«Tamin, vivo per miracolo»

Sei anni, origini bengalesi, il piccolo accoltellato a Rimini

A sferrargli un micidiale fendente un somalo di ventisei anni fuori controllo. Pare che il folle abbia agito sotto l’effetto di alcol e droga. «Ringrazio i medici per aver salvato mio figlio, le autorità e le forze di polizia per averci assicurato massima assistenza», ha dichiarato il padre della vittima. Fuori pericolo,  vivo grazie alla divina provvidenza

 

Ha sei anni, si chiama Tamin, il piccolo di sei anni, originario del Bangladesh, accoltellato alla gola sabato scorso sul Lungomare di Rimini. Pare sia fuori percolo, ma per miracolo, spiega il papà che si dà il cambio con la moglie nel vegliare quel bambino, che senza saperlo ha visto la morte in faccia.

Il sindaco della città romagnola, Andrea Gnassi, rimasto in ospedale per buona parte della prima nottata insieme al suo vice, aveva anticipato buone notizie. “L’équipe medica dell’ospedale Infermi – aveva dichiarato il primo cittadino – è intervenuta con un’operazione molto delicata, conclusasi positivamente: al momento le indagini diagnostiche escluderebbero danni ulteriori”.

Tamin, origini bengalesi, è stato operato nella notte all’“Ospedale Infermi”. Si è trattato di un delicato intervento chirurgico per la ricostruzione della carotide, seriamente danneggiata dal fendente sferrato dal ventiseienne. Ora, Tamin, è ricoverato in “Rianimazione” e rimane in prognosi riservata ma non sarebbe più in pericolo di vita.

“L’abbiamo riattaccata – ha detto Salvatore Tarantini, a capo dell’equipe di chirurgia vascolare – il bambino sta bene, ma la prognosi, dopo l’intervento, non abbiamo potuto scioglierla subito perché è un intervento delicatissimo: la carotide porta sangue al cervello; avevamo paura che ci fossero stati danni cerebrali, la tac lo ha escluso e anche la clinica sembra averlo escluso: il piccolo sta benino, risponde agli stimoli”.

 

CINQUE FERITI IN TUTTO…

Il bilancio di sabato 11 settembre a Rimini è di cinque persone ferite tra cui il bambino, figlio di una coppia – si diceva – originaria del Bangladesh che lunedì scorso avrebbe avuto il suo primo giorno di scuola; la folle violenza si è consumata a Miramare nel giorno del ricordo degli attentati terroristici a New York nel 2001. Al bambino, che ha avuto la sfortuna di trovarsi sulla strada dell’aggressore, il ventiseienne somalo ha reciso la giugulare con un fendente. “Una famiglia di persone che ha grande dignità vive ore drammatiche per il figlioletto – ha detto Jamil Sadegholvaad, assessore comunale di Rimini – la loro è una storia di integrazione riuscita”.

Somane Duula, il ventiseienne accoltellatore da due mesi in Italia ospitato dalla Croce Rossa di Riccione. Pima di giungere nel nostro paese, Somane aveva vissuto per alcuni periodi in Europa: Svezia, Danimarca, Germania e Olanda per richiedere lo status di rifugiato. “Il suo agire non è da collegarsi in alcun modo ad ambienti terroristici”, assicurano gli investigatori, anche per fugare un panico che si era diffuso in città, peraltro in una data significativa nella storia del terrorismo internazionale. Per la polizia il giovane era probabilmente sotto gli effetti di alcol o droga.

Duula si trova ora in carcere e dovrà rispondere delle accuse di tentato omicidio, lesioni e tentata rapina. In questi giorni, oltre all’interrogatorio di garanzia dal gip, si è riunito anche il Comitato per l’ordine e la sicurezza, alla presenza della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese.

 

…QUATTRO SONO DONNE

Oltre al piccolo bengalese, sono tutte donne le altre quattro vittime ferite dal somalo. Per prima cosa, l’uomo ha accoltellato al volto e alla gola le due controllore sull’autobus che lavorano per conto dell’azienda di trasporti Start Romagna. Trasportate al Bufalini di Cesena, alla più grave sono stati assegnati due mesi di guarigione.

Dopo aver accoltellato le due controllore, il ventiseienne somalo ha minacciato l’autista, costringendolo a fermare il mezzo e fuggire  in una traversa vicino alla stazione di Miramare, dove ha colpito una ragazza residente a Pesaro e una pensionata di settantasette anni, all’altezza del Lungomare Regina Elena. Puntando la lama alla gola di chi intralciava la sua fuga, con la polizia addosso, il somalo ha tentato anche di rubare un cellulare ad un automobilista barricatosi all’interno della propria auto.

Il padre di Tamin, ha parlato del gesto improvviso di un folle. Gli inquirenti al momento confermano «l’atto folle e improvviso e uno stato di alterazione del soggetto arrestato», ha spiegato il sindaco Gnassi, rimasto tutta la prima notte in ospedale con i genitori del bambino. “Perché una persona che aveva già dato segni di violenza e di alterazione – s’interroga il primo cittadino –  girava liberamente? Sono stati sottovalutati i segnali precedenti?».

«Il ventiseienne somalo – ha dichiarato il sindaco dopo aver raccolto ulteriori informazioni – è un richiedente asilo, ospitato alla Caritas di Riccione che, salito sul bus in direzione Rimini, nei pressi del Talassoterapico al confine tra i due comuni, ha colpito prima le controllore, poi nel tentativo di fuga ha colpito ancora altre persone, tra queste il bimbo operato d’urgenza».

«In ospedale – prosegue Gnassi – abbiamo trovato una famiglia sconvolta ma che con grande dignità e compostezza ha saputo pazientemente attendere in quelle drammatiche ore; il padre di Tamin lavora in una importante azienda del Riminese e i suoi tre figli sono nati tutti qui; nella notte ci siamo attivati con il datore di lavoro del padre del piccolo e con i servizi sociali del comune di residenza per prestare totale sostegno, solidale e pratico, alla famiglia».

Il padre del piccolo ha voluto, inoltre, ringraziare medici, poliziotti, Dio, tutti coloro i quali gli si sono stretti intorno in quei momenti durissimi. Sempre con grande dignità. «Per il responsabile di tale violenza – ha concluso il sindaco Gnassi – non si deve chiedere altro che il massimo rigore: non ci può essere alcuna giustificazione o attenuante per quanto fatto: le leggi esistono e vanno applicate, mi rifiuto di commentare qualsiasi speculazione politica in vista delle elezioni».

«Prendiamoci per mano»

«Amin, israeliano, lancia un appello»

Inviato al confine con la Siria, mentre osservava i nemici giocare una partitella di calcio gli balenò un ragionamento. “Una cosa che fa sorridere, perché è un’idea bambina: perché devo combattere ragazzi che, come me, in questo momento sorridono, fanno le stesse cose che io e i miei commilitoni facevamo nelle ore di riposo. Ho vissuto da piccolo in Perù, poi sono tornato in Israele, tre anni di leva a sorvegliare oltre quella linea immaginaria e a riflettere…”. Intanto, ha fondato un social, diffuso un ideale…

 

«Se solo ci fermassimo a pensare un solo minuto al giorno, a quanto siano sciocchi e inutili i conflitti, di qualsiasi natura, avremmo già risolto metà problema”. Amin, israeliano, nato a Gerusalemme, vissuto in Perù e alla maggiore età tornato nel suo Paese, ha in testa un’idea, forse bislacca, forse troppo bambina, insomma semplice, tanto che nessuno si pone mai una simile domanda. “E se smettessimo le armi, qualsiasi proposito di imbruttire il “nemico” che hai di fronte e nel quale il male e combatterlo con più odio?». Questa una delle domande che Amin si pone e che spesso rivolge agli amici sui social.

«So quanto siano forti i social oggi – dice – tanto che potrebbero essere usati per compiere una rivoluzione, smetterla una volta per tutte di spararci addosso perché “io sono meglio di te”, e non la metto sul piano del ragionamento, della discussione per quanto animata possa essere; no, la metto sul piano della forza e questa cosa, fratello, permettimi non va affatto bene».

Amin e il suo outing. «Sboccia quando meno te lo aspetti – spiega – una volta arruolato per il servizio di leva, che in Israele dura tre anni: appena maggiorenne ero tornato nel mio Paese insieme con la mia famiglia; avevamo vissuto per diversi anni in Perù, quando decidemmo di tornare nella nostra terra: succede, le radici in queste scelte hanno un ruolo sicuramente importante». Servizio di leva, primo impegno importante con un’arma fra le mani. «Dopo mesi di addestramento – dice il giovane israeliano – mandano me e la mia compagnia sulla linea di confine; provate a immaginare: me, pacifista nato, con un fucile ad alta precisione fra le mani e, per giunta, sulla linea di confine a sorvegliare i militari dell’esercito siriano, con il pericolo che quell’arma dovessi usarla davvero per ferire o, peggio, ammazzare il nemico che, forse, nemico non era e mi spiego…».

 

AMIN, PAROLE CHE PESANO

Misura le parole Amin, non vuole essere frainteso. Fino a quando ha indossato la divisa, sapeva che doveva rispettare gli ordini, osservare oltre la linea di confine perché ai militari con addosso una divisa diversa dalla sua non venisse in mente di fare scherzi. Fino a quando, galeotto fu un pallone di calcio. «Certo, lo sport più famoso al mondo – dice Amin – che puoi fare con quattro grosse pietre a segnare le due porte e una sfera che puoi prendere a calci anche se non sei un fulmine di guerra». Un giorno era di guardia Amin, attrezzato di binocolo e perfino di telescopio per sorvegliare distanze maggiori. «Cominciai ad osservare un gruppo di militari siriano divisi in due squadre, da una parte una squadra a torso nudo, dall’altra quelli con addosso una maglietta: correvano all’impazzata; un mio collega sorvegliava, io per qualche istante a guardare quella partita, ma forse a fare quanto dovremmo provare a fare un po’ di più tutti: a pensare; pensavo a quei ragazzi non da avversari in un conflitto che non porta mai a nullo di buono, ma ad esseri umani, come me, che di sparare addosso a un altro francamente non gliene frega nulla».

 

UNA RIVOLUZIONE “BAMBINA”

Un ragionamento che sulle prime fa arrossire Amin. «Ma sì, perché è un ragionamento elementare, che potrebbe fare anche un bambino; anzi, sono proprio i bambini, che non hanno idee politiche nella testa, a spiegarci le cose in modo semplice: perché dovrei aggredire uno che in questo momento ride insieme con i compagni, rincorre un pallone che prende a calci? Anche io, quelle volte che mi ritrovo a fare una partitella con amici e commilitoni, ho la stessa spensieratezza, come se non dovesse accadere nulla, perché non puoi avercela con chi mostra la tua stessa serenità, la tua stessa allegria». Magari bisognerebbe lavorare più su quelli che si ostinano a spararsi addosso. «Ma per fortuna sono una minoranza; siamo molti ma molti di più quelli che vogliono deporre le armi, sedersi intorno a un tavolo e prendere a calci anche certi pensieri, certi documenti: pensiamo ai confini, alle espansioni – e, in questo, non mi riferisco a Israele e Siria – senza comprendere che si vive una volta sola e ad ognuno di noi tocca sempre un metro nel quale muoverci, le lunghe distese, il nostro benessere a discapito dell’altro, del nemico, dell’avversario, non va bene: e, allora, proviamo a scendere in campo per un ideale comune, la libertà, giocare insieme a fare i bambini, posto che fare gli uomini il più delle volte porta alla violenza».

Per concludere, Amin. «Mi sto impegnando sui social, io stesso ne ho fondato uno, parola chiave “idealist”: ho ideali da condividere con altra gente, di qualsiasi Paese, qualsiasi latitudine; ecco, conto di arruolarne a migliaia, centinaia di migliaia, per armare di sola pace un esercito sterminato che abbia un unico scopo: deporre le armi e stringersi la mano».

«Laila, per non dimenticare»

Origine marocchina, da venti anni in Italia, vittima di un incidente sul lavoro

«Profondo dolore per la scomparsa della donna; anche il nostro territorio e la nostra comunità vengono rattristati da una morte durante l’attività lavorativa», la parole del vescovo di Modena, Erio Castellucci. Solidarietà ai familiari, ma non è sufficiente l’indignazione del momento: occorre l’impegno di tutti affinché questi drammi non si ripetano

 

Di Laila El Harim, la quarantenne deceduta mentre lavorava nell’azienda di packaging “Bombonette” di Camposanto, in provincia di Modena, ne avevamo scritto all’interno di quello che, in gergo, si chiama “pastone” sulle morti sul lavoro nello scorso agosto. Ci eravamo documentati, seguendo la vicenda sulle pagine del quotidiano il Resto del Carlino, edizione di Modena. Non se ne abbiano a male, gli altri colleghi, ma il giornale emiliano, oltre a stare sul pezzo quotidianamente, ha mostrato passione nel raccontare, mediante gli stessi concittadini, la scomparsa della povera Laila in circostanze drammatiche.

Fatte le debite premesse, pare che la procura di Modena avrebbe iscritto nel registro degli indagati il legale rappresentante dell’azienda stessa. Un atto dovuto, se non altro per chiarire come siano andate le cose quel maledetto martedì mattina di agosto, quando Laila fu trascinata e schiacciata da una fustellatrice (un macchinario di grosse proporzioni utilizzato per sagomare il materiale da imballaggio).

Laila avrebbe compiuto quarantuno anni a breve distanza da quell’infausto giorno. Originaria del Marocco, da circa vent’anni risiedeva nel nostro Paese. Ma era nel Modenese, che la donna aveva costruito la sua vita e la sua famiglia, con dentro al cuore il matrimonio con il compagno dal quale  quattro anni fa aveva avuto una bimba. Nel paese in cui viveva, non distante dalla sede dell’azienda, era indicata da tutti persona gentile e solare. Alla “Bombonette” era stata regolarmente assunta pochi mesi fa e, secondo testimonianze, era entusiasta per il lavoro che faceva.

 

 

QUEL MACCHINARIO PERICOLOSO

In seguito ad un documento circostanziato e predisposto dagli ispettori del lavoro di Modena è stato possibile accertare quanto segue: «La dipendente era stata assunta con contratto di lavoro subordinato a tempo pieno e indeterminato e che aveva iniziato il proprio turno di lavoro presso la sede della ‘Bombonette’ alle 5.50; la fustellatrice a cui lavorava Laila era provvista di un doppio blocco di funzionamento meccanico, purtroppo azionabile da parte dell’operatrice soltanto manualmente e non automaticamente, quanto cioè ha generato un’operazione non sicura cagionandone la morte della donna per schiacciamento», si legge nella relazione. Circa la dinamica dell’infortunio e alla conformità del macchinario, secondo i principi della massima sicurezza tecnicamente possibile, sono state svolte indagini da parte degli ispettori Upg della Usl di Modena. Ulteriore documentazione acquisita sull’organizzazione della sicurezza, verrà esaminata dal direttore dell’Ispettorato del lavoro che ne informerà le istituzioni “per definire, secondo le competenze, le azioni da intraprendere dopo aver stabilito l’esatta dinamica e le relative responsabilità”.

 

IL DOLORE DEL VESCOVO

Sulla tragedia di Camposanto era anche intervenuto il vescovo di Modena, Erio Castellucci. «Condivido questo profondo dolore e sono vicino alla famiglia di Laila El Harim. Purtroppo – riporta una nota della Diocesi di Modena – anche il nostro territorio e la nostra comunità vengono rattristati da una morte sul lavoro, una piaga che pare non si riesca a debellare nel nostro Paese visti i numeri, drammatici, di questo 2021. Ora piangiamo la perdita di Laila, una donna, una mamma: esprimiamo solidarietà ai familiari, con sincerità e commozione, ma questo non basta, come non è sufficiente l’indignazione del momento. Occorre l’impegno di tutti affinché questi drammi non si ripetano».

«Italia, aiutami!»

Omran, collaboratore, rischia la vita

«Temo per la mia famiglia. I talebani stanno girando casa per casa. Vogliono giustiziare quanti hanno aiutato i governi a restituire normalità all’Afghanistan. Siamo un bersaglio, temo per i miei familiari, qualcuno in Italia faccia qualcosa»

 

Quanto dolore. E quanta rabbia, mista a delusione.  Ma anche preoccupazione, tanta preoccupazione per chi è ancora in Afghanistan. Sono alcuni dei sentimenti e delle testimonianze manifestati dalla cinquantina di italiani sbarcati a Fiumicino con uno dei primi voli organizzati dalla nostra Aeronautica. Voli  che stanno trasferendo in Italia connazionali e il maggior numero di collaboratori afgani insieme con le loro famiglie.

«Temo per chi ha lavorato con noi – la drammatica testimonianza di un medico che lavora per l’agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo – e ora rischia di morire; i talebani li stanno cercando casa per casa; lì, purtroppo, ci sono ancora migliaia e migliaia di persone che rischiano la vita: la situazione è gravissima, la comunità internazionale faccia qualcosa e alla svelta, ogni ora che passa diventa fatale per i nostri collaboratori, gente innocente che aveva in testa solo la libertà, la voglia di vivere senza pressioni, costrizioni, ridotte in schiavitù».

«Senza il sostegno dei contingenti militari stranieri – dice Omran, anni di attività con l’Agenzia governativa italiana in Afghanistan – esercito e polizia afghani, nulla possiamo contro gli Studenti coranici: è solo questione di giorni, di ore, la mia collaborazione con gli italiani sta mettendo  a rischio la mia vita e quella della mia famiglia: ti prego Italia, aiutaci!».

 

«PAURA DI RAPPRESAGLIE»

Omran ha lavorato nella cooperazione internazionale in Afghanistan. Fino al 2020 Herat era rimasta al riparo dalle minacce dei talebani, grazie anche alla presenza del nostro contingente militare di base nei pressi dell’aeroporto. Ora, dopo l’abbandono dell’Afghanistan, in alcuni casi frettoloso e senza sicurezza, Herat è praticamente nelle mani dei Talebani.

«Incredibili le rappresaglie a cui stiamo assistendo: quasi non volessero alcun beneficio dall’Occidente, le strade realizzate anche con il contributo della cooperazione italiana vengono fatte saltare; i Talebani cercano di bloccare ogni forma di comunicazione con l’esterno impedendo, per esempio, l’uso di internet. Trovare una connessione è sempre più complicato”. Prosegue il racconto disperato di Omran. “E’ un assedio, temo che le conseguenze saranno durissime. I simpatizzanti dei terroristi, specie di etnia pashtun, si stanno alleando con gli invasori. Mi conoscono, conoscono il mio lavoro e la collaborazione con gli italiani negli ultimi dieci anni: io e i miei familiari siamo in pericolo, a maggior ragione ora che tutti i contingenti stranieri sono andati via».

 

«CHIEDO UN “VISTO”»

E qui sta l’angoscia di un uomo da sempre fedele e operativo nei confronti della cooperazione italiana. Nel corso degli anni Rahgozar ha coordinato tantissimi progetti umanitari nella provincia di Herat collaborando con ong del calibro di Intersos, Cesvi e Gvc. Nel marzo del 2017 era all’opera con Gvc per un piano di rilancio della ruralità in alcuni villaggi poverissimi della provincia di Herat. Era stato lui a tenere le fila e i contatti tra le comunità e l’Aics.

«Grazie all’Italia eravamo riusciti a cambiare molte cose qui – prosegue Omran – quanto, purtroppo, sta per essere reso vano a causa dell’abbandono dei contingenti internazionali. Ho paura, mi considero un bersaglio. Ho provato a chiedere aiuto all’Aics di Herat, gestito afghani, ma senza tanti giri di parole mi hanno detto che per me, la mia famiglia, per chi ha collaborato con l’Italia non possono fare niente. Eppure chiediamo solo un visto per lasciare il Paese. Mio padre, molto religioso, che più volte mi aveva consigliato, insistito di non lasciare l’Afghanistan, adesso ha cambiato idea, ora mi esorta di mettermi in salvo con la mia famiglia: spero non sia troppo tardi».

«Con la mia famiglia sono nelle mani degli italiani – conclude Omran – fossi solo potrei provare a superare il confine, ma non è cosa semplice: unica soluzione è ottenere dall’Italia un visto con il quale espatriare a bordo di un aereo; per questo non smetto di fare appelli al vostro Paese: non è un atto di egoismo, mi rivolgo all’Italia anche a nome di quanti sono nelle mie stesse condizioni, non dimenticatevi di noi: aiutateci!».

«Verranno ad uccidermi»

Zarifa, ventisette anni, il sindaco più giovane dell’Afghanistan

Dal quotidiano Il Fatto a Libero, dal Corriere della Sera a Repubblica, è un susseguirsi di reportage che mostrano di avere a cuore il destino di un popolo. E in particolare delle donne, che corrono il rischio di tornare in schiavitù. Le opinioni di donne attiviste che lanciano un appello al mondo: «Non lasciateci sole, altrimenti è la fine»

 

«Forse fino a qualche giorno fa temevo per la mia vita, ora non ho più paura; temo solo per i miei familiari, che mi sostengono in questa protesta passiva nei confronti degli invasori: sono qui, seduta, in attesa che qualcuno arrivi e con il pretesto di fare giustizia mi ammazzi». Così Zarifa, giovane sindaco di una delle città afghane, insediatasi tre anni fa per amministrare un piccolo centro nel quale prima o poi arriveranno le forze talebane. Le stesse che in questi giorni hanno sovvertito il governo e pare abbiano intenzione di ripristinare condizioni che proverebbero qualsiasi libertà alle donne.

Dal quotidiano “Il Fatto” a “Libero”, dal “Corriere della Sera” a “Repubblica”, è un susseguirsi di reportage che mostrano di avere a cuore il destino di un popolo. E’ pericolo Afghanistan. I guerriglieri talebani o esercito che sia, nei giorni scorsi ha avuto la meglio sull’esercito afghano tanto da avere occupato senza trovare grande opposizione dall’esercito locale la capitale Kabul. Questi ultimi avevano bisogno di rinforzi, armi per meglio difendersi dal nemico che avanzava verso la capitale. C’è un report dell’Intelligence americana sottoposto a Biden, presidente USA, nel quale venivano espresse perplessità sull’eventuale resistenza dei militari afghani ad un eventuale attacco sferrato dai Talebani. Biden ha perso appeal con il suo elettorato e, più in generale, con il popolo americano. Trattare con gli invasori, perché questo è quanto scaturirebbe da un vertice nel quale gli Stati Uniti hanno invitato le altre forze presenti al Tavolo per studiare l’opposizione al ricostituito Emirato islamico. Facendo un po’ di conti, a oggi, Siria, Libia, Egitto, Palestina, Iraq, Arabia Saudita e, ora, Afghanistan, hanno in comune una cosa: il disimpegno da parte del governo americano.

 

SOCIETA CIVILE IN PERICOLO

Intanto, in queste drammatiche ore, il sentimento sembra essere uno solo: la società civile dell’Afghanistan teme di essere in grave pericolo. Da quando i talebani hanno preso la capitale Kabul e, più in generale, il potere sull’intero Paese. Le donne, in modo particolare, sono convinte di scivolare daccapo in un inferno senza diritti. In tutto questo, in attesa di una presa di posizione da parte del governo americano, uno dei più autorevoli organi di informazione della Grande mela, il New York Times, ha pubblicato la testimonianza di Zarifa Ghafari, ventisette anni, la sindaca più giovane dell’Afghanistan.

Conosciuta per essere da sempre in prima linea per il rispetto dei diritti delle donne, Zarifa è convinta che il peggio sta per arrivare: «Verranno per le persone come me, mi uccideranno; sono seduta qui, in attesa che arrivino: non c’è nessuno che aiuti me o la mia famiglia. Sto seduta con i miei congiunti, insieme con mio marito. Non posso lasciare la mia famiglia. E anche se fosse, dove andrei?». Zarifa è stata nominata a capo della città di Maidan Shar l’estate di tre anni fa dal presidente Ashraf Ghani, fuggito per mettersi in salvo dai talebani.

«Sono distrutta – ha dichiarato la giovane sindaco – non so su chi fare affidamento, ma non mi fermerò ora, anche se verranno di nuovo a cercarmi: non ho più paura di morire». Nel frattempo i talebani stanno provando a rassicurare la popolazione, annunciando un’amnistia generale per i funzionari statali. «L’Emirato islamico – riporta un documento – non vuole che le donne siano vittime, ma anzi dovrebbero avere ruoli nella struttura di governo, ma in accordo con la Sharia». Insomma, «Voi governate, ma comandiamo noi».

 

L’INCUBO DOPO VENTI ANNI

Inutile girarci intorno, quanto sta accadendo in queste ore pare abbia un solo significato: per le donne afghane è la fine di tutto. Dopo venti anni sono tornati i talebani e con questi la “sharia”, la versione più estremistica della legge coranica che vorrebbe le donne segregate, ignoranti, invisibili. Quando guidarono l’Afghanistan nella seconda metà degli Anni Novanta, fecero piombare l’Afghanistan nel buio più totale. Le donne furono cancellate dalla società, trasformate in tanti fantasmi azzurri come i burqa che dovevano indossare, in schiave sessuali. Furono vietati lavoro e studio, pena la lapidazione. E adesso l’incubo è tornato. Anche Fatima, trentacinque anni, nelle Forze di sicurezza afghane, teme gravi ritorsioni. Non è riuscita a salire su uno degli aerei in partenza da Kabul. «Uccideranno anche me, sanno bene chi ha aiutato gli occidentali; stanno facendo le liste in ogni città delle donne single, dagli 8 ai 45 anni: molte saranno uccise, quelle che saranno risparmiate andranno in moglie ai talebani».

«Veder crollare tutto in un istante è la fine del mondo», ha dichiarato una giovane studentessa, rappresentante delle giovani afghane presso l’Onu. «E’ un incubo per le donne che hanno studiato e che intravedevano un futuro migliore». «La storia si ripete velocemente«», dice Fawzia Koofi, ex vicepresidente del Parlamento afghano.

Non solo resistenza passiva. C’è chi vuole vendere cara la pelle. Chi vuole restare e lottare. «Non servirebbe a nessuno se tutte le donne lasciassero il Paese», ha dichiarato all’emittente britannica Mahbouba Seraj, attivista di lunga data, dicendosi pronta a sedersi a un tavolo con i talebani per cercare di cambiare le cose dall’interno: «Nessuno, né i talebani, né il mondo, né la nostra repubblica, ha mai capito la forza delle donne afghane, quale risorsa siano».

«Io e Federico, sposi…»

Giglia Marra, attrice, mercoledì si è unita a Zampaglione, leader deI Tiromancino

Ricevimento per centosettanta invitati in una masseria alla periferia della sua Mottola. «L’ho conosciuto in un locale romano, poi a Las vegas la sua dichiarazione. Abbiamo voluto fare le cose a modo, il Covid ci aveva impedito di coronare prima il nostro sogno». Lei in abito bianco, lui in smoking. E a tavola, dal pesce alle orecchiette, alle mozzarelle, e “bomboniere” originali: piatti di ceramica di Grottaglie. E su ognuno di questi, frasi delle canzoni del popolare cantautore-regista. Un sogno che lei aveva anticipato, sottovoce, al teatro Orfeo di Taranto…

 

Giglia Marra, attrice, nata a Mottola, ha coronato il suo sogno d’amore. Nella sua cittadina, due passi da Taranto, ha sposato il cantautore Federico Zampaglione, per tutti l’anima dei Tiromancino. Di questo desiderio, Giglia, nonostante avessimo scambiato due sole battute un paio di minuti prima, ci aveva fatto cenno un sabato, precisamente il 29 maggio, quando con Federico aveva raccolto l’invito dei titolari del teatro Orfeo, Adriano e Luciano Di Giorgio, a presentare il film “Morrison”, scritto e diretto da Zampaglione. A fare gli onori di casa ci aveva pensato la collega Alessandra Macchitella. Si sa, la star della serata è Federico, che, ci perdonerà, convoglia su se stesso buona parte della stampa per spiegare l’anteprima del film, ma la nostra attenzione è rivolta per buona parte della free-conference alla nostra conterranea.

Attrice di fiction e cinema, trentanove anni, Giglia a diciotto anni è pertita per Roma per studiare recitazione. Una laurea in Cinema all’Università La Sapienza di Roma, ha conseguito un altro titolo di studio, il diploma all’Accademia di Beatrice Bracco. Fra i suoi impegni televisivi, «Vivere», «Distretto di polizia 8», «Ris» e «Squadra Antimafia», fino al cinema nel film «Teleaut – Ultima trasmissione», corto «Cristallo» (candidatuture a Nastri d’Argento e Globi d’Oro), fino a «Morrison».
I genitori di Giglia avrebbero voluto per la loro figliola una carriera da avvocato o manager. «Mi è dispiaciuto non poterli accontentare, ma credo che, oggi, siano felici della mia attività di attrice. Da piccola ammiravo Monica Vitti e Anna Magnani, anche se caratterialmente e cinematograficamente diverse fra loro, veri simboli del nostro cinema».

 

 

«UNA COMMEDIA…»
Grande interprete in ruoli drammatici, confessa un altro desiderio, stavolta professionale. «Mi piacerebbe misurarmi in qualcosa di leggero, i miei stessi amici mi riconoscono un carattere brillante, così hai visto mai riuscissi a ritagliarmi un ruolo in un film-commedia?».
Ma prima di entrare nel vivo di cerimonia e matrimonio, passo indietro, dove ha conosciuto Zampaglione. «In un locale di Roma, l’occasione fu una foto che una mia amica, fan di Federico, voleva che le scattassi. E’ stato il momento in cui io e lui abbiamo scambiato appena due battute, poi, silenzio, emozioni, e forse proprio in quel momento abbiamo avvertito che stava scattando qualcosa». Singolare il primo approccio con qualcosa che fosse un legame importante. «Eravamo andati a Las Vegas, a festeggiare il mio compleanno. E’ stato in quell’occasione quando lui, scherzando, mi ha provocata: “Ci sposiamo?”. “Va bene pure per le nozze a Las Vegas, ma prima voglio quelle in chiesa”, sono tradizionalista».
Poche ore fa si sono conclusi i festeggiamenti. Sposi, finalmente: «Se sto sognando non svegliatemi», dice Giglia ad amici e parenti più stretti. La funzione religiosa si è svolta nel pomeriggio nella chiesa di Santa Maria Assunta, mentre il ricevimento per centosettanta ospiti, nella Masseria Bonelli, una location immersa nel bosco, fra trulli e a tanta vegetazione. Lei in abito bianco è arrivata all’altare al braccio del padre, mentre ad accompagnare lo sposo, in smoking scuro, è stata Linda, undici anni, la figlia che Zampaglione ha avuto con Claudia Gerini. Sui social pubblicati due scatti: uno mano nella mano per le strade di Mottola e l’altro in primo piano con la fede al dito. 

 

«CANZONI E ALLEGRIA»
«Non è stato semplice organizzare tutto in meno di due mesi», ha confessato Giglia alla stampa. Per due anni avevamo rimandato il matrimonio a causa del Covid. A fine giugno abbiamo deciso di anticipare a mercoledì 11 agosto per impegni di lavoro. Senza dimenticare l’incognita virus, che avrebbe potuto far saltare i piani». Evento curato in ogni dettaglio, con tanto di green pass, tamponi e, chi più ne ha più ne metta, per evitare il contagio.
Hanno allietato i festeggiamenti, la musica di Zampaglione e quella dei Terraross, gruppo folk che aveva già affascinato la grande cantante Madonna durante le vacanze pugliesi. Canzoni e allegria.
E per finire, il menù. Per il rinfresco la coppia ha scelto un programma a base di pesce, con mozzarelle realizzate sul momento in masseria. Tutto nella tradizione pugliese. Immancabili le orecchiette e una bomboniera originale: piatti in ceramica realizzati per gli sposi da un maestro di Grottaglie. Tutti pezzi unici, con frasi delle canzoni di Federico Zampaglione.

Simone, medaglia al coraggio

La campionessa olimpica che ha fatto outing

Il suo crollo e i suoi «tanti demoni». Il volto umano e fragile di un’atleta di successo alle Olimpiadi di Tokyo. Dietro le lacrime un’esperienza orribile che la stessa Biles ha ricordato a tutti. Un pedofilo seriale condannato a 175 anni di carcere. Medico della squadra di atletica per oltre venti anni. Paghi anche chi lo ha messo lì e difeso dopo le denunce di decine di atlete. «Dormivo tutto il tempo, perché era la cosa più vicina alla morte»

 

La strada per rivedere la luce è lunga e sicuramente non facile, ma il cuore dei campioni fa la differenza. Sempre. Questo ha scritto la stampa a commento di quanto accaduto dell’infanzia molesta e manifestato dalla stessa protagonista, Simone Biles, campionessa olimpionica, poco dopo il suo primo flop a cinque cerchi. Non ha posto tempo in mezzo, l’atleta nera che a Rio aveva trionfato collezionando una medaglia d’oro dopo l’altra. Probabilmente quella più pesante, l’ha vinta dopo quello scivolone causato da quanto la ragazza aveva in mente mentre volteggiava davanti alle telecamere di mezzo mondo puntate su di lei. Nella sua testa c’erano i demoni di una bambina molestata costantemente dal medico della sua squadra. l’uomo che doveva prendersi cura del suo fisico e della sua mente, invece abusava del corpo di Simone. E non solo di Simone, come poi è stato provato da un’inchiesta che ha portato alla condanna di “quel medico”, Larry Nassar, osteopata della Nazionale statunitense di ginnastica dal 1996 fino al 2017, pedofilo seriale condannato a 175 anni. Non è il caso di ironizzare, ma gli americani non potranno cavarsela con un film o una serie tv. Dovranno aiutare Simone e le altre e condannare quell’uomo, messo lì non si sa da chi, per più di venti anni, che scatenava le peggiori bassezze che balenavano nella sua testa. Perché su oltre centocinquanta atlete che hanno denunciato quella vergogna, qualcuno quel Nassar, lo avrà difeso, lasciato lì a compiere le peggiori bassezze che una mente malata possa compiere.
Dunque, come scrive Fanpage. Simone, quattro medaglie d’oro olimpiche vinte a Rio de Janeiro, i diciannove ori mondiali, più un’altra sterminata quantità di argenteria messa in bacheca. A soli 24 anni la ragazza ha già avuto tutto quello che un’atleta può sognare. Il trionfo, la fama, la gloria eterna. Ma ha conosciuto anche “l’altra metà del cielo”, quella buia, quella che viene a trovarti quando di notte sei sola con i tuoi pensieri. Ed è lì che si affacciano i demoni, di cui ha parlato alla stampa Simone, che tornano ad urlare con la faccia truce del male puro. Sono passati anni, ma quel volto è sempre lì.

 

CROLLO IMPROVVISO
Il crollo emotivo della Biles nel concorso a squadre di ginnastica alle Olimpiadi ed il suo successivo ritiro anche dall’individuale, hanno mostrato l’aspetto profondamente umano di una giovane donna alle prese con problemi più grandi di un esercizio alla trave o al volteggio. Problemi di «salute mentale» ha spiegato la stessa ginnasta, aprendo la porta su un mondo instabile. E poi c’è il male, quel male, che torna e fa vedere tutto sotto una luce diversa: non si tratta semplicemente dell’ansia da prestazione di un’atleta o di un momento difficile che nasce e muore a Tokyo. C’è un vissuto orribile che ora la stessa Biles ricorda a tutti, ritwittando cosa le hanno fatto quando non aveva i mezzi per difendersi. Orribile.
È il messaggio di Andrea Orris, ex ginnasta trasformata in fitness trainer: eccolo quel volto che riappare nella notte, quando si vorrebbe dormire ed invece qualcosa soffoca l’anima. «Stiamo parlando della stessa ragazza che è stata molestata dal medico della sua squadra per tutta la sua infanzia e adolescenza. Quella ragazza ha subito più traumi all’età di 24 anni di quanti la maggior parte delle persone ne subirà mai in tutta la vita», scrive la Orris.
E Simone, splendida, trova la forza, ritwitta quelle parole, tracciando una linea precisa che unisce il suo doppio ritiro (diventato la Storia delle Olimpiadi) con gli abusi sessuali subiti da parte di Larry Nassar, osteopata della Nazionale statunitense di ginnastica dal 1996 fino al 2017. Un ventennio di orrori che una volta venuti alla luce sono costati una condanna a 175 anni di carcere per il medico. «Trattamenti personali» nella stanzetta di Nassar, attraverso i quali sono passate decine di ginnaste americane di altissimo livello, tra cui appunto la Biles. Ecco il nostro risentimento: chi difendeva questo orco.

 

AIUTACI, PER FAVORE
Simone ci aiuta a capire. Con questo ritweet la ventiquattrenne dell’Ohio fa capire quanto gli abusi che ha subìto per mano del medico pedofilo siano alla base dei problemi di salute mentale che l’hanno spinta a mettere da parte per un momento la sua carriera per concentrarsi sul proprio benessere. Sulla sua vita, la cosa che conta di più. La Biles è una delle oltre centocinuanta ginnaste che sono state abusate da Nassar: nel 2019 aveva rivelato che il trauma delle aggressioni sessuali l’aveva portata ad avere pensieri suicidi. All’epoca aveva ammesso che dormiva «tutto il tempo» perché era «la cosa più vicina alla morte», mentre era sotto terapia per cercare di lenire per quanto possibile ferite incancellabili.
Simone, oggi, riapre quella porta e mostra a tutti cos’è il male e come può devastare la vita anche di chi all’apparenza ha successo. In queste ore gli Stati Uniti si sono stretti intorno alla sua eroina sportiva e la Biles ha ringraziato tutti con un toccante messaggio. «L’amore e il sostegno che ho ricevuto – scrive – mi hanno fatto capire che io sono più dei miei successi e della mia ginnastica, qualcosa che non avevo mai creduto prima».

«Lazio fascista!»

Ultrà biancocelesti contro Elseid, giocatore albanese giunto nella capitale

«Qui è vietato intonare canti partigiani, noi orgogliosi di essere dell’estrema destra». L’avviso degli ultrà della squadra presieduta dal presidente Claudio Lotito. Tutto nasce da uno scherzo, da “Bella ciao”, canzone della Resistenza di cui il calciatore non conosceva il significato politico. Imperdonabile, secondo certi tifosi. Comunicato della società, in attesa che la Federazione dica qualcosa. Magari anche Lega e Aic, l’Associazione dei calciatori. 

 

«Elseid verme, la Lazio è fascista!». Firmano gli ultras Lazio, che tanto per gradire, aggiungono alle minacce rivolte al calciatore albanese appena acquistato dalla squadra biancoceleste, tanto di fascio littorio stilizzato. Questo perché in futuro non ci siano equivoci. Qui, alla Lazio, e il presidente non assume posizioni, facendo registrare un silenzio assordante, comandano loro: quelli con il braccio steso e a mano aperta, gesto caro a un certo Paolo Di Canio, promosso a fine carriera ad opinionista Sky. Tutto nasce da un equivoco o, comunque, da una leggerezza enfatizzata da certa tifoseria della squadra presieduta da Claudio Lotito.

Lo striscione della vergogna è stato esposto sul ponte di Corso Francia a Roma. Nel mirino, si diceva, il calciatore dei biancocelesti, Elseid Hysaj, finito nell’occhio del ciclone per aver cantato, durante una cena in ritiro, una canzone popolare fra i partigiani che lottavano contro i nazisti e il regime fascista con a capo Benito Mussolini. “Bella Ciao” è il motivo della risposta, vergognosa, di una parte della tifoseria biancoceleste contro l’ex difensore del Napoli: si tratta della frangia più estrema dei sostenitori, quelli riconducibili al “mare nero” della destra capitolina (una canzone di Battisti, forse simpatizzante di certa politica, citava proprio il “mare nero”?).

Deboluccia la nota della società di Lotito per far passare in sordina quella leggerezza scatenata da quel video girato dal compagna di squadra di Elseid,  Luis Alberto, condiviso sui social network e poi sparito in seguito alle contestazioni – fra queste, offese molto pesanti – scagliate contro il difensore albanese.

 

«ATTENTO, GIOVANOTTO!»

«Magari si spacca tutto», aveva augurato al calciatore qualcuno degli appartenenti alla schiera dei “duri” legati ancora a nostalgie di un passato tragico della storia del nostro Paese. Qualcuno era stato più blando, utilizzando frasi ironiche, quasi a sdrammatizzare quel gesto. «Ma benedetto figliolo, possibile che nessuno dei tuoi compagni ti abbia detto dove fossi capitato? Benvenuto nel mondo-Lazio!».

A sostenere il concetto ci ha pensato uno degli esponenti della tifoseria laziale, tale Franco Costantino (Franchino per i curvaioli). Contattato dall’agenzia Adn Kronos ha ammesso: «Storicamente la nostra è una tifoseria di estrema destra, cosa di cui andiamo fieri: ‘Bella Ciao” cantato con la maglia della Lazio è una cosa fuori dal mondo, Hysaj ha sbagliato. Non ha scuse». Insomma, nessuna via di scampo e bordata di fischi annunciata, specie se in campo non dovesse onorare la maglia, dunque l’appartenenza, dunque l’ideologia politica di una parte della curva.

Sull’episodio è intervenuto il club con un comunicato: «È compito della società tutelare un proprio tesserato – si legge nella nota ufficiale della Lazio – e sottrarlo a strumentalizzazioni personali e politiche che certamente in questo caso nulla hanno a che vedere con il contesto informale ed amichevole in cui si è svolto l’episodio. Il ritiro della squadra deve proseguire nel massimo impegno sportivo e nel clima di serenità che si è respirato fino ad oggi».

 

E LA FIGC, COSA DICE?

Non si parla di isolare un’ideologia fuori dal mondo (e dalla costituzione). Ma il calcio e così. Ci sono due porte, dove si fa gol e il centrocampo, dove si fa ammoina. Cioè darsi da fare senza costrutto, né risultati. Ma di questi tempi è così che va. Alla fine, Lotito, Tare (albanese come Hysaj) e il resto della dirigenza, ha scelto di restare a centrocampo. Magari in attesa che intervenga la Lega calcio, organo rappresentativo delle squadre professionistiche, o la Figc, la Federazione che in queste settimane ha occupato le pagine della stampa e le tv dopo la vittoria degli Europei di calcio da parte della squadra azzurra. Certo, il torneo continentale ha avuto grande appeal, specie se si considera l’assenza di quel trofeo nella bacheca delle vittorie da cinquantatré anni. Ma anche quella del caso-Hysaj, piccola, ma pericolosa, sarebbe una bella vittoria se stigmatizzata. Ci sta che uno canti una canzoncina della quale non conosce la storia, peggio i suoi compagni la postino sui social. Ma le reazioni così violente, no. Per giunta facendo apologia a un passato morto e sepolto. Auspichiamo, pertanto, l’intervento di Gabriele Gravina, presidente Figc, su questo e su altri casi simili. Lo stesso dall’Aic, l’Associazione calciatori. Per quanto ci riguarda, massimo incoraggiamento per Elseid, finito suo malgrado in una storia più grande di lui: figuriamoci se fosse al corrente di una simile posizione da parte del suo nuovo tifo. E’ appena arrivato nella capitale, sarebbe stato il biglietto da visita più maldestro della storia. Dunque, coraggio Elseid, a giorni andrai in campo, scrivi la storia e dimentica cori e striscioni.

«Molestia a parte…»

Musa, nigeriano, oggetto di attenzioni da parte di una donna

«Mi è successo altre due volte, per fortuna dell’ultimo episodio è stato testimone un signore. La storia è più o meno la stessa, se non faccio il “bravo” lei potrebbe urlare, denunciarmi o, addirittura, farmi picchiare. Sono fidanzato da due anni con una ragazza di qui, in passato una rinunciò alla nostra storie: si vergognava di presentarmi ai suoi genitori perché ero nero…»

 

«Vieni qua, dove scappi, non fare il prezioso: non vuoi farti mettere le mani addosso? Sai che se non fai il bravo, posso anche urlare e dire che sei tu che mi stai mettendo le mani addosso e farti picchiare?». Il ragazzo, un nero, insieme con un amico, anche lui di colore, non crede alle sue orecchie. Due signore, fra i trenta e quarant’anni, l’aspetto fisico non conta, ci provano. Più intraprendente quella che, occhio e croce, appare più grande. Un signore sui sessanta, di passaggio in quel momento, si ferma. Ha sentito tutto, non può fare finta di niente. Con garbo convince le due donne a lasciare stare in pace i due ragazzi. L’uomo, testimone di quella molestia, promette alle donne di non dire niente, a patto che le due “stalker” non si facciano più vedere da quelle parti. Una decina di metri, il tempo che le due signore compiano pochi passi e che una delle urli all’indirizzo dell’uomo maturo: “Vecchi rimbambito, puoi pure farti un “cofano” di…fatti tuoi!”. Una frase violenta, come è stato il gesto della più intraprendente delle due nel mettere la mani addosso a uno dei due ragazzi, il più alto, quello più prestante fisicamente. E’ un nigeriano, il suo amico un connazionale. All’uomo, il ragazzo, rivela che non è la prima volta che subisce simili affronti. «Sono fidanzato con una ragazza di Taranto – spiega Musa, nigeriano, storia vera, ma nome di fantasia, per motivi di privacy – ci vogliamo molto bene, lavoro saltuariamente, come lei: se solo uno dei due avesse un impiego stabile saremmo già andati a vivere insieme…».

Quella della convivenza fra un africano e una ragazza italiana sta diventando una consuetudine. I sentimenti non hanno nazionalità, sono universali. Ma torniamo al disagio vissuto l’altro giorno sulla sua pelle. «Mi è successo altre due volte – dice – ma niente di importante, non appena ho consigliato di smetterla di seguirmi o di fermarmi, le ragazze hanno capito che con me c’era poco da fare…».

 

«SONO DI SANI PRINCIPI…»

Qualche suo connazionale, senegalese o, comunque, africano, è meno reticente. Diciamo che può capitare che fra “domanda” e “offerta”, alla fine i due possano trovare un punto d’incontro. «Parlo per me, io sono fedele alla mia ragazza: una storia che dura da due anni; miei connazionali hanno “storie” con ragazze del posto, stanno bene, si amano…». Sorride, Musa. Aggiusta il tiro. «Diciamo che si vogliono bene, se l’amore arriverà magari il rapporto sarà ancora più solido: a me è capitata una di queste storie, con una ragazza della provincia, ci eravamo innamorati: almeno io mi ero molto preso dal rapporto, solo che quando ho voluto conoscere i suoi genitori per manifestare intenzioni serie, lei ha prima inventato una scusa dopo l’altra, poi mi ha lasciato: non voleva dire ai suoi genitori che il fidanzato aveva un altro colore…».

Ma lo stalking? «Imbarazzante – dice Musa – di solito sono gli uomini a fare avance, a corteggiare una donna, non viceversa; invece, è successo l’esatto contrario: ma in questo caso, andando ad intuito, la tizia che stava provando a mettermi le mani addosso, non voleva solo conoscermi…». Si spiega meglio il ragazzo nigeriano. «Faccio sempre quello che mi dicono gli amici del posto – risponde – non prendo sul serio queste proposte e cerco in modo educato di evitare che quei pochi secondi prendano una brutta piega: del resto, come può testimoniare quel signore che ha assistito in quei pochi istanti alla scena, sono stato minacciato: se non avessi fatto il “bravo” – ho capito perfettamente cosa intendesse…  – lei avrebbe potuto anche urlare e mettermi nei guai dicendo che ero io a metterle le mani addosso: certo, la gente avrebbe creduto più lei che me, ma per fortuna stavolta qualcuno è stato testimone dell’accaduto».

 

BASTA LA PAROLA, NON SEMPRE

C’era però il suo amico. «La parola del mio connazionale, ha lo stesso valore della mia: è difficile che qualcuno ti creda. Ma ad essere sincero fino in fondo, quella donna doveva essere sposata, aveva una fede al dito, quindi la cosa diventava doppiamente pericolosa: vai a spiegare al marito o al compagno, che tu – cioè io… – sono la vittima delle insistenze della donna; apriti cielo, già mi vedo sulle prime pagine dei giornali: “Nero aggredisce una donna, voleva avere un rapporto con lei!”. Per carità, sto bene così, felicemente fidanzato e con un lavoro del quale sono pienamente soddisfatto. Temo l’informazione. Spesso giornali, radio e tv, per motivi di spazio raccontano troppo velocemente un episodio e il più delle volte a rimetterci la faccia siamo noi: non vogliamo che i rapporti con gli italiani si indeboliscano a causa di incomprensioni o, come vogliamo chiamarle, a causa di certe storie…».

Musa sorride. Prova quasi sollievo che l’altra mattina l’episodio di molestie abbia avuto un testimone. E che un altro, l’autore dell’articolo, abbia in qualche modo registrato le due testimonianze.

«Che dire, spero che cose simili non accadano più – conclude Musa – anche se ho qualche dubbio: forse non dovrei fare footing alle sei del mattino sul Lungomare, non dovrei giocare al pallone, sport che amo tanto; insomma, dovrei trascurarmi, invece io – come molti miei connazionali – abbiamo il culto più che del fisico, del tenerci in forma: alleniamo i muscoli, ma anche mente; ecco perché è raro che qualcuno, oggetto di molestie, reagisca violentemente; abbiamo l’abitudine di pensarle certe cose, alleniamo corpo e anima». Dovesse avere una, due righe per lanciare un appello, Musa. «Amici, fate attenzione: non sempre la prima impressione è quella giusta!».

«Vergogna del nostro Paese!»

Rashford, Sancho e Saka, calciatori inglesi coloured attaccati sui social

E’ bastato che i tre ragazzi neri sbagliassero i penalty decisivi per essere oggetto di offese da parte di decine di migliaia di connazionali. Gravi episodi di razzismo nei confronti di atleti che hanno orgogliosamente indossato la maglia dei Tre Leoni. «I responsabili di questi terrificanti insulti dovrebbero vergognarsi di se stessi», sostiene il premier britannico Boris Johnson. «Sono nauseato, è totalmente inaccettabile che alcuni giocatori debbano subire questi simili comportamenti abominevoli», l’opinione del principe William.

 

Inghilterra-Italia 3-4, dopo i calci di rigore. La Nazionale azzurra vince il campionato europeo di calcio, il Leoni d’Oltremanica che avevano accarezzato l’idea di stravincerla nello stadio Wembley, perdono. Due volte, la prima sul campo, la seconda lontano dal tempio del calcio londinese. Tre ragazzi coloured hanno sbagliato i penalty, uno sul palo, gli altri due annientati dal portiere della nostra Nazionale, Gigio Donnarumma. Comincia in quel momento il massacro dei tre ragazzi che hanno indossato con onore la maglia dell’Inghilterra. Sui social messaggi di odio nei confronti di Rashford, Sancho e Saka, sono loro i tre cecchini mancati, che hanno sbagliato i rigori decisivi. Johnson, il premier, giudica le cose che legge come «Commenti terrificanti, vergogna!». Il principe William, «Sono nauseato».

Eppure: «Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore…». Cantava De Gregori nella sua “Leva calcistica…”, grande canzone, grande successo. E lui, grande tifoso di calcio. Mai avrebbe immaginato che quella metafora tornasse utile in questi giorni in cui l’Italia calcistica si è laureata Campione d’Europa. E mai avrebbe immaginato che un calcio di rigore potesse cambiare la vita. Invece era già successo a fior di campioni, come Roberto Baggio (Italia-Brasile) e David Trezeguet (Italia-Francia). E accadrà sempre, fino a quando a qualcuno della Fifa non verrà in mente di decidere che una finale va rigiocata, ma non più decisa con la monetina o il golden-gol.

Quella è un’altra cosa, almeno i penalty, come spiegava qualcuno sono un accadimento tecnico: chi ha maggiore personalità e tecnica e non si compone più di tanto, al triplice fischio finale dei supplementari, si avvia verso il dischetto. Prima che accada questo, tutti a filosofeggiare sulla “lotteria”, è solo questione di fortuna, “ma sì, vada come vada…”. Invece, gli inglesi, inventori del calcio, che da giorni lanciavano frasi del tipo “coming home”, come se il calcio, la Coppa d’Europa fosse finalmente “tornata a casa”, ci sono rimasti di sasso. Per usare una metafora.

Dunque, la rabbia dei tifosi inglesi esplode dopo la sconfitta della nazionale dei Tre Leoni contro l’Italia, nella finale di Euro 2020 (slittata al 2021 a causa della pandemia…). All’esterno di Wembley e in altre zone di Londra gruppi di facinorosi avrebbe aggredito alcuni tifosi italiani – come si evince dalle immagini di diversi video sui social – provocando l’intervento delle forze dell’ordine. Secondo la stampa britannica una quarantina di tifosi britannici sarebbe stata arrestata.

La rabbia esplode anche sui social con insulti razzisti nei confronti di Rashford, Sancho e Saka, i tre giocatori inglesi che hanno sbagliato i tiri decisivi.  Il rigore di Marcus Rashford ha colpito il palo e i tiri dal dischetto di Bukayo Saka e Jadon Sancho sono stati parati da Donnarumma. Il diciannovenne Saka ha sbagliato il rigore decisivo, che ha dato il titolo all’Italia e ha negato all’Inghilterra il suo primo grande trofeo internazionale di calcio atteso dai Mondiali del 1966.

La Federcalcio inglese ha rilasciato una dichiarazione dicendo di essere «Sconvolta dal comportamento disgustoso» di chi lancia in rete questi messaggi. La polizia di Londra ha condannato l’abuso «inaccettabile», aggiungendo che indagherà sui post sui social media «offensivi e razzisti». Vedremo se ci sarà giustizia e se questi animali, evidentemente non ancora in via d’estinzione, la pagheranno. In Inghilterra, dicono, sono più severi.

Interviene la politica, che pensava a una gara di calcio come ad un formalità, poi gli inglesi avrebbero alzato la Coppa. Invece. «Questa squadra inglese merita di essere lodata come un gruppo di eroi, non insultata razzialmente sui social media. I responsabili di questi terrificanti insulti dovrebbero vergognarsi di se stessi», scrive su Twitter il premier britannico, Boris Johnson, dopo la rabbia social.

Anche il principe William, secondo in linea di successione alla corona britannica e presidente d’onore della Federcalcio inglese, si unisce – dopo il premier Boris Johnson – alla denuncia degli insulti razzisti contro i calciatori dell’Inghilterra che hanno sbagliato i rigori decisivi. «Sono nauseato – scrive William – è totalmente inaccettabile che alcuni giocatori debbano subire simili comportamenti abominevoli». «Questi episodi di razzismo – conclude il principe dal suo profilo ufficiale reale di Kensington Palace – devono finire ora e tutti coloro che ne sono responsabili devono risponderne». I tre ragazzi accettano le scuse, anche gli altri calciatori, gli atleti neri, i lavoratori neri, che contribuiscono ad alzare il Pil britannico. Senza loro sarebbe un’Inghilterra più povera.

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