«Ciao, Taranto!»

Said, marocchino, tecnico nel siderurgico tarantino, lascia la “sua” città

«Il Covid-19 ha impresso un’accelerata, abbiamo chiuso il contratto di ambientalizzazione con l’ex Ilva. Un amore a prima vista. Torno a casa, a Milano, riabbraccio mia moglie e le mie figlie a tempo pieno». Da Casablanca a Parigi, da Roma a Milano. Fra Gregoretti e Ferrara, Ferreri e la Muti. Poi una pallonata, una squadra di calcio, un ingaggio, un lavoro, il viaggio nella Città dei Due mari, un principio di nostalgia e una promessa.

«Di questa città mi mancherà la passione, l’amicizia, la gente che non ti fa mai sentire solo, anche se l’hai conosciuta al bar per un caffè, in fila al supermercato, sul posto di lavoro…». Said, sessant’anni, marocchino di Casablanca, dopo due anni, fa le valigie. Va via da una città che ha amato a prima vista. Lavorava per una multinazionale che si occupava di ambientalizzazione e aveva stipulato un contratto con l’Ilva, prima che il siderurgico più importante d’Europa, come continuano a definirlo oggi – nonostante perda pezzi e posti di lavoro – passasse ad Arcelor-Mittal. Il Covid-19 ci ha messo lo zampino, ha accelerato la fine dei lavori. Il confinamento, la mancata attività per mesi, rischiava di mandare gambe all’aria un sistema del quale Said faceva parte in qualità di responsabile.

«Mi dicevano – attacca Said – “I tarantini non sono pugliesi, sono un’altra cosa!”; invece, non solo sono pugliesi, ma addirittura pugliesi-pugliesi, un’altra cosa rispetto ad altri loro corregionali: sono generosi, altruisti; ne dico una, mal di testa o febbre, ti portavano Aspirina e Tachipirina, a scelta, e, talvolta, ti toccava anche prenderne una, altrimenti – e nonostante quella linea di febbre o quel malore passeggero fosse svanito… – ci restavano male…».

Una laurea in ingegneria appena sfiorata, in Francia, a Parigi, un bagaglio di grande esperienza e umanità messa al servizio della sua società, dei colleghi e dei suoi amici, quelli che ha incontrato sulla sua strada in tanti anni di lavoro. Ma la sua storia di sudore e maturazione con quello che è stato un lieto fine – anche se lui giura sia solo un “arrivederci” – comincia da ragazzo.

Casablanca, dicevamo. «Lavoravo per un’agenzia di viaggi, la Discover, sullo stile di Italturist organizzavo viaggi per Marocco, Turchia e Algeria; allestivo “carovane” e, nel frattempo, allargavo i miei orizzonti: parlavo arabo e francese, le due lingue ufficiali del mio Paese, ma non disdegnavo di sfogliare prima, di leggere poi, sempre più appassionatamente, libri in inglese, di solito psycho-thriller, e in italiano: fra i primi, “La ragazza di Bube” di Carlo Cassola e “La pelle” di Curzio Malaparte».SAID - 1Taranto nel cuore, per sempre. «Quando si lascia una città come questa – dice il professionista marocchino, non senza un sincero dispiacere – non può che assalirti la nostalgia già settimane prima, vedi le cose che ti circondano sotto un altro aspetto: le guardi per memorizzarle, fotografarle, portarti passione, profumi, immagini; poi torno a casa, nella mia Milano, riabbraccio a tempo pieno mia moglie Daniela, insegnante, come mia figlia Miriam, e Nadia, art director in una multinazionale. Questo ha ammorbidito il dolore del distacco…».

Said, laurea sfiorata, poi l’Italia. «Avevo il bernoccolo per il teatro – spiega, circostanziando – la prima commedia cui ho assistito è stato “Il berretto a sonagli” di Pirandello, straordinario il racconto, straordinario l’autore; come attore non ero affidabile, mi avevano sempre assegnato particine, ma mi aveva assalito la voglia di dedicarmi al cinema; mi feci coraggio, contattai un parente stretto che mi invitò a Roma: “Vieni qui, è un buon momento, ti introduco a Cinecittà…”, mi promise. Non andò proprio così, in realtà mi dette picche, non sapeva come dirmi che non era stato sincero fino in fondo. Comunque, non mi detti per perso, mi presentai nella Città del cinema, dove incontrai Ugo Gregoretti e Giuseppe Ferrara, due grandi registi: mi suggerirono di recarmi a Milano, sul set del film “Il futuro è donna”, diretto da Marco Ferreri e interpretato da Hanna Shygulla e Ornella Muti. Mi avevano personalmente segnalato a Ferreri, che mi prese a benvolere, tanto che a fine riprese mi fece una dedica dandomi, bontà sua, del “collega”…».

Said abbandonò presto il sogno di cineasta, restando a Milano, fra mille piccoli, grandi impegni. «Mai perso d’animo, conobbi ragazzi che giocavano al calcio in una circostanza fortuita. Ero seduto su una panchina, leggevo un libro, mi arrivò una pallonata. Il modo con cui bloccai il pallone, li convinse a convocarmi per una squadra che stavano allestendo in occasione di un Mundialito voluto dal sindaco di allora, Carlo Tognoli. Andrew, figlio di un diplomatico inglese, prima del calcio d’inizio mi consegnò la fascia da capitano che onorai con organizzazione di gioco e bordate da venti metri: un destro da paura, perché nel frattempo, da estremo difensore, ero passato a centrocampo…».

Poi un lavoro stabile, una crescita professionale. «Ho fatto la mia bella gavetta – spiega il “castigatore” dei numeri uno – mi sono fatto apprezzare per le mie conoscenze, parlare più di una lingua, dal francese all’italiano, passando per un buon inglese, mi ha aiutato, con la mia multinazionale, due anni fa un contratto per l’ambientalizzazione dell’Ilva, un lavoro impegnativo: il mio compito e quello di un paio di colleghi, anche loro supervisori, consisteva nel seguire una settantina di dipendenti impegnati nel progetto che doveva portare a contenere prima, e successivamente abbassare, le emissioni scaturite dall’acciaieria».

Poi il confinamento obbligatorio condizionato dal coronavirus, fine dell’esperienza tarantina. «Con ogni probabilità riprendo il lavoro – conclude Said – lo stesso del quale mi sono occupato in passato, con un’altra multinazionale; due addii in uno solo, quello con la società che mi ha spinto sulle rive dello Jonio, e che prosegue brillantemente la sua attività, e con Taranto, una città che porterò sempre nel cuore, dal sole al mare, dalla cucina alla sua cultura, quella di una Magna Grecia che mi ha sempre affascinato».

Allora, addio Said. «Arrivederci, Taranto!».

«Quasi quasi…»

Fadi e Jinah, egiziani, delusi dall’Italia, pensano al ritorno a casa

«Faccio il pizzaiolo, in un localetto che ora mantengo con enormi sacrifici. Un socio italiano mi ha mollato in un mare di problemi e debiti. Volevo fare il salto di qualità, assicurare una vita decorosa a mia moglie e i miei due ragazzi, niente da fare…»

«Quasi quasi…». Brutta cosa questa premessa, sa di sconfitta e, in realtà, suona come tale. E’ una frase che nel nostro ragionamento senza rete ricorre spesso. Il protagonista di questa storia se ne sta nel suo localetto sulla Litoranea, un pugno di chilometri da Taranto.

«Macché Alessandria d’Egitto, come dite qua: al Cairo me ne torno!». Fadi, quarantadue anni, da una ventina in Italia, pizzaiolo a tempo pieno – per qualche tempo un’attività in società con un italiano che non si sa che fine abbia fatto – se questo tempo glielo permettesse, è risoluto, non fa giri di parole. Risolve l’imbarazzo di chi gli chiede qualcosa in più di una normale chiacchierata, con una battuta, forse la più famosa dalle nostre parti. La sua è una storia come quella di tanti commercianti, che nel periodo di contagio da Covid-19, hanno visto crollare vertiginosamente i propri affari, fino a sotto lo zero.

«Quando si chiudono le saracinesche senza sapere quando e se le aprirai, la tua storia si fa dramma: è un po’ che io e mia moglie Jinah ne parliamo, siamo ridotti ai minimi termini: non si lavora, nemmeno la riapertura con servizio a domicilio prima, con i tavolini sul marciapiedi ora, si fanno i numeri di una volta, quasi quasi torniamo a casa».

Hanno due ragazzi, Fadi e Jinah. Quelli che un tempo erano marmocchi, sono nati e cresciuti qua. «Eravamo fidanzati – spiega – pensavamo di farcela trasferendoci in Italia: allora non c’era diffidenza nei confronti di chi veniva dall’Africa, magari perché la situazione era sotto controllo, qui arrivava solo chi aveva davvero voglia di lavorare; ora c’è…casino: so che non è una parola bella nella vostra lingua, ma è uno dei primi sostantivi che ho imparato non appena arrivato in Italia; per voi non è mai confusione, è un casino, parola più appropriata non c’è perché adesso quella confusione che si faceva spazio nelle nostre menti, quelle mia e di mia moglie, è un vero casino!».

MA DAVVERO, FADI?

Davvero vuoi andartene, Fadi? «Aspetto ancora qualche mese, magari c’è una piccola ripresa del lavoro, ma non la vedo bene, passo un sacco di tempo con le mai in mano, cioè senza far niente, poi mi dico: quasi quasi facciamo le valigie e via…».

C’è più di qualche ragione nel suo rammarico, anzi per dirla alla sua maniera, altro che disappunto, Fadi è «incazzato» davvero. «Accidenti a me e quel giorno che ho deciso di fare un passo avanti, provare a migliorare il tenore di vita mio, mia moglie e dei miei due figli; dopo aver fatto il lavapiatti, l’aiuto cuoco e, infine, imparato il mestiere di pizzaiolo con un corso di formazione con la Confcommercio di qua, un po’ di anni fa, sono arrivato dove in qualche modo volevo arrivare: a fare il pizzaiolo; avevo un po’ più di tempo per la famiglia, più o meno mille euro al mese, più le mance che in un mese oscillavano fra i centocinquanta e i duecento euro, niente male: non facevamo una gran vita, ma con qualcosa che guadagnava Fadi facendo le pulizie mettevamo soldi da parte».

Poi la svolta, pare di capire. «Certo, incontro il titolare di un localetto, francamente in condizioni non incoraggianti: non aveva manodopera, allora ci siamo stretti la mano, abbiamo firmato un po’ di carte e diventati soci; è durato due anni, nonostante si lavorasse i soldi non bastavano mai, le bollette di acqua e luce, i rifornitori, li pagavamo sempre più in ritardo; una volta ci staccarono la luce, i soldi per pagare la bolletta, li aveva persi…così mi disse; io ci ho creduto poco a questa storia, ma alla fine quando la cosa stava per ripetersi, lui, il socio, è sparito di punto in bianco, lasciandomi nei guai: ogni mattina davanti al locale, i rifornitori che chiedevano il conto».

Fadi ispirava comunque fiducia. «Non c’era altra strada – ammette – dovevano credermi, altrimenti che cosa avrebbero potuto farmi, picchiarmi? Alla fine, ci siamo messi sotto, io e mia moglie abbiamo raddoppiato gli sforzi, pagato poco per volta i rifornitori, quelli che ci portavano farina, acqua minerale, birra, e abbiamo ripreso a respirare: evidentemente abbiamo una cattiva stella, perché si è abbattuto il Covid e abbiamo dovuto chiudere: è lì che abbiamo maturato l’idea del “quasi quasi”…».

MANGIAVAMO CON 300 EURO…

Soldi per pagare le utenze e le società che vi avevano assistito, non ne avevate più. «Mi vergogno a dirlo – china il capo, il pizzaiolo egiziano – ma in casa abbiamo campato con trecento euro al mese, mangiato anche una sola volta al giorno: il “socio”, chi lo ha visto più, dileguato, aveva spiccato il volo, volatilizzato, appunto…».

E ora, si fa largo la sconfitta. «E’ triste ammetterlo – confessa – non vedo altre vie d’uscita, il governo ha speso parole d’elogio nei confronti delle piccole imprese, ma io che mi sono rivolto a un patronato, non ho avuto un solo euro: c’era sempre qualche problema».

Quasi quasi, dice Fadi. «Aspetto che finisca l’estate, dovesse andare avanti così, non c’è via d’uscita, ho pagato a caro prezzo la presunzione che dopo venti anni potevo fare appena qualcosa di meglio per la mia famiglia; nella sfortuna, mi ha detto un amico ragioniere, mi è anche andata bene: se solo il mio socio avesse fatto debiti su debiti, sparito lui a me sarebbe toccato pagare, con soldi o con una condanna per truffa…».

Viste le citazioni, gli indichiamo la storia del bicchiere mezzo pieno. «Conosco – conclude Fadi – ma non vedo sereno all’orizzonte, questa dovrebbe essere un’estate clamorosa, ma così non è, stando a quello che dicono i colleghi: la litoranea è solo una strada di passaggio; io e Jinah ci guardiamo spesso in faccia, facciamo a turno ad abbassare il capo, una volta è lei ad arrendersi, una volta io… così, ci diciamo, quasi quasi…».

«Orgoglio e dignità»

Mazu, in Italia da cinque anni

Trent’anni, maliano, di fede musulmana, dal primo giorno ha solo avuto in testa l’Italia e Taranto. «Qui mi sono trovato subito bene. Ogni tanto qualche frase un po’…così, ma con tutti i tarantini ho un buon rapporto. Conosco perfino le loro espressioni. Un lavoro, non stabile, purchè riesca a sostenermi da solo: non voglio regali, né stare con un cappello davanti a bar o supermercati»

Un lavoro, anche modesto. Stare con un cappello davanti a un bar o un supermercato, nemmeno a parlarne. Orgoglio e dignità. Muza, maliano, trent’anni, fede musulmana, ha nella mente pochi, ma sicuri obiettivi. Intanto restare in Italia. Perfezionare il suo italiano, oggi, non solo accettabile, ma ottimo.

Lo avevamo conosciuto qualche anno fa. Ragazzo vivace, uno di quelli che ha chiaro in testa «cosa fare da grande». Ce lo disse lui stesso all’epoca, lo conferma a distanza di tempo da quella chiacchierata nella quale si spiegò ai connazionali, agli agenti di polizia locale, che presidiavano un improvvisato sit-in. «Oggi non lo rifarei – spiega – per molte ragioni: la prima delle quali è il sentirmi come se fossi a casa: non che nel mio villaggio, in Mali, avessi chissà quali comodità, ma quella forma di protesta, che poi protesta non era, non la ripeterei; con i miei amici venuti dal Nord Africa in cerca di speranza, ci sentivamo isolati, quasi lasciato soli al nostro destino: evidentemente se sono ancora qui non sono stato abbandonato, anzi, sono stato seguito perché godessi di ospitalità e rispetto, due princìpi dietro ai quali sono andato dal giorno in cui mi sono messo in viaggio per l’Italia».

Taranto è la sua città. «La vivo come può viverla uno straniero come me – dice Mazu – che non può passare inosservato, intanto per il colore della sua pelle, poi per qualche cittadino – ma poca cosa, sento di essere benvoluto, rispettato, dalla stragrande maggioranza dei tarantini – che ogni tanto si lascia andare a qualche battuta un po’ fuori dal seminato».

PROVAVO A NASCONDERMI…

Un esempio, una frase. «I primi tempi – ricorda – camminavo per strada accanto ai muri, cercavo in tutti i modi di passare inosservato, come se andassi di fretta, anche se non avevo nella testa un posto in cui sarei dovuto andare. Eppure, dico eppure, ma è una sciocchezza, c’era sempre qualcuno che trovava il sistema per cambiarmi l’umore, ma anche quella è stata una scuola, la tolleranza è una delle cose più sagge che uno straniero deve imparare: sorvolare, non dare retta al peso di una frase rispetto alle decine di incoraggiamento che incassavo da mattina a sera».

Certo che il trentenne maliano sa creare aspettativa. Fosse uno scrittore, sarebbe un giallista. Sa far montare l’interesse, prima di arrivare al nocciolo. Mazu, forza, la frase.

«“Tornatene a casa!”. Potevi avere incontrato amici  per strada, al bar, al supermercato, quella frase mi faceva star male: ecco la saggezza di cui parlavo, quella è arrivata poco per volta, alla fine ho anche compreso il risentimento di quei pochi che non vedevano di buon occhio la mia presenza e quella dei miei fratelli nordafricani a Taranto. Oggi è diverso, lo devo intanto al mio impegno: volevo imparare, e presto, l’italiano. Diventare un giorno dopo l’altro padrone della lingua e delle espressioni locali, aiuta, e tanto anche: ho tanti amici tarantini e tante volte quando batto un colpo a vuoto con il lavoro, sono loro stessi che mi aiutano».

La tua storia, il suo chiodo fisso. «Non voglio essere “un profugo”, voglio avere un nome, un cognome, una nazionalità: è per questo che mi sono battuto dal primo giorno che sono venuto in Italia, voglio avere le stesse occasioni che hanno gli altri; se ne fallissi anche una sola, rispeditemi a casa. Qualche mio connazionale era di passaggio, altri, invece, avevano scelto di restare in Italia. Io l’avevo già nella testa e nel cuore: con Taranto è stato amore a prima vista».

E’ in città da cinque anni. E conta di non trasferirsi altrove. «Mi trovo bene a Taranto – dice Muza – se non fosse che devo fare i conti con il lavoro, poco a dire il vero, ma so accontentarmi, potrei dire che sono ampiamente soddisfatto di come siano andate le cose».

POI GLI AMICI, L’ITALIANO…

Muza ha imparato bene l’italiano. Lui, come molti dei profughi viene dal Nord Africa, Paesi francofoni. Dunque, oltre al suo dialetto, parla il francese, mostra padronanza della lingua italiana. E da un po’, lo dice lo stesso interessato, conosce le «espressioni locali». «Non le parolacce – puntualizza, ride – ma le espressioni a voce alta, quando il tarantino saluta, ti dice di scansarti, di parlare a voce bassa: questione di gesti, li ho imparati di corsa e, ogni volta, è un bel ridere».

Taranto nel cuore, Muza. «Mi sono trovato subito bene – confessa – per l’accoglienza e l’affetto che tutti mi hanno dimostrato; per questo ho pensato che forse non sarebbe stata un’idea sbagliata quella di restare in questa città: ripeto, ho trovato gente di sani principi, che ha subito compreso la mia condizione».

Chi ha lasciato nel suo Paese. «Non ho genitori – racconta – lì ho lasciato il mio unico affetto, una sorella di sedici anni; farla venire qui? Non credo proprio, non vuole saperne di venire e ho grande rispetto della sua volontà anche se mi manca: è lei metà della mia famiglia».

Lavoro, Muza puntualizza, a scanso di equivoci. «Per lavoro non intendo stare con il cappello davanti a un esercizio commerciale o un supermercato, a dire “buongiorno” o “buonasera”; non lo farei mai, non ce l’ho chi lo fa, ma io sono abituato a guadagnare con il sudore della fronte; dal primo giorno ho voluto lavorare e guadagnare: non tanto, ma il giusto, quanto possa permettermi di sostenermi da solo, mangiare e dormire; migliorare, se possibile, la mia condizione, senza fare ricorso a uno di quegli assegni del governo; sono venuto in Italia per farmi una nuova vita, quella vissuta dalle mie parti non era degna di questo nome».

«Primo amore…»

Youssef e Alì, marocchini, a Taranto per scelta

«Merito dei tarantini, generosi e rispettosi. Quattro anni fa arrivammo qui. Dormimmo per strada, poi in palestra. Molti nostri connazionali andarono via: non c’era lavoro, noi restammo, affascinati da sorrisi, strette di mano sincere e ospitalità. Non ci sbagliavamo…»

Incontrare Youssef, un marocchino, dopo quattro anni circa, da un brutto (o buono, punti di vista) giorno quando insieme con una cinquantina di connazionali pernottò a cavallo, fra un sabato e una domenica, fuori dalla stazione.

Quel giorno mostrava, orgoglioso, uno dei suoi pollicioni in su. In segno di vittoria, questo il ragazzo marocchino con un sorriso appena accennato, perché non sapeva ancora quale fosse il suo destina, e comunque la gioia nel cuore, mostrava grande ottimismo. «Il nostro sogno – spiega Youssef – era quello di fuggire dalla miseria, in molti casi alleggerire le famiglia da una bocca in più da sfamare e venire in Italia, ma anche nel resto d’Europa a cercare fortuna: qualcuno l’ha trovata, qualcuno no; molti hanno proseguito il loro cammino – quattro anni fa si potevano ancora superare i confini, non c’era la stessa ostilità o il rigore di oggi – chi in Germania, chi in Francia».

Lui, Youssef, si è stabilito a Taranto, ha trovato un lavoro. «Niente tappetti o, come dite da queste parti, “gratta-gratta” – anticipa eventuali domande il cittadino marocchino, “italiano di adozione” dice lui stesso – ho trovato lavori saltuari, prima come fattorino in una ditta di spedizioni, poi come dipendente in un supermercato; cose così, contratti brevi, perché di più non era possibile, ma mi è andata bene, specie alla luce di quanto successo in questi mesi con la paura del contagio da coronavirus: è stato un continuo sentirmi con i miei familiari che, dopo quattro anni, conto di raggiungere per pianificare meglio il nostro futuro: le condizioni per mettere radice, ci sono; anche la voglia di lavorare: ora lavoro in un ristorante, ci stiamo riprendendo poco per volta…».

CINQUANTA, UNA DOMENICA…

Ricorda i suo connazionali. «Cinquanta, più o meno, una all’esterno della stazione di Taranto: era una domenica. Qualcuno era lì da venerdì, altri da sabato; a poche centinaia di metri dal porto di Taranto, dall’hotspot realizzato appositamente per rilasciare un primo documento a quanti, migranti e con motivi diversi, erano arrivati sulle coste italiane: in maggior parte mei connazionali, poi egiziani e tunisini. Molti, anche di altra nazionalità, fuggiti dalla Libia, dove erano in atto conflitti spaventosi».

Poi, insieme con lui Alì. «Alcune donne furono assistite – ricorda il suo connazionale – ospitate nella palestra Ricciardi dal primo giorno; la struttura sportiva, meno male, la notte di venerdì al suo interno ne aveva accolti un’altra cinquantina, con un’ottantina è rimasta all’esterno». Anche Alì ricorda. «Alla stazione la Polizia di stato, un’ambulanza che prestava assistenza medica e tarantini, tanti tarantini, che a noi portavano casse d’acqua, alimenti per la colazione e il pranzo, quasi una corsa alla solidarietà: anche per questo sono rimasto a Taranto, i cittadini sono rispettosi e generosi, tanto che oltre all’assistenza ci hanno offerto, per quanto possibile, un lavoro».

«C’era anche il sindaco (Ippazio Stefàno, ndr) – ricorda ancora Youssef – per quelle decine di ragazzi seduti sui gradini, fra buste e casse d’acqua: mise a disposizione ancora la palestra. Alcuni lasciarono il palazzetto, altri li sostituirono per riposarsi e ristorarsi provvisoriamente».

C’è chi chiese alla Prefettura di Taranto un tavolo urgente per comprendere quali fossero stati criteri e strumenti giuridici adottati fra accoglienza e respingimento. E cosa si potesse fare per evitare che migranti, come quelle decine di ragazzi marocchini senza sostegno economico non restassero privi delle prime necessità.

CHIUSE SALA D’ATTESA E STAZIONE

«Stava diventando – ricorda – un problema anche la mancanza di servizi igienici; c’erano quelli della stazione, a un passo, ma chiudevano alle otto di sera; la sala d’attesa, per stare seduti, stendersi un po’, recuperare se possibile le forze, ma anche lì a mezzanotte in punto, anche quella chiudeva; io non ce la facevo più, ero a pezzi, salii sul primo bus urbano e mi recai alla Salinella; non c’erano posti per dormire, tutti occupati, così quella prima notte ripiegai all’esterno, all’aperto, al freddo».

Cosa ricorda dell’accoglienza, Alì. «Ragazzi di associazioni con cui sono rimasto in contatto, con il tempo siamo diventati amici: sorridevano, provavano a mescolare un po’ di italiano a un francese scolastico, proprio come ho fatto io con il vostro italiano: ci vuole quella pazienza – l’ho imparato qui – che è la virtù dei forti. Scambiammo numeri di cellulare, nel caso qualcuno si fosse per di vista: quei numeri li conservo ancora».

«Molti sono andati via – conclude Youssef – sapevano che questa è una città che non offre molto lavoro. Come me, erano a metà strada, fra la miseria e la speranza di un futuro migliore, se non altro lontano da guerre, conflitti e stenti». Quel pollice su e bene in vista, come a dire “Ok”, è un primo, timido segnale di ottimismo. Youssef e i suoi compagni ci avevano subito creduto.

«Quanta violenza»

Dagli Stati Uniti all’Italia, passando dal caso Floyd

George ha rianimato il dibattito sul razzismo. «Succede ovunque, trattati così negli Stati Uniti, ma anche nel resto del mondo», spiegano i nostri ragazzi che non smettono un attimo di seguire la vicenda del fratello afroamericano ucciso a Minneapolis. «Se vogliamo che i nostri figli crescano in un Paese all’altezza dei suoi grandi ideali, possiamo e dobbiamo essere migliori, tutti»

«Dobbiamo augurarci un ritorno alla normalità dopo la crisi sanitaria ed economica del Covid-19, ma dobbiamo ricordare che essere trattati in modo diverso a causa del colore della pelle e della razza è tragicamente, dolorosamente ed esasperatamente normale». Una delle tante frasi consegnate a social, blog, siti, organi di stampa. Che la pronunci un giovanotto della città di Minneapolis o un ex presidente degli stati Uniti che bene conosce le difficoltà che hanno ovunque, non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa, perché no, in Italia, poco importa. George, quarantasei anni ha dovuto rimetterci la pelle perché i riflettori della cronaca tornassero prepotentemente su un problema che viviamo ogni giorno, in Italia. Non solo, anche a Taranto: immigrazione, richieste d’asilo, visto per sei mesi, rinnovabile per altri sei mesi ancora, dopo di che vieni rispedito al mittente. Come accaduto a due ragazzi tunisini, Samir e Rami, sentiti la scorsa settimana. Dopo dieci anni hanno rimesso insieme i soldi per pagarsi un altro viaggio in Italia, sono arrivati al porto di Taranto. E’ qui che vorrebbero restare, ma non sappiamo, alla fine, cosa spetterà loro.

«Trattati in modo diverso a causa del colore della pelle e della razza», dunque. A proposito di George, che poi è George Floyd. Per tutti, ormai, solo tragicamente George. La pensano allo stesso modo anche i nostri ragazzi, scioccati da quanto accaduto nei giorni scorsi Minneapolis.

MALTRATTAMENTI…

«Trattati così, in modo violento, negli Stati Uniti – ci spiegano ragazzi che non smettono un attimo di seguire la vicenda del fratello afroamericano ucciso a Minneapolis – sia che si tratti di del sistema sanitario o del sistema giudiziario o di fare jogging strada, o semplicemente di guardare gli uccelli in un parco; non dovrebbe essere normale nell’America di oggi; non può essere normale: se vogliamo che i nostri figli crescano in un Paese all’altezza dei suoi grandi ideali, possiamo e dobbiamo essere migliori, tutti». Parola di Barack Obama, il primo presidente coloured della storia di un grande e, spesso, controverso Paese.

Pochi sanno come sia andata la storia del povero George. Di certo non compiamo chissà quale scoop se proviamo a raccontarla noi, dopo aver smanettato su internet, youtube e altri social. Ma ci sono frasi dolorose, come un pugno improvviso allo stomaco, taglienti come la lama di un coltello. “Polizia? Venite presto, un tale ci ha rifilato una banconota falsa di venti dollari per comprarsi delle sigarette!”. A nulla servono altre dichiarazioni in qualche modo pettinate dei due commessi di Cup Food. In un secondo momento, strano a dirsi, quasi a scagionare il gesto violento e definitivo di Derek Chauvin, il poliziotto che ha soffocato l’uomo di quarantasei anni. «Era ubriaco, fuori controllo!», dicono i due commessi. O glielo fanno dire, chissà. Sta di fatto che George, per essere fuori controllo, non fa un solo gesto che possa far pensare di essere «fuori di testa».

Fermato sulla trentottesima strada da due pattuglie di agenti di polizia, Floyd era stato trovato nella sua auto, trascinato fuori e ammanettato. Senza che lui ponesse resistenza. Senza accennare la minima reazione. Dunque, che bisogno c’era di fare ricorso a una manovra così violenta per immobilizzarlo. Quanta violenza e quanto disprezzo c’era in quel gesto per la razza nera?

I filmati che testimoniano l’accaduto confermano. Nessuna resistenza da parte di George prima di cadere, essere ancora strattonato e immobilizzato a terra. In un video che ha raccolto immagini girati dalle telecamere e dagli smartphone dei passanti, grafici e telefonate d’emergenza, il popolare quotidiano New York Times ha ricostruito tutta la drammatica sequenza, dall’arresto alla morte del quarantaseienne.

…E DUREZZA

La scena, documentano le immagini, va avanti per minuti, nonostante George implori aiuto e gridi «Non riesco a respirare, mi state uccidendo!». Niente da fare, il poliziotto continua a premergli il ginocchio sul collo. E i passanti che assistono alla scena che dura ben nove minuti, si rivolgono all’agente, gli chiedono di smetterla e di controllargli il polso. Qualcuno urla,  «Guarda, non si muove!». Un altro, ancora: «Gli esce sangue dal naso!». Alla fine il poliziotto si alza. Il corpo di Floyd senza vita viene caricato su una barella. Per lui non c’è più niente da fare.

Alla fine resta un problema di umanità, calpestata, e di limiti all’esercizio della forza da parte di chi agisce indisturbato, convinto che quella divisa gli consenta di essere anche brutale, fuori dalla norma. L’aggravante. E’ proprio la divisa indossata dall’uomo che ha soffocato Floyd. E anche del suo collega, che, mostra il video, resta in piedi, a guardare, senza intervenire per porre fine a quella inaudita, brutale violenza. L’agente Chauvin, già licenziato insieme agli altri tre colleghi che avevano preso parte al brusco e violento fermo di George,  è stato arrestato.

Joe Biden, vicepresidente degli USA, ha risposto accusando Trump di aver incitato alla violenza contro i cittadini statunitensi dopo aver minacciato di schierare i militari a Minneapolis per sedare le violenze. «Non citerò il tweet del presidente – ha scritto su Twitter – non gli darò risalto, ma sta incitando violenza contro i cittadini americani in un momento di dolore per così tanti: sono furioso, e dovreste esserlo anche voi».

«Vogliamo riprovarci»

Samir e Rami, tunisini, tornati in Italia

Sbarcati in Sicilia, hanno in testa una sola cosa: trovare lavoro. «Eravamo già stati qui, ma senza permesso di lavoro siamo tornati indietro. Vogliamo tentare di farci un futuro, anche a costo di sacrifici. C’è chi ha fatto di tutto, dal meccanico ai lavori di campo, a noi sta bene qualsiasi cosa ci dia dignità…»

«Siamo arrivati in Italia per migliorare la nostra condizione, non in cerca di assistenza». Rami e Samir, tunisini, fra i ragazzi sbarcati nei giorni scorsi sulla costa siciliana, e una settantina arrivati a Taranto, non fanno giri di parole. Parlano un discreto italiano. Forza della tv, i film, internet e i loro compagni che li hanno preceduti. Parlano troppo bene la nostra lingua, però. «Siamo già stati in Italia, anche per più di qualche anno, poi non avendo i documenti a posto, ci hanno rispediti a casa: non c’è stato verso, non abbiamo trovato chi, allora, ci regolarizzasse: adesso speriamo che qualcosa cambi», dicono.

«Se non conosci bene l’italiano – riprendono Rami e Samir – o non hai voglia di impararlo in fetta, meglio lasciar stare: gli italiani sono accoglienti, ma non tollerano vedere ragazzi girare a vuoto per le strade…». Questo, confessano, facendo attenzione a dire e non dire, per evitare di essere fraintesi. Padroni della lingua non lo sono, perciò massima prudenza. Sperano ci sia tempo per imparare meglio la nostra lingua e spiegare questa loro scelta di vita.

«Sappiamo di cosa parliamo – dice Rami – siamo stati sempre in contatto con nostri connazionali e comunque di amici di altri amici, di altri Paesi africani, che in Italia hanno trovato una soluzione, anche non stabile: noi conosciamo la fame, sappiamo di cosa parliamo, i sacrifici non ci spaventano, ci accontentiamo di poco».

«NON RUBIAMO LAVORO»

«Non vogliamo per questo togliere lavoro ai nostri fratelli – chiarisce Samir – significherebbe giocare al ribasso, chiedere meno di compensi già bassi: so che qualcuno se la passa male, conosciamo cosa significhi cercare un aiuto e distinguere fra uno che te lo presta col cuore e un altro che invece vede nella tua disperazione il suo business».

«Non è stato un viaggio facile – prosegue Samir – anzi, è stato molto più complicato di quanto pensassi: è durato tre lunghi giorni; dico lunghi perché quando la traversata in mare la compi già su una imbarcazione di fortuna e trovi un mare agitato, sei partito nella situazione non ideale: allora ti assale la paura, che un’onda possa ribaltarti di notte, puoi essere anche uno bravo a nuotare, ma puoi solo tenerti a galla, è una gara di resistenza; dare bracciate in una direzione o nell’altra, senza avere chiara una meta, perché vedi tutto nero è un dramma nel dramma: non ti resta che pregare, perché le forze ti abbandonano, puoi solo invocare il cielo perché il mattino arrivi nel più breve tempo possibile».

«Cambierebbe poco – riprende Samir – perché se al mattino ti trovi nelle stesse condizioni, la speranza è che qualcuno ti veda, un aereo, un elicottero, una motovedetta, una nave: a noi è andata bene, ad altri un po’ meno: parlo di quanti in questi anni hanno compiuto una traversata con gommoni alla disperata ricerca di una spiaggia su cui sbarcare e sulla quale puntare il proprio futuro…».

«CERCHIAMO UN’OCCASIONE»

Qualcuno di loro, prima tv locali, poi a tv nazionali ha raccontato la loro avventura. «Siamo arrivati in barca, clandestinamente, viaggiato in mare tre notti, siamo partiti da Monastir. C’è chi per il viaggio ha pagato sette milioni di dinari, più o meno 1.500 euro, una cifra enorme per qualsiasi tasca, figurarsi per chi viene da una zona dove si soffre da matti». «Cerchiamo lavoro – hanno dichiarato ai giornalisti due connazionali di Rami e Samir – siamo venuti solo per questo e non per vivere di assistenza: qui c’eravamo già stati, ma le leggi non ci permisero di continuare a lavorare nella clandestinità». Chi ha fatto l’autista, il meccanico, lavorato in un autolavaggio, nella cucina di un ristorante, fatto l’imbianchino. «Non ci perdiamo in chiacchiere – dice Rami – è stata sufficiente una prima esperienza: non eravamo qui a fare la bella vita, lavoravamo, ma un brutto giorno mi fermarono e mi rispedirono in patria: non avevo i documenti, cosa che invece mi auguro di poter chiedere, altrimenti non so più cosa fare…».

«Siamo arrivati in trecento, forse più – riprende – un brutto viaggio: un po’ sono scappati, ma credo fossero terrorizzati, avevano paura che i militari italiani li rispedissero subito sulla prima imbarcazione per la Tunisia: noi, invece, vogliamo lavorare, ci auguriamo ci siano condizioni diverse rispetto all’ultima volta in cui siamo stati in Italia; che ci rilascino un permesso di soggiorno e che nel periodo in cui restiamo in Italia ci possiamo dare da fare a trovare un lavoro, uno dei tanti che sappiamo fare: non ci fermiamo davanti a nulla, purché sia un lavoro pulito…». Decoroso, vorrebbe dire Samir, che ascolta il suo connazionale in silenzio. Lo si capisce dall’espressione. «Che non sia un lavoro che ci riduca in schiavitù – ammette alla fine – che ci faccia vivere con enormi sacrifici: connazionali e nordafricani in passato hanno lavorato per dieci euro piegati sulla schiena nei campi per dieci ore di lavoro al giorno; cerchiamo qualcosa di meglio…». Umano. Non gli viene la parola. Quando gliela suggeriamo, accenna un sorriso. «Ecco, ci accontentiamo di poco: adesso che in Italia c’è il virus, non c’è molta voglia di ascoltarci: speriamo che tutto passi in fretta e che a qualcuno venga voglia di sentire un po’ anche noi, vogliamo lavorare, sentirci utili a un Paese così bello e accogliente…».

«Ma si può?»

Ismaila, nigeriano, l’episodio scomodo per il governo di Malta

«Negare un soccorso e lasciare uomini in mare, mai sentita una cosa del genere». Centodieci africani respinti, lasciati in mare con giubbini e carburante. «Gli italiani hanno un altro stile. Su una chat la storia di Zliten, un porto di Tripoli, da dove un giorno anche io presi il mare, ma avevo in mente solo il vostro Paese…»

«A Malta c’è il coronavirus, siamo tutti malati e non possiamo accogliervi!». La notizia riportata da quotidiani e siti italiani, scatena subito centinaia di commenti. L’episodio risale allo scorso 11 aprile, ma è venuto alla ribalta solo nelle ultime ore, grazie a una testimonianza riportata da un migrante ad “Alarm Phone”, il network telefonico gestito da Don Zerai, che a sua volta rilancia su Twitter le “allerte” ricevute direttamente dalle imbarcazioni in difficoltà.

Ismaila, nigeriano incontrato per caso, un titolo di scuola superiore, mostra di saperne più dei giornalisti che hanno documentato a braccio una vicenda che, se fosse vera, assumerebbe i tratti di una storiaccia. Una delle tante nelle quali l’Italia, alla fine, ne esce in modo elegante. Da Paese accogliente, benché qualche politico provi a dare una immagine contraria, per qualche “like” in più.

Ismaila, mascherina dal naso al mento, è seduto davanti a una scrivania di un patronato. «Voglio fare domanda per il permesso di soggiorno, sapere se potete in qualche modo aiutarmi e quanto mi costerebbe…». «Duecento euro – spiega il responsabile del patronato, onesto al punto tale da suggerirgli una strada per risparmiare quei soldi, tanti per Ismaila – ma ti consiglio di provare a farlo da solo, recarti tu stesso nei vari uffici dove è necessario esibire i documenti: diversamente, fra una cosa e l’altra arriveresti a spendere anche quasi trecento euro, troppi secondo me: sai, in Italia facciamo accoglienza a parole, e poi chiediamo dai duecento ai trecento euro per istruire una pratica che potrebbe essere respinta, senza rimborsarti un solo euro…».

Ismaila, mani giunte, ringrazia il responsabile del patronato per il suggerimento. «Trecento euro sono troppi, in questo momento non posso permettermeli, di soldi ne ho spesi, tanti, per pagarmi il viaggio da Tripoli per arrivare sulle coste italiane…». Si ferma qualche minuto, non è molto pratico di Taranto, ripassa mentalmente le strade principali insieme con un amico, che non si separa un solo istante da uno zainetto. «Qui c’è tutta la nostra storia, casa nostra: le poche cose che siamo riusciti a portarci durante il viaggio…».

«NELLA MENTE UNA SOLA DESTINAZIONE»

Tripoli, fa accendere una spia, riporta all’episodio nelle acque maltesi. «Anche io sono partito dalla Libia per arrivare in Italia: nella testa avevo in mente solo una destinazione, il vostro Paese; mi sono confrontato con miei connazionali e, comunque, con gente che ha vissuto quella brutta esperienza lo scorso aprile; loro sono partiti da Zliten, scritto così… – lo scrive, ma lo precediamo consultando velocemente Google, per evitare inesattezze – una località lungo la costa libica ad est di Tripoli, non molto lontano da dove anche io ho preso il largo, a bordo di una imbarcazione insieme con una decina di miei connazionali…».

Erano in centodieci lo scorso aprile, salvi per fortuna. «Abbiamo chat con le quali molti ragazzi, come me – spiega Ismaila – in cerca di speranza si collegano, non conosco personalmente i ragazzi protagonisti di questa sfortunata vicenda, ma amici che hanno fatto conoscenza con qualcuno di loro, mi hanno spiegato come è andata…». Dunque, Ismaila. «Ho avvertito il dolore che hanno provato i ragazzi, in mare, convinti che il loro viaggio fosse finito, cioè che sarebbero stati soccorsi da una imbarcazione amica, in questo caso con a bordo militari maltesi: invece no, sono rimasti in acqua, chi li aveva accompagnati fino a quel momento ha pensato che la sua missione fosse finita, così è andato via; invece, tutti lì, a sbattersi in mare aperto: non sono stati presi a bordo, ad ognuno è stato lanciato un giubbotto, di quelli che ti tengono a galla, comunque, di più non hanno fatto».

Il giovane nigeriano si pone la nostra stessa domanda. «Ma si può lasciare gente in balia delle onde? Lanciare loro un salvagente e dire a chi li aveva accompagnati fino a quel momento “Se sei a corto di carburante – questo avrebbe detto un militare – te lo diamo noi, purché vi allontaniate, nel nostro Paese?”. E ancora, “…a Malta, la maggior parte è infetta dal coronavirus che sta costando la vita a migliaia di persone…”».

Altra versione, non c’è da stare allegri. «Qualcuno ha raccontato che la nave militare maltese si è avvicinata agli uomini in mare minacciandoli con le armi, dicendo che dovevamo tornarsene in Libia, da dove cioè erano arrivati: per questo motivo molti, sfiniti dal viaggio e scoraggiati, si sono lanciati in acqua: nessuno voleva tornare indietro…».

«E SE FOSSE STATO DI NOTTE…»

Ismaila non vuole crederci. «Ma un uomo, può arrivare a tanto?», si domanda. «Non voglio colpevolizzare un intero Paese – riprende – per frasi simili, dette comunque da uno o più militari; se così fosse, potrebbero avere solo eseguito un ordine: non prendere persone a bordo e assicurare loro assistenza minima, con carburante – per proseguire il viaggio sulle coste italiane – e salvagente per tenersi a galla, lanciare un SOS e farsi soccorrere da imbarcazioni italiane, pescatori, nave mercantile o militare…».

Una brutta pagina. «Voglio solo augurarmi che se fosse stato di notte e il mare fosse stato agitato, i militari maltesi avrebbero agito diversamente: so solo che gli italiani, come sempre, si sono distinti per generosità e rispetto; è per questo motivo che voglio fare richiesta di soggiorno, voglio trovarmi un lavoro, anche se occasionale, infine provare a stabilizzarmi e restare qui, in Italia: è questo il Paese che avevo in mente quando sono andato via dalla Nigeria, partendo poi dalla Libia per sbarcare in Sicilia e baciare il suolo italiano; l’ho fatto davvero, ho ringraziato il Cielo, per essere arrivato a destinazione, come fossi Cristoforo Colombo al suo arrivo in America…».

Conoscenti che hanno vissuto l’esperienza maltese? «Un po’ di giorni fa – conclude Ismaila – ho sentito ancora amici di amici, tutto è finito più o meno bene: parte di questi sono in Centri accoglienza, aspettano che l’emergenza provocata dal coronavirus passi e possano riprendere il cammino, chi andando al Nord, chi in un altro Paese europeo; io il mio primo sogno l’ho realizzato: sono qui ed è un buon inizio». E’ davvero felice, Ismaila. Non fosse così, non starebbe a compilare moduli, chiedere la strada più breve per avere un permesso di soggiorno, anche a costo di rimetterci duecento euro, se tutto andasse bene.

«E’ un vero casino…»

Mansur, nigeriano, il lavoro nero e il permesso di sei mesi

«C’è confusione sulla proposta di legge del ministro per regolarizzare noi migranti. Alcuni politici e pochi giornali sembra lo facciano apposta». «Facciamo fare a politica e stampa il loro mestiere, concentriamoci sulla posizione di chi è irregolare ma vuole uscire allo scoperto…», corregge Samuel, suo connazionale. Sicurezza sanitaria, mascherine, guanti e distanziamento sociale.

«E’ un vero casino…». Mansur, nigeriano come Samuel, sentito appena la scorsa settimana, non fa giri di parole. Sorride, pensa alla gaffe, si corregge, ma c’è poco da correggere, sapesse quante volte gli italiani fanno ricorso a questa espressione. «Non dite così, voi tarantini – dice – quando una qualsiasi cosa si complica così tanto da capirci niente o quasi?». Come dare torto a Mansour, che vede nella regolarizzazione dei migranti, e non solo, una boccata d’ossigeno. «E’ quello che ci vorrebbe in un momento di confusione – riprende – c’è di mezzo il virus, che ha mandato in tilt mezzo Paese e poi il governo, con il ministro che vuole sanare – si dice così? – la posizione di quanti lavorano nei campi, italiani compresi, poi i braccianti dell’Est, proseguendo con le badanti, fra queste anche donne africane che assistono donne anziane e disabili».

E’ informato, Mansur. «Con i primi sei mesi potremmo fare il raccolto nei campi, poi se le cose dovessero andare bene, magari il rinnovo di altri sei mesi». E’ questa, in sintesi, la proposta del ministro alle Politiche agricole e alimentari, Teresa Bellanova. «Braccianti irregolari – aveva dichiarato nei giorni scorsi il ministro – lavorano nei nostri campi, donne prestano attività da badanti e vengono pagate in nero». Poi la richiesta esplicita della “ministra”: «Chiedo che questi vengano regolarizzati subito con permessi di soggiorno temporanei di sei mesi, rinnovabili per altri sei mesi».

«FACCIAMO IN FRETTA»

«Credo non ci sia molto tempo da perdere – riprende Mansur – da notizie di amici e connazionali, ci sarebbero anche braccianti più o meno nelle mie stesse condizioni che non esce allo scoperto ed è in una situazione da delirio: letteralmente reclusi». Non uno, ma due i problemi. Samuel dimostra di esserne perfettamente a conoscenza. «Quello lavorativo e quello sanitario – dice il giovane nigeriano – noi in attesa di conoscere il nostro futuro, che ci auguriamo sia il più benevolo possibile, facciamo quello che dice il Decreto: se “andate” su Internet vedete quanti fratelli neri seguono con la massima attenzione le norme di sicurezza; ognuno di noi ha acquistato a buon mercato, poche decine di centesimi un po’ di mascherine, altri che non hanno grandi possibilità se ne sono fatti una scorta su misura: se non ci aiuta qualcuno, proviamo a industriarci…si dice così?». Samuel è attento al suo italiano. “Voglio impararlo di corsa, ho fatto grandi progressi: non giro più con il cellulare in una mano con il dizionario a vista per capire le parole che mi dicevano e quelle da pronunciare per farmi capire: non dico che tutto fila liscio, ma credo di essere a buon punto, non ci sono malintesi o lunghe spiegazioni, una volta anche a gesti…va tutto bene, anzi speriamo bene». Industriarci, è perfetto. «Quello che guadagniamo saltuariamente ce lo mettiamo da parte – riprende il discorso Samuel – nel caso si presentassero periodi in cui non ci è possibile lavorare: le mascherine, i guanti, ci sono stati donati; qualcuno li ha comprati in farmacia, a prezzi bassi: avevo sentito parlare di costi alti, a me non è successo, guanti e mascherina li ho pagati a cinquanta centesimi…».

«RACCOLTI E SICUREZZA SANITARIA»

Mansur e il problema sanitario. «Siamo nel periodo in cui è necessario andare nei campi e raccogliere frutta e ortaggi – dice – ma oltre alla regolarizzazione, chi è nelle mie stesse condizioni, deve avere rispetto delle norme di sicurezza: quando e se ci chiameranno, sicuramente nei campi dovremo fare attenzione a quello che si chiama…si chiama…». Distanziamento sociale? «Ecco, alla distanza di massima prudenza: che io sappia non ci sono stati casi fra neri, qui in Puglia; ci fossero stati – ma non vorrei che la prendeste come un’offesa – di sicuro sarebbero andati a finire sulle prime pagine dei giornali, perché noi facciamo notizia…». Riprende il buonumore, il giovane nigeriano. «Avevo letto in questi giorni che erano seicentomila gli irregolari, un numero esagerato: non credo siano così tanti, forse centomila, duecentomila, ma non solo africani: è bene parlare di irregolari, in attesa di disposizioni da parte del governo e non clandestini, altrimenti non se ne esce più, su questa cosa infatti c’è molta confusione, a volte messa in piedi ad arte, perché qualche politico e qualche giornale ne parlano e scrivono in modo non sempre corretto…». Samuel getta acqua sul fuoco, anche se non è il caso, Mansur ha detto quanto risulta dalle continue rassegne stampa. I soliti noti ad alimentare una macchina informativa non sempre limpida. «Non è il caso di fare polemiche – corregge, comunque, Samuel – lasciamo che i politici e i giornalisti facciano il loro mestiere, concentriamoci solo sulla battaglia del ministro che vuole regolarizzarci e il governo che sembra orientato a dare sostegno alla proposta di legge: per confrontarci su altre cose, sui temi che ci stanno a cuore, c’è tempo. Almeno, speriamo ci sia tempo…».

Per concludere, l’emersione dal lavoro nero e la regolarizzazione dei migranti riguarda braccianti, colf e badanti, cittadini italiani e stranieri con un rapporto di lavoro irregolare e cittadini stranieri con permesso di soggiorno scaduto, I numeri cui alludeva Mansur sono inferiori rispetto ai seicentomila inizialmente previsti. Al momento pare siano circa 260mila secondo le prime stime: 200mila la platea che potrebbe emergere dal lavoro nero; 60mila quelli che avevano già lavorato in passato con regolare permesso.

«Forza ministro!»

Ayo e compagni sostengono Teresa Bellanova

«Regolarizzare noi extracomunitari, sarebbe un primo passo avanti. Qui, in provincia, è oro rispetto a Puglia e Nord Italia. Prima del virus, nei campi c’era tensione, miei connazionali litigavano fra loro per una fila di pomodori». Quindici euro lordi al giorno per dieci ore di lavoro. 

«Qui, in provincia, è oro rispetto ad altre situazioni a cui non voglio pensare!». Ayo, senegalese, lavora nei campi. «Non sempre vengo retribuito come da contratto, ma può andare bene anche così, specie ora: ho avuto “negativo” e rifatto domanda nei tempi previsti dalla legge per avere un nuovo documento che mi permetta di tornare a lavorare nei campi». Asad, suo connazionale, non è nelle stesse condizioni, ma poco ci manca. «Su internet – dice – nostra principale fonte d’informazione, ho letto che la ministra italiana vorrebbe regolarizzare noi extracomunitari, anche se con permessi della durata di pochi mesi: questa, forse, e parlo soprattutto per i nostri fratelli che lavorano nei campi al Nord della Puglia dove accadono cose da non credere, sarebbe una prima soluzione…».

Ecco il ministro alle Politiche agricole e alimentari, Teresa Bellanova. «Braccianti irregolari lavorano nei nostri campi, donne prestano attività da badanti e vengono pagate in nero: chiedo che questi vengano regolarizzati subito con permessi di soggiorno temporanei di sei mesi, rinnovabili per altri sei mesi». Non c’è altro tempo da perdere. Un numero esagerato di braccianti è letteralmente recluso e non esce allo scoperto. Se non fosse compiuto questo passo in avanti, extracomunitari sprovvisti dei documenti necessari verrebbero subito individuati. E non finisce qui, perché di colpo i problemi diventano due: lavorativo e sanitario.

«Lavoratori stranieri, in Veneto – spiegava due giorni fa il ministro – venivano pagati tre euro l’ora per raccogliere l’uva: sono sotto ricatto di caporali, italiani o stranieri, che comunque rispondono alla criminalità organizzata». «In provincia di Foggia – prosegue il ministro – pare ci siano tremila persone ammassate in campi di fortuna; non c’è distanziamento sociale, né mascherine, disinfettanti o altre modalità previste dai decreti sulla Sicurezza sanitaria. E nel momento in cui riprenderanno l’attività, salterà tutto per aria in termini di emergenza sanitaria».

E POI C’E’ “SAMI”

E poi c’è “Sami”, Samuel per i connazionali nigeriani e i fratelli africani. “Sami” per i ragazzi tarantini che lo hanno eletto “grande amico”. «Così mi chiamano – sorride – e io sono contento di questo loro affetto; anche per me il momento è critico, ma non mi demoralizzo, devo andare avanti: ovunque ci sia da lavorare io sono lì… C’è crisi, fra lavoro nei campi e quello estivo: a causa del virus – consulta il suo telefonino, sbuca il nome di questa invisibile sciagura… – ecco, “Covid-19”, tutto è fermo».

E’ aggiornato, Samuel. «Le cose, poco per volta – riprende – torneranno alla normalità: tutti dobbiamo fare più attenzione, tenere la mascherina e aspettare che si torni a raccogliere pomodori e mandarini, oppure a sistemare lettini e ombrelloni a due passi dal mare, io che l’estate mi sono sempre diviso fra campi e stabilimenti balneari».

«Ho lavorato con “bianchi” nelle campagne di Castellaneta – riprende – con regolare contratto: stavo bene, mi svegliavo presto al mattino, un bus passava da Massafra, per accompagnarci sul posto di lavoro: cominciavamo alle sei e finivamo più o meno all’ora di pranzo, tutti insieme: nessuna differenza fra italiani e stranieri; poi tutti a casa, sempre con il bus, mentre in caso di pioggia restavamo a casa; ho nostalgia di quei giorni: la gente non può avere tutta frutta e ortaggi a prezzi normali, e – per dirla tutta – io e i colleghi, non possiamo avere il salario tanto sospirato».

Prima del lavoro nei campi, quello in spiaggia. «L’ho fatto per due mesi un anno fa: non disponevo di molti soldi così mi sono messo in giro a cercare un lavoro, qualsiasi cosa capitasse; fui fortunato, trovai qualcuno che mi indicò il titolare di una spiaggia splendida, a Marina di Lizzano; spianavo e pulivo la sabbia con una ruspa, mentre la notte sorvegliavo l’intero stabilimento perché qualcuno non penetrasse nel lido e rubasse ombrelloni, sdraio e lettini: trenta euro al giorno, più la colazione; sono stati giorni in cui mi sono sentito importante, ma la stagione è durata solo due mesi invece dei tre previsti, l’estate si è chiusa in anticipo a causa del maltempo: piove sul bagnato, dite da queste parti, è proprio così…».

NON E’ TUTTO ORO…

«Qui è oro rispetto ad altre zone della stessa Puglia», spiegava pochi istanti prima Ayo. Come non dargli ragione. «Altrove – conferma – le condizioni di chi lavora nei campi sono talmente insostenibili che i braccianti litigano per una fila di pomodori per guadagnare una miseria in più: una lotta fra poveri». «Un lavoro da schiavi – interviene Mansur, suo connazionale – lavori per qualcuno che non ha rispetto per te: ti offende e solo la fame ti fa sopportare le umiliazioni…». La retribuzione, i conti a fine giornata. «Il caporale consegna al capo, che non è solo un bianco, a volte è del nostro stesso colore di pelle: paga in base ai cassoni riempiti». Qual è il compenso? Da non crederci. Jibril è in costante contatto con connazionali che lavorano in provincia di Foggia. «Fino a prima del virus – mi vergogno a dirlo – il compenso si aggirava intorno ai quattro euro a cassone riempito: proprio così, quattro euro per due tonnellate di pomodori raccolti; la retribuzione, nemmeno a dirlo, subiva altri tagli, al ribasso ovviamente: a causa di una serie di “trattenute” ecco che a fine giornata, raccolte tonnellate di pomodori, in tasca mettevano quindici euro per dieci ore di lavoro».

Secondo stime approssimative, è stato calcolato che la somma di venticinque euro moltiplicata per diecimila braccianti – dieci “puliti” vanno nelle tasche dell’organizzazione – dà un totale di duecentocinquantamila euro al giorno che finisce nelle tasche dei caporali. Moltiplicato il periodo di raccolta, tre mesi, dunque novanta giorni, ecco una cifra superiore ai ventidue milioni di euro a stagione. Riconosciuti compensi per la mediazione a capo nero o capo bianco, il resto, il tanto insomma, va dritto nelle tasche della criminalità organizzata. Ai braccianti non resta che raccogliere anche quel poco che resta: meno di quindici euro al giorno. E, concludono i due ragazzi, «Se non è schiavitù questa…». Il ministro ci prova, non senza contrasti (e non solo dalle opposizioni). Sarebbe un primo passo avanti, per i ragazzi. Ma, se ci pensiamo, anche per l’economia del nostro Paese.

«Strada facendo…»

Un viaggio interminabile, dal Pakistan attraverso Turchia e Iran

Waseem, la fuga, la fame. Poi le preghiere, uno squarcio di speranza. «Una settimana senza mangiare: colazione, pranzo e cena con un bicchiere d’acqua, due quando andava meglio. Lo stomaco non aveva la forza di brontolare, stava per chiudersi, poi un’anima di dio, i miei pochi risparmi. Cinquantasette, stretti uno all’altro, una nave ci prende a bordo, il porto di Taranto…».

«Cinquantasette, stretti fra noi, a bordo di una imbarcazione che arrivata in mare aperto ci ha messo addosso una paura matta: navigare, trattandosi di una “bagnarola” sarebbe meglio dire lasciarsi andare alle onde del mare, è più di un’impresa: è un miracolo!». Waseem, pakistano, quattro anni fa arriva in Italia. Salvataggio di fortuna, rotta verso il porto di Taranto, destinazione un hot-spot attrezzato. Di quelli che nei momenti critici hanno ospitato ogni giorno centinaia di persone fuggite dal Continente africano o dall’Asia meridionale, come appunto Waseem.

«Prima di arrivare in una città, bella e accogliente come Taranto», raccontava quel giovanotto di ventidue anni, «avevo sudato le classiche sette camicie: non è semplice staccarsi dalle proprie radici, convincere, uno per uno i tuoi affetti più cari: papà, mamma e quattro fratelli». I motivi sempre gli stessi, i suoi, come quelli dei suoi connazionali che di bello hanno una cosa: sono molto uniti fra loro, specie quando sono lontani da casa, in Italia per esempio. «Ci aiutiamo come possiamo: oggi ho bisogno di un mio “fratello”, domani potrebbe essere lui ad avere bisogno di me, è un patto non scritto».

La fuga da una città importante del Pakistan. Importante, ma povera. «Ero una bocca da sfamare, lavoro poco, al contrario tanta è la voglia di spendersi per la famiglia, che amo e sento non appena posso: niente da fare, dovevo andare via, una lotta disperata contro la fame; poi, potenza della tecnologia, con il primo cellulare la prima videochiamata, sono entrato in contatto con la famiglia; anche per guardarsi negli occhi, la spia dell’anima: un’arma a doppio taglio, da una parte la gioia di vedersi, dall’altra vedere una faccia quasi rassegnata». La prima domanda in quelle conversazioni, non si sfugge: la salute. «Si preoccupano di questo e io li consolo, li tranquillizzo, gli ripeto che va tutto bene e che occorre il tempo necessario per crearsi un futuro lontani da casa: mi guardano negli occhi, pregano per me, io sento tutto il loro affetto e la forza di una mano che mi guida…».

QUANTI SACRIFICI…

Incontrammo Waseem un anno fa. Ci colpì la sua storia, il suo passaggio fra Stati «non troppo facili» come Iran e Turchia. «Non facili», significherà qualcosa. «Certo, che non è semplice intanto passare un confine, senza non essere notato, fermato e fatto oggetto di mille domande: c’è da diventare matti, se non fosse che sai bene di non essere a casa tua, dunque sei di passaggio, e può succedere tutto e niente; è importante trovare militari almeno disposti ad ascoltarti e non a far valere la loro autorità per provocare una tua reazione e giocare, come si dice, al gatto con il topo».

Una settimana da dimenticare. «C’è stato un momento in cui me la sono vista brutta, lo stomaco ha rischiato di chiudersi completamente e rifiutare qualsiasi cibo; colazione, pranzo e cena – è drammatico il solo parlarne – era un bicchiere di acqua, due se vogliamo proprio esagerare e scherzare solo ora che quella brutta esperienza è un ricordo, incancellabile…». Il racconto, una piega drammatica. «Non mangiavo e l’unico modo che avevo per farmi passare la fame era dormire; sapevo anche di rischiare di non svegliarmi più, debilitato com’ero, ma pregavo, quello l’ho sempre fatto e continuerò a farlo».

…E CHE SOFFERENZA

Un brutto momento. «Sarà stato, forse, il settimo giorno, quando proprio non avevo più forze, non avevo la forza di pensare a quel corpo che ciondolava per le campagne in cerca di un giaciglio, ancora un angolo per lasciarmi addormentare, con uno stomaco che non aveva più la forza di brontolare: magro, trascurato all’eccesso, non avevo idea che quello fossi io, mi sembrava un incubo, chiunque in quel momento poteva passarmi addosso con un carro armato, non avrei sentito il benché minimo dolore…».

Invece, qualcuna di quelle preghiere condivise fra papà e mamma, i quattro fratelli e lo stesso Waseem, giunge a destinazione. «Vengo assistito, rimesso in piedi poco per volta, perché anche nel riprendersi occorre fare piano: appena la forza di mettermi una mano in una tasca e trovare, intatto, quel poco di risparmi raccolti in un fazzoletto e provare a pagarmi il viaggio per l’Italia: chi mi aveva assistito, mi indirizza a qualcuno che da Istanbul stava organizzando per pochi danari un viaggio per l’Italia, forse per la nave più vicina; quell’imbarcazione su cui salimmo in cinquantasette, infatti, galleggiava per scommessa e mai saremmo arrivati in Italia in quelle condizioni: unica speranza, incrociare appunto una nave che ci aiutasse e accompagnasse a destinazione». Ecco, le preghiere, il miracolo. «E’ il secondo tempo della mia vita, Taranto, il Centro di accoglienza, la cucina, per imparare a cucinare non solo riso speziato e pollo. Ci vuole pazienza, quella non manca: il primo scoglio l’ho superato, ora comincio a guardare con più fiducia al futuro, che il mio dio mi aiuti ancora per un altro pezzo di strada».

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