«E adesso “Lavoriamo”!»

Giancarlo, quarantacinque anni, operatore, racconta la sua esperienza

«Dopo “Costruiamo”, il passaggio successivo: gettate le basi, su le maniche…». Le attività e i progetti ricreativi. «Che soddisfazione vedere a teatro i nostri ragazzi spegnere il cellulare…»

Giancarlo, tarantino, quarantacinque anni, da tre con “Costruiamo Insieme”, è uno dei volti più popolari fra gli operatori della cooperativa. E’ l’autore della documentazione “a tutto selfie” sui ragazzi del Centro di accoglienza ospiti a teatro, per esempio. E non solo, quella dei “ragazzi a teatro” è solo una delle diverse iniziative fortemente volute da presidente e direttore di “Costruiamo Insieme”. Di mezzo c’è anche il calcio, quello giocato, a Talsano – con una squadra di operatori che si è fatta onore rispetto ad altre società con alle spalle molta più esperienza di Sillah e compagni – e quello a cui, sempre i nostri ragazzi, assistono ogni domenica quando il Taranto gioca in casa.

Giancarlo, catalizzatore nato. Fosse  protagonista di un film, sarebbe “Mr. Wolf”, l’uomo che in “Pulp fiction” di Quentin Tarantino «risolve problemi». «Non datemi troppa responsabilità, qui i problemi, quando ci sono, li risolviamo tutti insieme: Kaleem, Idrees, Silvia, Francesca, per non parlare di Barbara, rullo compressore dell’organizzazione; tutti abbiamo lo stesso scopo: fare bene il nostro lavoro, che poi non è un lavoro ma una missione, qualcosa che devi amare, diversamente meglio lasciar stare…».

Non un lavoro, dunque, ma una missione. Entriamo in questa filosofia. «Semplice: se non hai sensibilità, non ami il prossimo, meglio cambiare mestiere: abbiamo a che fare con ragazzi africani: vengono da lontano, oggi vivono a migliaia di chilometri da casa; pur sapendo quale fosse il mio lavoro all’interno della cooperativa, i primi tempi non è stato molto semplice: i ragazzi soffrivano di nostalgia, qualcuno andava fuori controllo; avverti un senso di impotenza, hai un’altra cultura e, allora, per dare coraggio a molti di loro devi avvicinarti con il massimo rispetto; tre anni di militare mi hanno insegnato cos’è la nostalgia e come governarla, stare lontano da casa non è semplice…».GIANCARLO Articolo 01Anche la lingua è importante. «Da un francese e inglese scolastico, sono passato a qualcosa di più fluente: oggi, nigeriani e senegalesi – i primi parlano inglese, gli altri francese – a meno che non conversino nel loro dialetti, non hanno più tanti segreti per me».

Qual è il “mestiere” di operatore. «Devi saper fare tutto: in una sola parola, devi essere “utile”: pensare alla soluzione prima che qualcosa diventi problema; il compito di noi operatori è quello di fare da supporto ai ragazzi: li accompagniamo in Tribunale, per esempio, passaggio molto delicato per quanti chiedono il permesso di soggiorno; il nostro è un sostegno psicologico, se il colloquio davanti alla Commissione che esamina caso per caso non è soddisfacente, bisogna trovare le parole giuste per non far cadere l’extracomunitario nello sconforto totale: occorre far capire che a tutto c’è rimedio…».

Uno dei casi più toccanti. «Preoccupanti. Quello sì, dopo giorni i ragazzi ospiti del Centro di accoglienza li viviamo come se fossero nostri fratelli, senza però far perdere di vista che per andare d’accordo la prima cosa da osservare è il rispetto delle regole: qui, da noi, nessuno deve pensare che il CAS sia una zona franca dove far solo trascorrere il tempo; ci attiviamo perché ognuno di questi faccia corsi, intanto di alfabetizzazione per imparare un italiano approssimativo, comunque comprensibile; poi la specializzazione, in una o più attività nelle quali si sentano portati: meccanici, pizzaioli, pasticceri, cuochi…».
GIANCARLO Articolo 02Un brutto giorno, la paura. «Un collega ebbe improvvisamente un malore, senza pensarci due volte lo ricoverammo d’urgenza in ospedale, problema cerebrale: la paura fu davvero tanta; finì in Rianimazione, una settimana in coma; poi il primo sollievo, il passaggio in Neurologia per tenerlo sotto osservazione, ma sempre fra lo sconforto generale: un ragazzo, venuto da lontano, non aveva fatto in tempo a dare notizia ai “suoi” che aveva trovato lavoro in Italia, a “Costruiamo Insieme”, che viene investito da una doccia fredda; la sua famiglia siamo noi: io, Francesca, Kaleem, Idrees e altri, abbiamo passato diverse notti in ospedale accanto a lui, tanto che la sua ripresa è stato un secondo sospiro di sollievo per noi tutti: per settimane, dalla Presidenza alla direzione, passando per amministrazione, “portineria”, cucina, era un rincorrersi di “Come sta?”, “Preghiamo per lui!”, “Vogliamo rivederlo presto!”, e poi le visite in ospedale, fino a quando, un bel giorno, il “paziente” è tornato a casa, da noi…».

Teatro, calcio, attività ricreative, dopo i corsi. «C’è un elemento che più di altri mi ha colpito, i nostri ospiti non sono solo appassionati di sport e, in particolare, di calcio: sono attratti, per esempio, dalla magia del teatro; vengono affascinati dal buio della sala, dagli attori in scena, dalle storie che questi interpretano; hanno imparato due cose: spegnere il cellulare e parlare sottovoce, per informarsi su una battuta o un passaggio della commedia non molto chiaro; in questo, i nostri ragazzi, e lo dico con orgoglio, danno punti agli italiani che spesso a teatro non danno un buon esempio: dall’alto del palchetto al quale siamo abbonati, grazie alla solita apertura dei vertici della cooperativa, vediamo spesso cellulari accesi, gente che chatta, lascia squillare il telefonino; e il bello è che sono i nostri ragazzi a ricordare ai distratti che “Non si fa!”. Insomma, abbiamo realizzato le basi, adesso ci tocca rimboccarci le maniche…».

«Vi spiego i Sacri riti…»

Don Marco Gerardo, preparatore spirituale del “Carmine”

«Non è folklore, ma preghiera. L’impegno della Confraternita a sostegno dei più deboli. Oggi c’è più sofferenza, la Mensa dei poveri accoglie cento ospiti al giorno. Da settembre al Venerdì santo, preghiamo, per tutti»

Nelle scorse settimane abbiamo avuto un confronto di carattere religioso con don Marco Gerardo, parroco della chiesa del Carmine di Taranto. Abbiamo parlato dei bisogni della comunità cristiana e di quanto la Confraternita da lui rappresentata, come la nostra cooperativa, “Costruiamo Insieme” di cui è stato ospite, siano impegnate a sostegno dei deboli con percorsi diversi, ma sostanzialmente simili. L’obiettivo è dare speranza, fiducia a quanti avvertono un momento di abbandono.

Alla vigilia dei Riti della Settimana Santa a Taranto vissuti come in nessuna altra città italiana, abbiamo voluto sentire nuovamente don Marco, questa volta in veste preparatore spirituale della Confraternita del Carmine.

Dunque, don Marco, ci spieghi qual è il suo compito.

«Fare in modo che chiunque si accosti alle manifestazioni della Pietà popolare tarantina, come quella del Venerdì santo, possa comprendere che vivere intensamente i Sacri riti non è un momento di folklore ma un insieme di eventi di fede, preghiera ed evangelizzazione».

Prepararsi alla Settimana Santa, volendo entrare nello specifico.

«Detto che l’organizzazione pratica richiede mesi di lavoro, in qualità di confraternita svolgiamo una preparazione di tipo spirituale che comincia con l’Anno pastorale, dunque da settembre; personalmente ho introdotto alcuni momenti nella comunità della Confraternita, facendo in modo che il Venerdì santo non colga impreparati i confratelli: pertanto, una catechesi specifica; ogni giovedì sera, una breve lectio divina con commento della Parola e un fioretto da fare il venerdì successivo – perché ogni venerdì possa essere preparatorio al Venerdì santo – con una preghiera rivolta all’immagine di Gesù morto».I GIORNI Articolo 01 - 1Dopo le festività natalizi, i confratelli entrano nel clima della Passione.

«Esiste una forma di rispetto verso il Natale, ma dal 7 gennaio in poi i confratelli si proiettano in modo positivo verso questo clima: preghiera, pensiero e preparazione di quanto verrà vissuto in questi giorni».

Quanti sono i confratelli, c’è una continua domanda per entrare a far parte della Confraternita del Carmine?

«Al momento i confratelli sono 2.400, la più grande confraternita dell’Arcidiocesi di Taranto, probabilmente anche della Puglia; ogni anno svolgiamo un corso di noviziato con una media intorno alla cinquantina di adesioni; quando ho cominciato erano diciassette, dall’anno successivo non abbiamo mai registrato un numero inferiore alle cinquanta domande».

Un tempo le raccolte di danaro per finanziare i Riti e opere di beneficenza, si chiamavano “aste”, successivamente “gare”. La Confraternita svolge anche un impegno quotidiano. 

«La Mensa dei poveri, a Taranto non ha bisogno di presentazione: abbiamo spostato la sede storica da via Cavour, purtroppo – il numero dei bisognosi è in costante aumento – perché troppo piccola; nel frattempo abbiamo conosciuto nuove fasce di poveri: pensionati, monoreddito, persone con alle spalle dolorose separazioni o con una libera professione con la quale a malapena riescono ad affrontare il mantenimento dei figli e non possono pensare a se stessi: così chiedono quotidiana assistenza a noi; le nuove povertà possiamo dire di averle conosciute tutte: la mensa non conosce pausa, non chiude a Natale, Capodanno, Ferragosto; ogni giorno assiste un centinaio di persone».I GIORNI Articolo 02 - 1In questo sistema di mutuo soccorso subentrano anche i confratelli.

«Esiste l’aiuto meno conosciuto: sono tante le famiglie di confratelli assistite dalla segreteria della Confraternita che chiedono aiuto: per l’acquisto di un paio di occhiali, il pagamento di una bolletta o un intervento chirurgico; sono, inoltre, testimone degli interventi di confratelli nei confronti di non iscritti che hanno bisogno di interventi economici e materiali».

I passaggi religiosi che portano al Venerdì santo.

«Da settembre, dicevo: catechesi e preghiera, l’offerta di piccoli sacrifici spirituali, quelli che un tempo si chiamavano fioretti; nella Quaresima l’attività spirituale si intensifica: Mercoledì delle ceneri, un momento di interiorità: meditare sull’orientamento che si dà alla propria vita, fa bene a tutti, non solo ai confratelli; ogni domenica la celebrazione dell’Eucarestia, la Via Crucis molto amata a Taranto; poi un corso di preghiera e meditazione sulla Passione del Signore con altre cinque confraternite delle diocesi di Taranto e Castellaneta; una delle cose che abbiamo voluto realizzare in questi anni, è stata proprio l’apertura nei confronti di altre realtà: oggi occorre fare “rete”, sarebbe assurdo non lo facesse la comunità cristiana che ha nel suo dna la Comunione».

Partecipa alla Processione dei Misteri anche chi non ha preso parte alle gare.

«Esiste un lavoro di organizzazione senza il quale non avremmo lo stesso risultato di preghiera: anche chi non si “veste” durante la Processione dei Misteri, in realtà la sente sua, in quanto nella perfetta riuscita dell’evento religioso c’è la sua preghiera, perché pregano tutti, non solo le anime incappucciate».

«Teatro è bello!»

Spettatori della Stagione teatrale

«Talmente su di giri che alla vigilia non ci dormiamo la notte!», dice uno dei ragazzi del Centro di accoglienza. «Esperienza unica, ecco perché facciamo così tanti selfie!». «Non finiremo mai di ringraziare la cooperativa per quest’altra occasione di integrazione offertaci».Teatro Articolo 01 - 1“Costruiamo”, operatori e ospiti del Centro di accoglienza insieme a teatro. Ad ogni evento teatrale all’Orfeo di Taranto, ecco il palco riservato ai ragazzi della cooperativa. Un altro salto in avanti compiuto verso l’integrazione, perché i ragazzi venuti dall’Africa non si sentano mai soli, ma prendano confidenza con il quotidiano che avvolge la società verso la quale non devono più sentirsi ospiti, ma parte della stessa.

Così presidente e direttore della cooperativa hanno voluto fare un passo avanti stringendo un accordo, compiendo dunque un investimento in termini economici, a fronte di posti a sedere ad ogni spettacolo teatrale nazionale. Pertanto, vicini ai lavori teatrali di comici come Gabriele Cirilli, Biagio Izzo, Carlo Buccirosso e Angela Finocchiaro, e di attori come Francesco Pannofino, Giuseppe Pambieri, Paola Quattrini e, ancora, Vittoria Belvedere e Maria Grazia Cucinotta. Nomi importanti, all’interno del cartellone dell’associazione “Angela Casavola” con cui “Costruiamo Insieme”, si diceva, ha stretto un accordo di partenariato.E, allora, in concomitanza con rappresentazioni e commedie, scatta l’appello rituale. «La prossima settimana c’è una commedia musicale famosa, chi vuole andare a teatro?», annuncia Barbara. «Se non ci sono problemi, questa volta i ragazzi li accompagnerei volentieri io, “Grease” è una commedia musicale che non vorrei perdermi!», risponde all’invito Silvia. Sono tanti i ragazzi che si presentano. «Dividiamoci in due squadre», suggerisce Francesca, «questa volta andate voi, la prossima è la nostra».

Questa volta è toccato a Bambake, yankuba, Boubacar, Soulaymane, Ibrahim, Aboubacarr, Hossen e Bax. Lo spettacolo comincia già qualche giorno prima, quando Giancarlo prende nota. Presidente e direttore tassativi: «Fate le cose per bene: organizzatevi, siate ordinati: i nomi devono alternarsi, a teatro vogliamo che vadano tutti!».Teatro Articolo 03 - 1Preparativi, i ragazzi si tirano a lucido: c’è il teatro. Anche loro hanno imparato – ci hanno messo poco, a dire il vero – che da queste parti recarsi a una “prima” non è come andare al cinema: esiste un cerimoniale da rispettare. C’è il foyer, lo spazio antistante l’ingresso nel quale tutti si soffermano in attesa dell’inizio dello spettacolo o vi sostano nell’intervallo, in attesa del secondo tempo. La gente indossa l’abito e il sorriso migliore, fa pubbliche relazioni.

Al centro del foyer, il roll-up di “Costruiamo Insieme”. Alto due metri, bello a vedersi e nel dare informazioni, brevi ma che sono il succo del lavoro di decine di operatori. Al servizio del sociale, dalla parte di chi avverte disagio, con strumenti come la professionalità e la comunicazione. Ecco l’ulteriore sforzo che direttore e presidente hanno voluto compiere “gemellandosi” con l’associazione culturale della quale è responsabile Renato Forte.

E’ lo stesso direttore artistico dalle tavole del palcoscenico ad introdurre gli spettacoli in programma all’Orfeo. «Quest’anno ci siamo scelti a vicenda – dice Forte in occasione della presentazione delle opere teatrali – noi loro, loro noi, per compiere un percorso importante insieme: l’associazione “Angela Casavola” e la cooperativa sociale “Costruiamo Insieme” per l’intera stagione teatrale cammineranno tenendosi a braccetto e sostenendosi reciprocamente: abbiamo inteso riconoscere alla loro professionalità la promozione e le interviste in esclusiva ai protagonisti della Stagione teatrale programmate sui diversi canali di cui dispone: web radio, canale youtube e sito».
Teatro Articolo 02 - 1Non solo. «Siamo lieti, orgogliosi di ospitare come ogni sera – sottolinea il direttore artistico ad ogni occasione – una rappresentanza di ragazzi della cooperativa “Costruiamo insieme”; è bene ricordare che operatori e collaboratori si impegnano per le fasce più deboli; si attivano anche nell’assistenza di anziani e disabili, e collaborano con le istituzioni svolgendo opera di mediazione principalmente nelle relazioni con i richiedenti asilo». Come ogni sera parte l’applauso. Forte dal palcoscenico indica il palco nel quale sono accomodati i ragazzi che rispondono, spesso intimiditi da tanta attenzione, con un sorriso.

Siamo a pochi minuti dall’inizio. Se c’è una cosa che non fa difetto agli ospiti di “Costruiamo” è l’uso del cellulare. Sui social, e principalmente su whatsapp, fanno fioccare i primi scatti, dall’ingresso a teatro alla poltrona occupata, per documentare gli amici che rispondono un invidiosi («Beati voi!»), ma con spirito di rivalsa («La prossima tocca a noi!»). E’ il solito, divertente ping-pong. I ragazzi seduti sulle loro accoglienti poltroncine. Lo spettacolo sta per cominciare. Ha ragione, uno di loro, felice del contesto nel quale si trova e di assistere alla rappresentazione teatrale. Bambake, yankuba, Boubacar, Soulaymane, Ibrahim, Aboubacarr, Hossen e Bax, escono soddisfatti dal teatro. «Per noi – uno di loro ha scritto su whatsapp – lo spettacolo è cominciato giorni fa: non appena abbiamo saputo che sarebbe toccato anche a me andare a teatro, per la gioia non ci ho dormito la notte: grazie, “Costruiamo”!».

Lapidazione per gli omosessuali

Pene severe in Brunei, lo ha deciso il sultano

Stupro, adulterio, sodomia, blasfemia e rapina, avranno come massima pena anche la condanna a morte. Rapporti lesbici saranno puniti con un massimo di 40 frustate e dieci anni di carcere. Prevista l’amputazione degli arti in caso di furto.

Lapidazione, taglio della mano e del piede. Sono le pene previste per omosessuali, adulteri e ladri nel Brunei. E’ in questo piccolo regno che il sultano ha introdotto severe pene come parte dell’attuazione di un nuovo codice penale basato sulla Sharia.

Hassanal Bolkiah, patrimonio da 20 miliardi di dollari, tanto da farne uno degli uomini più ricchi del mondo, considera un grande risultato l’applicazione delle nuove norme mentre si moltiplicano le critiche di organizzazioni umanitarie come Amnesty International e il piccolo Stato.

Già cinque anni addietro, il sultano del Brunei aveva annunciato l’ingresso della Sharia. Dopo aver vietato il consumo di alcol, sono state proibite celebrazioni come il Natale. E ancora, chi non partecipasse alla preghiera del venerdì o avesse figli fuori del matrimonio viene punito con multe e carcere. Queste misure saranno applicate ai soli musulmani, praticamente i due terzi di una popolazione che conta 450 mila abitanti. Secondo quanto riportato da alcuni organi di informazione, però, anche il sultano avrebbe qualche peccato da farsi perdonare. Un fratello, Jefri, principe e Ministro delle Finanze, non solo negli Anni 90 si sarebbe appropriato in maniera indebita di 15 milioni di dollari, ma sarebbe stato coinvolto in più di qualche scandalo che poco avrebbe a che vedere con il rigore legislativo, come la “proprietà” di un harem di escort straniere e una collezione di sculture erotiche.

Ovviamente l’introduzione di queste norme restrittive è stata accolta con grande stupore dalle organizzazioni per i diritti umani, tanto che Amnesty avrebbe avanzato al sultano richiesta di sospensione dell’applicazione delle nuove pene considerate “profondamente sbagliate”. Alcune di queste, secondo Amnesty, non dovrebbero nemmeno essere considerate reati, compresi i rapporti consensuali tra adulti dello stesso sesso. Sempre secondo Amnesty, non solo sono norme crudeli, disumane e degradanti, queste infatti limitano i diritti alla libertà di espressione, religione e opinione e sostanzialmente codificano la discriminazione contro donne e ragazze.

Detto della posizione della nota organizzazione umanitaria, non sarà semplice far cambiare opinione al sovrano. La posizione intransigente di Bolkiah, trovano conferma su quanto riportato dal sito del governo. «Non ci attendiamo che altri siano d’accordo con la nostra posizione – è scritto – l’importante è che il Paese venga rispettato per lo stesso modo in cui questo rispetta le norme».

L’omosessualità era già un reato in Brunei, punibile con pene fino a dieci anni di carcere. Le nuove misure fanno parte di un processo avviato cinque anni fa per una progressiva introduzione della Sharia nel piccolo paese asiatico. Il nuovo codice sarà applicato a tutti i musulmani che abbiano raggiunto la pubertà (alcune misure coinvolgono anche i non musulmani). Reati come lo stupro, l’adulterio, la sodomia, la blasfemia e la rapina, ora avranno come massima pena la condanna a morte. I rapporti lesbici verranno, invece, puniti con un massimo di 40 frustate e dieci anni di carcere. Per il furto è prevista l’amputazione degli arti.

«Sorrido, finalmente…»

Ali, pakistano, ventuno anni, aiuto cuoco con “Costruiamo Insieme”

«Devo tutto alla cooperativa, sfuggito da persecuzioni e vivo per miracolo, per nove mesi ho vagato fra Iran, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia e Slovenia. Gli zingari serbi, il rifugio nei boschi, il lavoro, cosa significa “vivere”!»

«Rifugiarsi in un bosco per giorni per sfuggire a bande di zingari serbi senza scrupoli e, oggi, trovarmi con un lavoro, una casa in cui dormire sereno, è come avere incontrato il destino, avergli invocato aiuto e realizzato un sogno!».

Ali, ventuno anni, pakistano, in una sola battuta racconta la sua storia. Il passaggio avventuroso, pericoloso, attraverso Paesi, stranieri che ti tendevano la mano e altri che, per bene che ti andasse, ti svuotavano le tasche, ti davano sonore bastonate e ti lasciavano andare via. E’ una storia, triste, quella di Ali, che lui racconta solo perché a lieto fine. «Ne avrei fatto volentieri a meno, se invece non ci fosse stata “Costruiamo Insieme” nel mio destino, una sorte benevola rispetto a quello che mi è accaduto nei primi nove mesi di fuga dal mio Paese, il Pakistan».

Motivo della fuga. «Solito, uguale a quello di tanti altri: ci sono scontri fra gruppi etnici, nei conflitti senza esclusione di colpi vale tutto, ma davvero tutto: un esempio, se ti vogliono male la gente è capace in un solo attimo di produrre prove false, a denunciarti e, in nome di una giustizia che a certi livelli non esiste, di perseguitarti e farti male, non solo a parole».STORIE Ali 04 - 1Non c’è giustizia. «Ci sarebbe, ma è lenta, magari ad amministrarla, quella giustizia, c’è l’amico dell’amico che ha il potere di rovinare chiunque; la giustizia vera, quella fatta di inchieste e di mettere in galera chi produce prove false, ti ricatta, ti picchia, credendo di essere impunito, ce n’è poca: e, allora, un bel giorno comprendi che non ne puoi davvero più e sfidando anche l’affetto dei tuoi familiari che non vorrebbero lasciarti andare via, segui l’esempio di tuo fratello: fuggi. Provi a lasciarti alle spalle tutto quello che c’è di marcio e corri; scappi il più possibile, lasci alle tue spalle migliaia di chilometri».

Meglio fuggire, senza prospettive, sfidare il pericolo, che non restare nel proprio Paese ad attendere che qualcuno si accorga di te e cominci a farti del male. «Proprio così, esiste gente così cattiva che pensa alla bella vita senza preoccuparsi che il suo benessere passi attraverso il dolore degli altri: un giorno qualcuno ti osserva una prima volta, la seconda volta che ti incontra, per lui diventi una risorsa, qualcuno da spremere se non vuoi passare i guai per il resto dei tuoi giorni».

Ali, una volta maggiorenne, comprende che la vita, il dono più grande che il suo dio può avergli dato, non è quella. «Non è fatta solo di sofferenza – dice – perché c’è anche quella, ma pure di momenti di serenità: quando esiste solo il dolore, quella che stai vivendo non è vita, è un’altra cosa; non conta più nemmeno che i tuoi familiari ti dicano di restare perché prima o poi tutto si aggiusterà: non ci sono alternative alla fuga, quando ti perseguitano, quasi si facessero beffe di te e di quella giustizia lenta, se non proprio amministrata da gente priva di scrupoli che aiuta il più ricco per ridurti a qualcosa che somigli più a un animale da soma, non ti resta che scappare».STORIE Ali 03 - 1Quanto dura l’odissea di Ali. «Nove mesi. Ora, provate a pensarvi solo per un attimo, a piedi, uno zainetto in spalla, senza una meta precisa, a salire e scendere colline, scalare montagne, calpestare pietre e attraversare boschi infiniti, di giorno e di notte, al freddo e sotto la pioggia; e non un solo giorno, ma settimane, mesi. E io ho attraversato una decina di Paesi, con il pericolo, reale, che qualcuno si prendesse quello che era rimasto della mia vita: Iran, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia, Slovenia, infine Italia…». Da un pericolo all’altro. «I serbi sono pericolosi: non mi riferisco ai militari, ma alle bande di zingari, quelli armati fino ai denti che se non gli garba come li stai guardando ti piantano quattro dita di coltello nel cuore: allora, che fai, davanti a loro ti svuoti servilmente le tasche di quei tuoi pochi averi e ringrazi anche questi malviventi per averti risparmiato la vita. Quando racconto a qualcuno questi episodi mi guarda come se stessi venendo da un altro pianeta».

Gli affetti, i familiari. «Ho un fratello e una sorella, papà, mamma e nonno, con cui mi tengo in costante contatto, anche con videochiamate: il mio obiettivo era quello di arrivare possibilmente in Italia e fare lo stesso percorso di mio fratello: lui ha cominciato a Milano, distribuiva volantini e lavorava nel retrobottega di un ristorante; nel tempo libero – quando cioè non dormiva – arrotondava con altri lavori. Una volta in Italia, dove risiedo da un anno, è andata meglio: ho fatto un corso, affiancato un cuoco che oggi aiuto in cucina nel preparare pasti per gli ospiti del nostro Centro di accoglienza; grazie al lavoro che mi ha dato la cooperativa oggi vivo in fitto, ho scacciato insonnia e tutti quei cattivi pensieri che mi hanno accompagnato per quei nove interminabili mesi. Non esagero se dico che da quando lavoro per “Costruiamo Insieme” è come se avessi cominciato una seconda vita». Ali, finalmente. «Finalmente sì, ogni giorno che passa provo ad allontanarmi da quei ricordi avvicinandomi a passi veloci all’idea che ho sempre avuto della vita: lavorare, spendersi per gli altri per vivere finalmente sereni, con il sorriso sulle labbra del quale non ne conoscevo l’esistenza».