«Coronavirus, una sciagura»

Roby Facchinetti, in esclusiva, parla dalla sua Bergamo

La città lombarda la più colpita dal Covid-19. Rinuncia al collegamento con “Domenica in”, rilascia una intervista alla web radio di “Costruiamo Insieme”. «Barricati in casa, finestre chiuse. L’Eco di Bergamo, dodici pagine di necrologi! Ogni famiglia colpita da questo nemico invisibile. Ai tarantini: non uscite, ascoltate musica, usate internet»

«L’Eco di Bergamo, il quotidiano della nostra città, è un bollettino di guerra: da una media di una pagina al giorno dedicata ai necrologi, siamo passati di colpo a dodici!». Roby Facchinetti, interprete, autore e leader dei Pooh, la formazione musicale italiana più amata, ha rinunciato al collegamento da casa sua con Mara Venier e “Domenica in” su Raiuno. «Non me la sento, la mia città è moribonda, sta soffrendo decine di lutti al giorno, la gente non può avvicinarsi ai suoi cari per l’ultimo saluto: un disastro dopo l’altro». Il popolare artista accetta di parlare con la web-radio (passaggio e replica in queste ore) e con il sito di “Costruiamo Insieme”. Dalle sue parole si evince il dolore, Facchinetti dà la dimensione della sciagura abbattutasi sulla sua città, dove abita insieme con moglie e figli. Bergamo, punta avanzata di una regione, la Lombardia, martoriata dal Covid-19, tristemente noto come coronavirus.

Facchinetti e giorni tristissimi, scanditi da un virus che nella sua città semina terrore e morte.

«A Bergamo, la città più colpita da questo disastro, viviamo barricati in casa: abbiamo paura, ne ho tanta per i miei cari, moglie, figli, nipoti; per gli amici, i miei concittadini: magari hai parlato un paio di ore prima con uno di loro che ti ha rassicurato, ha detto che va tutto bene e, invece, ti richiama per dirti che il virus s’è portato via un amico, un parente…».

La sua Bergamo, non un grande comune. Le centinaia di morti da coronavirus danno una percezione ancora maggiore della sciagura.

«Una ragione che ci fa soffrire di più, ci conosciamo tutti e se la gente non la conosci direttamente, poco ci manca, sono persone che hai incontrato, sono vicini di casa con cui ti sei incrociato decine e decine di volte: il virus ha colpito gran parte delle famiglie; questo nemico invisibile fa paura, non apriamo nemmeno le finestre, tanto temiamo il contagio. La spesa la facciamo raggiungendo telefonicamente esercizi commerciali e personale; insieme con il personale medico dedito all’assistenza dei malati H24, sono loro i nostri eroi: lasciano l’ordine davanti al cancelletto riducendo al massimo il nostro contatto con l’esterno e con il rischio».

Chiusi in casa, in teoria ci sarebbe più tempo da dedicare ad altro.

«Mi rifugio nella musica, ma non è così semplice, mi sento perseguitato dallo stesso pensiero: un tarlo nella testa che non mi abbandona un solo attimo; difficile dedicarmi alla scrittura, a una lettura, manca la concentrazione…».

Le sue mattinate.

«Non dormo più di due, tre ore di fila; l’angoscia, la paura mi tengono sveglio, la serenità è ormai qualcosa di astratto. La mattina accendo il pc e vado su internet, passo in rassegna quei siti dei quali mi fido e che mi offrono l’esatta dimensione di quanto sta vivendo il mio Paese: purtroppo, da giorni, niente di nuovo, dunque niente di buono; passo, poi, alla tv, guardo i notiziari, il primo, il secondo e vado avanti così; infine tocca ai talk-show, quei programmi di aggiornamento con giornalisti e medici in collegamento; è un continuo susseguirsi di notizie, alla ricerca di una misera colonna su un giornale che ci dia speranza, che un virologo stia lavorando per debellare questo male!».

Nessuna contromisura, se non la quarantena.

«Invece di due settimane, per starcene sicuri, occorrerà restarsene in quarantena almeno tre settimane; magari servisse tutto questo nell’adottare contromisure in un momento in cui abbiamo netta la sensazione di vivere qualcosa di epocale».

Taranto è vicina alla sua città, martoriata dal coronavirus.

«E io, virtualmente, sono molto vicino a Taranto, città alla quale sono legato da grandissimi ricordi e non solo quando i Pooh hanno cominciato ad avere successo: eravamo un complesso musicale pressoché sconosciuto, appena entrato in classifica con “Piccola Katy”, e già avvertivamo l’affetto dei tarantini; poi i concerti all’Alfieri, al Mazzola e allo Iacovone, i ventimila spettatori sono arrivati quando le hit parade erano diventate casa nostra».

Questo disastro ha virtualmente riavvicinato fra loro gli italiani.

«Abbiamo fatto squadra. Come spesso accade la paura ricompatta i sentimenti, fra le mura di casa si riflette, si torna a parlare, a rivedere le priorità, spesso indirizzate più al benessere che non alla salute; dopo questo scossone penso che gli italiani presteranno più attenzione al valore della vita, al prossimo: questo momento difficilmente passerà in cavalleria; non era mai successo che il Paese si fermasse di colpo e si svuotassero strade, chiudessero attività, indossassimo tutti le mascherine, dentro e fuori casa: no, questa è una mazzata epocale».

A proposito di squadra, Facchinetti tifoso e autore dell’inno dell’Atalanta. Sul più bello, lo stop campionato e Champion’s. Questa stagione, unica per i successi della Dea (così denominata la squadra nerazzurra), sarà per sempre ricordata con un po’ di malinconia.

«Stop sacrosanto al campionato e alla Campion’s, la Dea stava disputando la più grande stagione della sua storia collezionando un’emozione dopo l’altra. Abbiamo fatto in tempo a gioire della vittoria esterna con il Valencia, a porte chiuse: giocare senza pubblico equivale a un allenamento e anche quello era un primo segnale, il calcio si stava fermando e noi lo avevamo perfettamente compreso e condiviso. Secondo qualcuno, proprio assistere nei bar, nei locali chiusi, festeggiare l’impresa sportiva, avrebbe accelerato il contagio fra gli anziani. Fosse così sarebbe un’altra sciagura, tanto che diventa anche superfluo parlare di calcio».

Detto dei concerti tarantini, una volta debellato il virus, potrebbe esserci un mega-evento, con i Pooh e altri artisti?

«Non escluderei nulla, ma con il coronavirus sull’uscio di casa, preferisco concentrarmi su altro: la musica mi aiuta molto, ne ascolto tanta, ma scriverla non solo è più complicato, ma stare concentrati è pressoché impossibile; il pensiero corre al prossimo tg, quello della speranza: ecco, sogno l’apertura di un notiziario che dica che l’incubo è finito, è stato trovato l’antivirus e gli italiani, poco per volta, possono tornare a riappropriarsi della propria vita».

Il cronista immagina la risposta, ma deve provarci. Una reunion con i Pooh, magari in questi giorni, fra i mille pensieri è balenata anche l’idea del “passata la bufera, perché no?”.

«Sono concentrato sul momento che sta attraversando la mia città e l’intero Paese; ai tarantini dico “restate in casa”, all’amico cronista “portiamo a casa la pelle”, poi ne riparliamo!».

Puglia, sei decessi

Coronavirus, la regione prosegue nei test

Sale a trentasette il numero delle vittime nelle nostre province. A Taranto in funzione il laboratorio per la diagnosi del Covid-19. Prudenza su farmaci risolutivi promossi da videomaker su internet. Non solo mascherine, anche le sciarpe vanno bene. Anche all’estero attivano contromisure. Attenzione sui prodotti sanificanti non autorizzati. 

Altri sei sono stati i decessi legati all’epidemia di coronavirus registrati in Puglia. Salgono così a trentasette i morti nella nostra regione. A darne notizia, il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano. Prosegue l’attività sanitaria. Effettuati 601 test: positive 120 persone, 37 nella provincia di Bari; 10 nella Bat; 2 nel Brindisino, 14 nel Foggiano, 29 in provincia di Lecce; 5 nel Tarantino. Due sono i pazienti provenienti da fuori regione e 21 ancora da attribuire. Dei sei decessi, quattro sono avvenuti in provincia di Foggia, uno nel Leccese e un altro in provincia di Brindisi. Dall’inizio dell’emergenza sono stati effettuati 6.761 test, i casi positivi in Puglia sono 906, la provincia di Bari la più colpita con 268 casi, seguita da quella di Foggia con 226.

Intanto è entrato in funzione anche a Taranto il laboratorio di biologia molecolare per la diagnosi del Coronavirus. Con una nota, lo ha annunciato il consigliere regionale Michele Mazzarano. In virtù di ciò, i tamponi faringei eseguiti dal Dipartimento di Prevenzione dell’Asl di Taranto non saranno più spediti a Foggia per essere esaminati.

Quello di Taranto è il settimo laboratorio dedicato al Covid-19 in Puglia. Si aggiunge a quelli di ospedali Riuniti di Foggia, istituto zooprofilattico di Foggia, Policlinico di Bari, e quelli di Brindisi, Bat e Lecce. E in attesa che parta l’istituto zooprofillatico di Putignano. L’auspicio, a questo proposito, è l’attivazione in Puglia del test rapido dei tamponi, supportato da sistemi di innovazione tecnologica, per eseguirne un numero sempre maggiore.

Si registra, intanto, un sottile miglioramento nelle cifre riguardanti il coronavirus, ma non è il caso di lasciarsi andare a facili entusiasmi, in un momento in cui è necessario proseguire, secondo quanto indicato dal Governo, gli inviti rivolti ai cittadini residenti sul territorio italiano. A proposito di inviti e istituzioni, interviene anche il Presidente della Repubblica. Restare uniti anche di fronte all’emergenza sanitaria: è l’appello lanciato da Sergio Mattarella in occasione della commemorazione delle Fosse Ardeatine. «I valori del rispetto della vita e della solidarietà che ci sorreggono in questo periodo, segnato da una grave emergenza sanitaria, rafforzano il dovere di rendere omaggio a quei morti innocenti» sono state le sue parole.

AVIGAN, ANDIAMOCI PIANO

Nelle ultime ore circolava un video che indicava l’Avigan come medicinale per curare il coronavirus. Preoccupati, invece, per il test in Italia, sono proprio i produttori del farmaco. «Siamo molto sorpresi della possibilità che il nostro farmaco possa essere testato in Italia nella attuale pandemia da coronavirus». Lo ha dichiarato Chiaki Hasegawa, a capo delle pubbliche relazioni del colosso farmaceutico giapponese, in una intervista rilasciata alla DIRE. Anzi, aggiunge il portavoce della Casa farmaceutica, a proposito dell’Avigan, «il fatto che strutture italiane possano considerare di avviare sperimentazioni estese o un possibile utilizzo ci preoccupa molto: i test di cui si parla riguardano la versione cinese di questo farmaco e non ci sono ancora sufficienti sperimentazioni su pazienti non giapponesi».

Il gruppo FS italiane in collaborazione con al Protezione Civile offre ai medici volontari selezionati per la task force «Medici per il Covid» a supporto delle strutture sanitarie del Nord, la possibilità di raggiungere gratuitamente le regioni maggiormente colpite dall’epidemia a bordo dei treni di Trenitalia

SCIARPE E FOULARD

Sciarpe e foulard possono bastare. Le mascherine non sono necessarie se si mantiene la distanza di sicurezza di almeno un metro. Devono usarle le persone che hanno sintomi respiratori, come tosse, raffreddore o altre cose. Ma per proteggere gli altri. Se uno vuole proteggersi perché durante il percorso non riesce a mantenere sempre la distanza, la mascherina è la soluzione, ma in carenza di mascherine si possono usare anche altri sistemi come sciarpe o foulard. Lo ha detto Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, intervenuto in una trasmissione radiofonica.

Ma della serie “non si può mai stare tranquilli”, ecco una news che fa riflettere. Segnalare l’episodio lo stesso Comando provinciale della guardia di finanza di Napoli, che a Sant’Antimo ha sequestrato una fabbrica di detersivi e saponi e oltre 400 litri di igienizzante per mani prodotto senza alcuna autorizzazione ministeriale. In particolare, i militari del gruppo di Frattamaggiore, a seguito di specifiche analisi di rischio effettuate anche attraverso le piattaforme di vendita on line, hanno individuato e perquisito l’azienda in questione, e sequestrato circa 300 litri di igienizzante sfuso, 792 flaconi da 150 ml di igienizzante pronti per l’immissione in vendita e più di 100.000 etichette ingannevoli.

E DALL’ESTERO…

Una delle ultime notizie dall’estero, arriva dalla Spagna. I casi confermati di coronavirus hanno superato quota 35.000, mentre i decessi sono oltre 2.200: è quanto emerge dagli ultimi dati pubblicati dal quotidiano El Pais. In particolare, i contagi nel Paese sono ora 35.068 e i decessi 2.229. Le persone guarite sono 3.355.

Infine, le Borse europee che aprono in forte rialzo (Milano +2,5%). Dopo il rimbalzo dei listini asiatici, con Tokyo che ha chiuso a +7,13%. Londra avanza del 4,11% a 5.196 punti, a Milano l’indice Ftse Mib guadagna il 2,58%. Francoforte sale del 5,3% a 9.226 punti, Madrid del 3,5% e Parigi del 4,38%. I mercati azionari si sono galvanizzati dopo il Qe illimitato lanciato dalla Fed, che ieri non è bastato a Wall Street ma che è stato invece ben accolto oggi in Asia e in Europa.

«Popolo di eroi e cialtroni»

Considerazioni sugli italiani assaliti dal coronavirus

Alessandro Barbero, ordinario di Storia, ha un suo punto di vista. «Questo Paese ha grandi uomini, ma anche tanti furbi. Non ha mai mostrato, al pari di Germania, Francia e Russia, di essere compatto. Se ne può uscire, ma con una classe politica praticata da sciacalli, diventa complicato»

«La caratteristica degli italiani che sta venendo fuori, di fronte all’emergenza del coronavirus, è la tendenza a muoversi in ordine sparso; anche in questa tremenda situazione, vediamo eroi e cialtroni: chi rischia la pelle e chi ne approfitta». Alessandro Barbero, ordinario di Storia medievale, in una intervista rilasciata a Huffpost, blog e aggregatore fra i più seguiti al mondo, non usa giri di parole. Insomma, come si dice, non le manda a dire.

L’Italia dal Dopoguerra in poi, ha dato spesso la sensazione che fosse un Paese a due marce. Un suolo sul quale c’è talmente spazio per tutti da legittimare anche il più furbo, il che significa non essere “il più intelligente”. Qualcuno diceva che per un uomo intelligente è molto più semplice fingersi scemo, che non per uno stupido fingersi intelligente: dare, cioè, l’impressione di avere testa, ragionamento, solo per qualche minuto; questione di pochi istanti, poi il bluff del soggetto che avrà provato ad elevarsi culturalmente cadrà miseramente a causa della mancanza di studio e, peggio, di sensibilità.

In questi giorni di coronavirus, il virus tristemente noto Covid-19, stiamo assistendo ancora una volta a una corsa a due andature: nella prima chi ci mette l’anima, rischia la vita; nella seconda, tristemente nota anche questa, chi segna il passo, finge – tanto per cambiare – di fare qualcosa. Per entrare subito in argomento, ci sono medici che al Nord non sapendo contro quale tipo di virus stessero combattendo, ci hanno rimesso la pelle. Altri colleghi, più a Sud, 249 pare, che si sarebbero messi in malattia. Tutti nello stesso ospedale, il “Cardarelli” di Napoli. Con tanto di «vada a farsi benedire» il Giuramento di Ippocrate, non più di qualche anno fa aggiornato. Uno dei cardini resta il  «prestare soccorso nei casi di urgenza e mettersi a disposizione dell’Autorità competente in caso di pubblica calamità». Quanto, cioè, sta accadendo.

CHI RISCHIA E CHI APPROFITTA

«C’è chi rischia la pelle e chi ne approfitta», dice Barbero. Esistono quanti si rimboccano le maniche, spiega in buona sostanza lo storico, e quanti fanno i furbi (non è una novità): è un atteggiamento che gli italiani hanno assunto anche durante la Seconda Guerra mondiale: noi italiani di oggi assomigliamo decisamente molto agli italiani di ieri.

«Pensiamo a come si sono comportati nell’ultimo conflitto mondiale tedeschi, russi, americani e inglesi – riprende lo storico – bene, ci rendiamo conto che, con ovvie eccezioni individuali, si sono mossi in maniera abbastanza compatta, tutti più o meno uniti nello stesso spirito di popolo». E l’Italia? La risposta va da sé: ha oscillato un estremo e l’altro, quasi facendo tesoro di esempi di una incredibile impreparazione, mascalzonaggine e incapacità. Come i disastri militari per i quali ancora oggi tutto il mondo ride alle nostre spalle.

Sia chiaro, qualche battaglia gloriosa qualcuno l’ha combattuta. Il popolo contadino, per esempio, ha dato prova di una forza di resistenza straordinaria; lo stesso dicasi per gli abitanti delle città bombardate, tenendo duro in circostanze drammatiche. Fino ad essere distrutto, ridotto alla fame, spaventato. Ma poi, ecco il miracolo, appena la guerra è finita, il colpo di reni con il quale il popolo italiano – non tutto, presente anche allora una percentuale di furbacchioni – è riuscito a rialzarsi. Nonostante incompetenza, sprovvedutezza, che pure ci sono state: la situazione, oggi, non sembra così diversa.

E il pensiero di Barbero, come anzidetto, va a medici e infermieri che lavorano giorno e notte negli ospedali. «Penso, però – dice lo studioso – a chi è fuggito da Codogno per andare a sciare; a quanti restano chiusi in casa per proteggere se stessi e gli altri; ai politici che, anche in questa situazione, cercano di ricavare un tornaconto elettorale, spingendosi fino al limite dello sciacallaggio; a chi ha posto i propri interessi in secondo piano, agli imprenditori che vedono i propri ricavi in caduta libera e devono tenere a bada – non sempre riuscendoci – la tentazione di dire: “Andiamo avanti lo stesso, anche se continuiamo così sarà potrà profilarsi un disastro per le nostre casse”».

NON E’ UN VIRUS PER VECCHI

Secondo qualcuno, agli inizi del contagio, qualcuno aveva detto cinicamente «Questo è un virus che uccide i vecchi», quasi legittimando che eliminare gli anziani, troppo costosi da mantenere, sia una soluzione per salvare il sistema. In effetti, questo è l’incubo della nostra società. «Non mi sorprende – dice Barbero – che in questa circostanza emerga una astratta ragione economica simile a un “Bene, d’ora in poi, avremo un costo in meno da sostenere”; la ragione umana, invece, non può prendere in considerazione una conclusione del genere, poiché dice: “Non è l’uomo che deve essere messo al servizio dell’economia, ma l’economia al servizio dell’uomo”». Un conflitto che avevano colto, nei loro romanzi avveniristici, certi scrittori di fantascienza negli Anni 50. Ma anche lo scrittore italiano Umberto Simonetta con il libro “I viaggiatori della sera”, nel quale uomini e donne maturi venivano prima isolati, poi cancellati in una sorta di bingo ante litteram.

Ma una conseguenza positiva potrebbe esserci, lo dice il bicchiere mezzo pieno: una svolta nella mentalità collettiva, per esempio, nel modo in cui concepiamo le cose. Abituati, come siamo, a pensare che il futuro sia prevedibile, con economisti e politici convinti di poter misurare fino al centesimo quanto crescerà il nostro Pil, il Prodotto interno lordo. Quando, invece, è stato sufficiente un virus sconosciuto, diffuso prima in Cina e tutto ciò su cui si basavano scelte politiche, economiche e sociali, frana nel giro di qualche settimana.

Ma ciò che lo Stato sta chiedendo agli italiani appare enorme: nessuna passeggiata, né a cena fuori. Per un popolo che ha vissuto gli ultimi settanta anni della sua vita in pace, questa è una rinuncia gigantesca. Poco, però, se paragonato a ciò che lo stato chiese al popolo italiano nel 1915. «Quando l’Italia – conclude Barbero nell’intervista rilasciata a Uffpost – chiamò tutti i maschi che potevano combattere per dire a ciascuno di loro: “Adesso tu lasci casa, moglie, figli, lavoro e vai a fare una vita da cane in trincea, dove puoi crepare dilaniato dalle ferite di una bomba, oppure fare una vita orrenda per anni: e lo fai, perché questo è un ordine!”». In buona sostanza, il parallelo con la guerra regge fino a un certo punto: chiederci di restare a casa per sopravvivere è diverso dal ricevere l’ordine di andare a morire per un ideale.

«Vi serve aiuto?»

Amir, trent’anni, la sua storia fa il giro d’Italia

Curdo-iracheno, abita a Taranto, al Borgo. Un cartello all’ingresso di tre supermercati e un post su facebook. «Avete bisogno della spesa, di medicinali, di altre commissioni? Chiamatemi, ma non voglio soldi: sono riconoscente a questa città e alla sua gente»

«Amo questa città: mi ha restituito a nuova vita, le sono molto riconoscente e, allora, sono a sua disposizione; meglio: a disposizione di quanti hanno bisogno di aiuto e non hanno accanto qualcuno che sbrighi per loro anche una qualsiasi commissione». Un messaggio “social” più o meno simile, e Amir, curdo-iracheno, trent’anni, manifesta la sua disponibilità stare accanto a chiunque avesse bisogno di aiuto a titolo completamente gratuito. Parte così la sua storia in un momento di grande emergenza del nostro Paese, l’Italia, afflitto da uno sciagurato virus che è già costato la vita a migliaia di italiani e messo in quarantena tanta gente. Specie gli anziani, fascia debole e più esposta di altre alle infezioni del Covid-19, come viene chiamato questo sciagurato coronavirus.

Amir, dunque. Non solo social. «Ho scritto e stampato, con tanto di numero di cellulare, un cartello poi affisso all’ingresso di tre supermercati: telefonatemi o inviatemi anche un semplice messaggio, sarò io a contattarvi».

Non solo altruista. «Voglio proseguire negli studi – dice – poi possibilmente affermarmi in un lavoro che amo, la cucina». Non aspira a fare lo chef in uno di quei tanti programmi televisivi, ma i suoi compagni, ragazzi che ha conosciuto nella “sua” Taranto, assicurano che non ha nulla da invidiare alle star televisive che giudicano le pietanze di partecipanti a coocking-show. «Lui indossa tassativamente cappellino e guanti, adesso al tempo del coronavirus, anche la mascherina per proteggere se stesso e le pietanze, sempre invitanti che lui prepara a getto continuo».

E BRAVO, AMIR!

Bravo Amir, giunto a Taranto cinque anni fa. Da allora, fra un lavoro e un lavoretto, qualche impegno che non lo allontanasse troppo dal suo primo obiettivo: lo studio. «Frequento il biennio di italiano – racconta fra un post e l’altro, lui che è molto “social” – per accedere al terzo anno di scuola media superiore per prendermi un diploma che mi schiuda le porte verso uno dei miei principali obiettivi: la cucina!».

«Cuoco!», che bella parola, avrebbe esclamato il grande Totò. Del resto, il Principe de Curtis, protagonista di “Miseria e nobiltà” uno dei film più divertenti della storia del nostro cinema, asseriva che la cucina era il suo “posto di combattimento” preferito. E Amir, che è un ragazzo sveglio e impegnato, vuole raggiungere il suo scopo con il massimo impegno, tanto che sul suo profilo facebook presenta speso le sue creazioni gastronomiche nella collana “Il mio piatto”.

Tolto studio e passione, ecco la sua disponibilità. Abita al Borgo, nel centro cittadino di Taranto e allora, ecco che tornano utili i social usati in modo ragionato. Posta uno dei suoi messaggi. «Con il coronavirus in circolazione, molti preferiscono restare a casa, specie i più anziani: offro la mia disponibilità per farvi la spesa a titolo gratuito: se volete questo mio modesto aiuto, contattatemi telefonicamente o inviatemi un messaggio».

PRIMA TELEFONATA, DUE ANZIANI

Pare che i primi a rispondere al suo invito siano stati due novantenni. A dispetto della loro età, i due anziani, sono stati più veloci di altri a contattare Amir. «Era una settimana non riuscivano ad avere latte speciale fornito dalla farmacia ospedaliera: per compiere questa prima commissione ho dovuto attraversare a piedi per un bel tratto la città, ma alla fine ce l’ho fatta, i miei primi due amici tarantini bisognosi solo di un po’ più di attenzione, hanno avuto quanto richiesto”. A piedi, Amir. Non ha un’auto, anche se adesso dispone di una bicicletta. “Me la presta un’amica – dice – non appena venuta a conoscenza di questa mia nuova missione per Taranto, non ha battuto ciglio, ed eccomi qua…».

Ora Amir studia, la testa sui libri. Quando sarà finita l’emergenza dovrà dare gli esami. Nel frattempo si stacca dai testi, va ai fornelli, prepara piatti italiani e orientali. Lo stesso fa con i dolci. Sta diventando uno chef con i controfiocchi. Poi ecco le telefonate e i messaggi. Non sa dire “no”, trova sempre le parole giuste per fissare un orario, un appuntamento. «Tengo fede alla mia disponibilità – dice Amir – quella data sui social e con i cartelli all’ingresso dei supermercati: chi ha bisogno di me, chiami pure, non solo per i medicinali, ma anche per la spesa; ma attenzione, non voglio mance: vale quello che ho detto all’inizio, lo faccio a titolo gratuito, amo Taranto e la sua gente, gli sono riconoscente, è stata fondamentale nell’avermi aiutato a rimettermi in corsa e darmi l’occasione della vita, studiare e costruirmi un futuro».

«Le anime spezzate…»

Massimo Castellana, portavoce di “Genitori tarantini”

L’associazione presieduta da Cinzia Zaninelli nasce una sera fra amici. «Una piccola, in lacrime, chiede a noi tutti il perché i nostri figlioli non sono uguali a quelli del resto d’Italia. Una manifestazione e un gesto forte: mostrare i volti dei piccoli sfortunati che non solo un numero» 

Fra gli ultimi ospiti negli studi di “Costruiamo Insieme”, Massimo Castellana, portavoce dell’Associazione “Genitori tarantini” di cui è presidente Cinzia Zaninelli. Detto che il propagarsi del Covid-19 (Coronavirus) non ha rallentato la nostra attività informativa, – prese le debite precauzioni – ecco un altro appuntamento con la rubrica “Con parole mie”.

Castellana, come e con quale esigenza nasce “Genitori tarantini”?

«In una serata particolare, durante un incontro tra amici, quando la figlia di uno di questi, sette anni, ci invita a vedere in tv un servizio su Taranto; piangeva, la piccola, abbracciata alla madre chiedeva il perché molti bambini tarantini si ammalassero e morissero».

Un interrogativo imbarazzante, specie se posto da un bambina.

«Infatti, cosa rispondi a una bambina che senza giri di parole ti rivolge una domanda così complicata nella sua risposta? Quella, pertanto, è stata l’occasione per fare qualcosa di mirato, creare un’associazione che denunciasse all’opinione pubblica, non solo locale, quello che stava accadendo sul nostro territorio: le storie dei nostri bambini e dei loro genitori. Dunque, siamo partiti dalle paure di uno dei nostri bambini, per dare voce alle tante storie che molte famiglie avevano vissuto o stavano vivendo a causa dell’inquinamento industriale. Le testimonianze, tristi, di bambini che hanno visto morire un compagno di scuola, di classe…».Massimo Castellana 02Un aspetto al quale non molti avevano posto l’accento.

«E’ terribile per un genitore perdere un figlio: un dramma inimmaginabile; dunque, bisogna pensare anche ai bambini, quanti come loro vengono travolti da storie simili: un piccolo è impreparato a uno choc così tremendo, con una città che vive ancora oggi una situazione improponibile».

Quattro anni fa il manifesto “I bambini di Taranto vogliono vivere”. Frase tanto semplice, quanto disarmante: quali domande e quali risposte da quando avete cominciato a dare voce ai “Genitori tarantini”?

«Lo striscione al quale lei si riferisce è un’immagine reale, scattata fra il 31 dicembre 2015 e l’1 gennaio 2016; tratta da un video di Gianfranco Curto, per dare spessore a uno slogan coniato dalla nostra presidente, Cinzia Zaninelli: “I bambini di Taranto vogliono vivere”, una frase che non dovrebbe essere pronunciata, perché in realtà i nostri piccoli chiedono solo di crescere come i bambini di tutto il mondo, pertanto il fatto che si debba ricorrere a una espressione di grande impatto presuppone ci sia un problema, molto serio. Quanto chiedono i nostri bambini lo abbiamo spiegato alle istituzioni, lo abbiamo scritto in una lettera indirizzata al Papa, senza purtroppo avere risposta; le domande sono sempre le stesse: come può, una comunità, essere trattata diversamente rispetto al resto d’Italia?».

Poi le domande che si pongono i grandi e alle quali, purtroppo, danno risposta.

«Madre di tutte le domande: come mai a Genova, l’area a caldo, che provoca problemi di salute, è stata chiusa perché incompatibile con la vita di cittadini e lavoratori del posto, e a Taranto no? L’Ilva dell’epoca, non solo quel ciclo produttivo lo ha trasferito a Taranto, ma lo ha pure potenziato, diventando – secondo un decreto governativo – strategica per l’Italia; quell’aggettivo, “strategico”, ha di fatto messo i tarantini spalle al muro: non si può tornare indietro».
Massimo Castellana 03Qual è stato il motivo di confronto con i dipendenti del siderurgico? Famiglie contro: chi a favore della chiusura, chi a difesa del proprio posto di lavoro.

«Ci sono stati dipendenti del siderurgico, ex Ilva, oggi Arcelor Mittal, che si sono posti la domanda e dati una risposta: non si può andare avanti così, quella fabbrica va chiusa, a cominciare dall’“area a caldo”; altri che, invece, lo dico col dolore nel cuore, intendono arrivare all’età pensionabile mantenendo il posto di lavoro: non c’è, però, condizione peggiore di chi – costretto a lavorare – crea problemi sanitari e ambientali non solo a se stesso, ma ai figli e all’intera comunità nella quale vive. Eppure, l’Articolo 32 della Costituzione considera la salute diritto fondamentale dell’individuo e del resto della collettività».

In quest’ultimo periodo il vostro impegno a nome di quei bambini che non ci sono più.

«Abbiamo organizzato una fiaccolata per ricordare quei bambini; raccolto foto e storie di genitori che hanno condiviso con noi il valore della manifestazione: se non si vedono i volti dei piccoli – mostrati a seguito di una liberatoria rilasciata dagli stessi sfortunati genitori – non si ha la netta percezione di cosa in realtà stia succedendo».

Un colpo allo stomaco, al cuore, alla coscienza della gente.

«Abbiamo mostrato che i numeri di cui si parla spesso, hanno un volto, un nome, un futuro negato; Umberto Follino, ci ha indicato una proposta che noi abbiamo raccolto e realizzata in un evento che ha richiamato quasi diecimila tarantini; contiamo di riproporre questa iniziativa – una volta debellata l’epidemia del coronavirus – ma stavolta ai nomi dei piccoli, aggiungeremo anche quelli di adulti e anziani: quando scompare un bambino, nei genitori lascia un vuoto incolmabile; ma penso che accada lo stesso a parti inverse, anche quando un genitore viene meno lascia il proprio figliolo nella disperazione: un piccolo che affronta la sua crescita senza avere accanto sé un genitore, compie un percorso sicuramente più difficile dal punto di vista psicologico».