochi giorni fa via internet: il colore della pelle c’entra, qualche mio compagno con cui ho un buon rapporto, mi racconta di altri compagni di classe che, però, non riescono proprio a mandare giù il fatto che con loro studi un ragazzo di fede islamica: messaggi con il cellulare, social e mail lo testimoniano…».

Faisal, diciassette anni, origine pakistana, nel nome un significato importante (“uno che ha forza”), è italiano. Lo manifesta con orgoglio, come fa con la sua religione, quella musulmana, che pratica per conto suo, di sicuro non quando è fra i banchi di scuola, se non altro per non dare ulteriori spunti ai soliti quattro bulli presenti in classe. E’ un atteggiamento esageratamente prudente, il suo. Non lo condividiamo, ma chi può sapere a cosa questo ragazzo italiano di origini pakistane di diciassette anni è stato sottoposto quotidianamente? Per farla breve: una cosa è consigliare, un’altra è vivere a contatto con coetanei che ti hanno eletto vittima preferita. «Essere cittadino italiano – dice Faisal – non mi ha messo al riparo da sfottò e ingiurie, anche pesanti: per questi quattro compagni di classe, io sono un musulmano, equazione è molto semplice: Islam uguale Isis; lo avranno spiegato, male, i loro genitori, tanto che gli stessi compagni che mi danno contro si sono sentiti autorizzati dai ragionamenti dei loro parenti a farmi battute, spesso insopportabili: meglio sorvolare, la mia è una religione di pace e non di guerra».

 

LUOGHI COMUNI…

Proviamo ad entrare in questi luoghi comuni. «Quando arrivavo a scuola, dunque prima di entrare in classe, c’era qualcuno che cantava una canzoncina che non conoscevo: “Arriva la bomba, che scoppia e rimbomba…”; una cosa di cattivo gusto, mi sono documentato, era tutt’altro che una canzone sovversiva, ma per loro quella frase era la sintesi di una presa in giro, magari suggerita da qualcuno molto più grande di loro; ritornello di solito accompagnato da frasi come “Se devi proprio farti esplodere, fallo lontano da scuola!”, e giù risate, per me dolorose. Non tutti, per fortuna, ridevano, ma non volevano mettersi contro questi ragazzi che studiavano poco e in compenso davano tanto fastidio, in classe, nei corridoi, all’ingresso della scuola: sciocchi si nasce…».

Faisal, i professori. «Li capisco, ma non condivido: loro sono educatori, hanno studiato, hanno un livello culturale superiore alla media, ma in questi tre anni di lezioni non hanno mai ripresi questi discoli a dovere; non che volessi li sospendessero o facessero loro una paternale, ma nemmeno intervenire con un blando “Ragazzi, fate i bravi!”, “Volete smetterla?”, “Basta!”». Come consideravi il loro intervento, allora. «Un modo elegante per non entrare in conflitto con quello che può sembrare una cosa più grande di noi: razzismo e conflitto religioso; non sono nessuno per indicare una soluzione, sia chiaro, ma io una lezione nell’arco di un intero anno, a scuola, l’avrei fatta, alla presenza del dirigente scolastico e di tutti i genitori; senza colpevolizzare, ma spiegando razzismo e fede religiosa, invitando magari un teologo, un parroco che spesso mi ha spiegato e insegnato le tante similitudini esistenti fra cattolicesimo e religione islamica».

 

…E QUALCHE PATERNALE

Qualche professore sarà intervenuto più di altri, almeno. «Fra gli altri, uno solo, ha fatto un ragionamento paternale, che non fa una grinza, ma che non ha avuto grande successo se poi quei miei compagni ineducati hanno continuato a bersagliarmi come se niente fosse: ragazzi – ha detto l’insegnante – dovete stare insieme a lungo, vivere nel massimo  rispetto, la fede religiosa è una cosa seria, non è come quella calcistica; offendere i colori di una squadra è una sciocchezza enorme, farlo con la religione e un altro Dio, è un fatto gravissimo: si offende un credo, una preghiera, una tradizione, un popolo millenario. E il giorno dopo: “Arriva la bomba, che scoppia e rimbomba…”. Non so chi lo dicesse: la mamma dei cretini è sempre incinta…».

Italiano, orgoglioso di esserlo. «Ho tutti amici italiani – dice Faisal – e guai chi me li tocca, fortuna non sono tutti come quei due, tre compagni di classe, che però con il passare del tempo sono stati isolati: non so neppure se ne siano accorti; non dovrei dirlo, perché bisognerebbe essere sempre tolleranti, ma questo è un aspetto che oggi mi interessa relativamente. Sì, orgoglioso di essere italiano, ho visto i miei genitori felici per questa mia posizione anagrafica. Quando non hai la cittadinanza del Paese in cui sei ospite, italiana nel mio caso, può anche scapparti di infischiartene: quando, invece, sul tuo documento d’identità risulta che sei “cittadino italiano” a tutti gli effetti, allora la storia cambia, nella testa non scatta più quella molla del “chi se ne importa”, tutt’altro: lo dicono le carte, la lingua che parlo, la storia, l’educazione civica che ho studiato e mi ha insegnato il massimo rispetto per chiunque, di qualsiasi nazionalità, colore politico e fede religiosa sia…».

Battiato, un essere speciale…

I concerti “tarantini” di un grande della musica

Ci fece spellare le mani allo Iacovone con “Cuccurucucù” e sognare all’Orfeo con “Era de maggio” di Mario Costa, nostro grande concittadino. Acuto e ironico anche nel privato, il popolare cantautore siciliano aveva impresso un’altra marcia alla canzone italiana. Un pomeriggio insieme, a bordo di una modesta utilitaria. Lui accanto al posto di guida, sul sedile posteriore Giusto Pio, Alberto Radius e Mino Di Martino. «Ho ribaltato il pop come fosse un guanto, la gente se n’è accorta e questo mi riempie di orgoglio…».

 

Franco Battiato, uno degli immensi autori ed interpreti della musica italiana, e la città di Taranto. Un legame di grande affetto. Il primo concerto in città nel lontano 1973, l’ultimo nel 2008. Piuttosto che tessere lodi di un grande artista, con una lunga sequela di titoli di canzoni, cosa che hanno fatto in questi giorni radio, tv, stampa e siti, preferiamo ricordare il maestro nel suo tratto più semplice, alla mano. Un episodio di qualche anno fa. Ma andiamo per ordine, partiamo dai concerti.

Teatro Alfieri, Cinema Fiamma, stadio Iacovone, teatro Orfeo, Rotonda del Lungomare. Battiato a Taranto, dal ’73 allo ’08, da “Pollution” e “Fetus” a “Fleurs”, passando per La voce del padrone, fino ai Dieci stratagemmi. Ci sarebbe stato anche uno stadio Salinella (era il ’74), se fosse arrivato per tempo, invitato dagli organizzatori, per cantare sullo stesso palco degli Henry Cow.

«Stiamo rovesciando il pop italiano come un guanto, la gente se ne sta accorgendo e questo mi riempie di orgoglio, ripagandomi di tanti anni di lavoro e qualche incazzatura…». Location stretta, per cinque, quattro ospiti e un conducente. Una Fiat 127 bianca, la mia, con la quale mi spostavo da Taranto a Bari, in occasione di “Azzurro”, manifestazione canora che Vittorio Salvetti, patron del Festivalbar, aveva voluto realizzare al Petruzzelli con tanto di riprese televisive, una volta per la Rai e una per Mediaset.

 

UN’AUTO, UN FESTIVAL…

Dunque, in quell’auto, modesta, «ma accogliente», secondo il maestro – seduto accanto al posto di guida, dunque meno sacrificato rispetto al resto del gruppo posizionato nelle retrovie – che aveva una buona parola per tutto. Quel pomeriggio, in quell’abitacolo c’erano Franco Battiato, Giusto Pio, Alberto Radius e Mino Di Martino. Praticamente un festival in un abitacolo. Cosa ci facevano tutti insieme e per giunta nella mia auto? Me lo chiedevo anch’io, la risposta, implicita, arrivò qualche istante dopo. Ci stavamo spostando da un albergo al teatro, dove si tenevano le prove in vista della diretta del programma. Il taxi tardava, Angelo Busà, grande amico e promoter della EMI italiana, mi chiese la cortesia di accompagnare il “gruppo musicale” al Petruzzelli. Detto, fatto. «Va benissimo, non ci formalizziamo, non dobbiamo partire mica per Milano», fece Battiato, «anche una Cinquecento è ok, purché si arrivi in orario: ci aspettano, odio ritardare e, quel che è peggio, sentire rimbrotti e smadonnamenti». Che ci fosse Giusto Pio, da non crederci, gambe accavallate – postura storica, la sua – anche in auto e un ginocchio schiacciato su una mia costola, tutto sommato ci stava. Ma Radius della Formula 3 e Di Martino dei Giganti, francamente mi sfuggiva. Non erano fra gli ospiti di quella rassegna. «Grandi musicisti, ma soprattutto grandi amici: sono la citazione di un pop che ha detto la sua e che può tornare a fare la voce grossa, ecco perché “Cuccurucucù paloma”…». «E “Il mondo è grigio il mondo è blu” di Di Bari? Non solo, “Le mille bolle blu” di Mina…», provai a fargli eco, «dove le mettiamo?». «Se è per questo “Lady Madonna”, “With a little help from my friends” dei Beatles, “Ruby Tuesday” dei Rolling Stones, “Let’s twist again” di Chubby Checker, oppure “Just like a woman” e “Like a Rolling Stones” di Bob Dylan…».

«Va bene, va bene, mi arrendo, maestro…», mentre svolto per corso Cavour e guardiamo con sollievo il Teatro Petruzzelli in tutta la sua bellezza. Siamo in orario, viva i taxi che viaggiano in ritardo. «I pass ce li abbiamo, possiamo scendere, il nostro amico parcheggia e ci raggiunge…», Pio. «Accidenti, dimenticato in albergo, Busà si era tanto raccomandato…», Battiato. «Vuoi che non ti facciano entrare?», mi anticipa Radius. «Come vuoi che comincino senza di te?», rincara il chitarrista, nonostante Battiato lo canzoni con «Oh, babe», alludendo al brano “Lombardia” (Gente di Dublino). L’impressione era che fosse un po’ compiaciuto del suggerimento. Bello poter dire all’ingresso posteriore del teatro «Sono Battiato, non ho il pass: che faccio, vado a casa o mi fa cortesemente entrare sulla fiducia?». Scherzò, acuto com’era, dando sfumature anche una semplice battuta. Andò bene, si fidarono di “quel signore”, due gocce d’acqua con l’artista visto una domenica a “Discoring”, primo in classifica con “La voce del padrone”.

Quella dell’album con “Bandiera bianca”, altra storia. Il primo 45 giri non aveva avuto l’effetto voluto da discografici e management. In inverno, il suo impresario Angelo Carrara, aveva venduto le date della successiva estate a prezzo di puro realizzo, quando in primavera, inattesa, sbocciò “Cuccurucucù” e un successo che, per primo, trascinò quell’album oltre il milione di copie vendute. Come all’epoca era accaduto a “Lucio Dalla” e “Burattino senza fili” di Bennato.

 

PAZZESCO CUCCURUCUCU’

Fuori programma allo Iacovone, prima dell’inizio del concerto, estate ‘82. Carrara, l’impresario, chiese «un po’ di umana comprensione» agli organizzatori, Tommaso Ventrelli, Emilia ed Antonio Venezia. Non si “compresero”, ci fu tensione, minaccia di annullamento della serata compresa, ma il concerto fu un successo. In gradinata in diecimila si spellarono le mani per applaudire “Bandiera bianca”, “Centro di gravità permanente”, “Cuccurucucù” e “Sentimento nuevo”.

Battiato era stato al Teatro Alfieri, poi al Cinema Fiamma, in quell’occasione insieme con il Telaio Magnetico e l’Iskra Jazz Trio, due spettacoli, pomeriggio e sera. Quattro gatti, due per spettacolo, e una contestazione, contenuta fortunatamente.

Detto dello stadio Iacovone nel 1982, Battiato nel 2004 fu ospite anche a Grottaglie, Cave di Fantiano. A seguire, al teatro Orfeo nel 2007 (Amici della musica) e sulla Rotonda del Lungomare nel 2008 (Notte bianca). In mezzo, canzoni di rara bellezza, fra tutte “La cura” e “Povera patria”, con “L’era del cinghiale bianco”, “Voglio vederti danzare”, “La stagione dell’amore”. Senza contare la ripresa di pietre preziose – “Fleurs”, le ribattezzò il maestro – della canzone d’autore come “Insieme a te non ci sto più” (Paolo Conte per la Caselli) e “Te lo leggo negli occhi” (Endrigo). E, ancora, “Ritornerai” (Lauzi), “Il cielo in una stanza” (Paoli) e “Era de maggio”. Quest’ultima, testo di Salvatore Di Giacomo, musica del tarantino Mario Costa, eseguita da Battiato all’Orfeo per la rassegna “Amici della Musica”. Un omaggio alla città che quella sera l’aveva ospitato e mai lo dimenticherà. Taranto, con affetto.

«Filippini, che fatica…»

Corina, cinquant’anni, da trenta in Italia

«Felice di vivere nel vostro Paese. Quando sono arrivata qui, con mio marito, ho scoperto l’idea che gli italiani si erano fatti dei miei connazionali. Turni di lavoro faticosi, guadagni pochi, contributi nemmeno a parlarne. Ora la situazione sta cambiando, sensibilmente…». «Mi sono spezzata la schiena, ma mi sono arricchita dal punto di vista professionale e umano»

 

«Orgogliosa di essere filippina, in tutti questi anni in cui sono stata in Italia, ho potuto toccare spesso con mano l’atteggiamento che hanno gli stessi italiani hanno nei confronti miei e di quanti sono venuti qui dalle Filippine per trovare lavoro». Corina, filippina, cinquant’anni, sposata con un connazionale, due figli, un ragazzo di trentadue anni, una figlia di ventotto; il primo avuto nel proprio Paese, la seconda nata in Italia.

Molto impegnata nelle sue attività lavorative, Corina ha una vita sociale. «Sono cattolica, mi unisco in preghiera con i miei connazionali una volta a settimana, quando il riposo dall’attività lavorativa lo permette: lavoro molto, non conosco cosa sia un momento di sosta, ma ormai ci sono abituata; spesso sento storie di miei connazionali, ci sarebbe da mettersi mani nei capelli: non è giusto, come non è giusto che io sorvoli su certe cose solo perché io stare appena meglio di altri filippini».

Gli italiani come giudicherebbero i filippini? «Non generalizzo, ma in molti c’è l’idea che noi ci accontentiamo di poco e in cambio diamo tanto; il che è anche vero, trovare un lavoro di questi tempi è già tanto, ma far passare l’idea per abitudine possiamo lavorare dalle dodici alle quattordici ore al giorno, è completamente sbagliato».

Non ci si abitua mai a un lavoro pesante. «Invece è questo il concetto che passa: mi duole dirlo, sia chiaro non cambia niente rispetto al mio presente e al mio futuro se dico certe cose, ma non è giusto pensare “Questo lavoro facciamolo fare a un filippino, tanto quelli non s lamentano mai!”: “quelli” saremmo noi, abituati da sempre a dare il massimo nell’accudire una casa o una persona, per una forma di cultura e rispetto che abbiamo nei confronti del prossimo».

Non possiamo darle torto, Corina, ma cosa fa un filippino quando non lavora? «Bella domanda, intanto perché anche quando dovremmo avere un briciolo di riposo per tirare il fiato dalla stanchezza, troviamo il tempo di impegnarci: facciamo le pulizie nelle case altrui, cuciniamo, facciamo da badanti agli anziani, capisce che ci resta poco tempo; bene, questo lo impegniamo per accudire casa nostra: non viviamo in grandi appartamenti, la nostra filosofia è quella di un tetto sulla testa che ci consenta di vivere decorosamente».

 

DUE ORE DI PAUSA… 

Cosa fa lei, allora. «Rassetto casa, la tengo pulita come tengo tirate a lucido le case in cui vengo chiamata per occuparmi di pulizia, cucina, piccoli e anziani: è il minimo che devo fare, anche per rispetto nei confronti della mia mia famiglia e me stessa; quel poco che mi resta lo dedico alla preghiera, una volta a settimana incontro miei connazionali, ma anche altri italiani con cui prego e seguo messa; è un bel ritrovarsi, anche se il quelle due ore appena passano in fretta, non fai in tempo a accoglierti in preghiera che è già arrivato il momento di salutare gli altri fedeli, il parroco che ha celebrato messa e tornare al lavoro».

Una riflessione a voce alta, autentica. Ha ragione Corina. «Vede mai un filippino per strada o davanti ad una vetrina? Detto che siamo facilmente riconoscibili per colore della pelle e abbigliamento, ha visto mai un mio connazionale fermarsi ad ammirare un vestito o un paio di scarpe? Andiamo sempre di corsa, non fa parte del nostro modo di fare soffermarci per guardare una camicia o una gonna. E forse è proprio questo che trae in inganno gli italiani e non solo, perché ovunque i filippini vengono visti come instancabili lavoratori: eppure siamo piccoli, abbiamo un fisico simile a quello di chiunque altro, invece passa l’idea del “Facciamolo fare a loro, sono filippini!”, come a dire “Tanto cosa vuoi che li spaventi, sentano fatica…”. Non è così, siamo carne e ossa, creati a immagine e somiglianza di Nostro Signore».

 

…POI SOTTO, A LAVORARE

Quali esperienze ricorda? «Ho lavorato per una coppia di coniugi anziani, benestanti, lui malato di Alzheimer, lei una donna molto curata e tanto rigorosa. Dovevo prendermi cura di lui, che aveva una infermiera che lo seguiva nelle ore notturne; a me toccava mattina e pomeriggio, mentre ero impegnata nella a fare la spesa, cucinare, pulire e lavare casa; tutto doveva stare al posto suo, come era prima che lucidassi. La signora, educata, era molto pignola, mi seguiva passo per passo, nell’elenco degli acquisti, alla cucina, fino a tappeti e abat-jour che spostavo: aveva la mania dello scotch, con cui poneva dei segni perché mi ricordassi come andavano ricollocati tappeti, tavolini e sedie una volta spolverati…».

Ci vuole pazienza. «Molta, ma dal punto di vista professionale è stato di grande insegnamento, perfino dal lato umano mi sono arricchita: quando l’uomo è scomparso il lavoro, però, non è diminuito, ma aumentato in modo esponenziale: c’era una stanza in più da accudire e ancora tanto altro lavoro, come recarmi a casa della figlia, che nel frattempo era andata a vivere da sola in un altro appartamento, ma aveva bisogno di qualsiasi tipo di assistenza: anche lei, cucina, pulire e rassettare, lavare e stirare, una bella fatica. Poi anche la signora è andata, non ce l’ha fatta, era già debole e il covid se l’è portata».

Corina, oggi. «Oggi lavoro mattina e sera per due diverse famiglie, con loro ho un buon rapporto, sembrano scongiurati i tempi in cui un’agenzia mi faceva un contratto per seguire quattro famiglie e poi all’impegno settimanale andavano ad aggiungersi altri due nuclei familiari. E’ successo anche questo, contributi poco, ma da un po’ di tempo a questa parte con un controllo maggiore del territorio, i datori di lavoro e le agenzie, hanno cominciato ad adottare coperture previdenziali, magari part-time, ma l’importante era cominciare da qualche parte».

«Testa bassa e pedalare»

Patrick, italiano, origini congolesi

«Mio padre è andato via dal suo Paese, ha girato Medio oriente ed Europa, prima di stabilirsi qui. Lui e i miei nonni mi hanno insegnato ad abbattere i confini, non solo geografici. Studio e mi relaziono con i miei giovani colleghi: stiamo cominciando a cambiare il mondo, in meglio…»

 

Patrick, ventuno anni appena compiuti. Di origini congolesi, risiede in Italia fin da giovanissimo, ma si sente cittadino del mondo. «In realtà le frontiere – dice – sono sempre state una pessima idea, e parlo non solo dei confini territoriali, ma anche di quelli mentali; non voglio fare filosofia spicciola, ma questa idea di sentirmi libero me la porto dentro fin da piccolo, come fosse l’eredità consegnatami dai miei nonni, uno dei quali aveva una modesta piantagione di caffè: poca cosa, sia chiaro, lui stesso era proprietario e dipendente, il raccolto era quasi sufficiente a sfamare due famiglie, ma vivere con la paura che una volta il raccolto andasse perso a causa del maltempo o saccheggiato, non era un bel vivere, per questo piuttosto che edere figli e nipoti vivere alla giornata, quando andava bene, i nonni, nonostante avessero il dolore nel cuore, indicarono ai “miei” la strada per la libertà: ho seguito l’insegnamento di papà che preparò lo zaino e partì per studiare in un Paese ospitale e prendersi un titolo di studio che potesse metterlo in condizione di aiutare non solo la famiglia che avrebbe creato, ma anche i ragazzi nelle sue, e mie, stesse condizioni».

Patrick gira per le stradine della Città vecchia, indossa una mascherina, teme il covid, per se stesso e per i colleghi più giovani che ha incontrato all’esterno della sede universitaria “Aldo Moro” di Taranto. Massima accortezza nel saluto, anche questo rigorosamente previsto da protocollo: pugno appoggiato a quello dell’interlocutore o avambraccio contro avambraccio.

 

RUANDA, ZAIRE, FINALMENTE CONGO

Patrick, Ruanda e Burundi, Zaire, finalmente Congo. «I due Paesi originari che hanno generato Zaire e, oggi, Congo, rientravano nel dominio coloniale belga. Non esistevano confini geografici, ma su una cosa i belgi erano intransigenti, colonizzatori e colonizzati erano due cose, si dice, distinte e separate; in breve, i miei familiari che abitavamo la loro terra, eravano un’altra cosa: erano una razza a parte, inferiore e da dominare. Questo il punto di vista dei bianchi. Mi è sembrato un buon motivo seguire la strada di mio padre, mettermi sotto e studiare come un matto: la mia unica missione sarebbe stata esclusivamente quella di migliorare la condizione non solo mia, ma anche dei miei conterranei, e non parlo dei quattromila congolesi oggi residenti in Italia, ma di tutti i fratelli africani: figuriamoci, parlo di abolire i confini fra bianchi e neri, e che faccio, compio una distinzione fra gli stessi neri? Non se ne parla nemmeno…».

Ventuno anni e avvertire il senso di responsabilità. «Devo a mio padre questo insegnamento. Non si è mai tirato indietro di fronte a qualsiasi cosa. Se c’era da partire, per migliorare più che la posizione sociale quella culturale, papà faceva armi e bagagli e partiva. Era il più grande della sua famiglia per questo gli toccava anche mettere in conto di partire e lasciare i suoi genitori. Studiò per qualche anno girando da un Paese all’altro, dalla Francia all’Arabia, fino a trasferirsi in Italia. La svolta a Parigi, è lì che papà incontrò mamma, bianca e italiana. Fine Anni 90, Bologna diventò casa mia. Se i nonni mi hanno insegnato a distanza che non devono esserci confini di nessun genere, papà mi ha trasmesso che bisogna mettere in conto anche andare via da un Paese del quale sei ospite: altrove può esserci bisogno di te, dell’esperienza che ti stai facendo anno dopo anno».

 

NON C’E’ PIU’ TEMPO

Non C’è più tempo, bisogna passare all’azione, scegliere i tempi più impegnativi. A Taranto, più che per motivi di studio, racconta la propria esperienza ai colleghi pugliesi, in pochi, stipati in una enorme Aula magna nel rispetto delle norme anticovid, oppure in collegamento con il pc. «La voglia di spendermi per il prossimo, qualsiasi sia il colore della sua pelle, sboccia fra i banchi del liceo, non appena avevo cominciato a frequentare l’istituto. A qualche anno di distanza,  posso dire che noi ragazzi stiamo cambiando il mondo: non abbiamo preclusioni mentali verso qualsiasi tipo di diversità, dal colore della pelle agli orientamenti sessuali, proseguendo con la fede religiosa. Però bisogna studiare e continuare a migliorarci, quando mi pongono qualche domanda rispondo che il mio futuro può essere fra associazioni di volontariato e altre attività “no profit” verso chi ancora avverte, forte, il disagio».

Progetti e ambizioni di Patrick e i suoi fratelli. «Mettere sul tavolo idee e progetti internazionali – conclude il ventunenne di origini congolesi – a favore dell’ambiente, per esempio, del progresso sollecitando una partecipazione attiva dei ragazzi, le nuove generazioni. L’obiettivo è il comprendere cosa vogliamo fare e cosa vogliamo diventare. C’è da lavorare parecchio, sento la sensazione che i ragazzi della mia generazione vogliano buttarsi a capofitto nelle storie, nei problemi più complicati da risolvere: ci vorrà più tempo, ma di tempo non ne abbiamo così tanto, così testa bassa e pedalare».

«Partire dal basso…»

Maleh, le origini, il sudore e l’azzurro italiano

«Ho affrontato mille sacrifici e ancora dovrò farne. Genitori e parenti marocchini, ma i miei amici sono tutti di qui. Sono cresciuto fra Cesena e Ravenna, poi mi hanno voluto a Firenze. Gioco a Venezia, spero di contribuire alla promozione in serie A. La telefonata del tecnico della Nazionale Under 21: te la senti di indossare questa maglia? Mister, e me lo chiede?»

«Sono nato in Italia, a Castel San Pietro Terme, vicino Bologna, genitori e parenti marocchini, tutti i miei amici sono italiani». Youssef Maleh, ventuno anni, calciatore di belle speranze, sta costruendo il suo futuro con mille sacrifici. Ne parla con l’orgoglio delle sue radici, forte anche dell’affetto che lo circonda, lo stesso che amici e compagni di squadra non gli hanno mai fatto mancare. Di proprietà della Fiorentina, dove presumibilmente tornerà a fine stagione, gioca nel Venezia, squadra che si sta battendo per conseguire la promozione in serie A. E anche su questo, Youssuf dimostra tutta la sua maturità. «Ho cominciato a dare i primi calci al pallone con il Cesena, poi giocato nel Ravenna, squadra nella quale a diciannove anni ho debuttato fra i professionisti; da due anni gioco a Venezia, anche se un contratto mi lega alla Fiorentina… ».

Venezia, Firenze. «Cosa posso chiedere di più alla vita: quando parenti e amici mi chiedono come stia vivendo questo momento, rispondo che ho fatto della mia passione il mio lavoro e sapere che presente e futuro professionale oscillano fra due delle città più belle al mondo, mi riempie di gioia; quanta bellezza e quanta cultura…».

 

BELLA FIRENZE, MA…

Youssef, nato in un borgo a pochi chilometri da Bologna, si è visto proiettato nel giro di qualche anno in una dimensione da favola. Oltre a giocare in serie C, poi in B, pensando alla serie A, ha risposto con entusiasmo alla convocazione in Nazionale azzurra, altra grande soddisfazione. «Da non crederci – spiega – anche se non nascondo che per arrivare fino a questo obiettivo, ho dovuto compiere mille sacrifici». Non affonda il colpo, ma fa comprendere il suo punto di vista. «La mia vita è proiettata dal basso, credo che questa sia la molla che deve motivarmi giorno dopo giorno per non fermarmi: dal primo giorno che ho pensato a quante e quali soddisfazioni avrebbe potuto darmi il calcio, sono stato sempre fra i più puntuali a presentarmi agli allenamenti, l’ultimo ad abbandonare il terreno di gioco dopo le rifiniture…». In queste battute la sua filosofia: aggredire con grande passione l’attività ed essere l’ultimo ad abbandonare il campo con una maglia sudata, segno che ha spremuto tutta la sua generosità.

Oggi, Maleh, è un bell’esempio per i suoi connazionali. A gennaio ha firmato un contratto di cinque anni con la Fiorentina, così presumibilmente dal prossimo giugno si aggregherà alla squadra viola impegnata ad uscire dai bassifondi della classifica di serie A. Il ragazzo ventunenne è rimasto, intanto, in prestito al Venezia. Nella squadra lagunare resterà presumibilmente fino al termine della stagione.

Centrocampista mancino, origini marocchine, si diceva, ma nato in Italia nei pressi di Bologna, rilascia interviste col contagocce, ma sempre in modo ragionato. Parla del suo presente ma anche di sogni ed obiettivi futuri. «Sono partito dal basso, maturato nelle giovanili del Cesena, per poi giocare due anni a Ravenna; detto che ho ancora tanta strada da fare, guai fermarsi, per arrivare dove sono ho dovuto sudare tanto. La serie C è un campionato fisico e duro, non facile come può sembrare da fuori. Ma è un’esperienza che sento di consigliare a quanti debuttano subito in serie A. Per me è stato importante avere dei maestri: ho potuto apprendere da giocatori di maggiore esperienza con cui ho avuto la fortuna di giocare, Molinaro, Bocalon, Modolo, capitano del Venezia. Credo di poter crescere ancora tanto e cerco di migliorare col lavoro giorno dopo giorno».

 

PRIMA IN “A” CON IL VENEZIA

Ecco, il Venezia, banco di prova importantissimo. Se la serie C è un campionato fisico, la B è un misto di fisicità e tecnica, considerando che in A si arriva con la qualità. «Da due anni gioco a Venezia, una delle città più belle al mondo, qualcosa che a me trasmette tanta serenità. Vado allo stadio in vaporetto, basta farci l’abitudine. Con mister Dionisi, oggi tecnico dell’Empoli, ho un grande rapporto, sono cresciuto tantissimo grazie a lui, anche dal punto di vista offensivo. Ringrazio anche mister Zanetti: questo è l’anno della mia consacrazione in B, lui mi ha trasmesso la voglia di vincere e non mollare mai. Una persona che dice sempre ciò che pensa, non può che farti crescere tantissimo». Youssef, origini marocchine. «Ma mi sento italianissimo. La scorsa estate mi ha chiamato Paolo Nicolato, tecnico dell’Under 21: nell’occasione mi chiese se fossi stato convinto di poter giocare per gli Azzurri: nemmeno un’ombra di dubbio, indosso la maglia dell’Italia con orgoglio». Ragazzo assennato, tanti sacrifici alle spalle e qualcuno ancora da compiere, considera un obiettivo per volta. «Il prossimo è quello di lottare con il Venezia e raggiungere la promozione in serie A».

Victor, cuore d’oro

Osimhen, campione dentro e fuori dal campo

Dopo l’ultima gara del Napoli, navigando su internet il calciatore nigeriano si imbatte nella foto di una sua connazionale, una ragazza con una sola gamba. Lancia un appello social, la trova, le parla, le promette di starle accanto. Una storia simile la sua. «Persi mamma da piccolo, papà senza lavoro, tanti sacrifici e la fortuna di diventare un talento. Oggi aiuto la mia famiglia e chi ha bisogno di conforto»

 

«Trovata, grazie a tutti quelli che mi hanno aiutato, Dio vi benedica!». Missione compiuta. Victor Osimhen, il ventiduenne nigeriano attaccante del Napoli, dopo aver visto sui social l’immagine di una donna, sua connazionale, senza una gamba, probabilmente un’ambulante,  poche ore prima aveva lanciato un appello sui social. Victor aveva chiesto ai suoi amici di internet come poter rintracciare quella donna mutilata.

Si sa quanto siano generosi i napoletani, specie quando in campo ci sia un calciatore già amatissimo e sentimenti forti. In brevissimo tempo il calciatore è stato accontentato e ha potuto comunicare a distanza con la donna.

Insieme hanno chiacchierato, una immagine di quell’incontro è stata subito postata dall’attaccante nigeriano, che non dimentica le sue umili origini: da ragazzino, infatti, vendeva acqua insieme ai fratelli per portare a casa pochi spiccioli.

Trascorse poche ore dal bel gol contro la Sampdoria nella vittoria maturata domenica scorsa a Genova, Victor si è rilassato davanti al suo pc. E’ stato durante la navigazione su internet che il calciatore si è imbattuto nella foto di quella donna che lavora pur con una gamba sola. Copiata l’immagine, ha subito postato quella stessa immagine aggiungendo un suo breve commento. «È scoraggiante – ha scritto Osimhen – ma, allo stesso tempo, una grande motivazione: vi prego non esitate a contattarmi per fornirmi qualsiasi informazione utile a farmi trovare questa ragazza». Come accade spesso nelle storie social, la richiesta del ragazzone nigeriano è circolata velocemente realizzando in men che non si dica il desiderio social di Osimhen. Il calciatore è riuscito ad avere il numero di telefono della donna con la quale ha effettuato una videochiamata.

 

GENEROSO, AMATISSIMO

L’attaccante del Napoli ha così dimostrato di essere un ragazzo dal cuore grande. Una generosità apprezzata anche in campo, in questa sua prima stagione in Serie A quando si spende come un matto anche per i compagni. Osimhen non ha disputato tante gare, è stato fuori lontano dai campi per motivi diversi, prima di ritrovare il campo e la via del gol (tre gol nelle ultime cinque partite di campionato).

Una storia a tinte drammatiche ma con lieto fine quella del ragazzo nigeriano, per giunta riportata sul sito del Napoli. «Sono nato e cresciuto in Lagos, in un posto chiamato Olusosun – racconta il ventiduenne attaccante – e cresciuto in un ambiente molto umile, fra mille difficoltà. Mia madre è venuta a mancare quando ero ancora piccolo, tre mesi dopo la sua scomparsa mio padre ha perso il lavoro: è stato un periodo molto difficile per me e i miei fratelli e sorelle, dovevo vendere acqua nelle strade trafficate di Lagos per poter sopravvivere».

«Difficile, complicato – ha proseguito nel suo racconto Victor – come il posto da cui sono venuto via; è un luogo in cui non c’è speranza, dove nessuno ti dice di credere in te. Faccio tutto questo perché credo che il calcio sia l’unica speranza per me e la mia famiglia, per poter vivere una vita dignitosa. Se aveste chiesto alle persone del luogo, vi avrebbero detto che non sarebbe uscito nulla di buono dalla famiglia di Victor. Invece, sono felice di dove sono ora, ho imparato a non abbattermi e a credere in me stesso».

 

 «PAPA’, QUANTA FATICA!»

Papà ha faticato tanto per non far mancare niente ai propri figlioli. «Crescendo, questa esperienza mi ha insegnato molto. Ho avuto un’infanzia dura, a differenza di altri bambini – verso i quali non provo invidia, ci mancherebbe – che magari se la godono. Io ho imparato quello che nessuna scuola ti può insegnare: sopravvivere, impegnato com’ero a guadagnare da vivere, per me e la mia famiglia. Sono andato via di casa che ero molto giovane. Vivevo in mezzo al traffico di Lagos, cercando di fare lavoretti: tagliavo l’erba, facevo commissioni per altre persone, portavo l’acqua ai vicini; guadagnavo così qualche soldo per mangiare e aiutare la mia famiglia. Confesso di avere avuto una infanzia dura, non c’è nulla di quel periodo che mi sia veramente piaciuto. Forse anche le lotte quotidiane mi hanno aiutato a maturare e diventare quello sono».

I sogni son desideri, il Napoli ne ha realizzato uno, uno dei più importanti. «Se qualcuno, tre anni fa, mi avesse detto che avrei giocato in una delle squadre più importanti al mondo non ci avrei creduto: ho trascorso momenti difficili al Wolfsburg, sono stato rifiutato da due squadre belghe e poi sono stato reclutato dallo Charleroi. La mia vita era molto stressante all’epoca. Circa tre anni fa. Se qualcuno mi avesse detto che avrei firmato per il Napoli avrei risposto che sarebbe stato impossibile. Ora credo che nulla sia impossibile. Ho continuato a lavorare e fare le mie cose e ora sono qui».

 

I SOGNI SON DESIDERI…

Ecco, dunque il sogno che si avvera, con il pensiero rivolto a chi ha bisogno e viene da storie simili alla sua. «E’ un sogno che si avvera e sono grato per questo. Ancora prima di firmare con il Napoli, moltissimi tifosi del Napoli mi scrivevano, mi parlavano della città. Mi dicevano che la città era bella, che la gente è meravigliosa. Non credo che a Napoli esistano persone razziste, non ho mai visto nulla del genere da quando sono arrivato. E’ stato fantastico vedere la passione della gente per il calcio. Il Napoli è la loro vita e i tifosi darebbero qualsiasi cosa pur di vedere la squadra vincere».

Victor e un altro grande obiettivo. «Un altro sogno: vincere il premio per il miglior calciatore africano dell’anno. Devo fare ancora molta strada e sto lavorando per raggiungere questo obiettivo. Penso di essere sulla strada giusta. Non sarà semplice, ma come persona avere una famiglia sarebbe un sogno. Ho ancora molte cose da fare e quindi per ora non ci penso. Il calcio è l’unica cosa che ho in testa ora, voglio concentrarmi su questo. Il mio idolo è stato Didier Drogba, un vero esempio per me e tutti i ragazzi come me. E’ stato un amore a prima vista con il suo calcio: un giorno, mentre mi allenavo, mia zia mi ha chiamato, chiedendomi se sapessi chi le ricordavo: mi ha detto di andare a vedere come giocava Drogba. Ecco, proprio in quell’occasione mi sono innamorato del suo modo di giocare e del suo straordinario carattere».

«Io, tarantino social»

Francesco Montervino, direttore sportivo del Taranto e una buona causa

«Ho prestato la mia popolarità all’Afro Napoli United. Un progetto che ora seguo a distanza, preso come sono dal lavoro di dirigente rossoblù. Nel rispetto di culture o origini, oggi distinguo con facilità gambiani da nigeriani, ivoriani da ghanesi. La fascia da capitano di Maradona, il sogno professionale e quello con la società della mia città»

 

Francesco Montervino, direttore sportivo del Taranto. Ex calciatore, ha giocato con Taranto, Parma, Ancona, Catania, Salernitana e Napoli. Con la squadra partenopea ha disputato 166 gare, indossato la fascia di capitano e giocato in Coppa Uefa.

Non tutti sanno che in questi anni Montervino è stato anche impegnato nel sociale, uomo-immagine dell’Afro Napoli United, oggi Napoli United, squadra antirazzista e multietnica che oggi milita nel campionato di Eccellenza. Direttore sportivo del Taranto a tempo pieno, è rimasto saldamente legato da ottimi rapporti e grande affetto alla squadra che ha visto crescere socialmente e sportivamente.

 

Come nasce questo suo impegno nel sociale. Cosa la spinse ad accettare, a titolo gratuito, il ruolo di testimonial?

«Da quando è nato, il Napoli United ha sempre fatto dell’impegno sociale la sua forza svolgendo il ruolo di aggregatore di ragazzi napoletani e africani, questi ultimi giunti in Italia fra mille difficoltà; contattato in qualità di ex capitano del Napoli per prestare la mia disponibilità a svolgere il ruolo di “promoter”, ho accettato senza pensarci due volte: con enorme garbo, ricordo, mi avevano chiesto di spendermi contro il razzismo, sapendo forse che avrebbero sfondato una porta aperta sensibile come sono alle attività a sfondo sociale. Oltre all’interesse registrato per questo suo impegno, la squadra ha richiamato l’attenzione dei media anche per le prestazioni sportive, collezionando risultati e promozioni fino ad arrivare in Eccellenza. Con il mio ruolo di direttore sportivo a tempo pieno con il Taranto, il rapporto con il Napoli United è cambiato. Con la società partenopea resta, però, un legame consolidato da anni di condivisione del progetto».

 

Un uomo del Sud ha una marcia in più rispetto a temi come intolleranza e razzismo?

«Non credo abbia qualcosa in più, di sicuro ha una predisposizione diversa, quella sì; da uomini del Sud ci è capitato di vivere sulla nostra pelle sciocche discriminazioni. Non ho mai subito questo atteggiamento, anche se fin da ragazzi dalle nostre parti vediamo le cose in modo diverso: rispetto ai coetanei che vivono al Nord, fin da piccoli siamo avvantaggiati nel considerare che le diversità di pelle e di origine siano solo enormi sciocchezze. Ma, attenzione, non farei distinzione su un tema così delicato: ho giocato ovunque e non ho mai avvertito sfacciatamente punti di vista così diversi fra Nord e Sud. Oggi, per giunta, un calcio che naviga a vista a causa del covid non può lasciarsi distrarre da provocazioni legate a diversità inesistenti».

 

Cosa ha imparato e cosa pensa di avere insegnato a quei suoi ragazzi?

«A stretto contatto con loro, ho imparato a conoscere un diverso stile di vita, prestando attenzione e rispetto a culture ed etnie. Ci vorrebbero anni di studio per comprendere appieno le origini di ciascun ragazzo, però ad oggi con l’esperienza maturata rivestendo il ruolo di testimonial ho meno difficoltà a compiere un distinguo fra ragazzi di origini gambiane piuttosto che nigeriane, ivoriane anziché ghanesi; dal mio canto mi sono impegnato nello spiegare la cultura dello sport e il sacrificio. Sacrificio, sia chiaro, in senso sportivo, considerando che la sofferenza, quella vera, l’hanno abbondantemente vissuta sulla loro pelle».

Montervino 2 - 1

Il rapporto con il Napoli United, oggi. Prima che entrassimo in “partita” ha tenuto a specificare che il rapporto è rimasto eccellente e che lei  è sempre legato da grande affetto ai ragazzi e al progetto.

«Nutro grande affetto per un progetto che mi ha avvicinato a un mondo che in qualche modo già conoscevo. Oggi, con il ruolo di direttore sportivo del Taranto calcio, i dirigenti del Napoli United posso sentirli al telefono, ma sanno perfettamente che nel caso avessero bisogno di me sarei a loro disposizione».

 

Tarantino, nel suo cuore c’è anche posto per l’azzurro, in quanto fra i promotori del doppio salto del Napoli dalla serie C alla serie A, anche in qualità di capitano. Che ricordi ha di quella esperienza e quanto pesa portare su un braccio la fascia indossata da Diego Armando Maradona?

«Rappresentare una città come Napoli e indossare la fascia da capitano che è stata anche di Maradona, ti responsabilizza al massimo; di sicuro ti rende un uomo migliore perché l’azzurro napoletano è simbolo di rispetto come di passione. Considero un onore aver vestito quella maglia, una emozione provata anche da tarantino indossando i colori rossoblù della mia città. Sono cose che ti riempiono di orgoglio».

 

Direttore, sta facendo un ottimo lavoro, ha un sesto senso nel pescare giovani pronti nel vestire la maglia da titolare nel suo Taranto. Quanto è importante ripartire da una categoria e fare esperienza utile?

«L’esperienza in campionati cosiddetti minori, quando minori non sono considerando che in serie D militano città importanti quanto Taranto, la reputo fondamentale. Di sicuro ti dà un’apertura mentale diversa, che torna utile nell’affrontare in un secondo momento categorie maggiori. A proposito degli “under”: ci sono ragazzi che stanno facendo bene, altri che vanno seguiti con maggiore attenzione per trasformare le potenzialità in certezza, compito nel quale lo staff tecnico è quotidianamente impegnato».

 

Per scaramanzia, non parliamo dell’oggi, per gioco però proviamo a pensare a Montervino direttore sportivo fra dieci anni. Cosa significherebbe per lei coronare un sogno professionale?

«Sorvolando sui pronostici a lunga scadenza – dieci anni sono tanti – non nascondo l’ambizione di voler crescere nel ruolo di direttore sportivo. Se poi questa maturazione professionale coincidesse con il progetto-Taranto e, dunque, andasse a braccetto con i “colori” della città che amo, allora sì che sarei doppiamente felice».

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