«Chiara e forte!»

Floriano Dandolo, genitore di una piccola in cura al SS. Annunziata

«Un emocromo inquina il sangue di mia figlia. Cambia la vita, disintegra le certezze. Ma la piccola ha il carattere forte della mamma, sorride e sta uscendo fuori dalla terapia. L’importanza di incontrare professionisti e curare sul posto. Disposto a incontrare altri genitori…»

Sul sito, ma sostanzialmente sui mezzi di comunicazione di cui dispone “Costruiamo Insieme” (canale youtube e web radio), abbiamo spesso ospitato dirigenti, primari dell’azienda ospedaliera locale. Confronti per comprendere quali fossero le attività dell’Ente ospedaliero e le attese, invece, di pazienti e familiari che si avvicinano a un nosocomio, che sia un Pronto soccorso o uno dei reparti del “SS. Annunziata” piuttosto che “San Giuseppe Moscati”.

Questa volta sentiamo dalla voce di un papà, Floriano Dandolo, che al SS. Annunziata ha in cura la sua bimba, Chiara, cinque anni, che segue una serie di cure per combattere una malattia del sangue. Qual è il punto di vista di un genitore, la percezione di un utente, quando di fatto mette nelle mani di un’azienda ospedaliera una vita più preziosa della propria.

«Una macchina complessa; all’inizio ti trovi al cospetto di un percorso tortuoso che fai fatica a capire, se non fosse che nella sfortuna hai la fortuna di incontrare personale, non solo medico, umano e altamente professionale. E’ anche grazie a questo che riesci a farti una ragione di quanto ti stia accadendo, e ad avvicinarti a un tipo di vita che non t’aspettavi, quella di genitore costantemente all’erta. Non è facile, ma quando entri in un simile meccanismo, cominci a ragionare e a camminare con le tue gambe, immedesimandoti in totale nei momenti che stai vivendo, in questo caso con la mia bambina, Chiara, appena cinque anni, e mia moglie, Maria Rosaria».DANDOLO Articolo 01Un “emocromo sospetto” entra nella vostra vita. Una scossa spazza via qualsiasi sicurezza.

«Di colpo non esiste più l’ordinario, la vita quotidiana, una inattesa onda d’urto ha spazzato in un istante il concetto di “casa”. Non solo in senso fisico, ma anche dal punto di vista psicologico: la famiglia cede sotto i colpi di un emocromo. La vita ti costringe a voltare pagina, a gestire situazioni inattese. E, purtroppo, non ogni tanto, ma giornalmente, ora per ora».

Di Chiara ne parliamo a breve, ma tuo figlio, Luca, sette anni, dunque appena più grandicello, che domanda ti ha posto a proposito della sorellina?

«Domanda spiazzante. “Papà, che fine hanno fatto Chiara e la mamma?”. In quel caso mi ha soccorso una illuminazione. Ho inventato una favoletta spiegando la realtà, anche se in tutta coscienza non sapevo se fosse stata quella la cosa giusta. Consultando una psicologa, cui ho spiegato cosa fosse accaduto e come mi fossi comportato, mi è stato spiegato che avevo agito in modo ingenuo, ma funzionale. I bambini che non sono vittime di malattie rare e vigliacche devono anche sapere che esiste il bene, ma anche il male. Questo credo sia fondamentale. Non dobbiamo spegnere loro il sorriso, ma accompagnarli sul sentiero della vita che alterna cose belle a cose talvolta meno belle. Nei momenti in cui vieni preso alla sprovvista non è semplice trovare le parole giuste, poi, dicevo, l’illuminazione, ti soccorre il mestiere di genitore: la storiella…».

Qual è stata questa storiella raccontata a Luca?

«“Alla tua sorellina – ho spiegato al piccolo – hanno trovato il sangue “sporco”, tanto che si sono rese necessarie cure per “ripulirglielo”: questo è quanto…».

Poi incontri Valerio Cecinati, primario del reparto di Pediatria al SS. Annunziata. L’importanza di un medico.

«Un raggio di sole improvviso sbucato da una fitta nube nera. Non solo uno stimatissimo professionista nel campo della pediatria, ma anche medico qualificatissimo nel settore oncoematologico. Credo che in breve tempo, anche grazie ai colleghi del reparto, al personale paramedico, insieme ai collaboratori abbia trasformato un treno a vapore in un mezzo di collegamento che viaggia più spedito. La mia sensazione: non si fermerà fino a quando il suo reparto non diventerà un treno ad alta velocità».

DANDOLO Articolo 02Ci diceva che ha assunto un impegno. Spendere il suo tempo libero nell’incoraggiare quei genitori che avranno bisogno di un sostegno psicologico. Chi meglio di lei  la sua signora.

«Sottoporre un paziente a cure continue, a casa o in prossimità di casa, senza sottoporsi a spostamenti e lunghi viaggi nella sfortuna di una malattia che interessa un numero di pazienti in costante crescita, è un vantaggio psicologico non indifferente. Io e mia moglie, per esempio, per sottoporre la piccola a cicli di radioterapia ci siamo spostati non più lontano di San Giovanni Rotondo. E qui torniamo alla professionalità, all’importanza di un medico che esamina caso per caso e suggerisce la strada più giusta da compiere. Dunque, diffidate dai suggerimenti di amici e parenti, che possono indicare centri di eccellenza, ma magari non idonei a quel caso specifico».

Chiara, il suo comportamento, i suoi sorrisi. I suoi genitori.

«Non ha mai smesso di sorridere. E’ un fiume in piena, con il suo carattere travolge tutti, genitori e personale in primis. Merito della mamma, da cui Chiara ha preso il carattere forte, determinato. La terapia si divide in due fasi: in day hospital e in ricovero. Stando a Taranto, i due bambini usufruiscono della nostra costante presenza di genitori, in quanto possiamo alternarci; fosse stato altrove, un altro centro lontano da casa, sarebbe stato molto più difficile. Non dimentichiamo che la vita del bambino, appena sette anni, deve proseguire nel modo più normale possibile…».

Consigli ai genitori.

«In reparto ho lasciato il mio numero telefonico, disponibile con chiunque voglia scambiare due parole su una esperienza che io e mia moglie abbiamo vissuto in prima persona. A volte, le parole semplici possono alleggerire un peso sotto il quale si rischia di finire schiacciati nel fisico e nella mente».

«Speriamo che me la cavo»

Erika Blanc, fra cinema e teatro, dopo “Quartet”

«Ai giovani che fanno cinema e tv consiglio le tavole del palcoscenico. E’ la base di questo mestiere. Aspiravo a un ruolo nella commedia di Harwood, ho studiato, ce l’ho fatta». Squarzina, Strehler, Lionello. «Vi racconto la “k” ballerina del mio cognome…»

Teatro Orfeo di Taranto, in scena la commedia “Quartet” in programma all’interno del cartellone dell’associazione culturale “Angela Casavola”. Altro tassello, esclusivo appannaggio della cooperativa “Costruiamo Insieme” che ha affiancato in veste di sponsor la rassegna teatrale che si avvale della direzione artistica di Renato Forte.

In scena, fra i protagonisti della commedia scritta da Ronald Harwood, l’attrice Erika Blanc. Nota al grande pubblico, è stata protagonista di sceneggiati per la tv e film, non ultime le prove cinematografiche con Ozpetek, Avati, Castellitto e Gassman. Una seconda giovinezza, posto che la prima sia conclusa. Ci perseguita un dubbio, tanto che l’attrice ci scherza sopra. «Come li porto i miei 33 anni, bene?», dice mentre viene microfonata da Paolo D’Andria che cura regia, riprese e montaggio.

Teatro, signora. Ci dica fuori dai denti cos’è il teatro per lei?

«Parlo sapendo di non offendere nessuno, poi cosa possono farmi quanti si sentono colpiti dal mio modesto punto di vista, togliermi il saluto? Dunque, quanti fanno gli attori senza prendere in considerazione le tavole del palcoscenico, penso commettano un grave errore. Dunque, il teatro. S’è capito il mio punto di vista: è la massima espressione per l’attore, la base del mestiere per chi ha scelto di fare l’attore, cinema o tv che sia? Prima, passasse dal teatro».BLANC Articolo 02 - 1Una delle sequenze più ricercate e cliccate su youtube, il ruolo della nonna, giovane nello spirito, e saggia, con battute al fulmicotone ne “La bellezza del somaro” di Sergio Castellitto.

«La scena del  “tutti a tavola” e qualcuno, uno dei ragazzi, tira fuori un serpente facendolo passare per un normale animale domestico: una delle scene più esilaranti. Guardo il rettile, rifletto e dico appena: “Poverino, tutta la vita a strisciare, senza le zampette…”».

La sua carriera, prima del teatro.

«Ho cominciato con i fotoromanzi, poi il cinema, che agli inizi non mi ha dato grandi soddisfazioni. Sì, si impara, ma il teatro è un’altra cosa. Verso i trentatré anni mi sono posta una domanda: “Quanto durerò ancora come “bella ragazza”?”. Così ho lavorato con Strehler e Squarzina, poi con Alberto Lionello, compagno di una vita».

Blank o Blanc?

«Sono partita con la “k”, doppia se consideriamo il nome, Erika; facevo il cinema e a qualcuno venne in mente di estendere una “k” civettuola anche al cognome, perché faceva tanto straniera: “Blank”. Ma chi se ne frega, mi sono detta, poi una volta salita su un palco, insieme ai miei registi, ho pensato che Blanc facesse più, come dire, intellettuale: e sia Blanc…».

Sembra davvero sbucata da uno di quei suoi ultimi film per quell’aria un po’ svanita, che le dà sempre un fascino irresistibile. “Quartet”, bel personaggio.

«Speravo in questo ruolo, ambivo a questa commedia: si ride, ci si emoziona; credo faccia per le mie corde, non crede? Amo il teatro, i suoi rituali, un po’ meno i suoi chilometri: oggi fra una rappresentazione e l’altra ce ne scappano anche cinquecento e, magari, alla mia veneranda età pesano; sa, ho ventitré anni io, non si direbbe, vero? ».BLANC Articolo 03 - 1Impagabile, signora Blanc. Sembra già entrata nel personaggio che interpreterà in scena. Non aveva detto trentatré anni?

«Trentatré, avevo detto così? Mah, Totò avrebbe detto “sto nel decennio”: ventitré, trentatré, che importa, a volte me ne sento anche meno; forse ne ho davvero tanti meno…».

Le è sfuggito qualcosa nella sua carriera?

«Non credo, ho avuto tutto da questo mestiere. Penso di aver compiuto una carriera incredibile. Ho sempre trovato un ruolo che facesse per me. Penso a Castellitto, ma anche a Proietti e Gassman; qualche volta, intorno, registro picchi di Alzheimer: l’importante è che questi sintomi non li abbia io…».

Non le fa difetto la battuta. Studia ancora, “Quartet”, per esempio, è impegnativo.

«Studio sempre, è importante per crescere e io, fuori dall’ironia, voglio ancora crescere; in “Quartet” ho fatto una sostituzione, alla prima prova ho notato che mi adoravano tutti: lavorare con Ponzoni, con la stessa Paola, una grandissima, è molto bello; e Pambieri? Meriterebbe di fare più cinema, grande attore…».

Lei, non scherza.

«Io, me la cavo. Ecco, io speriamo che me la cavo…».

Puglia, la più bella

National Geographic conferma, è la regione più affascinante del mondo

Dal Barocco, ai muretti a secco, i trulli di Alberobello e Martina Franca, le masserie, i trabucchi, il mare cristallino del litorale. La tranquillità di borghi straordinari, l’incredibile tradizione enogastronomica dello Ionio con i suoi i prodotti di terra e di mare. Le sue spiagge celestiali, il Gargano e il Salento.

Inutile che gli altri si affannino per recuperare terreno. Anche quest’anno le diverse località turistiche non solo italiane, dovranno farsene una ragione: la Puglia è la più bella regione del mondo. Senza “se” e senza “ma”, come si dice in casi simili. L’Italia è il Paese più bello al mondo, un Museo a cielo aperto dicono gli studiosi e quanti da non sappiamo nemmeno quanto tempo. Dunque, la Puglia è il meglio del meglio. Non lo dicono gli italiani, bensì gli esperti. Non una entità pressoché sconosciuta creata ad hoc per incoraggiare gli imprenditori pugliesi alla vigilia di un’estate che proprio non si era presentata nel migliore dei modi.

Qui bisogna parlare inglese, scriverlo e leggerlo: da anni, infatti, da soli, in coppia, poi tutti e tre insieme, National Geographic, Lonely Planet e il New York Times, hanno eletto la “più bella delle belle”. Quasi fosse un concorso riservato alle miss. Prendetevi un attimo di tempo, qualche istante. Massì, esageriamo, anche due, tre secondi e fatevi una domanda. Vivete in un Paese mozzafiato; non basta, i pugliesi hanno la fortuna di abitare nella regione in assoluto più bella che esista sul globo terracqueo e non lo sapevate?

Anche quest’anno, infatti, la Puglia si è aggiudicata il “Best value travel destination in the world”, riconoscimento che l’aveva messa in relazione con centinaia di altre destinazioni in tutto il mondo. A definire la Puglia, la regione più bella al mondo, sono stati tre colossi della comunicazione e dello studio: National Geographic, Lonely Planet e il New York Times. Diverse le discipline messe sotto la lente d’ingrandimento: arte, cultura, natura e, ovviamente, le tante bellezze che il nostro territorio vanta e rappresentano un patrimonio di cui andare fieri.

MARTINA E LE MASSERIE, IL BAROCCO E LA TAVOLA

Dal Barocco del Salento, ai muretti a secco, i trulli di Alberobello e Martina Franca, le masserie, i trabucchi, il mare cristallino del litorale, il profumo delle zagare, le leggende, la cucina marinara tradizionale, le antiche chiese, le Grotte di Castellana, il Santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo, il Castello aragonese e le Colonne doriche, le Città vecchie di Taranto e Lecce, le insenature di Polignano a Mare. Tutta la Puglia è meravigliosa e forse non ce ne accorgiamo. La nostra regione è bellissima: da nord a sud, in tutte le sue sfaccettature e in tutte le sue località. Orgogliosi, dunque, di essere la più bella regione del mondo. E, pensate, non dovete nemmeno fare un biglietto. Siete già sul posto, approfittatene e quest’estate fatevi un altro giro. E se la Puglia la conoscete come le vostre tasche, concedetevi il bis.

La Puglia è una terra nella quale è possibile vivere esperienze uniche non solo per il suo mare, i borghi, la realtà rurale e moderna, castelli e cattedrali, ma soprattutto per la sua autenticità e la sua enogastronomia. La conferma di un riconoscimento straordinario, soprattutto perché riguarda una classifica mondiale e non solo continentale, e che dimostra ancora una volta la ricchezza turistica dell’Italia intera. Il premio alla Puglia è stato assegnato anche perché è la regione che vanta il meglio dell’Italia del Sud: i ritmi di vita, le tradizioni, la bellezza dei luoghi.

LONELY PLANET, IL NEW YORK TIMES…

La conferma anche dalla prestigiosa guida Lonely Planet, dal New York Times che in passato aveva titolato Italy’s Magical Puglia Region. Un trionfo riportato da una Regione che spesso, come la maggior parte delle realtà italiane, è al centro delle cronache per i problemi che la affliggono e che non ne restituiscono un’immagine positiva. Lonely Planet scrive che in Puglia “si possono assaggiare alcuni vini di qualità per niente costosi, in una regione che è la terza produttrice di vini e conta ben trenta diverse qualità di uve autoctone”.

La tranquillità di borghi straordinari come Ostuni o Locorotondo, Fasano e Martina; l’incredibile tradizione enogastronomica del Gargano e del Salento, dello Ionio con i suoi i prodotti di terra e di mare; le sue spiagge celestiali, come Punta Prosciutto o Baia dei Turchi, le Marine di Lizzano e Pulsano. E, ancora, la tradizione religiosa o dell’artigianato, con la cartapesta, i lavori in vimini, le sculture in legno o in pietra leccese dei famosi maestri scalpellini.

Che la Puglia fosse la regione più bella del mondo, forse noi italiani lo sapevamo già, e i milioni di turisti che ogni anno la scelgono lo dimostrano, ma riportato anche stavolta da una fonte autorevole come il National Geographic, non può che farci piacere e farci sentire orgogliosi una volta di più.

«Quei corpi privi di vita…»

Sambou, gambiano ricorda per noi, una delle tragedie del mare

«Donne incinte che galleggiavano, non potrò mai rimuovere dalla mia mente quelle immagini: centotrenta su un gommone che galleggiava per scommessa, poi tutti in acqua, salvi in cinquanta. Avevo una grave malattia respiratorio e un destino segnato…»

«Corpi di donne incinte che galleggiavano, prive di vita, davanti ai miei occhi: la Guardia costiera italiana non ce l’aveva fatta; avvertita di due imbarcazioni strapiene di africani che se la stavano vedendo brutta in un mare agitato, aveva fatto quello che aveva potuto; anzi, il Cielo li ringrazi, perché altri superstiti di quella tragedia avrebbero rischiato la stessa fine di donne, uomini e bambini, scomparsi a decine fra quelle onde esagerate per quanto erano alte: ottanta morti, cinquanta in salvo!».

Sambou, gambiano, più di ventiquattro anni, affetto da continue crisi respiratorie, a fine dramma ospitato in un Centro di accoglienza di “Costruiamo Insieme”, racconta qualcosa di cui poco si è parlato. Non si dà pace, dice di non aver letto molto della vicenda costata la vita a una buona parte di una imbarcazione che avrebbe potuto trasportare appena poche decine di persone e, invece, a bordo di persone ne avevano fatte salire centotrenta. «Erano due i gommoni, roba da non crederci, galleggiavano per scommessa: io non potevo fare troppe cerimonie, dovevo cogliere l’occasione al volo, stavo sempre più male e non avevo soldi per pagarmi i medicinali, figurarsi il viaggio!». Due le imbarcazioni. Già una trentina a bordo sarebbero tanti. «Eravamo centosedici sul mio gommone, sull’altro centotrenta: c’era chi aveva contato per dare un certo equilibrio ai due enormi “salvagente”: eravamo pazzi, molti di noi erano al corrente che avremmo corso seri pericoli, non potevamo spostarci da prua a poppa; intanto, non c’era spazio, poi avremmo fatto “ballare” più di quanto non lo facesse già di suo quel gommone; non ci perdevamo di vista, quando un’onda più alta delle altre fece un solo boccone dei centotrenta…».Sfondo colore 02CORRI SAMBOU, CORRI…

Perché Sambou scappa. La salute, dice. «Avevo crisi respiratorie, asma. Da noi quelle cure costano tanti soldi, eppure papà cercava di fare il possibile per aiutarmi, lavorava dalle prime luci del mattino a tarda sera, un uomo che aveva il senso del sacrificio». Poi le cose cambiano. Sulla sua famiglia si abbatte una seconda sciagura. Niente in confronto alla malattia di Sambou che lo sta trascinando verso una strada senza uscita. «Muore mio padre, il sostegno della nostra famiglia: noi lavoravamo, facevamo quello che potevamo, ma era lui il motore di tutto; si spremeva come un limone, non si riposava un attimo: spezzarsi la schiena per tante ore al giorno, alla fine ti sfianca, ti indebolisce; purtroppo, un brutto giorno, papà si abbatté: non ce la fece a superare una crisi, l’ultimo suo sguardo rivolto ai figli e un attimo dopo al Cielo, quasi lo chiamasse a testimoniare che lui aveva fatto il possibile per sfamarci e farci stare tutti insieme».

Le cure, costano. «Non ce la può fare la famiglia, non che fossi un peso, ma avevo bisogno di medicinali, molto costosi dalle nostre parti; dovevo provare a imbarcarmi per l’Italia, anche perché le crisi respiratorie erano ad intervalli sempre più brevi; mia madre, per amore dei figli si era risposata: così sarebbe stato più facile sfamare i più piccoli; io, intanto, mi ero allontanato da casa con la sua benedizione, tanto che quando possibile sento lei, i miei fratelli e i miei amici; nel cuore un grande dolore: quando mi ero rassegnato a morire nel letto di casa mia, dovevo andare via, con il timore che durante il viaggio potesse capitarmi qualcosa e non essere seppellito nel mio Paese».

C’è stato un momento in cui Sambou ha pensato che fosse davvero finita, in un Paese che non era il suo Gambia. «La Libia. Ci ero arrivato letteralmente distrutto, non ce la facevo a stare in piedi: non avendo denaro in tasca e, dunque, impossibilitato a pagare il riscatto a banditi senza scrupoli, ero stato prima rinchiuso in qualcosa che somigliava a un carcere, poi gettato per strada: un mese in un angolo di quella prigione improvvisata, fra colpi di tosse e crisi sempre più gravi. Una sera non ce la fecero più, due sorveglianti mi presero mani e piedi e mi scaraventarono per strada. Era la fine. Non riuscivo a pensare a un epilogo diverso: crisi di asma, dolori e ferite ovunque a causa della violenta caduta, mi trascinai verso un marciapiedi per aspettare lì la mia fine…».

QUANDO TUTTO SEMBRA FINITO…

Invece, miracolo. «Qualcuno mi svegliò, forse impietosito nel vedermi moribondo. “Ci sono due imbarcazioni per l’Italia, se si stringono un altro po’, c’è posto anche per te”, mi disse l’uomo della provvidenza. Speranze ridotte al lumicino, mare agitatissimo, i due gommoni che sembravano due galleggianti sbalzati dalle onde; anche stavolta invocai il Cielo: io e altri centoquindici su un gommone, centotrenta sull’altro, appena più grande, ritenuto più sicuro tanto da ospitare donne incinte e bambini».

Un attimo e a metà del viaggio l’imbarcazione dei centotrenta, a poca distanza da Sambou, non regge l’urto di un’onda alta quanto un palazzo di dieci piani. «Sotto i miei occhi vedo sbalzare fuori dal gommone tutta quella gente: tutti in mare, urla strazianti, ognuno invoca aiuto nella sua lingua; braccia che si agitano sempre con più forza e quando questa abbandona quella povera gente, quelle braccia spariscono fra le acque: è finita».

Un dolore e una morte annunciata. Uomini, donne e bambini scompaiono uno dietro l’altro. «Dei centotrenta, vengono tratti in salvo appena cinquanta, e sono tanti, perché la Guardia costiera rastrella quelli che riescono a malapena a reggersi a galla, qualcuno aggrappato al nostro gommone, quello “sopravvissuto” al mare in tempesta; arriviamo finalmente in Italia, veniamo assistiti, io vengo accompagnato in ospedale e sottoposto a una serie di cure: sano e salvo!».

Sambou prosegue le cure fuori dall’ospedale. «Adesso va meglio, mi rimetto in sesto e poi sotto con il lavoro: ho imparato a fare l’elettricista, una cosa che mi è sempre piaciuta fin da piccolo. Forse perché dalle mie parti qualcuno che porta luce viene visto come uno spiraglio di speranza».

«Respingere mai!»

Parla l’amministratore accusato per “troppa indulgenza” con gli extracomunitari

«Regolamentare sì, ma nel frattempo dobbiamo essere ospitali: appartengo a una Destra sociale che non c’è più. Ho fatto solo il mio, poi i “leoni da tastiera” hanno fatto della normalità, cioè l’accoglienza, un caso mediatico». Scatenati quotidiani e tv nazionali.

Alessandro Scarciglia, vicesindaco di Avetrana, riceve offese e insulti sui social network. Unico torto, punti di vista – noi la pensiamo esattamente come lui – essersi prodigato nel dare accoglienza a settantatré migranti pakistani sbarcati nei giorni scorsi sulla spiaggia di Torre Colimena, Marina di Manduria. Sono in molti ad esprimere solidarietà a Scarciglia. Politici, sindacati, cittadini si schierano dalla sua parte, qualcuno parla di «vergognosa aggressione nei suoi confronti» e, invece, lo ringrazia «per l’impeccabile lavoro istituzionale svolto e avere interpretato nel modo più giusto il ruolo di amministratore».

“Costruiamo Insieme” ha fatto di più. Ha invitato Scarciglia in studio per farsi raccontare direttamente dal protagonista di un gesto normale, quello dell’accoglienza, diventato suo malgrado “speciale”. Tutto nasce da un equivoco. La formazione politica di appartenenza, passata attraverso diversi partiti che, però, non incarnavano lo spirito dell’amministratore.

Insomma, Scarciglia, una tempesta mediatica?

«Ho fatto quello che dovrebbe fare ogni essere umano, che sia di destra o di sinistra: aiutare il prossimo; mi meraviglia, invece, quanto si è scatenato mediaticamente nel giro di qualche ora. Ma andiamo per ordine: sono appena passate le sei e mezzo del mattino, mi chiama un brigadiere della Stazione dei carabinieri di Avetrana: settantatré persone, appena sbarcate, sono in fila indiana sulla strada, si dirigono da Torre Colimena – dove è avvenuto lo sbarco – verso Avetrana; non sono più in territorio di Manduria, così spetta a noi, avetranesi, darci da fare: è gente che da giorni – nove abbiamo saputo – viaggiava in mare».SCARCIGLIA articolo 01Scatta l’operazione-ristoro.

«Sollecita. Cominciano i carabinieri, un esempio in fatto di impegno, per proseguire con rappresentanti della Prefettura di Taranto che hanno svolto il lavoro di identificazione con la massima velocità; metto a disposizione di questi settantatré poveretti, stanchi, denutriti, con appena la forza di ringraziarti a mani giunte, lo stadio comunale: lì troviamo magliette, ciabatte, servizi igienici. Grazie infinite a un ristoratore del posto, al titolare di un negozio di casalinghi e alla generosità dei cittadini non solo di Avetrana – perché c’è stata una corsa alla solidarietà – i migranti hanno ricevuto pasto caldo, bottigliette d’acqua, bicchieri posate, indumenti e scarpe».

Lei, però, è di destra: non glielo hanno perdonato. Cosa fanno quanti appartengono a questa ideologia: mangiano i bambini, prendono a sassate o botte i richiedenti asilo, li respingono in mare e chi si è visto, si è visto?

«Sono orgogliosamente di destra, ho vissuto da ragazzo il Movimento sociale, poi Alleanza nazionale, infine Fratelli d’Italia, da cui sono poi uscito: attualmente sono sprovvisto di tessere di partito; mi manca la mia Destra sociale, all’interno della quale non si è mai parlato di dichiarare guerra a bisognosi e richiedenti ospitalità: regolamentare sì, respingere mai, siamo seri! Alla base di tutto deve esserci rispetto per chiunque sia un diverso, per pelle, religione, politica che sia; a casa, come in politica, mi hanno insegnato ad aiutare i deboli da qualsiasi parte del mondo arrivassero».

Veniamo all’attacco web. 

«Il web è bello perché è democratico, ma andrebbe regolamentato: uno non può pensare di aggredire impunemente chiunque, sono contro i “leoni da tastiera”; sono stato oggetto di un “agguato mediatico” da parte di un rappresentante del centrodestra e di uno del centrosinistra, in perfetta par condicio: ognuno di questi diceva il contrario dell’altro, figurarsi io che ero al centro della vicenda; dei due, chi diceva che un uomo di destra deve usare il polso duro e respingere gli sbarchi; chi, invece, che il sottoscritto era in cerca di visibilità: hanno perso entrambi un’occasione per tacere».
SCARCIGLIA articolo 02Tutto è finito lo stesso giorno.

«Di più, a mezzogiorno in punto! La Prefettura aveva disposto il trasporto dei pakistani all’hot spot di Taranto per espletare le ultime formalità e definire per ciascuno di questi la destinazione. E’ stata una vera corsa di solidarietà, due ragazze si sono offerte da interpreti e tutto è andato nel verso giusto; in molti si sono complimentati per come ci siamo attivati all’interno della vicenda: amministratori, commercianti. Per dirla tutta, doveva finire tutto lì: soccorso, ristoro e trasferimento dei settantatré pakistani a Taranto».

Dei pakistani, i “leoni” non se ne sono occupati affatto.

«Due cose sono sfuggite ai più: la disperazione di questa gente in cerca di libertà e l’errore di rotta, perché non so spiegarmelo come sono stati “spinti” a Torre Colimena; magari si tratta di una nuova rotta, chi può dirlo?».

Tv e stampa nazionale, la sua vita per qualche giorno è cambiata. 

«Continuo a fare l’amministratore nell’unico modo in cui mi è stato insegnato: il rispetto. Vuole sapere l’ultima? Da sempre mi spendo nel sociale, per formazione culturale: faccio clownterapia, in tasca sempre il famoso “naso rosso” (simbolo dei “clown di corsia”, ndr): con altri associati vado spesso a Brindisi, portiamo il buonumore in corsia, tanto ai bambini malati quanto agli anziani; sono stato a fare l’animatore, a portare il buonumore anche nei Centri di accoglienza; come vedete, non mi sono improvvisato, da sempre mi spendo per il prossimo, figurarsi se il colore della pelle può fermarmi…».