Banfi colpisce ancora…

L’attore pugliese diventa testimonial di una campagna promossa dall’Arma dei carabinieri

Il Lino Nazionale conferma in pieno la sua grande umanità, mettendosi a disposizione degli anziani vittime di raggiri. Ospite della Masseria Don Cataldo insieme con Ron Moss (“Ridge” di Beautiful), durante le riprese del film “Viaggio a sorpresa” in tanti apprezzammo le sue doti di attore e di persona sensibile. Durante il lavoro, ma anche dopo i ciak, quando il regista stoppava i lavori

 

Lino Banfi è il nuovo testimonial della campagna di comunicazione promossa dall’Arma dei Carabinieri contro le truffe agli anziani. La scelta dell’attore pugliese, per tutti “Nonno Libero”, il nonno più amato d’Italia, viene motivata dall’esigenza e dal desiderio di avvicinarsi ancora di più agli anziani. Scopo principale, secondo le spiegazioni fornite dal comunicato diffuso dall’Arma dei carabinieri, trasmettere in modo immediato e allo stesso tempo efficace, consigli utili alla Terza età perché questa possa difendersi dai continui raggiri di cui, questa, è bersaglio. Specie nel periodo estivo, quando l’anziano viene isolato nel periodo delle vacanze estive. E’ proprio allora, che la gente in età diventa facilmente oggetto di raggiri da parte di malviventi senza scrupoli.

Insomma, Banfi, ottantotto anni, mai così sulla breccia, nemmeno quando era l’incontrastato re della commedia all’italiana. Tanto per intenderci, il comico pugliese è stato l’attore più ricercato da registi e produttori cinematografici nel periodo fra la stagione più bella del genere “all’italiana”, con Sordi, Gassman, Tognazzi e Manfredi su tutti, e la lunga serie di “cinepanettoni”, con Boldi e De Sica su tutti.

 

 

RE DEI BOTTEGHINI…

Banfi era l’incontrastato re dei botteghini, che recitasse da preside o professore un po’ strapazzato, ora da Gloria Guida, ora da Edwige Fenech, con le incursioni delle più belle che brave Nadia Cassini e Barbara Bouchet.

Banfi dopo aver coronato il suo sogno di attore al cinema, aveva virato alla conduzione, alle ospitate in tv, da Mediaset (contratto principesco) alla Rai, per vivere una seconda stagione di successi in qualità di protagonista di sceneggiati e film per la tv. Fra tutti, la serie di “Nonno Libero”. In realtà nata come “Un medico in famiglia”, oscurata dalla popolarità e, naturalmente, dalla bravura dell’attore che in qualche occasione non ha disdegnato di misurarsi con personaggi “seri”, qualche volta dai toni drammatici.

Banfi, e lo diciamo con un pizzico di orgoglio, abbiamo avuto modo di conoscerlo da vicino. La casa di produzione del film “Viaggio a sorpresa”, del quale il Lino Nazionale è stato protagonista insieme con Ron Moss (il Ridge di “Beautiful”), volle girare buona parte delle scene nella Masseria Don Cataldo di Martina Franca.

 

Banfi, ospite della Masseria Don Cataldo

 

MASSERIA DON CATALDO, COME A CASA…

Fu in quel periodo che apprezzammo anche le sue qualità umane, tanto da non stupirci affatto nell’apprendere che l’attore aveva dato disponibilità per realizzare una campagna pubblicitaria accanto all’Arma dei carabinieri in difesa delle fasce più deboli, nello specifico dei più anziani, molto spesso vittime di truffe e raggiri.

Nei contenuti che saranno diffusi sulle piattaforme social dell’Arma e sui media – conferma una nota dell’agenzia giornalistica Ansa – l’artista pugliese e il Comandante di stazione del quartiere in cui vive mettono in guardia gli spettatori dalle truffe. Nel corso del “botta e risposta” con il suo comandante di stazione, Banfi, con l’inconfondibile stile che lo contraddistingue, racconta di alcuni suoi conoscenti che hanno subito truffe, per poi cedere la scena al maresciallo dell’Arma che esorta il pubblico all’ascolto a prestare massima attenzione alla comunicazione ed a rivolgersi con fiducia ai carabinieri chiamando formulando il 112.

 

Masseria Don Cataldo – Una pausa delle riprese di “Viaggio a sorpresa”

 

“112” E “CARABINIERI.IT

Il contributo video si conclude con l’invito, per chi potesse farlo, avesse una certa dimestichezza con i social, a consultare il sito Carabinieri.it . Nel sito, infatti, sono illustrate le principali tipologie di truffe e come riconoscerle. Le tecniche adottate dai truffatori, infatti, per quanto subdole e fantasiose, hanno schemi ricorrenti: individuarli è il primo passo per difendersi. Un invito, perché no, anche ai parenti più stretti, nel non perdere di vista i propri congiunti che hanno superato gli “anta”. Avere un po’ di pazienza, perché tante volte l’anziano non ammette la sua vulnerabilità, tantomeno a confessare un episodio del quale è stato vittima. Parlarne, infatti, anche a cose avvenute, può evitare che altri anziani subiscano gli stessi torti allertando così le Forze dell’ordine.

Oltre a questa iniziativa, è stata realizzata una locandina che sarà affissa in tutte le caserme, nelle parrocchie e nei luoghi di ritrovo degli anziani, e un opuscolo pieghevole da distribuire ai cittadini.

«Accoglie i poveri, è più utile in Africa!»

Treviso, raccolta di firme per rimuovere don Giovanni, il parroco che ospita i senzatetto

Sembra fiction, invece è la tremenda realtà. E a promuovere la petizione sono proprio i parrocchiani che, evidentemente, hanno imparato poco dagli insegnamenti del Signore che invitava «all’accoglienza, a sfamare gli affamati, a dare da bere al viandante…». Il sacerdote prova a spiegare: «Quando ho scelto di aprire le porte della chiesa, ho chiesto se vi fossero contrarietà: una sola persona mi ha raggiunto per evidenziare le sue perplessità, ma ci siamo chiariti…»

 

Don Giovanni Kirshner, parroco della chiesa di Santa Maria del Sile (Treviso), è finito al centro di un attacco da parte di alcuni suoi parrocchiani che si sono prodigati nella raccolta di decine di firme. E, come se non bastasse, gli stessi – non contenti della prima iniziativa – si sarebbero anche presi la briga di scrivere una lettera alla Curia.  

Incredibile, ma vero, quanto sta accadendo in questi giorni in provincia di Treviso. Dei parrocchiani stanno raccogliendo firme per rimuovere il parroco, che si sarebbe macchiato del reato di “accoglienza” nei confronti di alcuni senzatetto.

Insomma, quella che i tecnici chiamerebbero «contraddizione in termini» sta riempiendo le pagine dei giornali: prima quelli locali, da “La Tribuna” a “Il Gazzettino”, fino a proseguire con quelli nazionali che non si sono fatti sfuggire l’occasione per mettere a confronto gli insegnamenti del Signore, che invitava «all’accoglienza, allo sfamare gli affamati, al dare da bere al viandante», con un atteggiamento a dir poco discutibile.

 

 

GRANDE IMBARAZZO…

Di più, a dir poco imbarazzante, a cominciare dalla stessa comunità trevigiana, che evidentemente non la pensa come quei pochi cittadini che hanno scritto al vescovo suggerendo perfino una strategia: «…trasferire il parroco in Africa, sarebbe più utile lì».

Eppure, don Giovanni Kirshner, come scrive l’agenzia Ansa, fra le prime a “battere” la notizia, è entrato nel mirino di questi parrocchiani. Il suo “peccato”, per il quale crediamo non esista assoluzione, se non altro da parte di chi prosegue nell’accanimento a suon di carta e penna, è l’aver accolto in chiesa per la notte alcuni senzatetto. Il sacerdote ora è al centro di questa petizione con la quale questi intraprendenti cittadini avrebbero chiesto al vescovo la sua rimozione.

La chiesa, Santa Maria del Sile, si trova in una frazione di Treviso, per mano del suo parroco aveva fatto questa scelta di accoglienza dopo la morte, alcune settimane fa, di uno straniero che era solito trascorrere la notte in un parcheggio pubblico.

 

 

«INTEGRAZIONE? NO, SCANDALO!»

Allo stesso sacerdote viene mossa l’accusa di «svolgere attività parrocchiali volte all’integrazione di altri migranti domiciliati un vicino dormitorio comunale». Non sia mai. Ma don Giovanni, non batte ciglio, porge l’altra guancia, spiega persino gli eventi. «Quando ho scelto di aprire le porte della chiesa – ha dichiarato il parroco all’agenzia giornalistica – ho chiesto pubblicamente durante la messa se vi fossero contrarietà: una sola persona, poi, mi ha raggiunto per evidenziare le sue perplessità, ma ci siamo chiariti».

Allora come può essere accaduto tutto questo. “Il promotore della petizione – spiega ancora don Giovanni – che conosco benissimo e abita accanto alla casa canonica, non ha mai invece ritenuto di confrontarsi con me”. Al momento nessuna replica da parte della diocesi di Treviso, che naturalmente si riserva eventuali pronunciamenti: “se – pare di capire – e quando arriveranno le firme” raccolte dal promotore. Sembrerebbe uno degli episodi della serie televisiva “Don Matteo” con Terence Hill che si confrontava con il suo vescovo interpretato da Gastone Moschin. Invece non è fiction, non è fantasia, ma la cruda realtà. Aveva ragione il grande scrittore, umorista e sceneggiatore Ennio Flaiano…

Cosa diceva? Date un’occhiata alle sue opere e ai suoi aforisimi. Ce ne sono almeno tre, quattro che calzano a pennello, ma uno su tutti, spesso utilizzato da Maurizio Costanzo nelle sue trasmissioni televisive serali.

«Come Arancia meccanica…»

L’omicidio di Thomas, un diciassettenne a Pescara, autori due quindicenni

«In concorso tra loro», svela il quotidiano Il Centro, «annientavano la vittima infliggendogli venticinque coltellate, arrecando sevizie e operando con crudeltà, mediante calci e sputi mentre era riverso sul terreno esanime». Nonna Olga: «La verità, prima o poi viene a galla». Il fratello di uno dei presunti assassini: «Se ha sbagliato dovrà pagare: chiediamo scusa alla famiglia della vittima, non si meritava questo»

 

Venticinque coltellate. Quindici dal primo, il più spietato, degno del ruolo di cattivo di un film di Sergio Leone, e che giustifica quel gesto come una esecuzione eseguita per motivi di rispetto; dieci dall’altro, l’amico, che vuole macchiarsi dello stesso delitto in una sorta macabra solidarietà. Venticinque coltellate in tutto.

Due assassini, appena quindicenni; una vittima, Christopher Thomas Luciani, un diciassettenne, ucciso domenica pomeriggio in un modo così violento, sullo stile di Arancia meccanica, il capolavoro di Stanley Kubrik per intenderci.  Lo scenario, un parco del centro di Pescara, in Abruzzo, una regione martoriata dal terremoto del 2009, ma sostanzialmente mite, mai scossa da una cronaca nera così cruenta.

Non accade sempre in estate, ma la stagione calda, evidentemente, indica un indirizzo ai fatti di cronaca, molti dei quali rimasti impressi nella memoria collettiva. Simonetta Cesaroni, ammazzata a Roma, una storia di inaudita violenza, era il ’90; Pietro Maso che, a Montecchia di Crosara (Verona), con l’aiuto di tre amici infierisce sui suoi due genitori per entrare in possesso dell’eredità per spassarsela subito; Olindo e Rosa, che ad Erba (Como) uccisero a colpi di coltello e spranga quattro vicini, risparmiandone un quinto, pensando fosse morto; Sabrina e Cosima Misseri che soffocarono la povera Sarah Scazzi ad Avetrana (Taranto). Per non parlare del delitto di Cogne, con tanto di plastico esibito da Bruno Vespa nel suo Porta a porta: mamma Annamaria che in impeto di rabbia si scaglia contro il piccolo Samuele.

 

 

MINORENNE, UCCISO DA COETANEI

Un omicidio su un minorenne commesso da due suoi coetanei. A causa di un debito di duecentocinquanta euro accumulato per droga. Ma non è finita. Emergono, infatti, nuovi dettagli sul delitto. Come gli sputi sulla vittima agonizzante. Addirittura una sigaretta spenta sul suo volto. Per poi dileguarsi dal luogo dell’omicidio e andare al mare, ricordando la bravata con battute macabre su come avevano annientato il loro coetaneo.

I primi dettagli li riporta il quotidiano abruzzese “Il Centro”. Il cronista riporta stralci del decreto di fermo: i due quindicenni «in concorso tra loro, uccidevano Christopher Thomas Luciani con 25 coltellate, arrecando sevizie e operando con crudeltà, mediante calci e sputi mentre era riverso sul terreno esanime». Le deduzioni alle quali la stampa e l’agenzia Ansa, puntuale, fanno riferimento, scaturisce dallo stesso decreto nel quale si legge: «Quanto emerge è l’assenza di empatia emotiva con un fatto di tale inaudita efferatezza, tale da inveire sul cadavere, recandosi presso lo stabilimento balneare per fare il bagno al mare, senza chiamare soccorsi o denunciare il fatto alle autorità, anzi chiacchierare con macabra ironia sul fatto appena avvenuto».

 

UN TESTIMONE LI INCHIODA

C’è un testimone che vuota subito il sacco. «“Stai zitto!”, dicevano a Thomas: ero allibito, volevo fermarli ma non sapevo come fare; sembrava che non ci stessero più con la testa; ma, nonostante quanto accaduto, siamo andati al mare a fare il bagno».

Secondo la ricostruzione questo gruppo di amici si era dato appuntamento in stazione, a Pescara, prima di trasferirsi al Parco Baden Powell. Uno dei due ragazzi indagati era già in possesso del coltello. Storia fra piccoli spacciatori, ingigantita da esempi presi a casaccio, un po’ dalla cronaca, un po’ dalla tv e, infine, dalle storie che circolano sui social, dove tutti diventano più forti e invincibili. Perché il pc, che di danni ne compie decine al giorno, è capace di rendere un qualsiasi miserabile, un eroe, applaudito – in senso virtuale – da altri fenomeni da tastiera. Quelli che il grande Umberto Eco definiva «…gli scemi del villaggio globale, gente che nemmeno al bar dello sport verrebbe considerata».

 

 

NONNA OLGA, LA DISPERAZIONE

Infine, Olga, la nonna di Thomas, che quel ragazzo un po’ sopra le righe, ma sostanzialmente in media con molti dei suoi amici. «Dove scappate, tanto la verità, prima o poi viene a galla». Lo dice, senza giri di parole al TG regionale dell’Abruzzo. «Non si può uccidere uno così: mingherlino, piccolo, un ragazzo d’oro; nella testa i grilli che hanno tanti ragazzi della sua età: non era un drogato; aveva tre anni e mezzo quando l’ho preso; l’ho cresciuto io, sono stata la mamma».

Cosa dicono le famiglie dei presunti assassini. Una dichiarazione, fra le altre, del fratello di uno dei due. «Se ha sbagliato dovrà pagare: chiediamo scusa alla famiglia di Thomas e promettiamo che, se vorrà, gli staremo vicini: non si meritavano assolutamente questo; ho pianto un sacco per Thomas: mi spiace non ci sia più; quanto a mio fratello, paghi il giusto per quello che ha fatto: ha bisogno di fare gli anni negli istituti dove può essere aiutato, non chiediamo sconti, crediamo nella giustizia».

Dopo l’estate, come tutti i gialli da audience, aspettiamoci non uno, ma più “speciali” di Porta a porta. Bruno Vespa, un “piatto” così ricco non se lo lascia sfuggire. 

«Giustizia per il povero Satnam!»

Incidente e morte sul lavoro, abbandonato con il suo braccio amputato

Trentuno anni, indiano è stato travolto, mutilato e ridotto in fin di vita nei campi vicino Latina. Raccoglieva ortaggi per cinque euro l’ora. Dopo l’incidente è stato abbandonato sanguinante davanti a casa. La corsa inutile in elicottero al San Camillo di Roma. Per il giovane lavoratore, in attesa dei documenti da due anni, non c’è stato niente da fare. L’intervento di Governo, sindacato, sindaco e presidente della Regione Lazio

 

Abbandonato davanti alla sua abitazione, assieme al suo braccio tranciato, come fosse un borsello, lo zaino nel quale il povero Satnam raccoglieva le sue poche cose prima di andare a raccogliere ortaggi per quattro soldi e in condizioni di sfruttamento a dir poco vergognose. Quel braccio tranciato, si diceva, appoggiato su una cassetta utilizzata per il raccolto. Vergogna.

Purtroppo, Satnam Singh, trentunenne di origine indiana, non ce l’ha fatta, vittima di un grave incidente sul lavoro. Risale allo scorso lunedì pomeriggio l’incidente nel quale il trentunenne era rimasto coinvolto. Un incidente accaduto sul posto di lavoro, in un’azienda agricola di Borgo Santa Maria, praticamente Latina. E’ lì che aveva perso un braccio in un macchinario avvolgiplastica a rullo, trainato da un trattore. Era stato proprio questo pericoloso macchinario a schiacciarlo, arti inferiori compresi.

Invece di essere soccorso, era stato abbandonato davanti alla sua abitazione, si diceva: braccio tranciato, appoggiato su una cassetta usata per la raccolta degli ortaggi. Una volta avvisato, il personale sanitario lo aveva soccorso e trasportato con urgenza in elicottero all’ospedale San Camillo di Roma. Qui, ricoverato in gravi condizioni, Satnam è morto giovedì mattina.

 

 

INTERVIENE LA PROCURA

Facendo seguito alla denuncia della Flai Cgil Latina-Frosinone, la Procura di Latina ha aperto un’inchiesta per lesioni personali colpose, omissione di soccorso e disposizioni in materia di lavoro irregolare.  Attualmente sono in corso le indagini dei Carabinieri per definire, fra le altre cose, la posizione lavorativa e la regolarità sul territorio italiano dell’operaio. Alla Camera è stata avanzata richiesta di una informativa al Ministro del Lavoro, Marina Elvira Calderone, sulla lotta al caporalato e venire a conoscenza di quella che sarà la strategia del Governo per conoscere al più presto i fatti.

Queste le prime indicazioni scaturite dalle prime notizie raccolte, con la solita puntualità dall’agenzia Ansa, nella mattinata di ieri.

Non si fatta attendere una prima nota da parte del Governo, a firma del viceministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Maria Teresa Bellucci. «Apprendo con sgomento – dichiara – della tragica morte del bracciante indiano, Satnam Singh, mutilato da una macchina agricola e abbandonato al suo destino da caporali senza scrupoli; voglio esprimere tutto il mio cordoglio e la vicinanza ai familiari della vittima, per il quale ci eravamo attivati come Ministero, per il tramite di Inail, al fine di garantire ogni cura e supporto necessario. La storia di Singh è la fotografia più cupa di quel pezzo di economia criminale fondata sull’abuso e sullo sfruttamento dei lavoratori più deboli e ricattabili, che dobbiamo sradicare con decisione e senza compromessi. Confido che si faccia al più presto luce sulle responsabilità per questa morte assurda ed evitabile, rinnovando l’impegno del Governo a collaborare con le autorità per fare chiarezza, ma anche attraverso nuove e più incisive azioni predisposte dal Tavolo sul caporalato, insediato al ministero del Lavoro e delle Politiche sociali».

 

 

GOVERNO: «VIOLATI I DIRITTI UMANI»

Al viceministro, fa eco il sindaco di Latina, Matilde Celentano. «Questo episodio rappresenta una violazione dei diritti umani fondamentali, della dignità umana e delle norme inerenti la sicurezza dei lavoratori». «Quanto accaduto – commenta il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca – è sconcertante, crudele e vile: la sicurezza sul lavoro e la lotta al caporalato sono la nostra priorità».

Solo martedì sera, Nino Femiani, giornalista che aveva firmato un servizio per il Resto del Carlino/Quotidiano Nazionale, aveva sentito Laura Hardeep Kaur, segretaria generale Flai Cgil Frosinone Latina. Trentasette anni, indiana di seconda generazione, aveva annunciato per giovedì mattina una iniziativa alla a Terracina, alla presenza di Silvia Guaraldi, segretaria nazionale dei lavoratori dell’agro industria. «All’orrore dell’incidente – dice la sindacalista – si aggiunge il fatto che, invece di essere soccorso, l’agricoltore indiano è stato “smaltito” in prossimità della sua abitazione: il braccio amputato era in una scatola».

 

INDIANA ANCHE LA SINDACALISTA

Come è venuta a conoscenza di quanto accaduto, le chiede il cronista. «Mi ha chiamato un suo compagno, un altro lavoratore indiano che era con lui nel pulmino da nove posti che li portava dai campi di fragole a casa; da queste parti la comunità indiana è numerosissima, ventimila unità, spesso trattate come bestie».

Le chiedono se il lavoratore mutilato, abbandonato e morto ieri per le gravi ferite riportate, fosse in regola. «Figuriamoci – la secca risposta della sindacalista indiana, Laura Hardeep Kaur – lavorava in nero: senza uno straccio di contratto, guadagnava cinque euro all’ora. Da due anni era in attesa dei documenti per mettersi a posto…».

Aiutiamo Hamdi…

Tunisino, ventuno anni, rischia il rimpatrio

Accusato per il furto di un cappotto con il quale ripararsi dal freddo, una sentenza ne dispone il rimpatrio. Repubblica mette al centro del suo giornale il tema dell’inclusione di extracomunitari. Mai rubato quel cappotto, il ragazzo, ancora minorenne fu fermato e poi rilasciato. Dopo un corso con Cannavacciuolo un posto di lavoro accanto a uno chef. Poi un giudice che si pronuncia. Proviamo a riesaminare il caso. Gli avvocati difensori e Baobab Experience, si oppongono

 

Sta per lasciare l’Italia, a meno di una sterzata all’ultimo momento per riesaminare il caso in seguito a fatti nuovi, il povero Hamdi, il ventunenne tunisino, che anni fa non ancora maggiorenne tentò il furto di un cappotto. Aveva freddo.

Un colpo andato a vuoto, e che risale a tempo fa. Nonostante ciò, il ragazzo, pur avendo un posto fisso in un ristorante italiano, potrebbe pagare le conseguenze di quanto accaduto anni addietro a causa di quel mancato furto. La legge è uguale per tutti, si dice. Non è compito nostro porre al centro di un tema così delicato la giustizia, ma evidentemente le ristrettezze cui fa riferimento la sentenza in questione, tiene conto, senza “se” e senza “ma”, dello status di extracomunitario di Hamdi.

Insomma, un sogno spezzato, come scrive Alessandra Ziniti nel suo articolo pubblicato da Repubblica.  Hamdi, arrivato in Italia, con un provvedimento del governo italiano potrebbe essere rimpatriato con l’accusa di “tentato furto”.

 

 

REPUBBLICA RIPRENDE IL CASO

In men che non si dica, scrive il quotidiano diretto da Maurizio Molinari, Hamdi sarebbe passato nel giro di poche ore dalla Scuola di cucina della “Fondazione Barilla” al Cpr di Potenza con un ordine di rimpatrio che potrebbe essere eseguito nei prossimi giorni se il suo ricorso al giudice (sostenuto dall’Associazione Baobab Experience di Roma), non venisse accolto.

“Il giudice – scrive Alessandra Ziniti – ha disposto l’immediato rilascio del giovane tunisino seppure con un decreto che lo invita a lasciare l’Italia in sette giorni perché il suo permesso di soggiorno è scaduto. Gli avvocati, però, hanno già presentato richiesta di protezione internazionale”.

Dopo quella storia, Hamdi aveva messo la testa a partito. Non solo aveva cominciato un percorso di inclusione, ma aveva partecipato a corsi di gastronomia, tanto da avere davanti una carriera da chef. Fra pochi giorni, Hamdi avrebbe iniziato a lavorare in un ristorante importante, dopo aver compiuto un primo incoraggiante percorso, poi uno stage sotto la direzione di Antonino Cannavacciuolo.

Insomma, un sogno che si trasforma in incubo. “Un sogno della sua vita – riprende Repubblica – interrotto bruscamente dall’ordine di rimpatrio per un tentato furto di una giacca commesso a diciotto anni quando, mandato via al compimento della maggiore età dalla comunità che lo accoglieva, rimase per strada d’inverno al freddo”.

 

 

ANDREA E BAOBAB, “NON CI STIAMO!”

Andrea Costa di Baobab Experience, che aveva raggiunto Potenza per sostenere Hamdi, racconta quella prima storia, quella che tutti noi vorremmo cancellare. “Ci stiamo abituando a convivere, per parafrasare Hannah Arendt, con “la banalità del male”: Tolgono la protezione ad Hamdi perché al compimento del diciottesimo anno di età fu buttato in strada dal centro per minori dove lo avevamo fatto accogliere dopo averlo trovato, a sedici anni, durante il Covid, in mezzo a una strada”.

“Aveva freddo – prosegue Costa nel racconto – e provò a rubare una giacca da Zara, furto che non avvenne; per questo motivo lo rinchiudono in un Cpr e, oggi, vogliono rimpatriarlo: nel frattempo, Hamdi, ha studiato, fa teatro, è stato scelto dalla “Fondazione Barilla” per un super corso di cucina a Parma e la settimana prossima avrebbe cominciato a lavorare con uno chef stellato a Rimini…”.

Speriamo di non aver scritto dell’ennesimo sogno infranto. Sarebbe una grave sconfitta, non solo per Hamdi, ma per tutti.

«Questa terra, è la mia terra»

Ernesto Chevanton, la salita, la discesa, la serenità

Calciatore amatissimo nel Salento, dopo aver smesso di giocare al calcio entrò in depressione. «Non vedevo l’ora che arrivasse sera, per mettermi a letto e dormire», dice l’attaccante. «Soffrire, compravo auto, cose costose e inutili, ma nessuno si accorgeva del mio “mal di vivere”»

 

«Dopo il ritiro dal mondo del calcio mi ero sentito solo, non avevo più la voglia di vivere; mi svegliavo la mattina e non vedevo l’ora che fosse sera per tornare a dormire e staccare la spina». Essere un idolo, in una città di provincia, o in una metropoli, uno sportivo amato ovunque, forse cambia poco. Ernesto Chevanton, calciatore uruguaiano che ha indossato la maglia giallorossa con il Lecce, potrebbe spiegarcelo. Con parole sue, di quelle che ti lasciano di stucco. Può un giocatore amato da un popolo calcistico eclissarsi, desiderare che venga subito sera per staccarsi da un mondo che non gli appartiene più e andarsene finalmente a letto? O peggio, staccarsi dal mondo intero? Non solo quello calcistico, che lo ha reso popolare, ma che a quarantatré anni, se potesse, forse cancellerebbe.

Una cosa è certa, Ernesto, amico di tutti qui, in Salento, un giorno ha deciso di restare in quella che sente la sua terra, la sua casa, scacciando finalmente quegli incubi. Pensava addirittura di farla finita, non appena lascò il calcio. Di colpo la gente che lo aveva osannato, applaudito, portato in spalla, era scomparsa, aveva eletto altri calciatori a propri beniamini. E’ la parabola del calcio. Ernesto, ormai, faceva parte del passato, ma non aveva ancora messo in conto che da mattina a sera la sua vita cambiasse radicalmente.

 

 

L’IMPORTANZA DI CHIAMARSI ERNESTO

Ernesto in questi giorni ha compiuto un altro colpo di tacco, uno dei suoi, da fuoriclasse. Ha regalato a Sportweek, settimanale della Gazzetta dello sport, la sua storia. Una storia fatta di gioia e amarezza. Anche il sito calciomercato.com ha ripreso il suo sfogo, una parabola dalla quale tutti, nessuno escluso, possiamo trarre insegnamento.

«Dopo il ritiro – racconta Chevanton – mi ero sentito solo, avvertivo forte il peso di quel macigno rappresentato da un brutto sentimento: non avere più la voglia di vivere; chi mi stava vicino non percepiva segnali inequivocabili, non avvertiva quanto invece soffrissi. Mi svegliavo la mattina e non vedevo l’ora che fosse sera per tornare a dormire e staccare la spina. Ho toccato il fondo, sono stato depresso. Come provavo a combattere la depressione? Compravo auto e altre cose costosissime, quasi volessi farmi del male, finire i soldi e poi, non so… Pensavo che non avrei più visto la luce, invece la campagna mi ha rigenerato. Arrivo qui, nel mio bel pezzo di campagna, stacco il telefono, felice di rimboccarmi le maniche».

Chevanton, la sua vita dopo il ritiro. «Mi sveglio alle prime luci del mattino, qui fa già caldo: vado dal fruttivendolo, faccio un bel “pieno” di frutta e verdura e la porto qui, nella mia terra, per sfamare i miei animali. Ho trovato il terreno per caso; quando l’ho comprato, qui c’era solo una piccola casetta. A due chilometri da qui c’è la villa di Corvino, un’istituzione per il Lecce, è stato lui – grande direttore sportivo – a trascinare il Lecce ai fasti una squadra e un popolo che meritano il palcoscenico della serie A».

 

 

CORVINO, DIRETTORE E INSEGNANTE

Riconoscenza per Corvino, il direttore. «Dopo avermi acquistato dal Danubio Montevideo nel 2001, mi portò a vedere la sua campagna. Rimasi folgorato dalla personalità di un uomo che aveva a che fare con i potenti del calcio internazionale, considerare quel fazzoletto di terra la sua gioia. Quella volta ci pensai a lungo, oggi capisco perfettamente il senso di quell’insegnamento. Spero che un giorno il direttore venga a trovarmi: stavolta sarei io a mostrargli la terra che mi ha salvato».

Ernesto e il Lecce. «Mi sarebbe piaciuto arrivare a un traguardo importante come le cento reti con la stessa squadra, ma gli anni passavano e le nuove esperienze calcistiche bussavano alla porta. Qui mi vogliono bene, un affetto ricambiato. Lecce, nel frattempo, è diventata la città delle mie figlie». Oggi Ernesto Chevanton non è solo un uomo che ama quel fazzoletto di terra e quegli animali che nutre con frutta e ortaggi che il suo amico gli fa trovare ogni mattina. Allena una squadra giovanile. Con la maglia della nazionale uruguaiana ha disputato 22 gare dal 2001 al 2008, mettendo a segno 7 reti e giocando con la Celeste la Copa América del 2001.

Nell’estate del 2001 si trasferisce al Lecce, nella Serie A italiana. Militerà per tre anni nel club giallorosso. Il debutto in Serie A nel 2001: Lecce-Parma (1-1), gara in cui segna il suo primo gol; ruba il pallone al portiere avversario, Sebastien Frey, impegnato in un rinvio dalla sua area.

Vasco Rossi, le prove al Cromie

Il rocker emiliano a Castellaneta

A Nova Yardinia, da anni il suo relax, nella megalocation lo stage per debuttare con il suo nuovo “live” estivo. E quarant’anni fa, un concerto allo Iacovone. Un ricordo indelebile, uno scatto, un abbraccio all’organizzatore e uno alla Ferrari, rosso fiammante

 

«E adesso tocca a me…». Un testo di Vasco per raccontare la sua ultima avventura pugliese, alla vigilia delle prove del suo prossimo tour. Che la Puglia fosse il suo “buen retiro”, un luogo tranquillo e appartato nel quale ritirarsi e riposare, lo sapevamo da anni. Del resto, lo sanno anche i sassi – anche se sarebbe più corretto dire i granelli di sabbia – che il rocker più amato d’Italia da anni soggiorna per le sue vacanze estiva al resort “Nova Yardinia”, a Castellaneta, provincia di Taranto.

Un po’ meno, che il Rossi più famoso del nostro Paese, avesse deciso di fare le prove del suo prossimo tour estivo al Cromie, anche questa struttura a un tiro di schioppo dalla suite Albachiara (così hanno ribattezzato una delle camere del suo albergo preferito). Nei giorni scorsi non è un caso che sia piombata in Puglia una delegazione del Blasco Fan Club, per assistere in anteprima a una parte del concerto che Vasco porterà in tour.

«Immerso nella pineta il Cromie è un luogo perfetto per raggiungere la giusta concentrazione; siamo un po’ isolati, siamo entrati in ritiro, come fanno le squadre di calcio; abbiamo già provato i primi pezzi… E’ sempre splendido, ritrovarsi insieme a fare della musica è una cosa straordinaria!». Parole di Vasco.

 

Foto Carmine La Fratta

 

QUARANT’ANNI FA, STADIO IACOVONE

Forse è il caso di celebrare i quarant’anni dal concerto che Vasco tenne a Taranto, stadio Iacovone. Era il 1984. «Quella notte non ebbi il coraggio di chiedere una foto-ricordo al Blasco – ricorda Antonello Di Maggio, organizzatore di quel concerto memorabile – che prima abbracciò la mia Ferrari rossa fiammante e poi anche me: purtroppo non immortalammo quel momento».

Vasco è stato a Taranto quattro volte, ma il concerto più romantico è quello del 12 agosto 1984, domenica. Antonello, imprenditore e organizzatore di eventi, Chinee e Sonar fra le sue attività, lo ricorda attraverso il suo sito. La documentazione di quel concerto, seguito passo passo dai quotidiani dell’epoca, però non la trova più.

Meriterebbe qualche bacchettata. Perché non si può celebrare un compleanno senza torte e candeline. Di Maggio dice che il plico con ritagli stampa, lo avrebbe consegnato a un esperto di comunicazione perché gli realizzasse un sito-memorabilia. Per farla breve, non circola più niente di tutto quello che descriveva giorno per giorno “la costruzione di un amore”, sviscerato per Vasco.

Unica foto sopravvissuta: Vasco steso a pelle d’orso sul suo “Ferrarino”, proprietà Di Maggio, parcheggiato all’interno dello “Iacovone”. L’artista è di Zocca, Modena, come a dire Maranello, ecco giustificato l’affetto morboso, coitale, per La Rossa.

 

 

FOTO DA PROVINCIALI

Foto da provinciali. Non si può dire lo stesso di quanti una foto con il Blasco, quel giorno, se la sono fatta e, orgogliosi, oggi la espongono in soggiorno, la custodiscono nell’album dei ricordi, o la mostrano su Facebook, con didascalie del tipo «Vasco, grande amico mio!». Non sembra, ma si “acchiappa” anche con queste facezie. Alla faccia di chi i soldi li ha scuciti per regalarsi un sogno. Parentesi. «Antonello, non hai una foto con Vasco?». Chiusa parentesi.

Quello del 12 agosto dell’84 è un concerto vissuto. Esiste un’agenzia centrale e, a cascata, subagenzie che acquistano “tot” date (come dire concerti). L’album “Va bene va bene così”, pubblicato nell’aprile dello stesso anno, è il primo “live” di Vasco. In Italia non amano molto i manufatti con le canzoni ricantate, specie dal vivo, ma il management dell’artista emiliano pensa che sia possibile lo stesso fare un tour. Lo sperano, ma non lo immaginano ancora, che l’artista sotto contratto stia diventando un’icona destinata ad entrare nella leggenda. Pensano: non c’è più l’effetto-sorpresa, il tour dell’anno precedente, “Bollicine”, ha già registrato sold-out ovunque, come vuoi che i ragazzi spendano altri soldi fra album-raccolta e concerto? Il ragionamento: le città italiane sono sempre le stesse, proviamo col bis.

 

ORGANIZZATORI DISPERATI

Le “date”, dopo un momento di incertezza, cominciano ad andare via come il pane. «Accidenti, fossimo “usciti” a cinquanta milioni, avremmo guadagnato il doppio!». Qualcuno prova il colpo d’astuzia: far circolare voce che sarà ridotto il numero di concerti. Lo scopo è quello di far scattare l’asta. Taranto vacilla, Di Maggio ha un contratto e due legali, vince a braccia alzate. I concerti si fanno ovunque. C’è attrito prima del concerto, agenzia centrale e artista sono all’oscuro di certe manovre. Qualcuno chiede un bonus, una sorta di premio-produzione. Dietro le quinte si scatena la tensione, volano gli stracci, ma alla fine tutto va per il verso giusto. Vasco sale, canta e incanta. Con lui la Steve Rogers Band, a quei tempi inseparabile.

Assistiamo alla “prima” del tour, Milano marittima, intervista al volo, scoop del “Corriere”. Finito il concerto, Vasco ha solo due minuti, poi, sudato com’è, lo coprono con un accappatoio e lo portano via, di corsa. Ma tanto basta per registrare due battute storiche. Servono per una bella apertura sul “Corriere del giorno” che, all’evento, dedica anche una locandina.

Non sono tutti dello stesso avviso al giornale cittadino. Come accade ogni tanto, si scatena un acceso dibattito fra redazioni. Tregua armata. Esce la locandina. Nel giro di un paio di anni, il caposervizio, Antonio Bagnardi, era riuscito nell’impresa di svecchiare un settore del giornale. Non era più solo un quotidiano per over trenta, ma anche per ragazzi matti per il rock e il pop. Basti pensare che un anno prima, con la macchina fotografica di Marcello Nitti, altro organizzatore di eventi, c’era chi aveva fotografato Jim Kerr, leader dei Simple Minds, con una copia del “Corriere” stretta fra le mani. Storica.

 

 

CHE DOMENICA BESTIALE…

Un pensiero rivolto a quella domenica. A quei tempi straordinari. E all’articolo, a commento di quel concerto. Bagnardi, coach e motivatore nato, legge l’articolo e commenta: «Siamo il “Corriere del giorno”, mica “Ciao 2001”! L’articolo è incompleto, scritto così va bene a Taranto, come può andare bene a Treviso e, con tutto il rispetto per i veneti, a noi non ce ne frega un beneamato…». Gira la sua Olivetti, la spinge delicatamente sulla scrivania del collega, perché “parli” tarantino. «Scrivi, hai dieci minuti, il giornale è già in stampa…». Non ci resta che inventare, in realtà tutto vero: i cori, la luna inchiodata al cielo, il clima vissuto dai fans di Vasco. Anche una certa emozione del cronista, nonostante lo avesse già conosciuto nel ’79, ai tempi di “Non siamo mica gli americani”. Presentato il suo amico fraterno Gaetano Curreri – raccontava il cronista – che con gli Stadio lo stesso anno aveva tappa a Taranto con Dalla, De Gregori e Ron.

Infine. «Articolo pronto!». E il caposervizio del “Corriere”: «…Oooh, ora è un articolo serio, eccheccavolo!». E un bravo a Carmine La Fratta, ribattezzato per le sue imprese fotografiche “Carmine Clic”.

Il tour di Vasco Rossi: Milano, Stadio Meazza – San Siro: 7, 8, 11, 12, 15, 19 e 20 giugno; Bari, Stadio San Nicola: 25, il 26, il 29 e il 30 giugno.

«Un quotidiano e un caffè, grazie»

Regione Puglia in soccorso delle edicole

Una legge approvata dall’Ente per soccorrere le attività ormai in caduta libera. Un documento approvato all’unanimità. Proposta: “Misure a sostegno della stampa”. «Potranno affiancare alla vendita di quotidiani e periodici anche prodotti alimentari e non alimentari, e “somministrare al pubblico alimenti e bevande”

 

Le edicole diventano chioschi multiservice, c’è il “via libera” della Regione Puglia. Sono in molti a sperarlo, a cominciare dai titolari delle stesse edicole, in numero sempre più basso. Scompaiono come funghi.

Non ci sono più le edicole di una volta. Lo dicono i numeri. Unici a non raccontare questa deriva, strano a dirsi, ma la ragione è facilmente intuibile, i quotidiani, i settimanali, i periodici in genere. Che pure hanno provato a studiare formule virtuose, che aiutassero gli ultimi edicolanti rimasti. Dunque, occorre prendere coscienza che le edicole chiudono perché non si vendono più i giornali di una volta. Colpa dei social, mondo del quale in qualche modo fa parte la stessa stampa, che una notizia la rivoltano come un calzino rendendola già letta il giorno dopo, quando il quotidiano sarà in una delle edicole a qualche centinaio di metri da casa.

Con il passare del tempo, i giornali si sono fatti superare allegramente dai social, da Facebook, dai canale Youtube e Telegram, tanto per fare i primi nomi. Sulle prime pensavano che la rivoluzione prima o poi segnasse il passo, invece, questa, metteva avanti un passo dopo l’altro. I quotidiani, infine, si sono convertiti, ma quando ormai era tardi: tutto compromesso. Nemmeno la corsa ad un’analisi dettagliata del fatto di cronaca porta alla scelta di un giornale, una rivista: una parte della notizia la lancia la stessa testata interessata, una parte la riprendono gli altri siti che depotenziano l’interesse qualsiasi esso fosse.

 

 

SOCCORRETECI O SOCCOMBIAMO

E, allora, una legge per soccorrere sì le edicole, ma anche l’editoria. Un documento ad hoc, è stato approvato all’unanimità. La proposta di legge “Misure a sostegno della stampa e delle edicole”, di cui è primo firmatario il capogruppo de La Puglia Domani, riporta Quinto Potere in un servizio a firma di Raffaele Caruso, e sottoscritta da numerosi altri consiglieri, mira a lanciare un salvagente – si diceva – ad un settore in profonda sofferenza, ultimo anello di una catena, quella editoriale, che sta subendo da anni una crisi strutturale che ha portato ad una brusca contrazione delle vendite di giornali cartacei.

Questa legge, secondo quanto riportato, permetterebbe alle edicole di casa nostra di porre in vendita merce diversa dal solo quotidiano o rivista.  Nello specifico, «le edicole regionali – è scritto – che siano punti vendita esclusivi, potranno affiancare alla vendita di quotidiani e periodici anche “prodotti alimentari e non alimentari”, la vendita tramite apparecchi automatici e “somministrare al pubblico alimenti e bevande”». L’obiettivo, si diceva, sarebbe riuscire a trasformare le tradizionali edicole in chioschi multiservice, con la possibilità, nel rispetto delle vigenti normative degli specifici settori, di associare alla vendita di giornali e riviste altre tipologie commerciali o di servizi.

 

 

DIFFUSIONE QUOTIDIANI E PERIODICI

Nel rispetto dei principi stabiliti dall’articolo 21 della Costituzione, la Regione Puglia disciplinerebbe la diffusione della stampa quotidiana e periodica, garantendo la salvaguardia dei motivi imperativi di interesse generale connessi alla promozione dell’informazione e del pluralismo informativo e il diritto dei cittadini di accedere a un’informazione pluralista. «Il provvedimento – sempre secondo la Regione – si farebbe promotore di una modernizzazione e dello sviluppo tecnologico della filiera distributiva editoriale, anche attraverso la riqualificazione strutturale e tecnologica dei punti vendita».

I punti vendita, fermo restando l’obbligo della vendita di giornali, quotidiani e periodici, assicurando parità di trattamento nella vendita delle pubblicazioni, potranno destinare una parte della superficie alla vendita di prodotti non alimentari, di prodotti alimentari tramite apparecchi automatici.

 

 

ALIMENTI E BEVANDE

Ultima puntualizzazione da parte della Regione e indicata nel servizio di Quinto Potere: «Per la vendita di pastigliaggi confezionati, delle bevande preconfezionate e preimbottigliate, con esclusione del latte e dei suoi derivati e delle bevande alcoliche e superalcoliche, non è richiesto il requisito professionale di cui all’art. 71, comma 6, del d.lgs 59/2010. I punti vendita esclusivi possono svolgere qualsivoglia attività di servizio a favore di soggetti privati e pubblici nel rispetto della normativa vigente».

Come spiegavamo nell’introduzione, tardi i giornali – con particolare riferimento ai quotidiani – si sono accorti che i social stavano mietendo vittime, minando non solo l’informazione, ma posti di lavoro ed attività. L’augurio che rivolgiamo alle numerose testate giornalistiche, cartacee e online, è quello che la legge promossa dalla nostra Regione, sia giunta in tempo. E che la chiusura della stalla abbia una volta tanto impedito che i buoi scappassero, irrimediabilmente.

«Robo, vieni qui!»

Robert Fico, premier slovacco, vittima di un attentato

Un settantunenne gli ha sparato contro tre, quattro colpi di arma da fuoco. Avrebbe potuto procurargli nemici la sua posizione contro l’invio di armi all’Ucraina e la sua proposta di apertura al dialogo con la Federazione Russa. Intanto le prime immagini ci riportano indietro di più di quarant’anni. Quando un folle scaricò sette colpi di arma da fuoco contro Ronald Reagan

 

«Robo, vieni qui!», così un folle omicida prima di scatenare la sua furia omicida, si è rivolto a Robert Fico, il premier slovacco vittima di un attentato mercoledì. Le agenzie informano, a caldo, che il politico sarebbe stato condotto d’urgenza in sala operatoria e starebbe lottando fra la vita e la morte. Fico è stato raggiunto da tre spari all’uscita da una riunione del governo. Nonostante le fasi concitate l’aggressore, un settantunenne, sarebbe stato subito bloccato da passanti e da forze di sicurezza per essere poi condotto in carcere. Secondo prime ricostruzioni, Fico sarebbe stato colpito all’addome, al petto e ad un arto da almeno tre, quattro colpi d’arma da fuoco. L’attentatore pare si nascondesse tra la folla radunata davanti all’edificio nel quale il primo ministro stava parlando.

Al momento pare sia ancora difficile stabilire con certezza se ci siano dei mandanti dell’attentato. Sarebbe, invece, fuori discussione che la posizione di Fico contro l’invio di armi all’Ucraina e la sua apertura al dialogo con la Federazione Russa, gli possano aver procurato diversi nemici.

 

 

ERA IL 1981…

Intanto le immagini che sono cominciate a circolare, ci hanno riportato indietro di quarant’anni. Anche più. Era il 30 marzo del 1981, infatti. Quando, mentre il presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, all’uscita si accingeva a salutare una folla di simpatizzanti, un folle scaricò sette colpi di arma da fuoco al politico americano. Sembrava di essere dentro la sceneggiatura di un film, “Tax driver” ci viene da pensare, anche perché l’attentatore, uno squilibrato, era innamorato di Jodie Foster, protagonista insieme con Robe De Niro del film diretto da Martin Scorsese.

Torniamo alla cronaca. «Fico, vittima di un attentato, è stato trasportato in elicottero a Banská Bystrica, perché il trasporto a Bratislava richiederebbe troppo tempo a causa della necessità di un intervento urgente: a decidere saranno le prossime ore». Riporta un aggiornamento postato sulla pagina Facebook dello stesso premier slovacco e rilanciato dai media di tutto il mondo.

«Robo, vieni qui!», dicevamo. E’ quanto avrebbe urlato a Fico l’aggressore prima di fare fuoco. Contro l’autore dell’insano gesto sarebbe stato avviato un procedimento penale per tentato omicidio con l’aggravante della premeditazione.

«Condanniamo fermamente questo atto di violenza. Confidiamo in una sollecita ripresa del premier e, allo stesso tempo, invitiamo tutti i politici ad astenersi da qualsiasi dichiarazione e azione che possa contribuire ad aumentare le tensioni», ha detto a giornalisti il leader dell’opposizione, Michal Simecka.

 

 

UN BAVAGLIO ALLA TV?

E’ bene ricordare, a proposito di tensioni, che in Slovacchia in questi giorni sta montando la protesta contro la proposta di legge del governo che avrebbe lo scopo di abolire l’emittente pubblica del Paese (Radio e Televisione della Slovacchia) per sostituirla un nuovo ente di informazione (Slovacchia Televisione e Radio), una mossa – secondo l’opposizione – che potrebbe dare al governo un maggiore controllo sui media.

«Ho parlato con Fico – ha dichiarato Peter Pellegrini, presidente slovacco – e spero che nei prossimi giorni possa assumere decisioni». «Quello di ieri è stato un tentato omicidio premeditato, non un incidente; lo scontro politico ha portato fino a un tentato omicidio», ha dichiarato il ministro della Difesa, Robert Kalinak. «Un omicidio politicamente motivato: l’aggressore è un “lupo solitario”, non fa parte di movimenti politici ma era insoddisfatto dell’esito delle elezioni», ha infine aggiunto il ministro dell’Interno slovacco, Matus Sutaj Estok.

«Durante la notte, fra mercoledì e giovedì, i medici dell’ospedale Roosvelt a Banska Bystrica, sono riusciti a stabilizzare lo stato del paziente; a breve intraprenderanno altri passi per il suo recupero», ha riportato Kalinak in dichiarazioni ai cronisti davanti all’ospedale. Fico è stato operato per cinque ore, poi trasferito in un reparto di terapia intensiva.

Riondino, orgoglio tarantino

“Palazzina Laf”, tre David di Donatello

Miglior attore, Miglior attore non protagonista (Elio Germano), canzone originale (Diodato). Contro ogni pronostico, un film di spessore, in barba a chi di nomination ne aveva avute una ventina. Successo per “Io Capitano”. Le parole dei protagonisti, il pensiero rivolto alla città. I complimenti del sindaco anche al regista Giacomo Abruzzese (due nomination)

 

“Palazzina Laf”, il film scritto, diretto e interpretato da Michele Riondino, fa man bassa ai 69esimi David di Donatello. Alla vigilia della manifestazione cinematografica, il film ambientato a Taranto e ispirato a quel “monumento alla sopraffazione umana”, ubicato all’interno dell’ex Ilva, era dato come outsider. Tipo: «ha studiato, sì, ma difficile che porti a casa statuette». Troppo impegnato, secondo qualcuno, non avrebbe fatto grandi incassi. I film-denuncia, specie in Italia, non sbigliettano. Riondino, invece, ha avuto ragione di tutti. Caparbio – “cocciuto”, per usare una sfumatura locale – è riuscito, invece, a registrare incassi significativi, e ad interessare, come gli altri due film vincitori, “Io capitano” (Matteo Garrone) e “C’è ancora un domani” (Paola Cortellesi), pubblico e critica.

“Palazzina Laf”, acronimo di Laminatoio a freddo, uno dei reparti dell’ex Ilva, film dal forte impianto civile, ambientato a Taranto nel 1997, ottiene le statuette per il Miglior attore protagonista (lo stesso Riondino), per l’Attore non protagonista (Elio Germano), per la Canzone originale a Diodato che, non è un caso, dedica il premio alla sua terra “…e a Taranto, una città che soffre”.

 

 

RIONDINO, IMPEGNO CIVILE

Proviamo ad assegnare un quarto David a Michele Riondino, da anni impegnato nel civile. Quello della coerenza. Di cose ne ha fatte, tante, ha perfino accettato di fare il Giovane Montalbano, prodotto apparentemente di cassetta. Qualcuno lo aspettava al varco: troppo forte e imponente l’immagine di Luca Zingaretti, per sostenere il confronto degli ascolti con un “prequel”. Invece, Riondino, rastrella ascolti e simpatia. Dà profondità, ma anche leggerezza al personaggio inventato da Camilleri. Mette da parte risorse che gli serviranno per far fonte ad un’altra sua idea, anche stavolta apparentemente bislacca: un Primo Maggio targato Taranto, per celebrare i lavoratori di una fabbrica che ha seminato morte e veleni, tanto all’interno della stessa industria, quanto in città e dintorni.

Il Primo Maggio tarantino, per la seconda volta bagnato dalla pioggia (meno rispetto ad un’altra edizione), ha funzionato meglio dell’originale programmato in Rai, con mezzi e rimborsi a go-go. Riondino-Convenzioni 2-0. Palla al centro.

Torniamo a “Palazzina Laf”. D’accordo, ha vinto “Io capitano” di Matteo Garrone, sette statuette tra cui miglior film, miglior regia; il film con più candidature, “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi, di statuette ne vince sei, fra queste: attrice protagonista, miglior sceneggiatura originale, miglior esordio alla regia.

 

 

UNA GRANDE EMPATIA

Elio Germano, Miglior attore non protagonista per “Palazzina Laf”, ha rilasciato, fra le altre, la seguente dichiarazione: «Non possiamo fare a meno di lottare, io e Riondino, questo è un film molto attuale che parla di lavoro, tema che sembra dimenticato oggi dal cinema, e di Taranto violentata dal profitto: tante sono le persone che ci hanno raccontato le loro “Palazzine Laf”».

Diodato, vincitore del David di Donatello per la categoria miglior canzone originale (“La mia terra”). «Ringrazio – ha detto il cantautore, già vincitore di un Festival di Sanremo –  la mia famiglia; lo scorso anno ero qui con mia madre ed è a lei e a tutta la mia famiglia che dedico questo premio; lo dedico anche alla mia terra, a Taranto, città che soffre, ma che continua a mostrare bellezza, a tutti i tarantini quelli che hanno lottato e non ci sono più».

Infine il plauso del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci a nome dell’intera Amministrazione comunale e della città. «Il più sincero plauso all’attore Michele Riondino e al cantautore Antonio Diodato per il prestigioso riconoscimento ricevuto ai David di Donatello per il film “Palazzina Laf”. Identico elogio anche al regista Giacomo Abbruzzese, tarantino anche lui, con il suo “Disco Boy” che ricevuto due nomination».