«Riti virtuali…»

Settimana santa, il rito della “lavanda” un anno fa

Appena un anno fa l’invito ai nostri ragazzi. L’entusiasmo di Samuel, le parole di dom Antonio Perrella dell’Ordine Monastico ecumenico Cristiana fraternitas. Venerdì 10 aprile lo stesso abate tratterà su facebook il tema “Tutti sotto la stessa croce”. «L’impegno di Costruiamo Insieme, che fa sentire i ragazzi venuti dall’Africa meno ospiti e più italiani…».

A poco più di una settimana dalla Santa Pasqua, ci viene in mente lo scorso anno. Samuel, trentadue anni, nigeriano, fede cristiana, accetta la partecipazione ad uno dei riti che precedono la Settimana Santa. I Sacri riti, a Taranto, hanno un peso specifico che nessun’altra città italiana possiede. In Europa condivide il primato con la sola Siviglia. Anche lì dal Giovedì santo in poi, la città si ferma in una accorata preghiera. C’è chi studia, lavora, risiede all’estero, al Nord, in altri comuni italiani. E fa di tutto per stare in quei giorni nella sua Taranto.

Quest’anno, come risaputo, per una volta, i rituali che anticipano, vivono e posticipano la Settimana santa, saranno virtuali. Mai accaduto che questi, i Sacri riti, si svolgessero mediante i social, attraverso internet, i canali televisivi, ma senza fedeli. Sua santità, papa Francesco, già la scorsa settimana aveva impartito “Urbi et orbi” una speciale benedizione, in una piazza San Pietro completamente vuota. Una pioggia sottile, aveva bagnato le parole del Santo padre che si era rivolto non solo alla comunità cattolica, ma a tutti i fedeli, di tutte le religioni per pregare affinché fosse scongiurato il pericolo del Covid-19, il coronavirus che ha seminato vittime e segregato in casa milioni di persone.

Un anno fa, Samuel, ospite del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”. Don Marco Gerardo, parroco della chiesa del Carmine di piazza Giovanni XXIII di Taranto, ospite dei nostri studi per rilasciare un’intervista proprio sui Riti della Settimana santa a Taranto, ci mette in contatto con dom Antonio Perrella, abate dell’Ordine monastico ecumenico Cristiana fraternitas. Ci accoglierà nella Chiesa anglicana a Taranto che ha sede alle porte della città, a pochi passi dall’ex ospedale “Testa”, in contrada Rondinella. «Vorrebbe officiare la lavanda dei piedi – spiega don Marco – e vorrebbe invitare uno dei nostri fratelli neri, ospiti di un Centro di accoglienza, sareste disposti ad accettare l’invito?».

«I DIVERSI SIAMO NOI!»

«Volentieri – accetta Samuel, il giorno dopo – mi sento lusingato di prendere parte al rito della Lavanda dei piedi, come nostro Signore fece il Giovedì santo con i suoi dodici apostoli prima di essere arrestato dai soldati su indicazione dei sommi sacerdoti: sono cristiano e prego sempre, almeno una volta al giorno». Conosce il Vangelo, Samuel, la sua partecipazione al rito cristiano sarà totale. Frate Antonio fa giungere all’oggi trentaduenne nigeriano, il motivo dell’invito. «Samuel, i diversi siamo noi – spiega l’abate – che, purtroppo, ancora oggi abbiamo stupidi pregiudizi, quando invece ragazzi come te, si stanno integrando nella nostra società con grande impegno, grazie anche all’ausilio di cooperative che, come Costruiamo Insieme, fanno accoglienza in modo professionale, così da far sentire i ragazzi venuti dall’Africa meno ospiti e più italiani…».

Samuel prima di sfilarsi una scarpa e un calzino, per sottoporsi al rito della lavanda, racconta brevemente la sua storia. «Sono venuto via dalla mia Nigeria e dai miei affetti più cari – racconta – in seguito a contrasti familiari diventati sempre più feroci: in un terreno di proprietà della mia famiglia, avevamo trovato del petrolio; al solo sentire il profumo di quella che sarebbe diventata una fortuna per noi, ecco che arrivarono nostri parenti: pretesero prima una fetta di quel terreno, poi tutto per intero, con atti di forza e violenza; in Nigeria, purtroppo, funziona così…».

In Nigeria ha lasciato papà, tre fratelli e due sorelle. La mamma non c’è più. «Furono loro – ricorda Samuel con un velo di tristezza – a dirmi di fuggire: meglio sapermi lontano e vivo, che non vicino ma non più in vita; scappai, mi imbarcai; era il 30 aprile di tre anni fa: un viaggio breve, una imbarcazione di fortuna, a bordo con una trentina di ragazzi: in mare alle quattro del mattino, poche ore un peschereccio ci avvista e ci segnala a una nave che ci carica a bordo per lasciarci in Sicilia: dopo quattro giorni, a Taranto, dove spero di restarci a vita, a meno che qualcuno non mi offra un corso e un lavoro da elettrauto, da operaio di infissi, imbianchino, qualsiasi cosa, in un’altra città».

«SENTITE SAMUEL…»

Frate Antonio prende la parola. «Avete sentito Samuel – spiega ai fedeli riuniti in preghiera – un ragazzo educato, di sani principi e una grande voglia di trovare una sistemazione in Italia, un Paese ospitale, che sa accogliere a braccia aperte chiunque invochi aiuto: ci attiveremo tutti insieme per trovare un lavoro, seppure saltuario, a un giovane che sentiamo già parte della comunità».

Samuel che lo scorso anno ancora non parlava perfettamente l’italiano, ma nel frattempo ha compiuto passi da gigante, ringrazia. Viene invitato a leggere un passo di una lettura. Vorrebbe declinare l’invito, ma affianca lo stesso frate Antonio che gli fa da suggeritore quando occorre. Il ragazzo nigeriano va avanti speditamente, raccoglie i sorrisi e i complimenti di tutti. Poi la funzione religiosa, la lavanda dei piedi. Dom Antonio, presiede la celebrazione capitolare ecumenica in occasione della Pasqua con il segno della lavanda dei piedi. Samuel, uno dei fratelli al quale l’abate, lava e bacia i piedi. «Samuel è uno dei nostri fratelli – conclude l’abate – è entrato di diritto nel Monastero ecumenico, sarà nostro gradito ospite tutte le volte che vorrà per pregare il Signore, anche in compagnia dei fratelli che condividono con lui il dolore della fuga e la gioia di avere trovato un Centro di accoglienza e una comunità cristiana aperta a chiunque voglia fare una esperienza di spiritualità inclusiva».

Intanto, quest’anno in occasione del Venerdì Santo, ci fa sapere dom Antonio Perrella, il prossimo 10 aprile alle 20.30 in diretta dalla pagina facebook (Christiana Fraternitas Comunità d’ispirazione monastica benedettina) lo stesso abate tratterà il tema “Tutti sotto la stessa croce”, Percorso meditativo sulla Passione di Cristo.

 

«Nostalgia canaglia»

Artigiano, un titolo di studio, Mbaye si racconta

«Fa brutti scherzi. Mio padre è rimasto a casa, io una volta in viaggio non mi sono più voltato. Sei mesi a piedi, poi un imbarco, finalmente l’Italia. Non ho corso pericoli, l’ho scampata bella»

«Mi sento artigiano a tempo pieno, ogni volta che mi viene richiesta dimostro la mia professionalità, nella speranza di trovare un impegno più costante». Mbaye, ventisette anni, arrivato in Italia poco più di due anni fa, ha le idee chiare sul suo futuro. «Ammesso che me lo facciano fare – dice sorridendo – perché, alla fine non sono così rigido: l’importante è trovare un buon lavoro; certo, il mio titolo di studio – diploma da artigiano – aiuterebbe, ma sono nelle mani di chiunque voglia darmi un’occasione».

Giunge dal Senegal, Mbaye, fede musulmana, un francese impeccabile, un italiano in via di perfezionamento. Racconta del suo viaggio, che non è stato proprio poi tutto questo incubo come quello raccontato da suoi connazionali o “fratelli” provenienti da altri Paesi africani. «Certo, anche io ho vissuto alla giornata, ma per fortuna non sono passato dalle mani di gente senza scrupoli». Il riferimento è a milizie e asma boys, giovani criminali che, secondo qualcuno, godono di una certa protezione. «Fanno il lavoro sporco al posto di altri – spiega Mbaye – tutti elementi poco raccomandabili, non hanno molte idee che gli frullano per la testa: tutto passa attraverso un modo di operare violento, di solito manifestato con un’arma puntata contro la faccia o un colpo rifilato ovunque capiti con il calcio di un fucile; non si accontentano degli spiccioli, vogliono soldi, tanti, altrimenti sono guai: io sono passato indenne da queste torture, ma molti amici e conoscenti con cui ho parlato, mi hanno raccontato cose da pazzi…».

PERICOLO SCAMPATO

Mbaye, pericolo scampato. «Parto dal mio Senegal: mio padre superati i settant’anni, aveva anticipato a me e al resto della famiglia, che lui sarebbe rimasto volentieri a casa; non gli andava di mettersi in viaggio per cercare un posto dove stare meglio; fosse venuto via, secondo me, avrebbe corso il rischio di rimetterci la pelle: la nostalgia fa brutti scherzi; anche io ne soffro, ma quando ho salutato lui, mamma e il resto della famiglia, me ne sono subito fatto una ragione: fossi venuto via, almeno per qualche anno, non mi sarei guardato indietro, proprio per non avere la tentazione di tornare sui miei passi; potevo ritenermi fortunato per come fosse andato il passaggio obbligato dal mio Senegal alla Libia, prima dell’imbarco per l’Italia».

E’ sincero il ventisettenne senegalese, non fa giri di parole quando confessa viaggio e ambizioni. «Non avevo una meta precisa, diciamo che non pensavo a fermarmi in Italia: nella testa avevo, comunque, l’Europa, il suo Nord, Francia, Germania, Inghilterra, non so; una volta attraversato il Mediterraneo mi sarei fermato dove avrei trovato il clima più ospitale, la possibilità di lavorare».

Il motivo che ha spinto Mabaye a lasciare il suo Paese. «Un diverbio più acceso con il mio capo, lui che organizzava il mio lavoro e quello degli altri; le ore di lavoro si moltiplicavano, i soldi diminuivano: chiedere il motivo di tutto questo e il perché ci facessero spezzare la schiena per pochi denari, non era bene accetto; non abbiamo chi tutela salute e posto di lavoro, non esiste democrazia in queste cose, vale la legge del più forte: “Mbaye, da domani trovati un altro lavoro, qui non ci servi più!”. Non abbiamo i sindacati, così dovetti raccogliere le mie cose e andare via e comunicare alla mia famiglia l’allontanamento dal posto in cui sgobbavo».

«TOGLI IL DISTURBO…»

Nonostante un titolo di studio, non c’era altra strada. «Quando manchi di rispetto a un capo, non ti resta che fartene una ragione: sei fuori dal mercato del lavoro, almeno nella tua città non ti prende più nessuno, è come se avessi una malattia contagiosa…Il mio diploma di artigiano serviva a ben poco, mi toccava andare a fabbricare sedie e tavolini, fare riparazione altrove, lì non c’era più spazio per me…».

«Tanto valeva andarsene dal Senegal – riprende Mbaye – quella non era più vita, vero che il mio Paese andava riprendendosi dalla crisi economica, ma i benefici il popolo proprio non li avvertiva, per noi il benessere restava sulla carta, ancora un miraggio; salutati i miei cari, gambe in spalle cominciai a camminare senza mai voltarmi, il mio obiettivo era la Libia, dove mi sarei imbarcato per l’Europa: mi fermavo in qualche villaggio, mi offrivo per fare lavoretti, aggiustare sedie, tavoli, armadi, divanetti, per un piatto di pasta e qualche spicciolo; poi riprendevo il viaggio, a piedi: un giorno eravamo una decina, disposti in fila indiana, uno dietro l’altro, un altro giorno una ventina; cambiavano i compagni di viaggio, ma l’obiettivo restava l’imbarco…».

Nessun contrattempo in un viaggio durato sei mesi, scongiurato il pericolo di milizie e ragazzi terribili. «Ci imbarcammo in più di novanta, un gommone piccolo, stavamo tutti raccolti in pochi metri, l’unica cosa che ci dava coraggio era la possibilità che avremmo incontrato qualche nave che ci avrebbe raccolti e accompagnati sulla terraferma, possibilmente non daccapo in Libia; in lontananza vedemmo una nave militare italiana, ci sbracciammo, ci avvistarono e vennero incontro: ci offrirono vestiti puliti e cibo, io che non vedevo il pane da giorni, fu il pranzo più bello della mia vita; arrivammo in Sicilia, io fui indirizzato a Taranto, Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, da quel momento per me cominciò tutta un’altra vita, in meglio naturalmente».

«Vi serve aiuto?»

Amir, trent’anni, la sua storia fa il giro d’Italia

Curdo-iracheno, abita a Taranto, al Borgo. Un cartello all’ingresso di tre supermercati e un post su facebook. «Avete bisogno della spesa, di medicinali, di altre commissioni? Chiamatemi, ma non voglio soldi: sono riconoscente a questa città e alla sua gente»

«Amo questa città: mi ha restituito a nuova vita, le sono molto riconoscente e, allora, sono a sua disposizione; meglio: a disposizione di quanti hanno bisogno di aiuto e non hanno accanto qualcuno che sbrighi per loro anche una qualsiasi commissione». Un messaggio “social” più o meno simile, e Amir, curdo-iracheno, trent’anni, manifesta la sua disponibilità stare accanto a chiunque avesse bisogno di aiuto a titolo completamente gratuito. Parte così la sua storia in un momento di grande emergenza del nostro Paese, l’Italia, afflitto da uno sciagurato virus che è già costato la vita a migliaia di italiani e messo in quarantena tanta gente. Specie gli anziani, fascia debole e più esposta di altre alle infezioni del Covid-19, come viene chiamato questo sciagurato coronavirus.

Amir, dunque. Non solo social. «Ho scritto e stampato, con tanto di numero di cellulare, un cartello poi affisso all’ingresso di tre supermercati: telefonatemi o inviatemi anche un semplice messaggio, sarò io a contattarvi».

Non solo altruista. «Voglio proseguire negli studi – dice – poi possibilmente affermarmi in un lavoro che amo, la cucina». Non aspira a fare lo chef in uno di quei tanti programmi televisivi, ma i suoi compagni, ragazzi che ha conosciuto nella “sua” Taranto, assicurano che non ha nulla da invidiare alle star televisive che giudicano le pietanze di partecipanti a coocking-show. «Lui indossa tassativamente cappellino e guanti, adesso al tempo del coronavirus, anche la mascherina per proteggere se stesso e le pietanze, sempre invitanti che lui prepara a getto continuo».

E BRAVO, AMIR!

Bravo Amir, giunto a Taranto cinque anni fa. Da allora, fra un lavoro e un lavoretto, qualche impegno che non lo allontanasse troppo dal suo primo obiettivo: lo studio. «Frequento il biennio di italiano – racconta fra un post e l’altro, lui che è molto “social” – per accedere al terzo anno di scuola media superiore per prendermi un diploma che mi schiuda le porte verso uno dei miei principali obiettivi: la cucina!».

«Cuoco!», che bella parola, avrebbe esclamato il grande Totò. Del resto, il Principe de Curtis, protagonista di “Miseria e nobiltà” uno dei film più divertenti della storia del nostro cinema, asseriva che la cucina era il suo “posto di combattimento” preferito. E Amir, che è un ragazzo sveglio e impegnato, vuole raggiungere il suo scopo con il massimo impegno, tanto che sul suo profilo facebook presenta speso le sue creazioni gastronomiche nella collana “Il mio piatto”.

Tolto studio e passione, ecco la sua disponibilità. Abita al Borgo, nel centro cittadino di Taranto e allora, ecco che tornano utili i social usati in modo ragionato. Posta uno dei suoi messaggi. «Con il coronavirus in circolazione, molti preferiscono restare a casa, specie i più anziani: offro la mia disponibilità per farvi la spesa a titolo gratuito: se volete questo mio modesto aiuto, contattatemi telefonicamente o inviatemi un messaggio».

PRIMA TELEFONATA, DUE ANZIANI

Pare che i primi a rispondere al suo invito siano stati due novantenni. A dispetto della loro età, i due anziani, sono stati più veloci di altri a contattare Amir. «Era una settimana non riuscivano ad avere latte speciale fornito dalla farmacia ospedaliera: per compiere questa prima commissione ho dovuto attraversare a piedi per un bel tratto la città, ma alla fine ce l’ho fatta, i miei primi due amici tarantini bisognosi solo di un po’ più di attenzione, hanno avuto quanto richiesto”. A piedi, Amir. Non ha un’auto, anche se adesso dispone di una bicicletta. “Me la presta un’amica – dice – non appena venuta a conoscenza di questa mia nuova missione per Taranto, non ha battuto ciglio, ed eccomi qua…».

Ora Amir studia, la testa sui libri. Quando sarà finita l’emergenza dovrà dare gli esami. Nel frattempo si stacca dai testi, va ai fornelli, prepara piatti italiani e orientali. Lo stesso fa con i dolci. Sta diventando uno chef con i controfiocchi. Poi ecco le telefonate e i messaggi. Non sa dire “no”, trova sempre le parole giuste per fissare un orario, un appuntamento. «Tengo fede alla mia disponibilità – dice Amir – quella data sui social e con i cartelli all’ingresso dei supermercati: chi ha bisogno di me, chiami pure, non solo per i medicinali, ma anche per la spesa; ma attenzione, non voglio mance: vale quello che ho detto all’inizio, lo faccio a titolo gratuito, amo Taranto e la sua gente, gli sono riconoscente, è stata fondamentale nell’avermi aiutato a rimettermi in corsa e darmi l’occasione della vita, studiare e costruirmi un futuro».

«Come Ulisse…»

Spinto con forza su un gommone e legato

Bengalese, venti anni, Murad fu convinto con un atto di forza a salire a bordo di una imbarcazione di fortuna. In realtà tre amici gli avevano riservato una grossa sorpresa. «Non sapevo nuotare, non avevo mai visto il mare: appena vidi il porto di Taranto, piansi di commozione»

«Legato e lanciato come un sacco di patate su una imbarcazione». Sorride, oggi, Murad, venti anni, bengalese. Un episodio solo in apparenza violento, lui, oggetto del lancio su quel gommone, non finirà mai di ringraziare chi lo ha convinto non proprio con le buone, quel giorno a salire a bordo. «Ora o mai più mi sono detto – spiega nel dettaglio il giovane arrivato in Italia e quasi subito impegnato in un primo lavoro part-time in un supermercato – e così non ho neppure provato un po’ a scendere da bordo».

Cominciamo dalla fine, Murad. «Lavoravo a Tripoli, in Libia, in una stazione di servizio: mi occupavo di fare il pieno di benzina e lavare parabrezza alle auto, e se a qualcuno andava a genio, anche la pulizia completa del mezzo; non ricevevo uno stipendio, ma solo pranzo e cena, “leggeri” a dire il vero: insomma, non c’era da stare allegri, ma a me tutto sommato stava bene così, ero appena arrivato in Libia dal mio Bangladesh e non era il caso di fare capricci, anzi non ci pensavo proprio!».

La rimozione «di peso» dal posto di lavoro. «Quando mi capitava – prosegue Murad – parlavo dei miei sogni con il titolare della stazione di servizio: lui mi ascoltava e non diceva nulla, quando un bel giorno – anche quella volta senza pronunciare una sola parola – arrivò in auto alla stazione di servizio con due suoi amici; insieme mi invitarono con tono bonario a salire a bordo e non fare storie: mi rasserenai, non sapevo quali fossero le loro intenzioni, di sicuro doveva essere una sorpresa; in quei momenti ti balenano mille pensieri: pensi, finalmente, a una cena completa; a incontrare un connazionale, un parente; cose così. Furono bravi a mantenere il segreto fino a quando non arrivammo al porto di Tripoli…».

«MAI VISTO IL MARE!»

C’è un particolare. «Chiamiamolo particolare – raccontò Murad – non avevo mai visto il mare e non sapevo nuotare: può bastare? Non era il caso di fare capricci, i tre erano risoluti, mi legarono quasi, perché la smettessi con quel piagnistei, e mi spinsero a bordo del gommone: bene, non finirò mai di ringraziarli, quel giorno è stato uno dei più importanti della mia vita, perché al mio vissuto ho impresso una svolta; stavo viaggiando verso l’Italia, il mare faceva impressione, ma dal momento in cui lasciai il mio Paese a oggi, quello di venire in Italia, era stato uno dei miei primi obiettivi».

E adesso, passo indietro. «Ero nel mio villaggio, mio padre sofferente, non più adatto a compiere lavori di fatica; mia madre senza lavoro, ad assistere i suoi tre figli, io il più grande; gli altri due, all’epoca, avevano dieci e sei anni: fossi andato via sarei stato intanto una bocca in meno da sfamare e lì, in Bangladesh, la vita è un dramma; mio padre, mia madre e un mio zio, avevano già pensato a come aiutarmi: messi insieme i soldi per un biglietto aereo per Tripoli, mi imbarcai per la Libia».

«CHE GRANDE SORPRESA!»

La fortuna a cui alludeva Murad. «Arrivato sul suolo libico non andai a finire nelle grinfie di milizie civili o gruppi più o meno paramilitari che ti catturano, ti picchiano e ti spogliano dei soldi: io denaro non avrei avuto comunque, ma mi andò bene, chiesi a una stazione di servizio se avessero voluto una mano in cambio del minimo indispensabile: un angolo dove dormire e da mangiare; mi andò bene, fino al giorno della sorpresa, quando titolare e i suoi due amici vennero a trovarmi nella stazione di servizio, avevo appena finito il mio turno di lavoro: “Murad, devi venire con noi!”, mi dissero, chiesi il perché e mi rassicurarono subito, “Tranquillo, non ti picchiamo, anzi vuoi scommettere che alla fine ci ringrazierai?”; mi avevano pagato il viaggio su quel gommone, mi sentivo come Ulisse incatenato all’albero di una nave, anche se quella sulla quale ero salito era una modesta “bagnarola”: non dovevo resistere al richiamo delle sirene, come accade al protagonista dell’Odissea, ma avevo una paura matta di quella grande distesa di acqua davanti ai miei occhi».

L’arrivo in Italia. «Sentii sulla testa il rumore di un elicottero della Marina italiana: ci fecero capire di stare tranquilli, perché di lì a poco, una nave, militare e italiana anche questa, ci avrebbe presi a bordo per accompagnarci in Italia: non nascondo che alla visione del porto mi scapparono lacrime di gioia, pensavo ai miei genitori, i miei fratelli e quei tre amici che mi avevano riservato quella grande sorpresa!».

Lo sbarco direttamente a Taranto. «E subito al Centro di accoglienza  “Costruiamo Insieme”: gran bella sensazione; volevo imparare al più presto l’italiano; non ci misi tanto, anzi ci misi davvero poco, tanto che cominciai a girare per la città in cerca di lavoro: documenti a posto e contratto part-time con un supermercato cittadino; cominciavo a sognare: se avessi messo diecimila euro insieme, li avrei spediti ai miei genitori perché comprassero finalmente una casa tutta per loro».

«Sono Rex, risolvo problemi»

Nigeriano, trentasette anni, fuga, Libia e Italia

«Costruisco e riparo motori. Sogno di riunirmi con moglie e figlio, Gloria e Kingsley. Il mio chiodo fisso: l’italiano, volevo impararlo in fretta. Corso di alfabetizzazione a “Costruiamo Insieme” e primo titolo di studio italiano!»

Una cosa ci aveva colpiti nella prima chiacchierata con Rex: la sua voglia di imparare in fretta. Non solo l’italiano. Lui, nigeriano, trentasette anni, fede cattolica, moglie e figlio, Gloria e Kingsley, rimasti nel Paese di origine, aveva voglia di fare tanto altro ancora. «Mi piacerebbe trovare lavoro e dignità – ci ripeteva – due cose che nella mia Nigeria in molti hanno dimenticato: imparare l’italiano, trovare un lavoro, farmi raggiungere da mia moglie e mio figlio, nel frattempo cresciuto, diventato – come dite da queste parti – un ometto, qualcosa che sta fra il ragazzo maturo e l’uomo di esperienza; bene, io immagino così il mio Kingsley…».

Una delle cose buffe che faceva Rex, davanti a noi, mentre facevamo due passi in centro, a Taranto, era una sorta di corsa ad ostacoli con l’italiano. Non aveva davanti un giornale o un libro di alfabetizzazione, un corso svolto a “Costruiamo Insieme”, bene, senza porre tempo in mezzo, il trentasettenne nigeriano leggeva le insegne delle attività commerciali. Tu gli chiedevi se avesse voluto un caffè, lui quasi non ti sentisse, rispondeva con «Abbigliamento, profumeria, ottico, supermercato, casa del disco, casa del rasoio… ». Non si fermava un attimo, se non lo mettevi davanti a cose fatte e, con garbo, lo facevi voltare dalla parte giusta. «Rex, sai cosa è scritto su quell’insegna, vero?». E lui, studente appassionato di libri e lettura; «Bar…caffè!». Eccolo servito. Anche mentre sorseggia il “benedetto” caffè trova l’occasione per bisbigliare qualcosa. «Zucchero, canna, pasticceria…lìstino!». Sull’ultimo sostantivo scivola sull’accento, ma avrà tempo per imparare bene l’italiano. Potessimo parlare noi così bene il suo inglese, la lingua ufficiale della sua Nigeria.

MOTORI E MOTORINI…

«Il mio Paese, sempre nel cuore – ci ha ripetuto più volte Rex – come si fa a dimenticare le radici, lì ci ho lasciato cuore e anima: avevo papà, mamma e sei fratelli, abitavamo insieme, una famiglia patriarcale la nostra; mio padre, che adesso non c’è più, mi aveva trasmesso la voglia di spendermi per la famiglia, lavorare da mattina a sera, compiere mille sacrifici perché i “miei” – mia moglie Gloria e mio figlio Kingsley – fossero orgogliosi di me».

Due lavori in un solo giorno. «Io e mio padre avevamo un’auto, piccolo investimento del mio genitore, giravamo per la città imbarcando sul mezzo quanti sarebbero dovuto venire con noi nei campi, perché tutte le mattine ci toccava raccogliere qualsiasi cosa, dalla frutta agli ortaggi; al ritorno, stesso giro, tutti a casa, noi che avevamo accompagnato i colleghi dei campi nelle rispettive abitazioni, andavamo a dormire più tardi di tutti i passeggeri…».

Non solo tassista, contadino, Rex è anche un uomo pieno di risorse. «Ho sempre amato il lavoro di meccanico – spiega – sono molto bravo a realizzare sistemi meccanici, motori piccoli e grandi; motori e motorini – non quelli a due ruote, puntualizza – ma per pompe idrauliche, tanto per fare un esempio: nel mio Paese sono importanti, intanto perché in molte case non hanno l’acqua corrente, lo stesso contadini e proprietari di terreni per coltivare qualsiasi cosa; anche questi devono lavorare e dare lavoro, far fruttare la loro terra e raccoglierne i frutti; in Italia è diverso, non avete problemi idrici…».

Quasi si dispiace Rex. Più per non essere utile alla causa, ma poco importa, considerando che è un uomo dalle mille risorse. «Lo scopo principale è trovare un lavoro e riabbracciare mia moglie e mio figlio, farli venire in Italia, far compiere loro il mio stesso percorso di apprendimento».

Rex ha rimosso certe cose, vorrebbe non parlarne, ma fa come il gambero – mima i passi indietro – torna sui momenti più brutti vissuti proprio nella sua Nigeria e, successivamente, in Libia, dove ha dovuto finanziarsi il viaggio in mare con otto mesi di lavoro, anche stavolta nei campi. «Un giorno ero in un bar – ricorda – con dei miei amici, si parlava del più e del meno, magari anche di sport, certamente non di politica: in una normale ricognizione in giro per la città, si fermò un convoglio di soldati; forse qualcuno aveva fatto loro una telefonata anonima, chissà, fatto sta che in quel locale quei militari erano piombati in modo violento: armi in pugno ci avevano rovistati, per vedere se avevamo pistole o coltelli; non erano soddisfatti, ci spinsero su un camion e ci condussero in caserma, di lì a poco fummo processati su due piedi e tradotti in carcere: ci avevano inflitto una pena di tre anni perché – stando alla loro tesi – in quel bar ci eravamo riuniti per rovesciare il governo!».

SCONTO DELLA PENA

Non tre anni, ma due. «Sconto della pena – ricorda Rex – per buona condotta; non avevamo studiato alcun piano, ci avevano condannati e alla fine dovevamo dire “grazie” per non averci tenuti lì ancora un anno…». La Libia. «A quel punto rischiavo di diventare matto – le sue conclusioni – non era più il caso di restare in Nigeria, così salutai la mia famiglia e mi allontanai: mi fermai del tempo in Niger, per poi spingermi in Libia, anche se l’obiettivo grosso era l’Italia, il mio pensiero era rivolto al vostro Paese».

Libia, una tristezza. «Non era più quel Paese di cui si diceva un gran bene, ma solo il passaggio obbligatorio per arrivare in Italia: un panino per ogni giorno di lavoro, metà a pranzo e metà a sera, nient’altro; quel panino ce lo pagavamo con giornate nei campi, lo stesso il fitto di un locale nel quale ci ammassavano per poi farci uscire il mattino seguente per spezzarci ancora la schiena raccogliendo frutta e ortaggi».

Dopo otto lunghi mesi, la libertà. «I nostri carcerieri pensarono che quell’attività fosse stata sufficiente – prendevano denaro dai proprietari dei terreni – per lasciarci andare via: ci imbarcammo in una settantina, fummo raccolti da una nave mercantile spagnola di passaggio che, a sua volta, ci consegnò a una nave militare italiana. Catania, un lungo viaggio in autobus, finalmente Taranto, “Costruiamo Insieme”, un primo corso di alfabetizzazione e il mio primo titolo di studio sul suolo italiano!».

«Il mio italiano…»

Soulemane, guineano, la sua “lingua”

«Ho imparato prima il linguaggio del corpo, poi la vostra lingua». E mima colazione, panino, mare, fermata d’autobus. «I miei genitori, a malincuore, mi hanno spinto lontano dal mio Paese, ma non sono fuggito solo dalla Guinea, sono scappato via anche dalla Libia…»

«Non chiedetemi se un giorno mi sentirò sereno: difficile, avendo provato per colazione, pranzo e cena solo botte», dice Soulemane, ragazzone guineano che non abbassa lo sguardo, accenna appena un sorriso. Anche questo suo modo di relazionarsi, mandare in avanscoperta il suo sorriso, come a dire “amico!”, gli costerà caro nel suo Paese e altrove. Non in Italia. I gesti, il sorriso, gli italiani. Impara in fretta la comunicazione, il ventiquattrenne guineano. «Gli italiani gesticolano e tanto – spiega, rispolverando un sorriso che per lungo tempo ha tenuto, spento, in un angolo dell’anima – ma capisci dal tono della voce che per te, come per chiunque, nutrono rispetto: me ne sono accorto appena dopo qualche settimana che ero arrivato in Italia, due anni fa; mi parlano piano, alzano il tono della voce, scandiscono bene le parole, come se fossi un alunno di scuola elementare: è bello tutto questo, ti danno l’impressione che fino a quando non li avrai compresi, ti ripeteranno il concetto e sempre con tanta pazienza: tono lento e voce alta e, soprattutto, a gesti; questa la prima cosa che ho imparato e adottato: gesticolare aiuta, così mano a mano che facevo progressi nel mio italiano – conosco il francese, la lingua ufficiale del mio Paese, ma anche dialetti arabi – imparavo il linguaggio dei gesti…».

Sorride, Soulemane. Finalmente. Ci dà l’impressione che non voglia fare un passo indietro nel suo passato. Quasi che prenda tempo. E, allora, comunicazione per comunicazione, gli concediamo il racconto che ha nella testa. «Non conoscendo una sola parola di italiano – riprende – ho imparato subito decine di gesti, che è un po’ come imparare un’altra lingua, ma più velocemente: chiedere dove è possibile fare colazione, mangiare un panino, andare a mare, dov’è la fermata di un bus…». Muove mani e braccia, ci insegna gesti dei quali avevamo perso traccia. E’ vero, per chiedere dove sia il mare, basta mimare una “nuotata stile libero”. Ce lo facciamo ripetere, è adorabile Soulemane. Ha pazienza. Quel modo di gesticolare, è il suo esperanto, la cosiddetta lingua artificiale fatta di poche centinaia di espressioni.

VIENI DALL’ITALIA…

«Quando ho imparato l’italiano tutto mi è sembrato più semplice – confessa – ma ormai non riesco più a fare a meno di accompagnarmi con i gesti: sono sicuro, se un giorno incontrassi connazionali o fratelli africani, capirebbero dal modo di parlare da come mi accompagno con mani e braccia, che sono stato in Italia».

Bene, dell’accoglienza e del suo inserimento, a furia di segni, percorso favorito anche dalla cooperativa “Costruiamo Insieme”, ha parlato. Ora deve raccontarci un pezzo della sua storia. Non fa piacere trasformare un sorriso in una espressione seria, corrucciata, ma serve a tutti ricordare. E’, forse, il sistema per guardare al futuro in modo più sereno, come a dire che il peggio è passato. «Vengo dalla Guinea – racconta Soulemane – un Paese dove insiste un conflitto fra quella parte che i fondamentalisti chiamano “parte sana” della Guinea e il resto della popolazione: la razza pura sono i guineani, gli altri sono “gli altri”. E basta solo questo perché scatti la presunta offesa, e a questa faccia seguito il pestaggio. Ne so qualcosa io, che alla fine sono stato invitato dai miei genitori a fuggire via: ogni giorno tornavo a casa pieno di ferite e sporco di sangue».

Militari e milizie, civili con armi in pugno che fanno il lavoro sporco. «Non puoi alzare lo sguardo, che ti circondano. E con un pretesto qualsiasi ti provocano e cominciano a picchiarti fino a quando non vedono il sangue: colpito con il calcio di una pistola o di un fucile; i miliziani circolano sempre armati, fucile a tracolla e pistola infilata nella cintura dei pantaloni, ti accerchiano e te le danno di santa ragione: i guineani “puri” – anche io sono orgogliosamente guineano, ma non come intendono loro… – assistono allo spettacolo, “gli altri” scappano via, tante volte a seguire toccasse anche a loro».

ADDIO A MAMMA E PAPA’

Papà e mamma spingono Soulemane alla fuga. «Meglio saperti lontano con un sorriso e con la voglia di vivere, e non tenerti qui, dolorante e addolorato, una continua maschera di sangue!», gli dicono. E io, a malincuore, scappo. Arrivo in Libia, dove pensavo che qualcosa fosse cambiato rispetto alla Guinea, invece no: circondato e picchiato ancora, otto mesi prigioniero in un campo, solita richiesta: denaro. Secondo loro, chi scappa deve averne o può farselo spedire dai familiari per pagare il suo riscatto, la sua libertà; nove mesi di inferno, non sapevo quanto durasse la reclusione, ero scappato dalla minaccia di una pallottola nella schiena e lì, in Libia, rischiavo di fare la stessa fine: un pasto al giorno, non sapevamo cosa fosse una minestra, solo pane e acqua, nient’altro».

Con alcuni miei compagni fuggii, un viaggio in mare e finalmente l’Italia. «Il sorriso della gente, una stretta di mano, una pacca su una spalla, come se avessi compiuto un atto eroico: in realtà potrebbe essere considerato una resa, ma non è così; lasciare genitori, familiari e amici lì, non mi ha fatto e non mi farà mai stare bene; da solo, però, non avrei mai potuto fare rivoluzioni, così sono fuggito due volte: prima dalla Guinea, dalla Libia. Finalmente l’Italia, il significato di serenità e il rispetto, due cose che hanno un valore senza prezzo!».

«Ricomincio da me»

La storia di Moustafa, da un dramma all’altro

«Una volta in Italia ho ripreso a vivere. Ho perso mio padre per un male incurabile, mamma e un fratellino sono rimasti lì. Facevo il fattorino, poi un brutto incidente stradale: il mio datore è morto, io sono rimasto ferito a una gamba. Studio, ho conseguito la terza media e conto di fare il meccanico o il carrozziere»

«Voglio fare il carrozziere, non sono bravo? Guarda!». Moustafa, poco più di venti anni, nato in Costa d’Avorio, mostra orgoglioso un video che ha fatto in tempo a riportare sul suo cellulare. «Prima di partire dal mio Paese e compiere un viaggio fra mille contrattempi, ho fatto anche il meccanico e il carrozziere: le due cose, dalle mie parti, vanno di pari passo». Il ragazzo ivoriano spiega il suo lavoro accompagnandosi con un gesto tutto italiano, mima infatti con le due mani due piedi uno accanto all’altro. Moustafa impara in fretta, la fretta gliel’ha data la vita. Ha imparato anche a vedere il mezzo bicchiere pieno sempre, nonostante una disgrazia fra le altre, perché sono almeno due gli episodi che segneranno la sua vita. «Mio padre è morto di tumore, quello che in Italia – altra cosa triste che ho imparato – chiamate “Male incurabile”; in Costa d’Avorio è rimasta mia madre che nel frattempo si è risposata, e un fratellino che studia con quei pochi soldi che riesco a mandargli».

Non è l’unica cosa che segna la vita di Moustafa. Andiamo per ordine, cosa faceva in Costa. «Il fattorino – spiega – non lavoravo in albergo, ma era qualcosa di simile allargato su vasta scala”. Si aiuta ancora a gesti, prova a spiegarci che la cosa aveva proporzioni diverse, e ci riesce perfettamente. “Il mio compito insieme al mio datore di lavoro era molto semplice, accoglievamo i turisti e ritiravamo i bagagli, li imbarcavamo e facevamo viaggi lunghi anche cento chilometri: i mezzi di locomozione dalle mie parti non sono sempre il massimo dell’efficienza e, a dirla tutta, a noi andava bene così, quello era il lavoro che ci dava da mangiare».

UN SORRISO SPENTO

Sorride poco, nemmeno quando proviamo a farci capire in un francese scolastico, lui che parla bene anche quella lingua, riusciamo a strappargli una risata. E’ però più sereno rispetto alle prime battute del racconto. Ma si incupisce Moustafa, lo abbiamo detto, la sua giovane vita ha subito più di qualche dramma. Non solo la perdita del papà. «Quando tutto sembrava filare liscio – riprende il racconto della sua vita – ecco un’altra tegola, pesante come un macigno: io e il mio titolare siamo vittime di un brutto incidente stradale, lui, poverino, muore sul colpo, io me la cavo, anche se mi porto dietro i segni di quell’altra brutta storia. Vengo soccorso, mi portano in un presidio sanitario, con una gamba in condizioni veramente disastrose, tanto che zoppico vistosamente; pronto soccorso, ospedale e clinica non fa molta differenza, per noi è la stessa cosa, è sempre un presidio sanitario: vengo soccorso, sottoposto a una operazione e riportato a letto, senza nemmeno avere il tempo di fare una rieducazione alla mia gamba ferita, una volta in piedi vengo accompagnato all’uscita: un modo elegante per dire che il loro lavoro, quello di operarmi e rimettermi in piedi, era finito lì».

E’ così, caro Moustafa. Ecco giustificata la mancanza di sorriso, anche se una volta presa un po’ di confidenza si rilassa. Si lascia perfino fotografare. «Non gioco più al calcio – dice, ma stavolta senza un velo di tristezza, e una ragione c’è, la trova subito – ma è il meno che potesse accadermi: non ho più mio padre, nell’incidente d’auto ho perso il mio titolare e a me poteva andare peggio, il giocare al calcio è solo un dettaglio: poi non ero quella che si dice “una promessa”; certo, a uno come me che ha cominciato a correre fin da piccolo, l’uso della gamba mi tornava utile, ma me ne farò una ragione: ricomincio daccapo».

DA UNA “COSTA” ALL’ALTRA

La Costa d’Avorio per Moustafa diventa un luogo dal quale andare via. «Non c’era lavoro – riprende – il governo nel frattempo aveva adottato politiche xenofobe: a discrezione di qualcuno tu potevi essere considerato ivoriano al cento per cento, per altri al contrario, non degno di appartenere al popolo eletto diventavi un perseguitato; non c’era altro da fare che andare via, scappare, ecco la necessità di avere l’uso delle gambe».

Prima di fuggire, meccanico e carrozziere. «Imparo in fretta – rivela – il lavoro e io ci inseguiamo, amo lavorare e, in particolare, lavorare sulle auto: da fattorino, nonostante la mia giovane età, conducevo il mezzo sul quale accompagnavo i turisti; ho imparato subito a guidare, poi ad appassionarmi al motore e tutto quello che c’era intorno, così mi sono ancora una volta rimboccato le maniche, ma non c’è stato tempo per mettere a punto tutte le auto che avrei voluto rigenerare, sono scappato via dalla Costa d’Avorio».

Di palo in frasca. «Arrivato in Libia sono stato circondato e gettato insieme con connazionali e altri fratelli africani in un capannone: un solo pasto al giorno e acqua salina da bere, qualcosa di vomitevole; e per quelle cosacce dovevamo accudire animali da cortile, tagliavamo erbacce e li sfamavamo: scappare, non potevamo farlo, poi nelle condizioni in cui ero io, con una gambia malconcia…». Prendevano botte ai fianchi, ma alla fine Moustafa ce l’ha fatta. «Non potevano tenerci in eterno lì, pochi soldi e abbiamo pagato un viaggio sul solito gommone: avvistati in alto mare da una nave italiana siamo stati accolti a bordo e accompagnati a Trapani: da lì a Taranto, nel Centro di accoglienza di “Costruiamo Insieme”, la mia terza media e, ora, studio ancora per conseguire un attestato da meccanico-carrozziere…».

Come in un film

Billy, un eroe dei nostri tempi

Fosse stato americano, Eastwood ne avrebbe fatto una biografia per il cinema. Guineano, naufrago, salva prima un gambiano, poi si mette in salvo. «Quanti dispersi in mare, solo urla, un ragazzo stava affogando, gli detti il mio “salvagente”. Ci siamo rivisti e riabbracciati»

Quella di Billy è una storia che vanno direttamente sul piccolo o il grande schermo. La storia che ci racconta, vera, come le sue lacrime che gli rigarono il viso la prima volta che ci racconto quel dramma, sarebbe stato uno di quei soggetti cari al cinema hollywoodiano, alla Clint Eastwood per intenderci. Uno di quei film – ne ha dirette tante di biografie il cinque volte Oscar negli anni – nei quali il dramma si unisce al fattore umano e il protagonista, per scelta divina, diventa un eroe. Negli stati Uniti, Billy, guineano di fede musulmana, poco più di venti anni, sarebbe stato ricevuto dal Presidente degli Stati Uniti per essere insignito con il più alto riconoscimento previsto in quel Paese. La storia, infatti, è di quelle serie. C’è un prima, sofferto; un durante, di lacrime e sangue; un dopo, un lieto fine da incorniciare.

«Lascia a malincuore la mia terra – racconta Billy – motivi legati al lavoro e alle continue vessazioni cui molti di noi, io ero fra questi, venivano trattati come bestie, perseguitati. La storia non cambierà del tutto nemmeno quando troverò prima un lavoro da muratore, per mettere insieme una modesta cifra e pagarmi il viaggio a bordo di un gommone, poi quando gli eventi mi riporteranno sulla costa libica, con il pericolo concreto che finissi – io e i miei compagni di viaggio – nelle mani dei militari o miliziani: lì non è del tutto chiara la storia, vedi gente armata in divisa, di tutto punto, altri con addosso abbigliamento paramilitare, con un’arma in pugno; una cosa è certa, che se non hai denaro sufficiente nelle tasche puoi prenderle di santa ragione: io denaro non ne avevo e, allora, prendevo bastonate: sulla schiena, ai fianchi, ovunque capitasse e facesse davvero male; non c’era un orario, facevano come quel giorno gli diceva la testa, poveri noi…».

Una storia nella storia. «Mi imbarcai con il mio connazionale Thierno – ricorda Billy – lui sì che era una persona straordinaria, come facevi a non andare d’accordo con lui? Non faceva altro che parlarmi di suo figlio, il piccolo Mamadou, rimasto in Guinea insieme con la mamma: quel piccolo, il suo orgoglio; lo scopo di quel viaggio portare con sé, un giorno, moglie e figlio. Un gommone, che avrebbe potuto prendere a bordo non più di ottanta di noi e, invece, eravamo il doppio: centosessanta, fratello più, fratello meno; io accanto a Thierno, lui accanto a me, parlavamo e quando non lo facevamo, ci intendevamo lo stesso con un cenno della testa o un sorriso».

Centosessanta a bordo di quel gommone, comunque troppo piccolo per tenere tutti a bordo. Billy non sa dare una spiegazione, non è un perito che possa stabilire quale sia stata la causa di quell’incidente. «Viaggiamo di notte, mare aperto, non vola una mosca, sento solo gente che scambia parole sottovoce, poi il silenzio – lungo o breve, non ricordo, al contrario di quello che invece sta per accadere – rotto da uno scoppio: probabilmente dovuto a un foro provocato da non so cosa; so solo che sento urla a non finire, perdo subito il contatto con Thierno, e disperazione che contagia altra disperazione: c’è chi fa due bracciate e poi scompare, ingoiato dalle onde del mare; qualcuno è più pratico, ma cominciano quasi subito a mancargli le forze. È buio, ci perdiamo a vista d’occhio, l’unico contatto è la voce con la quale uno consola l’altro; ma siamo sempre meno, alla fine saranno centotrenta a non farcela: di loro nessuna traccia, nessun notiziario ne ha parlato; centotrenta anime sparite in pochi minuti. Io ero salvo, aggrappato a un barile che faceva da galleggiante; ricordo un morso, un male tremendo, era Ibrahim, gambiano, un ragazzo in preda alla disperazione, non sapeva nuotare, ne aveva per poco e, allora, provava ad aggrapparsi a qualsiasi cosa, soprattutto alla speranza: fu allora che gli cedetti il barile al quale tenersi forte, io sapevo nuotare e avrei provato in qualche modo a cavarmela, anche se le forze di cui disponevo ancora, non erano eterne».

Centotrenta dispersi. Così si chiamano i morti non accertati nei Paesi cosiddetti civili: centotrenta anime. «Fra i superstiti non c’era più Thierno, era svanito insieme con il suo sogno: un pescatore, Allah lo protegga, alle prime luci dell’alba ci vide in lontananza, ci venne incontro e ci portò a riva, sulle coste libiche. Dovevo ripartire, lo feci due mesi dopo: a settembre di tre anni fa era accaduta la tragedia, poche decine di giorni dopo volevo andarmene, prendere il mare aperto e arrivare in Italia; così feci, tratti in salvo da una nave e condotti a Catania, da dove poi fummo indirizzati a Taranto: ospite della cooperativa “Costruiamo Insieme”, sono poi diventato uno della famiglia».

Il pensiero rivolto a Thierno e il suo Mamadou, la mamma del piccolo, e Ibrahim, che aveva salvato e mi aveva stretto in un lungo abbraccio una volta arrivati in salvo. «Mia sorella Fanta – conclude Billy – rimasta in Guinea a studiare per diventare ostetrica; prima col pocket money, poi con il lavoro di operatore con la cooperativa, l’ho aiutata nello studio; ho aiutato anche Mamadou e sua madre, che con quei pochi soldi che sono riuscito a mandarle ha cominciato a lavorare nei mercati e fatto studiare il figliolo; restava in sospeso Ibrahim che il Cielo ha voluto incontrassi proprio in città: anche lui era arrivato in Italia, con un viaggio successivo; non sto a dire l’emozione nell’incontrarlo e i pianti che ci siamo fatti, un abbraccio lunghissimo. E chi si staccava più!».

Billy, il significato della sua storia. «Allah nel suo disegno divino mi ha salvato la vita, io da quel momento avevo il compito di aiutare chiunque, a costo di rimetterci la pelle: è quello che farò: aiutare ed amare il prossimo e difenderlo a costo della vita che mi è stata risparmiata».

«Qui, la mia famiglia»

Bengalese, Mdhelal sogna un futuro italiano

«Quindici anni di sofferenza. In giro per mezza Europa, Grecia, Francia, Italia. Sogno di tornare in Bangladesh per riabbracciare mia madre. Non ho più papà, né mio fratello, ammazzato da una banda di malfattori, né mia sorella, rapita anni fa…»

Mdhelal, bengalese, musulmano, trent’anni, la metà vissuti pericolosamente. Ha assistito a un brutto film, quello della sua vita, fatta di lacrime, tante, e sangue, di più di tanto.

«Ho girato mezza Europa – racconta – sono stato prima in India, in Grecia e in Francia, prima di arrivare qualche anno fa, quattro, cinque, in Italia, entrare in un Centro di accoglienza, “Costruiamo Insieme” e trovare amici e lavoro, compagni straordinari e impegnarmi in un caseificio: da quel momento quella è stata la mia famiglia».

Lo dice a malincuore. Nell’animo un grande dolore, una storia tutta da raccontare. Sembra un film, dicevamo, uno di quelli firmati da una generazione di registi che ci ha raccontato la mafia attraverso quei “bravi ragazzi”, che bravi non erano. Bravi, inteso come autori di bravate. Bravi, come quei ceffi di manzoniana memoria, al soldo di don Rodrigo. «Parlo di famiglia – riprende Mdhelal – la cosa può far sorridere, ma ho fretta di costruirmene una, anche solo nella mia mente, perché quella che avevo in Bangladesh è come se non ce l’avessi più: mi è rimasta mia madre, che sento ogni tanto, con un filo di voce, come se aspettasse il momento di spegnersi e questo, io, non lo voglio; ha il cuore orientato verso l’Italia, sa che io sono qua e sto provando a costruirmi un futuro; non è semplice, ma ci sto provando con tutte le mie forze; non è facile, ma almeno sai che per male che vada, nessuno ti pianterà un colpo di pistola nella schiena».

Ecco Mdhelal che sgrana nomi come grani di un rosario, uno per volta. Di mamma ha detto. Non ancora del papà. «Non c’è più – racconta il trentenne bengalese – affetto da una brutta malattia che forse, e sottolineo forse, avendo qualche possibilità economica in più, poteva essere combattuta: da noi, in Bangladesh, è così, non abbiamo molte risorse, ma abbiamo tutti una gran voglia di lavorare, onestamente…».

LAVORARE “PULITO”

Gli occhi tristi, il ricordo va a poco meno di venti anni fa. «Onestamente – dice – abbiamo sempre cercato di lavorare, affrontare il duro lavoro nei campi, pur di poter campare in modo pulito; ma la sola voglia di spezzarsi la schiena, evidentemente, non era servita a mio padre: non avevamo soldi da parte per curarlo e lui era stato il primo a farne le spese».

Una sporca soluzione. «Mio fratello Dulal, diciassette anni appena, il più grande di tre figli, voleva dare una svolta, più che a se stesso, alla nostra famiglia: non voleva che patissimo fame e povertà, così un giorno incontrò certe persone, gentaglia, che gli promisero “un lavoro di tutto rispetto” e che a differenza di quello nei campi, lo avrebbe reso felice».

Una trappola per il giovane Dulal. «Capì l’antifona – prosegue Mdhelal – solo quando gli fecero fare un giuramento, una specie di iniziazione; fu un momento, capì che era entrato in un gioco più grande di lui, sporco, quando gli misero in mano una rivoltella: “Con questa, a costo della vita, difenderai i tuoi e i nostri interessi!”, gli dissero; era entrato in quella che loro chiamano “famiglia” e dalla quale, una volta entrato, non puoi più uscirne».

Cosa doveva fare Dulal. «Sorvegliare la linea di confine fra India e Bangladesh, mentre gli altri trafficavano in droga, hashish: lì la legge è molto severa, gli scontri con i militari – di una dell’altra parte, sia chiaro – sono all’ordine del giorno, l’unico sistema per assicurare ai boss un guadagno facile, è una rete di collaboratori che eseguano ciecamente gli ordini: mio fratello era una pedina utile, ma sostanzialmente insignificante, quella pistola era stata la sua condanna, morire in un conflitto a fuoco per proteggere se stesso e i suoi “compagni”, oppure gettarla e correre, scappare, senza voltarsi più; la sua coscienza aveva bussato più volte, lo aveva detto anche in famiglia che non era per lui fare la sentinella per una banda di malviventi: il suo stato d’animo non era sfuggito nemmeno ai suoi capi che un giorno, tremendo, vollero mettere un punto esclamativo alla sua storia».

NON UNA, MA DUE CONDANNE

Non c’era stato verso di allontanarsi. «Avevamo chiesto un incontro con il suo capo – ricorda – niente da fare, mio fratello sarebbe stato di esempio per gli altri; una notte vennero a svegliarci, avevano trovato il corpo di mio fratello, “giustiziato” con un colpo di pistola alla schiena, attirato in una trappola: ci portarono sul luogo del delitto per lo straziante riconoscimento».

A proposito di militari. «Un amico di famiglia, un militare, ci disse di denunciare quella banda di assassini e trafficanti di droga, la polizia ci avrebbe protetti: denuncia, arresto, scarcerazione dei malviventi dietro una lauta cauzione nel giro di qualche giorno; una notte si presentarono in non so quanti, penetrarono in casa e picchiarono me e mia madre, rapirono mia sorella Nearon della quale non abbiamo saputo più nulla, fine di una famiglia…».

Ora prova a guardare avanti, Mdhelal. «Ma non ho abbandonato del tutto l’idea di tornare un giorno a casa mia, provare a restare lì o, se proprio non esistono più le condizioni, portare con me mia madre: questi sono i miei due sogni, una famiglia e ricambiare l’affetto e i sacrifici di mia madre per far crescere me e quei miei due fratelli che non ho più; la famiglia, quella sul posto di lavoro, l’ho trovata, ora mi tocca realizzare il sogno numero due!». Accenna il numero, due dita, sembra un segno di vittoria: “V”. Lui, un primo risultato, l’ha conseguito; accarezzare un secondo grande sogno non è vietato. Sarebbe bello lo realizzasse con l’aiuto di tutti i suoi amici, quelli veri, che ricambiano quotidianamente il suo affetto: «E’ un grande lavoratore!», dicono di Mdhelal. Lavoratore dal cuore grande, ma segnato da un dolore difficile da dimenticare.

«Non scappo più!»

Uno storiaccia ripresa per noi, ma lieto fine

«Mi è toccato fuggire dal mio Paese dove era in atto un conflitto civile. Elezioni sovvertite da un governo militare. Colpi di arma da fuoco, ho visto cadere sotto i miei occhi miei colleghi e fratelli africani usati come bersaglio mobile. Arrivato a Taranto, ospite di una struttura poco…ospitale e, finalmente, “Costruiamo Insieme” e un’occupazione»

«Brutta storia la guerra, dovessi scrivere un libro non saprei nemmeno da che parte cominciare». Ndoli, uno di noi, ivoriano, in fuga dalla sua Costa d’Avorio, dove è stato sovvertito il voto popolare, si racconta daccapo per noi. In realtà non sa da che parte cominciare raccontarsi. Oggi è felice, sorride spesso, ma capita che quella sua espressione, incoraggiante per molti di noi, si spenga dopo qualche istante. «Ricordi difficili da cancellare – spiega – tornano in ogni momento alla mia memoria: un governo democratico che diventa regime; rappresaglie, prigionia, torture e armi, colpi di pistola e di fucile, esplosi da miliziani e poi ragazzini: il bersaglio è sempre uno, un fratello che non ne può più di essere puntualmente sopraffatto, trattato come fosse una bestia e, alla fine, ammazzato».

Ndoli, però, oggi lavora con “Costruiamo Insieme”. Ordinato, puntuale. Da buon militare ha portato sul posto di lavoro un certo rigore. «Ci sono regole da rispettare, per il bene di tutti – dice, per non essere frainteso – vivere insieme, che sia un Centro di accoglienza o un altro tipo di struttura con altra gente, ti porta ad essere misurato, ma a fare in modo che tutti, tu per primo, tengano sempre a mente che esiste un regolamento e che non si può fare di testa propria: gli orari, che sia la sveglia o la colazione, piuttosto che il pranzo, sono uguali per tutti, ma detto questo fra noi tutti, operatori e ospiti – il clima è sempre idilliaco».

Come volevasi dimostrare. Dal sorriso contagioso, passa ad una fronte aggrottata, si fa serio, contagia anche il suo nuovo stato d’animo. «Tutti fanno sogni – dice Ndoli – anche a me, ai miei fratelli africani capita, forse una quota più bassa rispetto ad altri, la percentuale più alta che ci tocca, invece, è quella degli incubi: ora succede sempre meno, ma c’è stato un periodo in cui mi svegliavo di soprassalto, qualche istante prima mi era passato di mente un pezzo della mia vita, come fosse un brutto film: la persecuzione, l’arresto, la reclusione, le torture, la fuga; e poi miei colleghi militari trucidati sotto i miei occhi, lo stesso ragazzi a cui avevano detto di scappare per fare da bersaglio mobile agli spari di un fucile, solo per misurare chi ha una mira migliore!».

UN INCUBO TIRA L’ALTRO

Durante il sonno, Ndoli, come ad altri ragazzi, capita di sentire un colpo esploso da un’arma da fuoco. Per fortuna è solo un incubo, ma il cuore batte forte, meglio un sorso d’acqua per farsi passare una paura che non andrà mai via. «Mio padre e mia madre non ci sono più – racconta l’operatore della cooperativa – si sono ammalati, uno dietro l’altro, in casa non avevamo le risorse per curarli, così si sono spenti, lasciando sette figli al loro destino: tre fratelli e tre sorelle, che ho lasciato perché non ce la facevo più; anche la divisa che indossavo non aveva più valore: c’erano le votazioni per scegliere il nuovo presidente e come altri militari sorvegliavo che tutto andasse nel modo più giusto; lo spoglio indicò un presidente e un voto democratico, ma evidentemente altri non la pensavano allo stesso modo: il paese si spaccò in due e scoppio la guerra civile».

Brutta cosa doversi difendere dalla tua stessa gente che nel frattempo ha scelto altro.   «Con questi occhi ho visto morire sette miei colleghi, tutti militari, uno dietro l’altro: uccisi dal fuoco della guerra civile». Vivere nel terrore. E non solo in Costa. «In Libia – prosegue Ndoli –  prima di imbarcarmi, ho visto due ragazzi anche loro in fuga – come me – verso la libertà essere ammazzati, come se la loro vita contasse meno che zero…».

«GRAZIE IMRAM!»

Poi torna a parlare di sé. «Sono riconoscente a Imram – spiega – un amico pakistano: eravamo ospiti in un albergo non lontano dalla città, io e altri che erano con me, ci meravigliavamo di come godessimo scarsa considerazione: i gestori di quella struttura che avrebbe dovuto ospitarci, ci trascuravamo; sia chiaro, non volevamo che in ogni momento ci fosse una festa, ma almeno assicurarci il minimo: pulizia e alimentazione, per esempio; per non parlare del pocket money, quella cifra che ognuno di noi avrebbe dovuto avere a fine mese». Poi il passaggio a “Costruiamo Insieme”. «Non solo, anche un lavoro: per questo non finirò mai di ringraziare quel mio amico che si è impegnato per me e mi ha fatto conoscere “Costruiamo Insieme”».

Voglia di tornare dd Abidjan, capitale della Costa d’Avorio, dove Ndoli ha vissuto a lungo. «Vorrei tanto tornare da fratelli e sorelle – riprende – ho una voglia matta di riabbracciarli, ma la situazione lì, non è delle migliori: mi auguro che prima o poi qualcosa, in meglio, accada».

Nel frattempo Ndoli resta qui, lavora, si è riappropriato di una certa serenità. «Non corro più, anzi, è meglio dire che non scappo più: è questa, per me è la gioia più grande».

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