«Stare in prima linea»

Gabriella Ficocelli, assessore a Servizi sociali e Integrazione

«Convinta dal sindaco Rinaldo Melucci. Avverto la sofferenza della gente, chiede sostegno economico e una casa. Lavoriamo per gli anziani e per i giovani, centri di aggregazione e corsi di formazione. Dalla parte delle donne deboli, con orientamento a servizi sconosciuti, rapporti con tribunale e Asl»

Un assessorato che ci sta particolarmente a cuore, perché dalla parte dei deboli, è sicuramente quello ai Servizi sociali che fa il paio con l’Integrazione. Da poche settimane Gabriella Ficocelli, un passato nello stesso ruolo nell’Amministrazione del Comune di Pulsano, ha assunto una delega che in una città in sofferenza come quella di Taranto rappresenta un assessorato delicato, di “prima fascia” oseremmo dire.

Con il neoassessore a Servizi sociali e Integrazione, Ficocell partiamo proprio da un impegno non indifferente appena assunto. Una decisione non semplice.

«E’ una decisione che ho assunto con grande senso di responsabilità. Un ruolo importante, al di là dell’aspetto istituzionale, considerando che è lo stesso primo cittadino a rispondere della Giunta, lo ha avuto il sindaco. E’ stato Rinaldo Melucci, infatti, a chiedermi se avessi voluto far parte della sua squadra.

Accettato l’incarico, ho avuto modo di verificare come i Servizi sociali vantassero dirigenza, organizzazione e programmazione già avviata. Merito dell’Amministrazione ed evidentemente di chi mi ha preceduta in questa attività. Certo, facciamo i conti con il sovraccarico di lavoro, la carenza del personale, parte del quale a breve andrà in pensione. Ma detto questo, faremo un piano organizzativo con il quale proseguire l’attività in modo ragionato».FICOCELLI - Copertina 2Verso quale direzione ha mosso i primi passi?

«All’interno della progettazione e, in particolare, nel potenziamento di due progetti. Abbiamo, infatti, partenariato il Progetto marea, che dovrebbe beneficiare del finanziamento di bonifica per il Sud e che riguarderà i ragazzi dai dieci ai quattordici anni che muovono i primi passi in Città vecchia e al quartiere Tamburi. Un altro progetto, quello per gli ex detenuti, introdotti nel sociale attraverso un percorso di formazione e, successivamente, in ambito lavorativo».

Tribunale dei minori, Centri diurni, Case-famiglia, Centri per disabili e anziani, Sportello violenza sulle donne. Ma davvero le bastano 24 ore al giorno?

«Ce le facciamo bastare, mi sento affiancata da una struttura forte. Una delle prime visite l’ho fatta al Tribunale dei minori, dove ho incontrato il presidente Bina Santella, che ha confermato alta professionalità e sensibilità nel ruolo da lei rivestito. Nel corso dell’incontro mi ha manifestato massima collaborazione.

Ho visitato il Centro antiviolenza esistente all’interno di una sede Asl, fra via Campania e via Dante: la donna viene accolta da un’associazione presente tutti i giorni all’interno della struttura: massima disponibilità da parte del personale nel dare consigli in tema di ginecologia, formazione per il parto, allattamento e nel suggerire corsi personalizzati».

Continuità rispetto al passato?

«Faccio tesoro del lavoro di chi mi ha preceduto. Ognuno evidentemente ha il suo modo di operare, mi rapporterò con il vicesindaco Paolo Castronovi, che ha la delega anche alle Risorse umane. Insieme faremo il possibile per implementare la macchina amministrativa. A breve faremo riferimento a un finanziamento regionale che ci permetterà di contare su dodici nuove assistenti da inserire all’interno del nostro gruppo di lavoro perché il Segretariato sociale abbia maggiore rilievo e attenzione».FICOCELLI Articolo 02Il suo inserimento, in breve.

«Torno sulle parole del sindaco, che mi ha prospettato l’impegno facendomi sentire subito come fossi a casa mia. Faccio naturalmente tesoro del ruolo e della responsabilità assunta nei Servizi sociali nell’Amministrazione comunale della mia cittadina, Pulsano: è lì che ho maturato la mia esperienza; normative, regolamenti e piani di zona, dunque, non sono materie nuove per me».

Volessimo avere la percezione del suo operato.

«A brevissimo. E’ prevista la consegna di due centri di aggregazione per anziani, in piazza Grassi e piazza Catanzaro, con un’associazione che si prenderà cura degli ospiti. A seguire, il progetto di mediazione familiare, e sempre all’interno del nostro servizio, un bando di gara per borse-lavoro destinato ai ragazzi fra i sedici e i ventuno anni che faranno un percorso formativo e un tirocinio di sei mesi per avere sbocchi occupazionali».

Cosa le chiedono più spesso?

«Contributi economici, una casa. L’emergenza abitativa è un tema molto avvertito. Cerchiamo di responsabilizzare l’utenza alla ricerca di appartamenti, aiutandola con contributi per gli affitti con riferimento al Canone di locazione regionale. Cerchiamo, inoltre, di accompagnare gente che invoca aiuto anche nell’orientamento ai servizi che non conoscono, dai rapporti con il tribunale a quello con l’Asl. Non nascondo che in molti casi si crea un legame familiare, di grande affetto, e questo è un aspetto importante, se non fondamentale, in un assessorato, come diceva lei, così delicato».

Ex Ilva, diamo i numeri

“Sole 24 Ore”, diecimila posti di lavoro a rischio

Secondo l’ex ministro Calenda, oggi all’opposizione, la chiusura del siderurgico manderebbe a casa il doppio dei dipendenti (cifre allargate all’indotto). Fra le due tesi, una città divisa fra quanti difendono l’occupazione e quanti la salute.

Quanto perderebbe l’Italia in fatto di ricchezza se l’ex Ilva chiudesse i battenti.  La riflessione scaturisce da un articolo apparso nei giorni scorsi sul quotidiano “Il Sole 24 Ore” che ha pubblicato un’analisi econometrica commissionata allo Svimez, associazione privata per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. Secondo lo studio svolto dall’organo di informazione di Confindustria, dal sequestro (luglio 2012) a oggi si sarebbero persi ventitré miliardi di euro di Prodotto interno lordo (1,35% della ricchezza nazionale). Fra il 2013 e il 2018, la perdita sarebbe stata ogni anno fra i tre e i quattro miliardi di euro l’anno.

Secondo Il Sole 24 Ore, la riduzione delle ricchezza nazionale proseguirebbe anche quest’anno, in virtù della decisione di ArcelorMittal nel mantenere a poco più di cinque milioni di tonnellate la produzione di acciaio, anziché i sei milioni tondi promessi al momento dell’insediamento a nella capitale dell’acciaio italiano. Secondo lo stesso studio, pertanto, la ricchezza nazionale bruciata nell’arco dell’intero anno corrente sarà superiore ai tre miliardi e mezzo.

IPOTESI CHIUSURA…

Nell’ipotesi che l’intero stabilimento chiudesse, l’azzeramento della produzione di acciaio (i sei milioni di tonnellate anzidetti) sarebbe di una perdita vicina ai ventiquattro miliardi di euro. In buona sostanza, secondo l’ex ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, se l’ex Ilva di Taranto dovesse chiudere, si perderebbero 20 mila posti di lavoro e un punto di Pil.

L’attuale europarlamentare del Pd fa riferimento a una stima, dunque non a un dato ufficiale: 8.200 (oltre 10 mila se si considera l’intera società ArcelorMittal Italia), sono invece i dipendenti dello stabilimento, dunque meno della metà del numero indicato da Calenda (ma ci sarebbe l’indotto…).

Tre giorni fa, ospite a Zapping su Radiouno, infatti, l’ex ministro dello Sviluppo economico  ha dichiarato che “chiudere l’Ilva – parole sue – vuol dire perdere un punto di Pil e mandare a casa ventimila persone”.

Un giorno prima, dunque il 26 giugno, l’amministratore delegato del ramo europeo di ArcelorMittal (multinazionale guidata dall’indiano Lakshmi Mittal), ha dichiarato che a settembre l’ex Ilva rischierà di chiudere a causa di una norma contenuta nel cosiddetto “Decreto Crescita” (convertito in legge dal Senato il 27 giugno).

IMPUNITA’, DI MAIO AVEVA AVVERTITO

Un dossier del Servizio studi del Senato che fa riferimento a un articolo contenuto nel Decreto, infatti, stabilisce che dal prossimo per i responsabili dello stabilimento non varrà più l’impunità per la violazione delle disposizioni a tutela della salute e della sicurezza sul lavoro, elemento per l’amministratore delegato europeo indispensabile per risolvere i problemi ambientali dell’ex Ilva fino al completamento del Piano ambientale.

Detto in soldoni, secondo i critici di questa misura, sostenuta dal ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro Luigi Di Maio, il rischio è che i manager dell’ArcelorMittal vengano esposti a rischi di carattere legale per una situazione che hanno ereditato (dunque non causato) e quindi non vengano messi in condizione di poter mettere in regola una volta per tutte lo stabilimento.

Secondo quanti sono invece favorevoli, lo scopo dell’abolizione dell’impunità è quello di garantire la tutela della salute per i cittadini di Taranto. Il ministero presieduto da Di Maio in una nota aveva affermato che “ArcelorMittal era già stata messa al corrente del provvedimento a febbraio 2019 e che il governo è al lavoro affinché l’azienda continui ad operare nel rispetto dei parametri ambientali”.

DIECIMILA (ARCELORMITTAL), VENTIMILA (EX ILVA, PIU’ INDOTTO) POSTI A RISCHIO

Ma vediamo quanti sarebbero i posti di lavoro a rischio. L’intesa sottoscritta lo scorso settembre prevedeva che l’azienda si impegnasse ad assumere in totale 10.700 lavoratori (secondo l’esistente inquadramento contrattuale). Per i circa tremila dipendenti restanti, ArcelorMittal si era impegnata a finanziare un piano di incentivi per l’esodo volontario e ad assumere tra il 2023 e il 2025 qualsiasi lavoratore fosse rimasto nell’Amministrazione straordinaria di Ilva.

Allo stato, cifre alla mano, lo stabilimento dell’ex Ilva di Taranto conta circa 8.200 dipendenti (e non  ventimila come detto da Calenda). Se si considerano tutti i dipendenti del gruppo ArcelorMittal in Italia, questo numero si aggira intorno agli 11 mila, anch’esso inferiore alla cifra riportata dall’ex ministro Calenda. Ma, diecimila o ventimila che siano i posti di lavoro in ballo, di certo fra le schermaglie Governo-Industria-Calenda, in mezzo esiste una città che trema. Messa al centro fra salute e occupazione, Taranto vive in una situazione contrastante: migliaia di famiglie che vivono di Ilva, e migliaia di famiglie che, fra passato, presente e futuro, vivono quotidianamente l’angoscia di un male già manifestato o che potrebbe manifestarsi a causa di un inquinamento industriale combattuto, ma ancora non debellato. Dal suo canto, ArcelorMittal ha avviato attività di contrasto al fenomeno inquinante con la copertura dei parchi minerali.

Ancora due mesi, infine sapremo quale sarà il futuro di una città di cui tutti parlano, ma che si sente sempre più sola.

«Una città da sogno»

Paolo Castronovi, vicensindaco e assessore

Lusingato dall’incarico attribuitogli dal sindaco Rinaldo Melucci, ha delega a Risorse umane e Società partecipate. Vorrebbe imprimere una svolta con nuovi piani assunzionali. «Abbattuti i paletti del dissesto, stiamo rinforzando la Polizia locale. C’è carenza di personale, ma trovate le risorse economiche proseguiremo attingendo alle graduatorie scaturite dai concorsi»

Paolo Castronovi, assessore a Risorse umane e Società partecipate, nonché vicesindaco. Al di là del ruolo istituzionale, sostituire cioè il sindaco, la nomina che gli ha riconosciuto il primo cittadino di Taranto, Rinaldo Melucci, è un’attestazione di stima.

«Detto che istituzionalmente il vicesindaco è colui che in assenza del sindaco si assume le identiche responsabilità del primo cittadino, al momento di assegnarmi l’incarico di vicesindaco, il primo cittadino si è compiaciuto per responsabilità e impegno da me profusi nell’esperienza di assessore alle Risorse umane e agli Affari generali. In particolare, mi ha riconosciuto la capacità nel mediare con associazioni di categoria e sindacati, compito sicuramente utile in questo momento alla Giunta della quale mi onoro di far parte».

Il suo vissuto, l’impegno prima di entrare in Giunta.

«Dopo aver concluso un primo ciclo di studi, ho iniziato a lavorare all’interno dello stabilimento Ilva, dove ho lavorato per undici anni; è stato in quell’ambito che ho cominciato a coltivare la passione per l’attività sindacale con una delle sigle riconducibili al Comitato aziendale europeo; ho successivamente continuato l’esperienza sindacale nel Sunir – sindacato degli inquilini – per proseguire come responsabile del personale di punti-vendita di un nota azienda presente in tutta la Puglia; lì ho fatto esperienza interfacciandomi con il personale, stavolta dalla parte datoriale; il sindacato, nel frattempo, mi aveva dato modo di fare patronato ed esperienza a difesa anche di quanti non lavorano. Grande esperienza quella nel patronato, è lì che comprendi quale sia il reale bisogno della gente: incontri il pensionato che chiede di essere seguito nelle pratiche quotidiane, ma anche chi, purtroppo, non ha risorse economiche per fare la spesa e devi impegnarti nel trovare soluzioni».CASTRONOVO Articolo 01Il ruolo di assessore di Paolo Castronovi.

«Con la delega alle Risorse umane ho potuto comprendere le difficoltà esistenti all’interno dell’Amministrazione causa carenza di personale: esistono norme che si incrociano, pertanto quando c’è bisogno di unità lavorative in un determinato settore c’è sempre un motivo che rimanda in avanti la necessità di completare un organico con nuove assunzioni».

Senza entrare nel merito della gestione e della delega alla Polizia locale, ruolo fra l’altro ricoperto con impegno dall’assessore Gianni Cataldino, Taranto ha grande carenza di vigili urbani.

«Ribadito che è complicato assumere in qualsiasi comparto, non solo in quello della Polizia locale, come Amministrazione abbiamo ereditato una situazione economico-finanziaria problematica a causa del dissesto; questo status ci obbligava ad attenerci a precise disposizioni nel formulare piani assunzionali; lo scorso anno, con l’uscita formale dal dissesto, questo criterio è stato in qualche modo azzerato: a proposito della Polizia locale, sono state fatte le prime assunzioni, tredici fino ad oggi,  da una graduatoria scaturita da un bando di concorso indetto dalla Pubblica amministrazione; una volta trovate le risorse economiche, la Giunta delibererà per nuove assunzioni entro fine anno».CASTRONOVO Articolo 02Taranto, il punto di vista da cittadino e amministratore.

«Come molte altre città, anche Taranto vive le sue contraddizioni: da un lato un certo benessere, dall’altro una povertà palpabile; esempio banale, visto che me ne sono occupato in queste ore: cittadini chiedono la pulizia dei cassonetti, ne fai installare anche di nuovi, dopo mezz’ora qualcuno gli dà fuoco; Taranto, dunque, città particolare e complicata: di certezze non ne ho mai avute, ma da amministratore con questa Giunta cerco di dare delle risposte. In qualità di cittadino, osservo che il sindaco e i suoi assessori stanno svolgendo un buon lavoro; le intenzioni sono quelle di “ribaltare” la città: i risultati non possiamo vederli dall’oggi al domani, anche se già nei prossimi mesi potremo assistere ai primi risultati positivi».

Ultima domanda. Assessore alle Risorse umane e Società partecipate, la cosa a cui tiene di più di altre.

«La svolta occupazionale nel Comune di Taranto. Ho personalmente constatato le difficoltà degli impiegati a causa della carenza di personale; se riuscissi a imprimere una svolta a una domanda tanto insistente quanto legittima, per me sarebbe una grande soddisfazione».

Una mano sul cuore

Giuseppe Bungaro, diciannove anni, già Eccellenza italiana

A quindici ha inventato un nuovo stent pericardiaco. Insignito dal presidente della Repubblica, ha lavorato in una pizzeria per pagarsi scuola guida e benzina per andare spesso a Lecce, ad assistere ad interventi in sala operatoria.

Scienziato in erba. Ha appena diciannove anni, all’età di quindici aveva ideato un nuovo stent pericardiaco capace di ridurre ai minimi termini i rischi post-operatori dei pazienti. Lo scorso anno aveva vinto la Medaglia d’oro alle Olimpiadi internazionali dei Progetti Scientifici, tanto da esser autorevolmente inserito nelle Cento Eccellenze Italiane in veste di giovane talento della medicina (European Union contest for young scientists).

L’ultimo riconoscimento lo ha ritirato a Taranto, nella Cattedrale di San Cataldo in Città vecchia. Cornice, il “Mysterium Festival”, la rassegna di Fede, Arte, Cultura, Musica, Storia e Tradizione promossa dal Comitato scientifico presieduto da Donato Fusillo, coordinato da Adriana Chirico, e patrocinato dall’Arcidiocesi di Taranto in collaborazione con Comune di Taranto, Orchestra della Magna Grecia, Mibac, Regione Puglia e le Corti di Taras. Alla fine del concerto di Pasqua, eseguito dall’Orchestra della Magna Grecia e diretto dal maestro Piero Romano, il celebrato diciannovenne in questione, Giuseppe Bungaro, si è lasciato andare ad una convincente dichiarazione. A porgli il microfono, Nicla Pastore, conduttrice della serata. «Sono fiero del premio – ha dichiarato Bungaro, studente tarantino arrivato da Fragagnano, dove vive insieme con i suoi genitori – è segno che la città di Taranto non perde di vista i suoi figli che si impegnano in qualsiasi campo della vita, nella Medicina nel mio caso; anche per questo motivo, fiero della mia gente, difficilmente andrò via dall’Italia, non mi farò lusingare da borse di studio provenienti dall’estero…».COPERTINA Domenicale - 1 copiaMEGLIO IL SILENZIO DI UNA SALA OPERATORIA, CHE APPLAUSI

Applausi a scena aperta. Disinvolto nel parlare, Giuseppe, tradito dall’emozione, il suo viso arrossisce a causa di tanta attenzione. Preferisce di sicuro il silenzio della sala operatoria. Agli applausi le pulsazioni di un cuore, che può finalmente osservare stando ad un passo dal professore Luigi Specchia, il chirurgo che lo considera a ragione uno dei suoi più attenti “collaboratori”. Anche se quel giovanotto con quel paio di occhialoni si direbbe disposto a fare qualcosa di più, oggi deve solo assistere. «E’ già tanto – dice a proposito Giuseppe Bungaro – ho sempre sognato di far parte di una equipe medica, in qualche modo ho coronato il mio sogno: voglio fare il chirurgo, ma oggi mi accontento di fare lo spettatore, imparare le tecniche grazie a un grande chirurgo».

Bella la storia di Giuseppe. Non avendo ancora diciotto anni, dunque non avendo la patente, si svegliava all’alba per prendere il treno del mattino e trasferirsi Lecce, destinazione la città ospedaliera. partendo da Taranto. Aveva tenuto uno stage al Maria Cecilia Hospital di Cotignola, vicino Ravenna. Con l’aiuto di papà e mamma aveva preso casa in fitto, non voleva saltare una sola lezione. «Cose dell’altro mondo – ha dichiarato più di una volta Specchia, il suo “insegnante” – mai viste cose così, un giovanissimo così appassionato di Medicina, un predestinato alla carriera di chirurgo». Oggi Giuseppe ha diciannove anni. Lavora il sabato sera in pizzeria, mettere i soldi da parte per pagarsi la benzina e viaggiare da Taranto a Lecce.

PATENTE E BENZINA, COL LAVORO IN PIZZERIA

Figlio di un operaio Ilva, Bungaro comincia la sua esperienza in sala operatoria con Fausto Castriota, coordinatore dell’Unità Operativa di Emodinamica e Cardiologia Interventistica di Maria Cecilia Hospital e ora all’Humanitas di Bergamo. Passava le estati in Romangna, a Lugo. Lo ricorda bene il professor Specchia, cardiochirurgo di Lecce con cui oggi collabora il giovane tarantino. Castriota gli telefonò chiedendogli se avesse voluto seguirlo personalmente, considerando che Giuseppe aveva un solo desiderio: fare il chirurgo. Così è tornato a casa.

Giuseppe si presenta in ospedale quando può. Approfittando di qualche giorno di sciopero o durante assemblee scolastiche. Nel marzo scorso, il presidente Sergio Mattarella lo ha nominato ‘Alfiere della Repubblica’. Completata la maturità, Giuseppe tenterà il concorso a Roma per entrare alla facoltà di Medicina. «La tentazione di trasferirmi all’estero – ha detto Giuseppe – e diventare cardiochirurgo l’ho anche avuta, ma voglio restare nel mio paese, aiutare la mia gente, quanti avranno bisogno di assistenza».

Quel fascino della divisa…

Nigeriano, poco più di trent’anni, confessa la sua debolezza

«Sogno di fare il poliziotto locale, sono i più eleganti, i più educati», dice. «Per quanto sono tutti bravi quelli che fanno questo mestiere», corregge. «I carabinieri, quelli sì, ti mandano fuori controllo: ti danno del “tu”, ti dicono di non agitarti e, intanto, ti fanno mille domande», si sbilancia. Sogno di indossarla, per recuperare quel rispetto che nel mio Paese non ho mai avuto».

«Il traffico dalle mie parti è un’opinione». Fa cenni con le mani, Mike, nigeriano, per far comprendere cosa sia la circolazione stradale nel suo Paese. A far rispettare le leggi, un “poliziotto universale”, esiste un solo corpo militare. «Non è come qui da voi, ho visto – dice Mike – ci sono i vigili urbani, la polizia, poi cos’altro… i finanzieri». Lo ha visto su internet. Si sforza per far capire che le divise sono un dettaglio che non gli sfugge. Fosse per quello, ci sarebbero anche i carabinieri. «Più tosti, dimenticavo!». E, invece, Mike che ha compreso la gerarchia dei corpi militari, in un attimo si aggancia alla considerazione apparentemente sfuggitagli.

«E’ vero, i carabinieri, quando ti fermano ti fanno mille domande: gentili sono gentili, ma non si accontentano della prima risposta e se non parli bene l’italiano hanno tutta la pazienza di questo mondo. A me è successo qualcosa di simile: circolavo in città, mi chiesero i documenti, entrai nel panico; da noi, i poliziotti in divisa fanno paura: devi sempre tenere la testa bassa, mai fissarli negli occhi, la prendono come un’offesa, un gesto di sfida; qui, invece, se non li guardi negli occhi è come se avessi qualcosa da nascondere. E il bello è che ti danno subito del “tu” e si prendono tutto il tempo per capire dove il tuo ragionamento stia andando». Storie 02FINALMENTE UN SORRISO…

Ora ride, Mike. «Sapessi, invece, la paura quando mi fermarono: “Normale controllo”, mi dissero. E poi, “Stai calmo, devi avere paura solo se combini qualche pasticcio… hai combinato guai? No? E allora non avere timore…”.  La divisa nel mio Paese mette paura, dicevo, qui in Italia al cittadino dà sicurezza: almeno questo è capitato a me che, come disse il carabiniere, non avevo nulla di cui avere paura».

Da mesi in Italia, Mike le domande in italiano le afferra senza problemi. Riprende a sorridere. «Voi italiani, poi, potreste andare in qualsiasi Paese del mondo, viaggiare fino a dove vi pare: quando parlate muovete le mani, da lì si comprende se siete sereni o agitati, se qualcosa vi è andato di traverso». Fa il gesto del mulinare le mani a un palmo dal viso, Mike. «Quando un italiano fa così, brutto segno». Insomma, il linguaggio dei segni, il giovanotto nigeriano lo ha imparato. Fosse interrogato, per come parla e spiega le sue impressioni, a scuola strapperebbe la sufficienza.

Perché parliamo di poliziotti e carabinieri. «Ho sempre subito il fascino della divisa, per un senso di giustizia che ho dentro, ma da quando sto in Italia è diventata una malattia: vorrei fare il vigile urbano, dirigere il traffico; pensa che bello, alzo il braccio verso l’alto, apro il palmo della mano e… stop! Vero? Le auto al mio segnale si fermano, faccio attraversare i pedoni, aspetto che bambini e anziani si prendano tutto il tempo necessario e poi… segno alle auto ferme, “potete riprendere a circolare”». I vigili, oggi, si chiamano poliziotti locali. «Bella la divisa, blu d’inverno, bianca d’estate; girando per la città ho notato che sono i più eleganti di tutti: gentili come gli altri agenti delle forze di polizia, ma più eleganti, anche se qualcuno ha chili di troppo ha sempre gesti eleganti».

SARA’ PERCHE’ SOGNO RISPETTO…

«Hanno grande rispetto dei cittadini – prosegue Mike – sono disponibili, quando forniscono informazioni lo fanno sempre con il sorriso: che questo, il pedone, sia bianco, nero o giallo». C’è poco da fare, il modo di operare dei nostri “vigili urbani” è rimasto impresso a Mike. «Da pochi giorni a Taranto, un giorno mi sono rivolto a un agente di polizia locale – va bene così? – per chiedere quale strada avessi dovuto fare per tornare da via D’Aquino alla sede di via Cavallotti. Non indossavano ancora la divisa estiva, come invece accade in questi giorni: attesi qualche istante, il tempo che l’uomo in divisa finisse di dare indicazioni ad alcuni turisti: non appena ebbe finito, mi dette con la massima calma tutte le indicazioni per tornare nel mio Centro di accoglienza».

Avesse pelle bianca, Mike arrossirebbe, ma la sensazione è quella giusta, viso e occhi non tradiscono. Con la divisa cerca quel rispetto che a casa sua non ha mai avuto. «E’ la cosa che più ci manca – confessa – e che molti di noi, in Nigeria, cerchiamo dall’età della ragione: non è giusto che un tuo simile si serva della forza, di una pistola per avere ragione di te: sono cristiano, siamo tutti fratelli, abbiamo gli stessi doveri ma anche gli stessi diritti, non è così? Fin da piccolo ho fatto i conti con violenza e ingiustizia: se una divisa invita al rispetto, non c’è niente di male, forse desiderarla, un giorno indossarla è la strada giusta per recuperare un mio diritto».