«La mia felicità!»

Demba, ventitré anni, operatore di “Costruiamo Insieme”

«L’Italia è la mia casa, un giorno andrò a trovare i miei familiari, ma poi tornerò qui. Parlavo cinque lingue, ora con l’italiano ho imparato anche a conoscere tanti ragazzi. Colpi di fucile e pistola, le bombe e i conflitti mi hanno spinto a fuggire».Senegalese di nascita, gambiano di adozione, italiano per vocazione.

«Sono andato via dal Senegal, per poi tornarci, ho vissuto tre anni in Gambia, poi girato altri Paesi africani, infine l’Italia, che oggi considero a tutti gli effetti la mia casa».

Demba, ventitré anni appena, senegalese di nascita, gambiano di adozione, italiano per vocazione. Come se avesse fatto almeno due volte il giro del mondo prima di arrivare in Italia. Qui risiede da quattro anni e quattro mesi, ha trovato il suo lavoro con “Costruiamo Insieme”. E’ operatore anche grazie alla sua applicazione e alle sue conoscenze: parla più che “mastica”, sei lingue, tre europee, tre dialetti arabi, utili se vuoi vivere, indispensabili se vuoi sopravvivere.

«Sono scappato da una, due guerre, ho lavorato sotto colpi di pistola e fucile, bombe che fischiavano ed esplodevano spesso a pochi metri…». Terribile quello che dice Demba. «Ho dovuto conviverci fin da piccolo, ho sempre desiderato una casa – io che ho abbandonato il mio Paese per poi tornaci e dal quale scapparci daccapo – ora ce l’ho, come la serenità che ho ritrovato con la cooperativa con la quale svolgo la mia attività di operatore: un lavoro che mi fa stare bene e, nello stesso tempo, non mi allontana dalla mia storia, da un recente passato; le storie dei ragazzi con cui mi relaziono ogni giorno, sono le mie storie, talmente terribili e simili al mio vissuto, che è come se quotidianamente facessi un passo indietro e le rivivessi, dal dolore dei conflitti alla gioia di aver lasciato alle spalle un grave malessere».DEMBA articolo 01Demba, arrivato in Italia, ha subito manifestato un sentimento nascosto da dolore e fughe. «La felicità, non sapevo cosa fosse questo sentimento a causa di una infanzia sofferta: ho quasi subito rinunciato alle mie radici; nato In Senegal, all’età di dodici anni con la famiglia mi sono trasferito in Gambia, dove ho vissuto tre anni; a quindici sono tornato nel mio Paese di origine, poi Mali, Burkina, Niger, Algeria, Libia, infine Italia, ma non tutto in un lampo…».

Felice sì, ma ci voleva un passo deciso. «Parlavo bene l’inglese, anche il francese; l’arabo, dal wolof al mandinka, proseguendo con il fula; mi mancava l’italiano, essenziale per stringere le prime amicizie con la gente del posto, così mi sono impegnato come un matto: gli amici italiani si sono moltiplicati, come le lingue che parlo oggi, sei in tutto, per ora…».

Demba, la sua odissea. «Tornato in Senegal, a quindici anni, pensavo che il conflitto avesse i giorni contati o almeno fosse stato circoscritto: illusione. Appena tornati, io, i miei due fratelli, le due sorelle e mio padre, ci trovammo di fronte anche problemi familiari – come spesso accade dalle nostre parti, le guerre civili provocano conflitti etnici e religiosi – avevano accelerato il processo di fuga. Io il primo ad andare via, in Mali, piccoli lavori per tre mesi, qualche giorno in Burkina, lo stesso in Niger; un lavoro più stabile, se così vogliamo chiamarlo, l’ho trovato in Algeria, dove ho fatto il muratore: non mi sono mai tirato indietro di fronte alla fatica; poi la Libia, un anno, a lavorare in un supermercato, nonostante anche lì ci fosse un conflitto: con le bombe, le esplosioni quasi avevo ci convivevo, fino a quando il pericolo non ha preso consistenza e cominciato a fare davvero paura».DEMBA articolo 02Il senso di liberazione per Demba arriva quando si fa concreta una via di fuga. «Ci siamo imbarcati in sessanta, circa tre giorni in mare, una paura tremenda: una volta al largo il gommone si è fermato, il motore che lo spingeva verso la libertà è andato fuori uso, segno del destino? In quel momento ti domandi cosa possa accadere ancora: sei a poche bracciate da un sogno e di punto in bianco, ti viene a mancare l’ultimo colpo di reni; in balia delle onde non ci restava che rivolgerci al Cielo, prendersela con quel poveraccio che ci aveva accompagnati fino a quel momento ed era nelle nostre stesse condizioni, era del tutto inutile».

Invece, ecco l’aiuto inatteso. «Avvistiamo una imbarcazione maltese che in breve ci viene incontro; l’equipaggio ci invita a salire a bordo, ci accompagna a Malta; da lì il trasferimento in Sicilia, l’arrivo a Palermo, infine Taranto, l’hotspot nel porto cittadino».

Da quattro anni e quattro mesi in Italia, il lavoro di operatore a “Costruiamo Insieme”. «Amo questo lavoro, intanto perché mi fa stare bene, mi fa sentire utile al prossimo; poi perché, dicevo, mi ricorda ogni giorno da dove vengo: solo chi ha memoria riesce a vivere sereno e con affetto verso il prossimo; devo molto alla cooperativa, al presidente e al direttore, a quanti hanno creduto subito che fossi una persona della quale potersi fidare per il compito di operatore».

Ora il desiderio. «Proprio in virtù di quanto dicevo, non ho dimenticato le mie origini, il mio Senegal: è lì che un giorno voglio tornare per riabbracciare i miei, ma poi tornare di nuovo in Italia, perché ormai è questa casa mia!».

«Partire è come…»

Martino De Cesare, chitarrista e autore di successo

«Capisco i ragazzi nordafricani: lasciare casa suona come una sconfitta. E’ raro mi spinga oltre Napoli. Avrei voluto scrivere con Pino Daniele, collaboro con artisti come Edoardo ed Eugenio Bennato, Enzo Gragnaniello e Tony Esposito, ho scritto con Fabio Concato sognando James Taylor…». Il successo del suo soggetto del film “Chi m’ha visto?” con Beppe Fiorello e Pierfrancesco Favino

«Quando parto per un tour ho due anime in perfetto contrasto: quella che mi spinge ad andare, perché è il lavoro che amo; l’altra che, invece, vorrebbe trattenermi qui, perché è complicato a spiegare a qualcuno che non è del Sud quanto dolore uno possa sentire nel dover lasciare le proprie radici, anche se il tempo di una serie di concerti». Martino De Cesare, uno degli amici di “Costruiamo Insieme”, chitarrista, autore, produttore discografico. Grande fantasia, tanto che ha voluto misurarsi con la sceneggiatura: farne un libro, una commedia, un film. «Avevo in mente già da tempo “Chi m’ha visto?”, diventato poi un film che nelle sale ha registrato buoni incassi e in tv ha fatto buoni ascolti: ne avevo parlato con Beppe Fiorello, protagonista della storia, un affermato chitarrista – nella fiction Martino, come me… – cui manca il guizzo di popolarità per diventare un artista famoso e rispettato: unico sistema, escogitare una sparizione assistita; da un amico, in questo caso, Pierfrancesco Favino, altro grande attore, Peppino nella finzione, uno che nonostante non abbia studiato, la sa lunga».

Il Sud, la nostalgia, la musica nel sangue. «Vivo fra la mia Crispiano e Napoli, mio quartier generale: conosco e suono con tutti lì, difficile spingersi oltre, con i Bennato, Edoardo ed Eugenio, Gragnaniello ed Esposito, Amoruso e Senese c’è grande empatia: figurarsi se non capisco il dolore che provoca un’amozione; ho conosciuto, conosco, molti ragazzi nordafricani, alcuni anche impegnati nella musica: quando parliamo del distacco dalla loro terra, mi dicono spesso che non vedono l’ora di tornare a casa, magari disponendo stavolta di che mangiare: perché è la fame, i conflitti a spingere i ragazzi a fuggire e trovare una destinazione quantomeno ospitale».

Anche noi, come quei ragazzi, il ritorno ce lo abbiamo nel sangue, spiega Martino De Cesare. Basta prendere il modo con cui il protagonista del suo film andato in onda sabato scorso in prima serata su Raiuno, viene accolto all’arrivo nel suo paesino pugliese. «Mo sei arrivato? E quando te ne vai?», una delle frasi più divertenti di “Chi m’ha visto?”. Il film, ovviamente, è ispirato alla più popolare delle trasmissioni sugli scomparsi, girato in buona parte anche nella provincia di Taranto, fra Ginosa, Mottola e Castellaneta. Ideato dal crispianese Martino De Cesare, protagonisti, si diceva, Beppe Fiorello e Pierfrancesco Favino. Comprimari e volti noti al grosso pubblico, Sabrina Impacciatore, Dino Abbrescia e Mariolina De Fano.

Beppe Fiorello nel film è Martino Piccione. Nel racconto ha conservato il nome dell’autore del soggetto, quel Martino De Cesare che nella sua Crispiano ha il quartier generale. Si sposta solo per lavoro, come ci ha confessato. Nei suoi viaggi privilegia Napoli, fa uno strappo per Roma. Mai in albergo, a Napoli è ospite di Eugenio Bennato; a Roma, quartiere Trastevere, a casa di Enzo Gragnaniello. Fra i suoi amici, oltre ad Eugenio ed Enzo, Edoardo Bennato, Pietra Montecorvino, Tony Esposito, Joe Amoruso, James Senese, Sandro Petrone, Giorgio Verdelli e altri ancora. DE CESARE Articolo 01Il primo sussulto che ti ha provocato il film una volta completato. 

«Assistere alla proiezione alla “prima” a Milano, insieme con Beppe e Favino; ospiti gli amici che si sono prestati volentieri ad interpretare se stessi, lanciando appelli, o che, comunque, non hanno voluto perdersi l’anteprima: Noemi, Emma Marrone, le Vibrazioni, Mara Maionchi, Claudio Cecchetto, Saturnino e tanti altri. Voltarsi e guardarsi accanto o alle spalle stando seduti in prima fila, era come fare zapping con alla tv, incredibile emozione».

Domanda dalla quale partire: come nasce l’idea. Non di una canzone, ma di un soggetto cinematografico, una novità per De Cesare.

«Giunge improvvisa, come lo spunto per un testo, una musica, una canzone. Tornato a casa da Roma vedo mia madre rapita dalla tv, a seguire “Chi l’ha visto?”. Quasi in lacrime, tanto era partecipe al dolore dei familiari dello scomparso che in procinto di lanciare un appello. “Ma’, che è successo?”, io. “Non si trova più quella creatura: mo, statti zitto un po’, fammi sentire!”, telegrafica. Questo il dialogo. In quel momento ho pensato alla mia e a tante altre storie simili alla mia: ai mille artifici cui fa ricorso un musicista non disponendo di spazi televisivi: tu, a sbatterti per trovare un “buco” da tre minuti per eseguire una tua canzone; un anonimo, che per mille motivi decide di scomparire, a godere in un colpo solo dell’affetto di una platea sterminata e uno spazio illimitato, con trasmissioni “non stop” per seguire per gli aggiornamenti della vicenda; è stato in quel momento che ho pensato: “E se anche Martino, il mio omonimo, magistralmente interpretato da Beppe Fiorello, decidesse di sparire improvvisamente per avere il suo momento di popolarità?”».

Dunque, Beppe Fiorello, disponibile e interessato alla lettura del soggetto.

«Conosco Beppe da dieci anni, ci siamo visti e sentiti spesso: un film non lo fai in un attimo, non basta pensare a una trama per quanto interessante possa essere; occorre studiare il tratto di ciascun personaggio, i dialoghi, le riprese, le location. Lo avevo pensato per Crispiano, la troupe si è mossa per buona parte in Puglia: Ginosa, Mottola, Castellaneta, Conversano, Bari».
DE CESARE Articolo 02Con Beppe non parli solo di lavoro.

«Ci sentiamo per consigli gastronomici, lui ha un buon palato, trova superlativo il nostro olio e non solo quello; Pierfrancesco, invece, l’ho conosciuto in occasione dei primi ciak, poi l’ho rivisto alla “prima” a Milano, infine a cena: attore bravissimo, persona disponibilissima».

Non è l’unica idea che ti è venuta. 

«Non ne parlo, ma non per scaramanzia; vengo da un’esperienza non troppo incoraggiante e mi spiego: ricevo una telefonata da Giammarco Tognazzi; insieme avevamo in mente un’altra storia, originale e di sicura presa: Giammarco mi chiama e mi mette al corrente che una troupe da poco aveva dato inizio alle riprese con una storia in buona parte simile alla nostra: un buon ottanta per cento, per dirla tutta. Quello dello spettacolo è un ambientino politicamente scorretto. Un paio di idee, quelle sì, ce le ho, ma d’accordo con lo stesso Giammarco non ne facciamo parola».

Autore, produttore, chitarrista, ideatore insieme con Tony Esposito del gruppo Vibrazioni Mediterranee, Martino De Cesare ha altri sogni nel cassetto.

«Uno, purtroppo, non potrò mai più realizzarlo: mi spiego, volevo scrivere ed eseguire una canzone con Pino Daniele, uno dei grandi della nostra canzone. Altri grandi, ne conosco e ho la fortuna di collaborarci. Volevo suonare con Edoardo Bennato, ce l’ho fatta; e pensare che andavo matto per la sua “Sono solo canzonette”; volevo scrivere una canzone con Fabio Concato, ce l’ho fatta: “Tra la vita”, inclusa nella raccolta “Quando arriva un’emozione”; volevo realizzare progetti e suonare con un’orchestra e per questo devo ringraziare il maestro Piero Romano e l’Orchestra della Magna Grecia; infine, se i sogni sono no-limit: per un chitarrista, il top è una collaborazione con l’immenso James Taylor, ma qui entriamo nella sfera del “Chi lo ha visto, chi mai lo vedrà?”. Ma hai visto mai?».

Riapertura ai rifugiati

Decreto sicurezza “non applicabile”

l decreto-Salvini aveva cancellato la protezione umanitaria, le “Commissioni per l’asilo” hanno ripreso a concederla

Le Commissioni riaprono le porte ai rifugiati. La decisione arriva dopo la sentenza che giudica il Decreto-sicurezza inapplicabile alle domande d’asilo presentate prima del 5 ottobre 2018.

Si riparte, dunque, da una buona notizia per chi ha a cuore le sorti dei rifugiati. In buona sostanza si registra un segno di ripresa in favore della protezione umanitaria. Merito di organi di alcuni informazione, fra questi La Repubblica, che hanno vivisezionato il Decreto-Salvini, ponendo al centro del dibattito punti nei quali proprio il provvedimento governativo presentava “spifferi”.

Protezione umanitaria punto e a capo

Anche se il decreto-Salvini l’aveva cancellata, le “Commissioni per l’asilo” hanno ripreso a concederla. Fa riflettere il dato dell’ultimo mese preso in esame: i rifugiati che ottengono un permesso umanitario transitano dal 2% di gennaio al 28% di febbraio 2019. Volendo dare un po’ di numeri: a gennaio erano appena 150, a febbraio si erabno proiettati alla considerevole cifra di 1.821. Stando alle statistiche ufficiali del Viminale, pubblicato on line sul sito del Ministero. Dopo l’articolo apparso su Repubblica, si diceva, dal Ministero dell’Interno è stato corretto il dato nel quale veniva ammesso, in realtà, un proprio errore di caricamento: le nuove concessioni, stando al dato aggiornato, sarebbero invece ferme a quota 112.

Decreto sicurezza, si può dire: passo indietro. Il 5 ottobre dello scorso anno è entrato in vigore il Decreto-sicurezza che abolisce, fra l’altro, il “Permesso di soggiorno per motivi umanitari”. Da quel momento le Commissioni per l’asilo hanno cominciato a stringere sulle concessioni, azzerandole in tempi brevi. A dicembre solo il 3% dei richiedenti asilo ha ottenuto la protezione umanitaria; il 2% il mese dopo. Poi, qualcosa, è accaduto.

Sentenza della Cassazione

Il 19 del mese scorso è stata depositata la sentenza della Corte di Cassazione. I giudici hanno riconosciuto che l’abrogazione del permesso per motivi umanitari voluta dal governo, riguarda solamente coloro che hanno fatto domanda di asilo dopo il 5 ottobre 2018, data di entrata in vigore del provvedimento.

Da qui la cosiddetta “capriola” impressa dalle Commissioni territoriali. Considerando, infatti, i primi dati pubblicati online dal Viminale, degli oltre seimila richiedenti asilo esaminati a febbraio, 425 hanno ottenuto lo status di “rifugiati”, 274 la “protezione sussidiaria”, 1.821 (il 28%) l’“umanitaria”. Un dato che avrebbe avuto del clamoroso, se non ci fosse stato un errore di caricamento dei dati ufficiali corretto successivamente dal Viminale.

«Rispetto delle regole»

Francesca, operatore di “Costruiamo Insieme”

«L’empatia prima di tutto, quando hai stabilito un rapporto con i ragazzi, tutto è più facile. Una volta compreso che l’amica e l’addetto all’accoglienza sono due cose diverse, il rapporto fila liscio. Anche i più esuberanti comprendono quanto sia utile avere riguardo nei confronti del sistema»

«Il primo colloquio, quattro anni fa, dal giorno seguente “affiancamento”, poi, una volta appresi i diversi compiti da svolgere, ero al lavoro in piena autonomia». Francesca, laurea in Scienze dell’educazione e della formazione, da quattro anni con “Costruiamo Insieme”, confessa l’empatia a prima vista. «Mi avevano suggerito di provare a contattare la cooperativa, inviare una mail con referenze e titoli di studio; sono stata chiamata subito, in ventiquattro ore, minuto più minuto meno, era in struttura».

Francesca è il sorriso di “Costruiamo”. Quando è al lavoro, se non è impegnata con un registro all’ingresso di una delle strutture della cooperativa, sicuramente è alle prese con un addobbo, un cartoncino, un cartellone, un albero di Natale. Ha uno spiccato senso del complemento d’arredo, qualsiasi cosa può essere più bella, basta metterci un po’ di fantasia. Fare accoglienza a partire dall’ingresso, colori e piccoli elaborati a testimoniare l’obiettivo principale della missione: l’integrazione. Far stare bene i ragazzi venuti dall’Africa. «Come se stessero a casa loro – puntualizza Francesca – non che sia la stessa cosa, ma provare a creare un ambiente il più possibile familiare, che non sia freddo…».FRANCESCA articolo 02Prima della sua esperienza con “Costruiamo”, un passo indietro. «Ho studiato, dire “sgobbato” è un parolone: di sicuro studiare materie avvincenti e affascinanti, rende tutto più facile; vengo da diverse esperienze, ho fatto servizio civile, assistenza a tossicodipendenti ai domiciliari; non riesco a starmene ferma: spendermi per la società e per il prossimo la vedo anche come una missione, il lavoro che ho cominciato a fare più avanti, dimostra che anche certe cose se non le fai con il giusto approccio e con altrettanto amore, diventano solo un compitino freddo e distaccato».

Altra materia, un corso affascinante. «Criminologia, nella vita tutto torna utile; si mettono in relazione una serie di insegnamenti, a cominciare dalla condotta proseguendo con il controllo dei comportamenti; non è uno studio semplice, ma se hai vocazione anche il difficile assume un altro aspetto per diventare successivamente materia utile per qualsiasi lavoro».

Il primo impegno di Francesca con “Costruiamo Insieme”. «Agli inizi ho cominciato ad occuparmi dei minori non accompagnati; con gli sbarchi di qualche anno fa erano diversi i ragazzi, anche piccoli, che arrivavano in Italia anche senza i genitori; occorreva dare loro la massima assistenza, ognuno di questi aveva un suo vissuto: non era semplice, lo studio mi ha aiutata, ho subito applicato sul campo quanto avevo imparato studiando sui libri; è una immersione totale nella tua coscienza e nel prossimo, comprendi quanto sia utile e bello impegnarsi per dei piccoli che non sanno a cosa vadano incontro, se non al senso di libertà: parliamo di percezione, poi occorre comprendere cosa sia per loro la libertà, essere felici…».FRANCESCA articolo 01Una cosa le è balzata subito agli occhi. «Lo stile di vita – confessa Francesca – quella è la prima cosa, lì è cominciata la mia “missione”, fare il possibile perché i piccoli comprendessero quanto fosse importante accettare consigli e che ognuno di noi, io e loro, doveva fare il suo: io, compiere passi in avanti nei loro confronti; loro la stessa cosa avvicinandosi al nostro di mondo. Una volta compreso che la vita è fatta di compromessi, sei già a metà del compito. Non possiamo cambiare il nostro vissuto per compiacerli, non saremo onesti nei loro confronti: una volta lasciato il Centro di accoglienza, devono sapere che “là fuori” c’è un mondo, delle regole, anche gente diffidente, ragazzi che prima di rivolgere loro un saluto vogliono capire, attività che possono anche offrire un lavoro, ma a certe condizioni…».

E’ come se spiccassero il volo. «Cerco di inquadrare i ragazzi, per noi stessi italiani la vita può riservare sorprese, così è bene che sappiano che abbiamo uno stile di vita diverso, che l’aspetto principale è il rispetto delle regole; fino ad arrivare ad uno degli argomenti più articolati: la donna; l’approccio con una donna –  devono sapere – non è semplice e non perché le ragazze di qui siano complicate: i nostri ragazzi, per natura, sono espansivi, così bisogna far capire loro che a una esuberanza innata va posto un freno. Dunque, bisogna prima spiegarglielo, ripeterglielo se il caso lo richiede: una volta assimilate certe regole, tutto va nel senso di marcia giusto».
FRANCESCA articolo 03Dovesse giudicarsi, Francesca. «Mi sforzo di far capire ai ragazzi, che non devono confondere i due ruoli: quello di amica e quello di operatore. Mi spiego, qualcuno mi vede come una “carabiniera”, come si dice da queste parti: una intransigente, che non sorvola su nulla, a costo di sembrare antipatica; anche questo è un passaggio che i ragazzi hanno perfettamente compreso: nella vita penso di essere sostanzialmente disponibile, uso toni morbidi, ma il lavoro mi impone certi ruoli: devo essere pignola, far rispettare regole e, fra queste, quelle sulla disciplina dalle quali è bene non prendere mai le distanze, neppure di un solo centimetro. Poi alla distanza, i ragazzi comprendono: il mio modo di essere traspare dal mio carattere, solare, sorridente; sorridere è il primo passo verso la soluzione di un qualsiasi problema; mai farsi prendere dall’ansia: le cose vanno risolte con la massima serenità».

Un’attestazione di affetto. «Detto che sono soddisfatta del mio lavoro all’interno di “Costruiamo Insieme”, del riscontro quotidiano nel mio impegno verso il prossimo, con i ragazzi ospiti del Centro di accoglienza c’è grande empatia; qualche volta mi tocca far ragionare qualcuno più di altri, ma la soddisfazione è tutta in una frase: “E Francesca, dov’è?”, insomma quando non ci sono gli manco…».

«Emigrare, una sconfitta»

Mia Martini raccontata da Mimmo Cavallo

«Ma era l’unico modo per fare questo lavoro, ogni volta trovare la forza di fare i bagagli e ripartire: lei si era stancata e non lo avevo capito». Il cantautore lizzanese all’indomani del successo della fiction “Io sono Mia”. «Io e Gragnaniello non menzionati, ma l’importante era ricordare un’artista immensa. A Taranto, Mimì, era venuta per fare le prove, poi il tour interrotto…»

Mimmo Cavallo, un amico di “Costruiamo Insieme”. Non abbiamo dimenticato il suo “regalo”, la versione di “Siamo meridionali” ricantata con i ragazzi ospiti del nostro Centro di accoglienza (clip sempre disponibile sul nostro sito). In occasione del grande successo in fatto di ascolti in Rai dello sceneggiato “Io sono Mia”, abbiamo voluto incontrarlo di nuovo. Per raccontarci di Mia Martini, artista a cui è stato legato in modo viscerale. Lei, di Bagnara Calabra, lui di Lizzano. Il loro emigrare per cercare un posto al sole nel mondo della canzone, li aveva fatti legare subito. Lei aveva prestato la sua splendida voce in “Ninetta” (“Siamo merdionali”, 1980) e “Tutto quello che farai” (“Stancami stancami musica”, 1982). Nel tempo lui le aveva scritto diverse canzoni, le ultime, per esempio. Con lei aveva preparato l’ultimo tour (le prove a Taranto). Con lei aveva già tenuto quattro concerti. Il quinto lo avrebbero dovuto fare di domenica, in provincia di Salerno. Quando venerdì 12 maggio 1995, “Mimì”, come la chiamavano gli amici, fu ritrovata morta nella sua nuova casa a Cardano del campo, in provincia di Varese.

«L’ultimo tour di Mimì era nato a Taranto, facevamo le prove qui; aveva voluto staccarsi dalla solita consuetudine e ripartire, voleva conoscere il mio vissuto, mia madre, l’intero contesto nel quale ero cresciuto, capire di più su di me, nonostante ci fossimo raccontati tante volte». Mimmo Cavallo, lizzanese, cantautore dalle mille risorse e dalle mille canzoni, scritte per sé e prestate a numerosi colleghi, racconta così la “sua” Mia Martini. Cominciamo dalla fine. «Appresi la notizia dalla tv, sulle prime pensavo stessero parlando dei nostri concerti, quando quasi contemporaneamente mi arrivò una telefonata: “Mimì non c’è più!”». Cavallo, non solo “Siamo meridionali” e “Uh, mammà”, suoi cavalli di battaglia, ha scritto per Morandi, Mannoia, Berté, Vanoni, Giorgia, Al Bano, Zucchero. E’ stato l’unico ad aver firmato un brano con Enzo Biagi (“Ma che storia è questa”). Mia Martini, si diceva, aveva cantato nei suoi primi dischi. Mimmo aveva ricambiato le sue attenzioni scrivendole, fra le altre, “Luna sciamanna”, provinata e finita in qualche cassetto di qualche studio di registrazione.CAVALLO articolo 01MIA MARTINI, LE PROVE MUSICALI A TARANTO

La tv ha celebrato la grandezza dell’artista di origini calabresi prematuramente scomparsa a quarantasette anni. “Io sono Mia”, la fiction diretta da Riccardo Donna e interpretata da Serena Rossi. «Ironia della sorte – racconta Mimmo – un produttore tarantino me l’aveva presentata: una voce bella, avrei dovuto scriverle delle canzoni; poi la sua vocazione artistica prese la strada del cinema, così non se ne fece più niente…».

Anche il gruppo musicale che accompagnò Mimì in quell’ultimo tour era composto da buona parte di musicisti tarantini, altri arrivavano dal resto della Puglia: Egidio Maggio (chitarra), Walter Di Stefano (basso), Marcello Ingrosso (tastiere), Joseph Culic (batteria), Gino Sannoner (sax) e Mario Rosini (pianoforte). Mimmo, chitarra e voce, sul palco duettava con Mimì. Quattro i concerti già tenuti in giro per l’Italia. Il quinto doveva tenersi domenica 14 maggio a Rutino, vicino Salerno.

Quel tragico venerdì. «Mimì deve essersi sentita daccapo sola – ricorda Cavallo – quell’ultimo trasloco fatto per stare più vicina al papà, insegnante di latino e greco, la stava segnando: traslocare, impacchettare la propria vita e cominciare daccapo altrove, non è mai semplice; io stesso, quando trasferisco armi e bagagli ho forte una sensazione di malinconia: deve essere stato questo il sentimento che ha assalito Mimì in quei giorni».

Mimmo Cavallo, un rammarico. «Se io e Nando Sepe, suo produttore dell’epoca, avessimo avvertito questi suoi segnali, forse, e dico forse, avremmo evitato che lei si sentisse nuovamente sola: le avremmo fatto compagnia, l’avremmo fatta sorridere, parlare di progetti e mille altre cose ancora; è il dubbio che mi accompagnerà per il resto della mia vita; gli artisti, ripeto spesso, mi danno la sensazione di essere soli in espansione: hanno bisogno di relazionarsi con altri artisti con tipologie in qualche modo complementari a se stessi; lei non aveva assorbito del tutto la separazione da Ivano Fossati, me ne accorsi quando le rilessi un suo testo: andò in escandescenze; credo che solo una persona che ha amato un altro profondamente, può avere dentro di sé ancora tanta rabbia».CAVALLO articolo 02MIMMO E MIMI’, RAPPORTO VISCERALE

Mimmo e Mimì, un rapporto straordinario. «A seguito di questa costante ricerca delle sue radici, lei volle venire a Taranto; noi del Sud – diceva Mimì – abbiamo una marcia in più: la passione; voleva conoscere mia madre, capire chi fossi, da dove venissi; io ci scherzavo sopra, quando l’abbracciavo mi rispondeva, divertita, con sguardi e parole, in romanesco: “Oh, stai bono, nun t’allarga’!”».

Il film tv racconta una parte della vita di Mia Martini. «La vita mi ha insegnato a dire che è tutto bello e anche questa fiction ha un suo merito: aver riportato al centro della nostra vita un’artista straordinaria, unica nel suo genere; il film ha un tratto “commerciale” in quanto indirizzato al grosso pubblico; parla degli inizi di Mimì, del suo successo, perfino di quella stupida, maledetta nomea che qualcuno le aveva affibbiato: lo spettacolo, quello leggero, spesso si nutre di certe idiozie; una cantante, molto in voga, un giorno aveva pensato di far circolare una cattiveria: “…quella lì porta iella!”. Ma la fiction televisiva non ha raccontato del rapporto viscerale che aveva avuto con me ed Enzo Gragnaniello, per esempio, con cui era in perfetta sintonia: in una storia televisiva non puoi metterci tutti i personaggi e gli interpreti della tua vita, la narrazione tiene conto di certe dinamiche, pertanto rispetto la volontà degli autori».

Quella sciocca idiozia fatta circolare su Mimì, torna. «Sappiamo tutti, nell’ambiente, chi ha fatto circolare simili cattiverie; mi hanno stupito, però, intellettuali, insospettabili: cavalcavano questa maldicenza quasi fosse una moda, senza pensare minimamente che una simile voce, giorno dopo giorno, stava demolendo una vita. Ho perfino assistito a recenti riappacificazioni a favore di telecamera: cantanti che se ne erano dette tante a proposito di attacchi violenti e strenue difese su Mimì, che invece si abbracciano e sorridono per i fotografi. Meglio lasciar perdere, penso che alla fine anche Mimì avrebbe voluto lasciar perdere tutto questo…».